Alfredo de Palchi (Verona, 1926) TESTI SCELTI da NIHIL (Stampa2009 Azzate, Varese, 2016 pp. 108 € 14) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa – “vecchio leone, cacciato, braccato, ferito più volte eppure indenne, fiero, coraggioso…”

alfredo de palchi Grattacieli di New York

Grattacieli di New York

Alfredo de Palchi, originario di Verona dov’è nato nel 1926, vive a Manhattan, New York, dove ha diretto la rivista Chelsea (chiusa nel 2007) e tuttora dirige la casa editrice Chelsea Editions. Ha svolto, e tuttora svolge, un’intensa attività editoriale.
Il suo lavoro poetico è stato finora raccolto in sette libri: Sessioni con l’analista (Mondadori, Milano, 1967; traduzione inglese di I.L Salomon, October House, New York., 1970); Mutazioni (Campanotto, Udine, 1988, Premio Città di S. Vito al Tagliamento); The Scorpion’s Dark Dance (traduzione inglese di Sonia Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1993; Il edizione, 1995); Anonymous Constellation (traduzione inglese di Santa Raiziss, Xenos Books, Riverside, California, 1997; versione originale italiana Costellazione anonima, Caramanica, Marina di Mintumo, 1998); Addictive Aversions (traduzione inglese di Sonia Raiziss e altri, Xenos Books, Riverside, California, 1999); Paradigma (Caramanica, Marina di Minturno, 2001); Contro la mia morte, 350 copie numerate e autografate, (Padova, Libreria Padovana Editrice, 2007); Foemina Tellus (introduzione di Sandro Montalto, Novi Ligure(AL): Edizioni Joker, 2010).
Ha curato con Sonia Raiziss la sezione italiana dell’antologia Modern European Poetry (Bantam Books, New York, 1966), ha contribuito nelle traduzioni in inglese dell’antologia di Eugenio Montale Selected Poems (New Directions, New York, 1965). Ha contribuito a tradurre in inglese molta poesia italiana contemporanea per riviste americane.
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Giorgio Linguaglossa Alfredo De_Palchi serata 2011

Alfredo De Palchi e Giorgio Linguaglossa, Roma, 2011

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa. “vecchio leone, cacciato, braccato, ferito più volte eppure indenne, fiero, coraggioso…”
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Poco tempo fa, una rivista milanese mi ha chiesto di scrivere un saggio di critica psicoanalitica sul primo libro di Alfredo de Palchi, La buia danza di scorpione scritto dal poeta ventenne nei penitenziari di Procida e Civitavecchia dal 1947 al 1951 e pubblicata in italiano soltanto nel 1993. Mi sono accinto a questo compito con curiosità e timore ed ho scoperto tra le parole del libro, un modo di vocaboli, di immagini, di totem, di frantumi, relitti del suo inconscio di giovanissimo recluso che lottava disperatamente per sopravvivere, frammenti dell’inconscio e di conflitti irrisolti, che nessuna cura psicoanalitica potrà mai risolvere (per fortuna!), frammenti testamentari del rapporto con la madre del poeta e con il padre (che io non sapevo assente). Vasi incomunicanti di frammenti che tra di loro parlano, comunicano, anche se parlano lingue diverse e incomunicabili. Questo è l’inconscio di un poeta che si riversa in un libro di poesia(!?) E tutto mi si è fatto chiaro all’improvviso. Devo dire un grazie alla rivista milanese (nella persona di Donatella Bisutti) che mi ha commissionato il lavoro. Ho mandato il saggio a de Palchi il quale, appena letto, ha commentato: «ma tu mi hai messo a nudo! Nessuno ha mai scavato così in profondità nel mio inconscio!».
Ecco, io penso che il critico di poesia debba andare con la lanterna di Diogene alla ricerca dei frammenti sparsi e dispersi che neanche il poeta sapeva di avere messo dentro le proprie poesie. Fare una indagine quasi poliziesca, alla ricerca delle parole e dei simboli nascosti o appena dissimulati.
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Sono ormai più di cinquanta anni che la poesia di Alfredo de Palchi vive di un conflitto tra suono e senso, suono e significato che si configura come slittamento fonologico tra attante ed epiteto in guisa che l’epiteto entra in rotta di collisione semantica con l’attante; di qui il prevalere di fonemi acuti dal suono scabro e vetroso di contro a modulazioni lievi di altri, pochi, attanti dalla sonorità acuta. Più che alla sinestesia tra suono e senso, de Palchi ricorre all’opposizione fonematica e semasiologica tra le parole per restituirle alla loro compiuta visibilità linguistica. L’utilizzo degli avverbi è sempre postato in modo diagonale alla significazione, indica sempre una modalità impropria del modus, e sono serventi alla de-automatizzazione del linguaggio. Nella poesia depalchiana non c’è solo un disaccordo tra il suono e il senso, l’autore preferisce sempre la soluzione di un intervento effrattivo, frontale, quasi una effrazione della lingua di appartenenza come indizio di una estraneità ad essa e di un esilio patito fin dagli anni della sua adolescenza. È una procedura di effrazione che de Palchi pone in essere. È il contesto dunque che modifica il suono, graffiato e sgraziato «diesizzandolo» e «bemollizzandolo», come insegna Jakobson, per contagio lessicale e contiguità semantica. De Palchi adotta l’azione inversa che consiste nel flettere il senso per adattarlo all’espressione, dato che la parola è per sua essenza malleabile poi che è composta da un insieme di semi. È in questo impiego del verso, del sintagma poetico, che la poesia depalchiana trova la sua ragione di esistenza come un incantesimo all’incontrario, non più di tipo simbolistico (ormai impossibile e irraggiungibile) ma di tipo post-simbolistico post-modernistico. Un «incantesimo» effrattivo attento alla chimica delle parole, alle faglie, alle gibbosità delle parole. De Palchi interviene sul contesto fonematico e di senso facendo cozzare l’uno contro l’altro i semi del linguaggio, facendo scaturire scintille non già tra i significanti ma tra i significati, distorti e agglutinati fino all’inverosimile. Siamo lontanissimi da ogni suggestione mallarmeana e vicinissimi alla metolologia tipicamente modernistica volta alla espressività fonica e fonematica attraverso il senso dei semi violentato e infirmato.
alfredo de palchi Nihil cop
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È lo stesso de Palchi che ci informa all’inizio con questa didascalia: «L’invito a ritornare ai territori acquatici della mia nascita e della mia crescita fino al diciassettesimo anno arriva più di mezzo secolo dopo; l’accetto per curiosità, per scommessa con me stesso e arroganza… le seguenti intime variazioni nostalgiche scritte al momento … illustrate da poesia che informano sulla mia ingenua insolente perbene scomoda scontrosa e timida fanciullezza e adolescenza».

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Quanto basta per capire che qui si tratta di un ritorno alle Origini, quel trauma personale e storico che infirmò e firmò per sempre, quasi un imprinting della sua forma-poesia, il suo essere-nel-mondo, una sorta di caustica informazione aggregata al segmento di DNA della sua poesia che ritorna, compulsivamente, anche dopo cinquanta anni, a operare nel sottosuolo della superficie linguistica.
Ci sono strati tettonici che cozzano ed entrano in attrito con altri sottostanti e soprastanti strati tettonici, eruzioni linguistiche di origine vulcanica; smottamenti, fratture, fissioni, frizioni, stridori lessicali.
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Alfredo De Palchi con Gerard Malanga New York 2014

Alfredo De Palchi con Gerard Malanga New York 2014

Ecco qui un suo autoritratto:
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vecchio leone, cacciato, braccato, ferito più volte eppure indenne, fiero, coraggioso; dignitosità che mi veste sartorialmente. Si guardi il suo viso regale, superbo, nobile, che non progetta indizii di pusillanimità; non il volgare muso di chi si presume superiore al “leone” e alle nobiltà della natura per eliminarle; così si vorrebbe eliminare il vecchio leone che sono
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È incredibile come un autore quasi novantenne riesca ad essere così fresco e sorgivo, scrive Maurizio Cucchi nella prefazione. E in effetti, è incredibile, ma solo per chi non abbia seguito la poesia di De Palchi in questi cinquanta anni. De Palchi affattura le parole come un musicista le note che componga al di fuori dello spettro del pentagramma, con parole-rumori, lessemi distorti, frasari implausibili. Si va dal giganteggiamento dell’io all’io-universo, dalla osservazione panoramica a quella attenta e ossessiva dell’interlocutore chiuso nella sua neutra alterità.
Con il conseguente, di nuovo, giganteggiamento dell’io:
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non ho dio e religione e giustamente prevedo con odio verbale che il pianeta si sgancerà dalla sua centrifuga forza; benché io abbia forza interiore nego di sostenerlo sulla schiena; il suo involucro non mi aggancerà al girotondo mentre scoppia a brandelli per l’abisso; il  mio soffio all’ involucro di spilli è  il soffio al “dente di leone” da cui svolazzano i fili bianchi che mai più potranno ripollinarsi
alfredo de Palchi_1

Alfredo de Palchi

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ci sei da sempre eppure a te non importa la materia oscura, quella misteriosa invisibile sostanza pesante più del visibile universo; che effetto hanno l’esplosioni delle supernova e stelle neutrone; che proponi quando una stella massiccia esaurito il proprio fornimento di combustile nucleare inizia il suo permanente libero cadere; una stella massiccia che cade permanentemente dentro un buco nero senza mai raggiungere il fondo, l’infinito infinito; con il tuo potere di disfare presumo tu non abbia nessun attimo d’intuizione matematica; sei soltanto la spoglia
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nessuna intenzione di denigrarti; l’osservazione è che stai lì curiosa di me quanto io di te appolliata ad avvoltoio  sullo schienale della sedia che i miei gatti usano per starmi vicini; d’istinto sanno chi sei, cosa attendi, che fai, chi rappresenti; ci pensano esprimendo dal loro triste muso il tuo linguaggio, e seppure tu stessa sei l’iniziale vittima della vita, irrispettosi non temono il tuo aspetto di avvoltoio, dio-morte; l’antenato gene che si spaccò dividendosi dallo scimmiesco, evoluzione evolve la meninge che inventa l’orrifico dio  a propria immagine per abolire i proprii terrori e per terrorizzare i viventi delle specie; morte è dio, il dio-morte, l’umano evoluto a perfetto predatore
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la vicina m’invita in un campo  arato durante un furioso temporale di tuoni lampi e saette; al momento che rotoliamo nel fango e la pioggia torrenziale ci lava tette e pube, mi sorprendi, ripudi l’infedele che nella melma del  campo ti affronta con . . . l’Estate di tuoni lampi saette e acquate delle “Quattro stagioni”  vivaldiane; ma tu  già progetti come meglio controllarmi il prossimo Autunno
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non ho la furbizia di competere con la tua, in tale maniera mi annullerei, competo con tenacia contro il tuo disorientare persino il malvivente; quindi rispettami quel tanto per empatia che abbandoni un’ultima volta se confronto il tuo intento finale
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incinta? possibile tu lo sia, il tuo assiduo pancione è il mappamondo con    carcasse d’ogni specie e carogne di umani ingoiate con ingordigia per vomitarle da madre spudorata, denigrata e rigeneratrice
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la mente non mi lascia un attimo. . . mandrispinte con terrore nei macelli; giornalmente compi l’obbrorio, la profonda fatica di squartare, sangue a torrenti che cela il felice supplizio; potessi abbracciare ciascuna vittima, gorgogliare con il mio sangue la definizione del loro iniquo olocausto
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starò con la testa schiacciata tra le mani per non essere stordito e ferito dai chiassi di destinati al solo vero impotente olocausto quotidiano; non c’è dio che regga il disagio e la caparbietà malefica della spoglia umana
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sei l’invincibile dei miei desideri ridotti a scaglie e ghiaia lungo passaggi stretti di muraglie strepitosamente intasate di sangue coagulato, ruggine dei viventi bacati prima di sorgere dal ventre; per questo imbroglio sei l’invicibile paziente, farfalla, verme, grumo oleoso, fossile
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nei miei confronti assumi un tragico aspetto e ti mostri tale perché hai la rettitudine dell’antica tragicità punitiva; è imbarazzante che tu entri il palcoscenico sempre all’ultimo istante con la bravura dell’attore che si approppria del significato completo dal primo all’ultimo vagito; non ci siamo ancora scontrati io e te per quella scena antipatica
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sedicimila pianeti simili alla terra ciascuno con il sole e satelliti abitano la nostra parte di universo; chi sono e come reagiscono gli abitanti; tu non ci sveli niente, conduci l’immanenza da esatta professionista senza orario; io che ce l’ho non sono mai d’accordo se prenderti sul serio o riderti in faccia, universale affronto
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. . . lungo il Terrazzo un’abitazione sull’argine annuncia “vendesi barca”; con le poche palanche risparmiate l’acquisto a prezzo di svendita; non intuendo il peggio salpo con la barca per colmare un capriccio di adolescente salgariano incosciente locale che affronta il freddo di novembre; alle prime remate la barca traballa e si capovolge; mentre mi arrampico su per la scarpata dell’argine sento sganasciarsi dal  ridere la famiglia completa; anticipava la scena? Sicuramente, rido anch’io per non  piangere e sentirmi derubato; inzuppato e infreddolito a casa mia madre sgrida “incosciente!”––
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dai pali del telegrafo e della elettricità sulle  strade deserte dietro mura tiro sassate mirando chicchere di vetro e di porcellana; il mistero dell’universo è raccolto in quelle chicchere e nel ronzìo come il mistero della  vita è rinchiuso nelle acque; l’abissale concetto. . .
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Al palo del telegrafo orecchio il ronzìo / il sortire incandescente da quando / le origini estreme / provocano la terra //  ––percepisco / accensioni e dovunque mi sparga / chiasso d’inizio odo
 
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Zagaroli Alfredo de Palchi Venezia 2011

Antonella Zagaroli con Alfredo de Palchi, Venezia 2011

da OMBRE 1998
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L’invito di ritornare ai territori acquatici della mia nascita e crescita fino al diciasettesimo anno arriva più di mezzo secolo dopo;  l’accetto per curiosità, per scommessa con me stesso e arroganza; e con pudore leggo a voi centocinquanta firmatari assiepati nel salone di questo piccolo locale Museo Fioroni, le seguenti  intime variazioni nostalgiche al momento le ho scritte per questa occasione, illustrate da poesie che informano  sulla mia ingenua insolente perbene scomoda scontrosa e timida fanciullezza e adole- scenza;  nient’altro, oppure––perché sono ancora quale mi descrivo ma senza più timidezza––un accenno  sparso dove capita per curvarvi sulla insincerità dei compagni che tradirono la mia e la loro fanciullezza e adolescenza; il conto finale è che da oltre mezzo secolo non mi abbisognano  questi territori nemmeno alle spalle, piuttosto è il paese che ha bisogno di me, e non ci sono. . . soltanto l’Adige è dentro di  me. . .
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Potessi eliminare l’enorme dubbio / che mi assilla la mente francescana , / ma tu, Adige, / raccogli la ghiaia lungo il profilo delle rive / e nel liquido delle reti / acchiappa il luccio che guizza luccicante / nella corrente insabbiata dal pomeriggio / assolato, enormemente / quanto è buio il mio dubbio; / poi, sereno ancora, arriva alle curve / alte di erbe e di arbusti, e qui vortica, / buttandoti addosso ai piloni dei ponti che sbalzano arrugginiti, / fino a espanderti calmo verso lo spazio, / proprio là dove non esiste––
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è il mio mitico fiume ed è mia intenzione di scendere con aneddoti e versi nella giovinezza degli anni prima che accadesse la caccia alla vita e spinto a un esilio di vituperi d’invettive sevizie accuse prigionia cronache malvage di anonimi vili reporters, creazioni abolite poi dalla legge; rimangono le ferite e sei anni spenti; ma qui, invece gli aguzzini usurpano ancora persino il loro funebre fosso

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8 commenti

Archiviato in critica della poesia, critica letteraria, Poesia contemporanea, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

8 risposte a “Alfredo de Palchi (Verona, 1926) TESTI SCELTI da NIHIL (Stampa2009 Azzate, Varese, 2016 pp. 108 € 14) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa – “vecchio leone, cacciato, braccato, ferito più volte eppure indenne, fiero, coraggioso…”

  1. ubaldo de robertis

    Oltre alla 50 da NIHIL 2008-2013 riportata da Giorgio Linguaglossa nel suo apprezzato Commento impolitico, dove il Poeta de Palchi fa riferimento al prevalere della materia cosiddetta “oscura” rispetto a quella conosciuta,dove cita le “esplosioni delle supernova e stelle neutrone,/ di una stella massiccia che cade permanentemente dentro un buco nero senza mai raggiungere il fondo, l’infinito infinito”,
    io ho ben considerato la 6 di pagina 52:
    “ decenni prima della scienza previdi 120 anni di
    angoscia biologica che ragiona di poesia a me che le
    intuisco lunga vita invocandola con armonia
    terapeutica contro la morte che mi assiste al rantolo
    per la polveriera”
    Nella Prefazione di Maurizio Cucchi si legge del “duello” di Alfredo de Palchi “con l’idea della morte e del male, della malattia, (che) divengono materia di vissuto quotidiano, rispetto al quale il poeta, nella sua alta dignità prepotente, non eleva il minimo lamento, ma resiste aggressivo all’aggressione../.
    Posso dare testimonianza di questa “alta dignità” dal momento che il de Palchi ha trovato la forza di sostenere, con le sue parole e con il suo esempio, anche me, preso come ero nel vortice irruento della malattia.
    Riguardo alla Poesia depalchiana nella quale l’autore fa “cozzare l’uno contro l’altro – come scrive il Linguaglossa- i semi del linguaggio, facendo scaturire scintille non già tra i significanti ma tra i significati, distorti e agglutinati fino all’inverosimile,” ho potuto osservare che essa sa parlare anche ai lettori giovani (di mia conoscenza), e ciò la dice lunga sulla assoluta originalità, concretezza e freschezza del linguaggio poetico.
    Ubaldo de Robertis

  2. antonio sagredo

    Devo per correttezza informativa (Linguaglossa ha dimenticato di riferire) e
    allora qui riferisco (ferisco di nuovo, dunque!) che un mio lungo commento a questo libro di De Palchi (NIHIL) è stato pubblicato sul blog di Mario M. Gabriele, L’ISOLA DEI POETI, per volere dello stesso Linguaglossa allo scopo o fine di divulgare il più possibile il verso del Poeta in diversi e stimati blog. Bene così, allora. Questo mio commento, a differenza di quello di Linguaglossa, cerca di fare anche un raffronto comparativo con le varie correnti del secolo scorso (quando nacque De Palchi, l’espressionismo tedesco più che gli altri era in pieno svolgimento)… perché l’espressionismo tedesco? (e ci metterei un pizzico dell’originario surrealismo europeo con tendenza al disfacimento de-formativo e alla marcescenza). Perché, come spiego nella terza parte del volumetto che dà il titolo al libro, i termini che il poeta usa sono tipici di quel movimento (o corrente, o altro?): l’armamentario è macabro e funerario, pus erogeno e putrescenza regnano indisturbati, ecc. Questo non significa affatto un ritorno all’indietro, cioè come progetto poetico coscientemente razional-culturale… è un linguaggio che si origina in modo naturale nel poeta e si svolge con ritmi incalzanti come propri in lui sono stati gli eventi suoi esistenziali. Dunque è uno stile permissivo e liberatorio – mai libertino! -, altamente tollerante verso la storia che invece ha ripetutamente colpito il cuore della giovinezza del poeta… innocenza interiore che ha pagato duramente finché l’ufficialità del pretore-prete lo ha assolto di una colpa, certificando burocraticamente che questa non era mai sussistita e che infine – finita la sua giovinezza! – era… innocente! E fermiamoci qui : quanti come lui?! – [già due anni fa avevo analizzato in un mio scritto più corposo le pèoesie ei poemi contenuti nel volume edito dalla stessa casa editrice Chelsea].
    Comunque, lo stile, e cioè la forma che si fa comportamento compositivo delle parole, non poteva che essere cruda e a volte rozza, spietata nella denuncia, sviscerato sommovimento degli organismi viventi tutti, e diffamatoria verso quel se stesso che ha vissuto a cui mai ha consentito di sentirsi (essere) colpevole e vittima: non lo era mai stato, e proprio questa forma ha realizzata la consapevolezza della nascita di un linguaggio… poetico o prosa (?) -, come insiste l’autore. Il poeta oscilla cercando di sbalestrare il lettore e la storia stessa: ambedue colpevoli – stavolta loro! – di non volerlo comprendere (compresi gli universi non terrestri). Da qui l’ossessione – non la fissazione – che questo linguaggio apparentemente una scrittura (ha i connotati della oralità, invece) lo conduce a un traguardo, che è soltanto un inizio poi che il poeta scrive (in una e-mail) :“A questo punto si tratta che soggetto e stile sono di una originalità inconsueta”.
    antonio sagredo

  3. Quest’uomo, questo Poeta, riesce come sempre a sorprenderci. Poesie, epigrammi, prosa poetica: è tutto un dire un variegare, un andare avanti nel tempo e nel luogo. Da una prima lettura un po’ superficiale forse ho notato tanti riferimenti all’acqua, e un presente che è passato, un passato che è presente. La penna e l’ispirazione sono la grande libertà di Alfredo De Palchi. Un unico appunto, questo post doveva essere pubblicato in un momento diverso della settimana, non nel week end in cui renzi ha invitato tutti al mare.

  4. Dei tre commenti ho letto il terzo, inviatomi in grandi lettere via e-mail dall’autore, Flavio Almerighi. In quelli di U. de Robertis e A. Sagredo vi entrerò non appena avrò stampato lo spot dedicatomi da G. Linguaglossa al quale fermamente chiedo di chiuderlo. “Nihil” mi venne spontaneamente e lo esegui nello stile che è con i materiali che contiene––succede che non attrae il poeta lettore a digiuno e tuttora addetto senza spirito moderno, almeno (per carità, non menziono contemporaneo) alla falsa poetica d’antiquariato. Con altre parole, due amicizie mi avvertirono di ciò l’anno scorso. Ringrazio G. Linguaglossa per l’articolo e i tre stimati autori che commentano. Eppure mi dispiace non aver gradito l’arrivo di altri commenti soprattutto da coloro che stanno indietro. Però immagino l’esperienza che non mi è stata fornita.
    Cordiali saluti

  5. Giuseppe Panetta

    Caro Alfredo, ti ho scritto privatamente.

    Mi dispiace che pochi abbiano lasciato un commento, soprattuto per quelli che ad ogni post pubblicato intessono disquisizioni mirabolanti.
    Anche io arrivo in ritardo, per affanni personali non di poco conto. Ma, visto che di “frammenti” si parla recentemente, questi frammenti di vita vera, di memoria, che compongono Nihil, meritano, forse, maggiore attenzione.

    GP

  6. Avendo letto praticamente tutta l’opera poetica di de Palchi mi permetto di dire: poeti di tale forza espressiva (e creativa) non credo ce ne siano molti in giro.

  7. Giuseppe Panetta

    Gentile Nanni, concordo pienamente e aggiungo che, a mio modesto avviso, solo la sofferenza produce grande poesia. Si può essere bravissimi scrittori, ingegnosi nel costruire versi impeccabili di forma, forma che può anche essere scomposta e ricomposta (come si può ben vedere e leggere nei post precedenti e susseguenti a questo) ma che alla fin fine, tranne l’artifizio mancano totalmente, i versi, di anima e di Storia, cioè di vita, vale a dire di “contenuto”.

    De Palchi semplicemente in questo suo Nihil ci racconta.

    Se poi dobbiamo fare l’esercizio del “cambiando gli addendi il risultato non cambia”, così come vedo sia ultimamente in voga in quest’ultimo frangente, allora anche io voglio dare il mio contributo, sempre con una poesia di Alfredo.

    Originale
    Al palo del telegrafo orecchio il ronzìo / il sortire incandescente da quando / le origini estreme / provocano la terra // ––percepisco / accensioni e dovunque mi sparga / chiasso d’inizio odo

    Cambiando gli addendi

    chiasso d’inizio odo/ – percepisco/ accensioni e dovunque mi sparga/ provocano la terra/ le origini estreme/ il sortire incandescente da quando/ al palo del telegrafo orecchio il ronzio

    N.B. Studio la grammatica valenziale da un po’ di tempo a questa parte. Una vera rivoluzione.

  8. Caro Giuseppe Panetta,
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/04/16/alfredo-de-palchi-verona-1926-testi-scelti-da-nihil-stampa2009-azzate-varese-2016-pp-108-e-14-con-un-commento-impolitico-di-giorgio-linguaglossa-vecchio-leone-cacciato-braccato-ferito-p/comment-page-1/#comment-13302
    ho scritto in un commento e in un articolo che uscirà tra poco in una rivista, che La buia danza di scorpione, scritta tra il 1947 e il 1951 nei penitenziari di Procida e Civitavecchia da Alfredo de Palchi, è l’opera da cui ha inizio in Italia la scrittura in «frammenti». Un’opera rivoluzionaria che però in Italia non apparve perché l’autore, forse semi consapevole della novità del libretto, stralciò quella raccoltina dalla silloge Sessioni con l’analista, pubblicata, ad opera di Sereni, con Mondadori nel 1967.
    Tutta la scrittura di de Palchi del prosieguo è, in realtà, una scrittura di «frammenti», ovviamente molto diversa da quella che frequento io o da quella che perseguono con stili diversi Mario Gabriele, Antonio Sagredo e Steven Grieco Rathgeb. Colgo l’occasione per ribadire che qui non c’è una formuletta che consenta a chiunque di scrivere una poesia di «frammenti», qui non si tratta di una chiave universale o di un passepartout, tutt’altro, fare una poesia di questo tipo è infinitamente più difficile che non fare una poesia in altro stile, perché la poesia di frammenti non è uno stile soltanto, è una visione del mondo, una concezione dell’io, una concezione dell’universo e una precisa posizione filosofica. E, soprattutto, una grande novità della filosofia della composizione. Io, personalmente, ci sono arrivato dopo 30 anni di studi e di riflessioni, e mi ritengo fortunato ad avere raggiunto questo traguardo. Comunque, de Palchi attua per primo una scrittura di «frammenti emotivi», altamente instabili, isotopi di frammenti linguistici con una scrittura altamente condensata. È ovvio che quel fatidico libretto che vedrà la luce soltanto nel 1993 negli Stati Uniti pubblicato da Xenos Book e che non è mai stato pubblicato in Italia, dicevo che sarebbe il caso di ripubblicarlo anche in Italia, vista la grande attualità, oggi, di quel tipo di scrittura. In tal senso invio un Invito ad Alfredo de Palchi.

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