Archivi del giorno: 23 marzo 2016

Edith Dzieduszycka POESIE SCELTE “Come se niente fosse” (Prefazione Paolo Brogi, Fermenti, 2016) Commento di Donato Di Stasi: “Lo splendore del vero”, “Non cerchiamo la poesia, ma la ricerca della poesia”, “Ritorno al pubblico”, “Il fatto-atomo”, “plurivocità monologante”

filosofia Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti

Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti

D’origine francese, Edith de Hody Dzieduszycka nasce a Strasburgo dove compie studi classici. Lavora per 12 anni al Consiglio d’Europa. Nel 1966 ottiene il Secondo Premio per una raccolta di poesie intitolata Ombres (Prix des Poètes de l’Est, organizzato dalla Società dei Poeti e Artisti di Francia con pubblicazione su una antologia ad esso dedicata). In quegli anni alcune sue poesie vengono pubblicate sulla rivista Art et Poésie diretta da Henry Meillant, mentre contemporaneamente disegna, dipinge e realizza collage. La prima mostra e lettura dei suoi testi vengono effettuate al Consiglio d’Europa durante una manifestazione del “Club des Arts” organizzato da lei e alcuni colleghi di quell’organizzazione.
Nel 1968 si trasferisce in Italia, Firenze, Milano, dove si diploma all’Accademia Arti Applicate, poi Roma dove vive attualmente. Oltre alla scrittura, negli anni ’80 riprende la sua ricerca artistica, disegno, collage e fotografia (incoraggiata in quell’ultima attività da Mario Giacomelli e André Verdet), con mostre personali e collettive in Italia e all’estero. Comincia a scrivere direttamente in italiano.
Ha pubblicato: La Sicilia negli occhi, fotografia, Editori Riuniti, 2004, Diario di un addio, poesia, Passigli Ed., 2007, prefazione di Vittorio Sermonti.  Tu capiresti, fotografia e poesia, Ed. Il Bisonte2007,  L’oltre andare, poesia, Manni Ed., 2008, prefazione di Ugo Ronfani.  Nella notte un treno, poesia bilingue, Ed. Il Salice, 2009, Nodi sul filo, racconti, Manni Ed. 2011.  Lo specchio, romanzo, Felici Ed., 2012.  Desprofondis, poesia, La città e le stelle, 2013,  Lingue e linguacce, poesia, Ginevra Bentivoglio Ed., 2013, A pennello, poesia, Ed. La Vita Felice, 2013, Cellule, poesia bilingue, Passigli Ed., 2014,  Cinque + cinq, poesia bilingue, Genesi Ed., 2014, Incontri e scontri, poesia, Fermenti Ed., 2015,Trivella, Genesi, 2015, Come se niente fosse Fermenti, 2016
Ha curato: Pagine sparse di Michele Dzieduszycki, Ibiskos Ed. Risolo, 2007, prefazioni di Pasquale Chessa, Umberto Giovine e Mario Pirani.  La maison des souffrances, Diario di prigionia di Geneviève de Hody, Ed. du Roure, 2011, prefazione di François-Georges Dreyfus.
roy lichtenstein interior with Built in Bar

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Commento di Donato Di Stasi
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Noi non cerchiamo la poesia, ma la ricerca della poesia (parafrasando Pascal).
Facciamo conto che a un occhio ci sia la passione e all’altro l’ideologia, in proporzioni pressoché pari, per disoccultare ciò che realmente viene sottinteso: il buon senso di cui nessuno scrittore o poeta dovrebbe esserne privo.
Edith Dzieduszycka di buon senso ne profonde a iosa in questa sua ultima fatica letteraria, che assume il carattere ribelle, anarchico, anticonformista, protestatario, arrabbiato, come si conviene a un libro che rinuncia alle comode arcadie floreali e alle scontate consolazioni ombelicali per costruire un sistema di rappresentazioni e di riflessioni dal forte taglio etico. Qui si viaggia sulle rotaie arroventate della cronaca e si incontrano gli eventi italiani e mondiali tra gli anni 1978 e 2015. Le due sezioni, non a caso intitolate Interni e Esterni, si fermano di stazione in stazione, di dolore in dolore, a commemorare i massacri in giro per il pianeta, l’abbattimento delle torri gemelli nel settembre del 2001 (“accasciata montagna/incredulo ground zero”), l’eccidio di soldati italiani a Nassiyria in Iraq nel novembre del 2003, le torture dei prigionieri iracheni a opera dei soldati americani a Abu Grahib nel maggio del 2004, e ancora la tragedia dei migranti per mare a Lampedusa, le malversazioni della politici italiani che certamente non trovano pace nella figura di Grillo-Robespierre (“Peccato che/finora/(…)/faccia giù rotolare/di chi appena accenna/a contestarlo/le teste/che si mettono/in testa/di pensare”, Grillo e Casaleggio).
Il segreto di Come se niente fosse va ravvisato nelle due colonne d’Ercole della credibilità e della leggibilità.
Credibilità a proposito del vero storico e sociale in una nazione come la nostra, dove la manipolazione costante dei fatti e il loro insabbiamento costituiscono una prassi abituale, non ammettendosi come contraltare altro che qualche innocua e querula lagnanza.
Scrittura per vocazione very readable: pochi aggettivi, quelli indispensabili, segno di chi sa tenere a freno la naturale enfasi dei versificatori, i quali tendono a stravolgere in più di un’occasione sentimentalmente il mondo.
Testi dunque compatti da cima a fondo, quadrati, senza sbavature e vanitose oscurità (“Si parlava dell’uno/si menzionava l’altro/erano eroi/d’un eterno conflitto/ A qualcuno/fastidio/dava/la loro grinta/Non potevano/vincere/dovettero/morire”, Attentati a Falcone il 23 maggio 1992 a Borsellino il 19 luglio 1992).
La prevalenza del verso breve (in specie la dominanza del musicale e espressivo settenario), la rapida e precisa scansione delle immagini, la linearità del dettato rispecchiano (quantum sufficit) il bisogno di giungere fin nel sottosuolo dei meccanismi sociali e dell’animo umano per rinvenire una chiave interpretativa che salvi tutti dall’assurdità corrente.
Alle auratiche emissioni liriche si contrappone la riscrittura demistificante e smascherante: la parola poetica viene interrogata in praesentia per sondare i confini del reale, per saggiarne l’oggettivazione. Edith Dzieduszycka trasferisce la poesia nella cronaca e la mette in bilico sul crinale dei riti sociali, dove la folla anonima e anomica si pigia e ondeggia, schiumeggia di desiderio, urla e plaude al populista di turno.
Edith Dzieduszycka Come_se_niente_fosse_Il Villaggio Globale Mediatico è un oceano e ci annega nelle sue onde, provoca ogni sorta di nausea, ci impone fissazioni sbagliate e estraniazioni di ogni genere. Di questi mostruosi rapporti con noi stessi e con gli altri chi ne è consapevole? Prevale quasi sempre la contemplazione affascinata di lustrini e oggetti del desiderio, questo vuol dire che la dilettazione incantata fa agio su ogni tentativo di comprensione e che la subumanità consumatrice non ritiene scandalose le porcherie che si succedono sotto il cielo delle matematiche.
La poesia può svolgere un ruolo liberante proprio oggi che la letteratura e la politica hanno rinunciato all’emancipazione come proprio ruolo specifico.
Non suona peregrino allora porre a documento questo ritorno al pubblico, a uno scrivere in punta di pensiero. Affabulazione e riflessione concorrono a congiungere micro-storia e macrostoria, l’individualità l’universalità che si rendono intelligibili attraverso i fatti che accadono. In particolare Il fatto-atomo esce salvo dal naufragio dell’oblio e si fa memoria: dal magma cominciano a venire fuori molteplici livelli di interpretazione, le parole riacquistano spessore nel senso di fisicità e sonorità, tornano a significare e a rifondare paradigmi di senso.
Il fatto-atomo si serve di parole e le parole pesano, recuperano il centro della scena espressiva attraverso l’eccentricità dello stile (“E per quell’anima /fuggita /per sue sorelle /perse /che vagano sfumate /tra due mondi grigi /esiste da qualche parte /un luogo /sala d’attesa /loft di periferia /dove pazienti /silenziose /viaggio interrotto /ritardato /rifiutato /possono aspettare /forse pretendere /la liberazione /delle loro carcasse /sequestrate?”, Terry Schiavo – Usa. Morta il 31 marzo 2005).
Come se niente fosse ricorre a una plurivocità monologante, vale a dire una sola voce che raccoglie il mandato della comunità silenziosa e parla, assumendo una funzione semiotica progressiva.
I versi di Edith Dzieduszycka marchiano a fuoco con le loro immagini (“la città vomitata/da bocche spalancate/piantata di macerie”), tuttavia al pessimismo troppo abusato e troppo rotondo viene sostituito un pessimismo che sconfina nell’avvenire, che si muove in piena chiarità e indulgenza, quasi che un epico chiarore si possa ancora diffondere sulle città squartate come Sarajevo nei terribili anni della pulizia etnica nell’ex-Jugoslavia (“mentre mani aperte/avrebbero potuto/ forse potrebbero/farla rinascere”).
Edith Dzieduszycka crede nella poesia come forza vitale, tensione, energia, sovrabbondanza di vita, desiderio di mutamento, di innovazione, di divenire etico.
La vecchia poesia che fissa il mondo in forme immutabili è superata.
Mi pare un buon viatico per questo inizio di secolo.
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Nereidi, 17 febbraio 2016, Donato di Stasi
filosofia Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti 1

Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti

Edith Dzieduszycka da “Come se niente fosse” (Fermenti, 2016)

Arduo decidere
un punto di partenza
scegliere un evento
piuttosto che un altro
Arbitrario per forza
non può che essere
in seno alla massa
da cui attingere
A ritrosa nel tempo
certo si può andare
ma da dove scattare
soprattutto da quando?
Quale evento starà
nella storia colpito?
Quale scomparirà
presto dimenticato?

***

Ultima mezzanotte
ben presto scivolata
nelle luci nei botti
della ragione il sonno
Neonato un anno
un altro
ma soltanto più tronfio
chi sa cosa si crede?
Uguale ai precedenti
invece con la pretesa
di essere diverso
di essere speciale
d’aver saltato il fosso
compiuto un grande passo
aprendo così la via
verso un’era nuova.

Capodanno 1999-2000

***

A volte ritornano
certi sassi
che si credono massi
per combattere monti
Li speravi spariti
finalmente sepolti
da muffa polvere
Invece riemergono
indistruttibili
incalliti narcisi
vestigi d’altri tempi
Fingendo di riempire
una missione sacra
salvare la nazione
abbracciare la storia
nelle torbide acque
dell’incredulo stagno
testardi si rituffano
spargendo i loro miasmi.

***

Il rombo cupo
lassù
d’un elicottero
attento a controllare
registrare seguire
le mosse concitate
delle folle oscillanti
laggiù
nelle strade serpenti
le piazze brulicanti
di bandiere brandite
e nani accalcati
dal rabbioso vociare
dallo sguardo cattivo
e pronti intorno a loro
idranti cordoni fumo
braccio pure alzato
a salutare un’alba
imprevedibile.

edith dzieduszycka 1

***

La folla
fa paura
massa compatta
bestia imprevedibile
Si snoda
oscilla
s’inalbera
serpeggia
Banco
branco
gregge
stormo
Urla
canta
osanna
minaccia
Segue la storia
a volte la precede
fa paura
la folla.

***

Da lontane contrade
con cadenza incalzante
ritmo frenetico
come dentro le trappole
sponde della vita
sgorgano
senza freno
sulle infide rotte delle onde
e speranzosi s’avviano
verso lidi che ospitali sperano
invece affondano
disperati gli avanzi
delle nostre disfatte.

***

Corta la coperta
e rapaci le mani
sporca la coscienza
di chi forse ce l’ha
rigide le posizioni
schizzate le pedine
incrociati i veti
vuote le tasche
alta la tensione
vibrante la protesta
strapiene le palle
vicino il baratro
esplosiva la situazione
accorati gli appelli
inestricabili i nodi
lontana la soluzione…

***

Confini e frontiere
appoggiati sul vuoto
invisibili sbarre
di odio scintillanti
scudi trasparenti
indecenti cancelli
qui
lontano
altrove
ma domani chi sa?
Senza gioia
stridente
vi attraversa
qualche grido d’uccello
uno sciame dorato
l’implacabile marcia delle termiti
che voraci rosicchiano
gli oscuri passaporti
di rancori antichi.

***

Tra mezzaluna e croce
irti su fondo stelle
come dentro un frutto
succoso dolce amaro
s’è infiltrato un verme
che sottile
dell’uomo
rosicchia la ragione
scavando gallerie
la sua scia sbavando
in fondo a labirinti
ingombri di macerie
facendoli scontrare
minacciosi straziati
nell’amaro sapore
delle loro sconfitte.

***

Semi multiformi
intolleranti germi
detentrici convinte
d’assolute verità
si pretende
ognuna
quella giusta e buona
perfino l’unica
mentre in verità
i fossati che scava
e le barriere eleva
ammucchiando tabù
divieti dogmi leggi
dividono gli uomini
accaniti a cercare
nelle pieghe tortuose
di opposte coscienze
virtuosi pretesti
per dilaniarsi.

***

Filosofia Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti 2

Hamburger Banhof, Berlino, Città trasparenti

Parole impotenti
orrore indignazione
meccanica verbale
formule consumate
esauste abusate
aggrappate
pietose
bende derisorie
ad oscure regie
Flussi dilaganti
immagini offerte
video incessanti
disponibili sempre
per l’occhio universale
gaudente avido
spettatore mai sazio.

***

Le nubi s’interrogano
quando le caccia il vento
sopra muri eretti
al di là le frontiere
Muti sono gli dei
né sfiora i carnai
il loro soffio assente
Ai diversi orizzonti
si alza e mescola
all’urto di tal silenzio
il clamore del mondo
e le voci disperse
a poco a poco spente
si sciolgono sconfitte
nello stupore muto
che copre il fragore.
***

Persona
essere cosciente
o povera cosa scucita
legata solamente
da qualche tubo
fragile filo
a parvenza di vita
Oscena indecenza d’un corpo
mostro di fiera
esibita conchiglia
nella sua impotenza
di leggi legacci ostaggio
dietro ambigue sbarre
implacabile amalgama
scienza in marcia
immutabili credo
Involucro ingozzato
dentro di se ancora
conserva una scintilla?
O soltanto rimane
materia senza anima?
E per quell’anima fuggita
per sue sorelle perse
che vagano sfumate
tra due mondi grigi
esiste da qualche parte
un luogo sala d’attesa loft di periferia
dove pazienti silenziose
viaggio interrotto
ritardato rifiutato
possono aspettare
forse pretendere
la liberazione
delle loro carcasse
sequestrate?

***

Dall’uomo all’uomo
nell’andare del tempo
che si ripete e si rincorre
cadono
rosse
irrefrenabili
le gocce lenti della sua ferocia
Nelle carni alternativamente
scavano solchi profondi
ove deporre
cieco
inesauribile
il seme velenoso
dal quale docili
germineranno cloni.

***

Un tiranno
se ne va
un altro seguirà
Già
se ne ode
il primo vagito
il digrignare
già
l’urto delle mascelle
gli urli
gli strepiti
delle folle stregate.
***
Vetrina mediatica
pornografica
stravaccata
web furia psicopatica
paranò sincopata
pubblico su canapé
mefitiche zaffate
volute avvelenate
sesso e sigari
burka e bikini
petrolio e preghiere
sangue e dollari
voluttà e incenso
verso divinità
sorde cieche
tirate per la manica
ma piuttosto distratte.

Edith Dzieduszycka immagine

Edith Dzieduszycka immagine

***

Terra
te ne freghi
di chi ti sta in groppa
ché se te n’importasse
un segno d’interesse
a volte lo daresti
Semplicemente
indifferente
a tutto quanto sei
patetiche formiche
per te altro non siamo
Ti agiti e tremi
erutti e dilaghi
ci scuoti affoghi bruci
unica reazione
alla nostra impotente
immensa presunzione.

***

Imposture verbali
oggi non si dichiarano
le guerre d’una volta
si lanciano petardi
razzi di Capodanno
non si mandano missili
Orecchie più non sentono
spari crolli né grida
s’alternano denti
stretti ad occhi spenti
per meglio mascherare
occhio per dente
Si organizzano
civili conferenze
con tripudio di tregue
solenni ammonimenti
cortesi intimazioni
condite di sanzioni
Non importa il sangue
conta la faccia
quella
quella soltanto
anche se sporca
non si può perdere.

***

Dalla putrida pancia
dell’umanità
in raffiche oscene
a getto continuo
nauseanti
esplodono
rumorose flatulenze
granate missili
bombe obici
gas e razzi.

***

Gli alberi tremavano
sotto l’ira del vento
gli alberi nel parco
d’essere condannati
già lo sapevano
E aspettavano
dritti contro il cielo
le seghe e le ruspe
e le mani
che avrebbero troncato
i colli ruvidi
tagliato i capelli
fatto colare il sangue
linfa in terra cresciuta
lungo l’arco sapiente delle stagioni
Unendo il loro canto
ultimo canto
al grido di rivolta
salito in mezzo a loro
gli alberi tremavano.

***

Se oltre le parole
vanno
le cose
che succedono
soltanto possono
silenzio
e stupore
esprimere l’angoscia
che ci assale
di fronte all’indicibile.

***

Sull’orizzonte oscuro
dolente
scivola
l’anima delle pietre
assassinate
La raccoglie
e conserva
un’ombra senza testa
che le amava.

***

Posseggono
ancora
qualcosa di umano
a parte le sembianze
quattro fra braccia e gambe
tronco una testa
oppure giungono
da un altro pianeta
da profondità buie
tetre insondabili
ove di notte tornano
per dormire ormai sazi
in bare di cristallo
fino al giorno dopo?

***

Dovevano sbocciare
fiori di libertà
non acqua li ha nutriti
solo sangue sommerse
E di nuovo nel cielo
azzurro
indifferente
sfrecciano rondini
come se niente fosse.

Donato Di Stasi

Donato di Stasi

Donato di Stasi è nato a Genzano di Lucania, ha viaggiato a lungo in Europa Orientale e in America Latina prima di stabilirsi a Roma dove è Dirigente Scolastico del Liceo Scientifico “Vincenzo Pallotti” dal 1999. Ha studiato Filosofia a Firenze, interessandosi in seguito di letteratura, antropologia e teologia. Giornalista diplomato presso l’Istituto Europeo del Design nel 1986, svolge un’intensa attività di critico letterario, organizzando e presiedendo convegni e conferenze a livello nazionale e internazionale.
Ha pubblicato articoli per il Dipartimento di Filologia dell’Università di Bari, per l’Università del Sacro Cuore di Milano e per l’Università Normale di Pisa. In ambito accademico ha insegnato “Storia della Chiesa” presso la Pontificia Università Lateranense. Attualmente collabora con la cattedra di Didattica Generale presso l’Università della Tuscia di Viterbo.
È Consigliere d’Amministrazione della Fondazione Piazzolla, è stato eletto nel Direttivo Nazionale del Sindacato Scrittori. Per la casa editrice Fermenti dirige la collana di scritture sperimentali Minima Verba.
Ha pubblicato «L’oscuro chiarore. Tre percorsi nella poesia di Amelia Rosselli», «II Teatro di Caino. Saggio sulla scrittura barocca di Dario Bellezza» (1996, Fermenti) e la raccolta di poesie «Nel monumento della fine» (1996, Fermenti)

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