Solomon Volkov “Dialoghi con Josif Brodskij” (Lietocolle, 2016 pp. 422 € 20) estratto delle affermazioni di Brodskij con una sua poesia “Odisseo a Telemaco”, traduzione di Galina Dobrynina e postilla di Giorgio Linguaglossa

iosif Brodskij DiscoveryÈ vero: come scrive Serena Vitale, il genere dell’intervista costituisce, dopo la poesia e la saggistica, «la terza forma letteraria in cui Brodskij si espresse». Di qui l’idea di raccogliere tutte le interviste che il poeta russo (premio Nobel 1987) concesse a Solomon Volkov, il suo vero maieuta. Dialoghi maieutici dunque, conversazioni a metà tra il pubblico e il privato, tra il serio e il semiserio e il faceto, con quel pizzico di civettuosità e di umano che fanno di questi dialoghi una forma di letteratura viva e vitale. Ritengo che si impara più dalla lettura di questi dialoghi che non da una intera sessione universitaria sulla poesia moderna. «In questi Dialoghi, raccolti da Solomon Volkov nell’arco di quindici anni, Iosif Brodskij racconta la sua infanzia in una Leningrado devastata dalla guerra, l’avventurosa vita di poeta clandestino. Capitoli speciali di ricordi, sono dedicati ai poeti mentori di Brodskij: Auden, Achmatova, Frost e Cvetaeva e alle loro influenza sulla formazione del giovane poeta, che nel 1987 è insignito del Premio Nobel. Pubblicato in America nel 1998, tradotto successivamente in molte lingue, dopo un “pellegrinaggio” di 17 anni il libro per la prima volta appare in Italia a cura di LietoColle» (dalla nota di diffusione di LietoColle). 

(Giorgio Linguaglossa)

Iosif brodskij 5

Josif Brodskij a Venezia

INTERVISTA

Brodskij: …Quante sciocchezze ho scritto! Se in Russia avessi avuto la possibilità di pubblicare tutto quello che mi passava per la testa sarebbe stato un completo disastro. Quindi, in qualche modo, devo essere grato per tutti gli ostacoli frapposti dalla censura in patria. Meno male che esisteva la censura!
.
Brodskij: Ho iniziato a scrivere poesie per una semplice ragione: ti dà un’accelerazione straordinaria. Quando si scrive una poesia, vengono in mente cose che in fondo non sarebbero dovute emergere. Ecco perché ci si deve impegnare nella letteratura. L’ideale sarebbe che lo facessero tutti. È una necessità della specie, biologica, il dovere di un individuo verso se stesso, verso il suo DNA… in ogni caso, bisognerebbe parlare non tanto del dovere del poeta verso la società, quanto del dovere della società verso il poeta o lo scrittore. Ovvero, la società dovrebbe semplicemente ascoltare il poeta e cercare di imitarlo; non proprio seguirlo, ma imitarlo. Ad esempio, non ripetere ciò che è stato già detto una volta… Nei bei tempi andati era proprio così: la letteratura forniva alla società delle norme, dei modelli linguistici, e la società di adottava. Ma oggi, non si sa come, scopriamo che la letteratura si deve sottomettere alle norme imposte dalla società
.
Brodskij: Posso paragonare l’influenza di Auden a quella di Achmatova; lei, infatti, e soprattutto i suoi principi etici mi avevano influenzato più o meno allo stesso modo; e non poteva essere altrimenti, dato che a quei tempi ero un ragazzetto completamente ignorante. Con Achmatova, anche se non avevi mai sentito parlare di cristianesimo potevi fartene un’idea. Era questa la sua influenza, prima di tutto umana. Capivi che non avevi a che fare con un homo sapiens, o perlomeno non solo con un sapiens, ma con un homo dei, no? le dovrei fare tre nomi: Anna Andreevna, Auden e Robert Lowell.
.
Di Auden nel 1937 ho letto tutto quello che si poteva trovare in giro. Ci si poteva procurare, ad esempio, l’antologia della nuova poesia inglese, pubblicata nel 1937… Per quello che ne so, tutti i traduttori di questa antologia sono stati fucilati o imprigionati. Ne sono sopravvissuti pochissimi… È stata appunto questa antologia la fonte principale dei miei giudizi su Auden. la qualità delle traduzioni era orrenda, naturalmente, ma allora l’inglese io non lo sapevo, e così mi limitavo appena a ricostruire e analizzare qualche frase. Pertanto, le mie impressioni su Auden non potevano che essere approssimative, come le traduzioni del resto; un po’ mi ci raccapezzavo, ma non del tutto. ma più andavo avanti e più imparavo. A partire dal 1964 circa, mi sono messo a leggere Auden con regolarità, quando riuscivo a trovarlo, decifrandolo riga per riga, e verso la fine degli anni Sessanta ho cominciato a capirci qualcosa. e finalmente ho capito – e come potevo non capire- non tanto la sua poetica quanto la sua metrica. Cioè, la sua poetica è nella metrica, è in quello che in russo si chiama dol’nik, nel verso tonico, un verso disciplinato, molto ben organizzato, con all’interno la sua magnifica cesura da esametro. E quel tocco ironico. Non so neanche da dove venisse. Questo elemento ironico non è nemmeno un merito particolare di Auden, ma piuttosto della lingua inglese. E poi quella tecnica della reticenza tipicamente inglese. Insomma, Auden mi piaceva sempre di più. Alcune delle mie poesie le ho scritte sotto la sua influenza (nessuno potrà mai capirlo, grazie a Dio); Fine della Belle Époque, Canzone dell’innocenza e anche dell’esperienza, poi Lettera al generale (perlomeno fino a un certo punto), ed altre poesie. Tutte con lo stesso ritmo un po’ rilassato. A quei tempi mi piacevano soprattutto due poeti: Auden e Louis MacNeice, e anche adesso mi sono estremamente cari; semplicemente, leggerli è una cosa interessantissima… Soprattutto amavo una poesia di Auden, la sua Lettera a Lord Byron, avevo lavorato duro per tradurla, ed era diventata il mio antidoto contro qualsiasi forma di demagogia. Quando ero al limite e stavo per crollare, leggevo questa poesia. Il lettore russo potrebbe apprezzare Auden perché, in apparenza, è tradizionale. Cioè, Auden utilizza la struttura formale della stanza con tutti i suoi annessi e connessi, ma è come se della strofa non se ne accorgesse nemmeno. Dopo di lui, credo che nessuno abbia scritto delle sestine così belle. Cyril Connoly, suo contemporaneo, critico e scrittore meraviglioso, una volta ha detto che Auden è stato l’ultimo poeta della generazione degli anni trenta le cui poesie si potevano ricordare a memoria. Auden è unico, e per me rappresenta uno dei fenomeni più significativi della poesia mondiale. Mi concedo una dichiarazione sconvolgente: ad eccezione di Cvetaeva, Auden mi è più caro di tutti gli altri poeti.
.
iosif brodskij sulla scrivaniaBrodskij: [parlando di vari poeti russi del primo Novecento]…un colosso come Chodasevic se li mette tutti sotto i piedi… Ma se parliamo del fatto che, alla fine del secolo, tutto nella scena culturale andrà al suo posto, beh, allora dico che nessuno dovrebbe preoccuparsi, perché è il tempo stesso che sistemerà le cose, con o senza la cortina di ferro. È la legge di conservazione dell’energia: l’energia rilasciata nel mondo non scompare senza lasciare traccia, indipendentemente dall’isolamento politico o culturale. E se per caso questa energia ha anche una certa qualità, allora non c’è assolutamente nulla di cui preoccuparsi. Sbagliano i poeti che si abbandonano al Weltschmertz [dolore cosmico] perché non vengono pubblicati, dovrebbero solo preoccuparsi della qualità di quello che stanno facendo. Perché se c’è qualità, prima o poi le cose si sistemeranno da sole… Quindi nessuno verrà dimenticato, ognuno avrà il suo posto. I geni sconosciuti non esistono, è solo una mitologia ereditata dal XIX secolo…
.
Brodskij: Devo dire che, nonostante tutto, trovo Evtušenko più simpatico di Voznešenskij. Dal mio punto di vista, che non è certo inattaccabile, il russo di Evtuch è senz’altro migliore. Beh, in fondo che cos’è Evtuch? È una fabbrica che produce solo se stesso, e non ne fa un segreto. In questo è assolutamente onesto, a differenza di Voznešenskij, che si presenta come poète maudit
.
Brodskij: Nella mente di Pietro il Grande c’erano due direzioni: il Nord e l’Ovest. Nient’altro. L’Oriente non lo interessava. Non gli interessava neppure il Sud (forse solo come categoria geografica). Era un uomo che ha trascorso una buona metà della sua vita a dialogare con l’Occidente e con il Settentrione, viaggiando, combattendo. Ecco in quali direzioni andava, e probabilmente, nella sua testa, esse erano la strada per l’assoluto, proprio perché era prima di tutto un sovrano, un essere politico, e non una sorta di demiurgo o un erede della romanità…
.
Josif Brodskij e VeneziaBrodskij: Alcuni pensano che se una città ha avuto un inizio deve pure avere una fine, e che, a differenza di Roma o Parigi, San Pietroburgo, è, come dicono alle corse, una città “decisa a tavolino”. Cioè, le altre capitali si sono sviluppate in modo naturale e spontaneo, mentre la costruzione di San Pietroburgo è stata predefinita in anticipo. Questa definizione di San Pietroburgo come città “decisa a tavolino” mi sembra una parafrasi moderna delle parole di Dostoevskij: Pietroburgo è il luogo “più astratto e premeditato” del mondo… Naturalmente è innegabile che a un certo punto essa sia scivolata nel provincialismo…
.
Brodskij: La Russia di oggi è un paese diverso, è totalmente un altro mondo. E trovarsi lì da turista è assolutamente pazzesco. Poi, di solito, ovunque tu vada, sei sempre mosso da una necessità interiore od esteriore. E io, francamente, nei confronti della Russia non ho più né l’una né l’altra. In realtà viaggiare, non è andare in un posto, è andarsene da qualcosa… Per me la vita è un continuo allontanarmi da qualcosa… A questo proposito l’Achmatova diceva una frase, che io amo molto. era pressappoco così: “L’assenza è il rimedio migliore contro l’oblio, mentre il modo migliore per dimenticare per sempre è vedere ogni giorno”.
.
Brodskij: I miei primi libri li ha curati Lev Losev e non avrebbero dovuto essere due, ma uno solo. L’editore però ha deciso di pubblicarne due, per guadagnare più soldi: Fine della Belle Époque (le poesie dal 1964 al 1971) e Parte del discorso (1972-1976). Bene, su questo potevo anche essere d’accordo, perché il 1972 era diventato una sorta di confine, o almeno, il simbolo di una frontiera, quella dell’unione Sovietica, no? In ogni caso non era un confine psicologico. È vero, in quell’anno mi sono trasferito da un impero all’altro; tuttavia, non vedo confini psicologici nelle mie poesie di quel periodo, anche se penso che con la poesia Il Tamigi a Chelsea, scritta nel ’74, inizi una poetica diversa, una serie di versi differenti dai precedenti… Ma anche qui, ci si accorge di una poetica diversa solo quando i versi si trovano vicino a quelli che li hanno preceduti, a quelli che, in un certo senso, hanno preparato questo cambiamento, che ne hanno segnato il declino o, come si dice, l’esalazione dell’ultimo respiro. Solo così ci si accorge che è un’altra cosa. Quindi, non capisco con che criterio si debba dividere il tutto in capitoli e libri differenti e perché sia necessario operare questa divisione. Lasciamo pure che tutto segua il suo corso, come la vita, più o meno.
.
Brodskij: Io non mi pongo al di sopra del lettore, così come, ovviamente, non mi pongo al di sotto… non mi sono mai considerato un autore, parola d’onore! Anche se forse queste parole, ora che le ho pronunciate, potrebbero essere prese per civetteria. In realtà per tutta la vita – questa è la cosa importante – mi sono sempre considerato prima di tutto come una sorta di unità metafisica, no? Mi sono sempre interessato soprattutto a ciò che avviene alla persona, all’individuo sul piano metafisico. Le poesie, di fatto, sono un prodotto secondario, nonostante si pensi sempre il contrario […] Quand’è che il poeta redige un libro? Quando può permettersi di farlo? Quando non scrive poesie. Ma quando non riesci a scrivere, vai fuori di testa, diventi una belva, e te la prendi soprattutto con te stesso. Quando non riesci a scrivere pensi che la vita sia finita.
.
josif brodskijBrodskij: [Nuove stanze per Augusta], si tratta di una raccolta di poesie scritte nell’arco di vent’anni e rivolte ad un unico destinatario. In una certa misura, è la cosa più importante della mia vita. Mentre ci lavoravo avevo deciso che nessun’altro, nemmeno il più capace, avrebbe dovuto metterci le mani, e che sarebbe stato meglio se me ne fossi occupato io, tanto più che se non l’avessi fatto io, chissà che disastro avrebbero combinato gli altri! Poi, durante una conversazione con Lev Losev, ho avuto come un’illuminazione: ho riguardato tutti quei versi e all’improvviso mi sono reso conto che, magicamente, formavano una storia. E mi sembra che alla fine Nuove stanze per Augusta possa essere letta come un’opera a se stante. Purtroppo non ho scritto la Divina Commedia, e, a quanto pare, non la scriverò mai. Ma il risultato è stato un libro di poesia con l’intreccio tipico delle opere in prosa.
.
Brodskij: Viviamo in una società che impazzisce per l’idea della cultura come prodotto, e perciò chiede continuamente libri, libri e ancora libri. Questo giochetto ha condotto la cultura a un punto morto: la verità è che quando scrivi non hai la minima idea di chi leggerà i tuoi scritti, di chi sarà in grado di capirci qualcosa. Capiranno? O non capiranno? Ed è così che dev’essere!
.
Brodskij: Per come adesso va la mia vita non credo proprio che scriverò grandi opere, e che il lettore le leggerà […] Non so, magari, se Dio vuole, in futuro scriverò qualcosa di simile a Per il tempo presente di Auden. Come sa, non dipende da me, si scrive seguendo lo sviluppo della propria prosodia, e non perché si ha qualcosa da dire. Lei non ignora che il linguaggio impone una sua dittatura: ed è così che le parole cominciano a intonarsi l’una all’altra, a suonare… Non lo so, forse anche la mia prosodia si trasformerà in qualcosa di epico… D’altra parte, Montale, tanto per fare un esempio, non ha scritto niente di epico, così come Eliot, anche se lui forse non è uno da prendere come modello; anche Yates non ci ha lasciato nessun poeta epico.
josif-brodskij La guerra di Troia è finita Chi ha vinto non ricordo

josif-brodskij La guerra di Troia è finita Chi ha vinto non ricordo

 Iosif Brodskij

Odisseo a Telemaco

Telemaco mio,
la guerra di Troia è finita.
Chi ha vinto non ricordo.
Probabilmente i greci: tanti morti
fuori di casa sanno spargere
i greci solamente. Ma la strada
di casa è risultata troppo lunga.
Dilatava lo spazio Poseidone
mentre laggiù noi perdevamo il tempo.
Non so dove mi trovo, ho innanzi un’isola
brutta, baracche, arbusti, porci e un parco
trasandato e dei sassi e una regina.
Le isole, se viaggi tanto a lungo,
si somigliano tutte, mio Telemaco:
si svia il cervello, contando le onde,
lacrima l’occhio – l’orizzonte è un bruscolo -,
la carne acquatica tura l’udito.
Com’è finita la guerra di Troia
io non so più e non so più la tua età.
Cresci Telemaco. Solo gli Dei
sanno se mai ci rivedremo ancora.
Ma certo non sei più quel pargoletto
davanti al quale io trattenni i buoi.
Vivremmo insieme, senza Palamede.
Ma forse ha fatto bene: senza me
dai tormenti di Edipo tu sei libero,
e sono puri i tuoi sogni, Telemaco.

(1972, traduzione di Giovanni Buttafava)

ОДИССЕЙ ТЕЛЕМАКУ

Мой Tелемак,
Tроянская война
окончена. Кто победил – не помню.
Должно быть, греки: столько мертвецов
вне дома бросить могут только греки…
И все-таки ведущая домой
дорога оказалась слишком длинной,
как будто Посейдон, пока мы там
теряли время, растянул пространство.
Мне неизвестно, где я нахожусь,
что предо мной. Какой-то грязный остров,
кусты, постройки, хрюканье свиней,
заросший сад, какая-то царица,
трава да камни… Милый Телемак,
все острова похожи друг на друга,
когда так долго странствуешь; и мозг
уже сбивается, считая волны,
глаз, засоренный горизонтом, плачет,
и водяное мясо застит слух.
Не помню я, чем кончилась война,
и сколько лет тебе сейчас, не помню.
Расти большой, мой Телемак, расти.
Лишь боги знают, свидимся ли снова.
Ты и сейчас уже не тот младенец,
перед которым я сдержал быков.
Когда б не Паламед, мы жили вместе.
Но может быть и прав он: без меня
ты от страстей Эдиповых избавлен,
и сны твои, мой Телемак, безгрешны.

Postilla di Giorgio Linguaglossa

giorgio linguaglossa

caro Gino Rago,
io colgo in questa straordinaria poesia di Brodskij lo spirito e la consapevolezza di un esule dalla grande patria, un quasi disertore, uno di coloro che si sono ritirati, che non hanno preso parte alla guerra, alla prima grande guerra imperialistica della storia dell’Occidente. E’ una riflessione di altissima profondità e attualità, con quell’accenno al figlio Telemaco liberato dal complesso di Edipo e dalla paura di Edipo. Edipo in quanto responsabile di tutte le guerre. Il padre. Il totem. L’Odisseo di Brodskij ha imparato tanto dalla guerra: che lui è soltanto un figlio di quella cultura che lo ha formato e prodotto. Che siamo tutti figli di quella cultura, nel bene e nel male, che non c’è via di scampo, che non puoi uscire dalla cultura che tu respiri e dalla lingua che parli. L’Odisseo di Brodskij è giunto in prossimità del nichilismo, e del relativismo, anzi, ha attraversato il nichilismo, come soltanto una guerra, un grande bagno di sangue ti può concedere di esperire.
Io leggerei questa poesia-chiave nel segno della nostra cultura di oggi, giunti al Tramonto dell’Occidente, ci volgiamo all’indietro a considerare i nostri progenitori: In primis Odisseo, il nostro progenitore, l’astuto inventore del terribile tranello che porrà fine alla guerra: quel cavallo di Troia, congegno simile alla bomba atomica, per quell’epoca. Brodskij legge, in questa formidabile poesia, la storia a ritroso dal punto di vista di un uomo giunto alla soglia del Tramonto dell’Occidente, un uomo che si rivolge al figlio, che nel frattempo sarà cresciuto e sarà diventato un altro uomo. Questo Odisseo problematico di Brodskij è una poesia-totem, una poesia delle poesie. Una poesia che chiude il ciclo di una civiltà. E chi non lo capisce, mi chiedo che cosa potrà capire mai di questa poesia, così desolatamente profonda e sconfinata. Brodskij non accusa Odisseo, anzi, lo assolve. Come Odisseo libera il giovane Telemaco dalla paura del padre-totem. Così sarà libero, libero di essere uomo di un altro tipo e potrà fondare un nuovo mondo, una nuova umanità.
Una poesia profondissima e amara. Amara per quelle verità che reca con sé.

Io, nel mio tentativo di rifare una poesia di Odisseo a Telemaco, mi sono messo sulla stessa onda d’urto del pensiero brodskijano, dal punto di vista di un uomo (Odisseo) che ha capito che forse ha sbagliato tutto, e che trova il coraggio di scriverlo al figlio, Telemaco, che intanto è cresciuto ed è diventato uomo su una isoletta nello sperduto mare.

Annunci

44 commenti

Archiviato in intervista, poesia russa del Novecento, Senza categoria

44 risposte a “Solomon Volkov “Dialoghi con Josif Brodskij” (Lietocolle, 2016 pp. 422 € 20) estratto delle affermazioni di Brodskij con una sua poesia “Odisseo a Telemaco”, traduzione di Galina Dobrynina e postilla di Giorgio Linguaglossa

  1. In occasione di un’intervista rilasciata al Il Giornale, il critico letterario Alfonso Berardinelli ha esposto le sue perplessità e teorie circa la condizione della letteratura degli anni Duemila e la sua fruibilità. Si è espresso inoltre in merito all’impossibilità dell’esistenza di classici contemporanei.

    In prossimità dell’uscita del nuovo romanzo, Discorso sul romanzo moderno. Da Cervantes al Novecento, prevista il 19 maggio, il critico ha dichiarato che “della letteratura è rimasto soltanto il nome. È l’ora dei velleitari, specie in poesia”.

    La letteratura oggi vive una situazione paradossale in quanto la critica ha perso il ruolo trainante e militante che le era proprio. Si è cioè svuotata della peculiare funzione selettiva e valutativa lasciando spazio all’editoria che ha assunto, invece, una funzione promozionale.

    “Se l’editoria si rifiutasse di pubblicare almeno i due terzi di quello che pubblica, si riuscirebbe a fare un po’ di chiarezza”. Si è in altre parole verificato uno svuotamento intellettuale nel panorama editoriale contemporaneo, un declassamento della poesia e della narrativa denunciato da Berardinelli.

    Oggi i grandi scrittori vengono pubblicati da piccole case editrici, mentre quelli di scarso valore trovano posto negli scaffali delle case editrici più accreditate.

    Il lettore medio non ha più le facoltà per scegliere e comprendere di cosa parla un libro. Molti e disparati sono i generi e gli autori e scegliere è questione d’istinto. Quest’ultimo necessita inevitabilmente di una base culturale, ma purtroppo, constata il critico, “da solo il lettore non capisce che sapore ha un libro”. Ecco che vediamo applicate a questo le stesse strategie di marketing adoperate per qualsiasi altro prodotto commerciale. Il romanzo viene quindi servito con tanto di etichetta: “romanzo-storico”, “romanzo-erotico”, “romanzo-giallo” e così via.

    “La critica da anni non è più in grado di mettere ordine nei fenomeni letterari”, asserisce Berardinelli. “Narrativa e poesia si sono così dilatate da essere entità senza forma né confini”, aggiunge.

    Il dato allarmante è che oggi tutti si ergono a scrittori, tutti giustificano la propria continua produzione di scritti “illeggibili” e “impubblicabili” avvalendosi di un diritto di creatività autolegittimato. Lo scopo rimane la continua ricerca di notorietà e di affermazione personale. “I narratori hanno un solo obiettivo, ossia il Premio Strega” afferma il critico.

    Sottolinea, in seguito, l’assenza di scrittori creativi, coscienti, in grado di rapportarsi con il pubblico e soprattutto consapevoli della cosa da raccontare. “Il vero narratore sa scegliere perché riesce a scrivere bene solo se si è scelta la cosa giusta da raccontare”. Proprio come facevano i classici. Questa la teoria del professore.

    Più sconcertante è la condizione della poesia a detta di Berardinelli.

    “È un caso disperato. Sono decenni che il 90 % della poesia che si pubblica non è né brutta né bella. È nulla. Nessuno potrebbe leggerla, per questo non ha lettori”, ha dichiarato.

    La poesia non ha però smesso di insegnare e dire qualcosa, non si è sostanzialmente ancora esaurita. Il paradosso è che “è diventata il genere letterario di chi non sa scrivere”, infatti, rilancia Berardinelli, “i poeti mediamente non hanno idea di cosa sia un verso”.

    Come ha già analizzato ne Il pubblico della poesia, il professore spiega che gli unici fruitori del genere in questione sarebbero i critici letterari. Venuto meno un pubblico specializzato è però decaduta di conseguenza anche la critica. In sostanza la poesia non ha più un destinatario di riferimento.

    La letteratura non ha più a disposizione un pubblico competente, né nell’ambito della narrativa né in quello della poesia. Non vi è più la ricerca di nuovi talenti, di curiosità. Non c’è più preferenza e libera scelta nel marasma dei libri pubblicati ogni anno. Il lettore si ritrova smarrito e disorientato. La critica d’altra parte non è più in grado di guidarlo.

    L’attuale cultura letteraria è alla costante ricerca di grandi successi, ma questi non possono essere considerati classici contemporanei. “Non esistono i classici del presente, per definizione. Se uno scrittore è contemporaneo non può essere classico”. Gli unici veri classici sono, secondo Berardinelli, quelli “che hanno un legame significativo con la storia”, cioè quanti possono divenire oggetto di studio.

    Bianca Stanco

    • Angela

      sottolineo quanto letto nell’articolo odierno, ringraziando Giorgio per la proposta: “[…] Ecco perché ci si deve impegnare nella letteratura. L’ideale sarebbe che lo facessero TUTTI […] in ogni caso, bisognerebbe parlare non tanto del dovere del poeta verso la società, quanto del dovere della società verso il poeta o lo scrittore. […] Nei bei tempi andati era proprio così: la letteratura forniva alla società delle norme, dei modelli linguistici, e la società li adottava. Ma oggi, non si sa come, scopriamo che la letteratura si deve sottomettere alle norme imposte dalla società”…

      Puntare tutto sull’individualità, sull’eccesso di Sé e di Ego, sul valore monetario delle opere…sono le norme imposte dalla società assolutamente da trasgredire, da oltrepassare, da cui allontanarsi il prima possibile per salvare il salvabile (che comunque c’è, in barba a tutti i riti funebri che ultimamente vengono celebrati nei confronti della Poesia)

      “Guai a chi si costruisce il suo mondo da solo.”
      (Angelo Maria Ripellino, Lo splendido violino verde, 1976)

    • Angela

      “Brodskij: Viviamo in una società che impazzisce per l’idea della cultura come prodotto, e perciò chiede continuamente libri, libri e ancora libri. Questo giochetto ha condotto la cultura a un punto morto: la verità è che quando scrivi non hai la minima idea di chi leggerà i tuoi scritti, di chi sarà in grado di capirci qualcosa. Capiranno? O non capiranno? Ed è così che dev’essere!”

    • “classici contemporanei”, che significa? E’ un ossimoro. Un contemporaneo diventerà un classico, se ne avrà la fortuna e la stoffa.

  2. antonio sagredo

    come me, ancora vivente!
    “Un contemporaneo diventerà un classico, se ne avrà la fortuna e la stoffa”
    non è questione di fortuna e di stoffa, carissimo Alma.
    Sei o non sei. Io lo sono poi che la mia Poesia mi ha incor[o]nato e anche incornato!
    adieu, a tutti!

  3. antonio sagredo

    quanto al Josef, scriverò dopo… specie sulle sue esagerazioni, p.e. Chodasevic… ” …se li mette tutti sotto i piedi…”, cominciando dai suoi, però.
    Certo che Chodasevic è notevole, ma che l’abbia detto lui non è notevole affatto, e non c’era bisogno del suo benestare!

  4. Scrive Brodskij nella intervista: «Auden ha detto che Johann Sebastian Bach si trovava in una posizione molto vantaggiosa: quando voleva glorificare il Signore, semplicemente componeva una cantata o le “passioni”. mentre oggi, se si vuole fare lo stesso, si deve ricorrere al discorso indiretto. A mio parere ha trovato una formula meravigliosa […]
    L’Achmatova ha scritto delle poesie che sono proprio delle preghiere. Ma tutta la creatività è essenzialmente una preghiera. Tutta la creatività è diretta all’orecchio dell’Onnipotente; è questa, infatti, l’essenza dell’arte. Su questo non ci sono dubbi. La poesia, anche se non è una preghiera, è messa in moto dallo stesso meccanismo. Ma, di solito, una persona per bene, consacrata alle belle lettere, tiene sempre presente un comandamento: non nominare il nome di Dio invano…».

    Ecco, in queste frasi di Brodskij, e in altre similari che si trovano in queste interviste, abbiamo una eco del tradizionale concetto di sacralità dell’arte poetica. Per il poeta russo, poesia e preghiera sorgono da un medesimo meccanismo, da una stessa aspirazione. La conseguenza ultima di questa impostazione è una poesia a pendio elegiaco. Come la preghiera anche la poesia della Achmatova e di Brodskij si esprime su un piano parallelo alla preghiera. E l’affermazione di Auden secondo cui un artista di oggi non si può esprimere che con il modo indiretto, ci fornisce una prova della incontestabile modernità della poesia di Auden e dell’influsso che il poeta americano ha avuto sul poeta russo. Brodskij è, probabilmente, il più alto esemplare di un tipo di poeta fondamentalmente elegiaco che ha dovuto fare forza su di sé per obbligarsi a diventare un poeta “indiretto”, cioè che si esprimesse con un linguaggio indiretto”, sostanzialmente ellittico. Proprio questo elemento rende la poesia moderna impossibile a farsi con un linguaggio epico, perché il linguaggio epico non prevede l’espressione indiretta, nella sua sfera tutto il suo linguaggio è diretto, la indirezione è bandita per sempre. In tale accezione un poeta come Gezim Hajdari è un poeta epico in quanto nella sua poesia si trova soltanto un linguaggio “diretto”.
    Il discorso poetico indiretto è intransitivo, quello diretto è transitivo.
    Questa linea di demarcazione attraversa come un canyon la poesia moderna, quella intendo erede delle avanguardie, dalla poesia pre-moderna. Oggi non è più possibile fare una poesia “diretta”, transitiva, che vada dalle parole alle cose; ma soltanto una poesia “indiretta”, “intransitiva” , dove le parole non sono più orientate verso le cose se non in maniera indiretta, ellittica, scentrata, de-fondamentalizzata.

    Un altro punto importantissimo di queste lezioni di Brodskij è quello dove il poeta russo afferma che la poetica di un poeta coincide con la sua metrica. Tanto più oggi in quanto il metro è libero. Concetto pericolosissimo perché se ne potrebbe dedurre che, essendo il metro libero, anche la poetica dovrebbe essere un atto di libertà. Semplice, no? ma così purtroppo le cose non sono, sarebbe troppo semplice, sarebbe un giochetto fare poesia moderna. E invece proprio qui sta la grande difficoltà del fare poesia moderna, in quanto il poeta di oggi non trova bell’e fatta una forma come la poteva trovare Bach nelle cantate, ma deve costruirsela con grande spargimento di sangue e fatica…

    Altre considerazioni di Brodskij riferite a Frost: «Frost è un poeta più profondo di Eliot. In fin dei conti, con Eliot, ci si sbriga in fretta. Quando Eliot dice: “vedrai l’orrore in un pugno di cenere”, beh, ti senti ancora a tuo agio. mentre Frost turba il lettore. Apparentemente Frost è semplice, evita artifici. Non imbottisce le sue poesie con il kit di espedienti standard dello studente del secondo anno: non fa riferimenti allo yoga, e nemmeno alla mitologia antica. Non cita e ri-cita Dante di continuo. Eliot è esteriormente oscuro, sembra risparmiare al lettore la necessità di pensare. Frost sembra più accessibile, e ciò costringe il lettore a fare degli sforzi, e alla fine ne provoca il malcontento. Poiché la principale occupazione dell’uomo è quella di allontanarsi, di nascondersi dalla verità del mondo in cui vive».

  5. ubaldoderobertis

    Pienamente d’accordo che “si impara più dalla lettura di questi dialoghi che non da una intera sessione universitaria sulla poesia moderna.”
    Una ventina di anni fa di Josif Brodskij lessi un’argomentazione volta a differenziare la poesia dalle altre forme letterarie:
    / Esistono, come si sa, tre modi di cognizione: quello analitico, quello intuitivo e il modo noto ai profeti biblici, la rivelazione. Ciò che distingue la poesia dalle altre forme letterarie è che usa insieme tutti e tre questi modi (orientandosi prevalentemente verso il secondo e il terzo) … Chi scrive una poesia la scrive soprattutto perché l’esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo./
    Con una coscienza allora assai esposta a qualche crisi, annotai diligentemente (anche se ciò non rientrava/rientra nelle mie caotiche abitudini), la suddetta interessante distinzione.
    Ubaldo de Robertis

  6. Steven Grieco-Rathgeb

    Ottimo commento di de Robertis – Brodsky, grazie. Riassume tutto in tre frasi.

  7. antonio sagredo

    Indiscutibilmente Brodskij come saggista è superiore al poeta: questo è palese, anche troppo! – E non soltanto a me: molti sono gli slavisti che la pensano come me (o io come loro) ; l’attenta analisi delle parole spese per la “saggistica” evidenzia una capacità critica eccellente. Questa superiorità è manifesta specie quando B. mette a confronto Frost ed Eliot (specie quando dichiara “con Eliot, ci si sbriga in fretta”. questo linguaggio critico di B. – anche se non raggiunge le vette dei critici formalisti, specie Tynjanov, Ejchenbaun, Sklovskij, o Jakobson – è molto spiccio e diretto, sembra dunque la liquidazione definitiva di un poeta, e che lo “sbrigarsi” è giudizio parziale (io stesso ho fatto esperienza coi versi del mio poema “Bistrot” prendendo in giro Eliot, bonariamente). Certo, come già ho riferito qualche anno fa in questo blog, Brodskij sembra scusarsi spesso o cercare un alibi quando giudica i suoi versi: i primi, quelli di quando era ancora nella Russia Sovietica, li giudica troppo legati alla tradizione della poesia russa (specie la poesia del secolo d’argento: e qui si intende della fine ‘800 e inizio ‘900 fino al 1935) e la speranza di purificarli in lui è sempre presente. Secondo lui, quando “viene cacciato, espulso, ecc” e in Occidente, inizia la fase della purificazione, che non è tale affatto, poi che si tratta invece di contaminazione se non inquinamento… più volte B. ha cercato di dimostrare
    che la poesia prodotta fuori della Russia Sovietica è superiore a quella composta in passato: è una falsità! Mandel’stam ha prodotto grande poesia restando nella sua terra (pur avendo avuto qualche possibilità di andare via, ha rifiutato; rifiutò Pasternàk, rifiutarono in tantissimi)… per un poeta russo abbandonare la propria terra è morire davvero, concretamente!) …. B. cercava allori, li ha avuti, ma la sua poesia, almeno per me, non era di grande levatura; al contrario i suoi saggi sono davvero notevoli…. – una altra caratteristica di B. è che amava le classificazioni e le gerarchie: questo poetà è più grande, questo altro lo è meno, e ha sofferto parecchio di simpatie e di antipatie; e molto di quanto è riportato in questa intervista qui è banale, pieno come è di pregiudizi critici, e poi dice cose di cui fu già tanto detto dai suoi predecessori . – I poeti che restarono nella Russia S. quelli dentro e fuori il “samizdat” si sentirono traditi ma non tanto, pure gli riconoscevano un grande talento (che era poi comune a tutti della sua generazione) e sapevano che sarebbe stato “premiato”. Personalmente sono certo che se invece di Brodskij fosse stato un altro poeta del circolo a fare l’identica sua scelta “occidentale”, questo poeta sarebbe stato premiato come lui col Premio Nobel; e così via… ma basta così..
    a.s.

    • Salvatore Martino

      Questa volta sono d’accordo con Sagredo e su quanto ragiona intorno al poeta o al saggista Brodskij, e sono d’accordo su quanto il poeta russo dice a proposito di Auden, mia grande passione e voglio rimarcare poeta che spesso usava la forma chiusa, sonetti o sestine, in barba a quanti affermano che la forma chiusa è morta e sepolta ed è solo un fatto del passato. Bellissimo il commento di De Robertis con quella meravigliosa “definizione” della poesia, e della sua appartenenza ai tre modi di cognizione. Certo ha ragione anche Linguaglossa quando afferma che la fortuna di Brodskij sia cresciuta quando è venuto in occidente e segnatamente negli Stati Uniti, ma non mi sembra che a mio giudizio abbia raggiunto vette eccelse come Giorgio afferm, e il “Odisseo a Telemaco” non credo si possa collocare in un eventuale Olimpo della poesia. E quanti altri poeti avrebbero meritato il Nobel più di lui : ne cito solo sei :Kavafis, Pessoa, Cvetaeva, Borges, Ritsos, Auden: Salvatore Martino.

  8. Io mi permetto di dissentire dalla tesi esposta da Antonio Sagredo, pur non essendo uno slavista, sono dell’opinione che la fortuna di Brodskij è il suo essere andato in esilio negli U.S. Se fosse rimasto in Russia probabilmente la sua musa non si sarebbe lavata i panni nelle acque di un’altra tradizione, quella occidentale di Auden Frost, Eliot, Yeats etc. L’esilio ha consentito a Brodskij di rinnovarsi mantenendo le radici nel tetrametro giambico della tradizione russa. e questo si è rivelato un felicissimo connubio.
    E poi a qualificare Brodskij un grande poeta basterebbe che avesse scritto la poesia “Odisseo a Telemaco”. Questa sì, una grande poesia che può scrivere soltanto chi si è bagnato le vesti nei grandi fiumi dell’Ellade e di Roma, nel Tevere e nel Volga.

    Lasciatemi dire che la poesia italiana in questo senso si rivela alquanto provinciale (e qui condivido il pensiero di Antonio Sagredo), con buona pace di chi mi accusava di essere slavofilo e esterofilo. Per mia fortuna io sono Cittadino di Costantinopoli e di Roma, le due capitali dell’antico impero romano. e in tale accezione io mi sento un cittadino dell’Impero di Occidente, un impero senza tempo, dove il tempo è diventato spazio. E viceversa.. Mi è completamente estranea la cultura del cattolicesimo, per fortuna i miei genitori erano pagani anch’essi senza saperlo. Per fortuna mio padre era calzolaio e mi ha insegnato a pensare. Ed ecco che sono diventato un calzolaio della poesia.

    Come calzolaio della poesia sono figlio di due imperi tramontati. Ho sempre pensato con queste categorie. E sono state utilissime perché mi hanno aiutato ad estraniarmi dalla tradizione poetica italiana: dalla triade Montale.Ungaretti e Quasimodo fino ai nipotini di Sereni e ai nipotini di Sanguineti, per non parlare dei nipotini dei Magrelli e dei Buffoni. Ho sempre pensato che i miei padri spirituali si trovano fuori della tradizione poetica italiana. E questo mi ha aiutato moltissimo . La mia Musa ha radici immaginarie molto lontane..

  9. Gino Rago

    “In queste liriche (New Poems. A selection from Satura and Diario de ’71 e del ’72, New Directions, New York, 1976) non c’è mai un morboso vagheggiamento della morte, non c’è mai un tono di falsetto: il motivo dominante è quello dell’assenza, e l’assenza è percettibile attraverso quelle stesse sfumature di linguaggio e di sentimento che “lei” usava una volta per manifestare la propria presenza – attraverso il linguaggio dell’intimità….
    La nota personale è rafforzata dal fatto che la persona del poeta parla di cose di cui soltanto il vero “lui” e la vera “lei” erano a conoscenza: l’infilascarpe, le valigie, i nomi degli alberghi…gli amici comuni, i libri che entrambi avevano letto…Affiora una mitologia privata che a poco a poco va assumendo tutti i tratti propri di ogni mitologia…In questa mitologia, al posto di qualche sfinge col petto muliebre, c’è l’immagine di “lei”, meno gli occhiali:
    è il surrealismo della sottrazione, e questa sottrazione, che investe il tema o il tono, è ciò che dà unità a tutta la raccolta…”
    E’ un passaggio dell’intenso saggio che Brodskij dedica al Montale degli
    Xenia, tradotti inglese, ospitato ne Il Canto del Pendolo come “All’ombra di Dante”.
    Un esempio, tra i tanti della stessa raccolta, di capacità di trivellazione linguistica che soltanto un grande poeta può possedere allorché si accosta
    umile e ammirato a un’altra voce di poesia (come del resto Brodskij ha dimostrato di saper fare anche con Kavafis, con Walcott, con Milosz, con Auden…
    “La guerra di Troia è finita. Chi ha vinto non ricordo.”: sono versi che sento
    grandiosi. Travolgenti.
    Gino Rago

  10. Salvatore Martino

    Le affermazioni di Alfonso Berardinelli mi appaiono pienamente condivisibili. La disanima in apparenza spietata che fa della letteratura contemporanea e della poesia in particolare risponde, a mio giudizio ad una lapalissiana verità. Salvatore Martino

  11. Gino Rago

    Caro Giorgio Linguaglossa,
    leggendo e rileggendo le svariate “pagine” della nostra Rivista Letteraria Internazionale, soprattutto dalla parte degli interventi che mi giungono come “commenti” su questo o su quell’altro Autore, su questa o su quell’altra Autrice, si è imposta in me – ne ho sempre rimandata la sollecitazione diretta a te – la necessità di dedicare un pò di spazio e un pò di tempo a una sorta di “Storia della Critica Letteraria Italiana” del ‘900.
    Ciò perché non dimentico che alla luce della sua ” Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale ” don Benedetto Croce, all’interno della sua ” Poesia non poesia”, tentò di imporre Francesco Gaeta come impareggiabile poeta; mentre Alfredo Gargiulo, per le altre sue vie critiche,
    fece registrare l’assenza del Pascoli dalla sua “Letteratura del Novecento”…E Fortini fece quel che fece, da filologo, sia su Gadda sia su altri. Per non dimenticare Vittorini de “Il Politecnico” con esaltazioni ed esclusioni non di rado clamorose…
    Quale è la tua opinione?
    Gino Rago

  12. antonio sagredo

    Insonnia. Omero. Le vele tese.
    Io ho letto sino a metà l’elenco delle navi:
    questa lunga nidiata, questo treno gruesco
    che sopra l’Ellade un tempo si è levato.

    Come un cuneo di gru in confini (contrade) stranieri –
    sulle teste dei re c’è la schiuma divina –
    ma dove navigate? Se non ci fosse Elena,
    a che servirebbe Troia da sola, uomini achei?

    E il mare, e Omero – tutto questo è mosso dall’amore.
    Chi devo ascoltare? Ed ecco, Omero tace,
    e il mare nero, perorando, risuona
    e con un pesante tonfo si avvicina al capezzale.

    Osip Mandel’stam

    agosto 1915

    ——————————–

    (commento di A. M. Ripellino a questa poesia, tratto dal Corso su Mandel’stam del 1974-75) :

    È straordinaria l’estrema densità con cui viene concentrato in 3 quartine tutto l’intreccio dell’intera Iliade. E dentro di questo, tutta una sintesi di epoche, di cicli, di culture come fa sempre Mandel’štam. Ed è una lettura del II° libro dell’Iliade, del catalogo delle navi, di Omero fatta prima di dormire, per vincere l’insonnia. E alla fine l’insonnia è vinta, perché il mare nero si alza, come un personaggio, perorando, rumoreggia e giunge sino al capezzale.
    Un poeta acmeista dell’emigrazione G. Adamovič, forse esagerando, ha scritto che:

    Una simile musica non c’è mai stata in nessun poeta dai tempi di Tjutčev, e tutto quello che ricordi a paragone ti sembra acquerugiola.

    Notare la languida atmosfera di sonnolenza, questo semi-veglia, questo senso soporifero, il sonno che diventa come il mare, e poi questa domanda: ”Dove navigate?”.
    È un’inserzione colloquiale tipica degli acmeisti che subito rompe l’aspetto austero della poesia, che è continuamente spezzata da questa domanda, e poi dall’ultimo verso:

    Troia, a che vi servirebbe, se non ci fosse Elena?

    Qui è la modernità della Poesia.
    ——————————————————–

  13. caro Gino,
    hai messo il dito sulla piaga. Il problema della cecità di Croce verso la grande poesia di Palazzeschi, di Govoni, dei crepuscolari, del Futurismo etc., è troppo grande e manifesta per poter essere inquadrata e spiegata come semplice svista. Se svista ci fu, fu colossale, e la cosa investe il problema del ruolo e delle funzioni degli intellettuali italiani, e della loro storica arretratezza ( mi riferisco ai filosofi, ai critici, alla cultura delle cattedre universitarie, quelle medesime che dichiararono due decenni dopo la propria obbedienza al fascismo), nel comprendere non solo i fenomeni artistici, ma anche e soprattutto i fenomeni che provenivano “dal basso” della società italiana. Insomma, una cecità generale verso il basso e verso l’alto. La cecità di Croce va inquadrata nella cecità della cultura liberale italiana a produrre un ceto intellettuale all’altezza dei tempi. Croce tocca effettivamente il ridicolo quando si infervora per la poesia di Francesco Gaeta. In questa macroscopica (o microscopica) svista, si può notare, come in vitro, l’inadeguatezza della costruzione categoriale del Croce nel comprendere la poesia (e non solo) del suo tempo. Quindi, non è soltanto una questione di gusto individuale ma qui si tratta di una questione più generale e ben più gravida di conseguenze. Perché, non capire la poesia di un Palazzeschi, passi, ma non capire dove stava andando l’Italia fu un fatto ben più grave. Liquidare il fascismo, come fece Croce, come una «malattia morale» è stato il sintomo di quella incapacità a comprendere la natura storica, strutturale di quella «malattia» che portava il filosofo napoletano a prendere fagiani per dinosauri. Ma, dirò di più, è quella stessa incapacità dei critici italiani di oggidì quando hanno inneggiato alla poesia di Vivian Lamarque come la più grande poesia del tardo Novecento. Qui, in questa cecità o sudditanza o stupidità, non è da vedere una questione di gusto o malafede, io credo che chi parla della grandezza della poesia di Vivian Lamarque semplicemente non sa quel che sta dicendo. Il fatto grave è che si tratta di persone in buona fede. Qui si tratta di non aver capito una Hacca di dove va il mondo e di quello che il mondo è. Io debbo credere alla buona fede di Croce, come debbo ritenere in buona fede gli aedi della signora Lamarque (alla quale, tra l’altro, non hanno reso un buon servizio). Per non parlare delle ridicole esternazioni di oggidì di un Luperini il quale ha parlato a proposito di “Sangue amaro” di Magrelli come di un’opera che ha rivoluzionato la poesia italiana contemporanea. Per non parlare poi del ridicolo di una rivalutazione di un poeta sostanzialmente agiografico come Giovanni Testori. Anche questa operazione frutto di una colossale svista? O prodotto di una incapacità a leggere la poesia italiana degli ultimi 50 anni?

    Diverso è il caso di Alfredo Gargiulo, critico con doti non comuni, il quale ben vide quando escluse dai poeti del novecento il Pascoli. Il Pascoli era un poeta di una Italia agricola, arretrata ad una economia pre-industriale ed agricola, un poeta bucolico. Ma il Novecento inizia con il boom della civiltà urbana, con il capitalismo urbano e delle fabbriche. Insomma, i più grandi poeti europei contemporanei del Pascoli, sono espressione della civiltà urbana europea. Sta qui, a mio avviso, l’arretratezza della poesia de “I Canti di Castelvecchio” (1903) e di “Myricae” (1891), dove, con una indubbia versatilità tecnica e stilistica il poeta di romagna celebra i trionfi di una civiltà urbana.
    Alfredo Gargiulo intuisce la estraneità del poeta di Romagna alla civiltà del Novecento urbano, e lo esclude dalla sua antologia. Operazione che rivela una intuizione brillante ed acuta. Magari ci fosse oggi in Italia un equivalente di Alfredo Gargiulo!

    • Gino Rago

      Su Gargiulo relativo al Pascoli mi trovi condividente. Così come condivido la dissertazione acuta su Croce e sui clamorosi suoi limiti. Il problema vero è che i “crociani” sono ancora mimetizzati in buona parte della cosiddetta “critica”, sia accademica, sia militante. Con i guasti (“poesia-non poesia”) che ben sappiamo.
      Sai meglio di me, tuttavia, che per esempio Silvio Ramat sostiene che il Novecento poetico italiano inizi con I Canti di Castelvecchio e con il dannunziano Alcyone (opere ambedue del 1903…)
      Grazie Giorgio per la risposta.
      Gino Rago

  14. antonio sagredo

    risposta al caro Rago:
    “La guerra di Troia non è finita. Chi ha perso, lo ricordo bene” : anche questi versi sono grandiosi e travolgenti.
    ————————————————————–
    grandioso e travolgente è anche questo mio verso del 1981:
    “Sono geloso della distruzione di Troia”

    oppure i versi seguenti tratti dal poema “ORIANA” del 2010 :

    Accordiamo gli strumenti con gli occhi,
    violini, viole d’amore, violette!
    le destinazioni agli otto angoli universali,
    e che i falchi ricordino più che il volo le traiettorie
    sui tamburi africani dove s’impiglia la vista non acuta dei passeri,
    gli ex-voto dei pellegrini in gramaglie, metastasi di speranze,
    ma il miracolo è un perdono irrisolto come l’estasi
    di quella troia di Penelope che tramava mestrui e coiti altrui,
    si, si… di quella troia che simulava l’orgasmo ruttando come una chiavica:
    il trivio ha fatto ottusa più d’una generazione umana!
    ————————————————————————–
    “La giostra delle parole è più che un oblio dimenticato”

    • Caro Antonio Sagredo, ecco una mia poesia, “Odisseo a Telemaco”, scritta adesso, anzi, pocanzi.

      caro Telemaco,
      non so se finirà mai la guerra di Troia,
      ormai sono tanti anni che stiamo qui a bivaccare
      sotto le mura della città di Poseidone
      a fare niente, ad oziare.
      La guerra, caro Telemaco, è un pretesto,
      una sordida menzogna inventata dagli achei
      e dagli dèi
      per qualcos’altro di innominabile che forse soltanto
      Cassandra e gli dèi sanno.
      Ma forse anche loro lo hanno dimenticato.
      Alla fine, caro Telemaco, dimentichi anche tu
      il perché della guerra,
      come è iniziata, come si è svolta.
      La memoria non trattiene il tempo.
      Gli uomini inseguono il tempo e lo ingannano.
      Così, ho dimenticato anch’io perché
      siamo qui, su questa spiaggia
      della Troade e perché scrivo questa lettera
      se mai ti giungerà, da un padre da cui tu sei libero,
      e che non dovrai rinnegare.
      Sei libero, Telemaco, di non ricordarmi,
      di dimenticare questo padre che
      non sa fare altro
      che oziare qui con la sua Briseide,
      su questa spiaggia
      inventata
      dagli dèi.

      • Salvatore Martino

        Non mi è chiaro chi sia il responsabile di questi versi, che tutto sommato non mi appaiono neppure straordinari, privi di musica e di mistero, sembrano tradotti da una lingua lontana…e non sono nemmeno sicuro che Briseide appartenesse ad Odisseo.Quanto a Giovanni Pascoli dico a Gargiulo, a Rago a Linguaglossa che il poeta di Romagna ha scritto anche i Poemi Conviviali, straordinaria rivisitazione dei miti classici, : “Il sogno di Odisseo” fa certamente impallidire le letterine a Telemaco, e Alexandros il più celebre dei Conviviali è certamente altissima poesia. Ma ce ne sono tanti e molto lontani da Castelvecchio e da Myricae Al contrario di quanto affermate voi a me sembra che Pascoli abbia influenzato tutta la poesia del primo novecento molto più che non Palazzeschi o gli indigeribili crepuscolari o quella banda di furiosi demolitori senza seguito che furono i Futuristi, che come quasi tutte le avanguardia alla fine si dissolsero senza quasi lasciare traccia.Ma è domenica dovrei fare ricerche e non affidarmi solo alla memoria ,e “il tempo vola baciami” dice la Manon di Puccini morente nell’arida landa, e mi aspetta la partita di calcio.Salvatore Martino

      • Gino Rago

        Il fatto è, caro Giorgio, che assumendo questi versi “La memoria non trattiene il tempo” e “Sei libero, Telemaco, di non ricordarmi”, a paradigma d’una condizione di resa nella lettera che Odisseo scrive a suo figlio Telemaco, su uno scenario di guerra incomprensibile, una guerra che nessuno sa come sia cominciata, come si sia svolta e, peggio, se mai si sia conclusa, il tuo lessico traccia il profilo di un soggetto che sente la fine di un mondo, lo sgretolarsi di un sistema di false certezze, d’ingannevoli sicurezze (un pò da “L’uomo senza qualità” di Musil all’avvicinarsi della rovina dell’Impero austro-ungarico) cui disperatamente e generosamente, come atto d’amore tanto lucido quanto estremo, il soggetto-padre tenta di sottrarre il figlio…
        Dov’è, alla mia lettura, la forza di questi tuoi versi? E’ nella invenzione e nella adozione di un linguaggio adatto all’uomo consapevole d’appartenere a un mondo che sta per andare in frantumi.
        Ed è un linguaggio che regge sia alla critica linguistico-stilistica, sia a quella simbolico-formale.
        Gino Rago

  15. caro Antonio,
    questa è versificazione sagrediana che non ha nulla a che fare con i versi di Brodskij.

  16. antonio sagredo

    Per fortuna mia caro Linguaglossa… intanto i poeti “occidentali” (ma la Poesia non sa che farsene delle letitudini e longitudini) come quelli da Te menzionati : Auden Frost, Eliot, Yeats etc. e decine di tanti altri venivano in Rusdsia normalmernte tradotti e diffusi e questo fa parte della grande tradizione traduttiva russa; quindi il BRodskij poteva fare a meno di andarsene ecc. : è che non sentiva nel proprio sangue il sangue della terra di Russia, cos’ allo stesso modo dei grandi Poeti di Russia. ciao

  17. caro Gino Rago,

    se Silvio Ramat sostiene che il Novecento poetico italiano inizi con I Canti di Castelvecchio e con il dannunziano Alcyone (opere ambedue del 1903…), la sua è una opinione legittima perché fondata sul fatto che i due libri furono pubblicati nel 1903 e che quindi appartengono al Novecento. Ma un conto è fare i calcoli aritmetici, un altro è entrare nel vivo delle categorie poetico-filosofiche nella lettura di un secolo di poesia. Io impiego una categoria diversa da quella utilizzata da Ramat. Io non dico che la mia categoria sia migliore di quella di Ramat, dico solo una cosa: io utilizzo una categoria critica, lui non lo so; forse si può dire che fa un discorso accademico, di mera partizione temporale di eventi (i libri di poesia) che devono essere interpretati con categorie critiche, altrimenti diventano meri documenti cartacei di altri eventi.
    E poi, sai, fare critica militante è cosa molto diversa dal fare critica accademica.

  18. antonio sagredo

    sono d’accordo con Te.
    adieu. mom ami

  19. Gino Rago

    Caro Giorgio,
    neanche io condivido il postulato di Ramat su Alcyone e Canti di Castelvecchio quali opere inauguratrici del Novecento lirico italiano, ancorché le due opere abbiano visto la luce come già detto nel 1903 e i Poemi conviviali nel 1904…
    Si va facendo strada sempre più vigorosamente, sul versante di un riferimento cronologico da prendersi ad apertura della poesia italiana del Novecento, l’opinione, ormai cristallizzata, che nessuno dei poeti della ultima triade Carducci-Pascoli-D’Annunzio possa essere incluso in nessun quadro della poesia del xx Secolo giacché tutti gli antologisti sentono che la “triade” conclude e non già apre una stagione, benché molteplici e sottili siano i legami e gli apporti di Pascoli e D’Annunzio soprattutto sugli “analogisti”.
    E, come hai precedentemente affermato, Alfredo Gargiulo nella sua Letteratura del Novecento ha escluso Pascoli.
    Questi devono essere punti poetici fermi della nostra Rivista Internazionale
    Letteraria.
    E occorre che si accolga, anche qui definitivamente, l’idea che i nati intorno al 1880 (da Govoni a Moretti, da Corazzini a Palazzeschi, da Sbarbaro a jahier, da Gozzano a Saba, da Cardarelli a Ungaretti a Rebora a Marinetti) hanno ricusato non già e non tanto i valori poetici pascoliani e dannunziani quanto la “figura” del poeta in loro propugnata.
    Hanno detto basta alla figura di poeta-vate, del poeta-personaggio pronto a collocarsi sempre in primo piano. Hanno ripudiato la funzione
    della poesia-vaticinio. La pensi così anche tu?

    Gino Rago

  20. Gino Rago

    A proposito, poi, di Odisseo e Telemaco di Brodskij, (cui tu, caro Giorgio, seppure in modo estemporaneo ti colleghi con i tuoi versi, cogliendo però pienamente la quintessenza dello spirito brodskiano diffuso in questa lirica), mi rattristo nel constatare che i versi “La guerra di Troia è finita./ Chi ha vinto non ricordo” non siano stati accolti né colti per quel che realmente sono nell’economia generale della lirica: espedienti che preparano i versi successivi: “Probabilmente i greci: tanti morti/ fuori di casa sanno spargere/ solamente i greci…” i quali racchiudono la lettura della vicenda di Troia non dal punto di vista omerico, ma da quello di Euripide, critico appassionato contro la politica imperialistica e sanguinaria degli Achei verso i popoli vinti, specialmente dopo il sacco di Melo.
    Insomma, a Brodskij, per la sua sterminata cultura, non sono sfuggite le riscritture delle vicende d’Ilio nelle quali ancora si riflettono gli snodi traumatici del ‘900, da Franz Werfel a Sartre…
    Gino Rago

  21. caro Gino Rago,
    io colgo in questa straordinaria poesia di Brodskij lo spirito e la consapevolezza di un esule dalla grande patria, un quasi disertore, uno di coloro che si sono ritirati, che non hanno preso parte alla guerra, alla prima grande guerra imperialistica della storia dell’Occidente. E’ una riflessione di altissima profondità e attualità, con quell’accenno al figlio Telemaco liberato dal complesso di Edipo e dalla paura di Edipo. Edipo in quanto responsabile di tutte le guerre. Il padre. Il totem. L’Odisseo di Brodskij ha imparato tanto dalla guerra: che lui è soltanto un figlio di quella cultura che lo ha formato e prodotto. Che siamo tutti figli di quella cultura, nel bene e nel male, che non c’è via di scampo, che non puoi uscire dalla cultura che tu respiri e dalla lingua che parli. L’Odisseo di Brodskij è giunto in prossimità del nichilismo, e del relativismo, anzi, ha attraversato il nichilismo, come soltanto una guerra, un grande bagno di sangue ti può concedere di esperire.
    Io leggerei questa poesia-chiave nel segno della nostra cultura di oggi, giunti al Tramonto dell’Occidente, ci volgiamo all’indietro a considerare i nostri progenitori: In primis Odisseo, il nostro progenitore, l’astuto inventore del terribile tranello che porrà fine alla guerra: quel cavallo di Troia, congegno simile alla bomba atomica, per quell’epoca. Brodskij legge, in questa formidabile poesia, la storia a ritroso dal punto di vista di un uomo giunto alla soglia del Tramonto dell’Occidente, un uomo che si rivolge al figlio, che nel frattempo sarà cresciuto e sarà diventato un altro uomo. Questo Odisseo problematico di Brodskij è una poesia-totem, una poesia delle poesie. Una poesia che chiude il ciclo di una civiltà. E chi non lo capisce, mi chiedo che cosa potrà capire mai di questa poesia, così desolatamente profonda e sconfinata. Brodskij non accusa Odisseo, anzi, lo assolve. Come Odisseo libera il giovane Telemaco dalla paura del padre-totem. Così sarà libero, libero di essere uomo di un altro tipo e potrà fondare un nuovo mondo, una nuova umanità.
    Una poesia profondissima e amara. Amara per quelle verità che reca con sé.

    Io, nel mio tentativo di rifare una poesia di Odisseo a Telemaco, mi sono messo sulla stessa onda d’urto del pensiero brodskijano, dal punto di vista di un uomo (Odisseo) che ha capito che forse ha sbagliato tutto, e che trova il coraggio di scriverlo al figlio, Telemaco, che intanto è cresciuto ed è diventato uomo su una isoletta nello sperduto mare.

    • Gino Rago

      Grazie, Giorgio caro. Un’autentica lectio magistralis. Una pagina di critica
      letteraria che in una prossima, propizia occasione occorre ripostare su L’Ombra…
      Gino Rago

  22. antonio sagredo

    Rago: “Brodskij, per la sua sterminata cultura,” ??? – Non bisogna esagerare…

    • ubaldo de Robertis

      La poesia italiana del 900 è nata con Dino Campana.Non altri. E questa fu la risposta che mi diede anche Mario Luzi.
      Ubaldo de Robertis

  23. antonio sagredo

    Caro Ubaldo,
    felice per Te per quel che riferì Luzi. Ma Luzi ha scoperto, come si dice, l’acqua calda. Per Te fu una finestra aperta; per un altro, come me, dopo aver digerito Campana (1966) fu l’inizio di una dis/avventura interiore… la mia tendenza a superarlo esplose: io conosco già il risultato: per questo invidio chi mi ascolta!
    Caro Ubaldo in internet ascolta C. Bene: brividi.
    Quindi un 20% di D’annunzio (solo nei suoi versi migliori) e un 80% di Campana.

  24. Caro Salvatore Martino,
    tu scrivi: «questi versi sembrano tradotti da una lingua lontana» riferendoti alla mia poesia. Ebbene, non sai che, indirettamente, mi hai fatto il più grande complimento. In effetti, il mio ideale è scrivere come se la mia scrittura provenisse da una lingua lontana e dimenticata, una lingua non poetica, che non sa nulla di poesia. Poi, ovviamente, la poesia può non piacere. È normale ciò.
    Ho scritto la poesia riprendendo il tema di Brodskij. Come fanno i pittori che dipingono copiando o variando un originale di un altro pittore. In fin dei conti, la poesia parla con altra poesia, risponde ad altre poesie nel tempo e nello spazio. Dunque, mi sono messo nelle condizioni di Brodskij, e ho pensato a mio figlio (anche lui è una copia di Telemaco). Solo che la guerra di Troia che vedo combattere attorno a me non è affatto finita. E nessuno di noi sa neanche quando e come e perché è cominciata. Noi, a differenza di Brodskij, abbiamo dimenticato l’origine e la scaturigine di questa guerra. Dice bene quindi Gino Rago, fine psicologo di poesia, quando nota questo elemento. Noi abbiamo fatto un ulteriore decisivo passo in fondo all’Oblio rispetto a Brodskij. Per il poeta russo Odisseo torna ad Itaca alla fine della guerra. Noi no, non torneremo mai più ad Itaca perché siamo come dispersi sulla spiaggia della Troade a bivaccare e a consumarci di ozio. Questo, caro Salvatore, è diventato l’Occidente.

  25. Salvatore Martino

    Giorgio carissimo colui che ha scritto in termini assolutamente moderni come sappiamo è il grande Euripide che nella sua Elena afferma che la moglie di Menelao non è mai andata a Troia, dove arrivò soltanto il suo simulacro. Elena riparò in Egitto, così gli Achei e i Troiani si sono battuti per dieci anni soltanto per una immagine, adesso diremmo virtuale, come la vita che ci attorciglia, come i rapporti , che si consumano senza corpo né anima, senza sangue. Non so se mai noi ritorneremo ad Itaca, come tu dici, mi accontenterei di tentare almeno questo nostos,come suggerisce Kavafis, anche se credo che l’unico esercizio consentito resti l’oblio. Salvatore Martino

  26. antonio sagredo

    e in effeti ha ragione anche Martino… e pure Linguaglossa…. le variazioni a questo tema sono molteplici, e pure i versi che dedicai a Kavafis hanno le loro ragioni , e non so se ricordate i versidella seconda strofa già nel blog pubblicati :

    Odessa m’inseguiva con tutti i suoi viali,
    contavo i gradini come lancette le epoche.
    Il tanfo estivo fondeva i metalli degli affetti:
    non avevo che un inverno – per tutore!
    —-
    se Linguaglossa suggerisce un ritorno, e Martino un oblio, io suggerisco un “tutore”, il che vuol dire che delego ad un altro o ad un altrove una soluzione che mai giungerà al compimento. Comunque, ripeto, Brodskij, fu in forte ritardo rispetto alla guerra di Troia che mai ebbe luogo realmente se non nel cerebro di un poeta; ma se davvero fosse avvenuta non sarebbe stata mai una guerra compiuta.
    adieu

  27. “Caro Odisseo (meglio sarebbe il plurale, Odissei),
    la voce di padre fa nobile l’uomo che parla e che ascolta,
    ma il poeta d’Alessandria bene ha introdotto: “Se…”
    ammettendo prima d’ogni guerra e d’ogni luogo
    la volontà di realizzare il viaggio e la terra.

    La guerra – nessuna guerra – non ha nulla di salvifico
    e l’inizio si veste d’oblio per celebrarne l’inutilità.
    Non ricordare salva.
    E’ il viaggio, il perdersi tra i mostri dell’aperto mare,
    a riconsegnare Itaca, nell’imprecisione della razionalità.

    Telemaco non ha aggiunto fiato alle urgenze del padre,
    ma la sua età gli ha insegnato il ritorno
    e di guerre, lui, giovane, ne ha conoscenza
    pari ai re chiamati per la maggior causa.

    La lotta, lo scettro e le mura appartengono ai padri.
    Itaca è Telemaco a cui ritornare.”

    *
    La metafora di Itaca
    Angela Greco AnGre
    22marzo ’16.

  28. Angela Greco - AnGre

    Caro Odisseo (meglio sarebbe Odissei),
    la voce di padre fa nobile l’uomo che parla e che ascolta,
    ma il poeta d’Alessandria bene ha introdotto: “Se…”
    ammettendo prima d’ogni guerra e d’ogni luogo
    la volontà di realizzare il viaggio e la terra.

    La guerra – nessuna guerra – non ha nulla di salvifico
    e l’inizio si veste d’oblio per celebrarne l’inutilità. Non ricordare salva.
    E’ il viaggio, il perdersi tra i mostri dell’aperto mare,
    a riconsegnare Itaca, nell’imprecisione della razionalità.

    Telemaco non ha aggiunto fiato alle urgenze del padre,
    ma la sua età gli ha insegnato il ritorno
    e di guerre, lui, giovane, ne ha conoscenza
    pari ai re chiamati per la maggior causa.

    La lotta, lo scettro e le mura appartengono ai padri:
    Itaca è Telemaco a cui ritornare.

    *
    La metafora di Itaca
    Angela Greco AnGre, 22 marzo 2016

  29. Ergo o Argo

    Cos’è questa cosa, AnGre, una poesia?
    Se è un sassolino nello stagno, bene, manco un cerchio concentrico risulta dal gesto e Basho può star tranquillo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...