Józef Czechowicz (1903-1939) POESIE SCELTE “La musica di via Złota”, Attraverso i confini”, “In campagna”, “Sogno idilliaco”, “Cervello di anni 12”, “Rimpianto”, “Nei pressi della stazione centrale di Varsavia”, “Nel paesaggio” – traduzione e presentazione a cura di Paolo Statuti

foto ornamento astratto azteco

ornamento astratto azteco

Presentazione di Paolo Statuti

Józef Czechowicz nacque a Lublino il 15 marzo 1903. Scrittore, drammaturgo, critico, traduttore e soprattutto poeta di avanguardia nel ventennio tra le due guerre, co-fondatore del gruppo poetico Reflektor e della omonima rivista, dove nel 1927 apparve la prima raccolta delle sue poesie Pietra, accolta assai favorevolmente dalla critica. Nel 1920 partecipò come volontario alla guerra polacco-bolscevica. Negli anni ’30 riunì intorno a sé un cospicuo numero di poeti della seconda avanguardia (tra i quali Stanisław Piętak, Bronisław Ludwik Michalski, Józef Łobodowski). Redattore di molte riviste letterarie e per l’infanzia, collaborò anche con la Radio Polacca scrivendo radiodrammi. Nel maggio del 1932 il poeta insieme con Franciszka Arnsztajnowa fondò l’Unione dei Letterati di Lublino.

Józef Czechowicz è uno dei poeti più originali del suo tempo. Nei suoi primi versi egli crea un’atmosfera onirica e di serenità. Tutte le sue poesie provocano una forte suggestione ipnotica. Descrive il paesaggio della campagna, in cui un ruolo determinante è svolto dalla natura che circonda l’uomo da ogni lato. Il soggetto lirico vede il fiume, il campo, la segala, il bestiame che torna dal pascolo. Perfino il sogno profuma di fieno. Il poeta con descrizioni metaforiche agisce sui sensi – si serve dei colori, dei suoni, degli odori.

Ma alla vigilia della seconda guerra mondiale l’ammirazione della natura nella creazione di Czechowicz lascia lentamente il campo al catastrofismo. Nelle sue visioni profetiche si avvertono l’inquietudine e i timori per le sorti del mondo e dell’uomo. Appaiono motivi e simboli apocalittici ripresi dalla Bibbia: fumo, incendio, diluvio. Cresce il senso di solitudine.

Nella sua ultima raccolta Nota umana troviamo il presentimento della morte, riconosciuto poi come profetico. Czechowicz infatti morì il 9 settembre 1939, a soli 36 anni, nella sua città natale durante un bombardamento. La sua poesia è straordinariamente musicale. Egli si considerava un “virtuoso della musicalità”. Il mondo poetico di Czechowicz è rappresentato soprattutto dalla campagna e dal villaggio e le principali tonalità psichiche sono la moderazione, la tenerezza e l’insicurezza. Il timbro affettivo dominante è il rammarico, l’elegia e la principale ossessione è la morte. Arcadia e Catastrofe coesistono e si incrementano a vicenda.

Nel 1955 i poeti Seweryn Pollak e Jan Śpiewak, dando alle stampe una raccolta di poesie scelte di Józef Czechowicz, scrissero: “gli amanti della poesia leggono e leggeranno i suoi versi con autentica commozione. Si avverte in essi un soffio di onestà, una toccante nota profondamente umana”. Forse soprattutto per questo il poeta Józef Czechowicz mi è particolarmente caro.

Józef Czechowicz

Józef Czechowicz

Poesie di Józef Czechowicz tradotte da Paolo Statuti

La musica di via Złota

Il cielo cambia, benché la sera non si sia quietata,
il vento bisbiglia ancora, prima di assopirsi.
Il vento fruscia di violetto.
Il vento – non più vento – un sorriso.

Dalla via Domenicana il canto di un coro;
le fanciulle lodano Maria.
Dall’arcidiaconato per accompagnamento
arie di un solitario violino.

Silenzio musicale delle case
congiunte con l’arco dell’iride,
sulla fronte della chiesa un raggio
ricade come ciocca.

E adesso qualcuno ha teso il silenzio,
batte in esso col pugno di bronzo
la campana serale
grondando di forza del metallo
prende a sonare sotto la croce della chiesa:
uno – due – tre – – – –

(1934)

Attraverso i confini

con monotonia il cavallo solleva la testa
la criniera ritmicamente ogni istante ricade
ruote ruote
erbe

tintinna l’assonnata semivita
lungo un viottolo erboso del bosco
in basso in basso
nel campo

al crepuscolo nella stoppia inciampa
la luna rossa e scura
io grido
dorata focaccia

non c’è niente neanche il sonno solo lo stridio delle ruote
la notte nebbiosa lunga veglia
io grido focaccia dorata
io grido le ruote in basso nel campo focaccia dorata

(1932)

In campagna

Il fieno profuma di sogno
il fieno profumava nei vecchi sogni
i pomeriggi in campagna riscaldano di segala
il sole suona il fiume di balenanti lamiere
vita – campi – trama di fili dorati

Di sera attraverso il cielo una passerella
la sera e il vespro
le mucche da latte tornano alle fattorie
a ruminare nel trogolo colmo di crepuscolo
Di notte sotto i bracci delle croci nei bivi
si spande l’azzurra tarlatura delle stelle
nuvolette siedono davanti alla soglia del prato
sono sfere di bianca peluria
un soffione

la luna si reca a lavare fazzoletti argentei
i grillini stridono nelle biche
non c’è di che aver paura

Il fieno profuma di sogno
celata è in esso una melodia religiosa
mi accosta guance infantili
protegge dal male

(1927)

Jozef czechowicz-zalSogno idilliaco

dal soffitto della notte che pende
attraverso il fruscio di ranuncoli e artemisie
il gorgoglio della pioggia sbufferebbe come incubo
ma sono note le parole di scongiuro zolfo
lanute criniere di cavalle

la Vergine Maria camminava tra le stelle
leniva la Vergine Maria il bruciore delle anime sofferenti
ed io sto nel tuono temo la mezzanotte
perché restate con chi dorme e con i sogni
non tormentate andate via dove volete
corvi lupi orsi cervi
amen

o tenebra così limpida adesso
ha brillato sulla veranda il tuo pettine d’argento
questo quieto parlare nel fosso
è il calamo
annuncia la confessione d’acqua
le stelle mariane terge con le dita
e a noi come parlare quando dietro il vetro – il frutteto
e più lontano arnie terreni di aneto e di carote

purificaci chiunque e ovunque tu sia
andate via da noi opere di uomini e animali
per questo ci inginocchiamo nella paglia come morti
da innumerevoli anni

(1939)

Cervello di anni 12

nembi più in alto più in basso le note
sguazzano sciolte nell’azzurro
sguazzano anche le mie scarpe
in un rivo di vento d’estate

le nicchie coi san giovanni
in una coroncina di erba appassita
raggiunte da una nube
inattesa di farfalle

più oltre lungo la strada verso il prato
su una collina d’argilla
va al ferrovia
il convolvolo ha superato i binari

fino al prato il sentiero s’incurva
giù dal terrapieno
calpestando l’erba del fiume
un ragazzino nudo spumeggia
là dove i pini finiscono
coprendo la città
getta cento esili piccole mani
il cervello di anni 12

tra gocce di fiordaliso
sulle scaglie dell’onda
svolazza il vivace capriccio
di uno snello torso-spirale

un grido o mezzodì o torrente
bocca e pugni pieni del grido
nell’estasi del sole come motore
brucia il cervello di anni 12

guardo il giorno va oltre il mezzodì già asimmetrico
presto la sera si stenderà come montagna
il vento ha mosso l’erba ma non i camini della fabbrica
l’oro del fiume diventerà grigio

ragazzo ragazzo domani o dopodomani
la nuda gioia che non è lievito di vita
si chiuderà per sempre come a chiave
nel 1936 guarderai il fiume da sotto l’elmo

(1930)

Rimpianto

la testa che imbianca e splende come doppiere
quando trasvolano i nastri argentei dei venti
porto nei fondi delle stradine
le rondini garriscono sul fiume
è poco va’

andare guardare sogni festini scene
di sinagoghe i vetri in frantumi
la fiamma che ingoia le grosse gomene
la fiamma d’amore
la nudità

ascoltare dei popoli affamati il ruggito
che è voce diversa dal pianto degli affamati
cala la sera di questo mondo
le narici fiutano la rossa mungitura
dal bruciante diluvio
ci chiediamo a vicenda chi sei

in tutti noi mirabilmente moltiplicato
sparerò a me stesso e morirò più volte
io nel solco con l’aratro
io tra i codici giurista
dal grido gas soffocato
io assopita tra i ranuncoli
e bambino torcia umana
in chiesa da una bomba colpito
e impiccato incendiario
io nera crocetta nelle lettere

o mietiture di rombi e di lampi
riuscirà il fiume a togliersi la ruggine di sangue fraterno
prima che i pilastri delle città si risolleveranno
giungerà allora un turbine di rondini
sibilerà sulla testa un’ala attraverso un’oscurità d’uccelli
va’ va’ oltre

(1939)

Nei pressi della stazione centrale di Varsavia

dalle finestre bagliori
nel nichel il buffet regnava
la fontanina dei fiori
verso il soffitto sprizzava

ondeggiano là le tendine
sfondo all’ombra dei grassoni
nell’alba avvolta di brine
e nell’ora dei lampioni

alcolica sinfonia
fughe di verdure e pane
sonate nell’agonia
serpeggia una viva fame

una fame latra sputa
un’altra spezza le dita
una terza cosa fiuta
nell’androne intimorita

facce della fame irsute
dai molti occhi diversi
son le lune decadute
di abbandonati universi

tossiscono sopra il pelo
di una sciarpa logorata

per esse io vi rivelo
Gerico sarà annientata

(1939)

Nel paesaggio

il fruscio dei castagni in basso il canto marino
si spengono al crepuscolo le candele degli alberi in fiore
la strada nel bosco in faccia al sole s’indora doppiamente
di fruscio e di sera scuriscono i recessi
dondolandosi come erba rigogliosa
le ragazze snelle sui cavalli

un colle all’incrocio dei viottoli
là una cappellina fresca come corallo
nella penombra una croce là un angelo
gli ex voto abbandonati dei pescatori
una stagione dimenticata da tempo
in un vaso spezzato è ammuffita la morte dei papaveri

il mare mormora i castagni
i cavalli con gli zoccoli intorbidano l’oro sull’acqua
di quelle che vanno una ha alzato la mano
e dà il segnale movendolo in aria come remo
perché è rimasto presso la cappella un puledro smarrito
ha guardato dentro ha toccato col morbido labbro la porta
ha nitrito puerilmente in alto non si sa che cosa

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: “Il principe-albero” e “Gocce di fantasia” (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo “L’albero che era un principe” (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).
   Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.
   Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.
   A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica anche le sue traduzioni di poesia polacca, russa e inglese. Negli ultimi anni sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie polacche di: Marek Baterowicz, Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska, Konstanty Ildefons Gałczyński, Anna Kamieńska. Di prossima pubblicazione: Anna Świrszczyńska e Tadeusz Różewicz. Della poesia russa: Aleksander Puškin, Boris Pasternak e Osip Mandel’štam. A gennaio del 2016 è uscita la sua prima raccolta di poesie “La stella errante” (Ed. GSE).
   Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

 

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65 risposte a “Józef Czechowicz (1903-1939) POESIE SCELTE “La musica di via Złota”, Attraverso i confini”, “In campagna”, “Sogno idilliaco”, “Cervello di anni 12”, “Rimpianto”, “Nei pressi della stazione centrale di Varsavia”, “Nel paesaggio” – traduzione e presentazione a cura di Paolo Statuti

  1. Ho scelto l’immagine di questi ornamenti astratti aztechi per introdurre e illustrare la poesia di Jozef Czechowicz proprio in quanto lontanissimi dalla sua poesia. Oggi, la nostra sensibilità è più vicina all’astratto, vediamo nell’astratto la nostra più intima condizione spirituale, nella ripetizione e nella variazione di quei segni misteriosi, ci riconosciamo. Quello che più mi affascina in una poesia o in un quadro è il non capire, se c’è qualcosa che ostacola la mia comprensione, allora vuol dire che lì c’è un problema, che devo riparametrare le mie categorie culturali. In questo poeta polacco ci sono delle cose che abbiamo imparato a riconoscere, ciò vuol dire che questo tipo di poesia è entrata nel bagagliaio delle mie conoscenze. Ma, come viaggiatore, vado oltre, non posso fermarmi.
    Io ritengo, al contrario di molti altri, che il postmoderno sia una risorsa. Il postmoderno cancella ogni pathos, ci costringe a relegarci nella nostra individualità, a considerare la nostra inautenticità come condizione naturale, a riconsiderare i nostri discorsi sulla letteratura di intrattenimento. Se tutta la letteratura è diventata di intrattenimento, che male c’è? Essa è quel che è. E non potrebbe essere altrimenti. Prima o poi sortirà fuori una letteratura che non vuole intrattenere il pubbllco ozioso ma che vuole intrattenere rapporti significativi con un pubblico operoso, attivo. Ecco, io rivaluterei l’attività. Sono per l’attività e contro l’ozio. L’ozio alla fine ti indebolisce, ti omologa alla sua natura, vuole che anche tu ozi, ti vuole passeggiatore da giardino, ti vuole parametrare sulla sua essenza fatta di ozio. L’ozio è una virtù dei ricchi, ed io non voglio in nessun caso intrattenere rapporti di ozio con la classe dei possidenti, con coloro che possiedono ricchezze. Per il semplice fatto che la ricchezza di un narratore o di un poeta è di altra natura..

  2. Caro Giorgio, io come viaggiatore (quanti anni ancora?) cerco sempre di capire e di rappresentare (ad esempio quando dipingo) ciò che sento e ciò che vedo attraverso la mia sensibilità artistica. L’astratto non m’ interessa. Quello che tu apprezzi e proponi è una lucida e fredda individualità senza pathos. Quando io ascolto ad es. Bach (non Berio o Webern), quando leggo Czechowicz non mi sento in ozio, ma occupato a cogliere suoni e parole che riconosco come affini al mio modo di vivere, di pensare e di gustare.

    • Caro Paolo,
      io non mi riferivo certo a te e alla tua instancabile attività culturale di finissimo traduttore e interprete della poesia polacca e non solo, ma mi riferivo alla poesia turistica che si fa oggi: tutti scrivono la medesima poesia, tutte le signore dabbene che fanno ozio e stanno in ozio, e tutti i piccoli professori che oziano anch’essi con i lustrini della cultura…

  3. Pasquale Balestriere

    Mi pare assurdo che, nelle analisi che leggo su questo blog, la poesia postmoderna non sia inquadrata e ristretta nell’ambito che ad essa più compete, che è quello di una realtà quasi del tutto disumanizzata, in cui l’essere umano non sa più fare i conti con se stesso perché, per una serie notevole di motivi, non ha coscienza di se medesimo, avendo perso i contatti con la sua interiorità. Per me bisogna partire da questo dato di fatto inconfutabile, cioè dalla disumanizzazione dell’uomo contemporaneo, anche per rendersi conto di certe filosofie a noi coeve, che, nel frantumare l’uomo in una miriade di frammenti e nel cercare la soluzione in ulteriori frammentazioni, stanno facendo un percorso assolutamente senza sbocchi, senza alcun attingimento positivo, dove l’aggettivo indica comunque un qualche approdo, una tavola a cui aggrapparsi, una possibilità di galleggiamento, insomma un motivo per continuare a vivere.
    La poesia, oggi, bandito ogni pur minimo tentativo lirico, segue in prevalenza la falsariga della filosofia. Si cercano strade “nuove”, si “progettano” poetiche innovative, si fanno i più disparati e ridicoli tentativi, anche di fusione a freddo, dimenticando che i più grandi poeti sono stati tali perché autonomi, “fuori scuola” e soprattutto dimenticando che la poesia la fanno i poeti che hanno voce, cioè vera capacità creativa; la quale è “dentro” il poeta, non fuori.
    E cerchiamo di non dimenticare che la poesia è bellezza, emozione pervasiva, forza, verità, ritmo, intensità, musicalità, grazia, rivelazione, onirismo e ancora altro.
    Io credo che, se ancora un compito è dato al poeta, questo sia di contribuire, con i suoi versi, alla ri-umanizzazione dell’individuo, a un nuovo, solido e solidale umanesimo che permetta all’essere umano di recuperare almeno in parte la percezione di sé, per non sentirsi -ed essere- definitivamente straniero a se stesso e sbandato in gelida solitudine esistenziale.
    Pasquale Balestriere

    • Ben detto! Condivido pienamente.

    • Salvatore Martino

      Ho letto e riletto questo straordinario commento di Balestriere veramente paradigmatico,da investigare in tutte le sue sfaccettature, da insinuare in tutte le menti di coloro che tentano di scrivere poesia. Mi ha davvero “emozionato” più dei versi dell’ennesimo poeta di lingua slava, che confesso non mi fa delirare, anche se ne apprezzo questo duplice piano quasi elegiaco frammisto a immagini e considerazioni più profonamente originali e legate ad un pensiero filosofico, alla sua visone del mondo. Incredibilmente , e so di azzardare questo richiamo, mi è venuto in mente il Pascoli dei Poemi Conviviali “Le rondini”, “Le gru nocchiere”, “L’ala” per esempio scritti negli anni in cui il poeta polacco nasceva, e ho trovato, a parte la sapienza tecnica una profondità persino maggiore in questa alternanza dei due piani poetici. Ma Pascoli come Petrarca o Cavalcanti sono detestati dalla maggior parte di coloro che si credono ai nostri giorni poeti. Devo dire che per quanto concerne il nostro squallido panorama mi accorgo che non c’è traccia del delirio dionisiaco in codesti versificatori, né la follia del mare aperto, nédello spazio vuoto, dell’infinito nulla, siamo alla banalizzazione della morte, a tutto quello che Balestriere suggerisce nel suo scritto. Linguaglossa si ostina a disegnare come evento da perseguire la fragmentazione, io invece penso che il poeta debba invece, come spesso ho affermato, l’aggregatore dei suoi e dei frammenti degli altri, l’ordinatore del caos personale e di quello del mondo. Certo una fatica di Sisifo , senza un risultato apparente, ma qui conta il tentativo,che nel suo sviluppo di sincerità riesce a comunicare un messaggiio, anche se incompleto e distorto. Leggo tanta poesia degli ultimi anni e non trovo sangue, passione, potenza, forza,coinvolgimento spirituale…almeno vi trovassi la musica che riesce a mascherare anche la pochezza del discorso, ad emozionare semplicemente con le sue cadenze.Checché possa affermare anche qualche frequentatore di questo blog trovo molta più violenza e passione e disperazione e comunque forti sentimenti leggendo Perch’io non spero di tornar giammai ballatetta in Toscana o i sonetti che Petrarca scrive all’indomani dell’annuncio della morte di Laura. Sono d’accordo con Sagredo quando parla dell’ignoranza intorno ai poeti di lingua slava, ed è più comprensibile, ma l’ignoranza sui nostri poeti! ? Salvatore Martino

      • Pasquale Balestriere

        Caro Salvatore Martino,
        grazie per la condivisione.
        Il fatto per me davvero inspiegabile è che, per capire ciò che ci succede intorno, non si indaghi sulle cause che hanno prodotto un autentico dissolvimento di quella che era una volta la coesione sociale e neppure sui motivi che hanno determinato quella disumanizzazione dell’individuo (perché sta qui la crisi della poesia e qui l’indicazione per uscirne), di cui dicevo nel post precedente; disumanizzazione verificabile giornalmente dalla cronaca nera, rosa, gialla e magari pure grigia, ma anche dalle cosiddette espressioni artistiche che quotidianamente vengono ai nostri occhi e alla nostra attenzione. Invece di individuare le cause di tanto deleterio, e ormai quasi totale, dissolvimento di ogni forma di umanità e di cultura, per tentare in qualche modo di arginarlo -ciascuno nei limiti delle proprie possibilità e per le proprie competenze-, coloro che dovrebbero sentirsi impegnati in azioni positive si rivelano del tutto incapaci. Nel caso della poesia d’oggi quasi mai si osserva che essa è figlia di questo tempo rozzo e disumano; e ad esso conforme, per grettezza e carenza di respiro poetico. Troppo spesso mi imbatto in forme di scrittura aride, false, inconsistenti, programmate, algide, contrabbandate per poesia, mentre sono il frutto di un intellettualismo – anche esibito, che è peggio- stolidamente pervicace; o, più semplicemente, di incapacità (la disumanizzazione!) di emozionarsi, di accendersi al fuoco della poesia. Osservo che c’è chi mette al bando la poesia lirica ritenuta la causa d’ogni male; chi ipotizza soluzioni alternative; chi va a caccia di non so quali escamotage per uscire da quella che appare -e forse è- stagnazione; e invece, per me, la soluzione è altrove: risiede, come ho già detto, in un processo di ri-umanizzazione, di recupero, a livello personale, di una interiorità ricca e feconda. Attraverso gli affetti, l’arte, la cultura.
        E sono d’accordo con te, caro Salvatore Martino, sulla necessità di una buona conoscenza della letteratura e della poesia italiane, prima ancora di quelle straniere. Almeno da parte degli italiani. Anche di quelli che non perdono occasione di pavoneggiarsi esibendo in modo smaccato le loro conoscenze delle letterature straniere e mostrando nei fatti evidenti limiti in cose letterarie nostrane.
        Pasquale Balestriere

        • Salvatore Martino

          Devo dire carissimo Pasquale Balestriere che la sintonia con il tuo cervello, la tua anima e la tua passione per la cultura vera e la poesia cresce esponenzialmente ad ogni nuovo incontro con un tuo scritto. Quando affermavo che abbiamo banalizzato il sesso e la morte, aggiungerei anche l’eros, mi riferivo proprio alla condizione che tu analizzi così lucidamente del mondo in cui viviamo, delle colpe di coloro che dovrebbero indicare i sentieri da percorrere,la palude di grigiore nella quale è così difficile non dico navigare ma nemmeno tentare una bracciata.E poi sono stufo di questo buonismo che riesce a far passare per poesia valida qualunque scarabocchio.L’avere abbattuto i canoni e le regole ha permesso l’invasione dei Mongoli,dei Germani, dei Vandali, dei Goti e Visigoti, degli Unni, delle religioni medio-orientali e così l’Impero di Roma si è dissolto…se ciò è avvenuto per Roma figuriamoci per quel microscopico lembo di terra che è il pianeta poesia. Quando si spacciano per capolavori quelle bazzecole minimaliste,quando le cosiddette Case Editrici maggiori pubblicano seguendo criteri di sfacciato clientelismo amicale si capisce che Origene aveva ragione “Extra Ecclesiam nulla salus”…sì non c’è uscita, né salvezza io credo, e forse si è dissolta in me anche l’illusione che in vita avrei incontrato una mutazione.

          • Pasquale Balestriere

            Io non so se ci sia (ci possa essere, ci sarà) salvezza, carissimo Salvatore Martino. So che questa è un’epoca di profondi mutamenti; so che la vita -in tutti i sensi possibili- è difficile per tutti. Ma so pure che ognuno dovrebbe battersi per le idee in cui crede. Io lo faccio, l’ho sempre fatto. Con rispetto, ma sempre senza alcun timore per l’avversario che ho di fronte; o semplicemente per chi la pensa in modo diverso da me. Per decenni sono stato docente, a contatto con giovani dai quindici ai diciott’anni; mi appartengono i valori dello studio, della ricerca, del sapere, della solidarietà. La passione che qualcuno di voi (Almerighi, tu stesso) ha acutamente notato nella mia scrittura viene da questo retroterra, da questo modo di intendere la cultura in senso pieno, nobile e anche utile (senza utilitarismi) alla vita. Ripeto: io non so se ci sarà salvezza. Ma ho un imperativo categorico che mi sono dato e che intendo rispettare: fare tutto quello che posso per rimanere nella via che -a mio parere- porta alla salvezza. Ad una qualche salvezza.
            Pasquale Balestriere

  4. non ci sono poeti lontani, la poesia non è geografie ma incontro di sensibilità. Ho gradito moltissimo la poesia di Czechowicz, una delle primissime vittime della barbarie scatenata da hitler: una bomba pietosa gli ha risparmiato le fosse di Katyn. Cos’ come condivido ammirato l’appassionato commento di Pasquale Balestriere

  5. Pasquale Balestriere

    Nel mio precedente intervento ho dimenticato di dire la mia ammirazione per Józef Czechowicz, un poeta di grande carica emotiva e di squisita sensibilità.
    In genere, prima di commentare, non leggo mai né la presentazione né i commenti precedenti per timore di esserne in qualche modo influenzato, sia pur involontariamente. Questa volta l’ho fatto e così, se ampliassi il commento, sarei costretto a dire concetti già espressi da Paolo Statuti, al quale faccio i complimenti per l’ottimo post (traduzione compresa, perché, se Czechowicz ci “parla” così poeticamente anche in italiano, il merito va condiviso con il traduttore).
    Infine ringrazio Almerighi per la condivisione del mio intervento, sottolineando altresì la comunanza di opinione sulla poesia di Józef Czechowicz.
    Pasquale Balestriere

  6. ubaldoderobertis

    Trascrivo il commento che ho postato poco giorni fa sul blog Un’anima e tre Ali di Paolo Statuti a proposito della poesia di Józef Czechowicz.

    Poesie di cose parlanti per sé, nel breve spazio la vista acuta dell’osservatore ricco di sensibilità,
    / le nicchie coi san giovanni/ in una coroncina di erba appassita/ raggiunte da una nube inattesa di farfalle/ più oltre lungo la strada verso il prato/su una collina d’argilla/va la ferrovia/il convolvolo ha superato i binari…/
    Mio padre era capostazione in una linea ferroviaria a scartamento ridotto. La stazione è stata la mia casa e la ferrovia “con il convolvolo (che) ha superato i binari…/ “era il mio giovanile punto di osservazione. Resto inebriato dai ricordi sollevati da questa bella poesia di Józef Czechowicz. Poi, come arriva il “1939, “nei pressi della stazione centrale di Varsavia,” ben più imponente rispetto alla mia stazioncina trovo, oltre alla dolce musicalità dei versi:
    “facce della fame irsute/ dai molti occhi diversi/ son le lune decadute/di abbandonati universi/
    l’orrendo spettro della guerra che ho fatto in tempo a conoscere anch’io quando la mia stazione fu presa di mira dai bombardamenti aerei.
    Ti ringrazio vivamente caro Paolo, per gli autori favolosi che poni alla mia attenzione.
    Ubaldo de Robertis

  7. Quel che più mi ha colpito in questa poesia, è il passaggio rapido da testi di mite rasserenante rappresentazione dove a prevalere è una tonalità elegiaca a quelli nei quali esplode la brutalità della tragedia con un crescendo rapido, incalzante. Belli, in particolare, alcuni squarci del paesaggio, illuminati da una luce sinistra come un incubo piombato, all’improvviso sulla realtà.

  8. gino rago

    Punteggiatura inesistente. Nessun punto. Per non interrompere, forse, il flusso struggente, emotivamente carico, il quale, per esprimersi in una certa compiutezza – questo mi pare di cogliere dalla efficace traduzione
    di Statuti – richiede l’impiego continuo di metafore e di analogie, tra tono elegiaco e presentimento dello sconvolgimento di un mondo, ben interiorizzato, ben vibrante nella psiche del poeta in un tempo e in uno spazio riconoscibili.
    Chechowicz credo che abbia contribuito con il suo tessuto poetico a preparare la strada a Zbigniew Herbert e a Czeslaw Milosz, che il dramma,
    il disastro hanno, se non altro per ragioni anagrafiche, attraversato, con punte di altissima poesia quasi che (considerando anche la Szymborska) la Storia si fosse incaricato di risarcire i danni d’un popolo malinconico e colto.
    Gino Rago

  9. E non ci sentite anche qualcosa di Pasternak, almeno per quanto riguarda metafore e natura?

  10. Giuseppe Panetta

    “I grillini stridono nelle biche
    non c’è di che aver paura.”

    Bica: mucchio di covoni di grano

    Trovo interessante, nella traduzione di Statuti, questo verso. Paradossale.

    Ad ogni modo, leggendo questi poeti slavi che vengono recentemente proposti, capisco meglio che tutto il “mondo poesia” è “paese poesia”. Vi sono i grandi, i minuscoli, gli epigono, i replicanti.
    Il mondo poesie è paese poesia a qualsiasi latitudine.

    • Questi tre versi dovrebbero essere citati insieme, senza virgolette e senza spiegare cosa sono le biche:

      la luna si reca a lavare fazzoletti argentei
      i grillini stridono nelle biche
      non c’è di che aver paura

      ed ecco lo stesso brano nella traduzione di Carlo Verdiani (1905-1975), autore tra l’altro dell’antologia “Poeti polacchi contemporanei” (1961):

      la luna scende a lavare pezzuole argentee
      le cicale friniscono nelle biche
      di che vuoi aver paura

      • Giuseppe Panetta

        Era altro a cui io, con leggere ironia, alludevo “grillini” e “grano”.
        Su, su, non è difficile da capire una leggerezza così.
        Gino Rago ha messo le cose a posto, a suo favore, Statuti, visto che i grilli friniscono di notte. Lo so bene, le notti d’estate in Calabria è un concerto immenso. Le cicale cantano di giorno.
        Poi, non conoscendo il polacco né il russo non posso intervenire sulle traduzioni. Posso solo ringraziarLa per il lavoro che fa.
        Ma, conosco l’inglese, lo spagnolo e un po’ di francese. Potrebbe bastare per non essere tacciato d’ignoranza?

        • gino rago

          Attento, Giuseppe: il versante onomatopeico della nostra lingua ci segnala che i grilli zirlano e le cicale
          friniscono: gli uni, di notte; le altre, di giorno. Per tagliare la testa al toro,
          possiamo dire il canto dei grilli e il canto delle cicale….
          Ma i tuoi grillini erano carichi d’altre valenze…
          Ma l’immensa stufa della poesia, lo sai, occorre continuamente legna.
          Senza che importi la sua qualità. Finché il tiraggio è buono,tutto si trasforma in fiamma…
          Gino Rago

          • gino rago

            Correggo, caro Giuseppe.
            “Ma per l’immensa stufa della poesia, lo sai, occorre continuamente legna.
            Senza che importi la sua qualità. Finché il tiraggio è buono, tutto si trasforma in fiamma….”
            Gino Rago

            • Giuseppe Panetta

              Grazie, caro Gino, per la puntualizzazione, frinire, zirlare, garrire (Le rondini garrivano assordanti. Gozzano).
              E grazie anche per aver compreso le “altre” valenze della mia citazione/allusione.
              Con te, come con Balestrieri, credo di avere almeno la chance di volare leggero sulla materia pesante.
              Poi, c’è chi mi si dice, che l’ironia non porta da nessuna parte!!!

              Ad ogni modo. Il poeta qui presentato non mi piace. E non mi piacciono anche altri poeti slavi presentati in precedenza in questo blog. E questo lo si può dire? O siamo tutti ignoranti solo per averlo solo pensato?

  11. gino rago

    E’ proprio vero: tradurre è un pò tradire. Una ulteriore conferma ci arriva proprio dai tre versi che ci propone Paolo Statuti. Il quale, nella sua versione, adotta lo stridio dei grilli nelle biche, là ove Carlo Verdiani opta invece per il frinio delle cicale.
    Confondere i grilli con le cicale non è poi cosa diversa dal prendere lucciole per lanterne: le cicale friniscono nella pienezza del giorno caldo, quando invece lo zirlio d’un grillo è evento notturno, in genere nello spacco d’un muro.
    Sul piano, invece, meramente poetico ed estetico, funzionano bene entrambi gli orientamenti di traduzione.
    Del resto, anche L’albatro di Baudelaire lo abbiamo amato nella traduzione di Vincenzo Errante, nella traduzione di Gesualdo Bufalino, nella traduzione di Giovanni Raboni…E la grandezza del poeta de I Fiori del Male è giunta a noi intatta…
    Gino Rago

  12. antonio sagredo

    caro Paolo, tu dici Pasternàk? Come possono fare riferimenti, se non hanno strumenti?
    Scrivo questo senza offendere alcuno. Grazie

    • A Gino Rago:

      Per chi conosce il polacco ecco la strofa:

      Księżyc idzie srebrne chusty prać
      świerszczyki świergocą w stogach
      czegóż się bać

      complimenti per la conoscenza delle abitudini musicali di grilli e cicale! Ma qui siamo proprio di notte. Inoltre cicala in polacco è cykada, mentre qui ci sono proprio i grillini. Per concludere direi che in questo caso non si tratti di tradimento o quasi tradimento, ma di fedeltà.

      • gino rago

        Infatti, caro Paolo, è Verdiani che, facendo frinir le cicale di notte, al chiaro di luna, ha suscitato in me qualche perplessità, fatta salva la libertà poetica detta anche “licenza”.
        E poi, lo sai meglio di me, che grilli e cicale, con ombre, acqua, spazio, voce, erba, mare, fiume, vento e luce, ecc., nel tessuto lessicale di tanta poesia italiana entre deux guerres divennero elementi topici del linguaggio poetico italiano.E anche nelle esperienze poetiche del nostro neorealismo, in Scotellaro, soprattutto.
        Anche perché, caro Paolo Statuti, l’etica deve sostenere tanto chi legge, quanto chi scrive.
        Gino Rago

    • caro Sagredovskij, anche noi umili mortali che Pasternak lo abbiamo letto in traduzione, abbiamo il diritto di secernere le nostre impressioni? Del resto si parla della poesia mondiale attraverso le traduzioni perché non possiamo conoscere gli originali delle poesie scritte in cento lingue diverse!

    • gino rago

      Caro Alberto Di Paola, detto Sagredo, a proposito di Pasternàk
      quando scrivi “come possono fare riferimenti, se non hanno strumenti?”,
      a chi ti riferisci? Chi ha fatto riferimenti, se non il solo Statuti? A quali strumenti ti riferisci? Faccio queste domande solamente per arricchire il dibattito, già invero ricco, in corso, mentre non mi sfugge il successo mietuto come slavista nella serata poetica di ieri all’Aleph, come del resto ci segnala anche Giorgio Linguaglossa.
      E poi, cosa pensiamo o davvero sappiamo sul Novecento poetico italiano?
      Impegno e formalismo, avanguardia e sperimentalismo hanno ancora una eco o sono monete fuori corso?
      Quanti convegni si organizzano ogni anno sulla nostra poesia contemporanea?
      Quante tesi di laurea e/o dottorati di ricerca assegnano le Università italiane sulla poesia del ‘900? Ecc. Ecc.
      Gino Rago

  13. Ieri sera io e Antonio Sagredo abbiamo presentato a Roma il poeta ceco Petr Hruska. Brillante la presentazione di Antonio Sagredo. Erano presenti, tra gli altri, Steven Grieco, Letizia Leone, Francesca Farina, Laura Canciani, Edith Dzieduszycka, Emerico Giachery, Noemi Paolini Giachery e Paolo CarlucciPoeta Hruska di un’altra tradizione poetica. Io mi sono soffermato sull’impiego, ad inizio verso dei verbi al condizionale, cosa davvero strana per un lettore di poesia italiano, che fa abbondante impiego dei “tagli”, delle “cesure”, dello scambio, delle metonimie tra un verso e l’altro e anche nell’ambito dello stesso verso. Hruska fa poesie brevi, punta sulla compattezza. Compatta e ricompatta i diversissimi frammenti per farli sembrare una cosa omogenea ma omogenei non sono i singoli frammenti, non lo possono essere neanche nella poesia più riuscita. I frammenti tendono, per loro essenza e costituzione, a sbucar fuori dalla griglia compositiva che gli è stata costruita attorno, anche della migliore griglia. La sua poesia non impiega la punteggiatura, vuole far sembrare un flusso ciò che non è flusso ma ricostruzione di frammenti. Ad esempio, da”Le macchine entrano nelle navi” (Valigie Rosse, 2014 trad. Jiri Spicka):

    ti sei spogliata
    con le mani quarantenni
    e ti sei girata
    verso i cassetti
    dove da un tempo terribilmente lungo
    abbiamo creme rasoi e utensili
    ho sviato gli occhi
    di fronte a quella bellezza
    e ricordo soltanto
    il dorso bianco
    della monografia di Giotto

    *

    Il maglione verde
    dopo tutti gli anni insieme
    il maglione verde
    né pioviggina
    né imbrunisce
    mi alzo
    da dietro abbraccio
    il maglione verde

  14. antonio sagredo

    caro Rago,
    stasera come ho promesso a Paolo Statuti (che era deluso da me, ma io non sono una macchinetta) scriverò un commentoi più o meno dettagliato sul polacco e il Pasternak. Venivo da una serata impegnativa poi che ho presentato un poeta aceco, e non era cosa facile… poi che parte degli ascoltatori – pur essendo poeti artisti scrittori ecc. non conoscevano ( non conoscono) le lettearture slave (questo mi conferma quello che io pensavo circa 45 anni fa quando c’era molta ignoranza – come oggi del resto – su quelle letterature)… quindi ho dovuto per sommi capi accennare a tanti “riferimenti” storici-lettearri ecc. .. non finerndo del tutto l’esposizione a causa del tempo ristretto – Comunque si va avanti….
    ———————-
    Intanto per strumenti eccoVi un componimento del 1990:

    E una sera, deposti gli strumenti
    e i conteggi possa io con visioni e lutti
    accertare il mio pensiero, e fossili
    pianti rinvigorire per nuovi giorni.

    E correre voglio dietro a un lamento
    spinto da numeri svezzati al puro
    immaginare, perché unico è il possesso
    di un astro contro la sua legge.

    Vigilie contro sangue, fasti del silenzio!
    La meridiana è cieca su portali
    d’ignominie: ho sete di scale, di strumenti,
    di limiti che in anelli fonderei
    per lasciarvi solo resti di universi.

    antonio sagredo
    Roma, 10-27 luglio 1990

  15. antonio sagredo

    ——————————————————————————-
    Non so affatto quali poeti russi abbia letto il poeta polacco Józef Czechowicz. Di primo acchito, a una prima lettura devo confessare che più che Pasternàk, il mondo della Natura (nello specifico il mondo contadino) è simile a quello di Serghej Esenin. Nei versi del poeta polacco ho notato molti degli ingredienti tematici che formarono i versi di Esenin. Ma azzardo che Pasternàk ed Esenin sono fusi in qualche modo nei versi di Czechowicz; è difficile districarli entrambi poi che la tonalità della descrizione, la tenerezza verso le piante e gli animali, la maniera in cui ci vengono rappresentati e le notti e i giorni nella loro successione naturale sono similari; e inoltre l’aspetto religioso è più di Esenin che di Pasternàk (che ne scriverà tanto nelle poesie di Živago, di sicuro non prima se non come panteismo indistinto). Ma la Natura nel polacco, da quel che leggo qui in questi versi non è mai così violenta come in Pasternàk, dove assume aspetti da tregenda: terribili sono gli scatenamenti naturali per poi placarsi d’un tratto in una quiete assordante. In Esenin non vi è mai una Natura così violenta se non quando viene minacciata da fattori esterni (come la Rivoluzione), come la sua distruzione davanti all’avanzare di un socialismo distruttore! Non vi è rievocazione nei versi del polacco Czechowicz che non tenga presente l’attualità che gradatamente muta l’ambiente circostante, voglio dire che se in Pasternàk vi è di certo una epicizzazione degli eventi: non il tutto diviene epica – l’uso del verbo imperfettivo per accentuarla è corrente – ma soltanto alcuni parti del tutto, cioè quegli aspetti della Natura che meritano di divenire epica.

    Il presente di Pasternàk diviene subito imperfettivo perché l’evento si faccia all’istante passato da rievocare in moto coi sentimenti intimi che lo pervadono. Non c’è tutto questo in Czechowicz. Ma c’è la dolcezza e la tenerezza con cui vengono trattati e descritti gli eventi esterni oppure l’intimo interiore che s’accorda con quel al di fuori che lega i due poeti… ma questo troviamo in maniera più incisivamente partecipata in Esenin: il mondo contadino o campagnolo di questi è speculare con quello di Czechowicz, ma mi riesce difficile assimilarlo con quello di Pasternàk. Non basta che Czechowicz scriva che la “ferrovia va” per poi dire che anche Pasternàk scrive di treni e di stazioni ferroviarie: non è affatto la stessa cosa!
    Ma se Esenin si rivolge tenero agli animali da cortile coi ricordi infantili e dolcemente, ebbene il poeta polacco gli è davvero più vicino, mentre Pasternàk si allontana. Il treno per Pasternàk assume fin dalla prima infanzia (si recò con suo padre, Leonid, ad aspettare ad una stazioncina l’arrivo di Rilke e di Lou-Andreas Salomè) il significato epico mai negato, tanto che dedicherà al mondo ferroviario una raccolta : Sui treni mattinali.
    Ora ho fatto degli esempi di distinzioni fra i tre poeti, ed è inutili farne altri poi che il grado di misurazione fra di loro non cambia. Va al polacco il merito di aver saputo, ma molto limitatamente sostenere (credo inconsciamente) i mondi poetici dei due russi (poi che, ripeto, non conosco le letture di Czechowicz)… per questo quanto ho scritto ha valenza minima e va riportato ad alcuni versi qui pubblicati.
    Ma vi è un aspetto fondamentale che distingue i tre poeti, e cioè il loro atteggiamento verso la Historia che precipita nel baratro: Pasternàk seppe sempre dominare l’esterno proprio per la sua visone metastorica; Esenin soccombette invece alla trasformazione-distruzione del suo mondo contadino. Czechowicz, (a quanto scrive, Statuti) muta l’accento dei suoi versi verso il tragico che s’avvicina, diviene pessimista, ha presagio di qualcosa di terribile, non fa in tempo a vederne i contorni, perché questo presagio stesso mette fine a i suoi giorni. Grazie, a. s.

    • Grazie Antonio, da te mi aspettavo un’analisi così competente e accurata. Me l’aspettavo conoscendo la tua profonda conoscenza della poesia russa. Tu vedi più Esenin che Pasternak, e io accetto il tuo giudizio. Eppure leggendo ad esempio:

      Silenzio musicale delle case
      congiunte con l’arco dell’iride,
      sulla fronte della chiesa un raggio
      ricade come ciocca.

      Il fieno profuma di sogno…

      si spengono al crepuscolo le candele degli alberi in fiore…

      di fruscio e di sera scuriscono i recessi…

      sibilerà sulla testa un’ala attraverso un’oscurità di uccelli…

      le narici fiutano la rossa mungitura…

      quando trasvolano i nastri argentei dei venti…

      in un vaso spezzato è ammuffita la morte dei papaveri…

      ecc, ecc.

      non posso non sentire la magia pasternakiana e il suo modo di creare le metafore. Ma forse è solo una mia impressione.

  16. Un sincero grazie, cari amici, per i vostri commenti favorevoli. Per me essi sono il compenso più gradito e più prezioso! 🙂

  17. antonio sagredo

    Sui versi di Czechowicz su citati da Paolo Statuti proviamo a fare una sorta di selezione (avverto che sono delle sensazioni avvalorate dai concetti).
    ———————————
    La strofetta iniziale mi fa pensare alla >>>>> Anna Achmatova. –
    “Il fieno profuma di sogno…” “le narici fiutano la rossa mungitura…” a >>>>>> Esenin. – “si spengono al crepuscolo le candele degli alberi in fiore…”quando trasvolano i nastri argentei dei venti…” a >>>> Pasternàk.
    ————————————–
    Ma, ripeto, sono solatnto sensazioni oppure rievocazioni e costruzioni di atmosfere che mi rimandano a certi temi correnti ai tre poeti russi (a ciascuno di essi la propria specificità) ; p.e il verso “sibilerà sulla testa un’ala attraverso un’oscurità di uccelli…” è quasi >>>>> mandelstamiano; e così via.
    —————————————————-
    E di nuovo mi faccio la domanda: quali poeti russi lesse Czechowicz?
    ———————————————————
    Ho anche la convinzione che tantissime tematiche similari (moltissime prese a prestito dai rispettivi folclori) attraversano per intero tutte le letterature slave e non slave limitrofe per cui necessitano studi specifici per ciascuna di esse e poi da questi studi risalire per diacronismi e sincronismi ai temi similari, che poi formano l’ossatura dei sentimenti slavi comuni a tutte quelle popolazioni; e così via….

  18. A Giuseppe Panetta

    I suoi commenti sono troppo “lievi” e troppo ironici per me, per poterli capire e apprezzare. Il “grano” l’ha tirato fiuori lei, e non c’è nella traduzione. Comunque sia, “Grillini” e “grano” (non “gralo” o “grallo”) non mi sembra una scoperta così esilarante. Io non ho chiamato nessuno “a mio favore”, quindi la sua osservazione mi sembra fuori luogo. Apprezzo la sua conoscenza di 2 lingue e mezza, ma nessuno l’ha tacciata d’ignoranza, tanto meno io. Se non le piacciono i poeti che io traduco e Giorgio con piacere pubblica e altri apprezzano, potrebbe dire almeno perché, oppure semplicemente non li legga. Sono felice che lei non conosca né il polacco né il russo, non perché tema la sua “supervisione”, ma perché mi irrita la sua malcelata malizia. Apprezzo comunque che lei mi ringrazi per il lavoro che svolgo.

  19. claudio micheluzzi

    Panetta coltivi il suo orto nel suo piccolo paesino col suo piccolo spicciolo
    pensiero: eviti di dire fandonie, cerchi di essere umile, poi che la mancanza di umiltà è tipica dei presuntuosi…

    • Carissimo, torno nel paesello per la pausa estiva ad ascoltare lo zirlo, il frinire, il garrire, il gracidare come tutto il resto dell’allegria fattoria. Per il resto dell’anno vivo a Firenze e passo il tempo, purtroppo, ad ascoltare il tuo cicaleggio.

      A Statuti rispondo dopo, penso abbia frainteso il senso del mio discorso, leggero come l’elio.

  20. Rispondo alla domanda di Sagredo: quali poeti russi lesse Czechowicz?
    Ho appurato che: Józef Czechowicz conosceva bene il russo e la letteratura russa. Nelle sue lettere e recensioni troviamo frequenti riferimenti ad essa. Amava soprattutto Blok, che ebbe una sicura influenza sulla sua creazione. Nel 1933 conferma al poeta K.A. Jaworski la sua partecipazione alle serate di poesia russa “Da Lermontov a Pasternak”. Nel 1934 pianifica una Antologia della poesia russa e una Antologia della poesia cecoslovacca (entrambe non realizzate). Tradusse 14 liriche di Blok e altre 17 poesie russe (Lermontov, Kuzmin, Voloshin, Oreshin, Klujev, Cvetaeva, Esenin).

  21. Immagino che sentirà anche il gloglottare dell’oca, il crocciare della gallina, lo squittire del topo, il mùgghio del bue, il rigno del mulo ecc. Quindi non mi resta che augurarle buon ascolto!

  22. Pasquale Balestriere

    Allibisco leggendo il commento -indegno di un blog letterario- del sedicente Claudio Micheluzzi che, irrompendo in una querelle che nemmeno lo riguarda, mentre predica umiltà (virtù peraltro a lui del tutto ignota), manda a coltivare l’orto chi non è allineato sulle sue posizioni slaviste.
    E mi meraviglio ancora di più il fatto che un commento così greve, irriguardoso e con intenti offensivi non sia ancora stato rimosso dal responsabile del blog.
    Ma Giuseppe Panetta, persona colta, sensibile e ironica, sa maneggiare bene il fioretto. E se decide di colpire un bersaglio, specie se lento e prevedibile, non sbaglia certo il colpo.
    Pasquale Balestriere

    • Se il bersaglio sono io, la informo che anche io sono colto, sensibile e ironico, quindi lottiamo ad armi pari. Ma mi dispiace che anziché parlare di poesia e spiegare perché la poesia slava qui pubblicata non piace, si faccia dell’ironia da quattro soldi…

      • Giuseppe Panetta

        Io La stimo, pur non conoscendola, signor Statuti, ammiro il suo lavoro di traduzione, come ho più volte sostenuto.
        Lei non era il mio bersaglio. Il mio bersaglio è chi offende con arroganza fior fiori di studiosi che qui arricchiscono la discussione intorno alla Poesia (e la sciamo perdere me, la mia ironia, i miei errori e la mia Luna).
        Non era lei, ripeto, il bersaglio, e mi scuso se è passato questo messaggio. Ma io sono fumino e non lascio di certo passare.

        Mi scuso ancora.

        GP

        • Accetto volentieri le Sue scuse, signor Panetta, ed ora in questo clima rasserenato, può spiegarmi per cortesia perché non le piace la poesia di Józef Czechowicz? Oggi ho ricevuto nel mio blog questo commento: “C’è un verso che da solo mi dice tutta la magia della sua arte – “Il vento fruscia di violetto”: il suono si fa colore, perché suono e colore sono un tutto unico, nella semplice meraviglia della natura”. Condivido pienamente, soprattutto perché sono anche pittore. A lei questo verso non dice niente?

      • Pasquale Balestriere

        Statuti, lei non c’entra. Il bersaglio è lo pseudo-Claudio Micheluzzi. Quanto alla poesia di Czechowicz , ho già espresso il mio parere positivo. Le consiglio di leggersi il mio commento dell’11 marzo, ore 15,08.
        Pasquale Balestriere

        • Scusi ma la mia domanda era rivolta a Giuseppe Panetta, Ho letto il suo commento dell’11 marzo l’11 marzo stesso.

          • Pasquale Balestriere

            @ Statuti
            Sono stato indotto in errore dal fatto che lei, con il suo commento odierno delle ore 15, 27, ha usato, sul mio intervento, la modalità “rispondi” (scrivendo nel rientro); e anche dal fatto che lei, nel medesimo commento, ha ripreso tre aggettivi che avevo usati riferendoli a Panetta (“persona colta, sensibile e ironica”). Tutto chiarito, mi pare.
            Pasquale Balestriere

  23. Giuseppe Panetta

    Caro Pasquale Balestrieri, grazie del tuo commento, ma preferisco che il commento del Micheluzzi rimanga, come rimanga pure la mia risposta, a cui aggiungo, oltre al cicaleccio, che se il Micheluzzi è chi penso io, o un avatar riconducibile e chi penso io, aggiungo ancora, che continui pure a gonfiare l’otre della forma “poi che” (ndr) manca, come ha puntualizzato altrove il Critico, totalmente il “contenuto”.

    Metto da parte il fioretto e imbraccio la balestra.

  24. Giuseppe Panetta

    Presto detto, gentile Statuti. A mio gusto il poeta “impressionista” qui presentato no mi ha suscitato nessuna emozione particolare. Pur apprezzando immagini, dipinti, fotografie del dettato poetico, come olio su tela en plein air, il realismo delle scene di vita quotidiana, non riesco a leggere niente di così eccezionale che non abbia letto in altri Poeti, non dico solo europei, ma accomunati per range storico.
    E rileggendo e rileggendo trovo questi versi, sempre a mio gusto, di valoreE “adesso qualcuno ha teso il silenzio,
    batte in esso col pugno di bronzo
    la campana serale
    grondando di forza del metallo. ”

    Non ho certo bisogno di entrare nel merito dell’analisi testuale di questi pochi versi che ritengo significativi, le figure contrastano con le ombre complementari.

    Ho apprezzato, invece, un altro autore da Lei presentato, il lituano Mieželaitis. Se va a rileggere i commenti che lì vi ho lasciato, capirà meglio le mie motivazioni.

    Non sono un presuntuoso, ho tanto da imparare e da studiare, ammetto la mia ignoranza sui poeti slavi, per questo ritengo il Suo lavoro di traduzione e veicolazione di quell’area poetica poco discussa in occidente, di grande importanza, almeno per me.

    GP

    • Un sincero grazie da parte mia e da tutti coloro (Giorgio in testa) che considerano questo blog come un’arena di sereno confronto di idee e di gusti, senza inutile ironia o presunzione.

  25. antonio sagredo

    Caro Paolo, ancora una volta sono stato scambiato per un altro. Pensano costoro che io abbia tempo di discutere, quando sono altri i miei interessi che Tu conosci bene. Dovrebbero invece ringraziarci per le novità due portiamo umilmente in questo blog. Ma sarà il tempo a condannarli all’oblio, perchè nulla a loro è concesso di donare al prossimo: non mi rivolgo a chi ci critica, perché il criticare (o il pettegolezzo) fa parte di un pensare che secoli di vita. Il nostro comune lavoro di slavisti ci ha sempre condotto alla comparazione fra diverse culture,lavoro facilitato dalle nostre conoscenze linguistiche e filologiche, e di certo non possiamo pensare che altri le possegono; quindi lavoriamo anche per chi non le possiede; ma capita certe volte che quelli non gradiscono il dono, e allora non resta loro che il pettegolezzo, la diceria, l’essere soltanto dei monatti miserevoli, l’attacco gratuito… convincerli vuol dire essere sconfitti, e lontanamente pensano che la sconfitta a loro si addice perfettamente, e non a noi. E con questo chiudo con Puskin .” Non perdere tempo con gli sciocchi” – Grazie
    A. S.
    nb. Caro Paolo, ci aspetta un lavoro non facile: Pasternàk-Montale.

    • Giuseppe Panetta

      Ti ci hai la coda di paglia, mai io sono più veloce di te, caro Sagredo, e il mio commento, fino fino, potrebbe essere rivolto a te come a qualsiasi altro tuo alter ego, o “amico” di bottega, chiunque egli sia, “poi che” il mio intervento non era rivolto direttamente a te a ma Micheluzzi. Diciamo che che ho preso due piccioni con un Favetto!!!!

      Oblivium, oblivii…

      Io ho da dimenticare questa giornata, “poi che” sono solo “slave to the rhythm.
      L’avrai capita, mi domando?

  26. Caro Antonio, io conosco bene il tuo prezioso contributo culturale come slavista e poeta e quando abbiamo collaborato insieme, ad esempio con Pushkin e Lermontov, abbiamo riscosso un meritato plauso. Di materiale ancora poco noto in Italia ce n’è tanto, abbiamo solo l’imbarazzo della scelta. Il nostro è un “marchio di fabbrica” già affermato. Ma non illudiamoci, in molti continueranno a ignorare il nostro lavoro: in primo luogo gli invidiosi accademici, in secondo luogo i sordi e i cechi al fascino della poesia slava.

  27. Giuseppe Panetta

    Per Paolo Statuti.
    (spero di non aver fatto confusione con gli accenti)

    Dusze strajkują i juź się nie wcielają
    W piekielnym obrocie jakości
    Źycia z niewieloma oczekiwaniami – a wynagrodzenie
    Nie jest dobre i zostajesz ponownie zagniatany i jeszcze raz
    Upieczony.

    Pastrzą dusze w żalu z czwartego
    Wymiaru na biodotę lustra –
    Nie przeglądając się nigdy nie ujrzą szarości
    Purpurowej mię ni krwi papieru

    Lepiej od czasu do czasu ukazać się światłem
    Które zabłyśnie – myślą: bez kolizji bez źłości –
    Nieprzetłumaczalny podmuch cienia

    Lepsze warunki proszą z dołu
    O gwarancje godne szacunku –
    Należyte pokrycie w odwecie.

  28. antonio sagredo

    “cechi” nel senso di abitanti della Repubblica Ceca?”: la risposta di Paolo Statuti a questa banalissima battuta è quella di un gran Signore. Non so come definire invece quell’altra… cosa.

  29. Caro Antonio, forse più opportunamente avrei potuto rispondere anche così: “Certo, nel senso di abitanti della Repubblica Ceca, e complimenti per il suo acume”

  30. Pasquale Balestriere

    Rispondo ai due che ormai lavorano in sincronia, con questi quattro versi, tratti dal mio ultimo libro:

    Ciechi saettano nel cielo dardi
    di vento, lieto ognuno dell’altezza
    raggiunta e dunque paghi dell’ impresa.
    Ma sono solo stoppie pronte al debbio.

    E, per me, la questione finisce qui. Non senza aver consigliato ad entrambi maggior rispetto per la lingua italiana, anche nei commenti

    Pasquale Balestriere

    • Giuseppe Panetta

      Ben detto caro Pasquale. Per quanto mi riguarda devo ancora decidere chi tra i due sincroni è il gatto e chi la volpe. E anche io chiudo qui.

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