Scomposizione e Ricomposizione dei «frammenti» di due poesie di Steven Grieco Rathgeb e Mario M. Gabriele ad opera di Ubaldo de Robertis e Giorgio Linguaglossa con un Commento di quest’ultimo – Siamo davanti ad una mutazione genetica della poesia contemporanea, ad un mutamento ontologico della Forma poetica. La scrittura per «frammenti». Che cosa significa?

Bello Madonna_ft__Andy_Warhol_by_Coralulu

Madonna_ft__Andy_Warhol_by_Coralulu

Giorgio Linguaglossa

Vorrei scagliare una freccia in favore della scrittura per «frammenti». Che cosa significa? E perché?

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Innanzitutto, un presente assolutamente presente non esiste se non nella immaginazione dei filosofi assolutistici. Nel presente c’è sempre il non-presente. Ci sono dei varchi, dei vuoti, delle zone d’ombra che noi nella vita quotidiana non percepiamo, ma ci sono, sono identificabili. Così, una scrittura totalmente fonetica non esiste, poiché anche nella scrittura fonetica si danno elementi significanti non fonetizzabili: la punteggiatura, le spaziature, le virgolettature, i corsivi ecc.
La scrittura per «frammenti» implica l’impiego di una decostruzione riflessiva, la quale nella sua propria essenza, segue il tempo del «Presente» che sfugge di continuo, che si dis-loca. Il dislocante è dunque il «Presente» che si presenta sotto forma del «soggetto» significante (ricordiamoci che per Lacan il soggetto si instaura come rapporto con un significante e l’altro). Ma, appunto, proprio per l’essere una macchinazione significante, il «soggetto» non può mai raggiungere il pieno possesso del «significato».
In base a queste premesse, una scrittura logologica o logocentrica, non è niente altro che un miraggio, il miraggio dell’Oasi del Presente come cosa identificabile e circoscritta, con il versus che segue il precedente credendo ingenuamente che qui si instauri una «continuità» nel tempo. Questa è una nobile utopia che però non corrisponde al vero.
Io dico una cosa molto semplice: che l’utilizzazione intensiva ad esempio della punteggiatura e degli spazi tra le strofe produce l’effetto non secondario di interrompere il «flusso continuo» che dà l’illusione del Presente; produce lo spezzettamento del presente, la sua dis-locazione, la sua locomozione nel tempo. Introduce la differenza nel «presente».
Il non dicibile abita dunque la struttura del «presente», fa sì che vengano in piena visibilità le differenze di senso, gli scarti, le zone d’ombra di cui il «presente» è costituito.
Alla luce di quanto sopra, se seguiamo l’andatura strofica della poesia di Mario Gabriele, ci accorgeremo di quante interruzioni introdotte dalla punteggiatura ci siano, quante differenze introdotte dalla dis-locazione del discorso poetico, interpretato non più come flusso unitario ma come un immagazzinamento di differenze, di salti, di zone d’ombra, di varchi:

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Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
Stranamente oggi non ho visto Randall.
Mia amata, qui scorrono i giorni
come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
Dimmi solo se a Boston ci sarai,
se si accendono le luci a Newbury Street.
Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

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bello diabolik-eva-kant-coppia

diabolik-eva-kant Roy Lichtenstein

Nella «Nuova poesia», non c’è un senso compiuto, totale e totalizzante e unidirezionale. Il senso si decostruisce nel mentre si costruisce. Non si dà il senso ma i sensi. Una molteplicità di sensi e di punti di vista. Come in un cristallo, si ha una molteplicità di superfici riflettenti. Non si dà nessuna gerarchia tra le superfici riflettenti e i punti di vista. Si ha disseminazione e moltiplicazione del senso. Scopo della lettura è quello di mettere in evidenza gli scarti, i vuoti, le fratture, le discontinuità, le aporie, le strutture ideologiche e attanziali piuttosto che l’unità posticciamente intenzionata da un concetto totalizzante dell’opera d’arte che ha in mente un concetto imperiale di identità. La nuova poesia e il nuovo romanzo sono alieni dal concetto di sistema che tutto unifica, che tutto «identifica» (e tutto nientifica) e riduce ad identità, che tutto inghiotte in un progetto di identità, che tutto plasma a propria immagine, in vista di una rivendicazione dell’Altro e della differenza come grande impensato della tradizione filosofica occidentale. In questa accezione, la decostruzione è una conseguenza della riflessione filosofica di Martin Heidegger. Infatti il disegno della seconda sezione di Sein und Zeit (1927) – rimasta alla fase di mera progettazione, per la caratteristica inadeguatezza del linguaggio della metafisica – risuonava come una “distruzione della storia dell’ontologia”, in nome di una ontologia fenomenologica capace di assumere di «lasciar/far vedere il fenomeno per come esso si mostra» (Derrida) – a far luogo da un linguaggio rinnovato alla radice (ripensato), filosoficamente (nell’accezione ordinaria del termine) scandaloso.
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Un esperimento con la poesia
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Mi sono permesso di fare un esperimento con la poesia di Mario Gabriele come ha fatto Ubaldo De Robertis con la poesia di Steven Grieco Rathgeb.
Ho diviso la poesia in 8 strofe o frammenti e poi ho ricomposto i frammenti (o strofe) con un’altra disposizione e conseguenzialità logico estetica, questo per dimostrare che la poesia dei nostri giorni è molto diversa da quella dell’Alcyone (1903) di D’Annunzio postata stamane, lì non è possibile alcuna divisione e ricomposizione dei versi per la semplice ragione che la poesia è un flusso continuo dove il precedente ha una sua ragion d’essere ontologica che non può essere sostituita da altro brano o strofe senza compromettere il tutto e rischiare di far crollare la costruzione estetica del poema.
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Le due poesie di Mario Gabriele e di Steven Grieco Rathgeb, ricomposte da me e da Ubaldo De Robertis, possono vivere mediante varie ricomposizioni. Come nel giovo del puzzle, le singole tessere possono trovare diversi alloggiamenti tanti quanti sono i contesti diversi. La suddivisione in frammenti e la successiva ricomposizione dei medesimi costituisce la VERIFICAZIONE DELL’ESPERIMENTO. Esso dimostra che la poesia di oggi è ontologicamente mutata rispetto a quella di inizio secolo. La poesia moderna è già frammento al suo nascere.  Le composizioni possono essere smontate e rimontate secondo il gusto e le preferenze dei singoli lettori. È incredibile, il lettore può intervenire cambiando l’ordine polifrastico degli addendi.
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Per chi non l’abbia ancora capito, qui siamo  dinanzi ad una vera e profonda novità della poesia contemporanea: essa è «frammento» e la sua procedura ontologica è la ricomposizione di «frammenti». Ciò non vuol dire che la poesia dei nostri giorni abbia perso qualcosa rispetto alla poesia della tradizione o che sia migliore o peggiore. Direi molto semplicemente che essa ha mutato il suo codice genetico, è diventata una cosa molto diversa, che offre delle possibilità espressive incredibilmente ampie e imprevedibili. Qui non siamo più nella forma aperta teorizzata da Umberto Eco nel 1962, abbiamo fatto un passo ulteriore, qui siamo nella forma composta di polinomi frastici che si dividono e si possono ricomporre seguendo diversi criteri compositivi.
Siamo davanti ad una mutazione genetica della poesia contemporanea.

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bello Andy-Warhol-painting

Andy-Warhol-painting

Poesia originale di Mario M. Gabriele

Una fila di caravan al centro della piazza
con gente venuta da Trescore e da Milano
ad ascoltare Licinio:-Questa è Yasmina da Madhia
che nella vita ha tradito e amato,
per questo la lasceremo ai lupi e ai cani,
getteremo le ceneri nel Paranà
dove abbondano i piranha,
risaliremo la collina delle croci
a lenire i giorni penduli come melograni,
perché sia fatta la nostra volontà.-
Un gobbo si fermò davanti al centurione
dicendo:- Questo è l’uomo che ha macchiato
le tavole di Krsna, distrutto il carro di Rukmi,
non ha avuto pietà per Kamadeva,
rubato gioielli e incenso dagli altari di Nuova Delhi.-
-Allora lasciatelo alla frusta di Clara e di Francesca,
alla Miseria e alla Misericordia.
Domani le vigne saranno rosse
anche se non è ancora autunno
e spunta il ruscus in mezzo ai rovi-, così parlò Licinio.
Un profumo di rauwolfia veniva dal fondo dei sepolcri.
Carlino guardava le donne di Cracovia,
da dietro i vetri Palmira ci salutava
per chissà quale esilio o viaggio.
Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
Stranamente oggi non ho visto Randall.
Mia amata, qui scorrono i giorni
come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
Dimmi solo se a Boston ci sarai,
se si accendono le luci a Newbury Street.
Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

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bello

Ricomposizione in frammenti della stessa poesia ad opera di Giorgio Linguaglossa

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1) Mia amata, qui scorrono i giorni
come fossero fiumi e la speranza è così lontana.

2) Dimmi solo se a Boston ci sarai,
se si accendono le luci a Newbury Street.
Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

3) Questa è Yasmina da Madhia
che nella vita ha tradito e amato,
per questo la lasceremo ai lupi e ai cani,
getteremo le ceneri nel Paranà
dove abbondano i piranha,
risaliremo la collina delle croci
a lenire i giorni penduli come melograni,
perché sia fatta la nostra volontà.

4) Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
Stranamente oggi non ho visto Randall.

5) Una fila di caravan al centro della piazza
con gente venuta da Trescore e da Milano
ad ascoltare Licinio:-

6) Un gobbo si fermò davanti al centurione
dicendo:- Questo è l’uomo che ha macchiato
le tavole di Krsna, distrutto il carro di Rukmi,
non ha avuto pietà per Kamadeva,
rubato gioielli e incenso dagli altari di Nuova Delhi.-

7) Un profumo di rauwolfia veniva dal fondo dei sepolcri.
Carlino guardava le donne di Cracovia,
da dietro i vetri Palmira ci salutava
per chissà quale esilio o viaggio.

8) -Allora lasciatelo alla frusta di Clara e di Francesca,
alla Miseria e alla Misericordia.
Domani le vigne saranno rosse
anche se non è ancora autunno
e spunta il ruscus in mezzo ai rovi-, così parlò Licinio.

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Bello warhol_marilyn

warhol_marilyn

Ricomposizione di una poesia di Steven Grieco Rathgeb ad opera di Ubaldo de Robertis

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A proposito della continuità nel tempo riferita allo scorrere dei versi, ho provato a leggere la straordinaria composizione di Steven Grieco Rathgeb rispettando in modo assoluto le spaziature poste dall’autore, ma nell’ordine indicato dai numeri che mi sono permesso di riportare nel testo.
Il mistero è dunque che la poesia: IL BUON AUGURIO, pur rovesciata come un calzino (l’ultimo verso coincide con il primo- diceva Borges), mantiene INTATTO tutto il suo fascino comunicativo, anzi, la lettura nei due sensi, in sequenza, accresce il suo valore e la “spiega” come un lenzuolo esposto al sole.
Aggiungo poi che Steven Grieco Rathgeb, poeta dai molti idiomi, sa collocare nei propri versi i termini, le parole più consone! Eh, sì, cara Stefanie Golisch, quelle che lei definisce “belle paroline” io le chiamerei: “qualcosa di più conforme” (Leopardi insegna) che al poeta vero viene naturale, lasciando da parte retorica e superlativi, assecondando lo spirito di finezza. Quello di geometria, quello sì, lo lasciamo ai letterati della domenica.

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Steven Grieco Rathgeb
IL BUON AUGURIO (Poesia ricomposta ad opera di Ubaldo de Robertis)

.
13 -La vita era reale, splendida; e profondamente nascosti
in noi gli alberi, i primi iris mirabili nella luce nera.
Il paesaggio diurno senza sogni, senza nascondigli.

.
12-“FERMI!”
– esclamò d’un tratto il Regista –
“Avete studiato le vostre parti troppo a fondo!
Non siete più voi stessi! Tutto da rifare!”

.
11-Ci fermammo di colpo, profondamente scossi.

.
10 -Poiché nelle sue parole, in effetti, nulla si era fermato:
e più chiari che mai il palco su cui stavamo, le
scenografie spente, il cerone che ci imbrattava il viso.

.
9-Non c’era dubbio: era stato commesso un furto ignobile.
E noi, del tutto ignari.

.
8-Poi ancora un urlo dietro le quinte: “Il mondo non va più da sé!
Fate qualcosa!”
e tonfi sull’assito, e le grida di stupore
visibili nell’aria che veniva lacerandosi di traverso.

.
7-«Mmmm…» mormorò rapito il Regista, sprofondato
nella sua poltrona, gli occhi rivolti in su: quasi gioisse
di queste fronde d’albero che stormivano solo immaginandosi:
quasi prendesse il largo un re dalla mantella azzurra
in una barca sull’oceano.

.
6-Allora cercai il tuo viso nell’estrema durezza del riflesso:
ma da noi sorgevano mille profondità:
non semplice amalgama di ombre e sabbia,
luce respinta: una forma umana dal corridoio, giù in fondo,
superando seppur di sbieco uno dopo l’altro i rovelli,
non più derubata, fermo lo sguardo,
avanzava oltre i molti presenti in ogni dove,
la folla di nichilisti che spingeva,
tormentandosi nel buio.

.
5-Ancora guardai nello specchio. Era una finestra,
e il paesaggio là fuori, un inaspettato presagio:
i campi di grano, morbida onda prossima alla mietitura
mentre un fiume verde-bruno muoveva tra le sponde
rallegrandosi dei suoi riflessi azzurri;
e più avanti, dove i salici d’argento disperdono nivei fiori
solo per celare, come all’inizio di un verso,
l’usignolo di Chông.

.
4-Ancora gridò la voce assordante fuori campo:
“NON VEDETE come tutti ve la danno a bere?”

.
3- In effetti, il buio era più fitto che mai.
Ma proprio là dentro, nel cuore dello sguardo cieco
sorgeva questo tasso d’intensità sconosciuto,
come se noi irradiassimo una visione.

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2-Come se non fossimo altro che noi stessi.

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1- Aveva ragione da vendere, il Regista.
La partita l’avevamo stravinta.
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bello 1.

Poesia originale di Steven Grieco Rathgeb
IL BUON AUGURIO

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La vita era reale, splendida; e profondamente nascosti
in noi gli alberi, i primi iris mirabili nella luce nera.
Il paesaggio diurno senza sogni, senza nascondigli.

“FERMI!”
– esclamò d’un tratto il Regista –
“Avete studiato le vostre parti troppo a fondo!
Non siete più voi stessi! Tutto da rifare!”

Ci fermammo di colpo, profondamente scossi.

Poiché nelle sue parole, in effetti, nulla si era fermato:
e più chiari che mai il palco su cui stavamo, le
scenografie spente, il cerone che ci imbrattava il viso.

Non c’era dubbio: era stato commesso un furto ignobile.
E noi, del tutto ignari.

Poi ancora un urlo dietro le quinte: “Il mondo non va più da sé!
Fate qualcosa!”
e tonfi sull’assito, e le grida di stupore
visibili nell’aria che veniva lacerandosi di traverso.

«Mmmm…» mormorò rapito il Regista, sprofondato
nella sua poltrona, gli occhi rivolti in su: quasi gioisse
di queste fronde d’albero che stormivano solo immaginandosi:
quasi prendesse il largo un re dalla mantella azzurra
in una barca sull’oceano.

Allora cercai il tuo viso nell’estrema durezza del riflesso:
ma da noi sorgevano mille profondità:
non semplice amalgama di ombre e sabbia,
luce respinta: una forma umana dal corridoio, giù in fondo,
superando seppur di sbieco uno dopo l’altro i rovelli,
non più derubata, fermo lo sguardo,
avanzava oltre i molti presenti in ogni dove,
la folla di nichilisti che spingeva,
tormentandosi nel buio.
Ancora guardai nello specchio. Era una finestra,
e il paesaggio là fuori, un inaspettato presagio:
i campi di grano, morbida onda prossima alla mietitura
mentre un fiume verde-bruno muoveva tra le sponde
rallegrandosi dei suoi riflessi azzurri;
e più avanti, dove i salici d’argento disperdono nivei fiori
solo per celare, come all’inizio di un verso,
l’usignolo di Chông.

Ancora gridò la voce assordante fuori campo:
“NON VEDETE come tutti ve la danno a bere?”

In effetti, il buio era più fitto che mai.
Ma proprio là dentro, nel cuore dello sguardo cieco
sorgeva questo tasso d’intensità sconosciuto,
come se noi irradiassimo una visione.

Come se non fossimo altro che noi stessi.

Aveva ragione da vendere, il Regista.
La partita l’avevamo stravinta.

(1987-2012)

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Steven J. Grieco Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi.
è stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia. Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka.
In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni.
protokavi@gmail.com

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Mario Gabriele volto 1Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista ha fondato la Rivista di critica e di poetica “Nuova Letteratura” e pubblicato diversi volumi di poesia tra cui il recente Ritratto di Signora 2014. Ha curato monografie e saggi di poeti del Secondo Novecento. Ha ottenuto il Premio Chiaravalle 1982 con il volume Carte della città segreta, con prefazione di Domenico Rea. E’ presente in Febbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio, Mursia Editore 1983, Progetto di curva e di volo di Domenico Cara, Laboratorio delle Arti 1994, Le città dei poetidi Carlo Felice Colucci, Guida Editore 2005, Poeti in Campania di G. B. Nazzario, Marcus Edizioni 2005, e in Psicoestetica, il piacere dell’analisi di Carlo Di Lieto, Genesi Editrice, 2012. Si sono interessati alla sua opera: G.B.Vicari, Giorgio Barberi Squarotti, Maria Luisa Spaziani, Luigi Fontanella, Giose Rimanelli, Francesco d’Episcopo, Giuliano Ladolfi,e Sebastiano Martelli. Altri Interventi critici sono apparsi su quotidiani e riviste: Tuttolibri, Quinta Generazione, La Repubblica, Misure Critiche, Gradiva, America Oggi, Atelier. Cura il blog di poesia italiana e straniera L’isola dei poeti.
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77 commenti

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77 risposte a “Scomposizione e Ricomposizione dei «frammenti» di due poesie di Steven Grieco Rathgeb e Mario M. Gabriele ad opera di Ubaldo de Robertis e Giorgio Linguaglossa con un Commento di quest’ultimo – Siamo davanti ad una mutazione genetica della poesia contemporanea, ad un mutamento ontologico della Forma poetica. La scrittura per «frammenti». Che cosa significa?

  1. Mi permetto di commentare invitando a leggere il feuilleton di Jan Brzechwa “Come diventare un vate”, da me tradotto e pubblicato nel mio blog.

  2. Le scelte dell’autore non possono essere quelle imparziali del critico. Ieri, ad esempio, ho deciso che smetterò di leggere Eliot: m’innervosisce, ma soprattutto avverto il condizionamento della sua fluenza e degli imprevisti – che ben ci starebbero nel discorso sui frammenti – e poi non mi va per dove è riposto l’io. Mi sembra infatti che la presenza dell’osservatore, anche se defilato, finisca subdolamente ma potentemente col portarmi fuori strada. Mi ci sto rompendo la testa da mesi sulla necessità di stabilire un metodo che mi protegga dal già letto, ma allo stesso tempo cerco disperatamente un sentiero tracciato. E se dopo aver camminato a lungo mi ritrovassi sulle orme dei miei stessi passi? Che fare, per proseguire dovrei limitarmi a leggere me stesso?

    • Ammiro la preziosa opera di scandaglio che va avanti nel blog, con intelligenza critica affilatissima; permettetemi, tuttavia, di leggere queste meravigliose poesie di Steven con l’innocente meraviglia che non so abbandonare: leggere che “Ormai prendesse il largo un re dalla mantella azzurra,in una barca sull’oceano” mi allarga il cuore,mi fa tornare all’immane favola dell’infanzia, da cui non mi sono mai distaccata.

  3. Gino Rago

    Ma se, e non da ora, il dualismo corpo/onda e il principio d’indeterminazione di Heisenberg hanno fatto irruzione nella fenomenologia dello spirito, perché la poesia non dovrebbe registrarne gli
    inevitabili effetti?
    Se nuove visioni fisiche e metafisiche dell’esistenza
    hanno innescato trasformazioni ed evoluzioni del “gusto”, perché il fare poetico dovrebbe attardarsi a forme note di poesia?
    E’ vero che nella natura e nella mente dell’uomo si colgono fatali e dolorose
    tendenze all’inerzia, al riposo su posizioni “familiari” ed assimilate dalla coscienza comune, all’appagamento di acquisizioni tradizionali e non problematiche.
    Ma non avere coscienza dei “mutamenti ontologici” in atto nella Forma poesia non può non certificare la tendenza ad adagiarsi passivamente sul già veduto, sul già acquisito, sul già metabolizzato.
    I due interventi sperimentali operati da Ubaldo de Robertis, sulla lirica di
    Steven Grieco R. , e da Giorgio Linguaglossa, su quella di Mario Gabriele,
    sono ad elevata carica rivoluzionaria: ceteris paribus ( armamentario lessicale in primo luogo), i due componimenti, con “Chiatta sullo Stige” e con “Un balcone…”, nella loro estetica efficacissima stanno irreversibilmente incidendo la lastra di zinco della poesia con una morsura nitrica senza precedenti. E in me, per quel che può contare, sento gratitudine per tali esperienze rifondative volte al ritorno della poesia
    all’ “abitare” il pensiero e la vita.
    Gino Rago

  4. « Se voglio prepararmi un bicchiere di acqua zuccherata, checché faccia, debbo pur aspettare che lo zucchero si sciolga. Questo piccolo fatto è ricco di insegnamenti: giacché il tempo dell’attesa non è più quel tempo matematico che varrebbe per tutto il corso della storia del mondo materiale, anche se questa avesse a dispiegarsi in un sol tratto dello spazio: essa coincide con la mia impazienza, cioè con una parte della mia durata, che non si può allungare o abbreviare ad arbitrio. Non è più qualcosa di pensato, è qualcosa di vissuto; non è più qualcosa di relativo. ma di assoluto.» Henri Bergson

    • ubaldo de robertis

      In parole più semplici, è per distinguere il tempo reale da quello adottato dalla Fisica che Bergson ricorre all’immagine della zolletta di zucchero. Il tempo reale è quello con cui attendiamo che la zolletta si sciolga. Attesa interiore. Tempo in cui vige lo slancio vitale per penetrare nel futuro. Vissuto concretamente, interiormente che corrisponde a una durata reale, alla continua evoluzione degli stati di coscienza. Un movimento che la Fisica non può spiegare interamente con i suoi concetti rigidi, astratti. Tempo vissuto che elude ogni determinismo.
      Ubaldo de Robertis

    • caro Flavio,
      ci sono delle zollette di finto zucchero che non si scioglieranno mai. Per cui bisogna decidersi, o gettiamo la zolletta inutile o beviamo l’acqua con la zolletta non sciolta.
      Io credo che la Crisi abbia già di per sé abbreviato oltre misura il tempo degli indugi. Del resto, si parla per chi vuole capire…

  5. Cristina

    spezzare una lancia…

  6. antonio sgaredo

    Gentile Cristina,
    una volta si diceva “Pirandello, chi?” – spettacolo teatrale di memè Perlini del 1973.
    Ora, “Cristina, chi?”

    as

  7. antonio sgaredo

    ricomposizione e frammentazione?
    Provateci con Leopardi o Holderlin, oppure con l’ostica Marina Cvetaeva.
    grazie
    nb. per quantpo mi riguarda ci ho provato con me stesso, e mi sono ritrovato scomposto e completo

  8. antonio sagredo

    —-
    Bergson veniva deriso di continuo da Einstein (ma sarebbe bastata soltanto una volta!)… la sua” durata e il tempo” metteva di buon umore il fisico, come una buona barzelletta… così allo stesso modo non bisogna aver timore d’essere influenzati dai grandi poeti, anzi se lo si è… è un buon inizio, poi che tramita la ricomposizione e ilfragmentimo a cui si sottopongono i loro versi, possiamo ben sperare di fare qualocosa di nuovo, e meglio! – Allora, quando lessi (mi limito ai sonetti) per la prima volta Shakespeare avevo 16 anni, quando lo lessi la seconda volta avevo 30 anni: mi sentii scomposto e non frammentato, anzi! quando lo lessi la decima volta composi i versi di “leggendo i sonetti di Shkaspeare”; questi i versi:

    leggendo i sonetti di Shake-speare

    Passerò sul tuo corpo come un inverno
    e l’ombra del gelo non sarà un gioiello
    nella notte… se genero le ore e le stagioni
    sceglierò la spada più affilata,
    non il sole, ma il ghiaccio.
    Il Tempo infili nelle sue ossa il verme
    e la tomba sia uno spazio di battaglia
    (tra la carne oscura e lo specchio avaro
    nel trucco che t’impone il belletto)
    I miei occhi sono simili a ciliegie,
    il tuo incarnato alla rosa canina.
    Ma i tuoi piedi rifiutano il tributo
    di un passo, perché sono bianchi e neri
    i tuoi umori per implorare la danza a una festa.
    Il potere sulle ombre che tu hai distillato
    nega alla grazia di farsi ròsa o volo.
    La Morte non sia solo luce divina,
    ma sigillo di una lettera per l’immortalità!

    antonio sagredo

    Roma, 3 aprile 1986
    (pubblicata in “Tortugas” – Zaragoza, 1992)
    ———————————————————-
    e adesso dopo questa assillante presenza, mi tològo dai c…..

  9. Steven Grieco-Rathgeb

    Scusatemi, non voglio attirarmi le ire di nessuno, ma io ci andrei piano, pianissimo nell’annunciare storiche o rivoluzionarie o radicali svolte nella storia della poesia, solo perché oggi sembra che ci sia qualche novità all’orizzonte, perché una poesia o due poesie sono state scomposte e ricomposte in altro modo, effettivamente aprendo interessanti questioni.
    Bisogna continuare a studiare queste (relative) novità. Di più non mi sento di dire.
    E’ sempre qualcun altro, forse la memoria storica, che puo’ parlare di svolta. Come possono farlo i fautori della svolta?
    E poi oggigiorno non siamo nemmeno certi che il processo storico artistico o letterario – fase giovane, fase matura, fase alta, fase decadente, fine della sequenza, poi tutto ricomincia – sul quale si baserebbe una simile valutazione, ancora esista.
    Esiste ancora una “prospettiva storica”? Non ne sarei così sicuro. Mi chiedo da tempo se questo processo sia mai esistito, o se non faccia parte di una visione dell’uomo già di per sé oggi obsoleta. Certo, lo stesso modo tradizionale che abbiamo di vedere noi stessi – e così la storia, e l’arte (e tutto il resto) – è basato su questo paradigma.
    Ma tutto sta cambiando molto velocemente.
    Interessante è la comparsa di una persona vivente, reale, nella poesia “Chiatta sullo Stige” di Linguaglossa: lo squarcio di mondo esterno in quella che è una elucubrazione del poeta chiuso fra quattro pareti (bella o brutta che sia, come le elucubrazioni di tutti noi).
    Mi è venuto da pensare a due versi che non fanno veramente parte del mio bagaglio culturale, ma che parlano meravigliosamente e a squarciagola a chiunque voglia ascoltare: “Guido, i’ vorrei che tu e Lapo ed io / fossimo presi per incantamento…”
    Con ciò non intendo dire assolutamente nient’altro che questo: anche qui c’è l’irruzione forte della realtà esterna, il senso che la poesia stia pulsando di qualcosa di reale, che sta oltre la finestra, oltre lo scrittoio del poeta. Anche se poi il poeta rivendica il diritto dei poeti di sognare e scrivere di amore secondo i canoni estetici di allora. Questo sulla superficie. Io penso che il sonetto vada molto più in profondo, ma adesso non posso parlarne, mi dilungo troppo. Comunque egli ci fa anche capire che queste persone stanno lavorando insieme, collegialmente, a qualcosa che percepiscono come nuovo. Così le vie di una città, come anche in Cecco Angiolieri, diventano vive perché veramente stanno lì. E così capisci che quei versi prendevano la linfa vitalissima dal mondo intorno, non si nutrivano di se stessi. Possibile che i poeti medievali italiani fossero più vicini di noi alla fotografia, al cinema, alla realtà virtuale?
    Noi siamo ancora a scoprire queste cose:

    Passando in via Gaeta mi è venuto da comporre alcuni versi.
    Come mai non ho visto la via in cui camminavo?
    Forse le mie parole non erano anche la via, i palazzi e l’albero
    e il cielo e le macchine parcheggiate, i passanti silenziosi?

    Ma anche questo si è già fatto in poesia, anche questo lo abbiamo alle spalle. Quindi in sé non rappresenta nessuna novità.
    Bisogna vedere semmai se il poeta oggi sia in grado di soddisfare questa sete del “reale” che la poesia ha.
    L’unica cosa su cui non ho dubbi: questa sete esiste.

  10. Come aprirsi alle tante voci, ai suoni che rincarano la dose d’immagini che solitamente accompagnano le parole scritte? Fare come J.Cage? Non bastassero i rumori della strada, lasciare aperti i rubinetti, la radio, la Tv, You tube e magari farsi anche una canna? E dove starebbe la bravura se non come guardando le stelle – non tutte insieme ma una, quella e poi quell’altra – e così facendo, oltre che rompere con “l’imperio”, come scrive Giorgio, creare estetica con l’agilità di un saltinbanco? Perché ostinarsi soli, a tu per tu con parole private, se intorno le stesse hanno da tempo edificato il loro reame assordante? Non sarebbe questo l’aprirsi alla vita avventurosa e Bohémiens ma si tratterebbe di altra solitudine – o alta solitudine, come vi pare – che irrompe: come sturarsi le orecchie per sentire il mare stando sul fondo della Fossa delle Marianne. Ma non è sempre possibile. Anche per me è quasi un fastidio. Dipende da come stai in salute e dal tedio se ti assale la prosa; perché, stando a come l’intendo io, e se l’ho capito, il frammento ti vuole sognante ma sveglio. Non qui ma anche qui, o qui come non mai. In perfetta trasparenza.

  11. Salvatore Martino

    Francamente queste elucubrazioni sul frammento mi sembrano elucubrazioni appunto, che non approdano a nulla, Sono d’accordo con l’andarci piano di Grieco su codeste annunciazioni.Non voglio dire nient’altro…questo giochino sul tempo e sul frammento, sul presente che non è presente( filosoficamente vecchio come il cucco…altro che novità) sullo scambio di versi avanti e indietro mi sembra proprio un giochino che non ha niente a che vedere con la poesia. Sono contento di essere un vecchio poeta che rifugge da questi stilemi e che fa dell’armonia e della musica, del pensiero e delle immagini le guide uniche della sua produzione. Consiglierei a Ubaldo e a Giorgio di continuare a scrivere come hanno fatto finora, queste piccole dottrine non fanno altro che confondere la loro scrittura.Mi ripeterò fino alla nausea : obbedire a un dettato che viene da una scelta intellettualistica è a mio avviso un suicidio: la poesia rifugge da codeste costrizioni.Se si vuole dare una dimostrazione della validità del frammento violentando un testo, questa operazione mi appare fastidiosamente riduttiva.Se questa è la famigerata novità, o ancora la strada da imboccare per diversificarsi dal passato, ebbene non mi interessa, non la giudico, me ne tengo alla larga come una malattia. Se poi col frammento, ne dubito, si riuscisse a costruire capolavori come i mosaici(il massimo del frammento) di Piazza Armerina o di Pompei o di Antakia… ma anche in questi casi si tende alla completezza, all’unità compositiva, alla cancellazione del frammento. Ma perché insistere su codesta strada chiedo a Linguaglossa, alla ricerca forsennata di qualcosa di nuovo? Eppure mi sembra che la sua produzione come quella di De Robertis sia tutt’altro che pervasa dal frammento. Un Grande critico Enrico Falqui mi ripeteva spesso: qui il poeta pensa troppo, alludendo all’invasione cerebrale nei versi. Figuriamoci quando da una partenza decisamente di cervello si pretende di fare poesia.. Mi permetto di consigliare all’amico Linguaglossa, che stimo e al quale mi lega profondo affetto, di smetterla di fare il filosofo tout court, rischia di inaridire la sua vena poetica e di allontanarlo dai versi che debbono essere il suo obiettivo principe. Tra l’altro faccio una grande fatica a seguirlo nei suoi testi sempre più specialistici, quasi avesse dimenticato la semplicità.A giorni mi aspetto un suo Manifesto alla maniera dei Dada, dei Futuristi etc.. Salvatore Martino.

  12. Salvatore Martino

    Come non approvare quanto scrive Grieco, commento di luce il suo, che raccoglie la mia completa adesione. Probabilmente gli stilnovisti con Dante e Cavalcanti in testa erano molto più moderni dei poeti di oggi che si arrovellano per cercare una propria identità.”Tu che per li occhi mi passaste il core”.Ho trascorso anni della mia vita in età già molto avanzata studiando il sonetto, fino a pubblicarne 122: “Nella prigione azzurra del sonetto”, Mi pare di essere penetrato nella realtà mia e del mondo, nell’attualità e dentro le massime meditazioni, Mortis, Erotiké etc., con la concretezza delle vicende e degli uomini, senza per questo avere bisogno di ricorrere al frammento, peraltro impossibile in una struttura chiusa come il sonetto.Può anche darsi che io non sia in grado di percepire questa devastante novità, ma in questo caso sono davvero impotente. Salvatore Martino

    • Steven Grieco-Rathgeb

      Però sarebbe bene che Salvatore Martino non fraintendesse le mie parole… Trovo molto bello l’endecasillabo “nella prigione azzurra del sonetto”, che però non dovrebbe dare al suo creatore nessuna malinconia, piuttosto un certo ottimismo su come vanno le cose travagliate del mondo.

      • Salvatore Martino

        Carissimo Grieco mi sembra che entrambi siamo caduti nel fraintendimento: io approvavo tutto il tuo commento, senza peraltro affermare che la mia poesia dovesse fermarsi all’endecasillabo o al sonetto, che è stato partecipe di una mia tarda stagione creativa…poi tutt’altro che malinconia! Ho vissuto una vita intensissima di viaggi in ogni parte del mondo, di teatro soprattutto,ma anche di cinema e di televisione, una vita terribilmente erotica , nella quale ho sempre agito secondo il mio piacere e la mia libertà. Altro che malinconia ripeto. Auguro a tutti i giovani poeti di avere una vita incredibilmente piena e felice come la mia.

  13. Nel 1982 un’équipe di ricerca dell’Università di Parigi, diretta dal fisico Alain Aspect, ha condotto quello che potrebbe rivelarsi il più importante esperimento del 20° secolo. Aspect ed il suo team hanno infatti scoperto che, sottoponendo a determinate condizioni delle particelle subatomiche, come gli elettroni, esse sono capaci di comunicare istantaneamente una con l’altra indipendentemente dalla distanza che le separa, sia che si tratti di 10 metri o di 10 miliardi di chilometri. È come se ogni singola particella sapesse esattamente cosa stiano facendo tutte le altre. Questo fenomeno può essere spiegato solo in due modi: o la teoria di Einstein che esclude la possibilità di comunicazioni più veloci della luce è da considerarsi errata, oppure le particelle subatomiche sono connesse non-localmente. Poiché la maggior parte dei fisici nega la possibilità di fenomeni che oltrepassino la velocità della luce, l’ipotesi più accreditata è che l’esperimento di Aspect sia la prova che il legame tra le particelle subatomiche sia effettivamente di tipo non-locale.

    David Bohm, noto fisico dell’Università di Londra, recentemente scomparso, sosteneva che le scoperte di Aspect implicavano che la realtà oggettiva non esiste. Nonostante la sua apparente solidità, l’universo è in realtà un fantasma, un ologramma gigantesco e splendidamente dettagliato. Ologrammi, la parte e il tutto in una sola immagine

    Per capire come mai il Prof. Bohm abbia fatto questa sbalorditiva affermazione, dobbiamo prima comprendere la natura degli ologrammi. Un ologramma è una fotografia tridimensionale prodotta con l’aiuto di un laser.

    Il principio olografico del reale ci dice, in parole povere, che quello che noi percepiamo come mondo tridimensionale altro non è che un mondo bidimensionale proiettato su un fondo cosmico che dà la tridimensionalità

    Per creare un ologramma l’oggetto da fotografare viene prima immerso nella luce di un raggio laser, poi un secondo raggio laser viene fatto rimbalzare sulla luce riflessa del primo e lo schema risultante dalla zona di interferenza dove i due raggi si incontrano viene impresso sulla pellicola fotografica. Quando la pellicola viene sviluppata risulta visibile solo un intrico di linee chiare e scure ma, illuminata da un altro raggio laser, ecco apparire il soggetto originale. La tridimensionalità di tali immagini.

    Io vorrei invitare i poeti che frequentano queste colonne a ripensare il metodo di scrittura che essi credono eterno perché si è sempre scritto e fatto così, con i conseguenti concetti di “armonia”, “musica” e loro succedanei maneggiati in modo fideistico, con un pensiero teologico e antropometrico.

    Io dico solo una cosa, pensiamo alle sconvolgenti novità epistemologiche del principio olografico del reale e alla sensazionale scoperta dell’entanglement quantistico, cerchiamo di sforzarci di pensare e “vedere” il mondo organizzato secondo non più un pensiero teometrico, teologico e quindi antropometrico, ma secondo le nuove concezioni scientifiche. Dico: proviamo a scrivere una poesia, un romanzo, fare un quadro, scrivere musica che siano il risultato di queste nuove visioni dell’universo. Proviamo a mettere in discussione tutte le nostre idee ricevute e inghiottite come se fossero delle verità eterne che viaggiano con il salvacondotto delle tradizione. Caro Salvatore Martino, si può scrivere poesia anche senza ricorrere al sonetto o alla ballata, si può scrivere poesia senza metro (come scriveva Tynianov negli anni Venti), proviamo a vedere e a leggere il mondo con occhi nuovi e puliti e, perché no, anche con la legge dell’entanglement. quantistico, In fin dei conti la de-costruzione che io e de Robertis abbiamo fatto di due poesie di altri autori vuol significare proprio questo: abbiamo una cosa sotto gli occhi e non sappiamo vederla!

    Ad esempio, nella mia poesia ci sono spezzoni di realtà, personaggi che vivono con me nel mondo “reale” che parlano con persone di fantasia o con personaggi ritratti dalla pittura del passato. Il reale dialoga con il quasi reale e l’irreale. Beh, che c’è di tanto sconvolgente? I frammenti, le sconnessioni, le scuciture non sono altro che piccolissime tessere di un puzzle più grande, grandissimo, gigantesco. E tutto può rientrare nel Tutto.
    Analogamente in poesia. Non c’è affatto da meravigliarsene. Altra questione è poi se la poesia sia bella o brutta. Qui entrano in gioco attitudini, convinzioni, sensibilità puramente individuali che complicano la questione del giudizio estetico. Se una poesia è bella lo dirà il tempo. Ma torniamo a Bohm e al principio olografico della realtà.

    Bohm si convinse che il motivo per cui le particelle subatomiche restano in contatto indipendentemente dalla distanza che le separa risiede nel fatto che la loro separazione è un’illusione. Egli sosteneva che, ad un qualche livello di realtà più profondo, tali particelle non sono entità individuali ma estensioni di uno stesso “organismo” fondamentale.

    Per spiegare la sua teoria Bohm utilizzava questo esempio: immaginate un acquario contenente un pesce. Immaginate anche che l’acquario non sia visibile direttamente ma che noi lo si veda solo attraverso due telecamere, una posizionata frontalmente e l’altra lateralmente rispetto all’acquario. Mentre guardiamo i due monitor televisivi possiamo pensare che i pesci visibili sui monitor siano due entità separate, la differente posizione delle telecamere ci darà infatti due immagini lievemente diverse. Ma, continuando ad osservare i due pesci, alla fine ci accorgeremo che vi è un certo legame tra di loro: quando uno si gira, anche l’altro si girerà; quando uno guarda di fronte a sé, l’altro guarderà lateralmente. Se restiamo completamente all’oscuro dello scopo reale dell’esperimento, potremmo arrivare a credere che i due pesci stiano comunicando tra di loro, istantaneamente e misteriosamente.

    Secondo Bohm il comportamento delle particelle subatomiche indica chiaramente che vi è un livello di realtà del quale non siamo minimamente consapevoli, una dimensione che oltrepassa la nostra. Se le particelle subatomiche ci appaiono separate è perché siamo capaci di vedere solo una porzione della loro realtà, esse non sono “parti” separate bensì sfaccettature di un’unità più profonda e basilare che risulta infine altrettanto olografica ed indivisibile quanto la nostra rosa. E poiché ogni cosa nella realtà fisica è costituita da queste “immagini”, ne consegue che l’universo stesso è una proiezione, un ologramma. Il magazzino cosmico di tutto ciò che è, sarà o sia mai stato

    Oltre alla sua natura illusoria, questo universo avrebbe altre caratteristiche stupefacenti: se la separazione tra le particelle subatomiche è solo apparente, ciò significa che, ad un livello più profondo, tutte le cose sono infinitamente collegate. Gli elettroni di un atomo di carbonio del cervello umano sono connessi alle particelle subatomiche che costituiscono ogni salmone che nuota, ogni cuore che batte ed ogni stella che brilla nel cielo.

    Tutto compenetra tutto.

    • ubaldo de Robertis

      Caro Martino,
      ” e sempre ci sorprende
      ogni concezione inquietante dell’Universo.
      Ma che cosa guida la realtà? Domandare!
      Le domande ci abitano misteriosamente.
      Domandare, domandare sempre, e di nuovo…”
      Li riconosci? Sono versi del mio poemetto: L’Universo e gli Anelli che hai lodato con parole appassionate e sincere. Ebbene, io sono disposto a leggere il mondo con occhi nuovi, e lo sei anche tu. E se il nuovo passa anche per la de-costruzione perché irrigidirsi?Gente come te, con il tuo livello poetico sa sempre e comunque ricondurre il tutto alla poesia.

      Ubaldo de Robertis

    • Steven Grieco-Rathgeb

      Bellissimo questo universo proiezione, questo ologramma. A livello letterario, una sorta di super Biblioteca di Babele di Borges. Dà ali alla immaginazione. Aspettiamo una poesia su quella specifica teoria di Bohm. Perché no? Un componimento non necessariamente con il margine sinistro giustificato e il margine destro irregolare. Chissà quante forme la poesia può avere.
      Alcune mie poesie, non tutte, sono tendenzialmente in stato di flusso continuo, si dividono, si ricompongono, si spostano, tendono ad allargarsi, dilagare sulla pagina, ma quello che dovrebbero sempre fare è trasmettere una forte esperienza estetica al lettore, dovrebbero farlo gioire e dirgli che tutto è imprevedibile in questa vita, altrimenti non saprei a cosa servono.
      Sono poesie che ho scritto o riscritto dopo molti anni (come per esempio “Il Buon Augurio”), basandomi sulle bozze originarie, bozze che mi apparivano molto più grandi e piene di suggestioni che spesso non la singola poesia finita.
      Un mio libro di poesie inglesi in traduzione italiana uscirà prossimamente in Italia, e molte di quelle poesie sono così.
      Le bozze agiscono sulla poesia finita: la piegano, la aprono, sprigionando nuove suggestioni, nuove risonanze. Il risultato è una nuova versione allargata, in qualche modo potenziata.
      Non sono giochi. E’ sempre la ricerca di una poesia che esca dal suo guscio. Ma siccome la poesia scritta (non orale) è per sua natura silenziosa, bisogna agire anche sul suo aspetto fisico sulla pagina. E le immagini devono incidere, tagliare il foglio.

  14. In un universo olografico persino il tempo e lo spazio non sarebbero più dei principi fondamentali.

    Poiché concetti come la località vengono infranti in un universo dove nulla è veramente separato dal resto.

    Ecco, posso affermare con orgoglio che in questo momento sta nascendo, anzi, è nata una nuova visione di fare poesia.

    E sarà una poesia olografica, dove tutte le singole parti sono interconnesse con tutte le altre, pur distanti 10 minuti di autobus o 10 miliardi di chilometri.

    La realtà non è altro che una sorta di super-ologramma dove il passato, il presente ed il futuro coesistono simultaneamente.

    Il cervello è un ologramma capace di conservare 10 miliardi di informazioni.

    In fin dei conti io penso in poesia come uno scienziato pensa alla realtà secondo il paradigma olografico. Non so se farò poesia migliore o peggiore di quella degli altri, ma certo la mia poesia è diversa. E con me anche quella di Steven Grieco Rathgeb, Mario Gabriele e anche di tanti altri che si stanno muovendo a tentoni in questa direzione. Più che un nuovo Manifesto, qui dobbiamo prendere in considerazione gli assunti della nuova scienza.

  15. antonio sagredo

    Spesso i miei versi hanno seguito di nascosto e di soppiatto le ricerche del poeta Ettore Majorana… che era felice nel luogo in cui stava, e voleva stare soltanto lì… aveva avuto già sentore… di quanto ha scritto su il Linguaglossa…

  16. Caro Salvatore Martino,
    prendo una tua poesia da La fondazione di Ninive (1965-1976) pubblicata nel 1977:

    L’amore sulla pietra arenaria Perché ci legarono i sassi
    Arpionati Dalla bocca a taglio dello squalo But if you
    like it Se ti domando l’universo in parti disuguali
    o mi trascende un segno dei tuoi capelli In tutta questa
    storia ci legarono i sassi alla scoperta di sabbie
    lacustri nei lunghi pomeriggi Arpionati La testa in
    parti uguali I piedi che si sfaldano

    E noto che tu, senza accorgertene, hai eseguito una scrittura franta; non ci sono i punti ma si capisce la loro esistenza perché sono seguiti da una lettera maiuscola. Ogni frase separata dai punti (assenti) dividono il verso, lo frantumano. Non può essere stata la tua una scelta casuale; probabilmente certe cose sono nell’aria, intendo l’esigenza di frantumare il verso in spezzoni e poi ancora frantumarlo in frantumi, solo che questa esigenza sotterranea non si è manifestata nella poesia italiana del secondo Novecento con la dovuta decisione. Nell’aria della poesia di questi ultimi decenni si respirava qualcosa del genere ma nessuno aveva avuto il coraggio di inoltrarsi in questa direzione, dico con decisione, determinazione. Adesso, le nuove ricerche scientifiche, i nuovi concetti legati alla Crisi del linguaggio poetico e alla Crisi di stagnazione spirituale, stanno portando, paradossalmente, nuova linfa alla poesia, intendo alla forma-poesia. Credo che bisogna prenderne atto. Chi non ne prende atto, si arrocca al passato, si tiene disperatamente attaccato alle forme vetuste e antiquate.
    Quello che mi stupisce è l’assenza dei giovani in questo dibattito. I giovani tacciono. L’interrogativo me lo pongo, ed ho anche una idea in proposito, ma non la voglio esternare.
    Il fatto è che il mondo va avanti e la forma-poesia non può restare troppo indietro, altrimenti rischia di diventare una isoletta con qualche bel ciuffo di palme in mezzo e, tutt’attorno, il deserto…

    • Se a 40anni anagrafici si è giovani, io sto seguendo, leggendo; non entro nel merito di commenti specifici, ma caro Giorgio, tu hai letto il mio ultimo lavoro dunque sai bene che puoi cambiare posti ai versi, spezzare, alterare l’ordine, rientro in questo tuo discorso senza troppe elucubrazioni e complicanze, ma istintivamente, scrivendo e correggendo quanto scritto giorno per giorno…non so perché, ma oggi accade quello che tu dici anche alla mia poesia. Un saluto a tutti.
      Angela

    • non meravigliarti dell’assenza di giovani in questo dibattito…
      i giovani vanno dove non si sentono esclusi…

    • Salvatore Martino

      Caro Linguaglossa mi inviti a nozze citando questo mio testa da “La fondazione di Ninive”.Tra la metà degli anni sessanta e quella degli anni settanta io scrissi oltre alla Fondazione un Altro testo che portava il titolo di Attraverso l’Assiria”. Due testi nati in seguito alla folgorazione avvenuta in me incontrando Eliot e soprattutto Pound. Erano testi che obbedivano a quei dettati che oggi vi appaiono terribilmente innovativi. La frammentazione regnava sovrana, richiami persino alla scienza, con frequenti ritorni, tanto che a volte l’inizio coincideva con la fine, come tanto vi piace. Ma il tutto nasceva da una esigenza profonda dentro di me, non da un procedimento aprioristicamente intellettuale. Allora da grandi critici furono salutati come una novità assoluta. Ecco perché la vostra scoperta mi appare quella irriverente dell’acqua calda. Suppongo ci fossero altri a seguire il mio cammino, non so.Ecco comunque i due testi da “la Fondazione di Ninive”
      ********
      Quando ancora sarai partito non lasciare la casa Straniero
      a volte Sospeso come goccia o stagno per questo miracolo
      di ottobre Se non ha muri e finestre scolpite giura che
      non ritorni E la morte ci tiene Un dolce movimento di
      danza o cammino o forse no correndo il domestico mito
      Straniero a volte Quando ancora sarai partito verso la
      terra di scirocco nel fondo di rena senza macchia confondi
      il groviglio delle cosce con l’ultimo che non puoi vedere
      Come goccia o lago Se ha muri la casa posso io avere
      muri e accogliere quanto dal resto svapora Una libertà
      sola Respirare Ma se ti mettono in un vuoto spinto
      come te la cavi?

      **********

      Confondendo i giorni hai cercato di te la strada passa sotto
      il podere Altri ci saranno al tempo dell’alfa-alfa Un
      richiamo di allodole attaccate allo specchio Hai cercato
      di me in tutte le facce piegate nella terra per questo
      pomeriggio isolato come un giorno di festa che non
      ricordi più i cieli a strati O fu a Smirne? O forse
      scendendo le gole dell’Eufrate
      La strada passa sotto il podere
      Ci saranno altri al tuo ritorno che non sanno di te mancato
      Amleto del tuo grigio castello in Danimarca Finsensvej
      46c la radio di bordo ricomincia Serrato Dentro la
      cabina Quando ci separammo il conto dell’albergo
      Camminare una strada fino a platia Omonia Il metrò del
      Pireo Potrei cominciare ti ho amato! e finire qui! Quando
      ritornerai da Smirne cotto dal sole e triste di non trovarmi
      incrociando le chiatte e l’isola i cieli a strati d’Anatolia
      ***********
      Mi pare ci siano molti degli elementi che cercate nela vostra deriva innovativa. la confusione del tempo, la frammentarietà, il quotidiano e il mitico, la concretezza etc….forse magari una musicalità dettata dalle pause con la maiuscola, che ad una lettura ad alta voce determinano un ritmo, facilmente riscontrabile…e spero una certa partecipazione emotiva, senza la quale per me la poesia è inutile

      • ubaldo de robertis

        Le poesie di Martino, qui riportate, una volta trovato il ritmo, vanno lette ad alta voce, i versi si spiegano inanellati nella rara preziosa continuità. Così è per “L’amore sulla pietra arenaria” così per “Quando ancora sarai partito non lasciare la casa Straniero” ed infine per “Confondendo i giorni hai cercato di te la strada.” Tutti tratti da: La fondazione di Ninive (1965-1976). Ogni volta che le rileggo mi assale un fremito nuovo e pare che i versi siano sempre più belli e viventi le parole. Esse prendono campo e si segnano nella memoria. Ho riportato l’intervallo di tempo 1965-1976 per dimostrare come dette parole mantengono intatto, oggi, tutto il loro peso, dimensione, e colore.
        Tutto è vivo e continuo non c’è nulla che rompe il discorso e c’è quella emozione che da più parti “vo cercando”
        Cosa dire? Mi sto adoperando, unico fra gli italiani a non avere più la carta di credito, per acquistare
        i: Cinquantanni di poesia 1962-2013 di Salvatore Martino.
        Ubaldo de Robertis

        • Salvatore Martino

          Carissimo Ubaldo cosa rispondere alle tue parole? Sono confuso ,emozionato, commosso, e un po’ orgoglioso che questi miei versi resistano al tempo come tu affermi. Tu come pochi, da vero poeta, riesci a penetrare e a capire quello che un altro poeta ha tentato di dire, e senza, elucubrazioni intellettualistiche, né tanto meno narcisistiche effusioni di cultura. Usi l’unica arma valida per accostare il mistero della poesia la semplicità, coniugata con l’amore.
          D’altra parte Linguaglossa, che conosce tutta la mia produzione , potrà verificare che il “frammento” ha continuato a far parte del mio mondo.Ne “Le città possedute dalla luna” 1992-1999 scrivevo questo testo intitolato emblematicamente :”Di una morte periodica.Frammenti”. e codesti non erano una scelta razionale, imposta da alcuna dottrina ma, nascevano così nel profondo. Non voglio polemizzare con la vostra ricerca Grieco, Linguaglossa e Gabriele, se per voi risulta una strada da seguire è bene che la percorriate, sapendo peraltro che prima di voi altri l’hanno imboccata, come il divino Pound.

          “Di una morte periodica: Frammenti da “Le città possedute dalla luna”

          E una marea glaciale
          dissangua i muscoli
          accerchia i tuoi mattini

          Fuoco improvviso cercando la speranza
          e quanto la tua immagine che amai

          Si confusero un giorno
          il tuo binario e il mio
          la frenesia di un bacio
          come prigione della sua memoria

          Mezzofiato sospeso
          e consegnato all’alba
          nel vento che decidi di sparire

          Consumata di polvere la faccia
          il sorriso a tratti e disarmato

          Nell’occhio cavo
          eterni passeggeri di una veglia
          un’orbita deforme
          questa meravigliosa inconsistenza

          E la parola a tratti e disarmata
          marchiata indelebile nell’acqua

          E incisa nel silenzio
          quello di sempre
          quello misterioso
          quello di Dio
          quello della morte

          Altri testi seguivano codesta costruzione frammentaria.
          Comunque il mio più sincero augurio per questo vostro viaggionella poesia del frammento. Salvatore Martino

      • Giuseppe Panetta

        Il caro amico Salvatore Martino ha avuto sicuramente una vita piena, di arte, di viaggi, di relazioni, di eros, come egli afferma, e tutta la sua esperienza diretta la si legge nei suoi versi, in questi, in particolar modo, un eros delicato di Kavafisiana memoria li percorre “a Smirne”, “il conto dell’albergo”, “ti ho amato”, “triste di non trovarmi”.
        Io questa Sua poesia la riconosco, è quel tipo di poesia che mi ha nutrito nei miei anni di formazione, e ritrovarla nel ritmo scorrevole, nel dato reale, nella vita vissuta, mi colma.

        Credo che questi suoi versi possano benissimo rientrare nella visione per frammenti di cui si discute ultimamente, ma io, da questo punto di vista sono un giovane-vecchio e ritengo che le poesie abbiano una loro sacralità e che non vadano violate. Sono atti unici, specchio e anima del poeta che le ha composte. “Ma se ti mettono in un vuoto spinto come te la cavi?”
        GP

  17. ubaldo de robertis

    Giorgio Linguaglossa con gli interventi del 18 aprile ore 2200 e 2230 e Steven Grieco-Rathgeb del 19 aprile alle 0:05 hanno espresso la convinzione che le nuove conoscenze/concezioni sulla Natura, materia ecc. stanno producendo, a livello letterario poetico, un sommovimento epocale. “Chissà quante forme la poesia potrà assumere…” – si chiede Steven Grieco. “Posso affermare con orgoglio che in questo momento sta nascendo, anzi, è nata una nuova visione di fare poesia ”- dichiara il Linguaglossa e conclude.” dobbiamo prendere in considerazione gli assunti della nuova scienza. E sarà una poesia olografica, dove tutte le singole parti sono interconnesse con tutte le altre, pur distanti 10 minuti di autobus o 10 miliardi di chilometri.”
    Dal mio canto, pur aperto ad ogni sorta di idea innovativa, il mio pensiero resta vigile quando da più parti(fuori da questa Rivista Letteraria Internazionale), a vario titolo vengono diffuse idee e teorie pseudo scientifiche a dir poco fantasiose. Anche la fisica quantistica viene tirata spesso in ballo a sproposito e con approssimative argomentazioni.
    Ad ogni modo sono certo che gli artisti, dinanzi a concezioni rivoluzionarie, sapranno trasformarle in impulsi creativi.
    Per comprendere il funzionamento del nostro cervello i recenti studi si rapportano alle tecniche olografiche. L’arte della visualizzazione, quindi, assomiglia alla tecnica olografia. C’é bisogno di incrementare il numero delle informazioni inserite originariamente nel cervello: più sono i dati, i dettagli e i punti di vista, più forte risulterà l’immagine mentale. “L’universo stesso è una proiezione, un ologramma, “afferma il Linguaglossa.
    Premesso che ritengo molto interessante “l’esigenza di frantumare il verso in spezzoni e poi ancora frantumarlo in frantumi.” e ci sto meditando a tempo pieno, da me, agli apripista, può arrivare un modesto consiglio: nel nuovo percorso creativo poetico non bisogna relegare in secondo piano, come invece si sta facendo, l’impatto emotivo. Non bisogna tenere a freno l’emozione, ovviamente quando c’è. Essa completa tutta l’esperienza di interiorizzazione.
    Ubaldo de Robertis

  18. Il mio sogno, nelle arti visive, è che si possano creare forme e immagini sospese nel vuoto. Forme tanto sensibili da reagire alla presenza emotiva degli spettatori e, perché no, si possano modificare e moltiplicare in modo prestabilito dall’autore, oppure per interazione con il pubblico. Ci arriveremo. Le mie scarse conoscenze scientifiche non mi consentono di addentrarmi con raziocinio nelle teorie esposte da Giorgio ma come viene detto in questo filmato sono teorie che proverebbero quanto viene sostenuto anche dalle filosofie orientali, Buddismo e Induismo. Io immaginavo che la realtà illusoria fosse dovuta all’intersecarsi di linee: linea tempo e linea spazio, esattamente come avviene, in scala ridotta, con i raggi laser per gli ologrammi. Presupponevo quindi che possano esistere linee di solo spazio e solo tempo. Vi risparmio la descrizione di spazio e tempo se scollegati. Dico solo che queste teorie mi entusiasmano perché spostano curiosamente la ricerca, dall’umanistico allo scientifico. Lo fanno senza contrapporsi, in parallelo, e questo è bene perché l’uomo e la donna poeti non possono contentarsi di teorie, per quanto avveniristiche, ma devono poter sperimentare su di sé, allo stesso modo degli yogi, seppure diversamente, magari fumando sigarette. Ovviamente senza trascurare l’emozione di cui parla, giustamente, De Robertis.

  19. antonio sagredo

    Carissimi Tutti,
    ho macinato e dunque frantumato e prodotto parole, versi e poesie “frante” fin da piccolo, di sei anni… poi che il frantoio era di casa a casa mia o meglio a casa degli zii, che me lo facevano con accortezza toccare eun po’ manipolare; p.e sentivo il frantumarsi agonico della parole-chicchi d’uva-olive-grano ecc. col mio cerebro, non ancora di cartapesta, e allora ascoltavo i lamenti-i assillanti degli imbruni-i sotto i pergolati e schiacciavo le mandorle secche e le fave… frantumavo, frangevo, frammischiavo i frutti della terra, era tutto un frantume: l’aurora, il meriggio, tramonto… persino le afe frantumavano fantasmaticamente le connessioni nucleari degli atomi delle ragnatele e degli scarabei, ecc, …. era tutto un frastagliume, poi irruppe il barocco e lo scirocco che spazzarono via il favonio, e gli arabeschi moreschi presero il sopravvento… il sole divenne nero per tanto splendore… continuo? NO! — è senza fine la fine meridionale….
    antonio sagredo

    • Il barocco è movimento di ascesa: due dimensioni, o meglio due universi che si cercano tra luci e ombre con generosità e ridondanza. Tutti gli artisti italiani, come del resto anche la gente, sono segnati dal barocco. Non a caso, in tempi recenti, Emilio Vedova – che però era veneziano – trovò giusto spazio tra gli artisti dell’astrattismo informale.

  20. caro Lucio,

    straordinaria quella tua affermazione: “Creare forme e immagini sospese nel vuoto”.
    Ecco una poesia postata stamane da Serenella Menichetti su La scialuppa di Pegaso (Facebook). Un esempio di come si possa fare poesia del quotidiano con gli spezzoni e i frantumi del quotidiano:

    Mattino.
    Bicchieri, forchette zozze.
    Piatti unti ovunque.
    Attesa…..
    Lavastoviglie a bocca spalancata.
    Caffettiera sbuffa e borbotta.
    Tastiera………..schermo bianco.
    Riempire lavastoviglie.
    Spegnere gas, sorseggiare nero.
    Battiti…….
    Riempire bianco.
    Stop.
    Pausa prima.
    C’è il sole oggi.
    Quasi quasi vado al mare.
    Un panino e una lattina.
    La panchina è vuota.
    Fare scorta di luce a volte giova.
    Passa Melania con un grande cono.
    Il cane nero ha pelo lucidissimo.
    Ho spento i pensieri.
    C’è un vuoto riposante nella mente.
    Il fumo delle sigarette sale.
    Nemmeno una nuvola.
    Le mie scarpe hanno i lacci blu.
    Non le avevo mai guardate.
    Le unghie devono essere levigate.
    Metterò i guanti per pulire i carciofi.
    C’è un tramonto calmo.

    • complimenti anche per il gruppo FB molto, molto interessante!

    • Salvatore Martino

      Mi viene voglia di non spegnere il gas, e di non mettere i guanti per pulire i carciofi, e quasi riprendere a fumare. Dio mio se siamo ridotti a salutare poesia le affermazioni di una casalinga,….. allora aveva ragione Origene: Extra Ecclesiam nulla salus…e il tanto vituperato Magrelli diventa un poeta importante. Salvatore Martino

      • serenella Menichetti

        Caro Salvatore Martino il testo il Mattino è solo un esercizio, in frammenti, scritto in due minuti da una donna che oltre che poetessa è anche casalinga come quasi tutte le donne. La mia intenzione era quella di far capire semplicemente come si può scrivere in frammenti. Io scrivo altro.
        E in altri luoghi.
        Saluti a tutti.
        La casalinga
        Serenella Menichetti.

  21. antonio sagredo

    Barocco, “movimento di ascesa”? – quando mai!
    .”…straordinaria quella tua affermazione: “Creare forme e immagini sospese nel vuoto”, se mai banale!
    Il punto è un altro: essere la materia stessa della lingua che si attorce, ecc. e che va ovunque…… e in qualsiasi maniera
    Leggete, dunque pargoli!:
    —————————————————————————————
    Sulla stretta ed erta facciata dell’obelisco illune a stento potevano osservarsi i rilievi da quella distanza: il tufo s’era sgretolato per l’acido storico rendendo fuse le varie vicende d’un lontano tempo, scolpite. Il musco col verdastro potere che lo distingue e lo esalta s’era installato in quelle piccole fossette sostituendosi, arrogante, al materiale tufaceo inconsistente. L’impresa della pianta era pazzesca: lenta, cocciutamente paziente e tenace era nell’opera di restauro quale a lei forse aveva prefigurato la natura stessa, mentre in altri luoghi, sfacciata e indifferente, v’era cresciuta senz’ordine, imberbe e ribelle.

    Sballóni, indossavano insolite fute merlettate di turchese, danzando torno all’obelisco striato di mercurio, e appena appena scorgevi ondulante il nero nicchio dell’acidulo foràneo in compagnia d’una rificolona che invece civettava strabuzzando gli occhi gialli a un anziano abbachista. Servile, come un Anguillesi, gli porgeva la mano insolita, cerulea nel rattrappimento, quando all’ombra dei rosari parlottavano di oscuri affari chiesastici o ecclesiastici.
    E un falò luminava i volti di mirtillo d’un quarto e a strisce un campo gleboso e colmo di cocci di creta o di aretino dissotterrati, che un accademico guffaggio, frenetico furioso, goffamente cercava di impilaggiare. Costui per una commozione mal calcolata non riuscì più a numerare i pezzi antichi, e tanto s’adirò, collerico fremente, che si strafogò decine di bazzotti, e richino, e infenso, monologandosi, e spruzzando ad ogni passo il misero pasto serale di palmento, maledisse i suoi studi d’accademia ufficiali e no, le infinite pubblicazioni e i brillanti successi librari.
    Si intestardì fisso allocco davanti a un glifo ionico e ci rimase secco per morte artistica, si disse.

    un furtarello non è poi un delitto
    se i professori hanno rubato ai morti
    ——————————

    Si scansavano le cariatidi perfino al loro passaggio e rose e corrose com’erano, preferivano le ferite di giada del salmastro alla storia quotidiana che sotto si svolgeva, e si turavano le orecchie e si tappavano gli occhi: nulla volevano sapere del pericolo che il sostegno da loro stessi rappresentato e costretto sinistramente venisse meno ad udire le parole falsamente demiurgiche…acidi motti le scheggiavano sin dal profondo interiore fissato senza tempo nelle pose e nei sentimenti chiaroveggenti.
    La pietra antica e fessa si specchiava emaciata e straziata: rifletteva le loro passioni come un Narciso sospeso di nostalgia nell’istante senza ritorno.

    La pigrizia e l’avarizia attive si mascheravano di pubblicità turistica, chiedevano l’elemosina allo straniero che detestavano, avevano fondato una Banca d’Ignavia, bugnato l’orribile portone e accecata, sullo stemma, la lupa sotto il leccio.

    …per il terrore d’una castità che essi chiamano moralità…

    Incapace di recitare una parte come Mignon si lasciò andare sulla seggiola, rammentando la sua voce stridula contro le meduse che beccavano le coste oltremarine.
    Quella notte, pavesato il cielo soltanto dai sette trioni e dalla tenue Venere, rassegnato mirava in angoscia il fuoco scoppiettante e le braci sotto i ciocchi di ulivo: segnali di una mancanza di esistere oltre l’uscio nel pomeriggio plumbeo.
    “La casalinga penuria del proprio paese” era avvertibile nelle mani che di continuo, se callose, si congiungevano in preghiera, mentre gli occhi supplicavano il cortile di smetterla coi suoi immutabili eventi: carboni accesi nel pesante ferro da stiro dentato e vorticante, scintille nello scrigno nero delle leggende e delle fate che la nonna e le comari si narravano nell’ora dello strisciante e rauco pettegolezzo.

    Detestava “i seducenti colori della verecondia”, quell’inutile e farraginoso apprendistato, stancante campagna d’un aspirante ipocrita alle scene, e la faccia livida e rugosa dell’eroe: nobile d’una non precisata Pomerania… e quelle parole sempre sul punto di piangere a singulti chiari e non soffocati: “e qui pensai/di rinascere alla vita con me solo e per me”.

    …molti poeti italiani sono delle promesse come Cascellio a sessant’anni

    —————————————
    dall’Arrabbico – 1977-81
    a.s.
    —–

    • Scritto possente e visionario. Direi che mette le cose a posto col Pascoli. Leggendo m’è parso di incontrare un titolo adatto: “Segnali di una mancanza di esistere oltre l’uscio nel pomeriggio plumbeo”
      Chiaro che straparlo, ma complimenti.

  22. Tento l’esperimento di… ricomposizione su una nota poesia inedita di Giorgio Linguaglossa. Questa l’originale:

    Il gioco dell’ombra tra gli hangar. Balenano fasci di luci dai riflettori
    posti sulla sommità delle torrette blindate.
    Sulla terra battuta risuona il passo dell’oca dei soldati.
    I gendarmi giocano al gioco delle tre carte.
    Gli ufficiali puntano alla roulette: sul rosso, sul nero,
    sul numero 33.
    Giocano con le bambole, giocano con le murene,
    accompagnano al pianoforte la bella Marlene
    che canta il Lied della nostalgia e della morte.
    In alto, le sette stelle dell’Orsa maggiore.
    Beltegeuse è una stella nana e Enceladon è lontana
    nel firmamento stellato.
    Cogito è in viaggio su un treno blindato
    sta scrivendo una cartolina ad Enceladon:
    «Mia amata, il mio posto è qui».
    Un pittore fiammingo dipinge la luna e una natura morta.
    Un Signore salta dalla bandella di un polittico nella stanza del pittore.
    Gira per la stanza, vuole prendere un po’ di aria fresca.
    Non vuole più dipingere Annunciazioni o Madonne col bambino.
    Anteprima: Un uomo in nero è accanto al letto di morte del poeta.
    «Ospite sgradito! La tua fama da tempo s’è sparsa»,
    scrive il poeta sul letto di morte.
    Un gendarme cammina tra gli hangar, agita il frustino
    in mezzo ad un nugolo di cani lupo. Abbaiano furiosi,
    intuiscono gli ordini dell’aguzzino dal movimento del suo polso.
    Interno di una locanda: dei balordi giocano a carte
    ma la luce della finestra non li raggiunge.
    Li sfiora e va altrove e la luna non c’è.
    Benozzo Gozzoli alla corte degli Estensi dipinge
    un cardellino sul ramo di corbezzolo
    e fischia un motivo di Mozart,
    sa che non c’è più tempo, deve affrettarsi,
    il Beato Angelico lo ha chiamato a Roma,
    «Per fare cosa?», si chiede Benozzo, «ancora affreschi,
    polittici da altare, annunciazioni?».
    Il treno carico di morti viventi è in corsa nella notte.
    Inverno. È arrivato il grande freddo. Berlino.
    Il lampionista spegne i lampioni lungo la Marketstrasse n. 7.
    La polizia segreta bussa alla porta del Signor Cogito.
    «Gutentag Herr Cogito».

    da “Risposta al Signor Cogito” (inedito)

    e questa la rivisitazione:

    «Gutentag Herr Cogito»

    Giocano con le bambole, giocano con le murene,
    accompagnano al pianoforte la bella Marlene
    che canta il Lied della nostalgia e della morte.
    In alto, le sette stelle dell’Orsa maggiore.
    Beltegeuse è una stella nana e Enceladon è lontana
    nel firmamento stellato.
    Cogito è in viaggio su un treno blindato
    sta scrivendo una cartolina ad Enceladon:
    «Mia amata, il mio posto è qui».

    Il lampionista spegne i lampioni lungo la Marketstrasse n. 7.
    Il gioco dell’ombra tra gli hangar. Balenano fasci di luci dai riflettori
    posti sulla sommità delle torrette blindate.
    Sulla terra battuta risuona il passo dell’oca dei soldati.
    Interno di una locanda: dei balordi giocano a carte
    ma la luce della finestra non li raggiunge.
    Li sfiora e va altrove e la luna non c’è.
    Il treno carico di morti viventi è in corsa nella notte.
    Inverno. È arrivato il grande freddo. Berlino.

    A parer mio nella ricostruzione i frammenti, che nell’originale sono ben più numerosi, anche così non perdono la loro efficacia.

    • Grazie Lucio Mayoor Tosi,
      la scomposizione e la successiva ricomposizione di questa mia poesia (inedita) è la riprova di quanto andiamo dicendo: la poesia che si fa oggi è quella che possiamo definire composizione di frammenti con salti spazio temporali e interventi di personaggi disparati, di fantasia, storici, reali, ready made e ready fantasy, il tutto miscelato in una centrifuga ologrammatica. La poesia diventa così un Ologramma di un altro ultra gigantesco ologramma…
      Cmq, è un esercizio che si può riproporre per i migliori poeti di oggi. Domani farò un altro esercizio, scomporrò una poesia di Luigi Manzi.

      • Tutto si può fare ma te lo sconsiglio, amichevolmente. Le poesie di Luigi Manzi si reggono su principi architettonici tali – gli a capo sembrano respiri, inattese sospensioni – che, insomma, seguono altri intendimenti. La tua poesia è diversa, porti molte immagini, il frammento è di casa e spesso i legami sono prosastici. Non la vedo facile, anche perché Manzi non eccede nella punteggiatura. Ma forse qualcosa in Fuorivia, dove ci sono sequenze, diciamo così, cinematografiche. Immagino tu stia pensando a queste.
        A domani.

    • Salvatore Martino

      Sì d’accordo ma l’originale era già notevole, quale bisogno c’era di stravolgerlo, per dimostrare che cosa? E Benozzo, L’Angelico e Mozart dove sono finiti? Un gioco che mi appare sempre più incomprensibile. Ma forse io scrivo solo endecasillabi e sonetti, non posso capire queste rivoluzioni.Salvatore martino

  23. Steven Grieco-Rathgeb

    In risposta a Salvatore Martino, dico che più volte mi sono trovato perfettamente d’accordo con le critiche “benevole” che lui ha fatto qui all’Ombra delle Parole, sempre volte a demistificare un po’, ad abbassare i toni. E fin qui sono totalmente con lui.
    Mi trovo molto meno d’accordo con le critiche alla stessa impostazione teorica di questo blog,
    Io so che è nel nostro sangue questa strada esplorativa che abbiamo intrapreso alla ricerca di una poesia più consona al giorno d’oggi, prima di tutto più ricettiva della visione allargata del mondo e del cosmo che noi del 21o secolo volenti o nolenti abbiamo.
    L’età non conta, e non esistono parametri poetici immutabili: sono paraventi dietro i quali il poeta non può nascondersi.
    E adesso accenno brevemente a me stesso: nel 2014 ho iniziato su questo blog a parlare di “poesia tridimensionale”, forse un po’ riduttivamente, ma quello non era che un passo ulteriore di una esplorazione che per me dura dai primi anni 1970. Sempre avallata dalla scrittura di poesie, poesie in carne e ossa.
    Prima queste cose le facevo in India (e tuttora le faccio lì), i miei saggi sono stati tradotti in lingua Hindi e pubblicati su numerose riviste, ma soprattutto su una, cartacea, di Bhopal, “Samas”, anch’essa, sempre, esplorativa delle possibilità della poesia. Adesso le stesse cose le faccio anche in Italia, grazie ad alcune riviste come “Zeta”, e poi all’Ombra delle Parole.
    Giorgio Linguaglossa e io ed alcuni altri sentiamo di essere vicini in questo senso, da prospettive diverse siamo arrivati ad avere in comune un terreno poetico. Unità nella diversità.
    Il meglio della esplorazione deve ancora venire, perché siamo agli albori di questa cosa.
    I “teorici” dovranno continuare a postare loro composizioni e poesie che diano sostanza a questa nuova prospettiva. Abbiamo già visto alcuni risultati, ce ne vogliono altri ancora, io stesso ho delle cose pronte.
    Per il suo reale valore umano e poetico e per i sentimenti di amicizia che sento per lui, invito Salvatore a salire definitivamente a bordo, con tutta la sua cartucciera di giustissime critiche: perché prenderci a schioppettate da terra è riduttivo, prima o poi il treno scomparirà all’orizzonte.

    • Caro Steven Grieco Rathgeb,
      leggo il tuo commento e lo approvo in ogni sua parte. Trattasi di un piano organizzativo che assembla il nostro modo di cooperare sul Blog, ma non individualmente, sinergicamente : tu, Linguaglossa ed io, in modo da produrre un documento unitario sulla “scrittura poetica in frammenti” , anche se di diversa tipologia. E’ un mio modo di vedere che, se sarà valutato positivamente, potrà portare il lettore ad una visione più omogenea del nostro operato. Un saluto. Mario Gabriele.

  24. Salvatore Martino

    Non è che io condanni l’impostazione teorica solo che non mi appare innovativa,nel senso che precedenti ci sono. Comunque sempre pronto ad ammettere i miei errori. Qualsiasi mia affermazione nasce dal presupposto che essa sia soltanto una opinione, l verbo lo lascio ai profeti. Prendo mia l’affermazione molto giusta di De Robertis : “Non bisogna tenere a freno l’emozione, beninteso quando c’è.Essa completa tutta l’esperienza di interiorizzazione”. Cercherò di essere più rapido del treno che passa. Salvatore Martino

  25. Steven Grieco-Rathgeb

    La frase “Creare forme e immagini sospese nel vuoto” è effettivamente molto bella e interessante, sono meno convinto che la poesia di Serenella Menichelli faccia questo. Sequenza aleatoria di sensazioni, gesti, che più volte cerca di decollare, ma poi ricade giù.
    Interessante è vedere come Rolf Jakobsen ha sperimentato con due tecniche: la prima io la chiamo del “broken meaning”, “significato invalidato, spezzato” – la cui bellezza sta proprio nel fatto che l’invalidità del senso suggerisce la sua interezza.
    L’altra tecnica consiste in un improvviso allontanamento dal tema iniziale della poesia, senza più tornare indietro. Molto difficile da fare, più facile da scimmiottare: perché l’abbandono “vero” della sequenzialità significante in una poesia richiede una coerenza interna davvero grande. Proviamo sempre in qualche modo ad alludere a ciò che avevamo detto all’inizio, a rifinire e mettere a posto le cose. O facciamo l’esatto opposto, lasciamo tutto in elegante disordine, che è poi solo il rovescio del mettere a posto.
    L’abbandono della sequenzialità significante, nascosta o meno, richiede uno sguardo visionario, una fiducia cieca che tutto nella sua estrema dispersione collima. Che l’uccello del paradiso è tutt’uno con la sua negazione.

  26. Il primo autore che nella storia della poesia italiana del Novecento inaugura il frammento quale forma base della propria poesia è Alfredo De Palchi, con Sessioni con l’analista (1947-1966), pubblicata nel 1967, che però non ricomprende le poesie scritte dal 1947 al 1951 sulle pareti della cella del penitenziario di Procida dove era rinchiuso il giovanissimo poeta con l’accusa infamante di omicidio per il quale fu condannato, con un processo farsa, in primo grado, all’ergastolo. Una esperienza che gli detterà la prima forma frammentaria della poesia italiana del secondo Novecento, il cui libro verrà pubblicato ad opera di Sereni con la Mondadori nel 1967, privo però della prima raccolta, La buia danza di scorpione (1947-1951), che venne stralciata per volontà dell’autore e pubblicata negli Stati Uniti con Xenox Books nel 1993..
    In quegli anni di disperata scrittura De Palchi scriverà La buia danza di Scorpione, il primo e più compiuto esempio di disseminazione dei linguaggi e di frammentazione della forma-poesia.
    Dopo di quella data la poesia italiana non procederà più in quella direzione. E le ragioni sono varie, ma principalmente la poesia italiana del dopoguerra si impegnerà nelle piccole riforme: quella di Vittorio Sereni, con Gli strumenti umani (1965), lo sperimentalismo di derivazione neoavanguardista, e il post-ermetismo, tutte impostazioni di marca temporale lineare.
    Oggi la questione si pone e si ripropone, non più al modo del frammentismo emotivo del primo progenitore Alfredo de Palchi il quale non pubblicherà mai in Italia il suo primo straordinario libretto, con quelle sue caratteristiche verticalizzazioni liriche ed emotive. Dicevo che il problema si ripropone oggi in modo impellente, perché dopo il grande successo del minimalismo romano-milanese di questi ultimi tre decenni, si avverte nei poeti più dotati, l’esigenza di voltare drasticamente pagina. In diversi poeti si avverte una inversione di tendenza, ma sono i poeti della mia generazione o giù di lì che si interrogano e scrivono una poesia contro corrente: e qui penso alla poesia di Luigi Manzi; altri indirizzi si inoltreranno in altre direzioni, verso una poesia anacronistica, desueta, che si volge al lontano passato, come quella di Gino Rago. Insomma, mi sembra che ci sia in atto un risveglio, almeno da parte dei poeti che hanno una età che va dai cinquanta anni ai sessanta. Dei più giovani, non saprei dire, mi sembra che ristagnino nelle forme poesia ben obliterate, cercano di andare sull’usato sicuro…

  27. ubaldo de robertis

    Non approvo Giorgio Linguaglossa quando scrive:
    “Mi sembra che ci sia in atto un risveglio, almeno da parte dei poeti che hanno una età che va dai cinquanta anni ai sessanta.”
    Io seguo la sua Rivista Internazionale Letteraria da un paio d’anni, ne ho 74, e un certo risveglio lo avverto anch’io. Tra l’altro seguendola credo di essere migliorato, come a dire che dispongo di molte più frecce di prima.
    Interessante la proposta di Mario Gabriele di “cooperare sinergicamente : lui Linguaglossa e Grieco -Rathgeb in modo da produrre un documento unitario sulla “scrittura poetica in frammenti”.
    Io li ho definiti: Apripista. Giorgio ha la mentalità del ricercatore scientifico e oltre trenta anni di ricerca poetica alle spalle, di sicuro Mario sarà alla sua altezza, Steven è un vulcanico( in quanto a idee) personaggio, uno sperimentatore nato, uno che sa accendere gli animi. Sto già verificando nei miei scritti se trovo una qualche forma, generata magari inconsciamente di “broken meaning”, e dell’altra, molto molto interessante, quella dell’improvviso allontanamento dal tema iniziale della poesia, senza più tornare indietro.
    Ubaldo de Robertis

    • Steven Grieco-Rathgeb

      Presto potrò dare esempi concreti di cosa intendevo con tutte e due queste tecniche da me individuate soprattutto nei poeti est-europei e scandinavi. Devo fare un po’ di traduzioni.
      Per la freschezza mentale dei poeti, non esiste età. Senza alcun dubbio. Guai a pensarlo. Penso che Giorgio dicendo così soltanto si rammaricasse che poeti più giovani magari leggono questa rivista ma non commentano.
      Devo dire che gli ottimi, solidi scritti di Salvatore Martino che ho letto sopra vanno presi subito come esempio di una poesia italiana che non ha avuto quel, ahimè, sapore stantio di così tanta altra, anche della migliore, che si scrisse in questo paese negli ultimi 40 anni del ‘900, dal sapore burocratico (compreso il miglior Luzi) forse anche a causa della catastrofe generalizzata di tutti gli ideali politici sia di sinistra che di destra…
      Il pezzo “macinato-frantumato” di Sagredo è eccellente e anche molto divertente perché tirato fuori dal cappello in un attimo. Si sente l’odore di freschissima terra, freschissima invenzione.
      Aspettiamo impazientemente altre poesie di Mario Gabriele, di Ubaldo de Robertis, di Giorgio Linguaglossa.

  28. sarà che di anni ne ho cinquantasette e ascolto questi testi da trenta, sono pertanto convinto non sia trascurabile il lavoro fatto da Pasquale Panella, soprattutto nel periodo in cui collaborò con Battisti. Le parole se assemblate, smontate e rimontate con un minimo di genio hanno un ascendente poderoso su chi riesce a raggiungerle. Il lavoro della Menichelli è un approccio scolastico, un tentativo. Un artista, soprattutto il poeta, debbono essere aperti alla ricerca del nuovo, senza snaturare il bello. Per questo seguirò convinto queste proposte da cui si può trarre indicazione.

  29. Giuseppe Panetta

    “con la ragione si sopravvive a tutto, si distrugge il distrutto”

    Anche io, caro Almerighi ascolto da tempo ciò che tu ascolti e leggo, probabilmente ciò che tu leggi.

    Leggo e leggerò il tuo nuovo libro che sto aspettando, e dal poco che ho già letto sul sito della casa editrice, ritengo che la tua poesia non si presti al gioco del “cambiando l’addendo non cambia il risultato”, e devi ritenerti fortunato per questo. La poesia è atto unico.

    Ho provato a fare la stessa operazione con il sabato del villaggio di Leopardi:
    ch’anco tardi a venir non ti sia grave.
    Altro dirti non vo’; ma la tua festa
    stagion lieta è cotesta.
    Godi, fanciullo mio; stato soave
    che precorre alla festa di tua vita.,

    L’esercizio potrebbe venire, ma si snatura la poesia.

    La butto lì, come al mio solito, affilata: credo che Ubaldo quando ha pensato di ricollocare le stanze della poesia di Rathgeb abbia colto una qualche debolezza, anche se l’operazione “LEGO” potrebbe avere una interessante e nuova proposizione.

    • Sì, caro amico di condominio, il libro sta per arrivarti, ho trascorso l’ultimo week end a firmarli e oggi l’editore li ha ricevuti, penso che da domani inizierà a spedirli. Sono contento che anche tu ti appassioni all’Apparente Panella, che non sono solo canzonette.

    • ubaldo de Robertis

      No. Caro Giuseppe. Quando ho letto l’opera di Grieco ero molto preso dal piacere che si prova davanti ad una bella poesia. Bella come immagini e contenuti. Arrivato in fondo, istintivamente” l’ho risalita”come fosse una scala a pioli dalla quale uno scende con il fiato sospeso, ed ho notato con grande stupore che essa risultava parimenti bella interessante e completa. Ancora oggi sono convinto che dovendola leggere in pubblico va letta in sequenza nei due sensi. Una poesia circolare! Nessuna debolezza da me riscontrata altrimenti l’avrei segnalata.
      Ubaldo de Robertis

      • Giuseppe Panetta

        Inconsciamente tu, Ubaldo, non consapevolmente, avrei dovuto scrivere.

        Ad ogni modo, per stemperare l’aria con un po’ di humour. Già mi vedo tutti i poeti (alcuni, ovviamente)che, a fronte di questa rivoluzione di “addendi”, son tutti lì a far le prove della circolarità dei propri versi, se siano tridimensionali o paralleli. E nel caso non lo fossero, via, un colpo al cerchio e un colpo alla botte…

        • Giuseppe Panetta

          Mi fa piacere , caro Almerighi, che tu ti riferisca a me come condòmino. Ricordo quella instant poetry sul condominio (già Oldani) che ho postato qui qualche anno fa, non ricordo più come fare a recuperarla, quale pagina era? Boh!!!
          E non è nemmeno un peccato. In primavera il polline viaggia per l’aere, impollinando, impollinando… riconoscendo!

  30. Steven Grieco-Rathgeb

    con la suocera Panetta che darà il giudizio definitivo e inappellabile

    • Giuseppe Panetta

      T’ho punto nel vivo, Rathgeb?
      Più nuora che suocera.
      Ad ogni modo vedimi e definiscimi come vuoi. Sono circolare e ologrammatico.

  31. antonio sagredo

    non ricominciamo con le battute; credo che basti così: aspettiamo nuovi poeti e commenti.

  32. Giuseppe Panetta

    Nuovi poeti? Pienamente d’accordo!!!

    • ubaldo de robertis

      A proposito di smontare e rimontare i versi è ovvio che ciò è possibile solo se la composizione è nata da frammenti.
      Ad ogni modo non è che quando si vogliono ricomporre l’operazione viene fatta a caso. Pensiamo ad
      un’ anfora andata in frantumi

      http://isoladeipoeti.blogspot.it/

      e a quanta abilita occorra per la corretta disposizione e incollatura dei frammenti, anche quelli che a prima vista appaiono insignificanti. L’esito del “restauro” dipende da questa delicata fase. Su un oggetto reale, costituito da una graziosissima ballerina di biscuit, io non ci sono riuscito.

      http://nazariopardini.blogspot.it/2016/04/ubaldo-de-robertis-biscuit.html

      In generale ha ragione Panetta quando afferma che la poesia è atto unico.

      Ubaldo de Robertis

  33. al caro Panetta faccio presente che qui non si discetta della poesia di Leopardi o di Hölderlin, ma della poesia contemporanea, che è una cosa ontologicamente diversa. E non si tratta neanche di facili formulette come quella che si cita: «cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia». È ovvio che in poesia il risultato cambia, ma di poco, spesso di pochissimo. Cmq se l’autore sceglie una costruzione e non un’altra, una differenza ci sarà, ma questa considerazione non inficia il mio discorso di base. Dirò che gran parte della migliore poesia contemporanea è fatta così. Prendiamo ad esempio due poesie di Donatella Bisutti già postate su questa rivista. Eccole:

    La mano

    Non è nemmeno mia, questa mano.
    Accettala.
    Non commettere
    questo unico peccato.

    La prima può essere ricomposta così:

    1) Non commettere
    questo unico peccato.

    2) Non è nemmeno mia, questa mano.
    Accettala.

    La seconda è questa:
    .
    Pinocchio nell’isola dei Papua

    Pinocchio disse
    non voglio essere buono
    obbedire al re
    a tutti gli imbecilli
    che si credono grandi
    ai furbi che
    conquistano il potere con l’inganno

    non voglio
    diventare di carne
    indossare abiti eleganti
    essere baciato
    amare chi mi vuole bene
    odiare chi mi fa male
    essere seviziato
    essere crocifisso
    ad una trave

    Voglio restare
    di legno
    non avere anima
    non avere casa
    non avere padre
    avere per amici gli asini
    vivere nella foresta
    ridiventare albero.

    Ecco la mia ricomposizione della poesia:

    1) Pinocchio disse.

    2) non voglio
    diventare di carne
    indossare abiti eleganti
    essere baciato
    amare chi mi vuole bene
    odiare chi mi fa male
    essere seviziato
    essere crocifisso
    ad una trave

    3)Voglio restare
    di legno
    non avere anima
    non avere casa
    non avere padre
    avere per amici gli asini
    vivere nella foresta
    ridiventare albero.

    4) non voglio essere buono
    obbedire al re
    a tutti gli imbecilli
    che si credono grandi
    ai furbi che
    conquistano il potere con l’inganno.

    Come si può notare, questo procedimento di scomposizione e di ricomposizione si può applicare alla quasi totalità di poeti che, anche in modo non del tutto consapevole, scrivono per frammenti. Gli esempi si potrebbero moltiplicare all’infinito. Questo fenomeno non si verificava nella poesia del Novecento ma si è andato ad intensificare già nel tardo Novecento, ed ora è finalmente diventato visibile. È diventata una pratica di massa, tanto che una autrice certo non moltissimo letterata come Serenella Menichetti la adopera per certe sue poesie, con risultati ovviamente proporzionali a quella che è la sua cultura e la sua consapevolezza critica del fare poesia. Questo che significa? Beh, significherà pure qualcosa, no?

    • Salvatore Martino

      Come falsare due belle poesie, la prima soprattutto, quo titulo?, Si comprende benissimo perché siano state composte in quest’ordine, l’unico voluto dal poeta, e se Pinocchio inizia dicendo che non vuole essere buono è assolutamente fondamentale, e condiziona tutta la poesia. Comincio ad essere allibito. Ma caro Linguaglossa continua a scrivere poesia come hai fatto finora, regalandoci tesi memorabili e terribilmente tuoi.. Salvatore Martino

  34. è altamente probabile che il progresso tecnologico abbia reso questo processo di frammentazione e ricomposizione molto più semplice e individuabile. Quando non c’erano word e il copia incolla, mettersi lì a fare questo tipo di operazione richiedeva molta più inventiva e molto più tempo. (oltre che parecchia carta) io stesso quando compongo lavoro sui singoli pezzi e spesso li sposto. L’importante è che non diventi un esercizio fine a se stesso. Certamente le singole sequenze sistemate in una certa nicchia dall’autore, spostate da un altro debbono comunque dare un contributo concreto a qualcosa di effettivamente nuovo, altrimenti non serve farlo.

  35. Giuseppe Panetta

    Premetto che non ce l’ho con nessuno in particolare e che se uso lo stiletto è solo perché questo è il mio modo, giusto o sbagliato, non so.

    Capisco e accetto l’idea di fondo del frammento, Saffo ne è l’esempio, non certo perché abbia scritto per frammenti ma solo perché i suoi frammenti ci sono pervenuti, frammenti che si possono ritrovare in Ungaretti, il quale, forse, dalla lezione di Saffo ha costruito il suo mondo poetico.

    Sulla manipolazione, ricollocazione, riscrittura a questo punto, di un testo poetico che io ritengo unico, penso che così facendo si leda la patria potestà di una poesia che appartiene al suo autore nella sua integrità di forma e contenuto.

    Ad ogni modo, sulla circolarità dei versi mi sono interrogato in passato con questo testo che sottopongo, pubblicato in Thalìa:

    Dibattono e si prendono a pugni
    Scardinano e aggirano l’ostacolo
    Lo conquistano fino ad impastarlo

    Dibattono e aggirano l’ostacolo
    Si prendono a pugni e scardinano
    l’impasto fino a conquistarlo

    Aggirano e scardinano l’ostacolo
    Lo conquistano a pugni l’impasto
    Si prendono fino a dibatterlo

    Ricchi e poveri stesse trappole

    • caro Giuseppe Panetta,
      rispondendo alla tua provocazione, visto che hai citato un tuo testo, ti dirò che a me sembra che il suo «limite», diciamo, poetico sta nel fatto che esso è pensato ancora in termini proposizionalistici. Voglio dire che tu cambi la posizione degli attanti all’interno della medesima proposizione e così metti in mostra le variazioni, le varianti. Tutto ciò va bene, ma, a mio avviso qui si parlava di un altro problema: del «frammento», cioè della costituzione ontologica del «frammento» e della necessità di prenderne atto. Insomma, credo che siano due cose diverse: il frammento si può dare anche senza intervenire nella dislocazione degli attanti all’interno di una frase.

  36. Salvatore Martino

    Mi fa piacere che l’amico Panetta citi con cognizione vera il nome di Ungaretti a proposito della frammentarietà. Avrei voluto farlo io stesso , ma poi sono naufragato in acque diverse e più personali. Salvatore Martino

  37. Franco Campegiani

    Quando Linguaglossa afferma che “il presente assolutamente presente non esiste”, perché “nel presente c’è sempre il non presente”, dichiara la simultaneità misteriosa del positivo e del negativo, dell’essere e del non essere, del Tutto e del Niente, che sono le due facce (gianiche) opposte e complementari della realtà. Passando a considerare la scrittura, egli aggiunge che “una scrittura totalmente fonetica non esiste, poiché anche nella scrittura fonetica si danno elementi significanti non fonetizzabili: la punteggiatura, le spaziature, le virgolettate, ecc.”. Poi conclude, citando Lacan, che il soggetto significante “non può mai raggiungere il pieno possesso del significato”. Vorrei aggiungere, da parte mia, che questa è la peculiarità della scrittura creativa, la cui origine è ignota, mentre per la scrittura intellettualistica, la cui matrice è prettamente razionale, il soggetto mostra di essere (sia pure illusoriamente) nel pieno possesso del significato. La scrittura creativa, nelle più svariate forme espressive, e senza fare distinzione tra prosa e poesia, sta nel vento stesso della creazione universale. Essa porta con sé i semi della sapienza del mistero da cui viene: luci ed ombre, vuoto e pieno, “detto” e “non detto”, silenzio e parola fusi in un unico respiro. Questo tipo di scrittura è a-schematico, di un’essenzialità estrema e sconcertante, la cui semplicità non ha alcuna parentela con le semplificazioni schematiche e riduttive di ogni scrittura razionalistica che non vive la vita, ma che da essa si astrae per poterla rappresentare, rielaborare. La scrittura poetica, o mitopoietica, non rappresenta la vita e sta fuori dal dominio del “significare”, fuori ossia dall’arbitrio razionalistico che tutto manipola, illudendosi di stare nella vita reale. La mitopoiesi (dove il mito si presenta allo stato sorgivo, non ancora decaduto a mitologia) vive direttamente la vita, così come può viverla un albero o un animale, e sta tutta nel farsi strumento del mistero, anziché nel rielaborarlo artificialmente secondo modelli razionali arbitrari. Non che in essa la ragione sia assente, ma si pone al servizio del mistero, anziché anteporsi ad esso, come avviene nell’altro tipo di scrittura. Per esemplificare, dirò che il poeta (in senso lato l’uomo creativo) non parla del mare o del vento, ma lascia che sia il mare stesso o il vento a parlare attraverso la sua scrittura. Sta qui l’ispirazione. Il poeta presta la propria voce alla voce del mare e del vento, all’empito incontenibile della vita, che non potrà mai venire racchiusa (“contenuta”), ma potrà solo balenare in una formula espressiva. Da qui l’esigenza di leggere tra le righe, di leggere il non detto, di ricomporre l’opera a modo nostro, di farla rivivere in noi, perché ciò che conta, leggendo un’opera, è capire noi stessi e non il suo autore. “Ogni lettore, quando legge, legge se stesso”, ha scritto Proust ne “Il tempo ritrovato”. Sta qui, a parer mio, il carattere frammentario, ma non particolaristico, della poesia. Il Minimalismo poetico dei nostri tempi favorisce una visione particolaristica della vita, chiudendo il particolare in se stesso e sbarrando l’accesso all’universale che invece in esso si vorrebbe rivelare. In tal modo impedisce al particolare di mostrare la propria contingenza, i propri limiti, le proprie zone d’ombra, presentandolo come un assoluto. Così l’individuo viene tacciato di individualismo, non tenendo conto del fatto che esistono individui generosi e magnanimi, aperti ai venti universali. Evidentemente l’universale risiede nell’uomo stesso, nei suoi abissi interiori, mentre si tende a confonderlo con tutto ciò che è “pubblico”, secondo una visione orizzontale e superficiale della vita. Non è sufficiente sostituire l’Io con il Noi per uscire dalla tirannia dell’ego, dalla filosofia del “privato”. Il “collettivo”, in fondo, non è altro che un Io più allargato (ovviamente la comunità è un’altra cosa). Il concetto di “opera aperta” è stato elaborato nel ’62 da Umberto Eco, “come proposta di un campo di possibilità interpretative, come configurazione di stimoli dotati di una sostanziale indeterminatezza, così che il fruitore sia indotto a una serie di letture sempre variabili”. Bisogna andare oltre, a mio avviso, superando questo concetto di “variazioni sul tema” che restano prive di autonomia reale. Linguaglossa sostiene che “abbiamo fatto un passo ulteriore” rispetto a Umberto Eco, ma a mio parere, fin quando resteremo intrappolati nel testo originario, non potremo fare quel salto verso il “non detto” che possiamo rintracciare soltanto nella nostra patria interiore. E’ così che fa capolino l’universale. La comunicazione autentica nasce dal dialogo interiore. E’ lì che risiede il primo anello della catena relazionale, saltando il quale va in pezzi l’intera catena e la comunicazione diviene inautentica. Attivando invece quello, tutta la catena si pone in movimento perché ogni lettore viene chiamato a svolgere un identico lavoro su se stesso, giungendo per vie autonome ai valori universali. La poesia frammentaria non pone fuori gioco l’universale, ma ne scorge la luce, appunto frammentata, in ogni tessera dell’immenso mosaico. I riferimenti alla fisica subatomica sono quanto mai appropriati. Vuoi che gli elettroni viaggino a velocità superiori a quelle della luce, vuoi che siano connessi tra di loro a prescindere dai luoghi in cui sono dislocati, il riferimento, al di là delle traiettorie scientifiche che sono in continua evoluzione, non può che essere a quell’intelligenza cosmica o pluricosmica che i veggenti di ogni luogo e tempo hanno sempre definito “coscienza universale”. I mistici di ogni luogo e tempo hanno sempre parlato di elementi invisibili ed impalpabili, esattamente come i fisici moderni che partono da angolazioni diverse o addirittura contrarie. “Tutto compenetra tutto”, conclude Linguaglossa, con un brillante motto sapienziale che potrebbe tranquillamente venire adottato come commento del simbolo del Tao. E’ giunto il tempo che la cultura riscopra questa sapienza arcaica, questa coscienza che ha sempre alimentato le sorgenti più remote (e sempre attuali) del mito. Non sto dicendo di attingere alla mitologia (quella è aria fritta), ma di attingere a quel serbatoio di intelligenza cosmica, a quel laboratorio creativo universale, cui l’umanità (come tutto il vivente) è collegata. Nel mito, in nuce c’è tutto: arte, poesia, religione, filosofia e scienza, non ancora entrate in competizione tra di loro per smanie di egemonia. La mutazione genetica di cui parla Linguaglossa con riferimento alla nuova poesia, a mio parere non è altro che un ritorno della poesia, ma in senso più lato e della civiltà degli uomini, alla propria genetica originaria.

    Franco Campegiani

  38. Caro Franco Campegiani,
    condivido in toto il tuo pensiero. Dirò di più, già durante gli anni Dieci del Novecento, il giovanissimo Lukacs premarxista parlava di «ricomporre l’infranto», riecheggiando il pensiero di altri filosofi. Dunque, già 100 anni fa appariva chiaro che ormai il mondo era andato in frantumi e che spettasse all’arte il compito di «ricomporre l’infranto». Ma, mi chiedo, come si può ricomporre l’infranto se non prendendo appunto i «frammenti», i «frantumi» e poi ricollegarli insieme? – I laudatores del tempo antico i quali affermano che la poesia o è lirica o non è, non sanno quello che fanno, ripetono a pappagallo una formula obsoleta filosoficamente insostenibile.

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