Edith Dzieduszycka POESIE SCELTE “Come se niente fosse” (Prefazione Paolo Brogi, Fermenti, 2016) Commento di Donato Di Stasi: “Lo splendore del vero”, “Non cerchiamo la poesia, ma la ricerca della poesia”, “Ritorno al pubblico”, “Il fatto-atomo”, “plurivocità monologante”

filosofia Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti

Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti

D’origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo dove compie studi classici. Lavora per 12 anni al Consiglio d’Europa. Nel 1966 ottiene il Secondo Premio per una raccolta di poesie intitolata Ombres (Prix des Poètes de l’Est, organizzato dalla Società dei Poeti e Artisti di Francia con pubblicazione su una antologia ad esso dedicata). In quegli anni alcune sue poesie vengono pubblicate sulla rivista Art et Poésie diretta da Henry Meillant, mentre contemporaneamente disegna, dipinge e realizza collage. La prima mostra e lettura dei suoi testi vengono effettuate al Consiglio d’Europa durante una manifestazione del “Club des Arts” organizzato da lei e alcuni colleghi di quell’organizzazione.
Nel 1968 si trasferisce in Italia, Firenze, Milano, dove si diploma all’Accademia Arti Applicate, poi Roma dove vive attualmente. Oltre alla scrittura, negli anni ’80 riprende la sua ricerca artistica, disegno, collage e fotografia (incoraggiata in quell’ultima attività da Mario Giacomelli e André Verdet), con mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Comincia a scrivere direttamente in italiano.
Ha pubblicato: La Sicilia negli occhi, fotografia, Editori Riuniti, 2004, Diario di un addio, poesia, Passigli Ed., 2007, prefazione di Vittorio Sermonti.  Tu capiresti, fotografia e poesia, Ed. Il Bisonte2007,  L’oltre andare, poesia, Manni Ed., 2008, prefazione di Ugo Ronfani.  Nella notte un treno, poesia bilingue, Ed. Il Salice, 2009, Nodi sul filo, racconti, Manni Ed. 2011.  Lo specchio, romanzo, Felici Ed., 2012.  Desprofondis, poesia, La città e le stelle, 2013,  Lingue e linguacce, poesia, Ginevra Bentivoglio Ed., 2013, A pennello, poesia, Ed. La Vita Felice, 2013, Cellule, poesia bilingue, Passigli Ed., 2014,  Cinque + cinq, poesia bilingue, Genesi Ed., 2014, Incontri e scontri, poesia, Fermenti Ed., 2015,Trivella, Genesi, 2015, Come se niente fosse Fermenti, 2016
Ha curato: Pagine sparse di Michele Dzieduszycki, Ibiskos Ed. Risolo, 2007, prefazioni di Pasquale Chessa, Umberto Giovine e Mario Pirani.  La maison des souffrances, Diario di prigionia di Geneviève de Hody, Ed. du Roure, 2011, prefazione di François-Georges Dreyfus.
roy lichtenstein interior with Built in Bar

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Commento di Donato Di Stasi
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Noi non cerchiamo la poesia, ma la ricerca della poesia (parafrasando Pascal).
Facciamo conto che a un occhio ci sia la passione e all’altro l’ideologia, in proporzioni pressoché pari, per disoccultare ciò che realmente viene sottinteso: il buon senso di cui nessuno scrittore o poeta dovrebbe esserne privo.
Edith Dzieduszycka di buon senso ne profonde a iosa in questa sua ultima fatica letteraria, che assume il carattere ribelle, anarchico, anticonformista, protestatario, arrabbiato, come si conviene a un libro che rinuncia alle comode arcadie floreali e alle scontate consolazioni ombelicali per costruire un sistema di rappresentazioni e di riflessioni dal forte taglio etico. Qui si viaggia sulle rotaie arroventate della cronaca e si incontrano gli eventi italiani e mondiali tra gli anni 1978 e 2015. Le due sezioni, non a caso intitolate Interni e Esterni, si fermano di stazione in stazione, di dolore in dolore, a commemorare i massacri in giro per il pianeta, l’abbattimento delle torri gemelli nel settembre del 2001 (“accasciata montagna/incredulo ground zero”), l’eccidio di soldati italiani a Nassiyria in Iraq nel novembre del 2003, le torture dei prigionieri iracheni a opera dei soldati americani a Abu Grahib nel maggio del 2004, e ancora la tragedia dei migranti per mare a Lampedusa, le malversazioni della politici italiani che certamente non trovano pace nella figura di Grillo-Robespierre (“Peccato che/finora/(…)/faccia giù rotolare/di chi appena accenna/a contestarlo/le teste/che si mettono/in testa/di pensare”, Grillo e Casaleggio).
Il segreto di Come se niente fosse va ravvisato nelle due colonne d’Ercole della credibilità e della leggibilità.
Credibilità a proposito del vero storico e sociale in una nazione come la nostra, dove la manipolazione costante dei fatti e il loro insabbiamento costituiscono una prassi abituale, non ammettendosi come contraltare altro che qualche innocua e querula lagnanza.
Scrittura per vocazione very readable: pochi aggettivi, quelli indispensabili, segno di chi sa tenere a freno la naturale enfasi dei versificatori, i quali tendono a stravolgere in più di un’occasione sentimentalmente il mondo.
Testi dunque compatti da cima a fondo, quadrati, senza sbavature e vanitose oscurità (“Si parlava dell’uno/si menzionava l’altro/erano eroi/d’un eterno conflitto/ A qualcuno/fastidio/dava/la loro grinta/Non potevano/vincere/dovettero/morire”, Attentati a Falcone il 23 maggio 1992 a Borsellino il 19 luglio 1992).
La prevalenza del verso breve (in specie la dominanza del musicale e espressivo settenario), la rapida e precisa scansione delle immagini, la linearità del dettato rispecchiano (quantum sufficit) il bisogno di giungere fin nel sottosuolo dei meccanismi sociali e dell’animo umano per rinvenire una chiave interpretativa che salvi tutti dall’assurdità corrente.
Alle auratiche emissioni liriche si contrappone la riscrittura demistificante e smascherante: la parola poetica viene interrogata in praesentia per sondare i confini del reale, per saggiarne l’oggettivazione. Edith Dzieduszycka trasferisce la poesia nella cronaca e la mette in bilico sul crinale dei riti sociali, dove la folla anonima e anomica si pigia e ondeggia, schiumeggia di desiderio, urla e plaude al populista di turno.
Edith Dzieduszycka Come_se_niente_fosse_Il Villaggio Globale Mediatico è un oceano e ci annega nelle sue onde, provoca ogni sorta di nausea, ci impone fissazioni sbagliate e estraniazioni di ogni genere. Di questi mostruosi rapporti con noi stessi e con gli altri chi ne è consapevole? Prevale quasi sempre la contemplazione affascinata di lustrini e oggetti del desiderio, questo vuol dire che la dilettazione incantata fa agio su ogni tentativo di comprensione e che la subumanità consumatrice non ritiene scandalose le porcherie che si succedono sotto il cielo delle matematiche.
La poesia può svolgere un ruolo liberante proprio oggi che la letteratura e la politica hanno rinunciato all’emancipazione come proprio ruolo specifico.
Non suona peregrino allora porre a documento questo ritorno al pubblico, a uno scrivere in punta di pensiero. Affabulazione e riflessione concorrono a congiungere micro-storia e macrostoria, l’individualità l’universalità che si rendono intelligibili attraverso i fatti che accadono. In particolare Il fatto-atomo esce salvo dal naufragio dell’oblio e si fa memoria: dal magma cominciano a venire fuori molteplici livelli di interpretazione, le parole riacquistano spessore nel senso di fisicità e sonorità, tornano a significare e a rifondare paradigmi di senso.
Il fatto-atomo si serve di parole e le parole pesano, recuperano il centro della scena espressiva attraverso l’eccentricità dello stile (“E per quell’anima /fuggita /per sue sorelle /perse /che vagano sfumate /tra due mondi grigi /esiste da qualche parte /un luogo /sala d’attesa /loft di periferia /dove pazienti /silenziose /viaggio interrotto /ritardato /rifiutato /possono aspettare /forse pretendere /la liberazione /delle loro carcasse /sequestrate?”, Terry Schiavo – Usa. Morta il 31 marzo 2005).
Come se niente fosse ricorre a una plurivocità monologante, vale a dire una sola voce che raccoglie il mandato della comunità silenziosa e parla, assumendo una funzione semiotica progressiva.
I versi di Edith Dzieduszycka marchiano a fuoco con le loro immagini (“la città vomitata/da bocche spalancate/piantata di macerie”), tuttavia al pessimismo troppo abusato e troppo rotondo viene sostituito un pessimismo che sconfina nell’avvenire, che si muove in piena chiarità e indulgenza, quasi che un epico chiarore si possa ancora diffondere sulle città squartate come Sarajevo nei terribili anni della pulizia etnica nell’ex-Jugoslavia (“mentre mani aperte/avrebbero potuto/ forse potrebbero/farla rinascere”).
Edith Dzieduszycka crede nella poesia come forza vitale, tensione, energia, sovrabbondanza di vita, desiderio di mutamento, di innovazione, di divenire etico.
La vecchia poesia che fissa il mondo in forme immutabili è superata.
Mi pare un buon viatico per questo inizio di secolo.
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Nereidi, 17 febbraio 2016, Donato di Stasi
filosofia Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti 1

Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti

Edith Dzieduszycka da “Come se niente fosse” (Fermenti, 2016)

Arduo decidere
un punto di partenza
scegliere un evento
piuttosto che un altro
Arbitrario per forza
non può che essere
in seno alla massa
da cui attingere
A ritrosa nel tempo
certo si può andare
ma da dove scattare
soprattutto da quando?
Quale evento starà
nella storia colpito?
Quale scomparirà
presto dimenticato?

***

Ultima mezzanotte
ben presto scivolata
nelle luci nei botti
della ragione il sonno
Neonato un anno
un altro
ma soltanto più tronfio
chi sa cosa si crede?
Uguale ai precedenti
invece con la pretesa
di essere diverso
di essere speciale
d’aver saltato il fosso
compiuto un grande passo
aprendo così la via
verso un’era nuova.

Capodanno 1999-2000

***

A volte ritornano
certi sassi
che si credono massi
per combattere monti
Li speravi spariti
finalmente sepolti
da muffa polvere
Invece riemergono
indistruttibili
incalliti narcisi
vestigi d’altri tempi
Fingendo di riempire
una missione sacra
salvare la nazione
abbracciare la storia
nelle torbide acque
dell’incredulo stagno
testardi si rituffano
spargendo i loro miasmi.

***

Il rombo cupo
lassù
d’un elicottero
attento a controllare
registrare seguire
le mosse concitate
delle folle oscillanti
laggiù
nelle strade serpenti
le piazze brulicanti
di bandiere brandite
e nani accalcati
dal rabbioso vociare
dallo sguardo cattivo
e pronti intorno a loro
idranti cordoni fumo
braccio pure alzato
a salutare un’alba
imprevedibile.

edith dzieduszycka 1

***

La folla
fa paura
massa compatta
bestia imprevedibile
Si snoda
oscilla
s’inalbera
serpeggia
Banco
branco
gregge
stormo
Urla
canta
osanna
minaccia
Segue la storia
a volte la precede
fa paura
la folla.

***

Da lontane contrade
con cadenza incalzante
ritmo frenetico
come dentro le trappole
sponde della vita
sgorgano
senza freno
sulle infide rotte delle onde
e speranzosi s’avviano
verso lidi che ospitali sperano
invece affondano
disperati gli avanzi
delle nostre disfatte.

***

Corta la coperta
e rapaci le mani
sporca la coscienza
di chi forse ce l’ha
rigide le posizioni
schizzate le pedine
incrociati i veti
vuote le tasche
alta la tensione
vibrante la protesta
strapiene le palle
vicino il baratro
esplosiva la situazione
accorati gli appelli
inestricabili i nodi
lontana la soluzione…

***

Confini e frontiere
appoggiati sul vuoto
invisibili sbarre
di odio scintillanti
scudi trasparenti
indecenti cancelli
qui
lontano
altrove
ma domani chi sa?
Senza gioia
stridente
vi attraversa
qualche grido d’uccello
uno sciame dorato
l’implacabile marcia delle termiti
che voraci rosicchiano
gli oscuri passaporti
di rancori antichi.

***

Tra mezzaluna e croce
irti su fondo stelle
come dentro un frutto
succoso dolce amaro
s’è infiltrato un verme
che sottile
dell’uomo
rosicchia la ragione
scavando gallerie
la sua scia sbavando
in fondo a labirinti
ingombri di macerie
facendoli scontrare
minacciosi straziati
nell’amaro sapore
delle loro sconfitte.

***

Semi multiformi
intolleranti germi
detentrici convinte
d’assolute verità
si pretende
ognuna
quella giusta e buona
perfino l’unica
mentre in verità
i fossati che scava
e le barriere eleva
ammucchiando tabù
divieti dogmi leggi
dividono gli uomini
accaniti a cercare
nelle pieghe tortuose
di opposte coscienze
virtuosi pretesti
per dilaniarsi.

***

Filosofia Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti 2

Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti

Parole impotenti
orrore indignazione
meccanica verbale
formule consumate
esauste abusate
aggrappate
pietose
bende derisorie
ad oscure regie
Flussi dilaganti
immagini offerte
video incessanti
disponibili sempre
per l’occhio universale
gaudente avido
spettatore mai sazio.

***

Le nubi s’interrogano
quando le caccia il vento
sopra muri eretti
al di là le frontiere
Muti sono gli dei
né sfiora i carnai
il loro soffio assente
Ai diversi orizzonti
si alza e mescola
all’urto di tal silenzio
il clamore del mondo
e le voci disperse
a poco a poco spente
si sciolgono sconfitte
nello stupore muto
che copre il fragore.
***

Persona
essere cosciente
o povera cosa scucita
legata solamente
da qualche tubo
fragile filo
a parvenza di vita
Oscena indecenza d’un corpo
mostro di fiera
esibita conchiglia
nella sua impotenza
di leggi legacci ostaggio
dietro ambigue sbarre
implacabile amalgama
scienza in marcia
immutabili credo
Involucro ingozzato
dentro di se ancora
conserva una scintilla?
O soltanto rimane
materia senza anima?
E per quell’anima fuggita
per sue sorelle perse
che vagano sfumate
tra due mondi grigi
esiste da qualche parte
un luogo sala d’attesa loft di periferia
dove pazienti silenziose
viaggio interrotto
ritardato rifiutato
possono aspettare
forse pretendere
la liberazione
delle loro carcasse
sequestrate?

***

Dall’uomo all’uomo
nell’andare del tempo
che si ripete e si rincorre
cadono
rosse
irrefrenabili
le gocce lenti della sua ferocia
Nelle carni alternativamente
scavano solchi profondi
ove deporre
cieco
inesauribile
il seme velenoso
dal quale docili
germineranno cloni.

***

Un tiranno
se ne va
un altro seguirà
Già
se ne ode
il primo vagito
il digrignare
già
l’urto delle mascelle
gli urli
gli strepiti
delle folle stregate.
***
Vetrina mediatica
pornografica
stravaccata
web furia psicopatica
paranò sincopata
pubblico su canapé
mefitiche zaffate
volute avvelenate
sesso e sigari
burka e bikini
petrolio e preghiere
sangue e dollari
voluttà e incenso
verso divinità
sorde cieche
tirate per la manica
ma piuttosto distratte.

Edith Dzieduszycka immagine

Edith Dzieduszycka immagine

***

Terra
te ne freghi
di chi ti sta in groppa
ché se te n’importasse
un segno d’interesse
a volte lo daresti
Semplicemente
indifferente
a tutto quanto sei
patetiche formiche
per te altro non siamo
Ti agiti e tremi
erutti e dilaghi
ci scuoti affoghi bruci
unica reazione
alla nostra impotente
immensa presunzione.

***

Imposture verbali
oggi non si dichiarano
le guerre d’una volta
si lanciano petardi
razzi di Capodanno
non si mandano missili
Orecchie più non sentono
spari crolli né grida
s’alternano denti
stretti ad occhi spenti
per meglio mascherare
occhio per dente
Si organizzano
civili conferenze
con tripudio di tregue
solenni ammonimenti
cortesi intimazioni
condite di sanzioni
Non importa il sangue
conta la faccia
quella
quella soltanto
anche se sporca
non si può perdere.

***

Dalla putrida pancia
dell’umanità
in raffiche oscene
a getto continuo
nauseanti
esplodono
rumorose flatulenze
granate missili
bombe obici
gas e razzi.

***

Gli alberi tremavano
sotto l’ira del vento
gli alberi nel parco
d’essere condannati
già lo sapevano
E aspettavano
dritti contro il cielo
le seghe e le ruspe
e le mani
che avrebbero troncato
i colli ruvidi
tagliato i capelli
fatto colare il sangue
linfa in terra cresciuta
lungo l’arco sapiente delle stagioni
Unendo il loro canto
ultimo canto
al grido di rivolta
salito in mezzo a loro
gli alberi tremavano.

***

Se oltre le parole
vanno
le cose
che succedono
soltanto possono
silenzio
e stupore
esprimere l’angoscia
che ci assale
di fronte all’indicibile.

***

Sull’orizzonte oscuro
dolente
scivola
l’anima delle pietre
assassinate
La raccoglie
e conserva
un’ombra senza testa
che le amava.

***

Posseggono
ancora
qualcosa di umano
a parte le sembianze
quattro fra braccia e gambe
tronco una testa
oppure giungono
da un altro pianeta
da profondità buie
tetre insondabili
ove di notte tornano
per dormire ormai sazi
in bare di cristallo
fino al giorno dopo?

***

Dovevano sbocciare
fiori di libertà
non acqua li ha nutriti
solo sangue sommerse
E di nuovo nel cielo
azzurro
indifferente
sfrecciano rondini
come se niente fosse.

Donato Di Stasi

Donato di Stasi

Donato di Stasi è nato a Genzano di Lucania, ha viaggiato a lungo in Europa Orientale e in America Latina prima di stabilirsi a Roma dove è Dirigente Scolastico del Liceo Scientifico “Vincenzo Pallotti” dal 1999. Ha studiato Filosofia a Firenze, interessandosi in seguito di letteratura, antropologia e teologia. Giornalista diplomato presso l’Istituto Europeo del Design nel 1986, svolge un’intensa attività di critico letterario, organizzando e presiedendo convegni e conferenze a livello nazionale e internazionale.
Ha pubblicato articoli per il Dipartimento di Filologia dell’Università di Bari, per l’Università del Sacro Cuore di Milano e per l’Università Normale di Pisa. In ambito accademico ha insegnato “Storia della Chiesa” presso la Pontificia Università Lateranense. Attualmente collabora con la cattedra di Didattica Generale presso l’Università della Tuscia di Viterbo.
È Consigliere d’Amministrazione della Fondazione Piazzolla, è stato eletto nel Direttivo Nazionale del Sindacato Scrittori. Per la casa editrice Fermenti dirige la collana di scritture sperimentali Minima Verba.
Ha pubblicato «L’oscuro chiarore. Tre percorsi nella poesia di Amelia Rosselli», «II Teatro di Caino. Saggio sulla scrittura barocca di Dario Bellezza» (1996, Fermenti) e la raccolta di poesie «Nel monumento della fine» (1996, Fermenti)

25 commenti

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25 risposte a “Edith Dzieduszycka POESIE SCELTE “Come se niente fosse” (Prefazione Paolo Brogi, Fermenti, 2016) Commento di Donato Di Stasi: “Lo splendore del vero”, “Non cerchiamo la poesia, ma la ricerca della poesia”, “Ritorno al pubblico”, “Il fatto-atomo”, “plurivocità monologante”

  1. Gino Rago

    Se oltre le parole son capaci di andare le cose che succedono,soltanto silenzio e stupore sono in grado di esprimere l’angoscia che ci assale
    di fronte all’indicibile. Basterebbe da sola questa riflessione in versi – così come la riceviamo nella nostra lingua – per attribuire a Edith D., secondo me, un autentico temperamento lirico.
    La nota introduttiva di Donato Di Stasi, colta e perspicua, non lascia dubbi sulla nobiltà del messaggio, sia del critico sia dell’autrice dei versi.
    Gino Rago
    P.S. Sono invece angoscianti il silenzio e la latitanza di Sabino Caronia.
    Perché non abbandona l’eburnea sua torre?
    Perché non mantiene quel che promise allor?

  2. antonio sagredo

    Poesia stringata… come colpi d’accetta questi versi brevi entro cui si succedono gli eventi e nulla viene tralasciato e non solo, come si dice, al caso, ma alla sostanza stessa di cui un evento si nutre, e cioè la registrazione puntuale dell’immediatezza della cronaca… questa si sposa, non con l’enfasi (che viene altamente castigata) ma con una successione ansiogena (che il poeta non riesce a nascondere) pervasa di momenti di alta drammaticità. Come assistere e vedere allo stesso tempo un montaggio sul suo farsi – che esclude l’operatore – poi che l’evento che si vuole descrive e narrare non permette alcun rilassamento e abbandono linguistico. Pare un montaggio freddo e razionale, ma non è così, a cui si assiste, come se non fosse ci fosse una lettura affatto e di conseguenza l’esclusione di un lettore è cosa scontata, ma non è così: è soltanto una serie di visioni-foto già donate al lettore. Il poeta Edith…> (Cvetaeva e Achamatova non volevano essere chiamate poetesse: “in russo poetessa è un termine spregiativo; Nikolàj Zabolockij , il poeta post-futurista, diceva sempre di odiare la poetessa, perché la poetessa è una decadenza della poesia; infatti né Marina Cvetàeva, né Anna Achmàtova si sono chiamate poetesse, ma “poet”: quindi diventar poetessa è un segno di decadenza, di abbassamento, di avvilimento”: Così scrive A. M. Ripellino nel suo Corso su Majakovskij del 1971-72)….> non si smarrisce nel lirismo o nel verso lungo (io che lo uso a perdifiato non mi smarrisco) e crede fermamente che il suo verso asciutto e secco raggiunga la precisione che si è prefissa, e la raggiunge. Le sequenze, i fatti nelle sequenze sono chiari e scanditi per quanto basta, e delineati sono i tempi storici, le epoche e i contrasti, i commenti all’interno sono essenziali… va bene così.

    antonio sagredo
    ———————————–
    A differenza del poeta Edith, ho bisogno di più parole e verso più lungo…
    i fatti hanno luogo a Oriente, nel luogo delle stragi e non più delle palme!

    ——–
    Viaggio a Herat-Vesania

    Mi fermai a una qualsiasi latitudine
    dove la pelle dei bambini è giostra per i cecchini,
    sangue argentino di una novella Morgue.
    Dove il loro canto è agonia del Verbo!
    Macerie è amarlo – amarlo è segno di potere.
    (2002)
    ————-
    Il fuoco dei fosfati, ferro, arsenico e uranio spezzano e torturano ora
    nuove infanzie – come cavie! Voi, vittime una volta, ora siete aguzzini,
    carnefici, boia… Non più figli di una promessa terra! Siete solo serpi!
    Non più l’intelligenza la vostra gloria! Ma un covo di sordidi… codardi!

    (2009)

    • Salvatore Martino

      Certo dolcissimo Sagredo proprio non puoi fare a meno di colpirci con un tuo scritto.la tua fame di te stesso proprio non conosce orizzonti che la possano fermare. Ma forse hai ragione tu in questa continua proposizione della tua “persona”, nell’accezione latina ovviamente. Che tenerezza!. Salvatore Martino

  3. Ergo o Argo

    Ormai ‘sto poeta se ficca in tutti i lati.
    Ogni occasione è bona per i latrati.

    Viaggio a Hera e a Vesnu

    Mi fermai a una qualsiasi pompa di benzina
    dove bambini in giostra rimestano bitume
    sangue nero d’oro d’un obitorio raffinato
    e canto è il grezzo verbo in agonia
    Naphtha d’amore – e l’amore fuoco perenne

  4. Steven Grieco-Rathgeb

    Una poesia scivolosissima. Spesso semplici frammenti di frasi. Per sentirla, bisogna ascoltare molto bene. Perche, appunto, essenzialmente e’ il silenzio che si ascolta qui.

  5. Salvatore Martino

    Avevo già letto le poesie di Edith il cognome lo tralascio troppo difficile da scrivere e lo falserei sicuramente, avevo già letto dicevo senza entusiasmo, poesia così lontana dai miei gusti, e non essendo un critico preposto a oggettivare, mi permetto il lusso di seguire soltanto le mie impressioni, le mie suggestioni. Dopo aver letto lo straordinario lucidissimo, prezioso commento di quel critico che risponde al nome di Donato di Stasi, uno dei pochissimi che ama la poesia e i poeti , al contrario di altri critici poeti anch’essi in prima battuta, e quindi non sempre obiettivi, dopo aver letto dicevo il suo commento, pensavo di affrontare la poesia di Edith sotto una angolazione più consona alla realtà, che mi parlasse in una luce diversa dal precedente incontro. Non è stato così la sua poesia non arriva a toccare nessuna parte vibrante della mia anima, del mio corpo, della mia mente. Tutto mi appare come troppo esplicitato, privo di mistero,di allusioni, dove la cronaca spesso rimane cronaca e il fatto non assurge mai ad evento.Versi propedeutici a qualcosa che dovrà accadere, ma forse è già accaduto senza che io me ne accorgessi, una frammentarietà che mai diviene mosaico, dove il canto è bandito e l’emozione non mi raggiunge nessun livello memorabile. Poesia intellettualistica, nata più dal cervello che dall’addome, al contrario di quanto qui viene detto, quasi sparata a tavolino,, una poesia civile, che spesso mi risulta terribilmente banale.

    “Dalla putrida pancia
    dell’umanità
    in raffiche oscene
    a getto continuo
    nauseanti
    esplodono
    rumorose flatulenze
    granate missili
    bombe obici
    gas e razzi.”

    Sì, e con questo?
    Come siamo lontani dalla magia, dal miracolo poesia!. Salvatore Martino

  6. capisco le rimostranze critiche di Salvatore Martino, credo anche di indovinare i suoi gusti, ma fa bene ad esprimere sempre senza opportunismi il suo pensiero. Io mi limito a dire soltanto che il verso breve o molto breve come quello che usa la Dzieduszycka è, per sua essenza, pericoloso in quanto scivoloso, e scivoloso in quanto molto veloce, non dà il tempo al lettore di averlo letto che già incalza il seguente e l’occhio deve ritornare indietro e ricominciare il lavoro. Ed è noto che il verso breve non ti consente bucce o zeppe, perché lì sarebbero evidentissime. e infatti molti autori furbastri utilizzano un metro medio o medio lungo nella convinzione che le eventuali cadute siano meno visibili. Ed è vero, nel verso lungo o lunghissimo le zeppe e le banalità sono meno visibili, ma ad un occhio esperto o a un lettore intelligente le zeppe restano evidenti.
    La poetessa dal nome impronunciabile invece non ha queste furbizie, impiega il metro breve o brevissimo, punta tutto sulla velocità della lettura:

    Un tiranno
    se ne va
    un altro seguirà
    Già
    se ne ode
    il primo vagito
    il digrignare
    già
    l’urto delle mascelle
    gli urli
    gli strepiti
    delle folle stregate.

    Leggete ad esempio questi versi, la Edith è uno dei pochissimi poeti di mia conoscenza che può fare poesia impegnata senza cadere nell’ovvio e nel banale.

  7. letizia leone

    Una poesia che ammonisce e testimonia questa di Edith D. illuminata dalla sapiente esegesi di Donato di Stasi. Questo verso breve, che a volte diventa brevissimo, a misura di una sola parola-pendolo dalla scansione netta come nella poesia “Folla”, esprime l’esigenza di riportare la poesia verso la dimensione di una comunicazione forte e diretta. Vivere pienamente inseriti nel proprio tempo significa per un poeta anche coglierne vibrazioni e “movimenti” e mi pare che la Edith ci riesca benissimo con i suoi versi piani, scarnificati, molto lontani dai parametri di un’arte contemplativa. Parole svuotate di ogni valenza fonosimbolica che pare non vogliano rischiare cedimenti enfatici e consolatori…

    • Salvatore Martino

      I miei cari amici, che molto stimo, Letizia Leone e Linguaglossa non sono d’accordo con me, anche se in qualche modo Giorgio mi da in parte ragione. quello che tu dici cara Letizia quando parli di comunicazione forte e diretta non mi giustifica che tale comunicazione avvenga con il metro della poesia, piuttosto con quella di una scarna e poco edificante cronaca…Allora meglio un articolo giornalistico scritto bene.E ancora direi piuttosto parole svuotate di ogni riferimento poetico piuttosto che di ogni valenza fonosimbolica. Ma certo sono in minoranza, anche se può darsi che Almerighi la pensi come me, e mi sembra che il suo richiamo al Colonnello Kurtz sia più poesia che non questi versi ripeto assai banali. Solo l’opinione comunque di un vecchio signore catharos e un po’ giansenista, intransigente e radicale, quando non talebano, ma onesto perché sa di non possedere il Verbo. Salvatore Martino

  8. Poesia di aculei sulla pornografia della violenza. Mi torna in mente una frase del Colonnello Kurtz di Apocalypse Now.
    “Noi addestriamo dei giovani a scaricare napalm sulla gente, ma i loro comandanti non gli permettono di scrivere “CAZZO” sui loro aerei perché è osceno.”

  9. Silvana Baroni

    “a volte ritornano sassi che si credono massi per combattere monti”…
    una cronaca asciutta, a forte taglio etico, un ritmo incalzante, a volte quasi impietoso che obbliga il lettore a star lì sul pezzo, impedendogli ogni via di fuga, ogni pressapochismo, ogni apatica disattenzione.
    una poesia che ha da dire, che vuole dire, che s’impone per sterzare da una resa collettiva, da un vissuto d’impotenza generalizzata.

  10. Pasquale Balestriere

    Non capisco come si possa parlare di “poesia scivolosissima” o di “versi scivolosi”, quando siamo di fronte a un linguaggio che inchioda, martella, scolpisce e racchiude, spesso nell’epigrafia di una parola/verso, i lembi o i lacerti di un concetto che, proprio per essere frantumato in tale singolarità verbale, acquista obiettiva consistenza e solidità semantica, isolato com’è dallo spazio bianco. Non c’è, a mio parere, proprio nulla di lùbrico né sotto il profilo fonico-metrico né sotto quello semantico. Semmai è il contrario.
    Tuttavia, personalmente, continuo a nutrire le riserve già in altra circostanza espresse su tale tipo di poesia
    Pasquale Balestriere

  11. Steven Grieco-Rathgeb

    Ripeto “scivolosissima”, perché la maggior parte dei versi della Dzieduscycka sembrano del tutto expendable, sacrificabili. E così il lettore va avanti seguendo il ritmo incalzante, veloce, pensando “abbiamo già capito”, e perde il doppio senso che invece appare dietro le parole. Qua e là gli vengono dei dubbi. E proprio quando si ferma per cogliere quel senso sfuggente (se stesso allo specchio) lì incontra il grande silenzio di oggi. Una perfetta fotografia della nullità dell’Europa dei nostri tempi.
    Per fare questo, la poetessa usa procedimenti simili a quelli che usavano i poeti giapponesi del 17-19 secoli per scrivere i loro haiku.
    Scusate se ho offeso qualcuno con la frase sull’Europa. Comunque c’è sempre speranza.
    Non tutti i versi sono buoni. Pensiamo anche ai maggiori poeti, almeno quelli moderni, che vengono ricordati per un parte esigua della loro produzione. Per esempio, W.B. Yeats ha scritto e scritto e scritto, e solo quando ha raggiunto i 50 anni circa, ha prodotto i suoi capolavori, che sono una ventina di poesie, non di più. Anche Eliot viene soprattutto ricordato per una manciata di poesie. E così Kavafis. E via dicendo.
    Transtroemer ha lasciato, come opera omnia, un libro di un centinaio di poesie in tutto.

  12. Giuseppe Panetta

    Il settenario non è un metro semplice, implica una incalzante proposizione e una velocità di immagini in crescendo: si pensi per esempio a Leopardi, a Manzoni e a Ungaretti, quest’ultimo, per esempio, spezza il settenario, lo nasconde.
    Ora, dal punto di vista puramente metrico, la poeta Dzieduszycka riesce bene, spezza il settenario, in alcuni casi come Ungaretti, in altri, invece, è un fluire di regolare ritmica. Non sempre, però, le immagini rendono bene l’immagine pensata in quanto l’errore, per la materia” grave” trattata, secondo me, si confà più all’endecasillabo, di più ampio respiro.

  13. Pasquale Balestriere

    Evidentemente io e Steven Grieco leggiamo testi diversi. Ma, se ci riferiamo entrambi ai versi sopra riportati della Dzieduszycka, Grieco non ha per nulla giustificato e spiegato con quest’ultimo intervento l’espressione “poesia scivolosissima”,e per due motivi. In primo luogo, perché “la maggior parte dei versi della Dzieduscycka” non sono affatto “del tutto expendable, sacrificabili”, come lui sostiene, possedendo ogni pur minimo elemento della scrittura de quo una sua necessità e insostituibilità sotto il profilo logico e del significato complessivo e finale; in secondo luogo il lettore accorto non va per nulla “avanti seguendo il ritmo incalzante, veloce”, perché il ritmo, qui, non è assolutamente veloce, ma anzi lento, pausato, scandito dal verso breve, dallo spazio bianco e dalle scelte metrico-sintattiche che rallentano vistosamente la lettura.
    Quanto poi al “doppio senso” a proposito dei testi sopra riportati, dico che raramente mi è capitato di imbattermi in testi di così perspicua evidenza, stavo per dire denotati più che connotati.
    E allora? Vogliamo rendere oscuro ciò che l’autrice si è sforzata di mostrarci chiaro? Ovviamente D. conosce gli ordigni del mestiere, ma ne fa un uso assai parco e la sua poesia è pertanto di grande linearità, anche semantica. Perché i suoi mi appaiono, e forse sono, soprattutto versi di denuncia.
    Pasquale Balestriere

  14. Prendo spunto da Steven Grieco-Rathgeb. La poesia potrebbe procedere verso una forma aforistica sino al frammento per approdare al silenzio. Parafrasando Franco Evangelisti: dal silenzio ad una nuova poesia.

  15. Steven Grieco-Rathgeb

    In risposta a P. Balestrieri: evidentemente gli stessi versi si possono leggere in piu’ modi. E penso inoltre che Balestrieri abbia delle buone e plausibili ragioni per dire quello che ha detto. Mi trova in parte d-accordo con lui
    In senso lato, però, rimango del mio avviso.
    Nella poesia moderna – materia scivolosa – le letture e i punti di vista non sono univoci. Le interpretazioni opposte (nel caso di questa poetessa soprattutto) talvolta si toccano.
    Ho già scritto su questo blog, nel mio pezzo “Sulla poesia: la restaurazione della middle class”, come la velocità di arrivo dei concetti-immagine possa essere percepita talvolta come lentissima: “la nostra fruizione di un dato fenomeno, interiore o esterno, non è sempre così immediata; inversamente, la sua immediatezza è talvolta così fulminea da raggiungerci con una sorta di effetto ritardato.”
    Più e’ veloce, più è lento, paradossalmente. O vice versa. Questo per una precisa reazione del lettore: più l’immagine è percepita come “vera”, o “illuminante”, come dir si voglia, più si instaura questo strano meccanismo.
    Gia’ questo fa pensare che i versi della Dzieduscycka nascondano piu’ di quello che mostrano.

  16. Steven Grieco-Rathgeb

    Interessante il commento di Luciano Nanni. Anch’io la penso così. E’ una cosa che potremmo esplorare anche qui sul blog. La poesia ha sue diverse velocità. Nella poesia oggi, il mistero di questa velocità è uno dei momenti più determinanti, io penso.
    Anche per questo rimando al mio pezzo pubblicato su questo blog, nel marzo del 2014, “Sulla poesia: la restaurazione della middle class.”
    Di fronte all’immagine visiva strapotente, la poesia deve fare proprio questo, esplorare il mistero della sua stessa velocità di arrivo al lettore. Secondo me, ne va della stessa vita della poesia come “installazione tri-dimensionale di inchiostro sul foglio bianco.”
    In questo senso non sono del tutto d’accordo, per esempio, con Giorgio Linguaglossa, il quale mi ha detto recentemente che continua a vedere la poesia come serie verticale di linee interrotte sulla pagina.
    Certo, delle volte, ci vuole anche questo. Altre volte ci vuole perfino l’amata fionda-sonetto tradizionale di Salvatore Martino. Ma in genere, penso che la poesia si avvii ad una maggiore libertà, esperienza più interessante per l’occhio che la vede e la legge. Sempre entro i limiti della pagina, immagino… Avete notato come la poesia della Dzieduscycka gioca proprio con questo aspetto visivo della poesia?
    Sono tutte idee, discutibili, opinabili. Ben venga il confronto.
    Una sincera scusa a Pasquale Balesteriere per aver sbagliato a scrivere il suo cognome!

  17. Ricevo da Edith Dzieduszycka e riporto il seguente commento:

    Grazie a tutti gli amici dell’Ombra che hanno preso la pena di scrivere un commento sui miei testi, e in particolare ad Antonio Sagredo che mi ha mandato 3 delle sue notevoli poesie.
    Grazie al Pr. Martino che mi ha condannata in appello – ultima speranza la cassazione! – ma che ha comunque fatto la fatica di leggere fino in fondo.
    Grazie all’editore che ha pubblicato il mio lavoro, ma mi ha sgridata per aver inserito troppe poesie, così “bruciate”; forse ha ragione, sono tante, ma ne rimangono ancora molte nascoste nel libro.
    E sopratutto grazie a Giorgio, per il suo lavoro instancabile e per il suo aiuto preziosissimo nel farci uscire dall’Ombra!

    Posso aggiungere che questo lavoro è partito molti anni fa e proseguito mano a mano – il materiale non venendo mai a mancare – , dettato dalla rabbia ma quasi di più dallo stupore per come si comportano gli uomini, quando ancora scrivevo in francese. Ho poi tradotto i primi testi e soltanto una quindicina di anni fa ho cominciato a “pensarli” direttamente in italiano. Ora sto traducendo vecchie poesie scritte … 50 anni fa circa!

  18. Condivido anch’io il pensiero di Luciano Nanni:

    La poesia potrebbe procedere verso una forma aforistica sino al frammento per approdare al silenzio.

    • Pasquale Balestriere

      La poesia in generale ha mille corpi e mille anime. Uno di questi corpi o di queste anime o, se si vuole, una scuola o tendenza poetica o un singolo poeta – ch’è la stessa cosa- potrebbe anche tentare l’approdo al silenzio. Ma, a mio parere, tale approdo (retroverso) al silenzio è un approdo al nulla; o, al più, approdata al silenzio, la poesia non può essere altro che la ripetizione di un gesto creativo. Da cosa pensate che nasca la poesia se non dal silenzio? Porlo come approdo, come fatto finale significa spegnere la poesia e non, palingeneticamente, rigenerarla, poiché, come ho già scritto, essa nasce già dal silenzio e si fa verbo (non clamore).
      Io penso questo, non so gli altri.
      Pasquale Balestriere

  19. Salvatore Martino

    Caro Nanni Carissimo Linguaglossa codesta affermazione voglio assumerla come boutade. Il resto è davvero silenzio. Confesso che capisco sempre poco di quanto scrive così dottamente Grieco. Troppo complicato per la mia modesta condizione di lettore di età molto avanzata. Salvatore Martino

  20. Giuseppe Panetta

    Se dovessimo prendere per buona la definizione di Nanni dovremmo ammettere che la poesia con il silenzio smetta qualsiasi comunicazione, sbianchi del tutto sulla pagina, ceda definitivamente il Verbo, si annulla.
    Invece, io vorrei scomporre l’affermazione del Nanni dicendo che la forma aforistica sia uno dei molteplici dardi presenti nella faretra della Poesia, così come il frammento, pensiamo ai Crepuscolari e prima ancora a Saffo e ai frammenti ritrovati.
    In pittura, pensiamo alla tecnica del collage, primi del ‘900, pezzi di vario genere messi insieme per formare l’effetto estetico desiderato, fino ad arrivare a Mimmo Rotella. E anche altri, contemporaneissimi, Nunzio Pino, per esempio.
    Riguardo al silenzio mi viene in mente John Cage con 4’33. E cosa è il silenzio? Esiste il silenzio? Esiste il dis-dire quando non si ha nulla da dire, cioè il tacere.
    D’accordo con Balestrieri sul silenzio come gesto creativo e provocatorio aggiungerei (John Cage, appunto in musica), così come il silenzio quale palingenesi e non solo della poesia, ma di tutta l’arte.
    Mi trovo anche d’accordo con Salvatore Martino. Nonostante lo scarto generazionale che intercorre tra noi, io mi ritrovo nella sua visione della Poesia come profondità del sentire e capacità del fare (sentire e fare fanno rumore, altro che silenzio).

  21. Credo che sulla questione del «silenzio» sono state dette tante di quelle cose che non si sa più che cos’è il silenzio. Poniamo da parte il concetto mistico di «silenzio», che non so che cosa sia perché, purtroppo o per fortuna, non sono un mistico, e quindi non posso sapere quale cognizione profonda abbiano i mistici del concetto di «silenzio».
    In linguistica si intende il silenzio come un sistema variabile di rumori di fondo o, anche nel caso che si raggiunga un posto dove non vi sia alcun rumore di fondo come una camera insonorizzata, come il rumore (interno) dell’attività del nostro cervello e come il rumore (interno) del nostro respiro. A stretto rigore concettuale, il silenzio avviene quando moriamo. In quell’istante, esperiamo il silenzio. Ma, appunto, è un istante, quello della morte. Dopo la morte non c’è il «silenzio», semplicemente noi non possiamo saperlo, perché per saperlo occorre essere in vita.

    Il «silenzio» in poesia è, ovviamente, altra cosa. Come lo si raggiunge? Beh, credo che lo si raggiunga per il tramite delle «parole». Soltanto per il tramite della «parole» si può raggiungere il «silenzio». Può sembrare paradossale, ma io la penso così. Del resto noi non conosciamo altra forma di silenzio che quello edificato dalle «parole». Il problema è giungervi, raggiungere il «silenzio delle parole». Ma questo è un problema talmente grande che si può solo abbozzare il punto in questa sede.

  22. Pasquale Balestriere

    Il silenzio è un’assenza/presenza che ciascuno percepisce, interpreta e definisce secondo la propria sensibilità. Non esiste un silenzio assoluto ed univoco nell’esperienza umana. Uno dei pochi che – a quanto mi risulta- ha raggiunto “il silenzio delle parole”, nel senso che ha cucito la bocca alla sua poesia, è stato Rimbaud.
    Io preferisco intendere il silenzio in senso leopardiano: ” Ma sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi, e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo …”. Qui la costruzione dell’immaginario (“io nel pensier mi fingo”) parte comunque da un dato reale: la siepe/barriera scavalcata dalla forza creativa che approda in ambito metafisico. C’è dunque un silenzio “fisico”, immediatamente attingibile con i sensi, e un silenzio metafisico, esito di un processo di astrazione, che è solo intuibile, immaginabile. Il “silenzio delle parole” tiene dell’uno e dell’altro ambito e prelude inevitabilmente al silenzio della poesia. Perché questa, vale la pena di ricordarlo, è innanzitutto verbum, lògos, parola. Appunto.
    Pasquale Balestriere

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