Esercizio di Composizione e Scomposizione di una poesia inedita di Giorgio Linguaglossa ad opera di Ubaldo De Robertis “Anahit” (da “Il tedio di Dio. viaggio nel paese delle ombre”) con un Appunto descrittivo di Laura Canciani

Anahit foto di DON-RICCHILINO

Anahit foto di DON-RICCHILINO

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Georg Trakl. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma con Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto.
Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato Mimesis, Milano Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 – 2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e Three Stills in the Frame Selected poems (1986-2014) Chelsea Editions, New York. Nel 2016 pubblica il romanzo 248 giorni con Achille e la Tartaruga. Ha fondato la Rivista Letteraria Internazionale lombradelleparole.wordpress.com  – Il suo sito personale è: http://www.giorgiolinguaglossa.com e-mail: glinguaglossa@gmail.com
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Anahit marty-feldman

Anahit marty-feldman

Appunto descrittivo di Laura Canciani
.https://www.youtube.com/watch?v=gaPblR7SE_0
“Anahit” è una classica poesia di Giorgio Linguaglossa. Parla Mnemosyne per il tramite di un poeta che narra la storia di un altro poeta, che è il suo Doppio. Ecco la figura del Doppelganger che si manifesta in tutta l’opera linguaglossiana. Una poesia di frantumi di specchi deformati. Inizia con un «ricordo più antico»: un’ombra entra nella stanza n° 27 dell’Hotel Astoria dove un personaggio non precisato porge un «foglio» al narratore della poesia in cui c’è scritta una sola parola: «È irrevocabile». Questo è l’incipit. Tutta la poesia che segue è il tentativo del poeta che narra di scoprire che cosa volesse significare quella parola. Ma, per scoprire quel significato il protagonista ci impiega una vita. Una vita in cui appaiono vari personaggi: «un violinista» che, per paradosso non sa suonare; un «angelo gobbo» che impone al musicista di suonare il primo capriccio di Paganini; subito dopo compare il «padre» che «ha lottato con le ombre», che sta «dietro il muro», «che lotta con le belve»; un «nano gobbo» «che lo insulta», dei «gendarmi» «che aizzano dei dobermann contro di lui». Il poeta, il personaggio che racconta, è fuori quadro, ogni tanto, il poeta oggetto della poesia viene colto di sorpresa dal narratore a cercare la «foto di «Enceladon» [Chi è questa misteriosa Enceladon? Chi rappresenta?]  «nella tasca interna della giacca»; compare una «modella» del secolo XXI [Ancora un doppio. Ma di chi?], un «fotografo che scatta delle fotografie». E, infine, una misteriosa «dama veneziana» [Di nuovo un Doppio]. E poi di nuovo l’Hotel Astoria. «Quindici stanze». «Mio padre imbraccia il violino». «Quindici porte chiuse, ma io ho una sola chiave» [il Labirinto, metafora della memoria e della vita]. Il poeta dice di affacciarsi «ad una finestra» e vede «un centauro [che] galoppa» e che atterra su un prato verde di cartolina; poi c’è «un pittore» che «dipinge sulla tela un sole spento» [Perché «spento»?]. E, di nuovo, ricompare la «dama veneziana [che] passeggia sul Ponte di Rialto. È mia madre» [Di nuovo, ritorna Venezia, in filigrana, in trasparenza]. È straordinario come tutti questi eventi e personaggi si intreccino nella memoria del poeta, una memoria profonda, insondabile. Dunque, la risposta a quella «domanda» non può essere che una discesa agli inferi, la gerontocrazia del Male, all’interno della memoria. E allora? Allora, il poeta scopre che «Il libro della felicità lo sta scrivendo il pittore». Ma chi è il pittore? Si chiede il lettore. La risposta è semplice, siamo tu ed io, siamo tutti noi lettori abitanti del pianeta Terra. E che fa di così speciale il «pittore»? – Nulla, niente di speciale, ama «una prostituta di Trastevere… E scivola anche lui nel sonno».
Finita la poesia, il mistero si infittisce. Che cosa ha scoperto il poeta che non può dirci? Appunto questo, il poeta che narra ha scoperto qualcosa che non può comunicare al poeta che vive. Essi sono due entità distinte. Come il figlio è distinto dal padre chiuso in una delle «quindici stanze». Entrambi sono nel «sonno». L’ultima parola della poesia è, appunto, «sonno».
In fin dei conti, la poesia si presenta come un geroglifico. È questa la sua bellezza, che è costretta a dire qualcosa di indicibile, di inspiegabile [Dimenticavo di dire che il titolo della composizione prima di Anahit era: Il libro della felicità lo sta scrivendo il pittore, da cui si evince che tema della poesia è la Felicità]
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Anahit 2

Anahit

Poesia originale di Giorgio Linguaglossa

Anahit

.

1) […]
Era forse il mese di aprile.
La casa dei nonni tra gli aranci in fiore.
– È il mio ricordo più antico –
Un’ombra entrò nella stanza n° 27 dell’Hotel Astoria.
Mi porse un foglio.
C’era scritto: «È irrevocabile».
«Cosa – chiesi – è irrevocabile?»,
ma l’ombra
così come era giunta, scomparve nell’oscurità.
8) […]
Un interno al 77mo piano di un grattacielo di New York.
Il violinista apre esitante la custodia di mogano,
imbraccia il violino.
«Cosa devo suonare?», chiede all’angelo gobbo.
«Un capriccio di Paganini, il primo, allegro con brio».
Di colpo, il violino sopprime la cornice dell’ombra
lo spartito del sonno scompare, il violinista vola nell’aria,
ritorna nella sua casa bianca che dorme nel bosco.
Frugo nella tasca interna della giacca.
Non ho più con me la foto di Enceladon…
2) [..]
Mio padre ha lottato con le ombre.
Dietro il muro bianco, c’è lui che lotta con le belve.
C’è un leopardo che gli ringhia contro.
Nascosto dietro la finestra, dietro la porta,
c’è un nano gobbo che lo insulta.
Dei gendarmi aizzano dobermann contro di lui.
Io gli grido di stare attento.
Grido da dietro la parete del muro bianco.
Ma lui non può udirmi.
Perché è dall’altra parte della parete.
4) […]
«E adesso si può chiudere il sipario», mi dice
un’ombra di qua dall’oscurità.
[Ci sono delle ombre prigioniere nelle gabbie di ferro].
Ma io non ascolto, continuo a frugare
nelle tasche della giacca.
Faccio un passo oltre la soglia.
Siamo nel secolo XXI.
Uno studio fotografico. Una donna nuda
[In bianco e nero. Una modella di Vogue?]
cammina con i tacchi a spillo su un pavimento
di linoleum bianco su sfondo grigio chiaro. Un fotografo
scatta delle fotografie, in tutte le posizioni.
“Non ho mai visto una donna così bella”,
pensai “se non a Venezia nell’acqua alta:
Una dama in maschera solleva il vestito sopra il ginocchio…”,
ma dimenticai quel pensiero.
Poi qualcuno cambiò fotogramma
e pensai ad altro.
9) […]
Prese un altro film dalla cineteca.
E riavvolse il nastro.
5) […]
La dama veneziana si cambia d’abito.
Noi, al di qua dello spazio e al di là del tempo,
ammiriamo i suoi merletti di trine
i capelli color rame a torre sul suo volto in maschera.
Intanto, dietro il muro bianco c’è mio padre
che gioca con i serpenti.
7) […]
Hotel Astoria.
Nel sogno ci sono quindici possibilità. Quindici stanze.
Mio padre imbraccia il violino.
Un corridoio. Ci sono quindici porte chiuse,
ma io ho una sola chiave.
3) […]
Mi affaccio ad una finestra.
Un centauro galoppa su un prato verde di cartolina.
Un pittore dipinge sulla tela un sole spento.
Una dama veneziana passeggia sul Ponte di Rialto.
È mia madre.
Tocco nella tasca interna della giacca
la foto di Enceladon.
È sempre lì, dove l’avevo dimenticata.
6) […]
Un altro passo all’indietro.
Il libro della felicità lo sta scrivendo il pittore.
Un cavalletto e una tela bianca.
Dalla parete di destra una debole luce filtra dalla finestra.
Il pittore dipinge il volto della sua amante.
Una prostituta di Trastevere. Le chiede di stare in posa.
E scivola anche lui nel sonno.
.
Anahit Charles Laughton - The Hunchback of Notre Dame (1939)

Anahit Charles Laughton  The Hunchback of Notre Dame (1939)

SCOMPOSIZIONE DELLA POESIA IN FRAMMENTI
ad opera di Ubaldo De Robertis
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Anahit
.
[…]
Era forse il mese di aprile.
La casa dei nonni tra gli aranci in fiore.
– È il mio ricordo più antico –
Un’ombra entrò nella stanza n° 27 dell’Hotel Astoria.
Mi porse un foglio.
C’era scritto: «È irrevocabile».
«Cosa – chiesi – è irrevocabile?»,
ma l’ombra
così come era giunta, scomparve nell’oscurità.
[…]
Mio padre ha lottato con le ombre.
Dietro il muro bianco, c’è lui che lotta con le belve.
C’è un leopardo che gli ringhia contro.
Nascosto dietro la finestra, dietro la porta,
c’è un nano gobbo che lo insulta.
Dei gendarmi aizzano dobermann contro di lui.
Io gli grido di stare attento.
Grido da dietro la parete del muro bianco.
Ma lui non può udirmi.
Perché è dall’altra parte della parete.
[…]
Mi affaccio ad una finestra.
Un centauro galoppa su un prato verde di cartolina.
Un pittore dipinge sulla tela un sole spento.
Una dama veneziana passeggia sul Ponte di Rialto.
È mia madre.
Tocco nella tasca interna della giacca
la foto di Enceladon.
È sempre lì, dove l’avevo dimenticata.
[…]
«E adesso si può chiudere il sipario», mi dice
un’ombra di qua dall’oscurità.
[Ci sono delle ombre prigioniere nelle gabbie di ferro].
Ma io non ascolto, continuo a frugare
nelle tasche della giacca.
Faccio un passo oltre la soglia.
Siamo nel secolo XXI.
Uno studio fotografico. Una donna nuda
[In bianco e nero. Una modella di Vogue?]
cammina con i tacchi a spillo su un pavimento
di linoleum bianco su sfondo grigio chiaro. Un fotografo
scatta delle fotografie, in tutte le posizioni.
“Non ho mai visto una donna così bella”,
pensai “se non a Venezia nell’acqua alta:
Una dama in maschera solleva il vestito sopra il ginocchio…”,
ma dimenticai quel pensiero.
Poi qualcuno cambiò fotogramma
e pensai ad altro.
[…]
La dama veneziana si cambia d’abito.
Noi, al di qua dello spazio e al di là del tempo,
ammiriamo i suoi merletti di trine
i capelli color rame a torre sul suo volto in maschera.
Intanto, dietro il muro bianco c’è mio padre
che gioca con i serpenti.
[…]
Un altro passo all’indietro.
Il libro della felicità lo sta scrivendo il pittore.
Un cavalletto e una tela bianca.
Dalla parete di destra una debole luce filtra dalla finestra.
Il pittore dipinge il volto della sua amante.
Una prostituta di Trastevere. Le chiede di stare in posa.
E scivola anche lui nel sonno
[…]
Hotel Astoria.
Nel sogno ci sono quindici possibilità. Quindici stanze.
Mio padre imbraccia il violino.
Un corridoio. Ci sono quindici porte chiuse,
ma io ho una sola chiave..
[…]
Un interno al 77mo piano di un grattacielo di New York.
Il violinista apre esitante la custodia di mogano,
imbraccia il violino.
«Cosa devo suonare?», chiede all’angelo gobbo.
«Un capriccio di Paganini, il primo, allegro con brio».
Di colpo, il violino sopprime la cornice dell’ombra
lo spartito del sonno scompare, il violinista vola nell’aria,
ritorna nella sua casa bianca che dorme nel bosco.
Frugo nella tasca interna della giacca.
Non ho più con me la foto di Enceladon…
[..]
Qualcuno prese un altro film dalla cineteca.
E riavvolse il nastro.
[…]

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Ubaldo de Robertis

Ubaldo de Robertis

Ubaldo De Robertis è nato nelle Marche nel 1942, risiede a Pisa. Ricercatore chimico nucleare, membro dell’Accademia Nazionale dell’Ussero di Arti, Lettere e Scienze. Premio “Marcello Seta” 2014 per la cultura scientifica e umanistica. Nel 2008 pubblica la sua prima raccolta poetica, Diomedee (Joker Editore), e nel 2009 la Silloge vincitrice del Premio Orfici, Sovra (il) senso del vuoto (Nuovastampa). Nel 2012 edita l’opera Se Luna fosse… un Aquilone, (Limina Mentis Editore); nel 2013 I quaderni dell’Ussero, (Puntoacapo Editore). Nel 2014 pubblica: Parte del discorso (poetico), del Bucchia Editore. Ha conseguito riconoscimenti e premi. Sue composizioni sono state pubblicate su: Soglie, Poiesis, La Bottega Letteraria, Libere Luci, Homo Eligens. Convivio in versi, mappatura democratica poesia marchigiana. È presente in diversi blogs di poesia e critica letteraria tra i quali: Imperfetta Ellisse, Alla volta di Leucade, L’Ombra delle parole, Il ramo di corallo, Poliscritture. Ha partecipato a varie edizioni della rassegna nazionale di poesia Altramarea. Di lui hanno scritto: S. Angelucci, Pasquale Balestriere, G. Linguaglossa, Michele Battaglino, F. Romboli, G.. Cerrai, N. Pardini, E. Sidoti, P.A. Pardi, M. dei Ferrari, V. Serofilli, F. Ceragioli, M.G. Missaggia, M. Fantacci, F. Donatini, E.P. Conte, M. Ferrari, L. Fusi, Ennio Abate. È autore di romanzi: Il tempo dorme con noi, Primo Premio Saggistica G. Gronchi, (Voltaire Edizioni), L’Epigono di Magellano,(Edizioni Akkuaria), Premio Narrativa Fucecchio, 2014, e di numerosi racconti inseriti in Antologie.
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32 risposte a “Esercizio di Composizione e Scomposizione di una poesia inedita di Giorgio Linguaglossa ad opera di Ubaldo De Robertis “Anahit” (da “Il tedio di Dio. viaggio nel paese delle ombre”) con un Appunto descrittivo di Laura Canciani

  1. Prima di andare a leggere la scrittura per frammenti di questo testo poetico di Giorgio Linguaglossa, veramente singolare, bisognerebbe fermarsi sull’appunto descrittivo di Laura Canciani, per familiarizzare con un discorso poetico on the road: Ma anche se ciò non fosse, si rimane attratti da un percorso poetico fatto di scalini,verticali, abbondantemente lastricati di maioliche linguistiche preziose, tra domande, asserzioni, innesti di figure familiari e storiche,che messi insieme, danno la sensazione di stare di fronte a un mosaico di Francesco Solimena. Tutto è scandito dall’autonomia del dire, che conduce la poesia verso il paese della memoria e degli sfilacciamenti del tempo, che vengono alla luce nel ritmo quasi di un Oboe sommerso.Non vado oltre anche per non sbriciolare il senso di questo testo che spetta al lettore decriptare. Senza che ciò comporti una disaffezione alla lettura, perché è da qui che nasce il nuovo corso della poesia italiana, proprio da questi “attivisti” e “apripista” di cui tutto si può dire, tranne che siano riduttivi del transito poetico. Anzi….

  2. ubaldo de robertis

    Volevo precisare che non sono diventato di colpo uno “scompositore” folle! Giorgio mi ha proposto di disaggregare e ricomporre questa sua poesia, che tra l’altro credo si presti bene a tale operazione, ed io l’ho fatto incuriosito da ciò che sarebbe venuto fuori. Nessun incitamento alla frammentazione! Quando i versi tornano a riempire benefici lo spazio che compete loro io sono l’uomo più felice del mondo.
    L’impresa segue quel primo tentativo di “salire e ridiscendere” la poesia di Steven Grieco-Rathgeb, esperimento apprezzato dall’autore medesimo perché frutto di una intuizione consapevole.
    Ubaldo de Robertis

  3. Salvatore Martino

    Cosa dire dopo le straordinarie precisazioni di Laura Canciani. A proposito carissima dopo tanti anni di straordinaria amicizia mi hai dimenticato e forse persino cancellato…e il fatto mi addolora profondamente.
    Quanto allo stravolgimento del testo di Linguaglossa non riesco ancora a comprenderne l’utilità. Spiegatemi dove puntate la vostra barra di timone, In quale porto pensate di ancorare codesto preteso vascello rivoluzionario.Nella mia modesta comprensione della poesia continua ad essere un cammino incomprensibile, o meglio una mèta incomprensibile.
    Quanto poi alla scoperta del frammento come luce divina per la costruzione di una nuova poesia,Qualcuno di voi ricorda un certo personaggio, chiamato l’Oscuro di Efeso, Eraclito per gli amici,che tanti secoli prima di Cristo si dilettava a scrivere meravigliosi frammenti, che hanno sconvolto l’anima e il pensiero di infinite generazioni.Usiamo pure la frammentazione nella certezza che prima di noi molti lo hanno fatto e bene, senza la pretesa quindi di una scoperta innovativa, e di dare le direttive per una renovatio discutibile.

  4. caro Salvatore Martino,
    s’intende che la stesura definitiva di questa mia poesia sia quella che io le ho dato, essa è fissata così, e per sempre (un sempre umano ovviamente). L’esperimento di decostruzione compositiva e di riassemblaggio di De Robertis è, appunto, un esperimento che è utile per liquidare, una volta per tutte, il pensiero teologico della Santità della poesia, e quindi della sua immodificabilità. E, invece, la poesia è modificabile, scomponibile, ricomponibile come ogni altra cosa nel mondo dell’iper-moderno. La Poesia ha perso il Centro. Bene, e allora facciamo di questo punto di «debolezza» il nostro punto di «forza»; la Poesia è andata verso la «periferia» delle scritture dell’io e delle scritture tele mediatiche; ebbene, accettiamo la sfida per dire che è possibile fare una poesia della «perdita del Centro» per riposizionarla al Centro.
    In tal senso, anche la scrittura più destrutturata e decostruita del Novecento, Laborintus (1956) di Sanguineti, è ancora una scrittura che si poneva nel solco di un pensiero teologico, si poneva come “opera aperta” ma pur sempre come posta al «centro», magari di un «nuovo centro» di una nuova istituzione letteraria. Era, in definitiva, una destrutturazione che operava all’interno della letteratura. Noi invece pensiamo che la letteratura debba uscire fuori dalla Letteratura, che i generi debbano essere dis-locati al di fuori dei loro confini, insomma, pensiamo di dare uno scossone a tutti i residui di pensiero teologico e logocentrico, e di porre la poesia stabilmente in un «luogo» che è dato dalla mancanza di un «centro» ove tutto è instabile e probabilistico, e di fare di questa mancanza di un «centro» la nostra forza. Certo, non pensiamo di aver inventato alcunché, già Eraclito, forse il pensatore più possente dell’Occidente insieme a Parmenide, aveva pensato il «frammento». Quello che l’Ombra sta vivendo è qualcosa che attiene all’essenza profonda della nostra epoca che vive di rivoluzioni (scientifiche) continue della percezione del mondo. Viviamo in un momento di grandi rivoluzioni scientifiche. Il CERN di Ginevra ha detto che entro due anni sapremo con certezza che cosa c’era prima del Big Bang. Ebbene, questa per me è una novità sconvolgente, una novità che ci coinvolge tutti. Un’altra teoria scientifica recentissima recita che non c’è mai stato un Big Bang, ma un continuo divenire degli universi da altri universi. Insomma, un riversarsi di universi in altri universi.
    In fin dei conti, anche la poesia recentissima sembra rispondere a queste nuovissime cognizioni del Multiverso: un continuo riversarsi di frammenti in altri frammenti…

  5. Giuseppe Panetta

    Ed ecco il paradosso.
    Non mi voglia Linguaglossa, ma la versione di Ubaldo mi piace di più. Le stanze della poesia sono più fluenti, i frammenti seguono un canovaccio discendente, la chiusura finale, a differenza della versione originale, non blocca l’immagine ma la moltiplica, “Qualcuno prese un altro film dalla cineteca./E riavvolse il nastro.”

    E allora, mi chiedo, di chi è la poesia? Di Linguaglossa che ne detiene i diritti se l’ha pubblicata o di Ubaldo che l’ha riavvolta e dispiegata?
    Ubaldo diventa un gost writer.
    E se di una delle stanze io cambiassi la disposizione dei versi, tipo:

    Uno studio fotografico. Una donna nuda
    [In bianco e nero. Una modella di Vogue?]
    “Non ho mai visto una donna così bella”,
    pensai “se non a Venezia nell’acqua alta:
    cammina con i tacchi a spillo su un pavimento
    di linoleum bianco su sfondo grigio chiaro. Un fotografo
    scatta delle fotografie, in tutte le posizioni.
    Una dama in maschera solleva il vestito sopra il ginocchio…”
    E adesso si può chiudere il sipario», mi dice
    un’ombra di qua dall’oscurità.
    [Ci sono delle ombre prigioniere nelle gabbie di ferro].
    Faccio un passo oltre la soglia.
    Siamo nel secolo XXI.
    Ma io non ascolto, continuo a frugare
    nelle tasche della giacca.
    ma dimenticai quel pensiero.
    Poi qualcuno cambiò fotogramma
    e pensai ad altro.

    Bene, se io rivendicassi questa poesia finiremmo in tribunale, caro Linguaglossa.

    Da ragazzo mi divertivo a comporre poesie prendendo dall’indice dei libri degli autori i primi versi, come in questo esempio, Baudelaire nelle traduzioni di Luciana Frezza:

    Come una mandria pensosa sulla sabbia sdraiate
    dissolutezza e Morte sono due care figliole.
    Mi sembra a volte che il mio sangue scorra a fiotti
    per terre cineree, calcinate, senza vegetazione.
    Come un uccello il mio cuore volteggiava gioioso.
    L’amore è seduto sopra il cranio.
    (…)

    Non è, questa, una gran bella poesia? E fatta di frammenti!!

    Pensiamoci.

    “Caleranno i Vandali.
    Gli Unni sono già qui”
    (Almerighi)

  6. antonio sagredo

    Poesia

    Poesia, mi metterò a giurare
    su di te, e finirò, restando arrochito:
    tu non sei la prestanza di un cantore mellifluo,
    tu – sei un’estate con un posto in terza classe,
    tu – sei un sobborgo e non un ritornello.

    Tu – sei afosa come un maggio, Jamskaja,
    ridotta notturna di Ševardinó,
    dove le nuvole emettono gemiti
    e vanno sparpagliate verso lo scioglimento.

    E duplicandosi nell’intreccio dei binari –
    sobborgo, e non ritornello, –
    strisciano dalle stazioni verso casa
    non come un canto, ma attonite.

    Germogli d’acquazzone s’ingolfano nei grappoli
    e a lungo, a lungo sino all’alba
    acciarpano dai tetti il proprio acrostico,
    gettando bollicine nella rima.

    Poesia, quando sotto il rubinetto
    c’è un truismo, vuoto come lo zinco di una secchia,
    anche allora il getto resta incolume,
    il quaderno è approntato – puoi scorrere!

  7. Caro Martino, non vedo come ci si possa accanire contro chi elabora “frammenti”. Lo sai molto bene che la storia della poesia, almeno quella italiana, è fatta di tradizione e rinnovamento. Ci sono stati i poeti futuristi e i vociani, i lirici nuovi e gli ermetici,,gli sperimentalisti realistici e la nuova avanguardia. Ma anche i poeti pulp o cannibal, Che senso ha dire che i frantumi risalgano a Eraclito, così come la poesia lirica discenda dal Cantico dei Cantici o a quella amorosa della Scuola siciliana, e di Dante e di Petrarca? Che la poesia in frantumi si possa smembrarla dimostra l’eccezionalità della riproduzione che non può essere fatta di fronte ad un certo tipo di poesia “narrativizzata”. Sta proprio qui la centralità di un sistema letterario,portato avanti dai chi ritiene che le stanze chiuse della poesia, se non si aprono le finestre, si condensano di muffa. Le costellazioni semantiche sono tante nell’universo della poesia, che non tutte sono di derivazione aliena. Si opera in maniera che l’arte resti vicina al contesto storico in cui si produce. O forse sei del parere, che solo chi abbia letto Pascoli o D’Annunzio,o anche Carducci col suo ritmo rap, come nel testo: “La nebbia agli irti colli / piovigginando sale / e sotto il maestrale / urla e biancheggia il mare/; e ci si rifaccia a questi, abbia il diritto di rimanere nella planimetria della vera poesia? Anche il termine “petaloso” è entrato nel vocabolario della Crusca. Credimi, è tanto difficile andare per frantumi che alla fine, per noi che operiamo lungo una strada già difficile a percorrerla, tutto diventa ostico, mentre per gli altri:il conservatorismo, e il puntismo cromatico, come in certi quadri di pittori espressionisti, debbano essere lo spiritual principale con cui armonizzare le chiese della Tradizione italiana? Un caro saluto da uno degli apripista.

    • Salvatore Martino

      Caro Gabriele ho ‘impressione che né tu né Linguaglossa abbiate compreso il mio pensiero circa la “frammentazione” del discorso poetico. Come puoi affermare caro Gabriele che io mi accanisco contro chi elabora frammenti quando io stesso ne ho abusato costruendo addirittura due libri con codesta tecnica, e usandola poi anche negli anni seguenti frequentemente. .Quello che non mi torna è la vostra pretesa di considerarvi apripista di un nuovo modo di fare poesia, quando a me sembra, ma forse ho le traveggole, che ci siano una infinità di precedenti di codesta modalità d’uso. In tal senso parlavo persino di Eraclito. So bene che la frammentarietà della nostra vita attuale ben si adatta ad essere respirata in tal senso nella poesia, solo che il frammento a mio giudizio non può essere soltanto una scelta imposta dal professor cervello, ma dovrebbe conoscere un cammino più complesso , che coinvolga tutta la personalità dell’autore, e alla fine comporre un mosaico in qualche modo unitario, una ricomposizione delle tematiche verso un possibile approdo. Mi sembra di ritornare al paradosso del verso libero, che secondo pseudopoeti permette qualsiasi cosa senza obbedire ad alcuna regola..La poesia al di là di tutti gli stravolgimenti ideologici o tecnicistici obbedisce alle sue inestricabili, misteriose leggi che la salvano da tutte le contaminazioni.. I modi si fare poesia sono tanti. pochi gli uomini che riescono a realizzarla. Ma se vi fa piacere continuare a considerarvi gli apripista di una nuova stagione poetica, va bene così, in fondo credere nelle Utopie ha portato sempre dei grandi risultati.. Dico soltanto a Giorgio ,che stimo profondamente come poeta e come interprete della poesia, che nei suoi scritti non mi pare di aver mai riscontrato una frammentazione, semmai una grande unità di sviluppo. Ma forse anche qui mi sbaglio.Infine sul gioco della scomposizione e ricomposizione mi sono già espresso . e non mi interessa ribadire.Salvatore Martino

      • Caro Martino, grazie del commento che ho apprezzato.Ti invito ad entrare nel nostro Gruppo in quanto sei stato in passato, anche autore di due volumi di poesie in forma di frammenti, e riproporli qui in questo Blog, è la conferma che il tuo modo di operare ha piani diversi.Il termine apripista non si riferisce ad una nuova stagione poetica, questo sia chiaro, a scanso di equivoci, ma ad una alternativa più che giustificata considerato il ristagno poetico di oggi. Comunque, rispetto ogni tua decisione. Cordiali saluti. Mario Gabriele.

  8. caro Giuseppe Panetta,
    non soltanto non me la prendo per la tua abile ricomposizione dei miei frammenti, ma ne sono soddisfatto. Ciascuna ricomposizione è valida e attendibile, ciascuno la può fare propria. L’esperimento richiede la libertà di sperimentare. È finita e per sempre la credenza nella sacralità della poesia, e anche il principio del diritto d’autore mi sembra una sciocchezza visto che nessun poeta ha mai fatto soldi con la propria poesia (tranne alcuni furbi che riescono a mettere le mani sui soldi pubblici).
    Un’ultima annotazione: quando si parla di «frammento» si deve intendere con questa parola non un qualcosa da considerare come degradante e degradato, come una caratteristica negativa del mondo contemporaneo. Il frammento, in sé non è negativo, è un dato neutro, è un dato ontologico; la nostra condizione esistenziale da quando il mondo è diventato un tutt’uno, costituisce l’individualità in forma di frammento. Esso è quindi un dato di fatto, un dato da cui ripartire.
    È ovvio che non sarebbe una cosa seria una composizione poetica fatta a-priori di frammenti. E qui mi rivolgo a Salvatore Martino; «il frammento è già simbolo» ha scritto Salman Rushdie, il simbolo della nostra epoca, del nostro essere nel mondo, sarebbe inutile demonizzarlo o prendersela con essolui. Il frammento è la nostra realtà ontologica. L’essere si dà da sempre nella forma di frammento, è un pensiero ingenuo quello che pensa di percepire l’essere come un tutto, il tutto ci sfugge sempre e di continuo, e sempre si sottrarrà al nostro sguardo indagatore; al massimo possiamo percepire l’ombra dell’essere attraverso il frammento e il frammento di frammento.

    Per tornare un momento alla mia poesia, nessuno ha notato una cosa, che ogni singola strofa potrebbe stare benissimo da sé, ogni singola strofa è una poesia a se stante.

    • ubaldo de Robertis

      “Ogni singola strofa può stare da sé”. Mi rammarico per non averlo scritto perché è stata la cosa che mi è balzata agli occhi non appena mi sono messo a scomporre la tua poesia che per me resta poesia al di là delle varie risistemazioni.
      Ubaldo de Robertis

  9. antonio sagredo

    ma di quei versi sopra che ne dite?

  10. Della poesia di Antonio Sagredo dico questo:

    «Dite a X: il discorso non è un silenzio sporco,
    chiarificato. È un silenzio reso più sporco ancora».*

    *versi di Wallace Stevens rivolti ad Eliot

    Con i grandi poeti occorre essere molto severi, severi nella misura in cui sono grandi, ma con i piccoli bisogna essere indulgenti, indulgenti nella misura in cui sono piccoli.

    Ecco, io verso Antonio Sagredo vorrei essere severo…

  11. copio e incollo il commento di un giovane poeta Dario Zumkeller:

    Anahit ha una forza metaforica di una valanga che discende con lentezza lacerante, da frammentare l’Io presente nelle diverse sfere del dramma umano. Il dramma, ovvero, quei avvenimenti interumani caratterizzati dal conflitto “irrevocabile”, in cui è sempre ascritto dentro di noi. E’ irrevocabile. Ma cosa è irrevocabile? Le figure passate della nostra vita che hanno lasciato un segno indelebile nel nostro animo. Forse questo è il vero dramma, il reale conflitto nel nostro interazionismo simbolico, quelle pareti bianche dal muro bianco sporcate ogni volta da eruzioni di puntini neri di un pennarello rotto, e il mondo visuale frenetico che ci fa cancellare il ricordo istantaneo delle cose che ci circondano, e anche la memoria del passato. E’ il XXI secolo, certo, ma non è ora di chiudere il sipario, perché solo attraverso la ricerca, e la conoscenza di sé stesso, si potranno preservare intatti le nostre radici, dall’invasione delle chimere figurative. Proprio lì, in quella stanza, con quella luce debole dalla parete di destra, che rappresenta la difficoltà a stare in questo mondo, dove il pittore, nella sua intimità, dipinge il volto della sua amante, quella prostituta simbolo del coraggio di vivere in questo mondo, solo lui e lei, lontani da tutto, temporaneamente.

    Spero che il mio commento sia comprensibile, chiaro. Sono le mie sensazioni nella lettura del tuo testo. Per mio gusto personale, prediligo la sintesi, e la metafora degli oggetti e simboli. Però la tua poesia è molto originale è piena di spunti di riflessione.

    Dario Zumkeller.

  12. Steven Grieco-Rathgeb

    Rileggendo e ripensando il post di Manzi sull’Ombra delle Parole, confermo quello che ho detto nel commento da me postato tre giorni fa. Ma a questo si è aggiunto un altro pensiero a cui da tempo cercavo di dare forma. Manzi me ne ha dato l’occasione. E l’occasione mi viene data anche dal post attuale, con la poesia di Linguaglossa.
    Basandomi, ovviamente, sulle poche poesie di Manzi che ho visto, osservo in queste un linguaggio cifrato, obliquo: una volontà di piegare l’immagine-concetto perché questo possa passare vicinissimo al suo effettivo dire, letteralmente a un millimetro, senza mai toccarlo realmente, al massimo sfiorarlo. E’ una “timidezza” che nasce dalla consapevolezza del poeta che “tutto è stato detto” – o meglio che “i possibili modi di dire le cose sono stati tutti detti, esauriti”, e il pericolo più grande è ripetere il già conosciuto. Non per una questione pretestuosa di “originalità” o meno, ma perché ormai il compito più duro del poeta è di divincolarsi dall’abbraccio massacrante della civiltà delle immagini visive, che macina tutto, consuma e dimentica.
    In Manzi questo avviene secondo me, e così torno a un mio pensiero che ho più volte esposto qui, perché la civiltà delle immagini, con la sua irruenza e prepotenza, dà al fruitore (noi tutti, compresi i poeti, che non possono da questo punto di vista rivendicare la benché minima posizione di prestigio o di inattaccabilità), dà al fruitore, dico, esattamente il senso di troppo pieno, di offerta, mille volte più offerta rispetto alla domanda, per cui siamo totalmente sazi. Il senso di sazietà culturale più di ogni altra cosa nuoce alla poesia, che è massimamente l’arte del silenzio, del gesto appena visibile. La poesia è questo. Nessun Majakovskij, con tutti i suoi squarci e urli e trionfalismi, è mai riuscito a rompere questa blindatezza della poesia. (E lui lo sapeva benissimo, ahimè.)
    Dal canto suo, il poeta oggi che non ha analizzato bene la situazione attuale, che non ha fatto i conti con essa, si chiude in un suo isolamento e così pensa di essere salvo da questo vociare aggressivo di immagini. Di poter fare poesia nel suo angolino. In Manzi, come anche in Roberto Bertoldo, assistiamo invece ad un serissimo, lacerante tentativo di affrontare la più difficile questione che si pone oggi al poeta: come scrivere poesia pur sfuggendo alla macchina banalizzante e macinatutto. Dove trovare questo linguaggio, in quali, quali risvolti nascosti della realtà. Ogni strada sembra sbarrata, o finisce per rivelarsi un sorridente inganno.
    Affrontare la questione richiede moltissimo coraggio, e questo sia Manzi che Bertoldo lo hanno fatto in modo mirabile.
    Ciascuno a modo suo. Manzi come ho detto crea una poesia che ogni volta, o quasi ogni volta, sfugge di un millimetro al bersaglio, a quella volontà di comunicare il senso di ciò che pure vorremmo dire. Con questo stile “obliquo”, questa lotta di ombre che pure si percepisce fisicamente, questo cozzare di pensieri impalpabili che pure si sentono urlare, Manzi crea una poesia di grande forza e suggestione. Non avendo egli voluto scendere ad alcun compromesso con ciò che lo avrebbe macinato nel tritacarne, la sua poesia è volata via in una dimensione dove le ombre fanno rumore, creano in noi non-rumori, che a loro volta scendono echeggiando nei corridoi angusti di una lucidissima e grandissima disperazione.
    Ad una simile disperazione si assiste in Roberto Bertoldo, ma qui viene risolta in modo del tutto diverso. Il suo metodo viene benissimo definito da quello che Peter Brooke dice di Samuel Beckett, in “Lo spazio vuoto” (tradotto in italiano, edito da Bulzoni Editori, lettura di grande insegnamento al poeta): “E’ così che i drammi scuri di Beckett sono drammi di luce, laddove l‘oggetto disperato che viene creato è testimone della ferocia del desiderio di testimoniare la verità. Beckett non dice un ‘no’ soddisfatto: egli plasma uno spietato ‘no’ spinto dall’anelito al ‘sì’, e così la sua disperazione è il negativo da cui è possibile delineare il profilo del suo contrario.” (Pag. 65 dell’originale inglese di questo libro).
    Una poesia di Bertoldo, fra le tante, mi sembra possa ben rappresentare questo anelito:
    Lei mi parla di un silenzio / che io ho dovuto ingoiare / tra i frantumi delle parole / come un buco e le sue cornici. / Lei parlando si condanna / a ferire il nulla che attesta / perché non può cancellare il tono / che sussurra con le foglie / quando cadono. Noi vinciamo / attraverso l’atmosfera che inneggia alle ombre. ( Dalla raccolta Calvario delle Gru, 1998-200, nella sotto-sezione “Lettere alla Gazza, alla Cicala, al Giaciglio”).

    Vi rendete conto della estrema inafferrabile bellezza di questa poesia? In Bertoldo ogni tentazione a ricadere nel liricismo viene rifiutata aspramente, con dissonanze e stridori tanto fonici quanto di concetto. Mentre Manzi cerca, e perché no, un’armonia, per quanto cupa.
    In Bertoldo assistiamo inoltre al poeta che duramente ed esplicitamente contesta il poeta. Il poeta è un essere inferiore: è ipocrita, è un debole, è un traditore, sdolcinato e sentimentale, opportunista.
    In Bertoldo questa ira del poeta si abbatte sul poeta e sulla poesia volta dopo volta dopo volta. Ma ciò malgrado il poeta continua a stare dentro la trappola della sua poesia. Insomma, è poeta o non lo è? Se ha il coraggio di dire, “sì, sono poeta”, eccolo allora servito con la trappola della poesia come sua abitazione. Tutti i suoi sforzi per uscire sono vani, la poesia stessa (e il mondo che traluce attraverso di essa, perché cosa è la poesia se non mondo?) non gliene dà la possibilità. Non appena il poeta ha finito di distruggere la sua stessa poesia, scrivendola con ira e senso di sconforto e disperazione, eccola ricostruita, ricomposta. In Bertoldo sentiamo sempre il bisogno doloroso, ineludibile, della poesia. (Ma questo anche in Manzi.)
    Ecco perché la decostruzione bertoldiana dei linguaggi poetici precedenti risulta pressoché totale.
    Vado avanti e parlo della poesia di Giorgio Linguaglossa, che aggiunge una bellissima novità a questi due importanti poeti: l’irruzione nella poesia della “vera”, “reale”, realtà. Nell’assemblare situazioni, frammenti, frasi forse reali forse non reali, egli dà a questi il senso che essi non siano rappresentazione della realtà, bensì realtà vera e propria.
    Sì, l’ha fatto anche Eliot. Ma Eliot lo ha fatto per i poeti degli anni 1910 e 1920. Giorgio lo fa oggi, nel primo decennio del 21° secolo. Niente è gratuito, tutto va rifondato, di generazione in generazione.
    L’avere preso il nome “Grieco-Rathgeb” e averlo scaraventato all’interno di una poesia è stata una cosa davvero felice: la poesia è andata a gambe all’aria (per il momento…) ma quel frammento di realtà – perché questa persona esiste davvero, là fuori nel mondo dell’ognigiorno – rimane come una pietra scolpita, una cosa materica. E’ stato un sovvertimento di 60 anni di poesia intimista. Ecco perché ci insegna qualcosa di nuovo, oggi, nell’aprile del 2016.
    E non è l’irreale, il fantasmatico di Borges. In Borges anche l’intromissione del reale è fantasmatico. Qui invece le parole “Grieco-Rathgeb” hanno buttato la poesia per strada, l’hanno costretto a misurarsi con i rumori della strada.
    Anche i poeti medievali sentivano qualcosa di nuovo nell’aria, che ancora percepiamo noi lettori, 700 anni più tardi. Ho già menzionato i versi di Dante, ““Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io / fossimo presi per incantamento…”
    Ecco invece Cecco Angiolieri:

    – Accorri, accorri accorri, uom, a la strada!
    – Che ha’, fi’ de la putta? – I’ son rubato.
    – Chi t’ha rubato? – Una, che par che rada
    come rasoi’, sì m’ha netto lasciato.
    – Or come non le davi de la spada?
    – I’ dare’ anzi a me. – Or se’ impazzato?
    – Non so; che ‘l dà? – Così mi par che vada:
    or t’avess’ella cieco, sciagurato! –
    E vedi che ne pare a que’ che ‘l sanno?
    Di’ quel che tu mi rubi. – Or va con Dio,
    ma anda pian, ch’i’ vo’ pianger lo danno,
    ché ti diparti. – Con animo rio!
    Tu abbi ‘l danno con tutto ‘l malanno!
    Or chi m’ha morto? – E che diavol sacc’io?

    Sono orgoglioso di leggere questa poesia come straniero, come non-italiano, e avvertirne tutta la bellezza e freschezza.

    • Steven Grieco-Rathgeb

      Purtroppo è saltato un pezzo del mio commento, che prendeva in esame più da vicino la poesia di Linguaglossa postata ieri e scomposta-ricomposta da Ubaldo de Robertis, bella per le sue qualità in questo caso pittoriche. Questa poesia è perfettamente in linea con tutta la sua produzione precedente, ma se ne distacca per questo nuovo sentire, questa dispersione creativa in un mondo più grande. Questa è la novità. Aggiungerò il pezzo mancante domani, perché adesso sono fuori.

    • ubaldo de robertis

      Caro Steven:
      tu scrivi: “L’avere preso il nome “Grieco-Rathgeb” e averlo scaraventato all’interno di una poesia è stata una cosa davvero felice: la poesia è andata a gambe all’aria (per il momento…) ma quel frammento di realtà – perché questa persona esiste davvero, là fuori nel mondo dell’ognigiorno – rimane come una pietra scolpita, una cosa materica.”
      Io ho tentato di dare una spiegazione sul perché della presenza del tuo nome nella poesia del Linguaglossa e il commento è postato su Patria Letteratura di qualche giorno fa, lo riporto:

      giorgio linguaglossa 21 aprile 2016 at 15:15 ·
      Copio e incollo un commento pervenuto alla mia e-mail dal poeta Ubaldo De Robertis:
      “Il frammento intermedio di questa composizione poetica, quello riferito a “Evgenja Arbugaeva.” è stato immesso dal poeta per disarticolare il tempo e lo spazio nel rispetto delle nuove concezioni quantistiche. “Lo spazio-tempo è un unico blocco dove passato presente e futuro esistono insieme”.
      Le gondole fluttuano cariche di defunti e lo spirito del poeta naviga attraverso il tempo come una barca sul mare, e dallo Stige si ritrova in Siberia.
      Quello che distingue la non vita, «Siete morti per sempre– risponde il gondoliere », dalla vita: Evgenja Arbugaeva, Steven Grieco Rathgeb sono vivi, sono là è la presenza di questi esseri viventi e della musica: madrigale per violino.
      Esperienze reali avute realmente in mezzo ad eventi passati e futuri che esistono, anche immaginari o ipotizzabili, in diversi luoghi dello spazio-tempo. Passato presente e futuro coesistono nella memoria così come la non-località.
      Con questa poesia l’autore ci vuole dire una cosa ad oggi un po’ temeraria per le conoscenze attuali: immaginate la memoria come un insieme di processi “quantici”.
      Ubaldo de Robertis

  13. Gino Rago

    Scrivere per “frammenti” – è già stato ampiamente e limpidamente affermato qui, come in altro blog (patria letteratura), non soltanto da Giorgio Linguaglossa – non è una semplice tecnica ma è semmai un punto cui tende
    la Weltanshauung del poeta. Quindi è un abito mentale, una concezione filosofica, una visione del mondo, un’idea dell’uomo dibattuto fra l’io, il cosmo e l’eros. Dunque, con questo tipo di “frammento” niente hanno a che spartire né quello eracliteo né quello di Saffo né quello della scuola alessandrina.
    Difatti, se proprio si deve indicare un “modello” io lo troverei sommessamente in quello che resta della “anfora” rotta di Ubaldo de Robertis, ospitata da Mario Gabriele su L’Isola dei poeti. Anche se, per me, secondo la mia lettura, la più perfetta poesia scritta per “frantumi” è e rimane “Chiatta sullo Stige” di Giorgio Linguaglossa, proposta da “Patria Letteratura”. Componimento esemplare nel quale ogni strofa-frammento-fotogramma ha una ben precisa completezza, un’autonomia sigillata dal punto fermo.
    I “frammenti” dunque si collegano direttamente alla forma-poesia.
    Del resto, se un poeta persiste nell’attraversamento dell’ordinato, ben tenuto, mesto giardino “popolato soltanto da piante gentili”, giardino nel quale non irrompono né il pensiero filosofico né il plurilinguismo, egli farà innegabilmente una “certa” poesia.
    Viceversa, se un altro poeta sostenuto e mosso da un’altra Weltanshauung
    è incline ad attraversare “la selva” in cui visionarietà, energia onirica, pensiero filosofico, polistilismo e plurilinguismo fanno irruzione senza sosta, non potrà non approdare a un’altra “forma-poesia”.
    Condivido in pieno perciò le meditazioni di Mario Gabriele, offerte in questa pagina del blog, e quelle di Steven Grieco Rathgeb,in altre recenti circostanze, sull’idea di “frammento”
    Gino Rago

  14. antonio sagredo

    Cari Amici, per farmi perdonare Vi dono questi miei versi giocosi, ma non troppo
    antonio s.

    ——————————————————————————–
    alla casta Amelia e al puttaniere Wolfang Goethe

    Non essere cattivo coi morti…
    e se mai svolsi una danza
    mortuaria…
    braccata da una lingua pubblica
    devi sapere che
    le pesanti foglie dei castani predicono misfatti.

    Dovrò allora far amicizia con la mezzanotte
    tutto da solo…
    non mi è servito a niente trattenerti
    con biscotti di Jena.

    E ripresi a camminare smarrendo i passi,
    pensando al continuo mutamento della natura,
    che dietro di esso riposa un essere eterno.

    Solo dopo posso dirti ciò che non ho mai pensato,
    come se a uno specchio si decapita il riflesso
    perché l’immagine non sia soltanto un’ombra,
    ma quel sangue di me che non ragiona!

    Hocusposus… Urphänomen… ripeteva,
    come una litania rassegnata all’inspiegabile.
    Scossi il mio capo taurino,
    mirai i castani e dissi:
    “non bisogna pretendere
    maggiori spiegazioni,
    Iddio stesso non ne sa più di me”.

    Dalla Legge non puoi conoscere se non miserie
    umane…
    io sono già quasi vecchio e mi piace
    palpeggiare ancora le fanciulle!
    Ulrike, mia ultima passione,
    io ho 76 anni e tu 18 !

    Io sono un vero pagano,
    farò volare la tua farfallina!

    Ma il decollo fu un tracollo annunciato:
    una commedia charmante tra zio e sua nipote.

    a. s.
    Vermicino, 3 ottobre 2007

  15. Io, questa poesia di Giorgio Linguaglossa, l’ho letta, sempre, in chiave psicologica : una confessione fatta per simboli,ma sempre una confessione.Affondata nell’humus fertile dei legami ancestrali:dove, come nei sogni, realtà e irrealtà si incrociano,ma hanno sempre una loro verità segreta, alla quale non tutti possono accedere.Cercare di Intuire questa verità è indiscreto e, forse, anche inutile; bisognerebbe parlarne guardandosi negli occhi.

  16. Caro Antonio, perché non proponi la mia versione della poesia di Pasternak “Definizione della poesia”? Penso che lì ci siano tante risposte per chi cerca novità a tutti i costi nella poesia. Fermo restando che la ricerca può essere sempre utile.

  17. antonio sagredo

    — Accolgo la richiesta di Paolo Statuti e pubblico
    questa poesia di Boris Pasternak (1890 – 1960) da lui tradotta, riportandola in grafia cirillica (più sotto).
    Dunque più volte il poeta cercò di dare un definizione della Poesia. Qui con quella tradotta da Statuti e poi da Ripellino vengono pubblicati due celebri esempi: sono in effeti dei tentativi che tengono conto del tema qui nel blog proprosto della scomposizione/ricomposizione.
    ———————————-
    Scrive dunque Ripellino nel corso sul Poeta del 1972-73 :
    “Questa Poesia si collega alla prima; è un secondo tentativo, leggermente posteriore di data, di capire cosa sia la poesia. Non sono pochi i tentativi che fa Pasternàk di questo tipo di poetica in poesia o di poesia poetica; ne troviamo molti esempi nella sua opera”.
    Prosegue:
    “Ci sono spesso in Pasternàk delle poesie che si chiamano “definizione”. È il tentativo di un’autopoetica, il tentativo di dare un compendio dei propri congegni, delle proprie immagini, di fare una specie di vocabolario esplicativo dei propri espedienti verbali e della scala delle immagini.
    “Definizione” è una tradizione tutta settecentesca ma, nello stesso tempo, molto vicina alla concezione dei futuristi, è la poesia in genere. Sono risposte verso (sostituendo: la poesia è…) il maturare (iniettarsi, gonfiarsi di qualche cosa) “.
    — (da mia nota) >>> :
    >>> [“Anche tutta la poesia della Cvetaeva è una continua ricerca della definizione… della Poesia! Il settecento era il secolo prediletto della poetessa. È il secolo della scienza sperimentale, della ricerca della verità delle cause e degli effetti della natura: si mettono da parte le superstizioni, perché è oramai tempo che i lumi trionfino, che celebrino gli oggetti! È ovvio che il movimento futurista guardi a questo secolo, come il secolo delle novità e delle ricostruzioni, distruggendo le zavorre e le superstizioni del passato, ma di passato si nutre! Valgono per tutti le ricerche di Chlebnikov. Più che di definizione, si dovrebbe dire: ri-definizione… di ogni cosa, del tutto. (altra ricerca di definizione della poesia è nei versi di Poesia, a p. 69). Ma, aggiungo, i poeti della grecità, dell’antica e classica Grecia, sono quelli che con più insistenza e caparbietà cercano di definire la poesia. Quattro poesie compongono un Esercizio di filosofia che fa parte di una raccolta (che venne prendendo forma già dal 1917) Mia sorella – la vita (Sestra moja žizn’ – 1922 ): esercizio vuol dire anche tentativi di definizione della poesia, e a questo proposito Andrej Sinjavskij chiarisce la ricerca del poeta in Boris Pasternàk-Poesie inedite, op. cit. pgg.59-60. – Ma anche i poeti Vladimir Holan e František. Halas e lo stesso giovanissimo Jiři Orten insistono, vogliono capire che cosa è la Poesia! Ma, a questo punto, tutti i poeti si domandano che bestia è – questa Poesia?! (Jiři Orten morì nel 1941 a 22 anni, amava tanto Pasternàk da citarlo più volte; ho immaginato sempre che dopo la guerra ci sarebbe stato tra di loro un incontro. Pasternàk non seppe mai dell’esistenza di Orten; non credo che Vitězslav Nezval gliene parlò durante i loro ultimo incontro a Mosca].
    — (da una mia nota) >>> :
    >>> [“Il poeta abdica, e delega la natura a fare il suo lavoro di poeta, il quale non è più in grado di scrivere e di sentire, poi che il sentire è la stessa natura, e il poeta non è che un intermediario inutile, un tramite non più necessario: da qui la natura (cioè il poeta abusa, non lei) che parla di se stessa, di cose che non appartengono più al poeta. La natura è dovunque il poeta non è capace di essere e di stare, e dunque deve imparare dalla natura ad essere la Poesia: “sobborgo, terza classe, ridotta notturna,…”. Non è facile da accettare la poesia, perché è anche scabrosità; se la penultima quartina, secondo Ripellino, è fondamento di tutto il resto, l’ultima ha il privilegio di rendere vuoto ciò che la natura stessa ha generato: quel truismo che è come la prima pagina bianca pronta ad essere riempita sonoramente dalla scrittura (guttemberghiana), come la secchia (vuota) dall’acqua, che le dà o restituisce il suono, la musica! ///// Nel Corso il 12° verso : “strisciano dalle stazioni verso casa” viene edito con: “strisciano con la stazione a casa…”; nel 15° invece “l’alba” diviene “aurora”. L’11° verso è spiegato da Ripellino come: periferia, ma non ri-cantamento; e il getto del penultimo verso è uno zampillo. Questa è una poesia tra le più esaltanti di Pasternàk. ///// Jurij Tynjanov ritiene questa poesia come uno dei culmini della poesia di Pasternàk, e rileva “il ramingare del verso attraverso gli oggetti; la parola che si mescola con l’acquazzone, il verso che si fonde col paesaggio che lo circonda, così da creare un suono-discorso in apparenza non logico; come se la natura imitasse la sintassi in una filigrana riuscita perfetta tecnicamente”, in Jurij Tynjanov, Avanguardia e tradizione, op. cit. p. 260. ////// Anche il poeta Antonio Machado si espresse similmente riguardo al fatto che la poesia si svolge in / è come / è: “un posto in terza classe”. In una sua poesia del 1909, In treno (CX), scrive “Yo, para todo viaje / -siempre sobre la madera / de mi vagón de tercera-,voy ligero de equipaje. (…) Luego, el tren, el caminar / siempre noc hacer soñar;…”, (Io, per ogni viaggio / -sempre sul legno / del mio vagone di terza-, / vo leggero di bagaglio. … E poi, il treno, nel viaggiare, / sempre ci fa sognare;/”, in Poesie di Antonio Machado, Lerici editori 1961, p.412. (trad. di O. Macri) ].

    ——————————

    Определение поэзии

    Это – круто налившийся свист,
    Это – щелканье сдавленных льдинок,
    Это – ночь, леденящая лист,
    Это – двух соловьев поединок.
    Это – сладкий заглохший горох,
    Это – слезы вселенной в лопатках,
    Это – с пультов и с флейт –
    Figaro Низвергается градом на грядку.
    Все, что ночи так важно сыскать
    На глубоких купаленных доньях,
    И звезду донести до садка
    На трепещущих мокрых ладонях.
    Площе досок в воде – духота.
    Небосвод завалился ольхою.
    Этим звездам к лицу б хохотать,
    Ан вселенная – место глухое.
    ***
    Definizione della poesia

    E’ il fischio sparso all’improvviso,
    Il crepitìo dei ghiaccioli,
    La notte che gela la foglia,
    Il duello di due usignoli.
    E’ il pisello inselvatichito,
    Il pianto del cielo nei baccelli,
    Figaro dai leggii e dai flauti
    Che sulle aiole cade a granelli.
    E’ tutto ciò che alla notte importa
    Trovare nei fondali profondi,
    E una stella portare nel vivaio
    Sui palmi bagnati e tremebondi.
    Più piatta d’una tavola è l’afa,
    Il firmamento è sommerso di ontano,
    Alle stelle si addice ridere,
    Ma l’universo è sordo e lontano.
    1917
    —-
    ——
    (trad. di Paolo Statuti) –

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