Sabino Caronia “Gabriele D’Annunzio fra tradizione e avanguardia” con uno stralcio de l’Alcyone “Il fanciullo”e una nota redazionale; “I temi e la struttura metrica de L’Alcyone”

gabriele d'annunzio e benito mussolini

gabriele d’annunzio e benito mussolini

Commento di Sabino Caronia

            Chi non ricorda I miti superstiti di Laus Vitae?
            È il D’Annunzio «lontan dalla madre» che nella sua «dolcezza di figlio» esclama: «Chi mi consolerà, mentre / vivo sotto cieli pur dolci, / chi mi consolerà dei soli / spenti, dei giorni caduti?».
            Sono versi che richiamano quelli di Piero Bigongiari, che non a caso ha dedicato a D’Annunzio un memorabile saggio dei suoi Studi in Pescia-Lucca: «Ho vissuto / nelle città più dolci della terra / come una rondine passeggera…».
            In Il libro segreto D’Annunzio dichiarerà in maniera inequivocabile la sua costante volontà di «far della vetustà nota una modernità ignota».
            Ma vediamo di fare un’analisi e una cronistoria del mito dannunziano richiamando il nostro Gabriele D’Annunzio: «Torna con me nell’Ellade scolpita» contenuto nel volume terzo dell’opera a cura di Pietro Gibellini Il mito della letteratura italiana, Morcelliana, Brescia 2003, pp. 293-332.
            Prima di procedere a un confronto con il riuso del mito nei testi del futurismo,  ricordiamo i giudizi del vate su Marinetti, di cui dirà che è «una nullità tonante, un cretino fosforescente, e forse ancora un cretino con qualche lampo di imbecillità».
            Marinetti a sua volta lo etichetterà come «un Montecarlo di tutte le letterature», un passatista «noioso e anacronistico», opponendogli il Pascoli considerato e dichiarato da lui il più grande poeta italiano.
            Certo ammirerà sempre il seduttore prestigioso e leggendario della folla legato indissolubilmente alla vicenda di Fiume e condividerà, o almeno crederà di condividere, le sue scelte politiche, ma rifiuterà sempre quel sentimentalismo romantico e quella mania del passato e dell’archeologia che sono alla base della sua idea simbolista dell’arte.
            L’artista futurista, a differenza del simbolista, non si protende nostalgicamente verso un mondo di immagini e favole perdute, seppur rivissute solo come illusioni, che è il caso di D’Annunzio, ma guarda alla realtà che lo circonda e trae dalla attualità della propria esperienza la materia del suo poetare.
            Significativo in proposito quanto scrive Marinetti riguardo al suo ripudio dei «padri simbolisti» in Guerra sola igiene del mondo, che si può leggere ora insieme agli altri manifesti futuristi in Filippo Tommaso Marinetti, teoria e invenzione linguistica, a cura di Luciano de Maria, Milano, Mondadori 1983.: «Per quei geni non esisteva poesia senza nostalgia, senza evocazione di tempi defunti, senza bruma di storie e di leggende. Noi li odiamo, i Maestri simbolisti, noi che abbiamo osato uscir nudi dal fiume del tempo e creiamo nostro malgrado, coi nostri corpi scorticati sulle pietre dell’ascesa dirupata, nuove sorgenti di eroismo che cantano, nuovi torrenti che drappeggiano di scarlatto la montagna» (p. 302).
            La presunta fondazione di una nuova mitologia non risulta, a ben vedere, pienamente efficace, anzi presenta vistosi limiti.
            È almeno sorprendente che molti di quei miti vengano trascelti da quel repertorio mitologico classico di cui al contempo si decreta la morte e, in particolare, che tra quelli più celebri si ritrovino le gesta di Ulisse, di Fetonte o di Icaro, fin troppo note grazie alla loro massiccia presenza in D’Annunzio perché il richiamo al vate possa credersi involontario.
            Ricordiamo un giudizio di Borges che risale agli anni trenta: «Filippo Tommaso Marinetti è forse l’esempio più famoso di scrittore che vive delle sue invenzioni e che non inventa quasi niente».
            Si veda ad esempio in Più che l’amore (1906) il discorso finale di Corrado Brando che all’amico Virginio prospetta la metallica tempra, crudamente forgiata, del superuomo, «impeto magnifico scagliato verso una meta più severa della morte» e si confronti la sua figura con quella di Mafarka, il futurista eroe nero creato sullo scenario africano da Marinetti nel suo romanzo francese Mafarke le futuriste, che è del 1909.
            I visitatori che ogni anno affollano il Vittoriale più che la dimora di Pascoli a Barga o la villa del Caos di Pirandello non sono per lo più attratti da ragioni letterarie quanto piuttosto da una curiosità del personaggio in cui è pur presente il noto e fin troppo irriso kitsch del suo apparato scenografico.
            Vien fatto di richiamare il celebre racconto di Henry James intitolato La madonna del futuro, dove è la contrapposizione tra l’artista che vuole competere col capolavoro di Raffaello e la facilità imitativa rivoltante del suo antagonista che riesce a vendere a caro prezzo le sue statuette di gatti e scimmie fatte con un composto plastico.
            Non a caso a chi ha potuto recentemente ammirare sulla piazza della Signoria a Firenze, accanto alle copie dei capolavori immortali del Rinascimento il Pluto and Proserpina di Jeff Koons è tornato alla mente il racconto di James richiamato in proposito anche da grande critico Arthur Danto.
            Quanto detto a ulteriore conferma dell’incisività a lunga portata di quell’«amèricanisme reclamiste» attribuito a D’Annunzio dal Marinetti di Les dieux s’ént vont, D’Annunzio reste.
            Protagonista di tante stagioni non solo letterarie della vita italiana di cui si è fatto operatore ed interprete, dalla crisi del Risorgimento all’espansione coloniale, dalla «vittoria mutilata» all’impresa di Fiume, dall’ascesa del Fascismo alla critica feroce all’asse Mussolini-Hitler da lui fortemente osteggiato al punto che Hernest Hemingway lo poteva indicare come principale rappresentante di un’Italia nuova, liberata dal Fascismo e dal Nazismo, D’Annunzio ha conosciuto una nuova stagione a partire dal mitico 1968, come dimostra tra l’altro il libro di Claudia Salaris Alla festa della rivoluzione. Artisti e libertari con D’Annunzio a Fiume, che mette in luce il fenomeno rivoluzionario del “fiumanesimo” in rapporto alle avanguardie storiche, quali il futurismo politico, di cui troviamo sulla scena fiumana esponenti qualificati come lo stesso Marinetti o altri come Mario Carli, non esenti da simpatie per il bolscevismo.
            La vita come festa, la liberazione sessuale, la libera circolazione della droga, il nesso tra politica e gioco, la dissacrazione di ogni principio d’autorità fanno di Fiume un vero e proprio laboratorio sociale da cui a tutti, in particolare ai futuristi, era dato attingere per la costruzione di un mondo futuro, con prospettive violentemente anticipatrici per quanto riguarda l’economia, la difesa del lavoro, la creazione di un vasto movimento antiimperialistico.

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Notizia redazionale

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La sorte che ha segnato il personaggio D’Annunzio, dal punto di vista sociale, pubblico, militare e politico, ha spesso condizionato la lettura delle sue opere. Come è accaduto per quanto riguarda la controversa relazione con Mussolini e il nazionalismo esasperato, talvolta confuso con l’appartenenza almeno ideologica al partito fascista. Laddove invece è ben nota l’espressione del duce, secondo cui con D’Annunzio bisognava comportarsi come con un dente marcio: estirparlo o ricoprirlo d’oro. Mussolini scelse la seconda possibilità, relegando il poeta, a partire dal ’24, nell’esilio dorato del Vittoriale, ben consapevole del fatto che le capacità oratorie di D’Annunzio avrebbero potuto creare qualche problema alla propaganda di regime. Tuttavia, tentando di leggere l’opera dannunziana al di là da ogni legame con la situazione contingente, è impossibile non riconoscere, almeno alla poesia, una valenza fortemente innovativa: con Pascoli, D’Annunzio traghetta la lirica italiana dal XIX al XX secolo. D’Annunzio poeta, dunque, e soprattutto autore delle Laudi, merita una lettura attenta e approfondita, oltre che ampia.
Conoscenza dei principali caratteri della lirica italiana tradizionale (nozioni di verso, rima, strofa…) / conoscenza delle principali figure retoriche di senso, di suono, di posizione / capacità di analisi testuale strutturale e stilistica.

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Le fasi della produzione poetica dannunziana

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Le opere poetiche di D’Annunzio, come il resto della sua produzione, sono spesso pensate e articolate in raccolte dai toni molto variegati. Se la critica è unanime nel considerare Alcyone come il frutto più maturo della produzione dannunziana, sembra comunque opportuno ricordare, se pure per sommi capi, la diverse fasi della sua produzione.
Ancora studente liceale, nel 1879, D’Annunzio pubblica, a spese del padre in 500 copie, la raccolta Primo vere, 26 poesie, più 4 traduzioni da Orazio. Ovviamente, si tratta di liriche acerbe e dai toni roboanti, secondo il gusto dell’epoca e secondo il modello carducciano che il giovanissimo poeta considera allora il più autorevole riferimento. Ancora più evidente il medesimo modello nel successivo Canto novo, raccolta di liriche scritte nel 1882, pubblicate finalmente da un importante editore, il milanese Treves, nel 1886. Siamo ancora nella fase precedente il grande successo del Piacere, che uscirà per lo stesso editore tre anni dopo.
Negli anni immediatamente successivi, proprio sull’onda del successo del romanzo, D’Annunzio si dedica essenzialmente alla prosa, per poi tornare alla poesia: dapprima con il Poema paradisiaco, che rappresenta la definitiva svolta verso una poesia più decisamente ‘novecentesca’, innovativa, che risente di temi e stilemi europei, in particolare decadenti e simbolisti; poi con l’imponente progetto delle Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi: sette libri previsti, intitolati ciascuno a una delle sette stelle della costellazione delle Plèiadi. I primi tre libri, Maia (poema in versi liberi di circa ottomila versi), Elettra (raccolta di liriche essenzialmente celebrative) e Alcyone vedranno la luce nel 1903, quest’ultimo a fine anno e con la data editoriale del 1904. Dopo alcuni anni vedranno finalmente la luce anche Merope (esaltazione della guerra italo-turca, 1912) e Asterope (liriche dedicate all’esaltazione della “guerra giusta”, quella condotta per motivi nazionalistici, 1918). Con le Laudi può considerarsi chiusa la produzione lirica dannunziana.

foto d'epoca 2Alcyone: la storia compositiva

Alcyone è una raccolta di 88 liriche, scritte a partire dal 1899, anche se alcuni elementi di ispirazione sono già evidenti nei taccuini del ’97 e del ’98.
Le prime 7 vedono la luce in rivista, sulla “Nuova Antologia” in quello stesso anno. Successivamente, D’Annunzio continua la scrittura, con impegno irregolare, fino al 1903. Le poesie sono costruite, a formare una sorta di diario della stagione estiva, con un capillare lavoro di risistemazione compiuto dall’autore stesso e testimoniato dai tanto tormentati autografi che ripropongono diverse organizzazioni dell’indice della raccolta.
Nella stesura definitiva la disposizione dei componimenti segue un criterio ben preciso, che tende a riprodurre, condensandole in un’unica estate, le esperienze fortemente legate al mondo della natura che il poeta ha vissuto in compagnia di Eleonora Duse durante le estati trascorse nella loro villa in Versilia. La collocazione dei componimenti è sottolineata dalla presenza (se pure non simmetrica) di 4 ditirambi (intitolati con numeri romani), preceduti da altrettanti cosiddetti preditirambi, ciascuno dei quali presenta un titolo latino e fa riferimento o alla stagione dell’anno o a noti episodi della mitologia classica.

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I temi e la struttura metrica

 
Alcyone, uscita, sembra quasi per simbolica coincidenza, nello stesso anno dell’edizione definitiva di Myricae di Pascoli, rappresenta l’abbandono definitivo, da parte del poeta, ma anche della letteratura lirica italiana, delle strutture metrico-stilistiche tipiche della poesia tradizionale. Anche se in alcune liriche, basti ricordare La sera fiesolana, è ancora presente un sistema di strofe (che nel caso citato si rifà addirittura alla lauda francescana: Laudata sii…), l’autore preferisce l’uso della strofa lunga, talvolta lunghissima, composta di versi liberi, di misura diversa, liberamente alternati e legati tra loro in modo del tutto irregolare da rime, ma più spesso da assonanze e/o consonanze.
Il passare della stagione estiva, quasi scientificamente racchiusa tra gli equinozi d’estate e d’autunno, è lo sfondo di una miriade di eventi naturali, che hanno sempre la funzione di pretesto per le riflessioni dell’autore. La mietitura, un’improvvisa pioggia estiva, il paesaggio toscano marino, sono occasioni attraverso le quali l’io lirico di questa raccolta (che coincide contemporaneamente con il soggetto narrante e con ciascun lettore) percorre la strada del panismo, la progressiva compenetrazione tra uomo e natura, che culmina nella metamorfosi, un evento quasi soprannaturale e divino, capace di collocare l’uomo in una dimensione super-umana di contatto con la natura, di cui diventa parte integrante, quasi dimentico della sua appartenenza alla specie umana.

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foto d'epoca 3

foto d’epoca di nudo

Scelte stilistiche

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Il linguaggio di Alcyone rappresenta senza dubbio il culmine della poesia dannunziana. Con la produzione di D’Annunzio dovrà fare i conti chiunque vorrà, nel corso del Novecento, approdare a un continente nuovo, come avevano ben presto intuito Gozzano prima e Montale poi. Se la poesia è, in generale, il regno della connotazione, quella di Alcyone ne è un esempio altissimo: analogia, sinestesia, onomatopea, assonanza, consonanza, colori (quanti colori nella lirica di D’Annunzio! E quanti sostantivi colorati!); e ancora: metafore, similitudini esplicite e poi sempre più sottintese, fino all’uso (chiarissimo esempio in tal senso è Meriggio) del verbo ‘essere’ che si sostituisce al ‘come’ della similitudine, a rappresentare l’avvenuta metamorfosi dell’uomo in un elemento della natura. Evidente la fortissima presenza delle figure di suono, fino a un insistito fonosimbolismo (basti pensare alla Pioggia nel pineto).

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gabriele d’annunzio il vate simbolo della poesia decadente in italia

Il fanciullo (da Alcyone)

I
Figlio della Cicala e dell’Olivo,
nell’orto di qual Fauno
tu cogliesti la canna pel tuo flauto,
pel tuo sufolo doppio a sette fóri?
In quel che ha il nume agresto entro un’antica
villa di Camerata
deserta per la morte di Pampìnea?
O forse lungo l’Affrico che riga
la pallida contrada
ove i campi il cipresso han per confine?
Più presso, nella Mensola che ride
sotto il ponte selvaggia?
Più lungi, ove l’Ombron segue la traccia
d’Ambra e Lorenzo canta i vani ardori?
Ma il mio pensier mi finge che tu colta
l’abbia tra quelle mura
che Arno parte, negli Orti Oricellari,
ove dalla barbarie fu sepolta
ahi sì trista, la Musa
Fiorenza che cantò ne’ dì lontani
ai lauri insigni, ai chiari
fonti, all’eco dell’inclite caverne,
quando di Grecia le Sirene eterne
venner con Plato alla Città dei Fiori.
Te certo vide Luca della Robbia,
ti mirò Donatello,
operando le belle cantorìe.
Tutte le frutta della Cornucopia
per forza di scalpello
fecero onuste le ghirlande pie.
E tu danzavi le tue melodìe,
nudo fanciul pagano,
àlacre nel divin marmo apuano
come nell’aria, conducendo i cori.
Figlio della Cicala e dell’Olivo,
or col tuo sufoletto
incanti la lucertola verdognola
a cui sopra la selce il fianco vivo
palpita pel diletto
in misura seguendo il dolce suono.
Non tu conosci il sogno
forse della silente creatura?
Ver lei ti pieghi: in lei non è paura:
tu moduli secondo i suoi colori.
Tu moduli secondo l’aura e l’ombra
e l’acqua e il ramoscello
e la spica e la man dell’uom che falcia,
secondo il bianco vol della colomba,
la grazia del torello
che di repente pavido s’inarca,
la nuvola che varca
il colle qual pensier che seren vólto
muti, l’amore della vite all’olmo
l’arte dell’ape, il flutto degli odori.
Ogni voce in tuo suono si ritrova
e in ogni voce sei
sparso, quando apri e chiudi i fóri alterni.
Par quasi che tu sol le cose muova
mentre solo ti bei
nell’obbedire ai movimenti eterni.
Tutto ignori, e discerni
tutte le verità che l’ombra asconde.
Se interroghi la terra, il ciel risponde;
se favelli con l’acque, odono i fiori.
O fiore innumerevole di tutta
la vita bella, umano
fiore della divina arte innocente,
preghiamo che la nostra anima nuda
si miri in te, preghiamo
che assempri te maravigliosamente!
L’immensa plenitudine vivente
trema nel lieve suono
creato dal virgineo tuo soffio,
e l’uom co’ suoi fervori e i suoi dolori.
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II
Or la tua melodìa
tutta la valle come un bel pensiere
di pace crea, le due canne leggiere
versando una la luce ed una l’ombra.
La spiga che s’inclina
per offerirsi all’uomo
e il monte che gli dà pietre del grembo,
se ben l’una vicina
e l’altro sia rimoto
e l’una esigua e l’altro ingente, sembra
si giungano per l’aere sereno
come i tuoi labbri e le tue dolci canne,
come su letto d’erbe amato e amante,
come i tuoi diti snelli e i sette fóri,
come il mare e le foci,
come nell’ala chiare e negre penne,
come il fior del leandro e le tue tempie,
come il pampino e l’uva,
come la fonte e l’urna,
come la gronda e il nido della rondine,
come l’argilla e il pollice,
come ne’ fiari tuoi la cera e il miele,
come il fuoco e la stipula stridente,
come il sentiere e l’orma,
come la luce ovunque tocca l’ombra.
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gabriele d'annunzio 1

gabriele d’annunzio e il volo

III
Sopor mi colse presso la fontana.
Lo sciame era discorde:
avea due re; pendea come due poppe
fulve. E il rame s’udìa come campana.
Ti vidi nel mio sogno, o lene aulente.
Lottato avevi ignudo
contro il torrente folle di rapina.
Raccolto avevi piuma di sparviere
che a sommo del ciel muto
in sue rote ferìa l’aer di strida.
Ahi, lungi dalle tue musiche dita
gittato avevi i calami forati.
Chino con sopraccigli corrugati
eri, fanciul pugnace,
intento a farti archi da saettare
col legno della flèssile avellana.

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IV
Eleggere sapesti il re splendente
nello sciame diviso,
ridere d’un tuo bel selvaggio riso
spegnendo il fuco sterile e sonoro.
Con la man tinta in mele di sosillo
traesti fuor la troppa
signoria. Cauto e fermo le calcavi.
Sporgeva a modo d’uvero di poppa
il buon sire tranquillo
che fu re delle artefici soavi.
Poi franco te n’andavi
sonando per le prata di trifoglio,
incoronato d’ellera e d’orgoglio,
entro la nube delle pecchie d’oro.
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V
L’acqua sorgiva fra i tuoi neri cigli
fecesi occhio che vede e che sorride;
fecesi chioma su la tua cervice
il crespo capelvenere.
Fatto sei di segreto e di freschezza.
Fatte son di làtice
fluido e d’umide fibre le tue membra.
Il tuo spirto, dal fonte come il salice
ma senza l’amarezza
nato, le amiche naiadi rimembra;
tutte le polle sembra
trarre per le invisibili sue stirpi.
E se gli occhi tuoi cesii han neri cigli,
ha neri gambi il verde capelvenere.
Converse le tue canne sono in chiari
vetri, onde lenti i suoni
stillano come gocce da clessidre.
S’appressano i colúbri maculosi,
gli aspidi i cencri e gli angui
e le ceraste e le verdissime idre.
Taciti, senza spire,
eretti i serpi bevono l’incanto.
Sol le bìfide lingue a quando a quando
tremano come trema il capelvenere.
Sino ai ginocchi immerso nella cupa
linfa, alla venenata
greggia tu moduli il tuo lento carme.
Par che da’ piedi tuoi torta sia nata
radice e di natura
erbida par ti sien fatte le gambe.
Ma il fior della tua carne
suso come il nenùfaro s’ingiglia.
E se gli occhi tuoi cesii han nere ciglia,
neri ha gli steli il verde capelvenere.
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gabriele-d’annunzio-e-natale-palli a bordo dell’SVA ANsaldo

VI
Se t’è l’acqua visibile negli occhi
e se il làtice nudre le tue carni,
viver puoi anco ne’ perfetti marmi
e la colonna dorica abitare.
Natura ed Arte sono un dio bifronte
che conduce il tuo passo armonioso
per tutti i campi della Terra pura.
Tu non distingui l’un dall’altro volto
ma pulsare odi il cuor che si nasconde
unico nella duplice figura.
O ignuda creatura,
teco salir la rupe veneranda
voglio, teco offerire una ghirlanda
del nostro ulivo a quell’eterno altare.
Torna con me nell’Ellade scolpita
ove la pietra è figlia della luce
e sostanza dell’aere è il pensiere.
Navigando nell’alta notte illune,
noi vedremo rilucere la riva
del diurno fulgor ch’ella ritiene.
Stamperai nelle arene
del Fàlero orme ardenti. Ospiti soli
presso Colòno udremo gli usignuoli
di Sofocle ad Antigone cantare.
Vedremo nei Propìlei le porte
del Giorno aperte, nell’intercolunnio
tutto il cielo dell’Attica gioire;
nel tempio d’Erettèo, coro notturno
dai negricanti pepli le sopposte
vergini stare come urne votive;
la potenza sublime
della Citta, transfusa in ogni vena
del vital marmo ov’è presente Atena,
regnar col ritmo il ciel la terra il mare.
Alcun arbore mai non t’avrà dato
gioia sì come la colonna intatta
che serba i raggi ne’ suoi solchi eguali.
All’ora quando l’ombra sua trapassa
i gradi, tu t’assiderai sul grado
più alto, co’ tuoi calami toscani.
La Vittoria senz’ali
forse t’udrà, spoglia d’avorio e d’oro;
e quella alata che raffrèna il toro;
e quella che dislaccia il suo calzare.
Taci! La cima della gioia è attinta.
Guarda il Parnete al ciel, come leggiero!
Guarda l’Imetto roscido di miele!
Flessibile m’appar come l’efebo,
vestito della clamide succinta,
che cavalcò nelle Panatenee.
Sorse dall’acque egee
il bel monte dell’api e fu vivente.
Or tuttavia nella sua forma ei sente
la vita delle belle acque ondeggiare.
Seno d’Egina! Oh isola nutrice
di colombe e d’eroi! Pallida via
d’Eleusi coi vestigi di Demetra!
Splendore della duplice ferita
nel fianco del Pentelico! Armonie
del glauco olivo e della bianca pietra!
Ogni golfo è una cetra.
Tu taci, aulete, e ascolti. Per l’Imetto
l’ombra si spande. Il monte violetto
mormora e odora come un alveare.
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VII
L’odo fuggir tra gli arcipressi foschi,
e l’ansia il cor mi punge.
Ei mi chiama di lunge
solo negli alti boschi, e s’allontana.
Mutato è il suon delle sue dolci canne.
Trèmane il cor che l’ode,
balza se sotto il piè strida l’arbusto;
pavido è fatto al rombo del suo sangue,
ed altro più non ode
il cor presàgo di remoto lutto.
Prego: «O fanciul venusto,
non esser sì veloce
ch’io non ti giunga!» È vana la mia voce.
Melodiosamente ei s’allontana.
Elci nereggian dopo gli arcipressi,
antiqui arbori cavi.
Pascono suso in ciel nuvole bianche.
A quando a quando tra gli intrichi spessi
le nuvole soavi
son come prede tra selvagge branche.
E sempre odo le canne
gemere d’ombra in ombra
roche quasi richiamo di colomba
che va di ramo in ramo e s’allontana.
«O fanciullo fuggevole, t’arresta!
Tu non sai com’io t’ami,
intimo fiore dell’anima mia.
Una sol volta almen volgi la testa,
se te la inghirlandai,
bel figlio della mia melancolìa!
Con la tua melodìa
fugge quel che divino
era venuto in me, quasi improvviso
ritorno dell’infanzia più lontana.
Fa che l’ultima volta io t’incoroni,
pur di negro cipresso,
e teco io sia nella dolente sera!»
Ei nell’onda volubile dei suoni
con un gentil suo gesto,
simile a un spirto della primavera,
volgesi; alla preghiera
sorride, e non l’esaude.
L’ansia mia vana odo sol tra le pause,
mentre che d’ombra in ombra ei s’allontana.
Ad un fonte m’abbatto che s’accoglie
entro conca profonda
per aver pace, e un elce gli fa notte.
«O figlio, sosta! Imiterai le foglie
e l’acque anche una volta
e i silenzii del dì con le tue note.
Sediamo in su le prode.
Fa ch’io veda l’imagine
puerile di te presso l’imagine
di me nel cupo speglio!» Ei s’allontana.
S’allontana melodiosamente
né più mi volge il viso,
emulo di Favonio ei nel suo volo.
Sol calando, la plaga d’occidente
s’infiamma; e d’improvviso
tutta la selva è fatta un vasto rogo.
Le nuvole di foco
ardono gli elci forti,
aerie vergini al disìo dei mostri.
Giunge clangor di buccina lontana.
E un tempio ecco apparire, alte ruine
cui scindon le radici
errabonde. Gli antichi iddii son vinti.
Giaccion tronche le statue divine
cadute dai fastigi;
dormono in bruni pepli di corimbi.
Lentischi e terebinti
l’odor dei timiami
fan loro intorno. «O figlio, se tu m’ami,
sosta nel luogo santo!» Ei s’allontana.
«Rialzerò le candide colonne,
rialzerò l’altare
e tu l’abiterai unico dio.
M’odi: te l’ornerò con arti nuove.
E non avrà l’eguale.
Maraviglioso artefice son io.
T’adorerò nel mio
petto e nel tempio. M’odi,
figlio! Che immortalmente io t’incoroni!»
Nel gran fuoco del vespro ei s’allontana.
Si dilegua ne’ fiammei orizzonti
Forse è fratel degli astri.
O forse nel mio sogno s’è converso?
«Ti cercherò, ti cercherò ne’ monti,
ti cercherò per gli aspri
torrenti dove ti sarai deterso.
E ti vedrò diverso!
Gittato avrai le canne,
intento a farti archi da saettare
col legno della flèssile avellana».

sabino caronia

sabino caronia

Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000) ed ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo (Edizioni Associate, 1995).
Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000).
Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal».
Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia 2009) e la raccolta poetica Il secondo dono (Progetto Cultura 2013) .
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19 risposte a “Sabino Caronia “Gabriele D’Annunzio fra tradizione e avanguardia” con uno stralcio de l’Alcyone “Il fanciullo”e una nota redazionale; “I temi e la struttura metrica de L’Alcyone”

  1. D’Annunzio è stato uno dei tre poeti con cui intere generazioni di studenti hanno iniziato a odiare fermamente la poesia. Tossicomane, sfruttatore di donne per danaro e piacere, signore della guerra cui non importava nulla il destino dei soldati, imbonitore interventista al soldo dei francesi, poi “padre nobile” del fascismo (che poi come si faccia a essere padri nobili di cotanta vergogna rimane da sapere. Fino ad esaltare lo stupro etnico.
    “Le vostre vergini molli le soffocheremo nel nostro amplesso robusto. Sul marmo dei ginecei violati, sbatteremo i pargoli vostri come cuccioli. Il grembo delle madri noi scruteremo col fuoco, e non rimarranno germi nelle piaghe fumanti”. Forse un buffone del genere non andava preso sul serio, fin dall’inizio. Figuriamoci a oltre cent’anni dalla pubblicazione. Intanto in Europa si muovevano avanguardie di ben altro spessore. Un grazie comunque a Sabino Caronia per il suo lavoro filologico.

  2. ubaldo de robertis

    “Benedetto Croce sosteneva che il D’Annunzio, sotto le più diverse forme in cui si espresse, fu sempre “un dilettante di sensazioni.” Io me ne guardo bene dal sottoscrivere un siffatto giudizio pur ritenendo il Vate uno di quegli uomini che non si lasciano avvincere/ traumatizzare per quel che vedono, ma solo per quello che sentono di poter esprimere. Tale convinzione lo portava ad agire, ad osare, a perseguire i propri obiettivi con ostinazione spinto dal desiderio di raccontare, di conquistare, anche di apparire. Pur ricorrendo a qualche vuota sonorità e a qualche artificio di troppo la sua Poesia rappresenta un’esperienza letteraria di altissimo livello.”
    da: Pisa e le sue Voci, di Ubaldo de Robertis, Carmignani Editore, 2014
    Sarà anche perché la fatalità mi aveva gratificato con due Primi Premi di Poesia: Il Delfino, Omaggio a Gabriele D’Annunzio.
    “Mio Gabriele, / M’è tornato in mente che tu, con pietà di fratello minor d’anni e maggiori meriti, parlavi bene di me quando gli altri tacevano…/” scriveva il Pascoli da Castelvecchio di Barga.
    E queste le parole di D’Annunzio: “Lascia intanto abbaiare i cani e prosegui sereno l’opera tua invidiabile.”
    Il bel commento di Sabino Caronia mi aveva propiziato un bel risveglio, poi ci ha pensato Flavio Almerighi a sbattermi in faccia la cruda realtà.
    Ubaldo de Robertis

  3. Gino Rago

    Il lavoro critico di Sabino Caronia sul Vate si fa ammirare per ampiezza di prospettiva storica, per ricchezza di dati raccolti, per icasticità di scrittura, per finezza di sensibilità estetica.
    Le note poi della redazione, incardinate sulle scelte stilistiche, sui temi, sulla fase compositiva, sulla struttura metrica dell’opera dannunziana, integrano bene il profilo che del Pescarese propone Caronia.
    Ma non posso fare a meno di citare un altro ritratto, che a ogni ri-lettura mi fulmina, di D’Annunzio: quello studiato da Carlo Diano, con Pasquali, Pascoli e D’Annunzio medesimo, considerato tra i più grandi grecisti della cultura classica del Novecento italiano.
    I punti essenziali della lettura di Carlo Diano, con mio immenso sforzo, provo a proporli così:
    – D’Annunzio non appartiene né al XIX né al XX secolo, bensì al
    II° millennio avanti Cristo;
    – D’Annunzio, nel suo viaggio in Grecia, giunto al museo di Olimpia non degnò nemmeno d’uno sguardo la statua di Apollo, ma ammirò rapito
    l’Ermete di Prassitele;
    – ergo, gli amori dannunziani sono proprio di “tipo ermetico”;
    – il tempo dannunziano non è rettilineo e nemmeno circolare: D’Annunzio
    possiede il senso del tempo momentaneo;
    – il greco e la Grecia da D’Annunzio conosciuti al massimo grado inducono nel Vate la grecità ellenistica;
    – le vesti spesso indossate anche con disgusto gli sono state imposte dalla
    storia.
    Altri punti, non meno importanti, costellano e sostengono validamente l’inconsueta, geniale per me, lettura di Carlo Diano del Vate pescarese.
    Ma uno subito m’ha preso fin dalla prima lettura.
    Per Carlo Diano ” i poeti non hanno bisogno della gloria”. Perché?
    Perché per l’autore di Forma ed Evento “La Poesia è un destino”.
    Gino Rago

    P.S. Come si fa a dare torto ad Almerighi?

  4. antonio sagredo

    IL FOLLETTO DANNUNZIANO…

  5. L’impresa di Fiume, la spedizione militare, l’occupazione della città, fu una pagina incredibile della storia d’Italia, a metà tra avventura e posa estetica, un misto di oratoria e di retorica e di dimensione estetica. D’Annunzio fu ineguagliabile nel suo ruolo di antesignano della modernizzazione dell’Italia. La sua poesia, le sue pose estetiche, la sua oratoria, la sua vita privata dispendiosa sempre preda del lusso e dei debiti, la vita scintillante presso la classe borghese e nobiliare d’Italia, la più reazionaria classe d’europa appena dietro quella prussiana. L’impresa di Fiume e l’Alcione furono il coronamento di una vita dispendiosa, la cui retorica era innalzata al diapason delle umane possibilità.
    «La vita come festa, la liberazione sessuale, la libera circolazione della droga, il nesso tra politica e gioco, la dissacrazione di ogni principio d’autorità fanno di Fiume un vero e proprio laboratorio sociale da cui a tutti, in particolare ai futuristi, era dato attingere per la costruzione di un mondo futuro, con prospettive violentemente anticipatrici per quanto riguarda l’economia, la difesa del lavoro, la creazione di un vasto movimento anti-imperialistico».
    Del resto anche Gramsci aveva annotato il valore sociale e politico dell’impresa di Fiume con parole lungimiranti.
    Poeta del liberty, D’Annunzio accelera la modernizzazione del paese. E questo compito il vate lo ha svolto con inimitabile perizia e capacità attoriali. Purtroppo il fascismo intervenne a frenare e a deviare la strada verso la mdernizzazione del paese, infatti i rapporti tra il divino poeta e il dittatore Mussolini non furono affatto idilliaci. L’uno sapeva dell’altro e l’uno non condivideva dell’altro quasi nulla. Non era facile avviare la modernizzazione dell’Italia. Compito arduo e problematico. D’Annunzio si impegnò allo spasimo, pur nelle contraddizioni fortissime. In confronto il Pascoli era un retore arretrato, il rappresentante di una Italia rurale reazionaria, il rappresentante di una “Grande proletaria” che si affacciava anzitempo sullo scenario della politica continentale. Insomma, D’Annunzio ha svolto un ruolo strategico fondamentale per la modernizzazione delle classi dirigenti italiane. E, tra questi compiti, c’era anche quello di accelerare la modernizzazione della poesia italiana. Compito arduo non meno dell’altro.

    Sabino Caronia ci ricorda, non senza una punta di ironia: “i giudizi del vate su Marinetti, di cui dirà che è «una nullità tonante, un cretino fosforescente, e forse ancora un cretino con qualche lampo di imbecillità».
    Marinetti a sua volta lo etichetterà come «un Montecarlo di tutte le letterature», un passatista «noioso e anacronistico», opponendogli il Pascoli considerato e dichiarato da lui il più grande poeta italiano”.

    Bellissimo scambio di battute in pubblico di un tempo lontano che fu e che non ritornerà mai più, dove i poeti se le dicevano in faccia senza le precauzioni pretesche e ipocrite di oggi. Ma ve lo immaginate oggi uno scambio di battute analogo tra Magrelli e, mettiamo, un Buffoni? – I tempi cambiano. E, in questo senso, cambiano in peggio. Neanche sotto tortura gli autori di poesia dianzi nominati esprimerebbero il proprio giudizio senza infingimenti e corrompimenti che il pubblico impone. E non lo farebbero neanche in privato, non lo confesserebbero neanche alla moglie, o all’amante, per paura di essere intercettati in una conversazione telefonica registrata da qualche zelante Pubblico Ministero.

    Per tornare a D’Annunzio, è indubbio che ad una rilettura odierna, anche il capo lavoro del Vate ci appare torbidamente Kitsch, sensuoso e retorico, bolso, irresistibilmente illeggibile. Anzi, tanto più illeggibile quanto più bravo e dotato si dimostra l’Autore. Questo però va detto, a scanso di equivoci, anche le opere d’arte invecchiano (come sosteneva Adorno) ma ci sono le opere d’arte che invecchiano precocemente, e altre che invecchiano molto tardi, e male. L’Alcyone a me sembra che sia irrimediabilmente invecchiato, e male. ma, paradossalmente, conserva un’aura misteriosa, di misteriosa e impellente bellezza panica. E, allora, mi chiedo come mai un’opera che, per il mio gusto severo, mi appare torbida, sensuosa e retorica, riesce, nonostante tutto, a sedurmi e ad ammirarla? Qui il problema credo che non risieda soltanto in una questione di gusto personale, in un fattore soggettivo, ma penso che riposi su un fattore oggettivo. Ci sono opere d’arte che già alla loro nascita si presentano come un servizio alla classe di corrispondenza o di appartenenza. Voglio dire che ci sono opere d’arte che in modo sottile e acutissimo, si pongono al servizio di una concezione del mondo, di un sistema di potere stilistico, estetico, filosofico e, quindi, in ultima analisi, politico. E, in questo uffizio, il Vate era un maestro indiscutibile e impareggiabile. L’Alcyone sta al Liberty come nessun’altra opera italiana sta in corrispondenza con quel mondo che si avvierà alla “inutile carneficina” che sarà la prima guerra mondiale. E, in una certa misura, questa sua lontana ma indiscutibile parentela, inficia il suo valore estetico e ne fa un’opera retorica, pur se di alta retorica.

  6. D’Annunzio fu un poeta senz’altro raffinato e certo decadente, ciò non significa che non sia valido. Oggi la poesia si volge più ai contenuti che alla forma o all’eleganza del verso. A volte penso con de Régnier che non sarebbe male dedicarsi a occupazioni inutili: in fondo, a che serve la poesia?

  7. In Abruzzo esiste una letteratura critica dannunziana, la cui mole sgomenta. Eppure, c’è chi, tenacemente,la alimenta:una volta parlavo con uno di questi esperti dannunziani doc, auto criticando la mia insensibilità al Vate, al quale comunque riconosco il merito,non piccolo, di avere portato L’Abruzzo ben oltre i suoi stretti confini.A conclusione del discorso, io e lo studioso convergemmo su un punto: con tutti i suoi meriti,con tutto il suo immenso “fare”, D’Annunzio, alla fine, non convince.

  8. Salvatore Martino

    Non voglio entrare in un discorso critico, ma al di là dell’uomo ambiguamente discutibile, quasi un ossimoro di grandezza e miseria , certamente il poeta è un grande, un innovatore, nei suoi versi la musica diventa divina, e contribuisce a creare un’atmosfera di immenso fascino. Fu un poeta italiano di rilevanza europea come mai prima d’allora e dopo, stimato e amato da grandi musicisti.. E vogliamo ricordare i suoi straordinari romanzi? Bastano credo “Il piacere” e “Notturno” o ancora “Il delitto di Giovanni Episcopo”. E il teatro? Eccellente l’introduzione dell’amico Caronia, finissimo critico. Purtroppo tra le righe di questa rivista leggo delle affermazioni che mi fanno rabbrividire. Mi riferisco alla cancellazione di quel grande poeta Giovanni Pascoli, al quale tutta la produzione del primo novecento deve moltissimo, e alla condanna della “famigerata” triade Montale, Ungaretti, Quasimodo, più volte riportata in queste pagine. Lo ripeto per l’ennesima volta se uno dei frequentatori di codesto blog avesse scritto alcune delle poesie dei tre sicuramente sarebbe un poeta vero, e più importante di quanto egli stesso non sia. Cara Ventura D’Annunzio non convince? Forse il difetto sta da un’altra parte. Il commento di Amerighi ? Meglio stendere un velo pietoso, soprattutto sull’accenno allo sfruttatore di donne.Erano loro che incredibilmente lo inseguivano e lo amavano oltre ogni ragionevolezza: Vedi Eleonora Duse.
    Salvatore Martino

  9. Anche se la mole di lavoro da alcuni mesi a questa parte non mi lascia più molto tempo per altro (cosa di cui sono del resto felicissima) seguo sempre questo blog e mi sento in dovere di intervenire almeno in questo caso. Il primo motivo è per congratularmi con Sabino Caronia per il bellissimo articolo e per aver toccato punti importanti della figura e dell’opera di D’Annunzio che, nonostante dia tanto fastidio a tanti ammetterlo, è stato l’unico vero grande poeta di respiro internazionale che l’Italietta dell’epoca sua abbia avuto. Come Pirandello lo è stato nella letteratura. E lo è stato non solo per la grandezza rivoluzionaria della sua poesia, dei suoi romanzi e racconti, del suo teatro, ma per lo sguardo lungo nel tempo e nello spazio, sia passato che futuro.
    In genere chi lo affossa ne ha letto poco e male e campa ancora su stereotipi ormai del tutto fuori moda. Etichette strabiche, tipo quella di fascista quando disprezzava Mussolini e tutto il suo operato, come tante altre frutto dell’incapacità di comprendere una personalità talmente complessa e sfaccettata da essere difficilmente afferrabile ad uno sguardo superficiale.
    La cosa triste poi è che il giudizio morale sul personaggio diventa il mezzo per tranciare giudizi su un’opera sterminata. Che, ripeto, in genere è poco conosciuta da chi la liquida con tanta facilità. Basterebbero “Il Notturno” o “Il Libro Segreto”, capolavori che non hanno eguali nella nostra letteratura, per verità e bellezza.
    Come se poi la maggior parte degli artisti grandi non avesse avuto vite piene di manchevolezze umane e morali!
    Quello che la maggior parte di questi individui non sa, è che D’Annunzio, soprattutto nella seconda parte della sua vita, conduceva una vita quasi ascetica, pur se circondato da lussi che però erano quasi uno schermo a una vita interiore intensissima e tormentata.

    Il secondo motivo per cui intervengo è per ringraziare con tutto il cuore Gino Rago che ha voluto ricordare la lettura assolutamente rivoluzionaria che mio padre diede di D’Annunzio nel convegno del 1963 per il centenario della nascita. Una lettura di D’Annunzio nuovissima e diversa da tutte le altre.
    Io ho trascritto il testo di quella conferenza, che mio padre non scrisse ma tenne a voce e che, trascritta dalla registrazione, fu comunque pubblicata negli Atti di quel convegno.
    Per chi ne avesse il desiderio do il link.

    https://emiliashop.wordpress.com/2014/09/28/carlo-diano-dannunzio-e-la-grecia/

    • Gino Rago

      Carissima Francesca Diano (meglio specificare: nel blog a volte fa capolino un’altra Francesca…),
      mi hai riempito d’una inconsueta gioia, ringraziandomi per la sintesi estrema nella quale ho compresso l’intervento di papà tuo, Carlo Diano,
      al convegno su D’Annunzio.
      In cuor mio voleva essere un “invito alla lettura…”, da un lato, e una mesta sollecitazione ad esprimersi soltanto su qualcosa che davvero si conosce, dall’altro, nel mio commento frantumato, che pure hai apprezzato.
      “Il poeta non insegue la gloria. La poesia è un destino…”: un’idea
      di Carlo Diano con la quale si potrebbe fare una rivoluzione, se venisse
      davvero assimilata, nella nostra società letteraria sempre più simile, invece, quasi a un covo di trafficanti d’armi…
      Grazie ancora, Francesca cara.
      Gino Rago

      • Eh già Gino caro, proprio così. E’ un destino e non sempre facile da portarsi dietro per i grandi. Vedi che dice Baudelaire di Poe…
        Ma grazie a te ancora per il tuo intervento e un abbraccio
        Francesca Diano

  10. Sabino Caronia ci ricorda, non senza una punta di ironia: “i giudizi del vate su Marinetti, di cui dirà che è «una nullità tonante, un cretino fosforescente, e forse ancora un cretino con qualche lampo di imbecillità».
    Marinetti a sua volta lo etichetterà come «un Montecarlo di tutte le letterature», un passatista «noioso e anacronistico», opponendogli il Pascoli considerato e dichiarato da lui il più grande poeta italiano”.

    Bellissimo scambio di battute in pubblico di un tempo lontano che fu e che non ritornerà mai più, dove i poeti se le dicevano in faccia senza le precauzioni pretesche e ipocrite di oggi. Ma ve lo immaginate oggi uno scambio di battute analogo tra Magrelli e, mettiamo, un Buffoni? – I tempi cambiano. E, in questo senso, cambiano in peggio. Neanche sotto tortura gli autori di poesia dianzi nominati esprimerebbero il proprio giudizio senza infingimenti e corrompimenti che il pubblico impone. E non lo farebbero neanche in privato, non lo confesserebbero neanche alla moglie, o all’amante, per paura di essere intercettati in una conversazione telefonica registrata da qualche zelante Pubblico Ministero.

    Per tornare a D’Annunzio, è indubbio che ad una rilettura odierna, anche il capo lavoro del Vate ci appare torbidamente Kitsch, sensuoso e retorico, bolso, irresistibilmente illeggibile. Anzi, tanto più illeggibile quanto più bravo e dotato si dimostra l’Autore. Questo però va detto, a scanso di equivoci, anche le opere d’arte invecchiano (come sosteneva Adorno) ma ci sono le opere d’arte che invecchiano precocemente, e altre che invecchiano molto tardi, e male. L’Alcyone a me sembra che sia irrimediabilmente invecchiato, e male. ma, paradossalmente, conserva un’aura misteriosa, di misteriosa e impellente bellezza panica. E, allora, mi chiedo come mai un’opera che, per il mio gusto severo, mi appare torbida, sensuosa e retorica, riesce, nonostante tutto, a sedurmi e ad ammirarla? Qui il problema credo che non risieda soltanto in una questione di gusto personale, in un fattore soggettivo, ma penso che riposi su un fattore oggettivo. Ci sono opere d’arte che già alla loro nascita si presentano come un servizio alla classe di corrispondenza o di appartenenza. Voglio dire che ci sono opere d’arte che in modo sottile e acutissimo, si pongono al servizio di una concezione del mondo, di un sistema di potere stilistico, estetico, filosofico e, quindi, in ultima analisi, politico. E, in questo uffizio, il Vate era un maestro indiscutibile e impareggiabile. L’Alcyone sta al Liberty come nessun’altra opera italiana sta in corrispondenza con quel mondo che si avvierà alla “inutile carneficina” che sarà la prima guerra mondiale. E, in una certa misura, questa sua lontana ma indiscutibile parentela, inficia il suo valore estetico e ne fa un’opera retorica, pur se di alta retorica.

  11. In questo blog così ben frequentato, credo di dover dare una spiegazione della mia espressione, relativa a D’Annunzio,che “Non convince”.Non convince me,e questo non vuole coinvolgere nessuno.Non è una colpa, se nel mio immaginario sono entrati altri: Lucrezio, Leopardi,Lucio Piccolo, perfino Rutilio Namaziano. Dietro le scelte estetiche di ognuno c’è sempre un vissuto personale, e perfino qualche richiamo ancestrale,che le indirizza.

  12. Sulle dinamiche del Potere che decidono quale autore sia da trasmettere ai posteri e quale no, copio e incollo i tre commenti finali del dibattito sulla telefonata tra Stalin e Pasternak:

    Paolo Statuti
    25 dicembre 2015 alle 15:18 Modifica

    Pur non togliendo nulla alla drammaticità della telefonata e alle subdole domande di Stalin, mi sembra di dover dire che Pasternak si è salvato soprattutto perchè non si è esposto, non ha mai apertamente criticato Stalin, come fece Mandel’stam e altri poi assassinati. La stessa cosa è successa in Polonia: gli artisti che non hanno criticato il sistema, pur non condividendolo, si sono salvati. Insomma la salvezza risiedeva nel non occuparsi di politica e nel non criticare il regime. Anche se Stalin era superstizioso e considerava Pasternak uno sciamano, quest’ultimo non si sarebbe salvato se avesse scritto una sola poesia contro il dittatore.

    Rispondi
    Marjan Bunaj
    2 gennaio 2016 alle 10:02 Modifica

    È sorprendente la comprensione di maggior parte dei commentatori delle dinamiche interlocutorie fra Pasternak e Stalin. Ciò riflette che il potere si subisce in tutti gli sistemi. Quella aritmetica nella condivisione 3 a te 1 a me è drammaticamente realistica. Chiunque come me ha vissuto il regime, avrebbe considerato una tale telefonata una eroica difesa.

    Rispondi
    giorgio linguaglossa
    2 gennaio 2016 alle 10:50 Modifica

    gentile Marjan Bunaj
    per chi come me ha avuto modo di frequentare le dinamiche del Potere italiano, posso dire che i meccanismi interlocutori sono sempre i medesimi, 1) Intimazione, 2) rimozione, 3) cancellazione, 4) pentimento – E queste dinamiche sono presenti in tutti i Sistemi, anche quelli più democratici, là dove c’è un Sistema c’è un Potere con i suoi codici e i suoi linguaggi, con i suoi modi indiretti di esercizio della Imposizione. L’Italia non fa certo eccezione… E c’è una certa poesia che fa molto comodo al Potere perché intimamente conformista… e lascio ai lettori intelligenti quale poesia è conformista e quale no.

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