Intervista a Mario Gabriele. Dialogo tra Mario Gabriele e Giorgio Linguaglossa su alcune questioni aperte: La caduta delle Grandi Narrazioni; Discorso sulla dissoluzione dell’Origine, del Fondamento; Globalizzazione e Nuovo Ordine Mondiale; Il linguaggio interrelazionale; chatpoetry; Il postmetafisico; Post-moderno; L’Essere si minimizza in un frammento in rovina; Crisi della critica di fronte alle avanguardie; Il soggetto è libero di agire non essendo legato a nessun vincolo; Poesia anatomopatologica e dermoesfoliativa; con POESIE SCELTE di Mario Gabriele da:”L’erba di Stonehenge” (2016).

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New York City

Mario M. Gabriele è nato a Campobasso nel 1940. Poeta e saggista ha fondato la Rivista di critica e di poetica “Nuova Letteratura” e pubblicato diversi volumi di poesia tra cui il recente Ritratto di Signora 2014. Ha curato monografie e saggi di poeti del Secondo Novecento. Ha ottenuto il Premio Chiaravalle 1982 con il volume Carte della città segreta, con prefazione di Domenico Rea. È presente in Febbre, furore e fiele di Giuseppe Zagarrio, Mursia Editore 1983, Progetto di curva e di volo di Domenico Cara, Laboratorio delle Arti 1994, Le città dei poeti di Carlo Felice Colucci, Guida Editore 2005, Poeti in Campania di G. B. Nazzaro, Marcus Edizioni 2005, e in Psicoestetica, il piacere dell’analisi di Carlo Di Lieto, Genesi Editrice, 2012. Si sono interessati alla sua opera:  Giorgio Barberi Squarotti, Carlo Felice Colucci, Francesco d’Episcopo, Carlo Di Lieto, Luigi Fontanella, Giuliano Ladolfi, Stefano Lanuzza, Giorgio Linguaglossa, Sebastiano Martelli, G.B.Nazzaro, Ugo Piscopo, Giose Rimanelli, Maria Luisa Spaziani, G.B.Vicari, ecc. Altri Interventi critici sono apparsi su quotidiani e riviste: Tuttolibri, Quinta Generazione, La Repubblica, Misure Critiche, Gradiva, America Oggi, Atelier, L’Ombra delle parole ecc. Cura il blog di poesia italiana e straniera L’isola dei poeti.
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Dialogo tra Mario Gabriele e Giorgio Linguaglossa su alcune questioni aperte

Domanda: Nel discorso poetico del tardo Novecento sono venuti a cadere le grandi narrazioni, restano i piccoli racconti dell’io solitario che accudisce la reificazione del discorso poetico ad uso privato del soggetto poetante. Oggi si assiste ad una “poesia” piena di episodi biografici, si crede ingenuamente che la propria biografia debba entrare nella forma-poesia. I tuoi libri, invece, si muovono in un orizzonte tematico e problematico. I tuoi ultimi libri: Le finestre di Magritte (2000), Bouquet (2002), Conversazione Galante (2004), Un burberry azzurro  (2008) e Ritratto di Signora (2014), «non sono correlati ad un determinato modello, ma ad una galleria di “soggetti” che, sottostanti il ritratto principale, si fondono in un’unica panoramica, dove la scrittura poetica si fa pellicola simbolica di microstorie pubbliche e private nate dalla “metamorfosi dell’oggetto”» (Luca Landolfi). La tua poesia invece adotta la citazione come metodo di composizione e di collage tra elementi disparati del mondo e di trasmissione dei valori estetici della tradizione.
Il metodo della citazione che tu adotti, questo del collage e della citazione, produce un rafforzamento plurilinguistico della comunicazione estetica; la citazione viene intesa come contigua alle esperienze denaturate del «valore di scambio» delle scritture pubblicitarie. Propriamente, la citazione è la costituzione della nostra biografia, siamo diventati citazione di qualcun’altro e di qualcosa d’altro. La tua poesia si nutre di citazioni culte, di cronotopi letterari, di films, di scritte della pubblicità, etc. come un mostro carnivoro si ciba di carni insanguinate, non può essere altrimenti e non può tradire il proprio DNA: è un mostro cannibalico che fagocita i segni e i segmenti semantici della tradizione ridotta ad emporio di citazioni in libera svendita.
Questa mia lettura ti trova d’accordo?

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Risposta: Gli anni Sessanta hanno determinato la fine della poesia-racconto, come misura unica del testo, lasciando spazio a Correnti e Gruppi letterari, che si sono alternati nel tentativo di costituire un valido punto di riferimento, che in effetti non vi è stato, se si voglia sul piano delle verifiche controllare la loro sopravvivenza, spesso limitata a qualche decennio e anche meno, mentre una parte della critica letteraria si occupava  del nuovo percorso linguistico nel segno dello Strutturalismo. Viviani, Ottonieri, Ramous, Baino, ecc. sono stati i rappresentanti di una poesia anatomopatologica e dermoesfoliativa, oggi in stato di colliquazione come le antologie, omissive di nomi e opere, sostituite da quelle indirizzate verso la periodizzazione repertoriale, con giudizi critici di sopravvalutazione. Si è lasciato il campo ad autori dal balbettio terminale, fino a quando la loro stessa voce si è afonizzata. Non esiste ancora lo spazio per riempire il Vuoto con una poesia alternativa. Ogni poeta opera secondo la propria cultura e sensibilità. Da qui l’esplicazione di una visione della realtà che è, nel mio caso, repertorio di memorie, di figure femminili e di luoghi provenienti da un carotaggio psichico di diversa stratificazione. Non a caso Freud, sul significato di creazione artistica, riconduce ogni cosa alla sfera intima e mentale. Ho rifiutato il pentagramma lirico di vecchia classe istituzionale, per addentrarmi non nella cellula poetica degli oggetti, ma in quella dei soggetti vivi e morti, entrambi destinati all’oblio, e per questo motivo ne rivitalizzo la presenza-assenza con la citazione dei loro versi, che formano una doppia aura all’interno di un’unica cornice. Più in specifico, è l’adesione a un linguaggio interrelazionale, che ricorda Eliot, ma anche il pensiero filosofico di Derrida, quando supera il concetto di finitudine dell’uomo, e lo traspone in un’altra dimensione: quella della scrittura, che rimane l’unica traccia visibile e duratura di uno scrittore. Da qui la nascita degli Autoritratti avvolti dalla metafora, come modello biottico di fusione nel testo principale. E’ ciò che accade un po’ nei miei volumi: Le finestre di Magritte, Bouquet, Conversazione galante, Ritratto di Signora, Un burberry azzurro e nell’Erba di Stonehenge, dove ricompongo l’estetica del verso per rinnovare il mito della vita lungo le strade del mondo, i cui eventi non si discostano molto dalla nostra sensibilità e cultura, pur essendo espressi con particelle linguistiche di diversa provenienza, nel tentativo, sempre più difficile, di trovare nuovi spazi alla poesia. La forma adottata è estranea a qualsiasi concetto di “moda”, poiché ho voluto ricondurre l’esercizio della scrittura alla libera invenzione della lingua, anche se poi, qualsiasi mezzo adoperato in poesia si logora da sé, subendo la contaminazione del tempo.

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foto ipermoderno Louis Vuitton on the bridge

ipermoderno Louis Vuitton on the bridge

Domanda: Si parla oggi molto spesso di esperienze «non-reali», che l’autore non ha mai provato, delle esperienze del padre, del nonno e così via. Ma allora si scriva un romanzo! Ben più idoneo alla ricostruzione di una esperienza mai esperita. Nel romanzo questo è possibile, in poesia, no. Se nell’ipermarket tendono a scomparire i confini tra le varie tipologie di merci in un susseguirsi di produzione indifferenziata fondata sulla minima differenza e sul minimo scarto, oggi si assiste al medesimo fenomeno tra i generi artistici e, all’interno del genere, tra i singoli sotto-generi, de-vitalizzati a «genere indifferenziato». Avviene così che l’anello più debole, la forma-poesia, tenda a perdere i connotati di differenza e di riconoscibilità che un tempo lontano la identificava, per trasformarsi in un «contenitore», un «palinsesto», tenda ad un «genere indifferenziato», ad un non-stile indifferenziato, cosmopolitico e transpolitico. Negli autori di moda si tende alla chatpoetry, al pettegolezzo da lettino psicanalitico (Vivian Lamarque), pettegolezzo da intrattenimento ludico-ironico (Franco Marcoaldi), flusso di coscienza reificato e disconnesso, utopia agrituristica, monologo da basso continuo, soliloquio allo specchio con qualche complicazione intellettuale per assecondare gli utenti di una cultura di massa (Valerio Magrelli). Ma il post-moderno non può essere soltanto la riduzione della forma-poesia alle mode culturali, suo tratto distintivo è la tendenza «di sottrarsi alla logica del superamento, dello sviluppo e dell’innovazione. Da questo punto di vista, esso corrisponde allo sforzo heideggeriano di preparare un pensiero post-metafisico»,1) afferma Vattimo; ma se la tecnologia è la diretta conseguenza del dispiegamento della metafisica, un pensiero post-metafisico ci conduce da subito alla critica dell’ideologia del Progresso e alle istituzioni culturali che in tutto il Novecento hanno svolto il ruolo di supplenza e di sostegno.
Qual è il tuo pensiero in proposito?

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Risposta: Nel momento in cui scompaiono i “confini tra le varie tipologie di merci e di generi artistici”, vengono a decadere anche le ragioni per cui si è creduto a un determinato modello economico e culturale. È il segno dei nostri tempi e delle mutate condizioni sociali dovute al consumismo. La verità è che siamo entrati in un mondo nel quale l’homo faber entra autonomamente in un mercato di merci. consentendogli di “barattare, trafficare e scambiare una cosa per un’altra”, assumendo una specie di “sfera pubblica”, ma non politica, nel mercato di scambio dei rispettivi prodotti. Siamo lontani dalla alienazione marxiana e dal primo stadio di sottomissione capitalistica, ma molto vicini ad una autonomia commerciale, dove le cose “compaiono come merci per essere valutate o rifiutate”. Lo stesso discorso vale per la poesia, anch’essa ridotta a prodotto di consumo, nella molteplice varietà del linguaggio a servizio di una diplomazia lessicale, che vuole essere, come in effetti è, deterioramento del tessuto linguistico e fiches verbali in un gioco senza risultati.  La visibilità di questa merce non è il marchio di fabbrica, ma la proposizione  di versi che hanno un ‘unica direzione: la dissoluzione  finale. La poesia di oggi si proietta all’esterno come esercizio di scena: è teatro, “voice” in permanente esibizione, da cui partono poi le affiliazioni nel massimo grado della praticabilità e dei tecnicismi  riconducibili alle forme traslative e disgiuntive, verboiconiche e arcaiche, trasgressive e fono lessicali. Esistono, è vero, gli strumenti, ma non la ”qualità”. L’avvento della borghesia ha dischiuso le porte del mercato mondiale, dove le ideologie hanno perso valore, e l’unica forma che resiste è la merce di consumo. Con il tramonto della metafisica, e dei suoi valori assoluti, l’Essere “può venire esperito” secondo Vattimo, soltanto “debolmente”, come una struttura ondulante, rispetto al concetto di stabilità della metafisica. Una teoresi, scientifica o filosofica, può essere sempre sottoposta all’azione della falsificabilità nel momento in cui si riscontrino deduzioni, dichiaratamente incongrue e asimmetriche. È quanto si verifica nella poesia, esposta a significative contraddizioni e metamorfosi, di fronte al continuo rapporto-scontro con il postmoderno, e la metafisica e, infine, con il postmetafisico, Appare, pertanto, possibile indagare su ogni categoria, con una critica sempre più revisionista, che propone congetture in continua evoluzione e fibrillazione di fronte alla trasmutabilità del Logos e dell’avanzamento del Progresso.

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foto ipermoderno Il ponte di Brooklyn a New York Louis Vuitton

ipermoderno Il ponte di Brooklyn a New York Louis Vuitton

Domanda: Nell’odierno orizzonte culturale non c’è più una «filosofia della storia», così come non c’è più una «filosofia dell’arte». Con il tramonto del marxismo sono venute meno quelle esigenze del pensiero che pensa qualcosa d’altro fuori di se stesso. Quello che resta è un discorso sulla dissoluzione dell’Origine, del Fondamento, dissoluzione della Storia (ridotta a nient’altro che a una narrazione tra altre narrazioni), dissoluzione della narrazione, dissoluzione della Ragione narrante. È perfino ovvio che in questo quadro problematico anche il discorso poetico venga attinto dalla dissoluzione della propria sua legislazione interna. Il concetto di «contemporaneità» (come il concetto del «nuovo») è qualcosa che sfugge da tutte le parti, non riesci ad acciuffarlo che già è passato; legato all’attimo, esso è già sfumato non appena lo nominiamo
Qual è la tua opinione?

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Risposta: Credo, in questo caso, di dover citare J. F. Lyotard a cui va il merito della diffusione del termine post-moderno, e la conseguente nascita di una stagione filosofica, in cui il sapere si esterna non più per capitoli interi, ma per appunti di riflessione, chiari e sintetici, dopo la fine delle narrazioni. L’assenza di una filosofia della Storia e dell’Arte è da collegare, probabilmente, alla crisi della critica di fronte alle avanguardie e alle velocizzazioni tecnologiche, che si sono susseguite come trasformazione del capitalismo. Dopo anni di sociologismo politico e ideologico, è tempo di restituire all’Uomo più dignità, non riconosciuta dal comportamento aziendale dell’economia. Il futuro opera in modo che tutto sia condizionato dal progresso, ma quanto a riportare i parametri della vita e il decoro poetico a livelli accettabili non sembra facile. Si ha la sensazione che tutto questo sia il risultato di una alienazione esistenziale, economica e ideologica. L’uomo non trova più soddisfazione nei prodotti di consumo da lui creati. Si disarticola nell’accomodamento inerziale di fronte al progresso, senza alcuna identificazione nei confronti della Globalizzazione, che in effetti lo immiserisce, lo emargina, abituandolo alla inconsistenza dell’Essere. La demassificazione delle classi operaie, il progetto di un Nuovo Ordine Mondiale, e i conflitti geopolitici, con la costante invasione migratoria, non rendono la dialettica intorno alla poesia, terreno fertile di ogni discussione. Anzi, la crisi attuale la neutralizza, tanto che il mondo potrebbe benissimo fare a meno della sua presenza. Non esiste alcuna possibilità di resurrezione letteraria, perché tutto nasce e si dissolve non lasciando alcuna traccia, neanche la creatività dell’angoscia. Né si può dire di trovarci in una zona di attesa perché il crollo della società contrattualistica, con il sindacato messo alle corde, e l’annullamento del diritto di fronte alla supremazia del potere finanziario e del carattere tirannico delle democrazie, rendono astorici e nullificanti tutti i valori connessi alla poesia, alla narrazione, ad ogni fondamento costitutivo della Forma. Inoltre, i conflitti balcanici, la guerra in Medio Oriente e il terrorismo, sono stati gli ostacoli di maggiore frenaggio per la poesia  civile, la cui assenza è allarmante, per non dire sorprendente. Con molta probabilità ai poeti interessa l’IO e l’autobiografia, il ricorso alle succursali linguistiche novecentesche, la permanenza in un backstage fatto di maschere, e vuoto narcisismo, temporaneamente annullati dall’antologia di Ernesto Galli della Loggia  in “La Poesia Civile e Politica dell’Italia del Novecento”, BUR-Saggi, 2011. Tuttavia, esiste un “pendolo della letteratura”, la cui oscillazione va e viene, anche se bisogna partire da zero, dando alla poesia infusioni energetiche, in grado di tenerla in vita. Ma come iniziare questa avventura? Semplicemente prendendo ad esempio il pensiero di Hans Freyer in: “Società e Cultura,”  quando afferma che “la lingua deve definire, senza però ridursi a un resto amorfo,  deve dominare, e nello stesso tempo, colma sino all’orlo di significati deve scoppiare di forza espressiva”.  Chi ha voluto la dissoluzione dell’Origine, della Storia, dell’Arte, della Filosofia e di ogni altro Edificio culturale, ha tramato contro la stessa civiltà dell’uomo, conseguita dopo secoli di sacrifici, di rivoluzioni, di guerre, di ricerche scientifiche, per destabilizzare il pensiero polivalente e della Metafisica di Aristotele, che riconosce agli uomini il diritto di sapere contro l’ignoranza.

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foto Louis Vuitton L'ultima fermata della campagna Chic

Louis Vuitton L’ultima fermata della campagna Chic

Domanda: Per Vattimo «si può dire probabilmente che l’esperienza post-moderna (e cioè, heideggerianamente, post-metafisica) della verità è un’esperienza estetica e retorica (…) riconoscere nell’esperienza estetica il modello dell’esperienza della verità significa anche accettare che questa ha a che fare con qualcosa di più che il puro e semplice senso comune, con dei “grumi” di senso più intensi dai quali soltanto può partire un discorso che non si limiti a duplicare l’esistente ma ritenga anche di poterlo criticare». 2)

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Risposta: La via di svolta per l’uomo di tornare al proprio concetto di Essere, di fronte alla sua temporalità, trova in Heidegger uno dei maggiori sostenitori. Pensare è archiviare le superstizioni dando validità al pensiero scientifico, come credeva anche Einstein. Il postmetafisico agisce come un cambio di pagina nella storia del divenire critico e filosofico, smantellando un sistema culturale non più propositivo, attraverso l’esercizio del pensiero esplicante una critica opposta a tutto ciò che prima era istituzionalizzato e accettato. Uscire dalla considerazione dell’Essere, come soggetto integrato nella metafisica, e da cui ci si distacca soltanto riducendone i valori assoluti, significa per Vattimo “progettare” un iter filosofico nel momento in cui l’Occidente si è trovato di fronte al tramonto della metafisica, per cui l’unica via possibile era svincolare l’Essere, depotenziandolo dalla sua categoria, per continuare un discorso interpretativo e logico sulla realtà, dove l’Essere si minimizza in un frammento in rovina. Non sembrerà un indirizzo teoretico periferico o isolato se anche altri filosofi si sono espressi con ulteriori concetti critici, legati al binomio Teoria-Prassi, Totalità e Unità, Staticità e Critica: tutto un repertorio di temi al vaglio dell’Osservazione, come metodo di “Obiezione”, e di legittimo senso del superamento della monolitica visione esternalista, dopo ogni caduta di tensione nella società.

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Domanda: Possiamo allora affermare che la collocazione estetica della «verità» («la messa in opera della verità» di Heidegger) è l’unica ubicazione possibile, il solo luogo abitabile entro il raggio dell’odierno orizzonte di pensiero? Se intendiamo in senso post-moderno (e quindi post-metafisico) la definizione heideggeriana del nichilismo come «riduzione dell’essere al valore di scambio», possiamo comprendere appieno il tragitto intellettuale percorso da una parte considerevole della cultura critica: dalla «compiuta peccaminosità» del mondo delle merci del primo Lukacs alla odierna de-realizzazione delle merci che scorrono (come una fantasmagoria) dentro un gigantesco emporium, al «valore di scambio» come luogo della piena realizzazione dell’essere sociale: il percorso della «via inautentica» per accedere al Discorso poetico nei termini di cultura critica è qui una strada obbligata, lastricata dal corso della Storia. Della «totalità infranta» restano una miriade di frammenti che migrano ed emigrano verso l’esterno, la periferia. Il Discorso poetico (in accezione di esperienza del post-moderno) è appunto la costruzione che cementifica la molteplicità dei frammenti e li congloba in un conglomerato, li emulsiona in una gelatina stilistica, arrestandone, solo per un attimo, la dispersione verso e l’esterno e la periferia.

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Risposta: La decostruzione della metafisica correlata al concetto di sostanza-presenza, con i fondamenti inattaccabili quali: Dio, l’Essere, il Soggetto, porta Heidegger a considerare l’esistenza nella sua realtà, fatta di angoscia e di nulla. Nel post-metafisico, vengono a decadere gli equilibri universali, per lasciare il posto a una logica, che rispecchi la verità, con le sue connotazioni di tipo socio-politico e culturale. Siamo all’interno di un ordinamento socio-culturale correlato al “sentire critico”, indirizzato verso varie ubicazioni, non ultima quella della scrittura poetica che si situa tra il tentativo di consolidamento e la frantumazione, tanto che alla fine, le giunture provvisorie non portano ad un impianto duraturo e armonico dell’edificio: il risultato, è quasi sempre lo sforzo di ricomporre l’unità linguistica e culturale, che dovrebbe essere riassorbita da una nuova civiltà letteraria e poetica, in assenza della quale bisognerà, continuamente, fare i conti con le proiezioni del pensiero e della continua riflessione critica e filosofica.

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Domanda: La poesia moderna parte da qui, dalla presa di coscienza della rottamazione delle grandi narrazioni. La tua poesia parte da qui, è il tentativo di ripartire dal significato di una immagine, da una citazione, da un segno come effetto di superficie ed effetto di lontananza. Che cos’è l’effetto di superficie? Qualcosa che, proprio perché effetto, non appartiene a ciò che è originario: l’essenza, la coscienza, e che, non situandosi né all’altezza dell’Origine, né nella profondità della Coscienza, si presenta come pezzo di «superficie», relitto linguistico che galleggia nel mare del linguaggio, il reale subliminale che sta appena al di sotto della superficie della coscienza linguistica. Non bisogna con ciò intendere, né vorrei darlo ad intendere, che il senso sia qualcosa di diverso dal significato o che esso sia un «effetto» come se fosse un segno o un sintomo o un crittogramma di qualcos’altro (quel qualcos’altro che ha contraddistinto la civiltà del simbolismo in Europa); né bisogna intendere la stabilità del significato come qualcosa, appunto, di «stabile», ovvero, non modificabile almeno per un certo periodo. Infatti, mi chiedo, può esistere qualcosa di «stabile» all’interno della fluidificazione universale? – Ciò di cui il significato «è», lo è in quanto senso, sensato, appartenente al sensorio (e che gira e rigira intorno all’oggetto); possiamo dire quindi che il senso abita l’immagine, il significato, ovvero, il sensorio? Forse. I personaggi delle tue poesie sono gli equivalenti dei quasi-morti, immersi, gli uni e gli altri, in una contestura dove il casuale e l’effimero sono le categorie dello spirito (le categorie dello scambio simbolico), essi sì che corrispondono allo scambio economico-monetario al pari delle pagine di un medesimo foglio bianco che attende la scrittura. Al pari della moneta anche la parola poetica vive ed è reale soltanto nello scambio simbolico (ma qui il discorso si allungherebbe). Anche se è da dire che nel tessuto fisico-chimico della tua poesia penetrano (osmoticamente, e quindi ideologicamente) lacerti, lemmi e immagini del linguaggio poetico orfico che si sono sedimentati appena sotto la superficie del testo, indebolendo (più che rafforzando) il passo della sintassi (claudicante in quanto non più originaria, non più ordo rerum né più ordo verborum).

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Risposta: Devo ammettere che il discorso si sta orientando verso un piano di dialettica filosofico-letteraria nel tentativo di ricomporre un Corpo, restituendogli la sua Forma. Difficile amalgamare le evaporazioni del Tempo e del Presente riunendole osmoticamente, nella vita e nella poesia. Ci siamo addentrati non solo nelle terre della oggettività, ma anche in quelle della soggettività fasciandole di filosofia. La fine del linguaggio narrativo ha caratterizzato il secondo Novecento, trascinandosi dietro la deregulation poetica e linguistica, che ha allontanato l’interesse della critica e del lettore. Ci sono volumi di poesie che sono pagine bianche, le stesse che si trovano al Centro del Nulla. Si tratta, quasi sempre, di una poesia priva di latitudini e di cartelli indicativi che possano indirizzare il poeta e il lettore, verso qualcosa di durevole. che non è realizzabile perché è nel cromosoma della Natura, fonte essa stessa di vita e di morte, di senso e contro senso. Ipotizzando, per un attimo, la precarietà del significato, quando ti poni la domanda: “Esiste qualcosa di stabile all’interno della fluidificazione universale, almeno per un certo periodo?”, la risposta scientifica più valida la potrebbe dare il noto astrofisico inglese Stephen Hawking; ma, da buon Osservatore delle cose e Propositore di progetti quale sei, già la conosci, ben sapendo che ”l’effetto di superficie”, come lo definisci, ha una frequenza brevissima, come il Big Ben della Torre di Londra. Quanto ai lemmi, ai lacerti e alle immagini da te riscontrati nella lettura dei miei versi, mi richiamo a quanto già detto sulla mia poesia, a inizio del nostro colloquio, consapevole che anch’essa, quale agglomerato di frammenti, appena sotto la superficie, rimanga in attesa del dissolvimento, come tutte le cose inserite nel mondo. Devo qui richiamare Deleuze? Penso di si quando sostiene che la teoria del senso non è legata in alcun modo a qualcosa di eterno o al suo radicamento nella profondità della coscienza.

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foto ipermoderno L'ultima fermata della campagna Chic on the Bridge Louis Vuitton ci riporta a Parigi

ipermoderno L’ultima fermata della campagna Chic on the Bridge Louis Vuitton ci riporta a Parigi

Domanda: «Effetto di superficie» è, secondo Deleuze, sia il senso che il non-senso. Per Deleuze il senso non è una totalità organica perduta, o da edificarsi (come utopia) ma è un evento, sempre individuato, singolare, costitutivamente in forma di frammento in rovina, ed è il prodotto di una «assenza» costituita (non originaria) auto-dislocantesi. È sempre una assenza di Fondamento che produce il senso, ed è futile stare oggi a registrare con malinconia la fine dei Fondamenti o la fine del Fondamento dell’«io» come fa la poesia a pendio elegiaco o la poesia che si aggrappa agli «oggetti» come un naufrago al salvagente, per il semplice fatto che non c’è alcun salvagente a portata dello «Spirito», non c’è nessuna «utopia» che ci riscatti dal «quotidiano» o dal viaggio turistico (la transumanza della odierna poesia da turismo elegiaco che si fa in camera da letto o in camera da pranzo, tra un caffè, un aperitivo e un chinotto, o in un improbabile bosco con tanto di margherite e vasi di geranio ben accuditi). La tua poesia non sfugge a questa problematica, ci sta dentro come nel suo elemento marino. Anzi, trae da questa situazione la propria forza di vitalità e la propria giustificazione di esistere. Sbaglio o ho colto nel segno?

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Risposta: Deleuze ha cercato di creare un pensiero su filosofia e letteratura, positivismo e psicoanalisi, focalizzando l’attenzione sul senso del pensare, come risulta nel suo volume: Logica del senso. Il pensiero è l’atto dell’indagare come in altri filosofi: Nietzsche, Bergson, Kant, Spinoza, Hume e Leibniz. Estraneo alla metafisica, Deleuze approda ad una distinzione del pensiero per superare l’opposizione fra due contrasti come può essere ad esempio la staticità e il movimento.
Quindi nessun approccio al concetto di eternità e al suo radicamento nelle viscere della coscienza e dell’Idealismo. Secondo Deleuze, è l’imprevedibilità del caso a generare il senso che non si produce dall’azione di un soggetto. È libero di agire non essendo legato a nessun vincolo. Si genera da sé, riducendo altezze e profondità,  finito e infinito, in un dualismo sottoposto sempre alla verifica dell’inconscio. Il “senso” come  tu dici, Giorgio, “è un evento in forma di “frammento in rovina, che può adattarsi a tutti i fenomeni esterni, privo di approdi salvifici per la poesia nel dissolvimento dell’IO e di tutti i Fondamenti, senza alcuna possibilità di salvezza a ”portata dello “Spirito”, per uscire dal calendario giornaliero e dalla marginalità dell’essere qui e ora, essendo noi stessi frammenti di un Principio (Vita) e del suo controsenso, rappresentato dalla (Morte).Tranne le argomentazioni religiose, è evidente che la filosofia del razionalismo ateo non riesca a dare un “Centro” se non quello di un “polo” negativo, trasformando l’Essere in un non Essere, secondo il pensiero di Heidegger, così come la poesia che, una volta dissacrati i costumi dell’estetica, si minimalizza, proiettandosi nel passato e nel presente con i suoi frammenti in rovina. Ciò porta il poeta a rimanere in una camera buia, in attesa, che tornino senso, forma e contenuti: ossia la luce. (ma poi mi chiedo, verrà mai questo bagliore?). Alla domanda se la mia poesia è in sintonia con ciò che hai esposto, o ipotizzato a chiusura della tua intervista, ti invito a considerare questa mia similitudine quando paragono la poesia a un cristallo dai molteplici riflessi, che hai saputo captare con profondo spirito di osservazione, segno evidente che sottoponi a giusta critica ciò che leggi e senza tariffario. Ringraziandoti per l’attenzione e la gentile ospitalità, ti esprimo i miei più cordiali saluti e auguri di buon lavoro. Mario M. Gabriele.

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1 Gianni Vattimo La fine della modernità Milano, Garzanti, 1985 p. 114
2 Gianni Vattimo La fine della modernità Milano, Garzanti, 1985 pp. 20, 21
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Stonehenge

TESTI  da “L’ERBA di STONEHENGE” IN CORSO di STAMPA (Ed. progetto cultura, 2016, Collana “Il dado e la clessidra”).

(1)

Quando vennero i Signori Herbert e Mrs.Lory
a salutare i fantasmi della sera, non c’erano
damigelle e masterchef, ma macchie bianche
sul tavolo dell’ 800, con qualche tarlo ancora in vita.
Si poteva dire di tutto, ma la casa era una favela,
tenuta in disordine per anni.
Un esperto di vecchie aste ne aveva proposto
l’acquisto. Poi Herbert disse a Lory,
allontanandosi dalla buvette:- le persone
che non vogliono essere uccelli di tundra
hanno in casa sempre le finestre chiuse-.
Ne era sicura Lory che leggeva Wang Wei,
ma si divertiva quando si parlava dell’agronomo Winston
che voleva un nuovo giardino, là dove crescevano solo sterpi.
Le due persone, morte a Willowbrook, passarono un tributo
a Berengario, prima di separare corpo e anima.
Nulla di più che un piccolo lascito
per il custode del cielo e della terra.
Non c’era una stanza per gli ospiti, ma a casa di Lory
il soppalco aveva una vista sui quartieri alti della città
e tante copie del Washington Post
che cercavano per la chiesa di St. Mark’s nel Bowery,
preti e benedettini ringraziando alla fine
con il Domine labia mea aperies
et os meum annuntiabit laudem tua.
Non credo che ci sia un passepartout per il Paradiso,
ma Annalisa dona sempre qualcosa
a padre Gesualdo, come money e travellers cheques
pur di dire che è un’offerta della Signora Juanin.
(2)

Una fila di caravan al centro della piazza
con gente venuta da Trescore e da Milano
ad ascoltare Licinio:-Questa è Yasmina da Madhia
che nella vita ha tradito e amato,
per questo la lasceremo ai lupi e ai cani,
getteremo le ceneri nel Paranà
dove abbondano i piranha,
risaliremo la collina delle croci
a lenire i giorni penduli come melograni,
perché sia fatta la nostra volontà.-
Un gobbo si fermò davanti al centurione
dicendo:- Questo è l’uomo che ha macchiato
le tavole di Krsna, distrutto il carro di Rukmi,
non ha avuto pietà per Kamadeva,
rubato gioielli e incenso dagli altari di Nuova Delhi.-
-Allora lasciatelo alla frusta di Clara e di Francesca,
alla Miseria e alla Misericordia.
Domani le vigne saranno rosse
anche se non è ancora autunno
e spunta il ruscus in mezzo ai rovi-, così parlò Licinio.
Un profumo di rauwolfia veniva dal fondo dei sepolcri.
Carlino guardava le donne di Cracovia,
da dietro i vetri Palmira ci salutava
per chissà quale esilio o viaggio.
Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
Stranamente oggi non ho visto Randall.
Mia amata, qui scorrono i giorni
come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
Dimmi solo se a Boston ci sarai,
se si accendono le luci a Newbury Street.
Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!
(3)

Alla fine il ragazzo rivelò l’architrave del mondo,
le meraviglie di Bertram von Minden,
con slang romagnolo disse dove si trovavano le foglie morte,
le Fêtes Galantes di Verlaine,
a Bruxelles presso il Caffè Jeune Renard,
piccoli affreschi ricordavano Renoir,
era gennaio di gelo e neve,
la bruna orchestrale davanti ai preludi di Massenet,
ancora per poco restiamo negli slums,
credimi quando ti dico che pensavo a te stamane;
le preghiere all’ultimo minuto,
non sono bastate a fermare i fiumi e i tornadi sulle città,
buttata la bisaccia, pulsava il sangue nelle vene,
se tu pensi che tornino i passeri a beccarci un nuovo giorno,
le feste di quartiere, la movida;
ieri sera ho dormito sul tuo sonno,
e ci sarà una sola fine, un solo principio,
antica strada la memoria, le cerbottane per ferire;
ondeggiano i mesi, gli anni, sotto quest’arco e questa croce
bruciano i ritorni e ho conosciuto le litanie nei pub,
le carrozze ferme in strada, uno sotto l’arco del Trionfo,
senza donne e mascarpè, esile come un giunco,
non più del ramo di una quercia:
-Diranno poi come gli son diventate
sottili le gambe e le braccia!-;
la sera chiudeva il giorno con un uomo in transumanza,
le pellegrine a cercare i funghi prataioli,
giochiamo io e te la sorte alla roulette,
fuori il silenzio attraversava il vicolo, il respiro a metà giro,
c’èra un salvagente per andare oltre il fiume,
ma chi ci credeva? l’inverno lasciò troppe crepe sopra i muri,
Kelin maledisse il freddo, si fece in quattro
per fermare il tempo,
rimandando ogni cosa dopo il Serenase;
in una stanza suonavano come a Woodstock,
non passavano giorni senza chiedere dove fossero
Marisa e Abele, lontana era l’isola del tesoro,
perché accadde, perché c’era l’ombra alla porta,
come a Montpellier quando suonava Madame Drupet
a strapparci le unghie, a morderci la carne?
(4)

E andammo per vicoli e stradine.
In silenzio appassirono il vischio e il camedrio.

Più volte tornò il falco senza messaggi nel beccuccio.
Restarono i giorni guardati a vista, arresi,
un gran vuoto dentro il link e la scritta sopra i muri:
-Non cercate Laura Palmer-.Correva l’anno……

L’erba alta nel giardino preparava un’estate
di vespe e calabroni. La nostra già era andata via.
Giusy trattenne il fiato seguendo il triangolo delle rondini.
-Se vai pure tu- disse, io non so dove andare!
Con i ricordi ci addormentammo e non fu più mattino.
L’alba non volle metterci lo sguardo.
Il boia a destra, il giudice a sinistra.
Caddero rami e foglie.
Fuggirono l’upupa e il pipistrello.
Nel pomeriggio confessammo i peccati.

La condanna era appesa a un fil di lana.
I capi del quartiere si offrirono per la pace.
Li conosciamo -dissero.– Hanno dato tutto a Izabel
e Ramacandra.- Aronne è morto.
-A chi daremo allora ogni cosa di questo mondo?-.
-La darete a Lazzaro, e a chi risorge
su questa terra o in un altro luogo e firmamento,
prima del battesimo dell’acqua,
non qui dove una quercia in diagonale,
come in una tavola di Poussin,
fermerà il tempo, e sarà l’ultima a fiorire-,
concluse il giudice.

 

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43 commenti

Archiviato in Antologia Poesia italiana, Critica, critica dell'estetica, critica della poesia, critica letteraria, intervista, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

43 risposte a “Intervista a Mario Gabriele. Dialogo tra Mario Gabriele e Giorgio Linguaglossa su alcune questioni aperte: La caduta delle Grandi Narrazioni; Discorso sulla dissoluzione dell’Origine, del Fondamento; Globalizzazione e Nuovo Ordine Mondiale; Il linguaggio interrelazionale; chatpoetry; Il postmetafisico; Post-moderno; L’Essere si minimizza in un frammento in rovina; Crisi della critica di fronte alle avanguardie; Il soggetto è libero di agire non essendo legato a nessun vincolo; Poesia anatomopatologica e dermoesfoliativa; con POESIE SCELTE di Mario Gabriele da:”L’erba di Stonehenge” (2016).

  1. https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/04/05/intervista-a-mario-gabriele-dialogo-tra-mario-gabriele-e-giorgio-linguaglossa-su-alcune-questioni-aperte-la-caduta-delle-grandi-narrazioni-discorso-sulla-dissoluzione-dellorigine-del-fond/comment-page-1/#comment-
    credetemi, mi è difficile lasciare un commento a questo dialogo aperto, talmente aperto che abbraccia tutti i principali problemi della nostra contemporaneità e del fare poesia critica oggi. Si potrebbe dire che con questo dialogo oggi l’Ombra ha posto un punto fermo rispetto a tutte le principali problematiche che attraversano il fare poesia. Di qui non si sfugge. Ci troviamo di fronte a problemi che non possono essere più elusi. Siamo davanti ad un bivio. Anzi, ad un quadrivio. Se si sceglie la direzione sbagliata ci si troverà di fronte ad un vicolo cieco. Credo che questo Dialogo assomiglia più ad un Decalogo. Si potrebbero tirare fuori da esso 10 punti cardinali e orientarsi in base a quelli. Lascio la parola a Mario Gabriele:

    Gli anni Sessanta hanno determinato la fine della poesia-racconto, come misura unica del testo, lasciando spazio a Correnti e Gruppi letterari, che si sono alternati nel tentativo di costituire un valido punto di riferimento, che in effetti non vi è stato, se si voglia sul piano delle verifiche controllare la loro sopravvivenza, spesso limitata a qualche decennio e anche meno, mentre una parte della critica letteraria si occupava del nuovo percorso linguistico nel segno dello Strutturalismo. Viviani, Ottonieri, Ramous, Baino, ecc. sono stati i rappresentanti di una poesia anatomopatologica e dermoesfoliativa, oggi in stato di colliquazione come le antologie, omissive di nomi e opere, sostituite da quelle indirizzate verso la periodizzazione repertoriale, con giudizi critici di sopravvalutazione. Si è lasciato il campo ad autori dal balbettio terminale, fino a quando la loro stessa voce si è afonizzata. Non esiste ancora lo spazio per riempire il Vuoto con una poesia alternativa. Ogni poeta opera secondo la propria cultura e sensibilità. Da qui l’esplicazione di una visione della realtà che è, nel mio caso, repertorio di memorie, di figure femminili e di luoghi provenienti da un carotaggio psichico di diversa stratificazione. Non a caso Freud, sul significato di creazione artistica, riconduce ogni cosa alla sfera intima e mentale. Ho rifiutato il pentagramma lirico di vecchia classe istituzionale, per addentrarmi non nella cellula poetica degli oggetti, ma in quella dei soggetti vivi e morti, entrambi destinati all’oblio, e per questo motivo ne rivitalizzo la presenza-assenza con la citazione dei loro versi, che formano una doppia aura all’interno di un’unica cornice. Più in specifico, è l’adesione a un linguaggio interrelazionale, che ricorda Eliot, ma anche il pensiero filosofico di Derrida…

  2. “poesia anatomopatologica e dermoesfoliativa” che roba è? Abbiate pazienza ma a parte qualche forma di malattia dermatologica non so di cosa si tratti.

    • Signor Almerighi, a seguito del suo post e video clip, con annesse “supercazzole”, nell’evidente suo smarrimento cognitivo di fronte ai due termini, propri di vocabolario medico: (anatomopatologica e dermoesfoliativa), invece di dare un giudizio approssimativo sulle domande di Linguaglossa e sulle mie risposte, la invito ad essere più serio, anche perché nelle Università ci sono corsi di didattica e di Group Counseling (altro termine a lei, probabilmente, difficile da recepire) che possono aiutarla a responsabilizzarsi e ad essere meno “Pierino”.

      • Cosa sono in medicina questi due disturbi lo so bene, basta avere un semplice bagaglio di cultura generale. In ogni modo anziché farla cadere così dall’alto spieghi anche a noi, comuni mortali il significato e l’applicazione di questi due termini medici in poesia. Altrimenti mi toccherà continuare a fare come l marmittone tedesco con Alberto Sordi. Cordiali saluti.

        • Salvatore Martino

          In fondo non mi pare che Almerighi abbia tutti i torti nello stigmatizzare l’uso di questi “medicinali” o patologie trasferiti alla poesia. Devo dire che tutte le elucubrazioni sul fare o come si debba fare la poesia mi infastidiscono profondamente, Questi decaloghi, e mi appaiono sovrastrutture inutili, persino i gruppi e le scuole e gli infiniti ismi che nei secoli si sono succeduti. La poesia è un tale mistero che non sopporta simili gabbie.
          Quanto ai versi di Gabriele mi sembrano usciti dalla penna di un T.S.Eliot minore.
          ” Diranno poi come gli son diventate
          sottili le gambe e le braccia!-;” qui siamo alla citazione (almeno usare il corsivo) Prufrock a piene mani, e “Ritratto di Signora”. Ma mentre il Reverenddo mi commuove, mi penetra dentro, mi tormenta con le evocazione di luoghi e nomi e persone, costruendo un universo di figure che disegnano un vuoto, una disperazione, un gioco profondo dell’esistenza, che rimangono indelebili nella memoria, i versi di Gabriele rimangono nel mio limbo personale, senza alcun commovimento da parte mia. Sarà una mia mancanza, un difetto di circolazione nella mia ‘anima direbbe Pessoa, ma certo dopo gli sproloqui di domanda e risposta uno si aspetta qualcosa di più dall’unica applicazione che conta :la poesia. Meno chiacchiere e più sostanza avrebbe chiosato quel buon uomo alla corte di Danimarca che risponde al nome di Polonio. Alla fine tutte la strade sono buone se conducono alla realizzazione di versi in qualche modo memorabili e che talvolta non riusciamo a ricondurre , nemmeno alla metafora, o all’allegoria, che possiedono una logica intraducibile per la nostra razionalità limitata.
          “Quando parlo la brina invade il letto”
          Imprigionare strategicamente il poeta dentro regole intellettualisticamente costruite significa intrappolare la sua creatività, mettere la museruola ad un uccello.Salvatore Martino

          • A Salvatore Martino: apprezzo molto il suo intervento. Lo condivido pienamente.

            • Ma cosa vuol condividere lei se non sa neppure il pensiero precedente di Martino che qui riporto: “Poesia colta con innumeravoli richiami, con quell’Alfred Prufrock che certifica l’ascendenza eliotiana molto presente. Una sorta di dolce amarezza invade questi versi mai banali, con immagini talvolta persino folgoranti. Si avverte in questo poeta mio coetaneo una solida preparazione anche tecnica del procedere poetico. Ho letto volentieri e apprezzato anche il profumo di Hernry James. Salvatore Martino”

        • Caro Almerighi, le battute di spirito irriverenti e derisorie non sono ammesse. Se ritieni che abbiamo detto delle sciocchezze c’è una sola strada.

          • caro Linguaglossa, non si tratta di battuta irriverente o derisoria, si tratta di spiegare meglio una serie di passaggi veramente ostici e non alla portata se non di una piccolissima elite. Questo è chiudersi a riccio, se volete farlo ok, se non volete farlo prendo la strada che mi ha indicato, ma non credo giovi all’immagine del blog. Cordiali saluti.

            • caro Almerighi ad essere chiari, l’immagine del blog lo infirmi tu con le supercazzole, io cerco di portare avanti una riflessione seria.
              Informo i lettori che ho cancellato il video del film di Alberto Sordi e del soldato tedesco perché fuori contesto.

              • Un pezzo di grande cinema comunque, evitiamo in ogni modo di farlo qui il cinema. Rinnovo la mia richiesta di delucidazioni su passi del post che mi risultano ostici. In caso di non risposta campo bene lo stesso, stanne certo. Ciao

  3. ubaldoderobertis

    L’intervista/dialogo è interessante ma confesso poco maneggevole per me. Ad ogni modo mi ha costretto ad interrogarmi ed è già una cosa considerevole di questi tempi. Probabilmente la mia idea di poesia è nata a causa del lavoro di laboratorio radiochimico, dall’abitudine mentale di esplorare l’invisibile all’interno di oggetti, l’avere a che fare con qualcosa che alla superficie non si vede, qualcosa di misterioso. E poi viene fatto di osservare le cose del tutto estranee alla linea di indagine utilizzando ancora, in qualche modo, il senso comune di quel sapere (scientifico). Perlustrare le profondità e tornare in superficie, una pesca infruttuosa amara deludente il più delle volte, ma con la crescente convinzione che anche il non senso aiuta a capire a muoversi e deve essere tradotto interpretato possibilmente con le parole.
    Chiedo scusa: non è questo il luogo di parlare della mia scrittura e scarico la colpa su Mario Gabriele e sul Linguaglossa e sulle loro complesse considerazioni concettuali.
    Il soggetto è libero di agire non essendo legato a nessun vincolo…
    Ubaldo de Robertis

    • Steven Grieco-Rathgeb

      molto bello questo commento di Ubaldo de Robertis

      • Steven Grieco-Rathgeb

        ma rimane anche il fatto che dialoghi come questo di Linguaglossa-Gabriele ci vogliono, bisogna anche posizionare la poesia entro un orizzonte filosofico. Cercando giustamente di avvicinarsi ai Deleuze e ai Derrida, e distanziandosi invece dai filosofi-brontosauri del recente passato, implicati nel Nazismo e in tutto lo sfacelo del 20 secolo.

    • Salvatore Martino

      Sono completamente d’accordo con te Ubaldo: ho trovato difficoltà ad una prima lettura dell’intervista, non sono abbastanza provveduto e poi la mia età mi consente di usare il metodo della semplicità, della piacevolezza…se devo sbattere la testa, leggere e rileggere periodi che non capisco nemmeno al secondo impatto, rinuncio. Sono passati i tempi in cui mi ostinavo sulle pagine di Joyce, senza capire, ma ostinandomi, e così arrivai al monologo di Molly, come slargato in una conquista spaziale, un arcobaleno sopra “Campi di grano con corvi”. “La notte che perdemmo il battello ad Algesiras, e il mare qualche volta cremisi, e i fichi nel giardino dell’Alameda”..ecco approdavo alla poesia, e la fatica era valsa davvero..
      In questo specifico dialogo , per carotà dottissimo e importante, non riesco ad essere paziente, a esercitare il gioco della comprensione.
      So che tu frequenti gli abissi, e quando ritorni alla superficie, hai trascinato con te qualcosa che rimarrà nella tua e nella memoria di altri. Continua nella tua assoluta libertà, senza freni o pastoie che possano inquinare il tuo rapporto col mistero. Salvatore Martino

      • Steven Grieco-Rathgeb

        Sono d’accordo con Salvatore Martino che la poesia è mistero. E’ anche vero che ci sono moltissimi poesie in cui l’espressione del mistero non è sorta dal nulla, ma da un qualche sistema, anche se solo il sistema della totale apertura a tutti i suoni umani e della natura. Ma anche per questo ci vuole un pensiero, una riflessione. Insomma, non c’è poesia senza metodo. E l’intervista di oggi, talvolta di davvero difficile lettura, è comunque un tentativo di individuare linee, possibili metodi. Non è che esplorazione. E questa esplorazione ci vuole, è necessaria.

  4. Gino Rago

    Le questioni sul tappeto sono davvero tante e impegnative.
    Il colloquio tra Giorgio Linguaglossa e Mario Gabriele, benché davvero “aperto”, in realtà stabilisce alcuni punti fermi. Non dico proprio un “decalogo”, ma un congruo numero di paletti da suggerire e da adottare nel fare poetico contemporaneo, e futuro, è possibile.
    Ma prima dovrebbero auscultarsi i critici letterari sorti dopo l’egemonia critica idealistica o crociana, per i quali mi azzardo a proporre uno schemino rapido di “campioni” o “modelli” di indirizzi dominanti di critica,
    che tutti ben conosciamo, senza vincoli di cronologia:
    marxista e sociologica; storicistica e idealistica; linguistica e stilistica;
    formale e strutturalistica; simbolistica e psicanalitica; filologica e semiologica…
    Un grande critico, oggi? Non può, a mio vedere, che esser quello che si mostri più aperto a frequentare l’osmosi fra le varie metodologie.
    E i poeti devono saperlo “interpretare” nella nuova forma-poesia.

    Gino Rago

  5. Gino Rago

    Nei versi di Mario Gabriele un elemento linguistico merita, secondo la mia lettura, d’essere messo in evidenza:l’onomastica. Che è onomastica di tempi e quindi storica. Onomastica di luoghi e dunque geografica. Onomastica,infine, di persone.
    Onomastica storica, geografica e di persone che il poeta riesce a far sentire come correlativi oggettivi e immagini capaci di condurre il lettore al di fuori d’ogni labirinto, d’ogni artificio da ipertrofismo tecnico o di scrittura d’autocompiacimento, nel rifiuto di quella che per anni ha intossicato tanta poesia: la semantica dell’ambiguità (ermetica e post-ermetica)
    E poi, come sta facendo da un pò Giorgio Linguaglossa- poeta nelle sue più recenti prove, ho da subito apprezzato l’efficacia dei dialoghi introdotti
    da Mario Gabriele fra i suoi “personaggi” chiamati per nome.
    Gino Rago

  6. Steven Grieco-Rathgeb

    https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/04/05/intervista-a-mario-gabriele-dialogo-tra-mario-gabriele-e-giorgio-linguaglossa-su-alcune-questioni-aperte-la-caduta-delle-grandi-narrazioni-discorso-sulla-dissoluzione-dellorigine-del-fond/comment-page-1/#comment-13061
    Al di là di ogni ragionamento filosofico, rimane che un poeta deve saper scrivere poesia. Ma la frase “scrivere poesia” o “fare arte” è diventata sempre più scivolosa, non sai più quale metro, quale parametro possa valere per affermare una cosa del genere.
    Questo Gabriele lo dice molto, molto bene, e lo ringrazio di aver introdotto nella discussione non solo Deleuze, ma soprattutto Derrida.
    Ricordo la Biennale di Venezia del 2009, che visitai con amici artisti. Purtroppo il 99% delle opere non sembrava in grado di dirci niente (ed eravamo un gruppo eterogeneo, ognuno con i suoi gusti), potevamo solo concordare che davanti a noi stavano migliaia di opere-statements sull’Io ipertrofico dell’artista.
    Ma vedemmo cose anche strabilianti, cose bellissime. Io cercavo di capire quale criterio si potesse invocare per giustificare il sentimento, “questo mi piace, questo mi colpisce, questo è (addirittura!) sublime.” Non esistevano criteri. C’era un oceano di opere, migliaia di naufragi che muovevano velocissimi verso l’oblio, ma qua e là sulle onde comparivano scialuppe, oggetti perfettamente compiuti pur nella loro frammentarietà, figure anch’esse complete, dirette in tutt’altra direzione, verso una qualche utopia del mondo, non so dire, verso una reductio ad absurdum, o meglio una riduzione ad un nulla in cui si può “credere”.
    Scusate questa ultima parola-bestemmia. Avete presente il pannello centrale del trittico “Abfahrt” (Departure) di Max Beckmann? Su una barca c’è un uomo nudo con corona e mantello azzurro, una regina (?) con un bambino in braccio, un guerriero.
    Tranne quel criterio interiore, che si basa sicuramente anche su una certa nostra esperienza nel campo della scrittura e dell’arte, penso che oggi non ci sia niente. E, guarda, guarda, spesso questa certezza non è affatto solitaria, la condividi con non pochi altri.
    Quindi nell-orizzonte culturale di oggi, è più che mai il criterio di valutazione soggettivo ma anche condiviso (altrimenti potrebbe essere una semplice nostra mania), quello su cui in ultima istanza dobbiamo dipendere.
    La poesia di Gabriele mi piace molto. Senti subito lo spessore della stoffa che intesse.
    Ciò che questa poesia sembra aver imparato bene, è un procedimento molto importante per la scrittura poetica oggi, se vuole sopravvivere sulla carta, e non diventare totalmente videoclip. Vedo una fuga di antilopi nella foresta, la afferro con gli occhi ma subito scompare, rimane soltanto il residuo fruscio di rami e foglie, il contraccolpo causato dallo spaventato disordinato fuggire nel sottobosco, il dileguarsi dentro il muro di vegetazione che si assottiglia, diventa tronco, sale ad un uccello che sta in cima ai rami, più in alto dove tutto questo è uno stormo di gru in volo, pura evanescenza.
    Per l’uomo il mondo esterno è costantemente pervaso, permeato, dal suo elucubrare interno, fra i due piani spesso non c’è soluzione di continuità. E quando questo ondeggiare diventa la stessa stoffa della poesia, allora sentiamo una maggiore vicinanza ad essa. Si è disimparato ciò che I poeti facevano benissimo 100 anni fa. Gabriele, facendo suo l’esempio di T. S. Eliot, sembra averlo di nuovo imparato.
    Mi è venuto qualche dubbio sul ritmo di questa poesia. Mi permetto di dire questo senza nulla togliere alla persuasività dei pezzi che ho letto. Con questo intendo dire che mentre leggi, senti che di una simile poesia hai bisogno. Il bisogno di leggere poesia intensa, nervosa, molto densa, scritta oggi (non ieri), può diventare una sete molto forte. Talvolta questa sete viene soddisfatta.
    Qui rimane però anche, quasi intatto, il ritmo serrato della poesia che sa di giungere – o meglio che sa di essere condannata a giungere – ad una fine. Certo, anche questa è realtà. Ma in poesia il ritmo-senso, la musicalità, possono essere accresciuti anche dagli interstizi fra le architetture delle parole – non intendo i vuoti, ma gli interstizi – di eco, o di risonanza, come dir si voglia – che per forza poi finiscono per “riempire” ancor di più i pieni che li circondano. Questo mi affascina molto. E non questo soltanto. Più avvertiamo l’esistenza degli interstizi (che in ogni caso sono ovunque, soltanto esiliati), più la narrazione vien meno per una ritmica interna (e non solo per frammentarietà), più può dispiegarsi il suo senso a-narrativo, sempre interrotto e illogico della vita; più dunque viene a mancare una conclusione, nel senso di chiusura. Insomma, si apre un nuovo occhio sulla realtà.
    In fondo, la parola “classico” viene da claudere, dare al lettore il pezzo perfetto perché perfettamentre equilibrato e conchiuso, e senza alcuna sfrangiatura. Dico questo in genere, sia ben chiaro, non riferendomi alla poesia di Gabriele. Con Gabriele invece iniziamo a intravedere quello che trovo cruciale oggi: la struttura aperta.
    Ma la poesia in questo senso io la concepisco più con un ritmo rallentato che dia al lettore il senso di poterci entrare dentro, viverla dall’interno. Così sarà lui a completarla, a perfezionarla come crede giusto. E per questo ci vuole lentezza, secondo me. La storia è disseminata di opere troppo perfette, che prima o poi sono diventati massi indigeribili.
    Non so. E’ una cosa difficile quella che dico, suggeritami dallo studio di waka Heian che faccio ormai da quasi 20 anni. In quella poesia puoi entrare, muoverti al suo interno. Puoi perfino spostare oggetti, parlare con il poeta. A ciò non giova un ritmo troppo serrato, troppo incalzante.
    Dico queste cose perfettamente consapevole che anch’io tasto, cerco di trovare varchi. La cosa può valere solo per me.
    Leggendo Gabriele, come gli altri due poeti italiani precedenti, penso che possiamo tutti insieme, in diversi poeti, e ognuno per sé, continuare ad attraversare questo terreno senza strade.
    Ma, PER CARITA’!!!! non parliamo di “decaloghi” e “paletti”. Oggi la poesia non ha bisogno di questo. Queste parole mi lasciano sconcertato.

  7. ubaldoderobertis

    Ad integrazione del primo intervento e per precisare la mia posizione riguardo alle questioni aperte poste dall’intervistatore e confermate dall’intervistato, anch’io sostengo con Steven Grieco-Rathgeb, e per me non potrebbe essere altrimenti, che occorre sempre un pensiero, una riflessione per individuare linee nuove, e che l’esplorazione sia assolutamente necessaria. Una cultura, una società declina quando non si sa sostituire ciò che appare affievolito o che ha già fatto il suo corso, nuove idee frutto di una nuova tensione. E questa tensione riguarda pure la poesia. Sono approcci complessi, multidisciplinari e ben venga chi riesce a raccogliere le più varie riflessioni, ad esempio quelle dei filosofi Deleuze e Derrida. Ciò che al momento mi è oscuro non mi sgomenta anche se non ho molto tempo davanti a me per attendere dal mio interno una effervescente risposta.
    Considero un errore postare insieme all’intervista dialogo le poesie perché poi è difficile parlare di entrambe. Ad ogni modo trovo le poesie di Mario Gabriele ricche di oggetti persone cose e intendo rileggerle perché ho la sensazione che anche per me:

    “Domani le vigne saranno rosse
    anche se non è ancora autunno”
    Ubaldo de Robertis

  8. Caro Salvatore Martino,
    tu scrivi: «Imprigionare strategicamente il poeta dentro regole intellettualisticamente costruite significa intrappolare la sua creatività, mettere la museruola ad un uccello».

    E scrivi che la «poesia è mistero», e dunque aliena da riflessioni e dallo studio.

    Lascia che ti dica che queste cose le ho già sentite miliardi di volte nel corso della mia esistenza, e tutte le volte mi infastidivano i pensieri di chi pronunciava questi verdetti, anche perché è un verdetto anche esprimere che la poesia è mistero o che la poesia deve essere libera come gli uccellini. Insomma, ho sentito miliardi di volte queste frasi e non le commento. Ritengo inutili i commenti.

    Anche l’universo è un «mistero» ma è grazie agli sforzi di filosofi e di scienziati di 4000 anni che l’homo sapiens è giunto a rivelare, in termini razionali e scientifici, delle cose di questo «mistero». Quindi, a mio avviso, non c’è mistero che tenga di fronte al pensiero umano. Non deve esserci mistero che tenga. Io ho solo una fede: nell pensiero umano, il quale può sondare e spiegare i più insondabili misteri.

    Riguardo alle battute di Almerighi sui termini medici «anatomopatologica e dermoesfolliativa» riferiti alle tarde avanguardie (o meglio sarebbe dire post-post-avanguardie), mi sembrano dei brillanti e ironici termini verso una ricerca poetologica recente che anche a mio avviso è approdata al nulla. E questo andava detto con la massima chiarezza e con la massima ironia. A me sembra che In questo «dialogo» ci sia tanta e tanta carne al fuoco che, effettivamente, rende ostica la lettura, non tanto ermeneutica quanto per la ricchezza e complessità delle questioni poste. Ma chi ritiene ostica la lettura del pensiero umano non vedo perché continuare la lettura di questo «dialogo», può abbandonare la lettura, però senza gettare accuse di quisquilie e di esantemi lessicali ai due attori dialoganti. Qui quello che si tenta di fare è di rimettere in piedi il pensiero estetico e poetico dopo il sonno degli ultimi quaranta cinquanta anni. Chi invece preferisce fare poesia acrilica, una poesia esantematica, allergica ad ogni forma di pensiero, nulla e nessuno lo impedisce. Si può continuare a fare poesia della domenica, Ce ne è a bizzeffe in giro.

    Poi, si può sempre dire che i filosofemi restano filosofemi e che la poesia, se viene, viene come un dono del cielo e altre cose di questo genere. Insomma, ad un tale ragionamento io non ritengo di dover rispondere perché si risponde da solo.

  9. Desidero far seguire un breve commento su ciò che hanno voluto esprimere vari opinionisti (critici) di eccellente levatura, come Steven Grieco-Rathgeb, dal quale attendevo da tempo una sua “riflessione”, come questa apparsa nel Blog, aprendo un dibattito molto interessante tra lettori-critici e poeti, sollevando questioni di natura operativa ed esegetica, che se realizzate dagli addetti al lavoro, possono veramente cambiare le carte in tavola; così come ha espresso, attraverso una specifica indicazione anche Gino Rago, e Ubaldo De Robertis: sempre obiettivi e sinceri. Portare avanti questo progetto é operazione difficile, lo riconosce anche Linguaglossa, in quanto si tratta di derattizzare un’area che ha invaso il sottoscala della poesia italiana del secolo scorso e di questo primo quindicennio, con riscritture novecentesche, persistentemente sgradevoli ed egotrofiche. Si è creato un fronte dalle diverse connotazioni, con prevalente stato di poesia comatosa, tenuta in vita da autentici conservatori, con il solo scopo di mantenere un vuoto che ha prolungato la “divisività” (altro termine forse inadatto a soggetti come Almerighi, con le sue affermazioni, che nulla hanno a che vedere con un esplicito e consapevole dire critico: da qui i suoi limiti e il suo male oscuro). Sia chiaro che in questa sede anche la critica negativa ha una sua dignità, quando è espressa con ipotesi decostruttive, ma se sono il frutto di un giudizio semplicistico, allora viene meno ogni dignità oppositiva, che non riesce a venire fuori dal suo liquido amniotico e culturale. Lo spiraglio viene invece da Steven Grieco-Rathgeb, quando osserva che “dialoghi, come questo di Linguaglossa-Gabriele, ci vogliono, bisogna anche posizionare la poesia entro un orizzonte filosofico, cercando giustamente di avvicinarsi ai Deleuze e ai Derrida, e distinguendosi invece dai filosofi-brontosauri del recente passato, implicati nel Nazismo e in tutto lo sfacelo del 20 secolo.”. Ma che non trova in Salvatore Martino negli “sproloqui di domande e risposte” un interesse personale, ravvisando un certo disinteresse nell’andare fino in fondo alle domande e alle risposte. Il risultato è apprezzabile, quando è chiara l’esposizione critica, molto meno lo è quando ci si espone al rischio della provvisorietà concettuale e ad un “alibi” mascherato. Infine un grazie di cuore a Giorgio Linguaglossa e al suo impegno culturale. Con vivo ringraziamento e rispetto.

    • Lei pensi ai suoi di limiti, che ai miei e al mio male oscuro (a quando la diagnosi Dottore?) ci penso io. Per il resto veda di curare il suo egomorfismo, dal momento che una buona critica non viene mai calata dal pero. Apprezzo le sue poesie, come ho già avuto modo di ribadire, ma non certo la sua completa, totale arroganza professorale.

  10. https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/04/05/intervista-a-mario-gabriele-dialogo-tra-mario-gabriele-e-giorgio-linguaglossa-su-alcune-questioni-aperte-la-caduta-delle-grandi-narrazioni-discorso-sulla-dissoluzione-dellorigine-del-fond/comment-page-1/#comment-13074
    Uno dei concetti più importanti della musica moderna è stato in concetto di “indeterminazione”. Se prendiamo il famoso pezzo di Cage 4’33”, il famoso pezzo silenzioso di cui nel titolo si indica la durata, viene posta la questione del silenzio come vuoto di nota, forma chiusa e, dunque, autore chiuso, ci accorgiamo che qui siamo in presenza della prima rivoluzionaria “forma aperta” della musica moderna.
    La ricerca in ambito poetico del “principio di indeterminazione” non mi sembra che sia mai stata fatta in Italia da alcuno. Nella poesia di Mario Gabriele, e in queste 4 postate, siamo in presenza della famosa «indeterminazione» nell’impiego delle citazioni e dell’onomastica (di cui ha bene ricordato Gino Rago nel suo commento); le citazioni a loro volta, sono delle testualità, dei «rumori» di fondo intesi a disturbare il lettore, la sua tranquilla lettura perché rimandano a una costellazione di opere del passato recente del Novecento, rimandano e richiamano quel passato ma in forma di citazioni, di frammenti, di relitti, di tracce, di ombre… È qui che si innesca il principio di indeterminazione delle numerosissime tessere di mosaico della poesia di Mario Gabriele. Credo una novità assoluta nella poesia italiana moderna. In questo atto di ripescaggio Mario Gabriele si riallaccia e riutilizza in chiave critica il concetto centrale dell’opera dell’«Opera aperta» (1962) di Umberto Eco, aggiungendo a quell’importante assunto un ulteriore concetto, quello di «indeterminazione» proprio delle teorie scientifiche di Heisenberg e dei pezzi musicali di John Cage.

    La novità della poesia di Mario Gabriele a mio avviso riposa proprio qui, nella utilizzazione critica di quel concetto che rimanda ad una procedura compositiva di nuovo conio. E, si badi, questa procedura compositiva è aliena da ogni forma di emozionalismo, non fa appello all’emozione, non vuole emozionare il lettore, non intende sedurlo ma lo vuole invitare ad atteggiarsi dinanzi all’opera di poesia in termini critici, freddi, composti, distanti. La poesia di Gabriele presuppone un lettore «distante e freddo», che mantenga la propria posizione di freddo distacco, lo vuole consapevole e attento perché quelle citazioni, quei rimandi onomastici altro non sono che frammenti deprivati di aura semantica e fonosimbolica, sono rumori, rottami, tracce extrapoetiche, parapoetiche, residui , cronotopi, isotopi di metalli un tempo nobili.
    Insomma, volevo dire che avvicinarsi alla lettura dei versi di Mario Gabriele presuppone una lunga consapevolezza, una lunga acquisizione di pensiero critico.

    • Salvatore Martino

      Non mettermi in bocca parole che non ho pronunciato caro Giorgio: quando mai ho affermato che la poesia debba essere aliena dal pensiero e dallo studio? Nelle mie lezioni a Roma Tre iniziavo dicendo ai miei allievi aspiranti in poesia: Poeti si nasce poeti si diventa. Cosa volevo significare? Che il talento non basta ci vuole lo studio, la bottega, la techné, altrimenti non si va de nessuna parte. Hai letteralmente frainteso il mio pensiero. Costruire la gabbia dove debba entrare la poesia è tutt’altra cosa. Faccio un esempio Borges: fonda insieme ad altri Lugones, Macedonio Fernadez il movimento Modernista ma mi sai dire tu quanto rimane del detto movimento nella poesia successiva e grandissima del poeta argentino?Ancora Borges che testualmente afferma: la poesia non è meno misteriosa delle altre cose dell’Universo. Credi che io avrei scritto un libro di 122 sonetti rimati tutti alla stessa maniera senza alcuna caduta di accenti o di ritmi o di endecasillabi se non fossi stato aiutato dal dettaglio tecnico, maturato in decenni di studio. E tu sai come codesto libro fu rifiutato da Bersani allora direttore della bianca di Einaudi perché troppo alto di pensiero, filosofico e lontano dalla medietà della poesia italiana di tutto il Novecento, ma certamente una delle proposte più originali di questi ultimi anni. Aderire ad un Movimento, ad una corrente , a delle direttive imposte da un manifesto può andar bene come spinta iniziale, poi a mio avviso il vero poeta è costretto a tradire, a inventarsi una propria strada. Le scuole i movimenti passano, invecchiano, come le avanguardie i Poeti restano perché esprimono la loro arte usando contemporaneamente, a differenza dei critici , come procedimento cognitivo quello analitico, quello sintetico e quello delle Rivelazioni, e scavando nel proprio mistero di sangue e inconscio, in preda a quel Dàimon ben noto ai Greci, e che in parte gli spagnoli identificano con il Duende.
      Chiedo scusa a Gabriele se stavolta i suoi versi, a differenza di altri, mi siano sembrati non all’altezza. Capita a tutti di scrivere cose buone e cose meno buone, come capita di errare nella lettura, non facendo magari scattare quell’empatia altre volte avuta con lo stesso autore.E il tutto si è giocato sempre nel nome del Reverendo Eliot.
      Un’ultimissima annotazione: Tempo fa un frequentatore dell’Ombra affermò che srivere un sonetto era più facile che non usare il verso libero. Io invitai tutti a scriverne uno ma finora la comparsa dei quattordici versi non è avvenuta.Mi siedo sulla riva del Fiume Giallo e aspetto sperando di incontrare “Il giardino dei sentieri che si biforcano”. Salvatore Martino

  11. Ubaldo de Robertis

    Invito in particolare Flavio Almerighi e Giorgio Linguaglossa a far decantare (il chimico é sempre in agguato) i propri umori conseguenti allo scambio di vedute con scorci cinematografici. Non voglio elencare le infinite volte che in passato l’uno é intervenuto a sostenere il pensiero dell’altro a muoversi con unità di vedute, in sinergia. Non sarà mica questo scambio innocente di battute ad incrinare un sodalizio cosí importante per il blog! E’ buona cosa considerare la storia delle persone, le motivazioni che le spinge giornalmente ad intervenire, fornire un proprio contributo sempre mosse dalla passione per la poesia anche quando scelgono modi curiosi forse anche per sdrammatizzare. Ci conto.
    Ubaldo de Robertis

  12. Caro Ubaldo,
    io non ho umori chimici e non agisco mai su commissione di umori chimici, ma prendo atto degli atti pubblici. Se Flavio Almerighi non si riconosce nella ricerca della rivista, lo deve dire (anzi, a mio avviso con l’inserimento del video, lo ha già detto), allora non resta che tirarne le conseguenze. Si può restare amici e collaboratori anche dall’esterno.

    • Io non ho detto questo, l’inserimento del video non c’entra nulla con questo, non è questione di ricerca, ma di chiarezza, e nella chiarezza di fruizione. Tutto qua.

    • ubaldo de Robertis

      No, Giorgio, il chimico era riferito alla decantazione, una fase che si osserva sempre per far depositare le sostanze sospese in un liquido. Non riguardava l’umore. Il mio invito alla riconciliazione resta. Si va avanti tutti insieme altrimenti che senso ha il blog se ognuno va per la sua strada. Fare il paciere, il francescano non mi è mai piaciuto, ma per te e Flavio sono disposto ad indossare anche il saio.
      Ubaldo de Robertis

  13. Gino Rago

    “Qui quello che si tenta di fare è di rimettere in piedi il pensiero estetico e poetico dopo il sonno degli ultimi 40/50 anni…” afferma Giorgio L. nel precedente commento.
    Sacrosanto. Perché “l’estetica precede l’etica” (Brodskij). Perché l’estetica
    è la base più solida di costruzione di una società civile. Perché l’estetica
    rende più “decente” un essere umano senza bisogno di una legislazione.
    Perché tutte le scelte più importanti della nostra esistenza sono governate
    fondamentalmente dall’estetica.
    La poesia di Mario Gabriele “non fa appello all’emozione” segnala sempre
    Giorgio L.. La quale poesia esige un lettore freddo e distaccato, sì, ma anche consapevole…
    Dunque, il lettore così diventa parte attiva, decisiva verso l’opera che ha di fronte. Si carica di responsabilità, anche etica, verso l’autore…
    E non può più a cuor leggero scaricare sull’autore il peso del “non si fa capire”…
    Registro i consensi e le riserve operanti nei commenti di Ubaldo D.R., di Salvatore M., di Steven G., di Flavio A. Ma ci vuole l’arte delle seta per comprendere che
    se nei versi di Mario Gabriele un dato linguistico certo è l’onomastica, in quelli del Linguaglossa de “La siepe con sopra i lillà”, secondo sempre
    la mia capacità di lettura, è l’aggettivazione cromatica se
    il poeta nei suoi equivalenti ci offre un “prato verde”, una “panchina rossa”,
    una ” siepe lilla’”, una “sedia rossa”, un “sole giallo”?
    E che nella misura e nei motivi del componimento linguaglossiano questi colori così nitidamente proposti fanno un’ aggetivazione cromatica in grado di farsi stato d’animo, paesaggio e presagio sia nell’autore, sia nel lettore?
    Gino Rago

  14. caro Gino,
    io penso che chi ha delle idee, le deve mettere in campo, ciascuno con il proprio linguaggio. Nessuno di noi è un filosofo, e infatti certe lacune di pensiero estetico sono plateali. Io non mi ritengo neanche in grado di surrogare il filosofo che non c’è, non ne ho le qualità ma mi sforzo di colmare questa lacuna. La neoavanguardia aveva un Umberto Eco, noi non abbiamo nessuno e dobbiamo fare da soli. La rivista è una griglia entro la quale può entrare qualsiasi pensiero critico, la sua funzione è quella di risvegliarci da un sonno durato 50 anni. Dopo che in Italia il pensiero poetico si è addormentato per 50 anni, non mi meraviglia che non si sia più abituati a pensare in termini di poetica. Poesia e poetica sono da sempre uniti in un vincolo che i marxisti un tempo chiamavano dialettico. Adesso non si sa più neanche come chiamare questo rapporto, cmq un rapporto ci deve essere in qualche modo e misura…
    Ma se si ritiene di poter scrivere versi senza un pensiero di poetica, beh, che dire? Ciascuno è libero…

  15. Steven Grieco-Rathgeb

    Vivacità, sì, vespaio, no.
    Chi si sente colpito da questa frase (compreso chi lo dice) tragga le sue conseguenze. Il modo migliore di reagire al percepito taunt, alla provocazione, è sicuramente il silenzio, per un po’.
    Eviterei per questo blog il secondo scenario, il vespaio, perché il lettore, anche casuale, se ne dispiace e se ne va.
    Esiste una cosa che si chiama dignità. Questa va salvaguardata come bene prezioso per un forum aperto all’esterno e in cerca dei lettori migliori. Anche di lettori che sono gli altri poeti italiani, non appartenenti al generico modo di pensare di questo blog, e troppo spesso ridicolizzati o comunque sconsiderati su questo blog.
    Si deve comunque continuare a cercare il nuovo nella poesia, e poesia non può vivere a lungo senza poetica.
    Senza per questo necessariamente annunciare l’arrivo di vati e profeti.
    Non sto cercando di accomodare il contenzioso, né di rappacificare i litiganti. Ognuno deve rappacificarsi da sé, con sé.
    Vorrei però continuare a collaborare con l’Ombra delle Parole, postare miei interventi, contribuire con riflessioni nella comment section, sapendo di appartenere ad un gruppo di commentatori che dal di fuori non appare come un nugolo di vespe.
    Sicuramente molti altri la pensano nello stesso modo.

  16. https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/04/05/intervista-a-mario-gabriele-dialogo-tra-mario-gabriele-e-giorgio-linguaglossa-su-alcune-questioni-aperte-la-caduta-delle-grandi-narrazioni-discorso-sulla-dissoluzione-dellorigine-del-fond/comment-page-1/#comment-13085
    Segnalo che nella mia poesia “Una siepe con sopra i lillà” postata recentemente sul blog isoladeipoeti.blogspot.it, un amico poeta che stimo, Ubaldo De Robertis, mi ha fatto notare 23 punti in cui usavo l’articolo indeterminativo e mi suggeriva di cambiare quegli articoli con altrettanti determinativi.
    Dopo una breve riflessione, ho accolto il suggerimento e ho cambiato 22 articoli indeterminativi su 23, soltanto in un caso ho conservato l’articolo indeterminativo. Ora la poesia viaggia molto meglio.
    Ecco, io credo che chi non è capace di accettare le critiche o i suggerimenti a una propria poesia, dimostra di essere un arrogante oltre che un ignorante, per il semplice fatto che non c’è nulla che non possa essere migliorato. Anzi, paradossalmente, cambiando gli articoli con i corrispettivi determinativi, la composizione acquistava in sfumature misteriose e in ambiguità.
    Dunque, grazie a Ubaldo De Robertis che ha avuto il merito di suggerirmi le migliorie. Questo significa lavorare insieme a persone competenti e che si stimano. E questo vorrei che fosse la filosofia della Rivista: un insieme di persone che collaborano a creare qualcosa.

  17. Steven Grieco-Rathgeb

    Yes. And now let’s move on.

  18. Giuseppina Di Leo

    Caro Giorgio, nessuno di noi è filosofo, lo dici tu e figuriamoci se non lo posso dire io, che di filosofia ne so quanto Cappuccetto Rosso ne sapeva del lupo cattivo! E perdona la battuta. Ma, davvero sono convinta come te che occorre cercare di capire.
    Derrida ripeteva che la realtà è molto più complicata di quel che sembra, che compito del filosofo è quello di vedere cosa c’è dietro l’apparente semplicità, agli slogan. Da poeta, Brodsky sosteneva poi che un libro di poesia è la maniera più giusta per formarsi un gusto letterario. Due tesi contrarie? Probabilmente no. Forse la sintesi sarebbe di pensare – e su questo concordo con te – che occorre migliorarsi, studiare, leggere, indagare il pensiero di chi ha scritto di filosofia e storia, di scienza e di poesia.
    Ma oggi è più difficile di ieri capire cosa c’è dietro l’apparenza, di questo mi convinco sempre di più, non tanto perché non ci sia più un Derrida o un Eco, ma perché lo stesso dialogo è difficile per ragioni che constatiamo su noi stessi, problemi quali: mancanza di tempo, superficialità nei rapporti con l’altro; per non dire delle difficoltà che in misura sempre crescente ricadono sul singolo.
    Forse tutto questo non c’entra con il post di Mario Gabriele, o forse sì, dato che l’intervista ha toccato piani diversi del sapere, ma anche del vivere nel presente.
    Una critica che mi sento di fare sul post è proprio quella di aver toccato troppi aspetti, si rischia di perdere – e a me è successo di non seguire più – il filo della questione e di non potersi concentrare sulle poesie, che, per la loro complessità, meritavano, a mio parere, uno spazio tutto loro.
    Un’altra questione che non condivido è l’elegia continua e reiterata di Heidegger, un filosofo, e dunque un uomo di cultura, che avrebbe fatto il suo sacrosanto dovere se avesse preso le distanze dal nazismo, cosa che non ha fatto, e invece ha fornito le basi ‘culturali’ a quegli assassini. Husserl, suo maestro, fu costretto a ritirarsi a vita privata e lasciare l’insegnamento a causa del nazismo, questo andrebbe ricordato.
    Secondo Heidegger «Il linguaggio è la casa dell’essere». MI verrebbe da chiedere: e perché non la bottega o il retrobottega o, ancora, il suo stanzino? E poi che significa che il linguaggio è la casa dell’essere? di quale essere, dell’essere per la morte?
    Partire dalla nascita, non dalla morte, diceva in controcanto Arendt, sua allieva e amante. Anche qui ci vorrebbe una sintesi, e un qualcosa per capire come Arendt abbia accettato di continuare a frequentarlo, anche dopo l’adesione del suo maestro al nazismo. E forse la sintesi è da ricercare in quella ‘irrazionalità’ che contraddistingue l’essere umano.
    Siamo cioè ai ‘frammenti’ di una logica. «Frammenti, solo frammenti», scriveva Pessoa, o meglio, il suo semi-eteronimo Soares, pensiero nel quale mi ritrovo, e credo anche di averlo detto più volte. Un frammento racchiude un secolo nella vita del pensiero, descrive un giro lungo un tempo che non c’è.
    La poesia come forma di questa sostanziale frammentazione del pensiero. Ma, per far questo, anche per poterli esprimere quei frammenti, occorrerebbe mettere in pratica ciò che ci ha suggerito Steven Grieco, ed io lo ringrazio per averlo detto. Perché riappropriarsi del proprio tempo significa (lo è anche per me) ritrovare una propria ‘dimensione’ in poesia, ma anche il presente, in cui e da cui convergono e si dipartono tutte le questioni.

    Naturalmente spero che il dialogo con Flavio Almerighi resti aperto.

  19. raffaele gonzalo

    la camera delle torture di Heidegger

  20. letizia leone

    Pochi giorni fa all’istituto di Studi Germanici alcuni tra i più accreditati filosofi contemporanei riflettevano sull’essenza della poesia, con particolare riferimento all’interpretazione di Holderlin da parte di Heidegger (e concordo con Giuseppina Di Leo che diventa sempre più scomodo ereditare da Heidegger soprattutto dopo la pubblicazione dei “Quaderni Neri” dove l’antisemitismo è stato vergato in bella calligrafia)…L’occasione del dibattito era la ricorrenza della visita a Villa Sciarra di Heidegger che si presentò con il distintivo nazista appuntato sulla giacca: sul tappeto questioni come il valore ontologico della poesia, la sua capacità di destarci dal nostro sonno ontico e molto altro. Questo per dire che mentre i poeti si interrogano e problematizzano sulla valenza filosofica del discorso poetico, i filosofi approdano sulle sponde del pensiero poetante e i fisici chiedono aiuto all’arte per oltrepassare un certo limite epistemologico ( Il Cern di Ginevra ha indetto un concorso per un artista che vada in loco a collaborare) e l’approccio olistico include nel suo vasto orizzonte perfino la tradizione mistica (si pensi alle riflessioni cabalistiche sul linguaggio e alle coincidenze tra teorie cabalistiche dell’universo e fisica teorica…). Premessa necessaria per sottolineare il valore di questo denso dialogo tra Mario Gabriele e Linguaglossa, e non solo ma anche dell’apporto delle molte voci autorevoli che hanno commentato.
    Ho trovato nei testi poetici l’adeguato completamento alla premessa teorica, testi modernissimi, una poesia direi “fenomenologica” che pratica il non-coinvolgimento, le citazioni sono i nuovi dati di coscienza, qui si pratica l’atteggiamento dell’“epoché”, della relazione disinteressata con le cose e con il mondo… La portata innovativa di questa ricerca merita molta attenzione e approfondimento.

    • Gentile Letizia Leone,
      riscontro con molto piacere il suo commento quando accenna al rapporto tra scienza e arte, già iniziato nel 1959 da Charles Percy Snow, e che solo il tempo potrà verificare l’interscambio culturale, con la definitiva caduta delle baronie monoculturali. Un grazie sincero per aver dedicato il suo tempo alla lettura delle domande e delle risposte tra me e Linguaglossa, anche se hanno creato qualche dissenso di alcuni commentatori, mentre altri si sono addentrati, con esperta giurisdizione critica (Steven Grieco, De Robertis, Rago, Di Leo e Linguaglossa), ad una raffinata elencazione di elementi riguardanti diverse categorie. Quanto alle sue indicazioni relative ai miei quattro testi, che anticipano il volume L’erba di Stonehenge in corso di stampa, mi farebbe piacere se le inviassi una copia, e anche agli altri commentatori, qui citati, che hanno apprezzato il carattere evolutivo della mia poesia come da lei accennato. Grazie e cordiali saluti.

  21. https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/04/05/intervista-a-mario-gabriele-dialogo-tra-mario-gabriele-e-giorgio-linguaglossa-su-alcune-questioni-aperte-la-caduta-delle-grandi-narrazioni-discorso-sulla-dissoluzione-dellorigine-del-fond/comment-page-1/#comment-13102
    Vorrei scagliare una freccia in favore della scrittura per «frammenti». Che cosa significa? E perché?

    Innanzitutto, un presente assolutamente presente non esiste se non nella immaginazione dei filosofi assolutistici. Nel presente c’è sempre il non-presente. Ci sono dei varchi, dei vuoti, delle zone d’ombra che noi nella vita quotidiana non percepiamo, ma ci sono, sono identificabili. Così, una scrittura totalmente fonetica non esiste, poiché anche nella scrittura fonetica si danno elementi significanti non fonetizzabili: la punteggiatura, le spaziature, le virgolettature, i corsivi ecc.

    La scrittura per «frammenti» implica l’impiego di una decostruzione riflessiva, la quale nella sua propria essenza, segue il tempo del «Presente» che sfugge di continuo, che si dis-loca. Il dislocante è dunque il «Presente» che si presenta sotto forma del «soggetto» significante (ricordiamoci che per Lacan il soggetto si instaura come rapporto con un significante e l’altro). Ma, appunto, proprio per l’essere una macchinazione significante, il «soggetto» non può mai raggiungere il pieno possesso del «significato».

    In base a queste premesse, una scrittura logologica o logocentrica, non è niente altro che un miraggio, il miraggio dell’Oasi del Presente come cosa identificabile e circoscritta, con il versus che segue il precedente credendo ingenuamente che qui si instauri una «continuità» nel tempo. Questa è una nobile utopia che però non corrisponde al vero.
    Io dico una cosa molto semplice: che l’utilizzazione intensiva ad esempio della punteggiatura produce l’effetto non secondario di interrompere il «flusso continuo» che dà l’illusione del Presente; produce lo spezzettamento del presente, la sua dis-locazione, la sua locomozione nel tempo. Introduce la differenza nel «presente».

    Il non dicibile abita dunque la struttura del «presente», fa sì che vengano in piena visibilità le differenze di senso, gli scarti, le zone d’ombra di cui il «presente» è costituito.

    Alla luce di quanto sopra, se seguiamo l’andatura strofica della poesia di Mario Gabriele, ci accorgeremo di quante interruzioni introdotte dalla punteggiatura ci siano, quante differenze introdotte dalla dis-locazione del discorso poetico, interpretato non più come flusso unitario ma come un immagazzinamento di differenze, di salti, di zone d’ombra, di varchi:

    Nonna Eliodora da giugno era scomparsa.
    Stranamente oggi non ho visto Randall.
    Mia amata, qui scorrono i giorni
    come fossero fiumi e la speranza è così lontana.
    Dimmi solo se a Boston ci sarai,
    se si accendono le luci a Newbury Street.
    Era triste Bobby quando lesse il Day By Day.
    Oh il tuo cadeau, Patsy, nel giorno di Natale!

  22. https://lombradelleparole.wordpress.com/2016/04/05/intervista-a-mario-gabriele-dialogo-tra-mario-gabriele-e-giorgio-linguaglossa-su-alcune-questioni-aperte-la-caduta-delle-grandi-narrazioni-discorso-sulla-dissoluzione-dellorigine-del-fond/comment-page-1/#comment-13106

    La malattia era da tempo un serpente boa.
    Hellen vedeva il mondo a doppia rifrazione.
    Ieri occhi azzurri hanno incontrato la primavera
    e a Greev Village, per fortuna, i crickets cantano ancora.
    Un day Hospital da dimenticare con tutti quei visi
    cui avrebbe fatto bene un po’ di sole.
    Questa volta parleremo chiaro con Buttler
    di non darci più le griffe truccate quando sarà l’ora del viaggio.
    Questo è il secolo che non perdona.
    Si, leggo Eliot e Marlowe e tanti libri di anime pie.
    Il paradiso, se qui c’è, è una conversazione galante
    con Charles e la sorella di Webster.
    Sulla chioma dei pioppi la neve era già sciolta.
    C’era sul comodino un vaso di gigli e di rose scarlatte,
    un abat-jour con lampada Led.
    La voce di Tommy sembrava uno squittio nella stanza
    come di un falco pellegrino. Il Bacio di Klimt stava in biblioteca,
    la sabbia sotto il viso del Caravaggio.
    Uno spleen scendeva sopra le case.
    Rividi l’infanzia, le foto di Hunphry e di Elisabeth
    dopo una notte di sbadigli e di libri slabbrati.
    -Non voglio bruciarti standoti accanto-, confessò Hellen.
    Le accarezzai il viso, le tolsi il fondotinta dermablend.
    Giocavo col pensiero, giocavo
    come i fanciulli del Vieux Chateau finiti nel fango.
    -Ma guarda un po’- disse la volontaria del Saint Club.
    -Anche ieri non ha mangiato. A volte, non respira, dorme.
    Allora Jasmin cominciò a scrivere, a prendere appunti,
    si rivolse al custode del Cielo, ma era chiuso il castello.

    (Testo inedito – Aprile 2016)

  23. Pingback: che cos’è per me la poesia – 1 – mau56f7

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