DIALOGO SU SCOMPOSIZIONE E RICOMPOSIZIONE DI UNA POESIA: Salvatore Martino, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Steven Grieco-Rathgeb con poesie degli autori intervenuti nel dibattito, Luigi Manzi, Mario M. Gariele, Roberto Bertoldo, Salvatore Martino, Antonio Sagredo, Ubaldo De Robertis e un Innominato

  1. Evgenia Arbugaeva Weather_man_02-1

    Evgenia Arbugaeva Weather_man

    Salvatore Martino
22 aprile 2016 alle 16:12 Modifica
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Cosa dire dopo le straordinarie precisazioni di Laura Canciani. A proposito carissima dopo tanti anni di straordinaria amicizia mi hai dimenticato e forse persino cancellato…e il fatto mi addolora profondamente.
Quanto allo stravolgimento del testo di Linguaglossa non riesco ancora a comprenderne l’utilità. Spiegatemi dove puntate la vostra barra di timone, In quale porto pensate di ancorare codesto preteso vascello rivoluzionario. Nella mia modesta comprensione della poesia continua ad essere un cammino incomprensibile, o meglio una mèta incomprensibile.
Quanto poi alla scoperta del frammento come luce divina per la costruzione di una nuova poesia,Qualcuno di voi ricorda un certo personaggio, chiamato l’Oscuro di Efeso, Eraclito per gli amici,che tanti secoli prima di Cristo si dilettava a scrivere meravigliosi frammenti, che hanno sconvolto l’anima e il pensiero di infinite generazioni. Usiamo pure la frammentazione nella certezza che prima di noi molti lo hanno fatto e bene, senza la pretesa quindi di una scoperta innovativa, e di dare le direttive per una renovatio discutibile.
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  1. giorgio linguaglossa sul mare Ionio 2013

    giorgio linguaglossa sul mare Ionio 2013

    giorgio linguaglossa
22 aprile 2016 alle 17:38 Modifica
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caro Salvatore Martino,
s’intende che la stesura definitiva di questa mia poesia sia quella che io le ho dato, essa è fissata così, e per sempre (un sempre umano ovviamente). L’esperimento di decostruzione compositiva e di riassemblaggio di De Robertis è, appunto, un esperimento che è utile per liquidare, una volta per tutte, il pensiero teologico della Santità della poesia, e quindi della sua immodificabilità. E, invece, la poesia è modificabile, scomponibile, ricomponibile come ogni altra cosa nel mondo dell’iper-moderno. La Poesia ha perso il Centro. Bene, e allora facciamo di questo punto di «debolezza» il nostro punto di «forza»; la Poesia è andata verso la «periferia» delle scritture dell’io e delle scritture tele mediatiche. Bene, accettiamo la sfida per dire che è possibile fare una poesia della «perdita del Centro» per riposizionarla al Centro di un universo eccentrico.
In tal senso, anche la scrittura più destrutturata e decostruita del Novecento, Laborintus (1956) di Sanguineti, è ancora una scrittura che si poneva nel solco di un pensiero teologico, si poneva come “opera aperta” ma pur sempre come posta al «centro», magari di un «nuovo centro» di una nuova istituzione letteraria. Era, in definitiva, una destrutturazione che operava all’interno della letteratura. Noi invece pensiamo che la letteratura debba uscire fuori dalla Letteratura, che i generi debbano essere dis-locati al di fuori dei loro confini; insomma, pensiamo di dare uno scossone a tutti i residui di pensiero teologico e logocentrico, e di porre la poesia stabilmente in un «luogo» che è dato dalla mancanza di un «centro» ove tutto è instabile e probabilistico, e di fare di questa mancanza di un «centro» la nostra forza. Certo, non pensiamo di aver inventato alcunché, già Eraclito, forse il pensatore più possente dell’Occidente insieme a Parmenide, aveva pensato il «frammento». Quello che l’Ombra sta vivendo è qualcosa che attiene all’essenza profonda della nostra epoca che vive di rivoluzioni (scientifiche) continue della percezione del mondo. Viviamo in un momento di grandi rivoluzioni scientifiche. Il CERN di Ginevra ha detto che entro due anni sapremo con certezza che cosa c’era prima del Big Bang. Ebbene, questa per me è una novità sconvolgente, una novità che ci coinvolge tutti. Un’altra teoria scientifica recentissima recita che non c’è mai stato un Big Bang, ma un continuo divenire degli universi da altri universi. Insomma, un riversarsi di universi in altri universi.
In fin dei conti, anche la poesia recentissima sembra rispondere a queste nuovissime cognizioni del Multiverso: un continuo riversarsi di frammenti in altri frammenti…
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  1. Steven Grieco a Paestum

    Steven Grieco a Paestum, 2013

    Steven Grieco-Rathgeb
  2. 23 aprile 2016 alle 18:00 Modifica.
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Rileggendo e ripensando il post di Manzi sull’Ombra delle Parole, confermo quello che ho detto nel commento da me postato tre giorni fa. Ma a questo si è aggiunto un altro pensiero a cui da tempo cercavo di dare forma. Manzi me ne ha dato l’occasione. E l’occasione mi viene data anche dal post attuale, con la poesia di Linguaglossa.
Basandomi, ovviamente, sulle poche poesie di Manzi che ho visto, osservo in queste un linguaggio cifrato, obliquo: una volontà di piegare l’immagine-concetto perché questo possa passare vicinissimo al suo effettivo dire, letteralmente a un millimetro, senza mai toccarlo realmente, al massimo sfiorarlo. E’ una “timidezza” che nasce dalla consapevolezza del poeta che “tutto è stato detto” – o meglio che “i possibili modi di dire le cose sono stati tutti detti, esauriti”, e il pericolo più grande è ripetere il già conosciuto. Non per una questione pretestuosa di “originalità” o meno, ma perché ormai il compito più duro del poeta è di divincolarsi dall’abbraccio massacrante della civiltà delle immagini visive, che macina tutto, consuma e dimentica.
In Manzi questo avviene secondo me, e così torno a un mio pensiero che ho più volte esposto qui, perché la civiltà delle immagini, con la sua irruenza e prepotenza, dà al fruitore (noi tutti, compresi i poeti, che non possono da questo punto di vista rivendicare la benché minima posizione di prestigio o di inattaccabilità), dà al fruitore, dico, esattamente il senso di troppo pieno, di offerta, mille volte più offerta rispetto alla domanda, per cui siamo totalmente sazi. Il senso di sazietà culturale più di ogni altra cosa nuoce alla poesia, che è massimamente l’arte del silenzio, del gesto appena visibile. La poesia è questo. Nessun Majakovskij, con tutti i suoi squarci e urli e trionfalismi, è mai riuscito a rompere questa blindatezza della poesia. (E lui lo sapeva benissimo, ahimè.)
Dal canto suo, il poeta oggi che non ha analizzato bene la situazione attuale, che non ha fatto i conti con essa, si chiude in un suo isolamento e così pensa di essere salvo da questo vociare aggressivo di immagini. Di poter fare poesia nel suo angolino. In Manzi, come anche in Roberto Bertoldo, assistiamo invece ad un serissimo, lacerante tentativo di affrontare la più difficile questione che si pone oggi al poeta: come scrivere poesia pur sfuggendo alla macchina banalizzante e macinatutto. Dove trovare questo linguaggio, in quali, quali risvolti nascosti della realtà. Ogni strada sembra sbarrata, o finisce per rivelarsi un sorridente inganno.
Affrontare la questione richiede moltissimo coraggio, e questo sia Manzi che Bertoldo lo hanno fatto in modo mirabile.
Ciascuno a modo suo. Manzi come ho detto crea una poesia che ogni volta, o quasi ogni volta, sfugge di un millimetro al bersaglio, a quella volontà di comunicare il senso di ciò che pure vorremmo dire. Con questo stile “obliquo”, questa lotta di ombre che pure si percepisce fisicamente, questo cozzare di pensieri impalpabili che pure si sentono urlare, Manzi crea una poesia di grande forza e suggestione. Non avendo egli voluto scendere ad alcun compromesso con ciò che lo avrebbe macinato nel tritacarne, la sua poesia è volata via in una dimensione dove le ombre fanno rumore, creano in noi non-rumori, che a loro volta scendono echeggiando nei corridoi angusti di una lucidissima e grandissima disperazione.
Ad una simile disperazione si assiste in Roberto Bertoldo, ma qui viene risolta in modo del tutto diverso. Il suo metodo viene benissimo definito da quello che Peter Brooke dice di Samuel Beckett, in “Lo spazio vuoto” (tradotto in italiano, edito da Bulzoni Editori, lettura di grande insegnamento al poeta): “E’ così che i drammi scuri di Beckett sono drammi di luce, laddove l‘oggetto disperato che viene creato è testimone della ferocia del desiderio di testimoniare la verità. Beckett non dice un ‘no’ soddisfatto: egli plasma uno spietato ‘no’ spinto dall’anelito al ‘sì’, e così la sua disperazione è il negativo da cui è possibile delineare il profilo del suo contrario.” (Pag. 65 dell’originale inglese di questo libro).
Una poesia di Bertoldo, fra le tante, mi sembra possa ben rappresentare questo anelito:

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Lei mi parla di un silenzio
che io ho dovuto ingoiare
tra i frantumi delle parole
come un buco e le sue cornici.
Lei parlando si condanna
a ferire il nulla che attesta
perché non può cancellare il tono
che sussurra con le foglie  
quando cadono. Noi vinciamo
attraverso l’atmosfera che inneggia alle ombre.

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(Dalla raccolta Calvario delle Gru, 1998-200, nella sotto-sezione “Lettere alla Gazza, alla Cicala, al Giaciglio”).
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Vi rendete conto della estrema inafferrabile bellezza di questa poesia? In Bertoldo ogni tentazione a ricadere nel liricismo viene rifiutata aspramente, con dissonanze e stridori tanto fonici quanto di concetto. Mentre Manzi cerca, e perché no, un’armonia, per quanto cupa.
In Bertoldo assistiamo inoltre al poeta che duramente ed esplicitamente contesta il poeta. Il poeta è un essere inferiore: è ipocrita, è un debole, è un traditore, sdolcinato e sentimentale, opportunista.
In Bertoldo questa ira del poeta si abbatte sul poeta e sulla poesia volta dopo volta dopo volta. Ma ciò malgrado il poeta continua a stare dentro la trappola della sua poesia. Insomma, è poeta o non lo è? Se ha il coraggio di dire, “sì, sono poeta”, eccolo allora servito con la trappola della poesia come sua abitazione. Tutti i suoi sforzi per uscire sono vani, la poesia stessa (e il mondo che traluce attraverso di essa, perché cosa è la poesia se non mondo?) non gliene dà la possibilità. Non appena il poeta ha finito di distruggere la sua stessa poesia, scrivendola con ira e senso di sconforto e disperazione, eccola ricostruita, ricomposta. In Bertoldo sentiamo sempre il bisogno doloroso, ineludibile, della poesia. (Ma questo anche in Manzi.)
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Ecco perché la decostruzione bertoldiana dei linguaggi poetici precedenti risulta pressoché totale.
Vado avanti e parlo della poesia di Giorgio Linguaglossa, che aggiunge una bellissima novità a questi due importanti poeti: l’irruzione nella poesia della “vera”, “reale”, realtà. Nell’assemblare situazioni, frammenti, frasi forse reali forse non reali, egli dà a questi il senso che essi non siano rappresentazione della realtà, bensì realtà vera e propria.
Sì, l’ha fatto anche Eliot. Ma Eliot lo ha fatto per i poeti degli anni 1910 e 1920. Giorgio lo fa oggi, nel primo decennio del 21° secolo. Niente è gratuito, tutto va rifondato, di generazione in generazione.
L’avere preso il nome “Grieco-Rathgeb” e averlo scaraventato all’interno di una poesia è stata una cosa davvero felice: la poesia è andata a gambe all’aria (per il momento…) ma quel frammento di realtà – perché questa persona esiste davvero, là fuori nel mondo dell’ognigiorno – rimane come una pietra scolpita, una cosa materica. E’ stato un sovvertimento di 60 anni di poesia intimista. Ecco perché ci insegna qualcosa di nuovo, oggi, nell’aprile del 2016.
E non è l’irreale, il fantasmatico di Borges. In Borges anche l’intromissione del reale è fantasmatico. Qui invece le parole “Grieco-Rathgeb” hanno buttato la poesia per strada, l’hanno costretto a misurarsi con i rumori della strada.
Anche i poeti medievali sentivano qualcosa di nuovo nell’aria, che ancora percepiamo noi lettori, 700 anni più tardi. Ho già menzionato i versi di Dante, ““Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io / fossimo presi per incantamento…”
Ecco invece Cecco Angiolieri:

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– Accorri, accorri accorri, uom, a la strada!
– Che ha’, fi’ de la putta? – I’ son rubato.
– Chi t’ha rubato? – Una, che par che rada
come rasoi’, sì m’ha netto lasciato.
– Or come non le davi de la spada?
– I’ dare’ anzi a me. – Or se’ impazzato?
– Non so; che ‘l dà? – Così mi par che vada:
or t’avess’ella cieco, sciagurato! –
E vedi che ne pare a que’ che ‘l sanno?
Di’ quel che tu mi rubi. – Or va con Dio,
ma anda pian, ch’i’ vo’ pianger lo danno,
ché ti diparti. – Con animo rio!
Tu abbi ‘l danno con tutto ‘l malanno!
Or chi m’ha morto? – E che diavol sacc’io?

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Sono orgoglioso di leggere questa poesia come straniero, come non-italiano, e avvertirne tutta la bellezza e freschezza.

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  1. Gino Rago 3

    Gino Rago

    Gino Rago

23 aprile 2016 alle 18:23 Modifica

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Scrivere per “frammenti” – è già stato ampiamente e limpidamente affermato qui, come in altro blog (patria letteratura), non soltanto da Giorgio Linguaglossa – non è una semplice tecnica ma è semmai un punto cui tende
la Weltanshauung del poeta. Quindi è un abito mentale, una concezione filosofica, una visione del mondo, un’idea dell’uomo dibattuto fra l’io, il cosmo e l’eros. Dunque, con questo tipo di “frammento” niente hanno a che spartire né quello eracliteo né quello di Saffo né quello della scuola alessandrina.
Difatti, se proprio si deve indicare un “modello” io lo troverei sommessamente in quello che resta della “Anfora” rotta di Ubaldo de Robertis, ospitata da Mario Gabriele su L’Isola dei poeti. Anche se, per me, secondo la mia lettura, la più perfetta poesia scritta per “frantumi” è e rimane “Chiatta sullo Stige” di Giorgio Linguaglossa, proposta da “PatriaLetteratura.it”. Componimento esemplare nel quale ogni strofa-frammento-fotogramma ha una ben precisa completezza, un’autonomia sigillata dal punto fermo.
I “frammenti” dunque si collegano direttamente alla forma-poesia.
Del resto, se un poeta persiste nell’attraversamento dell’ordinato, ben tenuto, mesto giardino “popolato soltanto da piante gentili”, giardino nel quale non irrompono né il pensiero filosofico né il plurilinguismo, egli farà innegabilmente una “certa” poesia.
Viceversa, se un altro poeta sostenuto e mosso da un’altra Weltanshauung
è incline ad attraversare “la selva” in cui visionarietà, energia onirica, pensiero filosofico, polistilismo e plurilinguismo fanno irruzione senza sosta, non potrà non approdare a un’altra “forma-poesia”.
Condivido in pieno perciò le meditazioni di Mario Gabriele, offerte in questa pagina del blog, e quelle di Steven Grieco Rathgeb,in altre recenti circostanze, sull’idea di “frammento”
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Steven Grieco Sakurabana 2

Sakurabana

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Poesie di Luigi Manzi
Da Fuorivia, Edizioni Ensemble, 2013

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Presagio

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Il geco, la vipera, il falco sul combusto
altopiano. Il tabacco giace arricciato
sopra i teli di canapa. Ti parlo, anche se tu non ascolti
mentre ti muovi in silenzio sui colli
abrasi, senz’uve.

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– L’afa occlude la bocca,
come un sasso. Nella radura il traliccio girevole
dell’acquedotto
pende sulla vasca in frantumi – Ma già il ramo fulvo
che sporge dal petto dell’acero è il presagio
del tempo futuro. Così io mi rivedo nell’arbusto costretto
nell’interstizio del muro: ultimo rifugio
dove l’arida radica
si nutre di tufo.

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Un giorno

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Un giorno un vecchio dal cuor di leone
teneva per mano un bimbo lungo la strada,
come fosse un diamante. Rullava
nel fondo il torrente; il pino
ruotava la chioma nel vento:
Ho conosciuto l’estate e l’inverno,
la caverna, il bastimento, il recinto.
Sono stato mandriano. Nella foresta
ero padrone dell’aria e dell’acqua,
mai schiavo. Fischiavo ai puledri selvaggi,
li radunavo col solo sguardo.
Ho bevuto alla sorgente che disseta il rettile.
Ho attraversato due volte
l’oceano. Al ritorno,
io resto l’uomo inadatto che fui. Io sono colui
che ovunque è fermo.

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alfredo de palchi roberto bertoldo

alfredo de palchi e roberto bertoldo

Roberto Bertoldo
da Il popolo che sono Mimesis, Milano, 2015
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I distici della notte
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Vi abbiamo addossato le nostre tomaie
per affrancarvi dalla parola venduta,
la poesia ha decretato l’offesa:
non morirete con il canto alla gola,
le nostre mani che hanno terra
tra le fessure delle falangi
gridano con gli ultimi tendini,
fino a troncare il colore pingue
dei vostri aggettivi.
La notte opprime i distici,
vuole un’ampia dichiarazione,
impoetica per di più.
Sulla grata del confessionale
i versi si frantumano,
la tonaca si macchia di rime
e accessori annessi,
il rosario che sproloquia
sulle gambe del messia
sputa i semi delle metafore.
Qualcuno ha gridato la verità
più fortemente delle vostre lamentele,
nababbi di apollo,
gentilizi dell’anima.
Oh poeti, poeti, quale emblema
il mio osso di popolo vi estorce
quando la bocca avete sulla platea
per la tenia degli applausi?
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Poema delle folate (il popolo tradisce)
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Si sono riaperte, dentro, le note della malinconia
per il perdersi dei giorni
forse qualcuno capirà questa spesa di emozioni
e avrà carezze per i marmi
ma le notti di solitudine nascondono la pelle
come fosse mille volte dietro i ceri
e file di pellegrini dalle mani bacate
non riempiranno d’amore la cesta dove crolla il mio capo.
Chi mi ha ucciso conosce i rantoli
li porta sul sorriso della sua lama
e chi ha assistito alle folate dei secoli
tra i miei capelli sepolti
sa che gli inverni portano ancora
i fiocchi freddi dei deserti.

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Iraq
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Fatemi delirare l’amore
prima di sorprendere i mercati
coi vostri deliri di glicerina nitrata,
io li conosco gli avventori,
i loro occhi, la bocca e lo scarnito,
la fame che farfugliano,
rinvengo le verità e le altre carabattole
nel campo delle mie aritmie.
Oh, questi versi che marciscono
per troppa passione, tra le mie scapole
incontrano la notte che ghermisce.
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Amare?
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Come si può amare con la bocca allentata,
la verruca sulla palpebra, come possiamo
ancora aprirci alla donna che respira
al nostro capezzale, noi inguaribili romantici
col destino tracciato a bruciatura
e i rami del nostro subdolo corpo
come intricate croci sul bordo del petto.
Brancoleremo nell’incunabolo dei ricordi
con gli occhi aperti, senza retribuzione,
i fogli li scorreremo come ossessi
lasceremo l’impronta sudicia della falsità
per l’architrave del nostro sepolcro.

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gino rago Cratere a figure rosse, Londra, British Museum

Cratere a figure rosse, Londra, British Museum

Gino Rago
Alla bellezza tutto si perdona

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Chi saprà dire alla Regina d’Ilio
la nuda verità su Elena di Sparta.
Menzogne. Calunnie. Soltanto maldicenze
la fuga, il rapimento, gli amplessi
della spartana sul mare verso Troia?
Prima fra le prime accanto a Menelao.
Venerata da Paride al pari di una dea.
Perdonata in patria da servi e da padroni.
La colpa cancellata.
Il rispetto e l’onore riaffermati.
Festa per Elena presso gli spartani.
Le donne vinte invece vegliano i cadaveri.

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Noi siamo qui per Ecuba.
La donna che tutto perde nelle fiamme.
La madre che mai accetterà gli scorni
di quelle dee beffarde, gelose
delle fattezze carnali di fanciulle
contese dai guerrieri a suon di lame.
Lutti. Lamenti. Pugni battuti sulla terra.
Le bende strappate.
I ramoscelli sacri nelle fiamme.

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La freccia lancinante, il dardo vero
a insanguinare il cuor della Regina?
Un’idea soltanto. La stessa
da quando a corte Elena le contese il trono:
vinca la cenere, periscano gli eroi,
alla bellezza tutto si perdona.
(inedito)

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Fatelo sapere alla Regina…

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Fatelo sapere alla Regina, ditelo
anche al Re: non abbiamo
bisogno di niente, né per la carne
viva né per lo spirito del tempo.
Siamo ricchi di noi,
dei profumi del sole nelle primavere.
E’ questo mare aperto
il poema di parole
sull’acqua, ci basta lo sciabecco
a sollevare spume.
Olio e ferite, vino e fatica,
festa e camicia pulita,
vento fanciullo a danzare
nell’erba, amore nelle mani
quando cercano
altre mani, oblio d’anemoni
sui nervi delle pietre,
mulinelli di zagare all’alba.

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Ditelo alla Regina, fatelo
sapere anche al Re:
non ci servono rubini
alle corone
né domandiamo le monete
d’oro: siamo ricchi di noi
per i canti nel cuore, la saggezza
del pane, la quieta
sapienza del sale:
per le sciabole
rosse dei papaveri nel grano
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Ubaldo De Robertis CECI N'EST PAS UNE PIPE.-1_resized

Ubaldo De Robertis CECI N’EST PAS UNE PIPE.-

Ubaldo De Robertis
L’Anfora

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Neve in alto
pura
la terra natia
la gola scura
del fiume in basso
la foschia
continua a salire
il sentiero non è più tanto ripido
come prima
l’eco di cose lontane si separa sparge
dissolvenze incrociate
immagini destinate a scomparire
Lui… non le stacca gli occhi di dosso
– Com’è cupo il tuo silenzio- le dice chiamandola con molti nomi
“È rotta, – ripete Lei- ahimé! È rotta! L’anfora più bella!
Ne sono sparsi i frammenti qua intorno!”
Giorno
inoltrato
il limite dell’orrido
di lato
più in su … l’altura da oltrepassare
più agevole scavare un pertugio
nel ghiaccio
scortati dal richiamo di una cosa calda
desiderio che pervade l’ambito dei sensi
e quello della ragione
senza aderire
a nessuno dei due
calore che non si può attingere neppure in prestito
dall’ambiente
dal niente che li circonda
Lui vuole scavare
andare all’indietro
Lei… andare oltre…
Impossibile sanare la frattura
a partire da quel fondo diviso
dal corso d’acqua
e da quella cima dove più cruda è la realtà
nemmeno scalfita dalle parole dell’uomo
di per sé vaghe e vuote
alla donna continuano a cadere di mano
i frammenti raggelati
“È rotta, ahimé! È rotta!
L’anfora più bella!

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(Inedito)

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*
(A Max Frisch)
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Mare e cielo adunati in un unico sguardo,
visione maestosa, sublime. Ritta sullo scoglio
una minuscola figura, si toglie il cappello
alzandolo il più possibile per sventolarlo.
E non ci sono vele all’orizzonte, angoli ristretti, relitti,
solo stupore, a Palavas, con cui riempirsi gli occhi,
ebbrezza che in un uomo ordinario sparisce.
Non in Courbet. Fierezza, monumentalità,
unisce a quella solitudine, della sua luce
penetra il mondo che si schiude al modo di uno scrigno
e ha bisogno della luce del mondo per esistere.
Nel retroterra un uomo è diventato pietra.
Medusa non l’ha guardato, chissà perché è impietrito
e a che fine le ombre s’intrecciano sul capo anguicrinito,
quale identità lui che, forse, ha conosciuto
molti luoghi in cui fermarsi per rendersi invisibile.
Chi è? Ha forse consumato per intero il respiro?
Lo spazio intorno trasfigura per la rapidità
con cui sfilano tram, un continuo va e vieni.
Uomini che si muovono come nuvole incombenti,
senza avvertire d’essere anelli di una catena casuale,
e persistono ancora… a passare. Forme dissolventi.
Pura casualità l’incontro. L’altro non deve tornare,
prendere una via, ripartire all’istante:
“Non stavi per caso fuggendo dalla sventura?
Per quasi tutto il tempo della vita io l’ho sfuggita
riducendomi in solitudine.”
Amnesia di esseri e luoghi.
Agli uomini comuni poco è concesso di chiedere, o sapere,
arduo trarre inferenze, deduzioni.
Immagini indurite, alterate, confuse con quelle di altri.
Quei peli di un rosso chimico slavati, gli occhi azzurri
iniettati di ruggine, l’arcata inferiore sporgente,
sulla fronte appena percettibile il segno di una cicatrice.
Il tempo estatico dell’insurrezione delirante
ti può esplodere in faccia, auto-annientare, come l’esaltazione
di Corbet per la Comune, pagata a caro prezzo.
Nessuna espressione, ansia di abbandonare le tenebre,
persiste la storica immobilità.
E quel suono alto nell’aria? Un nuovo espediente?
Solleva il Quartetto per Archi l’alto sentire, l’Opera 132,
quanto di più solenne e impenetrabile ci sia nel Genio,
afflitto da ipoacusia. Musica, tempo di redenzione, dell’utopia.
Nessuno che sia disposto ad accoglierla.
Nessuno che sappia congiungersi con Beethoven.
Suoni, segni, e note, alte in numero sempre minore,
condurranno a un raggiro.
L’ assurdità è che uno ha coscienza della propria vuotezza
e l’altro, annichilito, non ha un’identità.
Ma se nella tasca interna della sua giacca scovate un biglietto,
solo andata, per Amsterdam,
Signori, non dubitate quell’uomo sono io.

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Mario Gabriele volto 1
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Mario M. Gabriele
Due poesie

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E andammo per vicoli e stradine.
In silenzio appassirono il vischio e il camedrio.

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Più volte tornò il falco senza messaggi nel beccuccio.
Restarono i giorni guardati a vista, arresi,
un gran vuoto dentro il link e la scritta sopra i muri:
– Non cercate Laura Palmer -.Correva l’anno…

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L’erba alta nel giardino preparava un’estate
di vespe e calabroni. La nostra già era andata via.
Giusy trattenne il fiato seguendo il triangolo delle rondini.
– Se vai pure tu – disse, io non so dove andare!
Con i ricordi ci addormentammo e non fu più mattino.
L’alba non volle metterci lo sguardo.
Il boia a destra, il giudice a sinistra.
Caddero rami e foglie.
Fuggirono l’upupa e il pipistrello.
Nel pomeriggio confessammo i nostri peccati.

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La condanna era appesa a un fil di lana.
I capi del quartiere si offrirono per la pace.
Li conosciamo – dissero. – Hanno dato tutto a Izabel
e Ramacandra. – Aronne è morto.
– A chi daremo allora ogni cosa di questo mondo? –
– La darete a Lazzaro, e a chi risorge
su questa terra o in un altro luogo e firmamento,
prima del battesimo dell’acqua,
non qui dove una quercia in diagonale,
come in una tavola di Poussin,
fermerà il tempo, e sarà l’ultima a fiorire –
(Inedito)
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Quando vennero i Signori Herbert e Mrs. Lory
a salutare i fantasmi della sera, non c’erano
damigelle e masterchef, ma macchie bianche
sul tavolo dell’ 800, con qualche tarlo ancora in vita.
Si poteva dire di tutto, ma la casa era una favela,
tenuta in disordine per anni.
Un esperto di vecchie aste ne aveva proposto
l’acquisto. Poi Herbert disse a Lory,
allontanandosi dalla buvette, – le persone
che non vogliono essere uccelli di tundra
hanno in casa sempre le finestre chiuse-.-
Ne era sicura Lory che leggeva Wang Wei,
ma si divertiva quando si parlava dell’agronomo Winston
che voleva un nuovo giardino, là dove crescevano solo sterpi.
Le due persone, morte a Willowbrook, passarono un tributo
a Berengario, prima di separare corpo e anima.
Nulla di più che un piccolo lascito
per il custode del cielo e della terra.
Non c’era una stanza per gli ospiti, ma a casa di Lory
il soppalco aveva una vista sui quartieri alti della città
e tante copie del Washington Post
che cercavano per la chiesa di St. Mark’s nel Bowery,
preti e benedettini ringraziando alla fine
con il Domine labia mea aperies
et os meum annuntiabit laudem tua.
Non credo che ci sia un passepartout per il Paradiso,
ma Annalisa dona sempre qualcosa
a padre Gesualdo, come money e travellers cheques
pur di dire che è un’offerta della Signora Juanin.

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(da L’erba di Stonehenge in corso di stampa)

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Salvatore Martino in pensiero

Salvatore Martino

Salvatore Martino
Due poesie

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A una distanza pari dalla giungla seguendo il filo di un
airone basso nelle correnti dell’aria Disposti a seguitare
malgrado l’oroscopo straniero verso l’alto del piano dove
spirali si rincorrono e la schiera alata dei pesci Intorno
il sentiero mostrava tracce d’un’altra carovana passata
chissà in un giorno di aprile Si avanzava per gradi
lo sguardo fisso al perimetro del dolore

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but if you think of a periscopal motion
of thinghs and animals

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L’arsenico nel vino i segnali del passo Dalla bocca del
capanno un grido di fucili Stormi inquieti di volatili e
il rosso cremisi delle piume alla vista dei cani
Ci spingemmo avanti senza l’appiglio delle streghe
Poi avrai notizie dagli agenti del cielo Orbite e sonde
le riprese di luna e mille crateri illuminati dalla
fiamma silicea Come sciogli il granito?

.

A una distanza pari dalla giungla l’anima si riduce ad una
massa che invade le finestre entra nelle cantine squarcia
i vetri e le porte precipita negli alambicchi Piombo
.
*******
.
Doppiata la collina si piega il tempo per cogliere il
tracciato che scende in un azzurro paese dove laghi
s’incontrano il verde meridiano e oltre la fossa il cielo

.

Tradito dai sicari

.

Ci siamo tinte le mani con bianchissima calce
coperto i sopraccigli col sudario una flora batterica
per coltivare agavi o la demenza di chi spera
al mattino un oroscopo astuto delle carte

.

Non c’è comparazione col metallo quello duro e temprato!
La fossa spaventosa degli inganni precipita intatte
carovane l’oro disciolto nei crogioli l’interminabile spirale
conquista il punto Ricomincia l’ascesa a gironi più fondi
Nel Maeltröm attorcigliati Cibele e il corpo di Attis
ritrovato una piatta famiglia di lombrichi Sirene
calamitate a riva da un canto più del loro sinistro

.

Siede il giovane Orfeo la lira stanca lungo il braccio
sul cavalcante Egeo stanco dell’Ade stanco dell’Olimpo
tradito dagli amici le mani di bianchissima calce e un
vuoto contro la mezzaluce balenata in pieno dormiveglia
dalla camera accanto

.

.

Dovremmo salire E gonfiare nell’azoto
.
Una centuria volatile

.

(da La fondazione di Ninive”, 1965)

.

Antonio sagredo teatro politecnico-1974

Antonio Sagredo teatro politecnico-1974

Antonio Sagredo
Una poesia
alla casta Amelia e al puttaniere Wolfang Goethe

.

Non essere cattivo coi morti…
e se mai svolsi una danza
mortuaria…
braccata da una lingua pubblica
devi sapere che
le pesanti foglie dei castani predicono misfatti.

.

Dovrò allora far amicizia con la mezzanotte
tutto da solo…
non mi è servito a niente trattenerti
con biscotti di Jena.

.

E ripresi a camminare smarrendo i passi,
pensando al continuo mutamento della natura,
che dietro di esso riposa un essere eterno.

.

Solo dopo posso dirti ciò che non ho mai pensato,
come se a uno specchio si decapita il riflesso
perché l’immagine non sia soltanto un’ombra,
ma quel sangue di me che non ragiona!

.

Hocusposus… Urphänomen… ripeteva,
come una litania rassegnata all’inspiegabile.
Scossi il mio capo taurino,
mirai i castani e dissi:
“non bisogna pretendere
maggiori spiegazioni,
Iddio stesso non ne sa più di me”.

.

Dalla Legge non puoi conoscere se non miserie
umane…
io sono già quasi vecchio e mi piace
palpeggiare ancora le fanciulle!
Ulrike, mia ultima passione,
io ho 76 anni e tu 18 !

.

Io sono un vero pagano,
farò volare la tua farfallina!

.

Ma il decollo fu un tracollo annunciato:
una commedia charmante tra zio e sua nipote.

.

a. s.
Vermicino, 3 ottobre 2007, inedito

.

roma Fayyum portrait d'homme

Fayyum portrait d’homme (120-140 d.C.)

Un Innominato
Poesia
.
Al termine d’un corridoio, un muro imprevisto
mi sbarrò il passo, una remota luce cadde su di me.
Alzai gli occhi offuscati: in alto,
vertiginoso, vidi un cerchio di cielo
così azzurro da parermi di porpora.
Gradoni di metallo scalavano il muro.
La stanchezza mi abbatteva, ma salii…
Scorgevo capitelli e astragali, frontoni
triangolari e volte, confuse pompe del granito
e del marmo. Così mi fu dato ascendere
dalla cieca regione di neri labirinti intrecciantisi
alla risplendente Città degli Immortali.
[…]
Questo palazzo è opera degli dèi, pensai
in un primo momento.
Esplorai gli inabitati recinti e corressi:
Gli dèi che lo edificarono sono morti.
Notai le sue stranezze e dissi:
Gli dèi che lo edificarono erano pazzi.
[…]
Io, Marco Flaminio Rufo,
tribuno militare di una delle legioni di Roma.
L’ansia di vedere gli Immortali,
di toccare la sovrumana città,
m’impediva quasi di dormire.
La luna aveva lo stesso colore dell’infinita arena.
[…]
Le mie prove cominciarono in un giardino di Tebe
Hekatompylos, quand’era imperatore Diocleziano.
Avevo militato (senza gloria)
nelle recenti guerre egiziane;
ero tribuno d’una legione ch’era stata acquartierata
a Berenice, di fronte al mar Rosso.
I mauritani furono vinti… Alessandria, espugnata,
implorò invano la misericordia di Cesare;
in meno d’un anno le legioni riportarono il trionfo,
ma io scorsi appena il volto di Marte…

 

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32 commenti

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32 risposte a “DIALOGO SU SCOMPOSIZIONE E RICOMPOSIZIONE DI UNA POESIA: Salvatore Martino, Giorgio Linguaglossa, Gino Rago, Steven Grieco-Rathgeb con poesie degli autori intervenuti nel dibattito, Luigi Manzi, Mario M. Gariele, Roberto Bertoldo, Salvatore Martino, Antonio Sagredo, Ubaldo De Robertis e un Innominato

  1. Ritorniamo per un momento al decostruzionismo di Derrida. In fin dei conti, quando diciamo che LA POESIA E’ UN OLOGRAMMA, vogliamo indicare una diversa modalità di confezionamento della Forma-poesia, un nuovo modo di concepire la forma-poesia. Una struttura nell’ambito della quale governa il principio dell’entanglement tra principi e realtà differenti. Quindi, una diversa ontologia del linguaggio poetico. In questa direzione, Il pensiero di Derrida può fornirci un retroterra di pensiero critico sul quale costruire la Nuova poesia.

    Per Derrida lo strutturalismo classico di de Saussure e Lévi-Strauss resta prigioniero di una fondamentale aporia concettuale: se è vero, come sostiene de Saussure, che il significato di un segno non gli è mai intrinseco, ma è dato piuttosto dal rapporto differenziale che esso intrattiene con altri segni; se è vero, cioè, che nel linguaggio esistono solo differenze e non si danno termini positivi, allora nessun significato potrà mai essere pienamente presente in alcun segno. Poiché il significato di un segno dipende da ciò che quel segno non rappresenta, quel significato sarà, sotto un certo punto di vista, sempre in parte assente. Se ogni segno è ciò che è perché non è nessuno di tutti gli altri segni che costituiscono quel linguaggio, ogni segno non può che rimandare a un’infinita catena di altri segni. Si pensi a ciò che avviene quando si consulta un dizionario: per qualunque termine del quale si voglia conoscere il significato ci vengono offerti una serie di altri termini per verificare i quali si dovrà consultare altre definizioni, e così via, in un processo potenzialmente infinito.
    Secondo Derrida, la tradizione filosofica occidentale ha voluto vedere nel linguaggio scritto una sorta di degenerazione del linguaggio parlato, perché convinta che il secondo sia caratterizzato da una purezza e immediatezza che, viceversa, mancherebbe al primo; Derrida sostiene però che, parlato o scritto, il linguaggio è sempre una forma di ”scrittura”: anche nel caso che un individuo provi a comunicare con se stesso, non può che farlo attraverso un sistema di segni. Non esiste perciò alcuna intenzione o idea che possa costituirsi in modo ”naturale” nell’interiorità del soggetto individuale, e che verrebbe poi distorta dal mezzo linguistico. Difatti, senza quest’ultimo, il soggetto non potrebbe mai articolare alcun concetto. La tentazione ”fonocentrica” − l’illusione cioè che nella viva voce del soggetto sia possibile ritrovare un significato ”autentico” − è, per Derrida, parte integrante della logica ”logocentrica” della filosofia occidentale. Tale logica privilegia un termine assoluto − Dio, Natura, Ragione − per elevarlo al rango di ”significante trascendentale” e farne una pietra di paragone cui ricondurre tutti i segni. Derrida propone invece che s’insista sul carattere ”indecidibile” di qualunque segno per far emergere nel testo − sia esso filosofico, letterario o di altra natura − ciò che non è possibile comprendere dal punto di vista delle opposizioni binarie della filosofia classica: ciò che non è né bene né male, né vero né falso, né puro né impuro. È questa disarticolazione del testo, questa ”apertura” delle sue incoerenze che si definisce ”decostruzione”.

  2. Riprendo qui un mio precedente Commento:

    giorgio linguaglossa
    18 aprile 2016 alle 22:30

    In un universo olografico persino il tempo e lo spazio non sarebbero più dei principi fondamentali.

    Poiché concetti come la località vengono infranti in un universo dove nulla è veramente separato dal resto.
    Ecco, posso affermare con orgoglio che in questo momento sta nascendo, anzi, è nata una nuova visione di fare poesia.

    E sarà una poesia olografica, dove tutte le singole parti sono interconnesse con tutte le altre, pur distanti 10 minuti di autobus o 10 miliardi di chilometri.

    La realtà non è altro che una sorta di super-ologramma dove il passato, il presente ed il futuro coesistono simultaneamente.

    Il cervello è un ologramma capace di conservare 10 miliardi di informazioni.

    In fin dei conti, io penso in poesia come uno scienziato pensa alla realtà secondo il paradigma olografico. Non so se farò poesia migliore o peggiore di quella degli altri, ma certo la mia poesia è diversa. E con me anche quella di Steven Grieco Rathgeb, Mario Gabriele e anche di tanti altri che si stanno muovendo a tentoni in questa direzione. Più che un nuovo Manifesto, qui dobbiamo prendere in considerazione gli assunti della nuova scienza.

  3. Ricevo una poesia da un autore che vuole restare innominato. La incollo:

    Al termine d’un corridoio, un muro imprevisto
    mi sbarrò il passo, una remota luce cadde su di me.
    Alzai gli occhi offuscati: in alto,
    vertiginoso, vidi un cerchio di cielo
    così azzurro da parermi di porpora.
    Gradoni di metallo scalavano il muro.
    La stanchezza mi abbatteva, ma salii…
    Scorgevo capitelli e astragali, frontoni
    triangolari e volte, confuse pompe del granito
    e del marmo. Così mi fu dato ascendere
    dalla cieca regione di neri labirinti intrecciantisi
    alla risplendente Città degli Immortali.
    […]
    Questo palazzo è opera degli dèi, pensai
    in un primo momento.
    Esplorai gli inabitati recinti e corressi:
    Gli dèi che lo edificarono sono morti.
    Notai le sue stranezze e dissi:
    Gli dèi che lo edificarono erano pazzi.
    […]
    Io, Marco Flaminio Rufo,
    tribuno militare di una delle legioni di Roma.
    L’ansia di vedere gli Immortali,
    di toccare la sovrumana città,
    m’impediva quasi di dormire.
    La luna aveva lo stesso colore dell’infinita arena.
    […]
    Le mie prove cominciarono in un giardino di Tebe
    Hekatompylos, quand’era imperatore Diocleziano.
    Avevo militato (senza gloria)
    nelle recenti guerre egiziane;
    ero tribuno d’una legione ch’era stata acquartierata
    a Berenice, di fronte al mar Rosso.
    I mauritani furono vinti… Alessandria, espugnata,
    implorò invano la misericordia di Cesare;
    in meno d’un anno le legioni riportarono il trionfo,
    ma io scorsi appena il volto di Marte…

    • Stefano

      Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo. Che, detto tra noi, mostra grandissime lacune di storia romana, facendo apparire dei “mauritani” (sic!) nella repressione dioclezianea della rivolta di Domizio Domiziano in Egitto (293-298).

  4. Caro Giorgio, ti dispiace, se dico che l’autore innominato sei tu?O è una delle mie solite cantonate da lettrice frettolosa?

  5. letizia leone

    Entro con ritardo in questo laboratorio e nel recuperare alla lettura tanta materia scottante (tra tutte le poesie, gli interventi, le riflessioni e illuminazioni che condivido pienamente) si rischia di rimanere al palo e storditi. Ma mi sembra che il punto focale del discorso non sia il frammento (che quale procedimento può ridisegnare una morfologia transitoria) ma la poesia senza Telos come esemplifica in modo straordinario il testo di Linguaglossa. E oltre a Sanguineti c’è stato anche qualche altro apripista che ha fatto “saltare in aria i pacchetti natalizi” …qui ritrovo in pieno un’ idea di “poeta statico” che smantella ogni piano narrativo, ogni conseguenzialità contenutistica-psicologica e con l’eliminazione dei nessi casuali apre alla simultaneità, alla prospettiva orizzontale, al “work in progress”, una composizione e ricomposizione dell’“opera che diventa opera mentre nasce” e si trasforma in lavoro collettivo, a più mani. C’è in fondo una certa affinità con la concezione della poesia del primi romantici, di Schlegel ad esempio, della poesia universale e progressiva, un “poetare in divenire” e mai compiuto: “… tornare a congiungere tutti i generi divisi della poesia, e di tornare a porre in contatto la poesia con la filosofia e la retorica. Essa vuol anche, ora mescolare, ora fondere, poesia e prosa, genialità e critica, poesia d’arte e poesia naturale; rendere la poesia viva e socievole, e la vita e la società poetica; poetizzare l’arguzia e riempire e saturare le forme dell’arte con un genuino materiale di cultura di ogni specie, animandole con le vibrazioni dello humour…” E ancora : “Quanto più la poesia diventa scienza, tanto più essa diventa anche arte.”

    • Salvatore Martino

      Come non condividere il pensiero così lucidamente espresso da Letizia Leone. Ringrazio Linguaglossa che con questo inserto ha dimostrato che in fondo anche in Italia esistono poeti contemporanei di notevole livello merito non da poco sul quale meditare. Salvatore Martino

      • ubaldo de robertis

        Letizia Leone posa lo sguardo sul foglio elettronico dell’Ombra, disserta sulle varie forme di poesia e più in generale dell’arte che vi scorge, e subito riesce a riempire lo spazio di benefiche vivacizzanti considerazioni. Unisco il mio elogio a quello di Salvatore Martino.
        Ubaldo de Robertis

  6. Complimenti a Stefano per aver azzeccato l’autore del pezzo innominato: Jorge Francisco Isidoro Luis Borges Acevedo. Io mi sono limitato ad intervenire sul “montaggio” delle singole frasi che fanno parte delle pagine iniziali de L’Aleph, uno dei romanzi più geniali del Novecento. Che cosa significa? Significa questo: che il montaggio (o ricomposizione) dei singoli «frammenti» di un testo di narrativa o di prosa, può rivelarci nuovi modi di concepire la forma-poesia; è una sorta di verifica sperimentale di quanto andiamo dicendo e facendo. La poesia italiana, nell’attuale fase di stallo che dura da molti decenni, ha assoluto bisogno di nuove idee, di scosse elettriche, di massaggi cardiaci. E questo è il compito di una Rivista come l’Ombra, fatta giorno per giorno, anzi, ora per ora, direttamente dai poeti, senza le mediazioni della figura del critico (purtroppo!). C’è bisogno che i poeti surroghino l’assenza della critica con il loro pensiero critico, con le loro soluzioni, con la loro inventiva. Non c’è nessuno che pensa per i poeti (e, direi per fortuna). Forse possiamo ispirarci ai risultati della scienza che, giorno per giorno, ci offre nuovi spunti di meditazione e di ispirazione.

    Letizia Leone ha ben compreso l’essenza del nostro fare: far «“saltare in aria i pacchetti natalizi” …qui ritrovo in pieno un’ idea di “poeta statico” che smantella ogni piano narrativo, ogni conseguenzialità contenutistica-psicologica e con l’eliminazione dei nessi casuali apre alla simultaneità, alla prospettiva orizzontale, al “work in progress”, una composizione e ricomposizione dell’“opera che diventa opera mentre nasce” e si trasforma in lavoro collettivo, a più mani».
    Con dicitura esemplarmente chiara Letizia ci dice che la strada è già stata tracciata: una «poesia universale e progressiva, un “poetare in divenire” e mai compiuto: “… tornare a congiungere tutti i generi divisi della poesia, e di tornare a porre in contatto la poesia con la filosofia e la retorica. Essa vuol anche, ora mescolare, ora fondere, poesia e prosa, genialità e critica, poesia d’arte e poesia naturale; rendere la poesia viva e socievole, e la vita e la società poetica».

    Il poeta deve essere un recettore dinamico di elementi eterogenei e dispersi, perché la realtà che si dà all’uomo di oggi, è una realtà di bit di informazioni disparate, diversissime, distanti anni luce l’una dall’altra; mai nessuna epoca come la nostra è stata così ricca di informazioni, di realtà disparate, di elementi ontologicamente diversi che entrano a far parte della nostra realtà quotidiana.

    Quello che io stigmatizzo nei poeti milanesi è che la loro Milano, messa sulla carta con lo scotch della toponomastica, risulta fredda, non parla, non emoziona; la loro è una procedura tautologica, non basta nominare viadotti e strade e negozi per rendere la poesia viva, la toponomastica può essere solo una tessera di un mosaico vastissimo di schegge e di «frammenti», di informazioni etc.

    E bisogna anche comprendere quello che ha rilevato con grande acume Steven Grieco Rathgeb sulla mia poesia, cioè che essa fa uso di ready made, ma in un modo che non è mai stato fatto in passato, e che con questo procedimento ho fatto «saltare in aria 60 anni di poesia lirica». Nominare in una poesia sullo Stige persone realmente esistenti come Evgenia Arbugaeva (che non ho mai conosciuto se non attraverso le sue splendide fotografie della Siberia) e lo stesso amico poeta Steven Grieco Rathgeb, significa aver mischiato i due piani ontologici, quello della realtà «di fuori» e quello della realtà «di dentro», due realtà distinte e separate ma che fanno parte del nostro medesimo mondo ontologico e omologico. Grieco ha individuato con grande acutezza questo elemento di una «poesia olografica». Poiché la realtà è un ologramma, non vedo perché la poesia non possa essere pensata e scritta come un ologramma.
    Credo che questo sia un modo rivoluzionario per far saltare sulla dinamite la poesia che si fa oggi in Italia. Intendo quella maggioritaria.

    E vorrei ricordare che, in sede storiografica, il primo procedimento di composizione «in frammenti» della poesia italiana del Novecento è stata l’opera di Alfredo de Palchi scritta dal 1947 al 1951 nei penitenziari di Procida e Civitavecchia, durante i sei anni di detenzione: La buia danza di scorpione che sarà pubblicata nel 1993 a New York da Xenos Book. A rileggere oggi quella poesia risulta chiarissima quella rivoluzionaria novità di composizione. Ma si trattava di un tipo di composizione che ho denominato «frammenti emotivi» derivanti da una situazione esistenziale scissa e alienata al massimo grado.

  7. IL mio errore è imperdonabile; però dimostra che ci si può impadronire di un testo fino a farlo proprio, a farlo entrare a far parte del proprio immaginario.

    • cara Anna, il tuo «errore imperdonabile» è un regalo così grande che non sono assolutamente degno di ricevere. Se avessi scritto io quella pagina di prosa-poesia di Borges, mi potrei accontentare per l’eternità. Grazie cmq del tuo errore che per me è un grande onore.

  8. Gino Rago

    Mi limito all’espressione di gratitudine verso L’Ombra delle Parole e verso Giorgio L. per questa pagina imperdibile. Che siano i versi ospitati e proposti a parlare per i poeti.
    Vivo l’apprezzamento per l’acume di Letizia Leone.
    Gino Rago

  9. Stefano

    Ricevo una scomposizione da un autore che vuole restare innominato. La incollo:

    Affiliato Carrefour Market

    Grillo IGT € 4,75
    Rosso Gotto € 1,99
    Verdicchio Terre € 4,90
    Articoli 16
    Sauvignon Villa Chio € 4,90
    Riflessi Bianco € 4,50
    Rosso Conero € 4,39
    Totale € 66,46
    Sangiovese € 3,69
    Reso scatolame € – 0,70
    San Severo € 3,39
    Balbino Vermentino € 5,90
    Verduzzo IGT € 3,49
    Contanti € 80
    Refosco IGT € 3,99
    Resto € 13,54
    Pinot Bianco € 3,49
    Merlot Vialla Chiopis € 4,90

    Grecanico IG € 2,49

    Riparosso € 5,89

  10. gentile Stefano,
    le comunico (ma potrà essere maggiormente preciso lo slavista Antonio Sagredo) che una delle letture preferite di Boris Pasternak era l’elenco telefonico.
    Cmq allegria e congratulazioni per questo bellissimo pezzo di poesia olografica del Signor Innominato.

    • Stefano

      Gentilissimo,
      Lei è un grande intenditore! Più che ol(e)ografica, è una scomposizione … vitigrafica! 🙂 Su Pasternak ci fidiamo senza l’intervento dello slaveista. Lettura eletta di Bukowski erano i reports delle corse dei cavalli. Cordialissimi (in tema con la scomposizione)

      • gentilissimo Stefano,

        forse pochi sanno che il grande fisico Ettore Majorana aveva dei veri e propri raptus durante i quali veniva preso da una vera febbre di numeri, e allora doveva aprire l’elenco telefonico e leggere i numeri telefonici che ivi abitavano, imparandoli istantaneamente a memoria. Forse il genio deriva da un grave difetto, da un vuoto, da una voracità che consegue a quel vuoto. Di qui la fame di parole o di numeri.
        Però avrei bisogno di sapere qual è il vino migliore a parità di prezzo.

        Ho fatto spesso un esperimento. Quando mi trovo davanti ad un aspirante poeta gli faccio una domanda un po’ ironica, se quello lì risponde seriamente, vuol dire che è un mero letterato, se invece risponde a tono, allora vuol dire che è di intelligenza superiore.
        Di solito tutti quelli che non si mettono in discussione si prendono per seri e rispondono seriamente.

        • Stefano

          Gentile Professore, e se riuscissi a sottoporLe un testo, in versi, difficilissimo da scomporre e, tuttavia, contemporaneissimo? Accetta la sfida amichevole?

  11. Gino Rago

    – “…Noi che siamo venuti dopo possiamo apprendere da loro che la “magia”
    ha senso solo quando si pone al servizio del realismo (c’è mai stato un mago più realistico di Prospero?) e il realismo ha tutto da guadagnare da robuste dosi di fantastico.
    Infine, (Shakespeare e Cervantes) entrambi rifiutano di fare la morale, ed è soprattutto in questo che sono più moderni di tanti venuti dopo di loro…”,
    dal mini saggio “Shakespeare e Cervantes siamo noi” di Salman Rushdie.
    La sintesi delle meditazioni di Rushdie è che Shakspeare e Cervantes
    hanno in comune la mescolanza dei generi, i passaggi realtà-fantasia,
    l’antimoralismo. (Punti ben colti anche dall’alto magistero di Harold Bloom
    nel “Canone Occidentale”).
    – Da Nabokov da tempo abbiamo appreso questa sua idea: << Non posso separare il piacere estetico di vedere una farfalla e il piacere scientifico di sapere che cos'è".
    La pagina attuale de L'Ombra delle Parole non è azzardato intenderla come punto di arrivo-partenza delle considerazioni sinteticamente citate,
    segnalate acutamente da Letizia Leone nel commento con cui rientra nel dibattito, in corso su questa Rivista Internazionale Letteraria, che ci ha visti
    impegnati accanto a Giorgio L. che ci ha indicato la rotta.
    Gino Rago

  12. antonio sagredo

    INEDITO DI A.M. RIPELLINO POESIE DI OSIP MANDEL’STAM E COMMENTO DI ANTONIO SAGREDO da lombradelleparole.wordpress.com A proposito di nomenclatura, di elenchi di nomi e di cose, ecc.

    Le frasi fra parentesi quadre [ ] sono di A. M. Ripellino, come sue sono le traduzioni delle poesie qui edite.
    *
    La nomenclatura nei poeti russi è un procedimento fondamentale; vi è questa poesia di Mandel’štam del 1915 che ne attesta il principio: qui si dice di elenco di navi, ma l’elenco si estende a diversi strati culturali che si sono succeduti nelle varie epoche (questo per inciso è il procedimento principe di questo poeta di derivazione cubo-futurista).
    *
    Insonnia. Omero. Le vele tese.
    Io ho letto sino a metà l’elenco delle navi:
    questa lunga nidiata, questo treno gruesco
    che sopra l’Ellade un tempo si è levato.

    Come un cuneo di gru in confini (contrade) stranieri –
    sulle teste dei re c’è la schiuma divina –
    ma dove navigate? Se non ci fosse Elena,
    a che servirebbe Troia da sola, uomini achei?

    E il mare, e Omero – tutto questo è mosso dall’amore.
    Chi devo ascoltare? Ed ecco, Omero tace,
    e il mare nero, perorando, risuona
    e con un pesante tonfo si avvicina al capezzale.

    Osip Mandel’štam
    agosto 1915
    *

    Ma il poeta simbolista russo Aleksandr Blok mette a fuoco in questi versi di una poesia, Gli Sciti, – dedicati al poeta filosofo Solov’ёv nel 1918 – forse la caratteristica fondamentale che contraddistingue la poesia russa dalle altre poesie, che è un universalismo nomenclatorio che abbraccia ogni cosa, qualsiasi motivo di cultura.

    Noi amiamo tutto
    e il calore dei freddi numeri,
    e il dono delle visioni divine.
    Noi abbracciamo tutto,
    il piccante senso gallico
    e il cupo genio germanico.
    Noi ricordiamo tutto:
    l’inferno delle vie parigine,
    la frescura di Venezia
    e il lontano aroma dei boschetti di limone,
    e le moli fumose di Colonia.
    *
    qui > numeri dei telefoni e degli indirizzi in Mandel’stam:

    [Una grande erudizione è alla base di questa poesia, una erudizione che è più della nomenclatura dei poeti futuristi. Nei poeti futuristi la cultura è nomenclatoria, è una serie di nomi usati in senso fonetico e associati in senso di piroette lessicali. Qui invece è un profondo scavo al di sotto delle correnti culturali che tutte vengono risucchiate e calamitate nel primo ‘900].

    Leningrad

    Sono tornato nella mia città, nota sino alle lacrime,
    sino alle nervature, sino alle glandole gonfie dell’infanzia.

    Tu sei tornato qui – dunque inghiotti al più presto
    l’olio di pesce dei fanali del fiume di Leningrado!

    Riconosci al più presto il giorno di dicembre,
    dove il sinistro catrame è mescolato al giallo d’uovo.

    Pietroburgo, io non voglio ancora morire:
    tu hai i numeri dei miei telefoni.

    Pietroburgo! Io posseggo ancora gli indirizzi,
    dove troverò la voce dei morti.

    Io vivo su una scala nera, e sulla tempia
    mi batte un campanello strappato con la carne.

    E tutta la notte io aspetto ospiti cari,
    squassando i ceppi delle catenelle della porta.

    dicembre 1930 – Leningrado
    *
    qui, invece, vengono messi in linea, come in un elenco appunto, diversi starti e correnti della cultura…
    *
    si prosegue : >
    > [Questa poesia è costruita sulla tecnica di Chlébnikov: c’è una sua famosa poesia che comincia: ”Podere di notte, Gengiskan!”; e parla degli alberi che mozarteggiano – ossia il nome viene acquisito come termine di paragone, una tecnica piuttosto futuristica che acmeistica. La nomenclatura serve a far paragoni con la natura. È una reliquia di una vecchia cultura rinascimentale, quando libro e universo, la natura e la carta stampata erano la stessa cosa e non
    c’era censura fra la costruzione artistica e l’architettura stessa della natura. Qui c’è sempre il motivo della musica che ritorna spesso in Mandel’štam].

    *
    E Schubert sopra l’acqua, e Mozart nel chiasso degli uccelli,
    e Goethe che fischia sul sentiero che si attorce,
    e Amleto che pensa con passi timidi,
    consideravano il polso della folla e credevano alla folla.

    Forse prima delle labbra era già nato il fruscìo,
    e nel vuoto degli alberi turbinavano le foglie,
    e coloro, ai quali noi dedichiamo l’esperienza,
    prima dell’esperienza hanno ottenuto le fattezze.

    gennaio 1934, Mosca
    *

    Come già detto sopra la mania della nomenclatura, elenco di cose e di nomi si estende a tutte le manifestazioni artistiche; un esempio lampante è dato dalla pittura, e non poteva essere per i poeti russi, in primis, che la pittura italiana.
    *
    [Questo riferimento ai pittori non è solo derivato dal fatto che Mandel’štam., come diversi testimoni affermano e soprattutto Erenburg, era innamorato della pittura italiana e in particolare dei pittori veneziani, ma anche derivato da un procedimento fondamentale nella poesia russa moderna: quel procedimento nomenclatorio di cui Majakovskij ci dà altri esempi, e Chlebnikov con le sue nomenclature di pittori, con i suoi elenchi di pittori, e Zabolockij e tanti altri.
    La nomenclatura ha valore di catalizzatore suggestivo ed è sempre in un termine di paragone con qualche cosa di altro piano semantico, sempre allusiva; i mille urlanti pappagalli del Tintoretto sono una straordinaria immagine perché dà immediato colorismo sgargiante, un po’ retorico, del Tintoretto; e anche in Tiziano si vedono subito queste figure dalle alte mitre; tutto è condensato, come sempre fa Mandel’štam.
    Dà anche lui il suo contributo, abbiamo visto tante volte come figuri Schubert, come pura nomenclatura e tanti altri, come Mozart, Goethe.
    Mandel’štam quanto più si avvicina, nella seconda parte della sua vita, al futurismo, tanto più sviluppa questo procedimento, che era già fortissimo in Majakovskij, sin dalla Nuvola in calzoni].

    *

  13. antonio sagredo

    precisazione:
    (questo per inciso è il procedimento principe di questo poeta – ANCHE – di derivazione cubo-futurista).

  14. Ci sono due versi dell’autore innominato,che insisto a voler attribuire a Giogio Linguaglossa:”Un cielo così azzurro /da parermi di porpora.”.Come gli appartengono la percezione del muro, ma anche il senso dell’ascensione.Affascinante l’elenco delle derrate proposto da Stefano: tra i primi documenti della scrittura dell’uomo ci sono, appunto, elenchi di questo genere: la realtà che si fa poesia.

  15. antonio sagredo

    “Un cielo così azzurro /da parermi di porpora” : non posso amputarmi la bocca e la voce e la gola: quato non è un verso affatto! – è un verso “spiegato” — s/piegato … che spiega: in questo verso ogni parola è orribile, ed terribile che lo si definisca verso! – sono orribili: “cielo” combinato al colore “azzurro”: non c’è banalità più ottusa… – l’azzurro ha già da quasi 100 anni che ha fatto il suo tempo! — “da parermi”: è una schifezza assoluta! – l’unica parola degna .”porpora” ma va a legata a parole più nobili e disincantate.
    Basta così, non si può continuare a vedere scrivere certe oscenità.

  16. Giuseppina Di Leo

    Scrivere per cambiare se stessi e «non pensare più la stessa cosa di prima», diceva Foucault. Come affermava anche che il libro opera una trasformazione nell’autore e nel lettore.
    In virtù di questa trasformazione con la scomposizione si va anche oltre; trasformazione nella staticità, potremmo dire.
    Ricordo di aver effettuato – un po’ di tempo fa, su questo blog – un esperimento analogo su una poesia di un poeta russo (forse Mandelstam?), cosa che suscitò un certo dibattito (con qualche punta di disapprovazione), e mi piacerebbe che Giorgio ritrovasse quell’esperimento.
    Mi trovo d’accordo con il pensiero che ispira questo post.

  17. Caro Antonio, ma perchè il cielo non può “diventare di porpora”?Detto poi da te,che sei così fantasioso! Sto rileggendo “Bistrot”, nella speranza di comprenderlo a pieno e, in qualche modo, farlo entrare nel mio immaginario.Non è facilissimo.

  18. Scrive Antonio Sagredo:
    Un cielo così azzurro /da parermi di porpora” : non posso amputarmi la bocca e la voce e la gola: questo non è un verso affatto! – è un verso “spiegato” — s/piegato … che spiega: in questo verso ogni parola è orribile, ed terribile che lo si definisca verso! – sono orribili: “cielo” combinato al colore “azzurro”: non c’è banalità più ottusa… – l’azzurro ha già da quasi 100 anni che ha fatto il suo tempo! — “da parermi”: è una schifezza assoluta! – l’unica parola degna .”porpora” ma va a legata a parole più nobili e disincantate.
    Basta così, non si può continuare a vedere scrivere certe oscenità. –

    Perdonami, Antonio, se sono di parere contrario. Io non vedo nulla di male (e/o di brutto) nello scrivere un verso così fatto:

    Un cielo così azzurro /da parermi di porpora

    In sé e per sé, il verso non è né BELLO Né BRUTTO, chi l’ha scritto gioca sull’elemento coloristico, sulla contraddizione tra “azzurro” e “porpora” e sul raddoppiamento tra “cielo” e “azzurro” (che tu affermi essere troppo ovvio). Ma quello che tu stigmatizzi come raddoppiamento inutile, io invece lo vedo come una astuta soluzione per attirare il lettore sulla elementarietà di quel raddoppiamento, e quindi vedo in positivo ciò che tu invece consideri in negativo. Tutto dipende dalle aspettative del lettore. Se il lettore si aspetta una FORTE DEVIAZIONE DALLA NORMA, allora il verso risulterà debole; se invece (come il sottoscritto) si attende una DEVIAZIONE DEBOLE, allora il verso risulta forte. Insomma, qui il problema non è così semplice e, a mio avviso, non lo si può risolvere misurandoci soltanto con il verso in questione, ma dobbiamo prendere in considerazione i versi che precedono e quelli che seguono; e anche fatto ciò, non basta, perché dovremmo prendere in considerazione lo statuto degli stili di scrittura del tempo in cui quei versi vennero scritti, qual era lo stile maggioritario, quali quelli minoritari, quali quelli laterali; ma anche fatto ciò, non sarebbe sufficiente perché dovremmo porci dal punto di vista delle attese stilistiche, metriche, lessicali e musicali del lettore… Insomma, con il criterio BELLO-BRUTTO io credo che non si vada da nessuna parte. Dobbiamo liberarci di queste categorie del tutto soggettive e intuizionistiche che nulla hanno a che fare con la critica letteraria.

  19. antonio sagredo

    Sono un poeta “in/classificabile” e un critico “in/attendibile”…
    quell’ ” in ” iniziale mi affascina sempre di più.

  20. Giuseppe Panetta

    Purple rain, purple rain
    Purple rain, purple rain
    Purple rain, purple rain
    I only wanted to see you
    Bathing in the purple rain

    “Il fu Prince”

  21. I poeti, come ha scritto Adam Zagajevski, spesso dimorano in una strettoia «tra Atene e Gerusalemme», «tra la verità mai pienamente raggiungibile e il bello, tra il pensiero e l’ispirazione». «Tale viaggio – continua Zagajevski – può essere descritto nel modo migliore con un concetto preso in prestito da Platone – metaxy: essere “tra”, tra la nostra terra, il nostro ambiente ben noto (tale almeno lo riteniamo), concreto, materiale, e la trascendenza, il mistero. Metaxy definisce la situazione dell’uomo quale essere che si trova irrimediabilmente “a metà strada”». Metaxy, deriva dal platonico métechein, che significa «prender parte», «mezzo dove gli opposti trovano mediazione».

    Io parafraserei così la frase di Zagajewski: la poesia dimora fra Atene e Hong Kong, fa parte del mondo, è un ente che sta tra Empireo e Terra, un equilibrio precario che la poesia deve reinventare ad ogni passo. La poesia è un ente che sta “tra”, questo suo essere tra due mondi è la sua ragione di esistenza e la sua quintessenza. Ogni civiltà produce la sua forma-poesia, che è necessariamente diversa da quella del passato. Il «frammento» è questo tra-mite, questo ponte interrotto che unisce due sponde.

    Roberto Bertoldo a proposito del suo concetto di «surrazionalismo»: «La poesia resta una creazione oltre la ragione e la realtà, però passa nel corpo dell’autore, attraverso di esse. La ragione che va oltre la ragione assume in sé quegli “integratori emotivi” che la qualificano. Il surrazionalismo è questa ragione che ‘risolve’ la contraddizione nell’emozione»
    (R.B. Nullismo e letteratura p. 251 Mimesis).

    La poesia di oggi non può che essere «surrazionale», si ciba di integratori emotivi e cognitivi e temporali. È una cosa non propriamente prevedibile, non è data a-priori e neanche a-posteriori, e non è distinguibile dal kitsch.

  22. Scriveva T.S. Eliot a proposito della poesia di Marianne Moore:

    «È possibile prevedere la gloria futura di un poeta?Non è molto quello che sappiamo circa il valore dell’opera dei nostri contemporanei; anzi, è ben poco, quasi quanto sappiamo del valore della nostra stessa opera. Vi si possono trovare qualità che esistono soltanto per la sensibilità contemporanea, così come vi si possono nascondere virtù che diverranno evidenti soltanto col tempo. Quale posto le spetterà quando noi tutti saremo scrittori defunti, non possiamo dirlo con alcuna approssimazione.
    Se proprio si deve parlare dei contemporanei, è quindi importante stabilire prima di tutto che cosa possiamo affermare con convinzione e che cosa deve restare aperto al dubbio e alla congettura. L’ultima cosa che possiamo giudicare è certamente la loro “grandezza”, o piuttosto la loro relativa eccellenza o mediocrità in rapporto al concetto di “grandezza”. Nel concetto di grandezza, infatti, sono impliciti significati morali e sociali che possono essere percepiti soltanto da una prospettiva più remota e dei quali si può forse dire addirittura che sorgono nel corso della storia. Non si può predire quale sorte avrà una certa poesia, quale azione eserciterà sulle generazioni successive. E tuttavia possiamo credere, con un certo fondamento, che esista qualche cosa, una qualità, che può essere riconosciuta da un piccolo numero, soltanto da un piccolo numero, di lettori contemporanei; ed è la genuinità.
    Dico di proposito “soltanto un piccolo numero”, perché sembra probabile che, quando un poeta riesce a conquistare in vita un pubblico numeroso, una porzione sempre crescente di ammiratori lo ammirerà per ragioni estranee, per ragioni non sostanziali. Non è detto che siano cattive ragioni, ma allora la notorietà del poeta sarà semplicemente quella di un simbolo, dovuta alla sua capacità di compiere sui lettori un’azione stimolante, o consolante, in ragione del particolare rapporto che lo lega ad essi nel tempo. Questa azione sui lettori contemporanei può essere a volte il risultato, giusto e legittimo, di una grande poesia; ma è anche accaduto, assai spesso, che fosse il risultato di una poesia effimera.
    Non sembra molto importante il fatto che il poeta debba lottare con un’epoca distratta e paga di sé, e quindi ostile a nuove forme di poesia, oppure con un’epoca come l’attuale, incerta, diffidente di se stessa e avida di nuove forme che le diano un blasone e il rispetto di se stessa. Per molti lettori moderni ogni novità formale, per quanto epidermica, è la prova, o l’equivalente, di una sensibilità nuova; e se poi la sensibilità è fondamentalmente ottusa e dozzinale, tanto meglio; poiché non vi è strada più rapida per arrivare a una popolarità immediata, anche se passeggera, che quella di servire merci stantie in confezioni nuove. Vi sono alcune prove che permettono di accertare la novità e la genuinità di un prodotto, e una di queste – è una prova puramente negativa, d’accordo – si può eseguire osservando la reazione dei cosiddetti “amanti della poesia”; se il prodotto suscita la loro avversione, è probabile che ci troviamo davanti a una poesia veramente nuova e genuina».

  23. copio e incollo questo commento inviatomi da Giuliana Lucchini:

    SCRITTURA DI LUCE : POESIA.
    PAROLA ATTUALE.

    Qualcuno cerca qualcosa di nuovo nella poesia attuale.
    Non c’è niente di nuovo. Dopo T.S.Eliot, che ha dato l’avvio al tenore moderno di “poesia per frammenti”, parola quotidiana, niente di nuovo sotto il sole, niente più lampi di genio. E cosa d’altronde può ancora mutare nella condizione della lingua? La vita si muta da sé. Tutto per bene. Il linguaggio già corre (in bocca alla bocca) verso il suo trasformarsi – come cibo. Nomi, non versi, parlano di sé. Ciò che vai a indicare, in cui ti identifichi, subito viene a decadere. Nelle sue stanze chiuse, piene di mobili, di oggetti, la donna si alza nuda davanti allo specchio. Specchio che altri specchi rispecchia. Vestiti usati sparsi per terra. Parole dismesse. Tende. Parole da riformare alla luce della convenienza.
    La mente crea connessioni, paure, affetti, movimenti dell’io profondo. Sfrecciano raggi da vetrate quando va bene.
    In via di scrittura, la moda sforna accostamenti insoliti fra gli elementi, niente di particolare, il dettaglio non si sposta dal suo insieme.

    Immaginazione. Qualcuno la alza come porta-bandiera.
    Rileggete i vostri libri già scritti. Trovate quanti spostamenti di senso tentate nel dipingere il quadro della vostra vita, del vostro intimo essere, ché sempre di questo si tratta (anche quando vi si nasconda dentro la propria testa di bruco).
    Dunque senza immagine non c’è vitalità. Non resta nulla. Che cosa la poesia può invidiare all’arte pittorica? Colore? Il senso del non senso? Tutto provato in pratica. L’astratto su carta, il ben disposto impatto visivo, incomprensibile al cervello. L’elemento nascosto, il significato da trovare. La visione insolita. L’euforia.

    Intuizione. Qui si richiama la gente al dunque. A frotte. Specchio per allodole. A questo si chiede di giungere per lampi, per capire. Al formarsi intrinseco di ciò che non si vede.
    Nascostamente sforzo di pazienza, della mente di chi a leggere si pone. Una volta bastava articolare grammatica e sintassi secondo certi schemi leciti e sublimi. E tutto il bello davanti combaciava.

    D’altronde cos’è la poesia? Che cosa la distingue (o la trattiene) dal volgersi in più semplice prosa? L’essere più facile, immediata, essendo più breve? Criptica con permesso?
    La mente è lessicografa.
    La stessa “narrativa” a volte smania per essere poesia alta. In lunghe pagine. La invidia.
    Parlare per frammenti? Saltare di palo in frasca? Parole sempre fuggitive. Di cui abusa il pensiero, che muove il cervello a ragionare d’amore.

    Illuminazione. Ad un tratto scatta qualcosa. Una luce come una freccia. Scuotono, in effetti, ti colpiscono, certi scarti di senso, certi salti acrobatici delle parole in corsa.
    Abbiamo una brava poetessa che in questa direzione fa delle parole la sua bandiera al vento, Maria Grazia Calandrone. Nel movimento coglie di sorpresa. Al suo meglio, nessuno eguaglia la sua parola emotiva, cui la lettura sonora corrisponde.
    Dopo di lei, sulla stessa linea, è la meno conosciuta Francesca Lo Bue, spagnolo/ italiano e viceversa.
    Non trovo nominativi maschili. Gli uomini in genere sono più freddi, scoppiano forse, ma vogliono essere matematici, uno più uno fa due. Tengono a distanza l’emozione che non sia di natura perfettamente cerebrale.

    Nel cuore dell’essere umano la tigre si è uccisa da sola.
    Nella mente si sta seduti immobili sulle parole, in silenzio come Buddha, meditazione di secoli a venire.

    Chi cerca nuove vie, torna sulle antiche, abbandona la violenza del clima, il modo convulsivo dell’andare, il moto compulsivo del parlare. Parola piana, cifra modesta, sgombro d’ambizione. Mente non giudicante. Riporta elasticità di pensiero all’oggetto fatto lume.

    “ i sassi del fiume perdono gli spigoli,
    sabbia, da pietra, diverremo,

    quello e questo, acuti e disciolti,
    polvere o pulviscolo, noi

    dove si nasconde dalla luce
    l’altra metà del cielo”.

  24. Scrive Giuliana Lucchini:

    «Qualcuno cerca qualcosa di nuovo nella poesia attuale.
    Non c’è niente di nuovo. Dopo T.S. Eliot, che ha dato l’avvio al tenore moderno di “poesia per frammenti”, parola quotidiana, niente di nuovo sotto il sole, niente più lampi di genio».

    Indubbiamente, nella nostra epoca epigonica, siamo tutti attinti da questo sentimento di frustrazione, di inutilità dato che proveniamo dal “secolo breve”, quello che ci ha dato tre guerre mondiali e la fissione dell’atomo con la bomba atomica nella sua borsetta da viaggio. Viviamo in un’epoca di epigonismo. Siamo tutti epigonici. Siamo tutti stanchi. Detto questo, ritorniamo al punto da capo. Una asserzione che ci consola, ci consola e ci culla sapere della nostra epigonicità, di essere figli minori di un dio minore. Però, cara Giuliana, tu stessa fai due nomi di poetesse che oggi bucano il contesto di non-novità della poesia contemporanea, ciò quasi a sconfessare la tua asserzione di non-novità della poesia italiana.
    Oggi siamo in un momento di transizione, ci aspettano due grandi rivoluzioni nel futuro: la prima: la rivoluzione indotta dalle nano tecnologie; e la seconda, la rivoluzione indotta dalla biotecnologia. Due rivoluzioni che cambieranno la faccia della nostra civiltà, di cui possiamo solo intravvedere le enormi potenzialità. Ma, si dice, questo non cambia la nostra vita quotidiana, non cambia nulla dell’essenza dell’uomo, e via cantando. Io non sarei d’accordo: la rivoluzione del fuoco e la scoperta della ruota hanno cambiato l’evoluzione dell’homo sapiens; la rivoluzione tipografica con l’invenzione della stampa ha cambiato il corso della storia dell’homo sapiens; direi anche che la scoperta della fissione dell’atomo ha prodotto un mutamento nel corso della storia dell’homo sapiens, non sarei sicuro se in meglio o in peggio, ma ha cambiato la storia. Altre rivoluzioni sono alle porte ed è agevole pensare che cambieranno il corso della vicenda umana sulla terra. Tutto cambia, tutto è in mutamento, e non vedo perché soltanto la poesia debba rimanere sempre eguale a se stessa. Sento questo ritornello da quando ero un bambino, molte persone lo ripetono, molti letterati, non so se per sfiducia o per convinzione. Io invece penso che la poesia possa e debba cambiare, anzi, sta già cambiando, e chi non vede gli elementi di questo cambiamento, forse non li vuole vedere, forse è più comodo sedersi in attesa del sempre eguale. Se tutto fosse inutile, se la poesia, il romanzo, la pittura, la scultura, l’arte non potessero più cambiare, che ci stiamo a fare noi qui? Non sarebbe meglio chiudere bottega e candidarci a fare il sindaco di Roma?

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