DIALOGO tra STEVEN GRIECO RATHGEB e GIORGIO LINGUAGLOSSA sullo STATUTO del FRAMMENTO in POESIA con una composizione esemplificativa di Steven Grieco e Mario M. Gabriele La realtà frammentata; La forma aperta; Il frammento interrompe il flusso di ricezione; Velocità-rallentamento; La scrittura per “frammenti” e la Dis-locazione del Presente; Lo pseudo concetto imperiale di identità poetica e Alcune Poesie di René Char

  1. foto Cuadro lienzo Garabatos Blanco&Negro

    Cuadro lienzo Garabatos Blanco&Negro

    Steven Grieco-Rathgeb

9 aprile 2016 alle 17:13 Modifica

Caro Giorgio, l’uso di frammenti per narrare una realtà frammentata come la nostra, sincopata nei ritmi, è interessante, è un tuo contributo ad una rinnovata riflessione sulla poesia. Che spero continuerai a sviluppare. Niente si ferma, tutto è in un continuo stato di flusso.
In diversi modi, i tuoi frammenti stanno vicino alla mia urgenza di rallentare il ritmo di arrivo della poesia alla fruizione del lettore.
Del tempo fa, nel contesto di un post di poesia di Edith Dzieduscycka su L’Ombra delle Parole, c’è stato un interessante dialogo con il Signor Pasquale Balestriere, il quale giustamente non capiva, in un primo momento, come la poesia possa avere un moto veloce e lento allo stesso tempo. Io ho cercato di spiegare che questo dipende secondo me tanto dalla mente che recepisce la poesia, quanto dalla poesia stessa.
Il frammento interrompe il flusso di ricezione, lo rende zackig, frastagliato, come dire, ma allo stesso tempo quel rallentamento libera il pensiero retrostante, libera l’ombra significante che segue le parole e le illumina. Ecco perché rallentamento in poesia si traduce spesso in un percepito aumento della velocità.
Ho studiato a lungo la poesia recente e meno recente per capire questa dinamica. Le prime volte era con i poeti moderni quando avevo 16-17 anni: mentre leggevo, d’un tratto si liberava una risonanza da una parola, o da un gruppo di parole, facendomi trasalire, come un uccello spiccava il volo e andava a posarsi in qualche altro punto della poesia, dove non avrei mai pensato: indicandomi con un sorriso segreto che la poesia stavo leggendo non veicolava soltanto pensiero e concetto, ma anche risonanze di pensiero e di concetto: e che dunque sopra la poesia, con il suo generico e pur ricco significato letterale, si estendeva una trama lucente di un altro significato, impossibile da cogliere se non per un attimo. Mi sembrava che questa trama fosse, in qualche modo, riflesso della psiche del poeta, la quale porta in sé il millenario abisso di civiltà, di cui il poeta è solo vagamente conscio – a lui, tuttavia, il merito di aver saputo veicolare quell’indicibile. Allora la poesia che leggevo mi diventava luminosissima, la riconoscevo come “grande”: un miracolo: essa esprimeva anche me: e mi dava licenza di ispirarmi ad essa perché io facessi un ulteriore passo nella ricerca del senso indecifrabile delle cose. Forse questo è il vero significato della parola “tramandare”, “tradizione”.
foto ipermoderno Louis Vuitton on the bridge

ipermoderno Louis Vuitton on the bridge

A scuola avevamo letto tantissimo Shakespeare, il nostro professore amava anche i poeti del Sei e del Settecento. Giustamente additava Alexander Pope come un gigante e maestro della forma classica, mai più, io penso, raggiunto. Ma quello strano sistema di risonanze che ho detto sopra lo sentivo più nei poeti dal Romanticismo in poi, e in particolar modo nei moderni, da Eliot in poi. Penso adesso che ciò fosse dovuto alla mia sensibilità di moderno. In questo senso, anche i Romantici inglesi erano moderni, grazie alla Rivoluzione Industriale. (Impossibile idealizzare l’operaio in fabbrica, come si era fatto con il contadino, nel suo idillico contesto campestre.)
Qualche anno più tardi, una volta che fui in grado di leggere l’italiano, sentii questo stesso fuggire di risonanze anche in un poeta come Montale.
Torno al concetto di rallentamento-velocità, che è un fenomeno, mi pare, nato in genere con il modernismo, e sorto forse anche involontariamente per rispecchiare l’ansia, l’incertezza esistenziale, che noi moderni abbiamo iniziato a vivere come quotidianità dopo che sono caduti gli idoli dell’Occidente, dopo che si è in genere stabilita la relatività delle cose di questo mondo.
I poeti scandinavi del secondo ‘900 sono maestri di questo procedimento. Tranströmer è solo uno di loro.
Velocità-rallentamento, in una forma molto simile, è un fenomeno fortemente presente nella modalità “dhrupad” della musica classica indiana. La quale lavora anche sui microtoni per tirare fuori la suggestione che vibra sopra al dettato musicale di base, sopra al succedersi sequenziale, lineare, delle note. Simile, come ho già detto, al poeta che scrive una poesia le cui parole suggeriscono qualcosa oltre il significato letterale. Certo, questo già lo si fa, ma si tratta, io dico, di notevolmente accrescere questa potenzialità che pure la musica, e la lingua hanno. Le parole che noi usiamo, e che siamo quotidianamente costretti ad usare quasi fossero gli spiccioli del nostro pensiero, sono antichissime, arcaiche, radicano in lingue e pensieri precedenti, in gran parte obliati, hanno una ricchezza immisurabile. E’ qui forse che sta il mistero della poesia (e della lingua) che diceva Salvatore Martino: semplicemente vaga percezione della “immensità di culture millennarie”, che appare nelle nostre parole, che però hanno anche una leggerezza assolutamente indispensabile perché gli esseri umani possano comunicare liberi fra di loro.
Poeta forse è anche colui che sa fare questo: intuire in ogni attimo quel vasto orizzonte, ma saperlo rendere leggero, fruibile all’uomo del suo tempo. Reintegrare l’uomo. Ecco perché una significativa comunicazione poetica con l’uomo di oggi non sarebbe possibile, secondo me e genericamente parlando, tramite la forma del sonetto. La comunicazione poetica già sembra impresa ardua con le forme “aperte”! Ciascun poeta dovrà attraverso i suoi tormenti trovare da sé la forma che va bene oggi, se è vero che il suo compito è prima di tutto raggiungere il lettore-ascoltatore esterno, il quale vive nella realtà di oggi, non nel passato. Le scelte a sua disposizione, e proprio grazie a questa caotica libertà che ci ritroviamo, sono molte. (Una, per esempio, è quella di Stefanie Golisch.) Non c’è niente di facile in tutto questo.
Il mistero, dunque, è ben più fitto di un verso di poesia luminoso e ben tornito.
Torno alla musica dhrupad: tutto il senso di quella musica sta nel suo continuo dispiegarsi adesso, nel suo apparente muoversi erratico, non-lineare, ciò che abbatte ogni sequenzalità stretta, aprendo molteplici spazi temporali. Perché essa tiene sempre in bilico il momento presente, affinché noi possiamo meglio afferrarne l’evanescenza. La concentrazione sul momento apre scorci impensati sugli altri tempi che pure noi conosciamo ma troppo velocemente abbiamo normalizzato e pensato di catalogare.
In poche parole: sia musica che scrittura seguono quello che appare come linearità nel tempo obbligata. Come allora suggerire quello che tutti che sappiamo, ossia che il nostro vivere, i nostri pensieri, tutto fanno fuorché seguire una traccia sequenziale obbligata?
Ecco cosa significa fruizione estetica di un’opera! Questo!
La musica classica occidentale fino a Bruckner e Wagner si basava sulla formula 1) presentazione di una problematica, 2) trattazione della stessa, 3) risoluzione della stessa – con tutte le sue complessità, chiaramente. Mahler ha sovraccaricato questa formula, l’ha inturgidita al massimo, fino a distruggerla. E infatti, dopo Mahler, alla musica occidentale liberata da quelle pastoie si è aperto un orizzonte allargato, immenso e spesso sublime. Che ha reso possibili grandissimi musicisti come Scelsi, Stockhausen, Cage, e quanti altri.
Io penso che la scelta oggi da parte di quasi tutti i poeti occidentali di ascoltare prevalentemente rock, jazz o musica classica tradizionale – e non Scelsi, Stockhausen, Ligeti, Jani Christou – spieghi in parte perché ci sono così grandi difficoltà a pervenire ad un linguaggio della poesia più in simbiosi con il presente; perché invece così spesso si finisce per praticare il minimalismo epigonico di forme già viste e variate all’infinito. La musica classica contemporanea è uno dei prodotti artistici più alti della cultura occidentale del ‘900: ha aperto una strada incredibile, ma sembra che il 90% delle persone non sanno nemmeno che esiste. Già nell’Europa orientale la cultura da questo punto di vista è molto avanzata – grazie, paradossalmente, a decenni di censura. Prendete Bela Tarr, per esempio, che nei suoi film usa musiche di Mihaly Vig, molto vicine alla avanguardia musicale del ‘900.
Sono tutte riflessioni, solo riflessioni queste, per aprire un dibattito.
  1. foto Louis Vuitton L'ultima fermata della campagna Chic

    Louis Vuitton L’ultima fermata della campagna Chic

    giorgio linguaglossa

9 aprile 2016 alle 19:39 Modifica

caro Steven Grieco,
PROBABILMENTE OGGI CHE ALLA POESIA NON è RICHIESTO PIU’ NULLA, forse proprio oggi alla poesia è posta la Interrogazione Fondamentale. Finalmente la poesia è libera, libera di non dire nulla o di dire ciò che è essenziale e inevitabile. Questo è molto semplice, è un pensiero intuitivo che tutti possono far proprio. Nel momento della sua chiusura clausura, la poesia si trova sorprendentemente libera, libera di porsi la Domanda Fondamentale, quella Domanda che per lunghi decenni nel corso del Novecento non si aveva l’urgenza e la necessità di porsi. La poesia, dunque, si trova davanti alla inevitabilità di dire ciò che è. E questa io credo che sia la più grande possibilità che il mondo moderno concede alla Poesia.
Esprimere nel modo più determinato e concreto l’inconscio che sta alle spalle del Pensiero pensato e non pensato dell’Occidente, il sottosuolo del sottosuolo che giace ancora più a fondo del sottosuolo costituito dal pensiero ordinario in cui ormai tutto viene pensato e vissuto dalla civiltà dell’Occidente.
Una poesia che si ponga l’ambizioso obiettivo di pensare l’impensato, le cose del sottosuolo more geometrico di un precedente more geometrico sotterraneo. Pensare la costruzione stilistica disabitata come la più consona ad essere abitata. Trarre dunque la forza dalla propria debolezza, mobilitare tutta la forza della visionarietà geometrica della poesia, questo è il compito che i poeti autentici oggi si trovano di fronte. E non è poco. Dobbiamo, per far questo, giungere a guardare alla poesia da un luogo ad essa esterno. E proprio questa paradossalità ci permette di seguire in ogni suo meandro il lungo percorso di un pensiero poetante che faccia di questo «tramonto» il luogo più abitabile.
foto ipermoderno Luois Vuitton Dress them up or dress them down

ipermoderno Luois Vuitton Dress them up or dress them down

Steven Grieco Rathgeb

IL BUON AUGURIO
La vita era reale, splendida; e profondamente nascosti
in noi gli alberi, i primi iris mirabili nella luce nera.
Il paesaggio diurno senza sogni, senza nascondigli.

“FERMI!”
– esclamò d’un tratto il Regista –
“Avete studiato le vostre parti troppo a fondo!
Non siete più voi stessi! Tutto da rifare!”

Ci fermammo di colpo, profondamente scossi.

Poiché nelle sue parole, in effetti, nulla si era fermato:
e più chiari che mai il palco su cui stavamo, le
scenografie spente, il cerone che ci imbrattava il viso.

Non c’era dubbio: era stato commesso un furto ignobile.
E noi, del tutto ignari.

Poi ancora un urlo dietro le quinte: “Il mondo non va più da sé!
Fate qualcosa!”
e tonfi sull’assito, e le grida di stupore
visibili nell’aria che veniva lacerandosi di traverso.

«Mmmm…» mormorò rapito il Regista, sprofondato
nella sua poltrona, gli occhi rivolti in su: quasi gioisse
di queste fronde d’albero che stormivano solo immaginandosi:
quasi prendesse il largo un re dalla mantella azzurra
in una barca sull’oceano.

Allora cercai il tuo viso nell’estrema durezza del riflesso:
ma da noi sorgevano mille profondità:
non semplice amalgama di ombre e sabbia,
luce respinta: una forma umana dal corridoio, giù in fondo,
superando seppur di sbieco uno dopo l’altro i rovelli,
non più derubata, fermo lo sguardo,
avanzava oltre i molti presenti in ogni dove,
la folla di nichilisti che spingeva,
tormentandosi nel buio.
Ancora guardai nello specchio. Era una finestra,
e il paesaggio là fuori, un inaspettato presagio:
i campi di grano, morbida onda prossima alla mietitura
mentre un fiume verde-bruno muoveva tra le sponde
rallegrandosi dei suoi riflessi azzurri;
e più avanti, dove i salici d’argento disperdono nivei fiori
solo per celare, come all’inizio di un verso,
l’usignolo di Chông.

Ancora gridò la voce assordante fuori campo:
“NON VEDETE come tutti ve la danno a bere?”

In effetti, il buio era più fitto che mai.
Ma proprio là dentro, nel cuore dello sguardo cieco
sorgeva questo tasso d’intensità sconosciuto,
come se noi irradiassimo una visione.

Come se non fossimo altro che noi stessi.

Aveva ragione da vendere, il Regista.
La partita l’avevamo stravinta.

(1987-2012) 

foto ornamentali aztechi

ornamentali aztechi

LEGGIAMO UNA POESIA di Mario M. Gabriele

Una fila di caravan al centro della piazza
con gente venuta da Trescore e da Milano
ad ascoltare Licinio:-Questa è Yasmina da Madhia
che nella vita ha tradito e amato,
per questo la lasceremo ai lupi e ai cani,
getteremo le ceneri nel Paranà
dove abbondano i piranha,
risaliremo la collina delle croci
a lenire i giorni penduli come melograni,
perché sia fatta la nostra volontà.-
Un gobbo si fermò davanti al centurione
dicendo:- Questo è l’uomo che ha macchiato
le tavole di Krsna, distrutto il carro di Rukmi,
non ha avuto pietà per Kamadeva,
rubato gioielli e incenso dagli altari di Nuova Delhi.-
-Allora lasciatelo alla frusta di Clara e di Francesca,
alla Miseria e alla Misericordia.
Domani le vigne saranno rosse
anche se non è ancora autunno
e spunta il ruscus in mezzo ai rovi-, così parlò Licinio.
Un profumo di rauwolfia veniva dal fondo dei sepolcri.
Carlino guardava le donne di Cracovia,
da dietro i vetri Palmira ci salutava
per chissà quale esilio o viaggio.
Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
Stranamente oggi non ho visto Randall.
Mia amata, qui scorrono i giorni
come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
Dimmi solo se a Boston ci sarai,
se si accendono le luci a Newbury Street.
Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

*

foto ipermoderno 2

ipermoderno

Giorgio Linguaglossa

Vorrei scagliare una freccia in favore della scrittura per «frammenti». Che cosa significa? E perché?
Innanzitutto, un presente assolutamente presente non esiste se non nella immaginazione dei filosofi assolutistici. Nel presente c’è sempre il non-presente. Ci sono dei varchi, dei vuoti, delle zone d’ombra che noi nella vita quotidiana non percepiamo, ma ci sono, sono identificabili. Così, una scrittura totalmente fonetica non esiste, poiché anche nella scrittura fonetica si danno elementi significanti non fonetizzabili: la punteggiatura, le spaziature, le virgolettature, i corsivi ecc.
La scrittura per «frammenti» implica l’impiego di una decostruzione riflessiva, la quale nella sua propria essenza, segue il tempo del «Presente» che sfugge di continuo, che si dis-loca. Il dislocante è dunque il «Presente» che si presenta sotto forma del «soggetto» significante (ricordiamoci che per Lacan il soggetto si instaura come rapporto con un significante e l’altro). Ma, appunto, proprio per l’essere una macchinazione significante, il «soggetto» non può mai raggiungere il pieno possesso del «significato».
In base a queste premesse, una scrittura logologica o logocentrica, non è niente altro che un miraggio, il miraggio dell’Oasi del Presente come cosa identificabile e circoscritta, con il versus che segue il precedente credendo ingenuamente che qui si instauri una «continuità» nel tempo. Questa è una nobile utopia che però non corrisponde al vero.
Io dico una cosa molto semplice: che l’utilizzazione intensiva ad esempio della punteggiatura produce l’effetto non secondario di interrompere il «flusso continuo» che dà l’illusione del Presente; produce lo spezzettamento del presente, la sua dis-locazione, la sua locomozione nel tempo. Introduce la differenza nel «presente».
Il non dicibile abita dunque la struttura del «presente», fa sì che vengano in piena visibilità le differenze di senso, gli scarti, le zone d’ombra di cui il «presente» è costituito.
Alla luce di quanto sopra, se seguiamo l’andatura strofica della poesia di Mario Gabriele, ci accorgeremo di quante interruzioni introdotte dalla punteggiatura ci siano, quante differenze introdotte dalla dis-locazione del discorso poetico, interpretato non più come flusso unitario ma come un immagazzinamento di differenze, di salti, di zone d’ombra, di varchi:

.

Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
Stranamente oggi non ho visto Randall.
Mia amata, qui scorrono i giorni
come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
Dimmi solo se a Boston ci sarai,
se si accendono le luci a Newbury Street.
Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

.

Nella nuova poesia, come in questa di Mario Gabriele, non c’è un senso compiuto, totale e totalizzante. Il senso si decostruisce nel mentre si costruisce. Non si dà il senso ma i sensi. Una molteplicità di sensi e di punti di vista. Come in un cristallo, si ha una molteplicità di superfici riflettenti. Non si dà nessuna gerarchia tra le superfici riflettenti e i punti di vista. Si ha disseminazione e moltiplicazione del senso. Scopo della lettura è quello di mettere in evidenza gli scarti, i vuoti, le fratture, le discontinuità, le aporie, le strutture ideologiche e attanziali piuttosto che l’unità posticciamente intenzionata da un concetto totalizzante dell’opera d’arte che ha in mente un concetto imperiale di identità. La nuova poesia e il nuovo romanzo sono alieni dal concetto di sistema che tutto unifica, che tutto «identifica» (e tutto nientifica) e riduce ad identità, che tutto inghiotte in un progetto di identità, che tutto plasma a propria immagine, in vista di una rivendicazione dell’Altro e della differenza come grande impensato della tradizione filosofica occidentale. In questa accezione, la decostruzione è una conseguenza della riflessione filosofica di Martin Heidegger. Infatti il disegno della seconda sezione di Sein und Zeit – rimasta alla fase di mera progettazione, per la caratteristica inadeguatezza del linguaggio della metafisica – risuonava come una “distruzione della storia dell’ontologia”, in nome di una ontologia fenomenologica capace di assumere di «lasciar/far vedere il fenomeno per come esso si mostra» (Derrida) – a far luogo da un linguaggio rinnovato alla radice (ripensato), filosoficamente (nell’accezione ordinaria del termine) scandaloso.

da lombradelleparole.wordpress.com

Rita 1- Copertina

Rita 2 - poesie

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Steven Grieco a Trieste giugno 2013

Steven J. Grieco Rathgeb, nato in Svizzera nel 1949, poeta e traduttore. Scrive in inglese e in italiano. In passato ha prodotto vino e olio d’oliva nella campagna toscana, e coltivato piante aromatiche e officinali. Attualmente vive fra Roma e Jaipur (Rajasthan, India). In India pubblica dal 1980 poesie, prose e saggi. È stato uno dei vincitori del 3rd Vladimir Devidé Haiku Competition, Osaka, Japan, 2013. Ha presentato sue traduzioni di Mirza Asadullah Ghalib all’Istituto di Cultura dell’Ambasciata Italiana a New Delhi, in seguito pubblicate. Questo lavoro costituisce il primo tentativo di presentare in Italia la poesia del grande poeta urdu in chiave meno filologica, più accessibile all’amante della cultura e della poesia.

Attualmente sta ultimando un decennale progetto di traduzione in lingua inglese e italiana di Heian waka. In termini di estetica e filosofia dell’arte, si riconosce nella corrente di pensiero che fa capo a Mani Kaul (1944-2011), regista della Nouvelle Vague indiana, al quale fu legato anche da una amicizia fraterna durata oltre 30 anni. protokavi@gmail.com

mario gabriele foto

Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista ha fondato la Rivista di critica e di poetica “Nuova Letteratura” e pubblicato diversi volumi di poesia tra cui il recente Ritratto di Signora 2014. Ha curato monografie e saggi di poeti del Secondo Novecento. Ha ottenuto il Premio Chiaravalle 1982 con il volume Carte della città segreta, con prefazione di Domenico Rea. E’ presente inFebbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio, Mursia Editore 1983, Progetto di curva e di volo di Domenico Cara, Laboratorio delle Arti 1994, Le città dei poetidi Carlo Felice Colucci, Guida Editore 2005, Poeti in Campania di G. B. Nazzario, Marcus Edizioni 2005, e in Psicoestetica, il piacere dell’analisi di Carlo Di Lieto, Genesi Editrice, 2012. Si sono interessati alla sua opera: G.B.Vicari, Giorgio Barberi Squarotti, Maria Luisa Spaziani, Luigi Fontanella, Giose Rimanelli, Francesco d’Episcopo, Giuliano Ladolfi,e Sebastiano Martelli. Altri Interventi critici sono apparsi su quotidiani e riviste: Tuttolibri, Quinta Generazione, La Repubblica, Misure Critiche, Gradiva, America Oggi, Atelier. Cura il blog di poesia italiana e straniera L’isola dei poeti.

 

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  1. Un presente “assolutamente presente” non esiste, ma dobbiamo farci i conti tutti i giorni. E’ evidente come il post moderno, uscito dalla porta, rientri dalla finestra. Nelle lettere (Philip Dick) così come nel cinema questa frammentazione, e questa de costruzione sono stati spesso tentati a volte riusciti, anche in modo spettacolare. Film come Pulp Fiction, L’esercito delle dodici scimmie (dove uno straordinario Bruce Willis, come un sintomo appare dove non dovrebbe apparire), fino a Memento dove il protagonista ha perso la memoria breve e le sequenze del film sono montate non in ordine temporale. Il cinema e la narrazione però, rispetto alla poesia, hanno il vantaggio di poter sollecitare più sensi, vista, udito, addirttura in certe sale olfatto. La poesia generalmente è un testo, e rimandare solamente un testo a un altro o ad altro, impoverisce un’identità che, malgrado tutto, è complessa. A mio avviso questo “viaggio” temporale, nella sua apparente semplicità, è molto ben riuscito alla Stecher con le poesie di Album, che comunque prendono origine da immagini e memorie.

  2. ubaldo de robertis

    A proposito della continuità nel tempo riferita allo scorrere dei versi, ho provato a leggere la straordinaria composizione di Steven Grieco Rathgeb rispettando in modo assoluto le spaziature poste dall’autore, ma nell’ordine indicato dai numeri che mi sono permesso di riportare nel testo.
    Il mistero è dunque che la poesia: IL BUON AUGURIO, pur rovesciata come un calzino, l’ultimo verso coincide con il primo- diceva Borges, mantiene INTATTO tutto il suo fascino comunicativo, anzi, la lettura nei due sensi, in sequenza, accresce il suo valore e la “spiega” come un lenzuolo esposto al sole.
    Aggiungo poi che Steven Grieco Rathgeb, poeta dai molti idiomi, sa collocare nei propri versi i termini, le parole più consone! Eh, sì, cara Stefanie Golisch, quelle che lei definisce “belle paroline” io le chiamerei: “qualcosa di più conforme”, (Leopardi insegna) che al poeta vero viene naturale, lasciando da parte retorica e superlativi, assecondando lo spirito di finezza. Quello di geometria, quello sì, lo lasciamo ai letterati della domenica.
    Ubaldo de Robertis

    IL BUON AUGURIO

    13 -La vita era reale, splendida; e profondamente nascosti
    in noi gli alberi, i primi iris mirabili nella luce nera.
    Il paesaggio diurno senza sogni, senza nascondigli.

    12-“FERMI!”
    – esclamò d’un tratto il Regista – 
    “Avete studiato le vostre parti troppo a fondo!
    Non siete più voi stessi! Tutto da rifare!”

    11-Ci fermammo di colpo, profondamente scossi.

    10 -Poiché nelle sue parole, in effetti, nulla si era fermato:
    e più chiari che mai il palco su cui stavamo, le 
    scenografie spente, il cerone che ci imbrattava il viso.

    9-Non c’era dubbio: era stato commesso un furto ignobile.
    E noi, del tutto ignari.

    8-Poi ancora un urlo dietro le quinte: “Il mondo non va più da sé!
    Fate qualcosa!”
    e tonfi sull’assito, e le grida di stupore 
    visibili nell’aria che veniva lacerandosi di traverso.

    7-«Mmmm…» mormorò rapito il Regista, sprofondato
    nella sua poltrona, gli occhi rivolti in su: quasi gioisse
    di queste fronde d’albero che stormivano solo immaginandosi: 
    quasi prendesse il largo un re dalla mantella azzurra
    in una barca sull’oceano.

    6-Allora cercai il tuo viso nell’estrema durezza del riflesso:
    ma da noi sorgevano mille profondità:
    non semplice amalgama di ombre e sabbia,
    luce respinta: una forma umana dal corridoio, giù in fondo,
    superando seppur di sbieco uno dopo l’altro i rovelli,
    non più derubata, fermo lo sguardo,
    avanzava oltre i molti presenti in ogni dove, 
    la folla di nichilisti che spingeva,
    tormentandosi nel buio.

    5-Ancora guardai nello specchio. Era una finestra,
    e il paesaggio là fuori, un inaspettato presagio:
    i campi di grano, morbida onda prossima alla mietitura
    mentre un fiume verde-bruno muoveva tra le sponde
    rallegrandosi dei suoi riflessi azzurri;
    e più avanti, dove i salici d’argento disperdono nivei fiori
    solo per celare, come all’inizio di un verso,
    l’usignolo di Chông.

    4-Ancora gridò la voce assordante fuori campo:
    “NON VEDETE come tutti ve la danno a bere?”

    3- In effetti, il buio era più fitto che mai.
    Ma proprio là dentro, nel cuore dello sguardo cieco
    sorgeva questo tasso d’intensità sconosciuto,
    come se noi irradiassimo una visione.

    2-Come se non fossimo altro che noi stessi.

    1- Aveva ragione da vendere, il Regista.
    La partita l’avevamo stravinta.

  3. Steven Grieco-Rathgeb

    Sì, veramente, questa grande libertà che ha oggi la poesia, di non dover dire più niente! Respiriamo tutti più liberamente. Sta in questo commento di Giorgio una delle chiavi di volta della scrittura poetica oggi. Ma non è una cosa automatica, non è facile che lui dice, questo che lui dice va interiorizzato lentamente, attentamente, perché tutto nelle parole ci riporta a a voler dare un significato di superficie intellegibile, sembra vietarci l’entrata giù, nel linguaggio più profondo, laddove le cose non significano niente ma sono piene del mondo:

    Anche quando sono a Kyoto, ho nostalgia di Kyoto: il canto del cucù

    (haiku di Basho)

  4. Steven Grieco-Rathgeb

    Ringrazio Ubaldo per aver scelto la mia poesia per esporre una sua intuizione geniale e incredibile. L’assoluta novità sta tutta in questo suo commento. Scomponendo e ricomponendo la mia sequenza di parole in forma di poesia, egli ha notevolissimamente arricchito il dialogo su come si possa scrivere poesia oggi. Per carità, si parla soltanto di un percorso possibile, ma secondo me così si apre un altro orizzonte un orizzonte pericolosamente in bilico fra assoluta creatività libera, e facoltà di questa creatività di flettersi, subordinarsi (parzialmente o totalmente, ma solo quando utile, s’intende) a processi di articolazione-disarticolazione del discorso poetico.
    In poche parole: il poeta essendosi aperto ad una creatività più flessibile, meno egocentrica, meno “unica”, crea, sempre però con lo stesso sguardo visionario, strutture più sciolte, più vive, più in grado di auto-gestirsi, più vicine al lettore, il quale le “finisce”, le “perfeziona”.
    Ecco in qualche modo la risposta, per il nostro oggi, alla millennaria ricerca asiatica della auto-scrittura di un testo.
    Non voglio esagerare qui, non stiamo parlando di robot, di macchinari. Stiamo parlando del pensiero scientifico che in questo momento del presente aiuta il pensiero poetico a rendersi più flessibile, e così facendo, a trovare più fortemente la propria creatività in questo tempo presente.
    Perché questo non toglie nulla alla creatività del poeta, dà più forza alle sue ali.
    In Ubaldo de Robertis riconosciamo lo scienziato-poeta. Grazie.

  5. Steven Grieco-Rathgeb

    Non voglio andare fuori tema, ma amo il pensiero che si contraddice, sempre che ciò apra ulteriormente l’orizzonte di riflessione.
    Allora, ricordo che nel 2014, Giorgio Linguaglossa, su l’Ombra delle parole appena avviato disse in un suo commento che la stessa forma della poesia, con margine sinistro giustificato e margine destro irregolare, non era inappellabile. Quale parametro inaccessibile o legge fissa diceva che una poesia debba sempre presentarsi in questa forma?
    In un primo momento non ero tanto d’accordo con lui.
    Perché? Perché in quel momento non pensavo a illustri esempi di forme diverse per la poesia, che oggi ancora possono aprire la testa del poeta. Non avevo pensato, per esempio, ai Calligrammes di Apollinaire, oppure al fatto che anche una forma rettangolare, o quadrata, e quindi giustificata su tutti e due i lati, in effetti può (non deve, può) liberarla da una forma mentis che tende a volerla chiudere in una sola forma e nessun’altra.
    Ieri alla libreria di Saint Louis des Français ho comprato un volume di René Char, “Fureur e mystère”. Era un poeta che non leggevo da moltissimi anni. Ecco, allego a questo commento una pagina scansionata di quel volume Gallimard per meglio illustrare il mio pensiero.
    E’ strano come dimentichiamo le cose più evidenti, più conosciute. Sì, perché René Char non ha fatto altro che continuare sul percorso baudelairiano del poème e prose.

  6. Nel 1979 il termine “post-moderno” viene utilizzato da Lyotard in un suo saggio. L’autore non poteva immaginare l’enorme successo che quel suo termine avrebbe avuto fino ai giorni nostri. Però, come ci ricorda Maurizio Ferraris nel video sopra postato, il termine “post-moderno” comparve la prima volta in una Antologia della poesia latino-americana del 1934.
    Quindi, come si vede, il termine post-moderno è piuttosto antico, ma ha conosciuto il suo trionfo all’approssimarsi della fine del millennio e in questi nostri anni di stagnazione economica e spirituale. Perché? Come mai? Io credo che il post-moderno venga incontro alle nostre più segrete istanze, speranze e timori, quelli che avvertiamo oscuramente, cioè che la modernità è finita da un pezzo, e con essa è finita l’ideologia del “Nuovo” e la filosofia del progresso. Insomma, si è venuta a creare, a livello di massa, nell’Occidente, il timore del Futuro. L’uomo della stagnazione guarda al Futuro con sospetto e sfiducia, ha perduto l’ottimismo, ha perduto le spinte inerziali verso il nuovo. Questa nostra epoca post-modernistica si rivela e si dimostra essere una età normale, normalizzata, timorosa di ogni nuovo che possa sconvolgere gli equilibri, i modelli, i parametri stabilizzati, tanto che da più parti non appena si parla di una “nuova poesia” che abbia nuove premesse e una nuova visione del mondo, ecco che arrivano proteste allarmate e spaventate… Ecco, questo dimostra, secondo me, che stiamo ancora in pieno post-moderno. Tutto deve essere immobile, il Futuro non c’è, la poesia è un gioco minimalista, innocuo e gastronomico: la poesia è diventata pseudo-poesia… Non prendiamo sul serio nulla e nessuno…

    • In una sua canzone del 1983, I.G.Y (International Geophisical Year, quindi il 1950) il cantautore americano Donald Fagen esalta con immenso sarcasmo la sintesi dell’americanismo di allora utilizzando questo ritornello: what a beautiful world this will be, what a glorious time to be free, esaltando quella che era negli anni Cinquanta l’idea del futuro basata sul progresso tecnologico e sulla democrazia. Oggi al contrario sembra che sia stato pensato tutto, inventato tutto, cantato, suonato, scritto, scolpito, rappresentato tutto. E’ il segnale preciso dell’involuzione e decadenza del modello occidentale. Sembriamo l’impero romano ai tempi di Onorio. Secondo te, questa involuzione, con la conseguente totale chiusura a qualsiasi cosa che rappresenti la novità, è reversibile?

  7. caro Flavio,
    io credo che nella storia non ci sia nulla di non reversibile e di immutabile. Se c’è decadenza dello spirito, bene, prima o poi dovrà pur finire, potrà finire. Anche ai tempi dell’impero romano di Onorio, ho letto che secondo alcuni storici in quegli anni che vanno attorno al 450 d.c,, ci fu una ripresa economica nella pars occidentale, Insomma non è vero che la crisi economica dell’impero fosse definitiva, c’erano dei segnali di ripresa… Eppure, l’impero crollò. Ciò significa che le leggi economiche da sole non significano nulla, da sole non spiegano tutto. Oggi, in Occidente, siamo in una età florida. La stagnazione se c’è, non è tale da dover segnare un periodo di crisi definitiva. Tutto sommato l’economia, i suoi fondamentali, sembrano robusti. Il problema quindi è altro, è nella accettazione passiva e quiescente delle élites intellettuali e dirigente, nel quadro culturale. Non c’è nulla di non reversibile. Si possono utilizzare gli elementi di decadenza del nostro mondo per invertire la rotta. E poi io credo che un poeta che si accontenti di vivacchiare nella decadenza della propria arte non è propriamente un poeta ma uno scribacchino. Ecco, il problema di questo nostro paese è che moltissimi scribacchini e mediocri si sono installati nelle pieghe delle istituzioni e del potere. E certo a loro le cose vanno bene così. Perché cambiare?

    • quindi non è una crisi vera e propria, ma il suo esatto contrario vale a dire l’immobilismo?

      • Esatto. Il tipo di crisi che stiamo vivendo in Europa, e in Italia in particolare e nell’Occidente in generale, è una crisi di stagnazione. ma anche di “immobilismo” come la chiami tu. I ceti sociali e i gruppi sociali che hanno raggiunto potere e visibilità ovviamente non lo vogliono dividere con nessuno, e il cerchio si restringe sempre di più. Una ricerca giuslavoristica di pochi anni fa ha rivelato che l’Italia tra i paesi industrializzato è il paese messo peggio, quello dove l’ascensore sociale è sostanzialmente fermo. Questa immobilità economica e sociale del Paese produce effetti di ritorno devastanti: tutta la società civile ne viene influenzata. Il risultato finale è l’immobilismo. E, attenzione, anche l’immobilismo delle idee e della circolazione delle idee alla fine produce altro immobilismo e perdita di fiducia nel futuro e nel Paese. È quello di cui stiamo assistendo da 15 anni in qua. Fatto più grave: un immobilismo tacitamente accettato dalla popolazione.

  8. antonio sagredo

    a Andrzej Nowicki

    FRAGMENT…AZIONE

    Ti stai avvicinando al più lontano dei pensieri radianti:
    – quello che non esiste ancora e che possiede il tutto
    – quello che sarà in tutti i luoghi ancora sconosciuti
    – quello che rimanda la conoscenza ad altra conoscenza,
    come una risacca senza requie e che sa il mobile infinito.

    Il traguardo è già dietro alle tue spalle ed è un luogo
    conquistato, ma altri luoghi affollano nuovi pensieri
    e molteplici spazi aspettano i soggetti: quante filosofie
    ancora abbiamo da conquistare! Le Muse vogliono baciare
    l’ultimo frammento, invano! Brunite sono le parole nei cieli!
    L’imperfezione giuliana trionfa sul concetto monolitico:
    spazza via l’assoluto indegno, le totalità inutili!

    La parola-ingresso frantuma l’autostrada in milioni di sentieri!
    Rivoli di culture s’intrecciano, si assorbono, si superano…
    Lo specchio degli Artefici s’è rotto! Si spargono dovunque luminose
    scintille di pensieri: volano via le vele dei Saperi – per altre terre!

    Antonio Sagredo
    Vermicino, 16 settembre 2010

  9. Salvatore Martino

    In questa lunghissime ultradotte dissertazioni mi sono perduto, anche volutamente , chiuso nel io guscio, con le mie modestissime capacità poetiche , mi difendo da infiltrazioni che alla mia età potrebbero sconvolgere quanto in decenni ho maturato intorno alla poesia. Ho l’impressione che si cada in arrovellamenti stilistici, che alla fine poi ripetono cose già sentite da tempo, tipo la libertà della poesia, tipo la sua frammentarietà basta citare Pound o Eliot, o i surrealisti, o addirittura i Futuristi, non mi pare dove alberghi tutta questa novità. anche l’accostamento scienza poesia è vecchio di millenni, inutile citare i Greci.Peraltro lo straordinario scritto di Grieco mi appare tutt’altro che frammentato o frammentario, addirittura chiuso in un gioco circolare. Ma chissà forse mi sbaglio e non capisco niente, magari mi sono rincoglionito.o forse sono più propenso alla semplicità, il troppo ragionare lo vedo sempre con sospetto, anche perché, e di questo sono convinto, i poeti hanno tradito molto spesso i loro programmi, gli statuti, i manifesti. Purtroppo o per fortuna la Poesia svicola, disobbedisce, prende strade impensate, irride la razionalità della programmazione. E mi sembra che “Il buon augurio” non rispetti affatto tutto il bellissimo discorso inaugurale di Grieco, tradisce come deve sempre fare la poesia , va per i propri sentieri regalandoci versi memorabili e una profonda emozione. Anche la bella poesia di Gabriele si avvolge tutta intorno ad un discorso totalizzante e circolare, dove i frammenti se ci sono compongono un groviglio circolare di nomi e di persone di luoghi esotici e familiari, di vigne e di colori , nel rosso dell’autunno.Salvatore Martino

  10. Caro Salvatore Martino,
    tu scrivi: «chiuso nel mio guscio, con le mie modestissime capacità poetiche , mi difendo da infiltrazioni che alla mia età potrebbero sconvolgere quanto in decenni ho maturato intorno alla poesia.»
    Ma io obietto che non c’è nulla da cui tu debba difenderti, la tua opera omnia “Cinquant’anni di poesia 1962-2013)” pubblicata da Edizioni Progetto Cultura, di oltre 1000 pagine, € 25, sta lì a testimonianza del tuo lavoro poetico. Chi è interessato può richiedere copia del volume all’editore per un costo modesto.
    Qui stiamo parlando della poesia del presente e del prossimo futuro, non di quella del passato, anche recente. Come scrive Steven Grieco, siamo in un flusso, nel divenire, tutto è in movimento, e non vedo perché la poesia debba fare eccezione e rimanere immobile. Sicuramente la poesia italiana degli ultimi 50 anni andrebbe riscritta, ma se nessuno lo fa, significa che c’è un problema di stallo, di sfiducia da parte dei critici. Dimmi tu perché un critico (ammesso e non concesso che esista) dovrebbe impegnarsi in un’opera del genere sapendo che poi avrebbe tutti contro, tutti gli esclusi intendo. Io ci ho provato con la mia opera “Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2012)“. I risultati sono stati sgomentevoli. Racconto un aneddoto. All’epoca inviai una copia del volume a Garzanti. Ebbene, la redazione di quell’editore, penso il titolare della collana poesia, mi restituì il volume ancora imballato nel cellofane con una lettera di accompagnamento che diceva: “abbiamo letto il suo libro, non ci interessa. Distinti saluti”.
    Questo è quanto. Questa è la situazione della poesia italiana. Non credo che ci sia bisogno di altri commenti.

    Cito dal libro di Alfonso Berardinelli “Casi critici. Dal postmoderno alla mutazione” (Quodlibet 2007) a pag 37. C’è scritto: «…la nostra poesia (con Montale, Luzi, Bertolucci, Caproni, Sereni, Penna, Zanzotto, Giudici, Amelia Rosselli) è stata fra le migliori in Europa; ma poi (salvo eccezioni) ha perso libertà e pubblico. – E commenta – Un’arte senza lettori deperisce o si trasforma in una specie di pratica ascetica, con tutto il suo seguito di comiche devozioni e perversioni».

    Berardinelli accenna al vero problema: Ma se la poesia italiana è stata fra le migliori d’Europa, come è accaduto che quest’arte ha perso pubblico e credito? – C’è qualcosa che non va in questo ragionamento. Qualcosa non quadra. Non tornano i conti. Ma, proviamo a rovesciare la prospettiva: non è che – mi chiedo – che la poesia italiana del secondo Novecento non era tra le migliori d’Europa, che anzi fosse tra le più arretrate d’Europa? Che non sollevasse più i veri problemi? Che non scuotesse più le coscienze? Che fosse diventata, in definitiva, un’arte cortigiana? Ancella dell’imperatore? – Questo mi chiedo sempre più spesso.

  11. Gino Rago

    Sia negli studi della critica letteraria, sia in quelli della linguistica, sono tutt’altro che infrequenti i ricorsi alle scienze esatte.
    Un esempio, forse artigianale, ma, anche per questo, più libero e imprevedibile, è stato quello di Leonardo Sinisgalli su alcuni Canti leopardiani.
    Nel suo tentativo di recare lumi ai lemmi, l’ingegnere corse in soccorso del poeta, risolvendo il suo studio in qualche formula (contò la grandinata di “e”
    congiunzioni tanto nelle Ricordanze, quanto ne L’infinito…), salvo alla fine
    confessare la coincidenza fra la delusione del “critico” e il disappunto
    del “poeta”. Il quale, candidamente ammise che a monte di quel meccanismo misterioso dai sottili ingranaggi, di quella “cosa” detta poesia,
    c’è sempre un uomo che in essa riflette sia la personale visione di vita in un determinato spazio-tempo della storia del mondo, sia certe ragioni di fondo della stessa condizione umana.
    Con questa consapevolezza e con questo spirito ho letto e accolto i magnifici versi di Steven Grieco e di Mario Gabriele.
    Sulle altre questioni, a me pare che Giorgio L. già nel commento alla autrice tedesca ma che scrive in italiano S.G. di avant’ ieri ha fornito una valida e praticabile forma-poesia quando ha parlato di poesia “come cornice” in cui è possibile mettere infanzia e vita erotica, incontri e letture,ecc.”
    Gino Rago

  12. Salvatore Martino

    Caro Giorgio non so se tu abbia ragione a confutare quello che asserisce Berardinelli, So soltanto che in questo nostro tempo travagliatissimo io, in mezzo alla straripante palude, che tutto sembra sommergere e annegare, in questo incredibile balletto di pennivendoli, che a centinaia di migliaia invadono, con le loro inutili pubblicazioni quel giardino misterioso dove crescono le rose dell’inverno, io dicevo incontro ancora poeti veri Bertoldo, Grieco, Gabriele, De Robertis, Linguaglossa e perché mo io medesimo, e non così lontani da quelli citati da Berardinelli. Per quanto riguarda codesto signore il punto vero è che non legge se non quei modestissimi che scorazzano tra Mondadori ed Einaudi. Pensa io gli ho inviato una mail chiedendogli umilmente se potessi fargli spedire una copia del mio “Cinquantanni di poesia”, e non ha trovato nemmeno la curiosità di leggere un poeta che , cosa rara, ha dedicato tutta una vita alla poesia, e ovviamente non mi ha neppure risposto . La cortesia ormai non alberga da nessuna parte , o solo tra i sopravvissuti alla terza glaciazione, stirpe ormai in estinzione.Bisogna resistere…resistere…uccidere la mediocrità. Salvatore Martino.

    • ubaldo de robertis

      É sempre limitante indicare dei nomi perché si finisce per dimenticarne qualcuno, e a questi chiedo scusa già in partenza.
      Attraverso L’ombra delle parole ho conosciuto poeti a mio avviso molto importanti, qualcuno come Alfredo De Palchi penso sia addirittura fuori discussione. Se andiamo a rileggere i post relativi alle opere di Nazario Pardini, Pasquale Balestriere, Antonio Sagredo, Giuseppe Panetta, Flavio Almerighi, Gino Rago, Lucio Mayoor Tosi, possiamo registrare lo stuolo di consensi ricevuti da questi validissimi poeti. Ma anche in campo femminile ho potuto apprezzare le grandi qualità di Giuseppina di Leo, Francesca Diano, Letizia Leone, Anna Ventura, Rossella Cerniglia, Annamaria De Pietro, Giorgina Busca Gernetti. Questo tra i più vicini frequentatori dell’Ombra, ma altri poeti notevoli hanno presentato qui le loro poesie, alcuni li conoscevo già come Mauro Ferrari, Tomaso Kemeny, Elio Pecora, Sandro Montalto, Gezim Hajdari, altri li ho piacevolmente scoperti proprio grazie all’Ombra delle parole: Carlo Bordini, Edith Dzieduszycka e Sabino Caronia.
      Poi c’è qualcuno dello staff medico del CNR che continua ad evidenziare la progressiva défaillance, i mancamenti della mia memoria!
      Ubaldo de Robertis

  13. Caro
    Salvatore Martino, sii contento della tua opera Omnia. Credimi, non troverai nessun critico di quelle fortunate serie antologiche che vanno sotto il nome de Il pubblico della poesia e dei vari Maiorino, Pontiggia, Lunetta ecc. che hanno pensato di fare la loro storia e quella dei loro antologizzati, creando la “divisività” tra il Nord e il Sud d’Italia. Il fenomeno delle omissioni nelle antologie è andato avanti per repressioni, per grandi operazioni di natura etnica, e quindi per falsificazioni. I guastatori delle antologie continueranno a disinformarci in ogni caso, attraverso operazioni che nulla hanno a che vedere con il concetto di stato poetico generale. Figuriamoci un poco se sono disponibili a ricevere e a leggere le opere poetiche inviate ai loro indirizzi. C’è però un critico in Italia che risponde a tutti, anche all’asino di Buridana, con frasi da Nobel. Ecco in quale mondo viviamo. Ma poi è proprio necessario spedire le opere a questi Signori? Ne basta uno, ed è il nostro comune amico Giorgio Linguaglossa: l’unica sponda che abbiamo anche quando parla di frammenti, spazi interrotti, ecc.e che non azzarda mai utopie. Allora, auguri e cordiali saluti.

  14. Caro Salvatore Martino, dovresti essere grato a Berardinelli il quale non ha neanche risposto alla tua email di richiesta se era interessato al tuo libro dei Cinquanta anni di poesia. È stato onesto, ti ha fatto risparmiare una copia del tuo libro. I libri di poesia non lo interessano più, lui lo ha dichiarato già venti anni fa, e da allora legge solo sporadicamente i libri dei conoscenti. È un suo diritto, dico quello di non leggere più i libri di poesia che vengono stampati. Del resto è una tale mole che viene il mal di testa al solo pensarci.
    Berardinelli dice bene quando si chiede come mai una delle migliori tradizioni poetiche d’Europa ha perso progressivamente pubblico e credibilità critica. E fa i nomi dei poeti. A questo suo legittimo interrogativo c’è solo una risposta: che forse quella tradizione poetica non è una delle migliori d’Europa ma una delle più arretrate. Questo lo affermo io naturalmente, non lui.
    Io credo che un poeta, un critico debba prendere atto del responso dei lettori, non sarebbe serio assumere un’aria di superiorità o di eccentricità.
    Io nel mio studio sulla poesia “Dalla lirica al discorso poetico. Storia della poesia italiana (1945-2010)”, ho studiato la questione della “Riforma moderata” compiuta da Sereni nella poesia italiana degli anni Sessanta Settanta, ed ho spiegato le ragioni del perché quella “Riforma” è stata insufficiente e lacunosa, ho indicato i punti di debolezza e di criticità. Da quella “Riforma”, o meglio, da quella mancata riforma della poesia italiana degli anni Sessanta, da Gli strumenti umani (1965) ne è derivata una koinè poetica non all’altezza dei tempi e dei bisogni della nuova poesia. Gli anni Sessanta sono uno degli snodi fondamentali per capire la poesia italiana e non solo. Insomma, io sono giunto alla conclusione che quei nomi fatti da Berardinelli non fossero che poeti di secondaria rilevanza se visti in una ottica europea, non erano portatori di alcuna novità sostanziale alla poesia italiana del Novecento.
    Ai nomi da te fatti ho solo una remora, tu hai indicato un giovane che non può essere considerato poeta significativo, lasciamolo maturare, se mai maturerà, non affrettiamo giudizi lusinghieri, un poeta lo si può valutare soltanto in un arco temporale almeno di media lunghezza… che sono almeno venti anni di lavoro…
    I poeti significativi sono quelli che introducono delle discontinuità, delle deviazioni dai Modelli, dai paradigmi, non coloro che introducono delle novità linguistiche. Alla lunga, se guardiamo agli effetti delle cosiddette rivoluzioni linguistiche, a distanza di decenni quelle che erano all’inizio considerate rivoluzioni linguistiche, si sono poi rivelate essere nient’altro che affettazioni arbitrarie delle soggettività. Le grandi novità della poesia europea del Novecento non sono mai state le rivoluzioni linguistiche ma le rivoluzioni dello stile, della forma-poesia, dei «modelli»…
    Un Grande poeta si deve porre anche lui, al pari di Stephen Hawking, le Grandi Domande…

    • ubaldo de Robertis

      Immagino che il lavoro di ricerca di Mario Gabriele non sia ancora finito e che riuscirà a condurlo verso i traguardi sperati. Come lettore posso solo seguirlo in questo percorso fatto di studio elaborazione e sperimentazione. Dal mio punto di vista, oggi come oggi, mi aspetto da un poeta così preparato maggior equilibrio tra versi quali:
      “qui scorrono giorni come fossero fiumi e la speranza è così lontana”
      Che sono di grande livello.
      E altri quali:
      “stranamente oggi non ho visto Randall”
      preferendo personalmente la prima tipologia,
      poco interessato al mistero dell’assenza di un generico Randall.

      Ubaldo de Robertis

      • ubaldo de Robertis

        Preciso. Non maggiore equilibrio ma è preferibile una leggera prevalenza di versi del primo tipo all’interno di una stessa poesia visto che tali versi sono nelle corde di questo encomiabile poeta.

        Ubaldo de Robertis

        • Gentile
          Ubaldo de Robertis, grazie di quanto esponi e soprattutto dei rilievi messi in evidenza, che sono pure importanti.Il lavoro di un poeta, e lo sai benissimo, è ingrato, senza grandi riconoscimenti, come nel caso delle omissioni operate dai vari Cortellessa, e da Walter Pedullà, che pure chiamai come membro di Giuria al Premio di Poesia “Nuovo Molise” ed altri ancora. Siamo i sopravvissuti di una cultura poetica che vive perché ci crediamo, e poi, alla nostra età sarebbe preferibile andare al giardino comunale a seguire una partita di tennis, piuttosto che logorarci dietro la poesia, a raccoglierne i frammenti, ricostituirli come un nuovo corpo, progettare sempre, anche se poi, come ho risposto a Linguaglossa in una delle sue domande, la poesia non è che duri in eterno con la stessa matrice, in quanto soggetta a deterioramento. E qui faccio ricorso alla tua esperienza altissima di scienziato e poeta, che conosce molto bene il rapporto fra “movimento e staticità”. Ora non è il caso di dilungarci molto. Mi piacerebbe inviarti una miniplaquette, che ospita alcuni testi non inseriti nel prossimo volume, perché già impaginato. Se credi puoi contattarmi all’indirizzo e-mail che è il seguente mariomgabriele@libero.it

  15. antonio sagredo

    Gli svolazzi della mia mente erano capricci di stiletti spuntati a malincuore,

    nonostante Linguaglossa mi abbia un po’ vietato di intervenire coi miei versi,
    non posso fare a meno di concordare con Hawking, o lui con me….
    è dall’infanzia che sono su Saturno, che da questo pianeta vedo questo puntino… incomprensibile : la Terra!
    a. s.
    scusatemi

    ———————————————-
    Gli svolazzi della mia mente erano capricci di stiletti spuntati a malincuore,
    da una accidia di laguna vedevo un puntino azzurro come tanti da Saturno
    – era la terra che miravo! – e non sapevo il suo millennio quel giorno estivo
    di lei che mi sorrise con Cassini. Quale gioia la conoscenza che compresi

    dai miei occhi, e come Dio fosse a sua volta una creazione della Rota,
    l’emorragia di una clessidra ai tempi della mia innocente trasparenza.
    Le contrade come una sinfonia d’infanzia in quel sarcofago: tabernacolo pinto
    da epitaffi e necrologi… per fissare, in una partitura, gli anelli della Storia.

    antonio sagredo

    Roma,
    all’ora terza del 29 gennaio 2014
    e 3/01
    ——
    E voltai lo sguardo mio verso me stesso – sarebbe stato meglio non vedersi, dentro!
    per non giocare più coi loro spiriti di cartapesta
    e ricordai i miei versi che su Saturno trovarono un rifugio… amato,
    e mi insegnarono loro di non mirare più la Terra,
    di scordare la sua storia che da tempo non era più la mia,
    di scordare infine – e qui io piansi – la mia progenie
    Padre mio! Madre mia!
    e i fiori tutti da cui oramai non attendevo nulla…
    le lagrime mie non erano più cose umane!

    novembre 2015
    ————————————-
    Chi ero io su quella Terra ora che Saturno m’accoglie
    coi suoi anelli?

    novembre 2015
    ——————————
    Che potevo fare, io, se il mio corpo era già una squarciata bocca
    che urlava alle stagioni recidive le sue maschere…
    L’umido malumore delle foschie autunnali,
    Le mortali e desolate primavere dei lillà,
    Le terrifiche nevi pronte a cedere, da oggi, le assenze di abbandonate civiltà
    E i soli che liberati dai propri raggi già la Terra divoravano come Saturno!

    novembre 2015

    • Caro Sagredo,
      dopo le tue ultime poesie che ho avuto modo di leggere, trovo quest’ultima qui inserita, ricca di spunti e di canali sotterranei, che mi portano alle tue segrete stanze di sensibilità poetica e di matura espressione linguistica. Tutto questo lo esprimi con molta maturità, anche se emerge a volte qualche nota di tristezza..E qui che bisogna capire il perché. Un saluto. Mario.

  16. Caro Antonio Sagredo,,

    i tuoi versi mi confermano nella mia convinzione che i poeti dovrebbero interessarsi a «mandare segnali su Marte», come scriveva Mandel’stam negli anni Venti. Tu preferisci a Marte il nobile pianeta di Saturno, ma il nocciolo della questione non cambia. L’interlocutore di un poeta può essere benissimo un «pianeta», meglio se disabitato e privo di vita, così si può parlare chiaro e senza infingimenti. Noto, inoltre, che in questi versi nei quali tu colloqui con Saturno, LA TUA POESIA SIA DIVENUTA PIù CHIARA, adamantina, ed abbia acquistato in lucidità…,

    • Caro
      Steven Grieco, quando torno a rileggere una poesia è perché c’è qualcosa che mi affascina forse il Climax, la Diafora ecc.: E’ il caso della tua poesia e anche quella di Sagredo, per il quale nutro una simpatia umana e poetica.E’ stata questa una bella pagina di incontri e interessanti video inseriti da Linguaglossa, che solo a vederli e a seguirli, (Hawking e altri) aprono la mente verso nuovi orizzonti.Tutto il mio riconoscimento va ai vari interlocutori, molto saggi ed esperti, senza aver trovato irritazioni di nessun genere. E’ così che bisogna operare e sempre in progress. Un saluto Mario.

  17. Steven Grieco-Rathgeb

    Caro Mario Gabriele, grazie. Il ringraziamento e’ reciproco. Leggendo le poesie del tuo post recente, sono rimasto piu’ volte sorpreso, perche’ sembrava nascere in esse un movimento inedito, il non gia’ sentito prima. Sono d’accordo con Ubaldo de Robertis che ci sono dei punti deboli, e li’ e’ stato facile gioco per alcuni darti del tardo Eliotiano. Ma devo avere il tuo libro cartaceo per capire meglio, e spero che presto me ne manderai una copia.
    Dico anelli deboli, perche’ secondo me in quel punto non hai scavato a sufficienza nella tua stessa emozione poetica e soprattutto nella tua visione poetica, non hai passato sufficientemente il tormento della ricerca del senso esatto, insostituibile, che quel punto richiedeva.
    Questo vale per te, per me, per tutti coloro che cercano un proprio preciso linguaggio poetico.
    Un tempo, in quel punto, laddove si nasconde il potenziale anello debole, al poeta veniva in aiuto il metro che aveva scelto di usare, e/o il felice ritrovamento della rima giusta e comunque necessaria. Se voi andate a vedere le bozze manoscritte di certe poesie di Shelley, vedrete che sul foglio il poeta spesso aveva gia’ posizionato sopra il rigo gli accenti necessari per rispettare il metro di quel verso, mentre sotto mancavano ancora alcune delle parole. Insomma, le parole non le aveva ancora trovate, ma la musica, in massima parte data – obbligata – dal metro (ma non per questo meno sublime, ovviamente), lui l’aveva gia’ nell’orecchio. Aveva un orecchio infallibile, come molti di loro avevano! In questo senso la poesia allora era piu’ simile ad una partitura musicale, seguiva regole abbastanza rigide (gia’ nel Romanticismo inglese questo pero’ era un po’ meno).
    Io ho scritto, sperimentalmente, con quei metri in inglese, allora, tanti anni fa – poesie in cui credevo fortemente, non “esercizi poetici” (che non mi interessano) – e ho appurato che per la mia sensibilita’ di uomo del tardo ‘900, tale disciplina mi poteva portare solo fino a un certo punto nell’esprimere il mio pensiero. Io avevo a quei tempi una visione, e ce l’ho tuttora, e per dare ali ad essa (dice un verso vedico: “intellect is the swiftest bird.”), era necessario che trovassi un mio linguaggio, metrico, ritmico, molto preciso ma anche decisamente aleatorio – diciamo che la randomness era un elemento importante per me – pena il decadere nelle Belle Lettres. Ho anch’io un orecchio fortemente musicale, e mi e’ sempre stato chiaro che il rischio piu’ grande delle belle parole e’ cadere nella banalita’. Come il rischio del linguaggio troppo libero e’ di finire nella palude del tutto e’ uguale a tutto.
    Perche’ aleatorio? Perche’ solo l’aleatorieta’ aveva la possibilita’ di farmi raggiungere luoghi impensati nel mio stesso pensiero, non sul sentiero a cui mi avevano abituato gli studi, le lingue, le culture in cui sono cresciuto.
    E’ incredibile notare quanto sottile e’ in noi, quando siamo nella fase compositiva e di revisione di un testo poetico, il divario/abbraccio fra la necessita’ tecnico-linguistica del dire in poesia e la necessita’ interiore del poeta. Sono due liane quasi invisibili ma sempre presenti nella mente, che si avviano automaticamente e in tandem, impulse dallo stesso pensiero, ma il cui andamento e pressocche’ impossibile da controllare pienamente: si intrecciano, si liberano l’una dall’altra, procedono da sole piu’ o meno in parallelo, poi tornano a intrecciarsi, in un moto instancabile.
    Oggi ogni poeta ha il proprio linguaggio, ed e’ un linguaggio libero, e quindi piu’ duro da padroneggiare di ogni forma ereditata per diritto dalla tradizione letteraria. “Duro” e’ la parola giusta? Forse no. Ma sicuramente al poeta di oggi si apre una dimensione poetica in buona parte muta, vuota, a cui lui deve dare forma e senso, ogni volta, con un linguaggio. E, tanto per aggiungere a tutto questo un altro peso (ma del tutto imprescindibile), quel suo linguaggio inedito non potra’ non fare i conti, prima o poi, con la tradizione culturale e linguistica che sta alle sue spalle.
    Per tornare al punto debole che dicevo sopra: puo’ darsi che la ricerca non dia alcun esito, che quel punto rimanga vuoto. Meglio allora lasciarlo vuoto, sara’ il silenzio che parlera’.
    Esiste sempre la poesia ideale nel pensiero del poeta. Spesso e’ quella che parla nei vuoti della poesia che leggiamo. Per questo motivo le spaziature, i vuoti bianchi sulla pagina stampata, possono avere una fortissima valenza ritmica. E ovviamente dare al poeta la possibilita’ di regolare la velocita’ di arrivo della poesia al fruitore, che per me e’, come avrete ormai capito, abbastanza importante.
    Il flusso continuo sulla pagina e’ talvolta necessario per il dispiegamento ritmico del senso della poesia, in altri casi non e’ altro che rumore, disturbo.
    Oggi come ieri, come domani, non ci sono risposte facili. Non capisco allora perche’ si debba azzerare, piu’ che criticare in senso costruttivo, coloro che parlano di poetica.
    Sappiamo tutti che non troveremo un Eldorado, ma averne parlato ha gia’ un suo senso. L’Itaca dell’Ulisse di Cavafis era la vita, non la meta della vita. La meta ci elude, la strada per raggiungerla no. E inoltre aver affrontato queste tematiche avra’ dato una minima collegialita’ ai poeti, sempre cosi’ chiusi in se stessi, solitari e spesso inefficacissimi demiurghi della propria creativita’.
    Quindi, caro Mario Gabriele, e soprattutto pensando a queste cose, io sostengo la tua scrittura poetica al cento per cento.
    E inoltre ha ragione Salvatore Martino, quando afferma che nel dire le cose io spesso torno da dove ero partito. Il che non esclude la frammentarieta’. Anche l’insieme di frammenti deve avere una sua forma. Io uso la forma circolare.
    Sento che Salvatore Martino non e’ affatto lontano da una certa essenza della poesia. Essere meno categorici puo’ aiutarci tutti. Per esempio, quando lui afferma che la poesia travolge e tradisce tutte le poetiche… questa e’ una grande verita’. Hats off.

  18. Salvatore Martino

    Caro Grieco queste tue affermazioni che mi riguardano rendono felice la mia anima e il mio intelletto, perché sottolineano quello che affermava il grande Ghiannis Ritsos,mio amico e maestro: “Facilmente i poeti si riconoscono tra loro, non dalle grandi parole che abbagliano la gente comune,solo da certe cose affatto banali e di dimensioni segrete”…sì noi partecipiamo di un segreto universo vietato ad altri e di questo dobbiamo essere felici, e custodire nel nostro più profondo labirinto lo specchio, la maschera, il dialogo con l’Altro, e interrogare la nostra Ombra nel sogno e nella veglia. Buon lavoro a tutti i poeti di questa rivista. Salvatore Martino

    • Carissimo
      Steven Grieco-Rathgeb, ricevo il tuo commento e ti ringrazio di ciò che scrivi. Se la tua poesia mi ha coinvolto è perché sono un masterchef così esigente, che vado sempre alla ricerca di piatti poetici eccellenti. Mi sembra la tua, una di quelle pagine legali che si leggono davanti al Giudice di Pace. Concordo con tutti i punti da te evidenziati. Noi poeti non siamo infallibili né perfetti. Il verso, un po’ sotto accusa e debole, non mi è sembrato all’atto della gestazione un tinnito o acufene sgradevole, ma una nota tra le note dell’armonium. Può darsi che possa essere sembrato atonico: non ne confuto l’obiezione. Mio compito è “sorvegliare” la gestazione perché non vengano fuori cromosomi letterari difettosi. E’ uno dei miei doveri prioritari. Spesso, l’esercizio poetico mi ha portato per lunghi anni ad essere severo con me stesso, senza lasciarmi trascinare dall’improvvisazione. Se il verso non si armonizza con gli altri, non gli do il permesso di inserirsi. Restiamo in attesa dell’uscita del mio volume, che sarà a tua disposizione non appena possibile.E’ quasi pronto per il Visto si stampi. Ora accedo alla tua richiesta di inviartelo, solo se mi darai il tuo recapito. Il mio indirizzo e-mail è il seguente: mariomgabriele@libero.it

  19. Steven Grieco-Rathgeb

    Ghiannis Ritsos e’ stato anche un mio grande maestro! Purtroppo pero’ non l’ho mai conosciuto. Ci dovra dire di lui qui nella rivista, ci conto. Lui e’ stato maestro fra l’altro anche della poesia breve – 10-15 versi – folgorante, come quelle che scrisse quando era al confino. Ne scriveva due o tre al giorno. Un vero prolifico.
    Evcharisto’, charika poli’. Grazie a lei, Salvatore

    • Salvatore Martino

      Carissimo Grieco certamente vi parlerò di Ritsos in un prossimo intervento, e magari inserirò due poesie a lui dedicate, e chissà successivamente uno stralcio minimo delle critiche dei due spettacoli che feci adattando per il teatro di due suoi testi “Oreste” e “Uomini e paesaggi…ma temo di occupare troppo spazio anche se intuisco che per te amante della sua poesia , potrebbe essere molto interessante. ( ho usato scientemente il tu, perché la mia età penso che me lo consenta. Salvatore Martino

  20. Oggi le ricerche della fisica teorica e i nuovi indirizzi della ricerca sperimentale sui segreti del nostro universo, intendo la teoria delle stringhe, ci possono aiutare a capire quanto possa essere utile ad un poeta odierno recepire queste straordinarie novità anche per i suoi risvolti epistemologici. Le dieci dimensioni nelle quali si muoverebbero le stringhe e le membrane bidimensionali in cui è situato il nostro universo ci fanno capire.quanti e quali ulteriori sviluppi possono essere recepiti dalla forma-interna della poesia contemporanea. Si aprono immense possibilità di sviluppo, sta a noi saperle cogliere… E mi sembra che la struttura poliedrica delle due poesie proposte, di Mario Gabriele e di Steven Grieco, corrispondano e vengano incontro a queste esigenze. La struttura di queste poesie la si può smembrare, come ha fatto Ubaldo de Robertis con una poesia di Grieco, e la si può incollare assemblando le parti diversamente, quasi come un meccano giocattolo. L’esperimento fatto da de Robertis è molto importante e significativo perché è una conferma sperimentale di quanto andiamo dicendo e facendo, che cioè la poesia contemporanea produce opere dove si possono rinvenire strutture spaziali diverse e strutture temporali diverse. Altro che forma aperta! Qui siamo in una «Forma» che si è finalmente liberata della sua clausura-chiusura, una «Forma» potenzialmente aperta all’infinito, all’infinito delle combinazioni possibili.

  21. antonio sagredo

    Ritsos? Conociuto a Otranto… molta empatia con lui: temi, contenuti, forma, atmosfere in specie, sentimenti comuni, la grecità salentina: sorella…. un respiro alto e profondo, epico prima nello sgiardo poi nella scrittura!

  22. antonio sagredo

    … nello sguardo poi… (errata cottige) – scusatemi

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