ROMA, VENERDì 11 marzo H. 17.30 Aleph Trastevere, vicolo del Bologna, 72 presentazione del POETA CECO PETR HRUSKA, “Le macchine entrano nelle navi” (ed. Valigie rosse, 2014) Intervengono Katerina Zoufalova, Antonio Sagredo, Silvia Beatrice Bellucci, Giorgio Linguaglossa. Sarà presente l’autore, canterà Yvetta Ellerova. Seguirà coktail – Petr Hruška – “Le macchine entrano nelle navi” (Valigie Rosse, 2014). Prefazione di Jan Štolba, traduzione di Jiří Špicka con la collaborazione del poeta Paolo Maccari – Commenti di Jan Štolba, Antonio Sagredo e Giorgio Linguaglossa

foto Eve Arnold, Silvana Mangano at the Museum of Modern Art, New York, 1956

Eve Arnold, Silvana Mangano at the Museum of Modern Art, New York, 1956

Commento di Jan Štolba dalla Introduzione a “Valigie Rosse

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Petr Hruška, nato nel 1964, è emerso da una generazione che ha ancora pienamente vissuto gli anni della cosiddetta «normalizzazione», l’ultima fase del regime comunista. Erano gli anni di uno strano tempo senza tempo, di acque stagnanti, quando il regime aveva tutto il Paese sotto il suo controllo, la propaganda politico-culturale dominava i media e tramite essi ostentava un’immagine di onnipotente felicità e benessere. È vero che a quest’immagine non credeva nessuno, ma quasi tutti scuotevano la testa in segno dell’ubbidiente assenso e addirittura, a loro volta, lo realizzavano con le loro personali fughe nelle casette di campagna… Gli anni della normalizzazione erano anni della «noia tautologica» (Václav Havel) e della famigerata «calma per lavorare», così esaltata, in opposizione a un qualsiasi moto di disturbo attivato da un’opposizione o da una critica sociale, da Gustav Husák, l’allora presidente della repubblica, il «presidente dell’oblio», come l’ha definito Milan Kundera. gli anni della normalizzazione erano anni in cui apparentemente non accadeva niente. ciononostante il paese era occupato dall’invisibile armata sovietica e decine di dissidenti erano perseguitati senza scrupoli, carcerati ed espulsi in esilio […] le persone si trovarono a dover fronteggiare dilemmi non facili anche in situazioni in cui non rischiavano una diretta repressione. E soprattutto la sfera dell’arte e della letteratura erano strettamente sorvegliate dagli ideologi del regime. Hruška non pubblica durante la normalizzazione, difficilmente sarebbe stato possibile. Per i gusti del regime la sua poesia era troppo cruda e sincera, anche se Hruška non trattava argomenti politici, il regime di allora avrebbe riconosciuto immediatamente la sua voce che parlava libera e senza limitazioni ideologiche. Simili voci erano giudicate automaticamente inammissibili e pericolose: manifestavano infatti la verità interiore sullo stato della società… aprivano spazi umani dentro cui il regime non aveva accesso con le sue goffaggini, gli schemi ideologici e le menzogne.
Lo stretto legame con la realtà: è questa la prima radice della poesia di Hruška. Sorprende come le poesie della sua prima raccolta, Soggiorni irrequieti, siano grezze, come riescano a creare un contatto tangibile con le cose, ma come, allo stesso tempo, siano anche inequivocabilmente, stuzzichevolmente ellittiche. Tali poesie ci rapportano in modo fisico e sensoriale con una ineludibile realtà. Tuttavia, ci permettono di intravedere una certa assenza che si trova invischiata nella realtà: urtiamo fisicamente contro la realtà, ma pur sempre troviamo in essa molto di indescrivibile e di ineffabile. Così, cerchiamo subito di riempire come possiamo questo spazio vuoto… Hruška cerca sin dall’inizio di introdurci nello spazio di questa camera di soggiorno irrequieto, dell’intesa-non intesa con la realtà.
.Petr hruska invitoDEFINITIVO
L’impressione che ci dà la poesia di Petr Hruška è quella dell’immediatezza… Un umile “maglione verde” può diventare il segno di tutti quegli anni che abbiamo vissuto con la nostra compagna. Oppure, un incontro inatteso con la propria moglie nell’oscuro della dispensa di casa può diventare miracoloso: due individui che si conoscono intimamente si incontrano improvvisamente nel buio, come due estranei che si attraggono. Dentro le nostre vite viviamo ininterrottamente altre intime ed eccitanti vite… la poesia di Hruška appare diretta e sempre a portata di mano, ma questo non vuol dire che sia banale o semplicistica. Nelle immagini che strappa alla realtà egli riesce a cogliere il mistero dell’istante con mirabile sottigliezza a svelare lo stato d’aggregazione del tempo fatale che viviamo in ogni secondo della nostra vita […]
Nell’antologia Le macchine entrano nelle navi del poeta ceco Petr Hruška i componimenti si snodano con un potente piglio affabulatorio che sa raggrumarsi in suggestive sintesi liriche, come pure mimare il parlottio delle città contemporanee, con l’irrespirabile inquinamento dei luoghi comuni e di una gremita solitudine […] Hruška si discosta dalla tradizione melico-metaforica della poesia ceca avvicinandosi piuttosto a quella anglosassone, rappresentata da Whitman e Williams, edificata su immagini, sensazioni, visioni. Hruška ha suscitato l’attenzione della critica fin dalla sua prima, aspra e laconica raccolta poetica, Soggiorni irrequieti del 1995) finendo per diventare una delle voci poetiche più rilevanti dell’epoca libera dopo la Rivoluzione di velluto.
Nella sua poesia, la misura della concretezza da sempre si accompagna a una straordinaria capacità di cogliere in ogni evento un sostanziale momento metafisico, una sutura invisibile ma fondamentale dentro l’esistenza umana, dove il quotidiano si incontra con il trascendente […] L’originalità e l’unità della personalità poetica di Hruška si è rivelata in pieno nel volume Zelený svetr (Il maglione verde, 2004) e il premio di Stato conferitogli nel 2013 per la sua ultima raccolta poetica, Darmata (2012).
Con una sorta di delicata crudezza di accenti e di dettagli, Hruška non di rado ricorderà ai lettori l’impeto disarmato di certe immagini di Piero Ciampi, come «il testicolo della nuda lampadina al soffitto». Fenomenico e frizzante, questo libro, di stampo fortemente ciampiano, va a indagare quel reticolato vivo e incostante che è l’umanità.
«Hruška non pubblicava durante la normalizzazione, difficilmente sarebbe stato possibile. Per i gusti del regime la sua poesia era troppo cruda e sincera. Anche se Hruška non trattava argomenti politici, il regime di allora avrebbe riconosciuto immediatamente la sua voce che parlava libera e senza limitazioni ideologiche. Simili voci erano giudicate automaticamente inammissibili e pericolose: manifestavano infatti la verità interiore sullo stato della società, quell’autentica, unica e intima verità dell’uomo».
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foto safe_image in camminoCommento di Giorgio Linguaglossa
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Vorrei dire che io non intendo affatto, quando sostengo una tesi pubblicistica della poesia, escludere i poeti che fanno una poesia dei propri ricordi personali, altrimenti sarei uno sciocco oltre che un mediocre analista della poesia (evito di definirmi critico). Però, c’è modo e modo di fare una poesia dell’«io», tutto sta a chiedersi dove sta l’«io», questo presunto e supposto «io», il quale è, com’è noto, una ipotesi psicologica e filosofica della modernità e che la modernità ha dissolto, smantellato e decostruito con le analisi della filosofia recente (Lacan, Derrida, Meyer, Lyotard, Eco, etc). Io vorrei presentare come esempio di una poesia a vocazione privatistica ma con esiti, nella sostanza pubblicistici, una poesia non di un poeta italiano, per non essere accusato di tirare acqua al proprio mulino, e di indicare gli amici, io prenderò ad esempio un poeta europeo, e neanche di massimo livello, perché sarebbe facile citare un grande poeta europeo per esplicitare le proprie tesi. Citerò invece una poesia del poeta ceco contemporaneo (che mi ha fatto conoscere Antonio Sagredo) Petr Hruška in un libro pubblicato da Valigie rosse (2014), traduzione di Jiří Špička con la collaborazione del poeta Paolo Maccari.
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Il maglione verde
dopo tutti gli anni insieme
il maglione verde
né pioviggina
né imbrunisce
mi alzo
da dietro abbraccio
il maglione verde.
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Mi sembra una poesia semplicissima, anzi, addirittura elementare. Una poesia che parla di un “maglione verde”, Un ricordo privato, privatissimo. Eppure, la poesia tocca una corda universale, diventa, alla lettura, il nostro maglione verde, magari brutto e fuori moda, ma il nostro di noi tutti, maglione verde. Per me questa è una ottima poesia pubblicistica.
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foto vuoto in alto.

Commento di Antonio Sagredo

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Il poeta Petr Hruška è nato a Ostrava (1964), terza città della Repubblica ceca con 300.000 abitanti, situata nella regione della Moravia-Slesia. Centro carbonifero per eccellenza: si estrae carbone dal 1763. Città metallurgica, siderurgica, produce ferro e acciaio. Al tempo del comunismo era detta “Cuore d’acciaio della Repubblica”.
Le miniere furono chiuse gradatamente nel 1989, 1994 e 1998. A testimonianza di quella che fu un tempo vi è un museo di Archeologia industriale. La presenza incombente delle antiche miniere è sentita dal poeta Hruška (che ne scrive in molti versi), poi che la città in gran parte poggia su questi giacimenti di carbone e sulle gallerie delle miniere. Di un altro poeta di Ostrava, Vilém Závada (1905-1982), Angelo Maria Ripellino (nella sua Storia della poesia ceca contemporanea, del 1950) scrive che era “una terra povera, triste, centro carbonifero inquinatissimo… il cielo pesante e fumoso copre tutto d’un grezzo colore di cenere”, che agisce in profondità sul verso di Závada che è “verso pesante e nodoso, spoglio d’ogni melodia, formato di parole dure e scabre”. Il grande critico letterario František Xavier Šalda dice che il verso di Závada è fatto di un “fangoso orrore che ti strangola per intere pagine… ovunque caligine… descrizione pesante [che crea] un verbalismo assillante”.
Petr Hruška è un ingegnere specializzato nella depurazione (1987) che coltiva la sua passione: poesia e letteratura; ma dopo la caduta del regime comunista, alla facoltà di Scienze Umanistiche di Ostrava, consegue un dottorato con una tesi sulla “Prosa e poesia nella subcultura ceca contemporanea” (1990-1994), e un ulteriore titolo accademico (2003) all’Università Masaryk di Brno (tesi su “Il surrealismo del dopoguerra e la reazione al modello d’avanguardia nella poesia ufficiale”). In entrambe le università è lettore di Letteratura ceca. Lavora anche all’Accademia delle Scienze Umanistiche di Praga.
Hruška ha studiato profondamente la letteratura ceca dal dopoguerra in poi, difatti è stato coautore del IV° volume di Storia della letteratura ceca 1945-1989; del secondo volume del Dizionario degli scrittori cechi dal 1945 e del Dizionario delle riviste letterarie ceche e delle Antologie dei periodici e degli almanacchi (1945-2000).
Per cui è storico importante della letteratura ceca. Coltiva le sceneggiature sia in teatro che in televisione, articolista, organizzatore di serate letterarie e festival ed esibizioni culturali a Ostrava e altrove; è anche attore e ha recitato nel cabaret di Jiří Suruvka. Scrive su importanti e storiche riviste ceche, quali Literární noviny, Tvar, Host, Slovenská literatura, ecc. ha vinto il prestigioso Premio Jan Skácel (1922-1989), che fu un grande poeta. Ha collaborato inoltre con poeti e scrittori della sua stessa generazione come Jan Balabán (1961-2010), , Pavel Šmíd, Sabina Karasová, Radek Fridrich, Patrik Linhart e Petr Motýl che è anche pittore , autore teatrale, critico d’arte, ecc. (taluni di questi poeti sono suoi amici personali)
Ha pubblicato varie monografie su poeti cechi, tra cui una importante sull’anziano poeta ceco Karel Šktanc (1928-). Pubblica su varie riviste straniere, e saggi di letteratura in Francia, Paesi Bassi, Russia, Ungheria, Belgio, USA, ecc.
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I suoi libri di poesia pubblicati in Repubblica ceca sono:
1995 – Soggiorni irrequieti – (Obývací nepokoje; Sfinga, Ostrava 1995, ill. Adam Plaček:
1998 – Mesi – (Měsíce; Host, Brno, ill. Zdeněk Janošec-Benda
2002 – La porta si chiudeva sempre – (Vždycky se ty dveře zavíraly; Host, Brno, ill. Daniel Balabán
2004 – Maglione verde – (Zelený svetr; Host, Brno, una raccolta dei tre libri precedenti, più una collezione di prosa Odstavce, ill. Hana Puchová
2007 – Le macchine entrano nelle navi – (Auta vjíždějí do lodí; Host, Brno, ill. by Jakub Špaňhel
2012 – Darmata – (Darmata; Host, Brno, ill. Katarína Szanyi [anagramma della parola Dramata (Drammi)]; con questa raccolta ha vinto il Premio di Stato per la letteratura.
2015 – Una frase – (Jedna věta; Revolver Revue).
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Petr Hruska copPetr Hruška e i poeti e artisti cechi
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Durante la Seconda guerra mondiale in Repubblica Cecoslovacca sorsero diversi “Gruppi” formati da poeti e artisti di varia estrazione culturale e sociale.
Gruppo ’42 (Skupina ’42), con Jaroslav Seifert (Praga 1901 – 1986); Ivan Blatný (1919-1990), Jiří Orten (1919-1941); JiřÍ Kolař (1914-2002); Kamil Bednář(1912-1972) e altri.
Gruppo Ra – 1946 – (legato al marxismo viene sciolto nel 1949) – propugna il Neosurrealismo…
Gruppo dei Poeti cattolici
Gruppo Mladá Fronta (Fronte della Gioventù)
Gruppo Rudé právo (omonimo del giornale di regime comunista)
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Quando Hruška comincia a scrivere sulla poesia e letteratura ceca dal dopoguerra in poi (periodo su cui ha scritto pagine essenziali) tiene presente tutte le istanze che questi gruppi vollero esprimere. Tra le varie istanze è da sottolineare quella che volle ristabilire un nuovo e diverso Surrealismo (del Gruppo Ra), avviando la fase di un secondo surrealismo che non ebbe affatto lunga vita, anche se un critico d’eccezione come Karel Teige scrisse, per la mostra di questo “neosurrealismo” a Praga – tenuta al salone Topič – nel novembre-dicembre 1947: “Questo non è il canto del cigno, ma l’empirico prologo della prossima azione; non è il tramonto, ma l’alba di un nuovo giorno”. (nel Manifesto del 1947 del Gruppo Ra). Frase che Ripellino bolla come “anacronistica ortodossia”. (in A.M.R., Storia della poesia ceca contemporanea, le edizione d’Argo, Roma 1950, pag. 97).
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foto le maschereLa tematica del vivere quotidiano e la sua umanità
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Tenendo presente la naturale inclinazione di Hruška per tutte le vicissitudini umane che si svolgono nella quotidianità, siano esse banali, mortali, consuetudinarie, drammatiche, prive di volontà di riscatto, ecc., (aspetto sostanziale sottolineato nella prefazione di Jan Štolba), ho notato comunque nella sua poesia una tradizione che viene rispettata (senza scomodare K.H. Mácha, il padre della poesia ceca), e che inizia con Božena Němcová, grande scrittrice dell’800, assurta a simbolo della sofferenza del suo popolo. E la poesia ceca va avanti per tutto l’800 su questo tema (influenzata fortemente da una cultura folcloristica che poco concede all’allegria) fino a che il dominio austro-ungarico è sconfitto, e nasce la repubblica cecoslovacca.
La poesia ceca abbandona questo suo triste e malinconico tema dominante anche per l’avvenuta autonomia e sovranità politica di un nuovo Stato: l’euforia è dunque dominante; e infine con la corrente del Poetismo dei primissimi anni ’20 celebra la gioia di vivere in tutte le manifestazioni possibili; ma dura poco poi che le prime avvisaglie (fra tante altre di altri poeti) di una malinconia quasi drammatica che ritorna, sotto altre forme, si hanno col poema di Vitězslav Nezval l’Edison del 1928.
Il Surrealismo e l’espressionismo accentuano questa fine della spensieratezza, e già s’intravede una poesia dalla fine degli anni ’20 in poi (tutte le arti seguono questo andazzo) con presentimenti pessimistici già in parte delineati (faccio soltanto alcuni nomi) con Holan, Josef Hora, Vilém Závada (già su ricordato), František Halas che, alcuni anni dopo, con la sua raccolta Staré ženy del 1935, (Vecchie donne) descriverà i tristi pomeriggi domenicali della gente comune, una esistenza piatta, orizzontale; con Jaroslav Seifert (futuro Premio Nobel, che simbolicamente premia tutti i suoi compagni di strada) che diviene il mesto cantore di Praga.
Il sentimento pessimistico si unisce a un fatalismo che non lascia speranza alcuna, e ancora di più sotto il regime comunista. Assistiamo alla falcidie dei poeti coi loro destini tragici (faccio giusto due nomi) p.e. come il poeta cattolico Jan Zahradníček che muore poco dopo essere uscito dalla prigione; o come quello dell’ amico-poeta Josef Kostohryz (1907-1987), che si fa 14 anni di carcere duro per poi essere assolto per non aver commesso alcunché, e che nel suo poema Mohyly (Tumuli) racconterà la sua esperienza. Insomma, la poesia ceca ritorna al suo secolare destino d’essere poesia tristissima sia per sua implicita natura che per eventi esteriori, e che si esprime alternativamente con versi aspri o melici, tragici o metafisici, baroccheggianti; insomma negli anni bui del dopoguerra in poi prevalgono versi funerei, nerastri, davvero pervasi da presagi oscuri che si cerca di stemperare con contorcimenti linguistici. E infine, dopo la caduta del comunismo, e, per giungere ai giorni nostri, si manifesta con una semplicità disarmante, ma mai banale, come in Petr Hruška, p.e., uno dei maggiori rappresentanti della poesia ceca odierna.
Dal mio punto di vista la poesia di Hruška si origina anche dalle assillanti quotidianità studiate analiticamente… quasi operazioni da bisturi: una vivisezione continua che diviene ossessione e che talvolta sfiora una troppa e calcolata ostentazione di ciò che si osserva, come del resto in tantissimi poeti cechi. E se la poesia di Halas è una poesia segnata da una “tenerezza ferita”, timida e stanca accettazione del provvisorio, una sensitiva mestizia (tklivost), l’angoscia per la fugacità del tempo e per lo sfiorire, la sua amarezza per il disagio dei poveri” (Ripellino), anche Petr Hruška , secondo Štolba nella prefazione a questo libretto, “offre anche tenerezza nella sua poesia”. Questo termine, “tenerezza”, è presente due volte.
È Halas (e non solo questi) che si schiera contro il mielismo (il prefatore Jan Štolba dichiara che anche Hruška è contro il mielismo ), contro le lambiccature linguistiche, contro i vocaboli arcaici, disprezza la melodia e il posticcio ottimismo. Certo, è ovvio che la sua poesia ha aspetti marcatamente distinti da quella di Halas, che è pieno di strabilianti metafore. Certo che il quotidiano umanistico di Hruška non è affatto “malsano” come quello di Halas. L’umanismo di Hruška è invece pervaso da sentimenti misericordiosi, compassionevoli, così come nella poesia Štěkot (L’abbaio) e Co ještě chci (Cosa voglio ancora). Halas non è mai melico (per ripicca verso alcuni suoi accusatori scrisse qualcosa di assolutamente melico:, e lo fece burlandosi dei suoi detrattori). Ma, infine, scrive Halas “la poesia è il sangue della libertà”.
Questa frase lascia in eredità ai poeti cechi e in generale a tutti i poeti slavi e non, che vissero interamente sotto il dominio sovietico (noi sappiamo che furono per primi i poeti russi a sanguinare). Hruška ha fatto una breve esperienza di cosa vuol dire non poter pubblicare sotto un potere che non ti lascia respirare liberamente: aveva 25 anni quando questo potere scompare nel 1989. Poi ha potuto cantare come ha sempre desiderato, ma non ha cantato il trionfo e tutte le su sfaccettature, ha cantato l’alta profondità che si cela nell’umano o nel disumano e che si maschera (ma non tanto) sotto la quotidianità, o sotto la sua “apparente” banalità.
Allo stesso modo, anche Hruška presenta una caratteristica della poesia di Halas che è assenza di verticalità, slanci verso l’alto per celebrare qualcosa… la loro poesia è puramente orizzontale, come il tempo quotidiano che è incapace di darti un sogno, ma solo di descrivere o di rappresentare con le parole lo svolgimento terribilmente eguale del ticchettio temporale, e in questo svolgimento figure concrete che si muovono, quasi automi votati alla rassegnazione di vedere nella propria vita domestica sempre le stesse cose, stessi movimenti, stessi pensieri, ecc. Ma è indubbio che lo stile dei due poeti è diverso: lo stesso tema è ovvio che sia cantato con aspetti poetici completamente distinti.
Come dice Ivan Wernisch della poesia di Hruška: “Lei riesce a scrivere poesia priva di cose inutili e senza fronzoli lirici”. Ma lo stesso poeta conferma: “La poesia non è la decorazione della vita”. Insomma la sua poesia nonostante tutto deve poter “togliere la sicurezza dal lettore e deve demolire qualsiasi estetica lirica”.
Forse per questo motivo che il prefatore Jan Štolba scrive nella introduzione a questo volumetto di poesie di Petr Hruška che il poeta “si discosta non poco dalla tradizione melico-metaforica della poesia ceca avvicinandosi piuttosto a quella anglosassone rappresentata da Whitman e Williams edificata su immagini, sensazioni, visioni”. [William-Carlos]. Lo stesso traduttore delle poesie di Hruška, Jiří Špička, in una e-mail che mi ha inviato dice con candore: ”io non trovo molto Whitman in questi versi; su Williams non mi posso esprimere, perché lo conosco troppo poco”. Personalmente ho dubbi seri circa questo avvicinamento di Hruška ai due poeti americani o alla poesia americana in generale, che è parecchio melica; se mai, senza andare tanto lontano, avvicino la poesia di Hruška a quella concreta e realisticamente quotidiana dell’inglese Philp Larkin; e per finire a certe opere del pittore americano Edward Hopper. E giusto per essere molto più vicino a Petr Hruška, nella sua stessa terra natale, accosto due poeti: Zbyněk Hejda (1930-2013) e Katerina Rudčenková (1976-); spero in futuro che qualche studioso possa confrontare questi tre poeti.
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Poesie di Petr Hruška – “Le macchine entrano nelle navi” – Valigie Rosse, 2014
*
(dalla raccolta Soggiorni irrequieti 1995)

è giorno
gennaio
una luce acuta
si può usare in svariati modi
entrare per sbaglio in un vicolo cieco
dove una sorpresa
dove una donna sorpresa e magra
alzerà
gli occhi

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Tutto quel piccolo parco

Da qualche parte ci deve essere
tutto quel piccolo parco
ma per quale via
diomio
nel crepuscolo spicca
il chiodo arrugginito del novembre
nella memoria danno freddo
i cuscinetti delle altalene
e i pali
degli uccelli

*
(dalla raccolta “Mesi” – 1998)

Luglio

a Jan Balabán

Alla finestra della camera notturna
come al finestrino del treno
ma fuori sta immobile
il buio dell’albero
dietro la schiena gli animali guardano
sul pigiamino
*
Luglio

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Il maglione verde
dopo tutti gli anni insieme
il maglione verde
né pioviggina
né imbrunisce
mi alzo,
da dietro abbraccio
il maglione verde.

*
(dalla raccolta La porta si chiudeva sempre – 2002)

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La porta

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La porta si chiudeva sempre, da sola,
per tutti gli anni, con uno scatto lento.
Ora non si muove di un dito.
Di fronte a lei una donna, raccoglie una larga
sottoveste, colpevole, che di notte è caduta dalla corda.
L’uomo guarda la donna con la sottoveste. Forse il vento.
In un istante della notte.
Tutti e due vorrebbero sapere precisamente quando
è accaduto, tutti e due vorrebbero vivere quell’istante.

Petr-Hruska Premio Valigie Rosse V edizione

petr hruska

La dispensa

Una volta ci imbattemmo uno nell’altro nel buio della dispensa,
catturati a vicenda – con il sangue d’oca e il petrolio,
con le camicie di casa rimboccate,
con gli sporgenti tumori delle patate.
Siamo venuti a predare.
Si sente il respiro colto sul fatto,
il magro filamento di luce, che filtra dal finestrino
giace sotto l’imbarazzo steso fra di noi.
*
Inizio di primavera

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Già stavamo per sederci sul letto. Poi l’uomo si è ricordato
che l’ala posteriore era rimasta aperta. Ha strascicato lungo il corridoio,
attorno ai buchi neri delle officine e degli spazi.
Attorno ai buchi neri delle maniche su un appendiabiti comune.

La casa era spalancata, infilata in se stessa.
La mano sul chiavistello, ha visto accanto ai noccioli
sotto il tetto l’ultimo pezzo di neve.
Giaceva bianco e grosso, come un animale con la testa drizzata,
come una spalla nuda.
Come soltanto, così tanto, poche cose nella vita.
Giaceva bianco e inappropriato, vicino alla porticina dell‘ala posteriore.

Ha strascicato indietro, lento e silenzioso,
tante volte la donna si fosse già addormentata.

*

Prima del bagno

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ti sei spogliata
con le mani quarantenni
e ti sei girata
verso i cassetti
dove da un tempo terribilmente lungo
abbiamo creme e rasoi e utensili
ho sviato gli occhi
davanti a quella bellezza,
e ricordo soltanto
il dorso bianco
della monografia di Giotto

*
(dalla raccolta Le macchine entrano nelle navi, 2007)

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Mentre siamo in cucina

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Entreremmo nel buio
i rami gialli degli aceri selvatici
si allungherebbero avidi
sull’auto
In un luogo ai margini
ci sarebbe una cappella imbrattata
ma potrebbe anche non esserci
neanche quella lamiera abbandonata alla pioggia
potrebbe non esserci niente
Scenderemmo
staremmo insieme in piedi
irresoluti e fermi
dentro la luce dei fanali e nei maglioni
– uno stupendo fumo della bocca
Solo dopo
scenderei giù,
a chiedere la strada.

*

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Le macchine entrano nelle navi

.
Le macchine entrano nelle navi,
nell’alto inguine bianco
che rimane immobile,
nel trionfo assordante del rumore
Funi tese ganci cardini noi due
dopo un lungo viaggio
un lucido strapazzo del metallo
mandriani delle macchine in camicie bagnate
Un tumulto immenso, eppure una calma
della realtà imperiosa
non possiamo strapparci
– appartiene a noi –
da quella sozzura del mare in porto
da fetore dei mezzi pesanti
che entrano lenti nelle navi immobili

*
Dopo l’incidente

.
Per ora mettete le cose qui.
Qualcuno ha fatto spazio sulla mensola,
nel cassetto o nell’armadio.
E qualcuno dopo l’incidente
mette qui i suoi oggetti personali,
miseri e orgogliosi.
Non importa che è successo.
Non importa in quale orfanotrofio siamo.
Tutto indietreggia davanti la terribile bellezza
di quel per ora,
in cui qualcuno sta mettendo ordine tra le cose rimaste.

petr hruska 1

petr hruska

(dalla raccolta „Darmata“ – 2012)

Cincia

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La prima neve accentua tutto.
La libertà degli arboscelli.
I metri quadrati dei monolocali.
La sottigliezza dei bambini
delle famiglie divise.
La cincia è volata dentro la mia paura
che se fossi morto ora
la mia ultima parola sarebbe
sego

*
L’eccedenza del padre

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Quella carne,
quella pesante carne in eccedenza del padre,
che corre verso di voi.
Già state indietreggiando.
Già notate la manica
bruciata del giaccone,
il gomito sporco.
Ma ancora state in piedi,
guardando avanti,
vi dite padre,
un’eterna guardia di notte,
che in questo momento è entrata nella luce;
alabarde e vessilli
disordinati dall’inquietudine.
Ha gettato nuovamente pietre nel buio,
contava e ascoltava,
quando e quale si avrà risposta.
E ora corre qui,
nel vostro crescere,
l’eccedenza del padre.

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L’abbaio

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La madre guarda
il figlio che un’altra volta sta imitando il retriever.
Lui ha ventisette anni,
lei quarantacinque,
tutti e due al mondo fino al collo.
Hanno provato diverse cose,
per lo più tramite annunci e tramite dottori.
Tutti e due plausibilmente credenti.
Tutti e due regolarmente in quel bar ventiquattrore,
reali come un gancio
di bellezza.
Il figlio appoggiato contro il tavolo
la madre che ascolta immobile,
fin dove giunge, qui,
l’abbaio del retriever.

*
Un bel tonno

.
Un bel tonno
per essere scossi
da quell’insopprimibile argento del pesce
sbattuto sui fogli del giornale
giornale morto per i pesci.
Un bel tonno
che sarebbe bastato per un po‘ di tempo
che una altra volta
avessimo sentito freddo a i polsi,
riguardo al pesante argento del mondo,
portarlo a lungo
le schiene ripide
dei palazzi delle banche
e poi a casa aprire il giornale insieme
i brutti ceffi pre-elettorali macchiati di pesce
danno l’impressione di essere ancora più birbanti
un grande corpo sull’asciutto del giornale,
sull’asciutto del tavolo
Un bel tonno
per increspare
i logori volant del silenzio domestico,
per ricordarsi ad un tratto
tutto quello che cazzo
volevamo qui.

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39 risposte a “ROMA, VENERDì 11 marzo H. 17.30 Aleph Trastevere, vicolo del Bologna, 72 presentazione del POETA CECO PETR HRUSKA, “Le macchine entrano nelle navi” (ed. Valigie rosse, 2014) Intervengono Katerina Zoufalova, Antonio Sagredo, Silvia Beatrice Bellucci, Giorgio Linguaglossa. Sarà presente l’autore, canterà Yvetta Ellerova. Seguirà coktail – Petr Hruška – “Le macchine entrano nelle navi” (Valigie Rosse, 2014). Prefazione di Jan Štolba, traduzione di Jiří Špicka con la collaborazione del poeta Paolo Maccari – Commenti di Jan Štolba, Antonio Sagredo e Giorgio Linguaglossa

  1. Salvatore Martino

    Non voglio né posso commentare queste poesie, è domenica, le ho appena intraviste , leggerò con attenzione . Noto comunque che in questo blog pare che esistano solo poeti dell’est e del nord Europa , e non sempre di grande spessore. Non ho quasi mai visto comparire nomi della grande poesia in lingua spagnola o portoghese, salvo rare eccezioni (R. Alberti per esempio) Ebbene a parte i grandissimi nati alla fine dell”800 e produttivi fino a metà del secolo scorso, Leòn Felipe, J.R. Jimenez,A. Machado, R. Dario o gli ultra famosi Borges, Neruda e Lorca, ci sono una moltitudine di poeti latino-americani o propriamente iberici di lingua spagnola o portoghese, di cui alcuni pochissimo conosciuti in Italia. : Aleixandre, Alonso, Altolaguirre, Cernuda, Diego, Guillèn, Salinas la famosa avanguardia del ’27, o i latino-americani H. Quiroga, Alfonsina Storni, Gabriela Mistral,Juana de Ibarbourou, M. A Asturias, C, Vallejo, M. Paoletti, quelli che al momento ricordo di lingua spagnola, e quelli di lingua lusitana M. Mendes, J. de Lima,Drummond, M. Bandeira e “Pessoa taccio” con i suoi eteronimi gigante della poesia e della letteratura del secolo scorso. Ignorati in queste pagine. Oltre tutto i poeti citati sono a noi più vicini sia per la lingua di radici comuni, sia per le atmosfere, il pensiero filosofico, la storia, la tradizione letteraria, alcuni persino nel cognome denunciano una chiara appartenenza di antenati al nostro paese. D’altra parte la stessa sorte tocca nel blog ai grandi ellenici Kavafis, Seferis, Elitis, Ritsos certamente al di sopra di tanti poeti che vengono magnificati in queste pagine. Non voglio fare polemiche solo mi pareva giusto ricordare alcune tendenze di ostracismo per me inesplicabili. Salvatore Martino

  2. caro Salvatore Martino,

    nessun ostracismo verso i grandi poeti greci Kavafis, Seferis, Elitis, Ritsos, Kavafis lo abbiamo pubblicato e lo pubblicheremo di nuovo, gli altri li prepareremo a dovere, per i lusitani faremo altri post, e così per gli spagnoli della generazione d’oro… La Rivista vuole contribuire a spostare il baricentro della poesia italiana con le traduzione dei poeti dell’Est perché ritiene che lì c’è stato qualcosa che a noi manca, noi dico Italia. La tradizione italiana ha privilegiato il terzetto cetra: Ungaretti-Quasimodo-Montale e l’Antilirica della neoavanguardia con l’aggiunta delle Linea Lombarda e con il seguito del minimalismo romano milanese. Ebbene, questa cartografia è falsa, posticcia, errata, i suoi valori estetici possono e devono essere rimessi in discussione. Soltanto a questo prezzo la poesia italiana contemporanea potrà trovare una diversa via di sviluppo. Dobbiamo fagocitare ed appropriarci di altre tradizioni altrimenti continueremo a girare in circolo attorno al minimalismo di Buffoni e Magrelli e ai nepoti della ex Linea lombarda. A mio avviso, In questa situazione di cloroformio e di stallo la poesia italiana non potrà avere sbocchi.

  3. antonio sagredo

    Caro Salvatore Martino, i poeti che citi non hanno bisogno della tua difesa: loro stanno là, fermi e nello stesso tempo sorridenti, poi che accettano qualsiasi benvenuto da chiunque: non hanno preclusioni come te! E meglio di Te sanno bene che è un bene che altri poeti meno famosi – e alcuni meno bravi – hanno la possibilità di una finestra da cui, dall’esterno, è possibile mirarli. La Poesia è alla portata di tutti e ognuno la giudica dalla cultura che possiede. Qundi, Salvatore, non ti crucciare più di tanto. Tu citi grandi poeti, ma devi sapere – per restare ai poeti boemi – che queti poeti cechi: Holan, Halas, Seifert, Nezval, Orten e altri (e qui faccio il nome di Otokar Brezina, grandissimo: vero spartiacque tra ‘800 e ‘900, riconosciuto dai grandi poeti della sua epoca : 8 volte candidato al Nobel!) – non hanno nulla da invidiare a quelli che tu hai citato; e che questi poeti cechi nella loro storia personale conoscevano molto bene i poeti che tu citi (poi che grandi traduttori e diffusori della poesia mondiale: centinaia i poeti tradotti da loro, compresi quelli che Tu citi)… poi che loro stessi li citano, e ti devo dire che quei poeti che tuciti conoscevano abbastanza bene i poeti slavi anche troppo bene!- e ti devo dire una altra cosa che poeti e scrittori che andavano in Russia, come: Louis Aragon, Pablo Neruda, George Amado, trovavano sempre grandi accoglienze, benessere, cuccagna, mentre gli altri naturalmente soffrivano. Soffrivano… torturati, uccisi, nei gulag a morire di stenti (Mandel’stam, p.e. – che se lo vuoi sapere sta ben più in alto di questi tre personaggi ispano-americani!) ; e devi sapere anche questa che: Neruda è il cognome di un grande scrittore ceco il cui nome piacque al NERUDA che tutti conosciamo. Bisogna conoscere a fondo tutti i sottosuoli e gli intrecci “culturali”, e per conoscerli bene bisogna conoscere anche le loro lingue… non mi citare più i greci, i portoghesi ecc. tanto amati dai poeti slavi, indistintamente… il fatto è che non si ha l’idea delle centinaia – se non migliaia – di fatti di incontri che intercossero fra tutti questi! – E allora vi sono correnti sottorranee che soltanto agli specialisti (vorrei tanto che lo fossimo tutti!) tovva l’onere di portarli in superfice. basta così. a. s.

  4. Salvatore Martino

    Caro Sagredo non accetto le tue lezioni nè tantomeno il fatto che io abbia preclusioni, non vedo quali. Affermando dell’ “0stracismo” verso gli spagnoli, i latino-americani e i lusitani facevo soltanto una costatazione sulla loro assenza nel blog. Quanto ai poeti dell’area slava so benissimo che ce ne sono tanti di assoluta grandezza e intersecati con la cultura dell’occidente europeo e americano. Non mi sono sfuggiti gli “intrecci” tra le varie culture. Il mio discorso era un altro e tu, come sempre, non prestando orecchio se non al tuo imperante narcisismo non l’hai compreso, o non l’hai voluto intendere. Pazienza. Io non sono né uno specialista né un grande critico come te, ma soltanto un modesto poeta che da tanti anni legge i grandi poeti per imparare qualcosa e umilmente lavorare ai miei “Cinquantanni di poesia”. Salvatore Martino

  5. caro Salvatore Martino,
    tu hai la nostra stima, tu che hai sulle spalle 50 anni di poesia, hai il dovere di essere schietto e severo con i più giovani, e quindi con tutti noi, la tua parola senza veli e priva di ipocrisie e di opportunismo, ci è necessaria. Dunque, ben vengano i tuoi giudizi espliciti e intellettualmente corretti. Io ho scritto più volte che stiamo da tanto tanto tempo in mezzo ad un lago di stagnante cloroformio intellettuale, ed è ora che ci diamo una scossa elettrica di intemperante onestà intellettuale.

  6. antonio sagredo

    pacem in terris

  7. gino rago

    L’unico modo, così sento in me, così ho sentito dire in altri (Fortini, forse?),
    di “prendere sul serio” i poeti di ogni contrada, d’ogni latitudine, d’ogni longitudine, è quello di riuscire a coglierne le più intime, segrete energie liberatrici, recuperandole con l’ausilio del critico che così assume il ruolo che deve avere come “continuatore del poeta”.
    Ipotesi di lavoro, proposta di metodo che ne L’Ombra sono state ampiamente esercitate.
    Per la serata all’Aleph di Trastevere dell’11 c.m. auguro i migliori risultati a Hruska e a tutti i relatori, triste io per non poter essere presente.
    Un in bocca al lupo particolarmente caldo a Sagredo e a Linguaglossa quali
    testimoni e rappresentati quanto mai valorosi de L’Ombra delle Parole.
    Gino Rago
    P.S.
    Non sempre mi accordo con Salvatore Martino. Ma egli è sempre animato da seria postura etica verso il mistero “Poesia”.
    Gino Rago

  8. Pasquale Balestriere

    Sono completamente d’accordo con Salvatore Martino. Da qualche tempo noto sull’Ombra un’autentica alluvione di poeti dell’Est, non solo europeo. E quel che dice Giorgio ( “ La Rivista vuole contribuire a spostare il baricentro della poesia italiana con le traduzione dei poeti dell’Est perché ritiene che lì c’è stato qualcosa che a noi manca, noi dico Italia”) non mi pare del tutto convincente. Mi spiego, premettendo però che andrebbero trattate con equanimità (non a parole, ma con i fatti) tutte le esperienze culturali e segnatamente poetiche, senza privilegiarne alcuna. Quelle dell’Est mi sembrerebbero, per più riguardi, piuttosto analoghe, quasi uniformi, se non fosse che ogni poeta gode di una individualità che gli è consentita dalla propria cultura e dalla propria creatività. Ma c’è un denominatore comune nella mentalità costituitasi per sedimentazione, nel corso lento e necessario del tempo, nell’Est non solo europeo, ed è la prolungata mancanza di libertà. Ecco, e rispondo a Giorgio, è quella mentalità che (per fortuna) ci “manca” e che si connota, a livello letterario, per una visione fredda, disincantata, cupa, fatalistica della vita. È la somma delle esperienze, quasi sempre molto differenti, che permette di (stavo per dire obbliga a) percepire in modo diverso la realtà stessa dell’esistenza e naturalmente anche l’arte, la letteratura, la poesia. Voglio dire che, se nasco e vivo in Italia, avrò sensibilità e cultura diverse rispetto a chi è nato e vissuto -poniamo- in Russia. E questo accade oggi, in barba a ogni globalizzazione. Chiarisco ulteriormente: noi possiamo avvicinarci alla poesia dell’est europeo, gustarla anche, ma per capirla fino in fondo -anima e corpo- bisognerebbe essere nati e vissuti là. Bene, è questa differente sensibilità che ci rende diversi. Per questo, giusto per rimanere in ambito poetico, ognuno scrive poesia come sa e può. E, pur riconoscendo la necessità, più ancora dell’opportunità, dell’incontro/confronto con esperienze diverse, starei attento a non enfatizzare, evitando il rischio di ogni catechizzazione.
    Poche telegrafiche parole sulla poesia di Petr Hruška. Vi ritrovo un “provocatorio” e continuato deragliamento dei sensi e della lingua, supportato da un braccio di ferro con il consueto e lo scontato, con l’occhio fisso al momento che scorre nell’attimo che scorre. Una caccia ininterrotta alla percezione/rappresentazione inedita, peregrina, d’impatto. E potrebbe anche andar bene, se non si giocasse tutto solo su questo. A me questi versi appaiono come una “poesia di lettura” (intendo di lettura del mondo), senza illuminazioni e con scarso coinvolgimento emotivo del lettore.
    Pasquale Balestriere

  9. Salvatore Martino

    La notte volge al suo secondo sorriso, come direbbe Ingmar Bergman a proposito del suo film vincitore a Cannes, e quasi condotto dall’imperativo del mio dàimon sono tornato nell’Ombra delle parole trovando queste vostre gentili e graditissime annotazioni sul mio conto e sui
    miei commenti. Grazie Liguaglossa, Rado e Balestrieri. Salvatore Martino

    • gino rago

      A Salvatore Martino segnalo che sono in poesia come Gino Rago e non ” Rado ” o ” signor Rago “.
      Gino Rago

      • Salvatore Martino

        Mi scuso carissimo Gino è solamente un refuso e data la tarda ora e la tarda età non ho controllato l’errore Salvatore Martino

  10. antonio sagredo

    Salvatore Martino porge il saluto a tutti, e non a me. Misera cosa, significa che anche io non lo saluterò più. ——- Intanto è errato parlare di poesia dell’Est, quando è piena Europa (anzi per essere precisi: MITTELEUROPA, se mai l’Italia è decentrata sia geograficamente che culturalmente. Tra l’altro si dice : Russia Europea, e non Russia orientale (dell’Est) che significa tutt’altro! – E ancora invece di perdere tempo se vi siano sul blog più poeti slavi che dell'[estremo] Occidente, sarebbe meglio che gli inteventi avessero come oggetto lo studio critico-letterario della poesia che viene presentata; e intendo con questo : analizzare i temi che il poeta propone, e i significati, entrare nel suo mondo, ecc. comprendre che cosa o non vuole comunicare, ecc, e anche quelle “parole telegrafiche ” di Balestriere non significano “critica letteraria” che richiede ben altri strumenti, e questo vale per tutti i poeti. Poi come fa a dire “continuato deragliamento dei sensi e della lingua”, se non conosce la lingua del poeta — per questo dico soltanto di temi, di significati e di comunicazione, e non di “sensi e di lingua” di cui deve dire soltanto il traduttore. Grazie e buona notte.

    • Pasquale Balestriere

      «Poi come fa a dire “continuato deragliamento dei sensi e della lingua”, se non conosce la lingua del poeta — per questo dico soltanto di temi, di significati e di comunicazione, e non di “sensi e di lingua” di cui deve dire soltanto il traduttore.»
      Sagredo, che, contrariamente ad altre volte, trovo più costumato nella risposta ma non meno supponente, forse ignora che il termine “sensi”, da me usato, corrisponde, nel contesto e non solo, al suo “significati” e che la parola “lingua” fa tutt’uno con la sua “comunicazione”, visto che quest’ultima si esplicita, per elezione, soprattutto attraverso l’uso della lingua. Parliamo della stessa cosa ma lui non se ne accorge. Ignora anche, Sagredo, che con il termine “deragliamento della lingua” voglio indicare lo scarto linguistico con contemporanea deviazione dall’uso comune dello strumento espressivo. E per individuare lo scarto linguistico in traduzione, a patto che questa rientri nei canoni della decenza, non occorre conoscere la lingua originaria del testo che si esamina. Voglio dire -giusto per citare un paio di esempi- che espressioni come “Un bel tonno/ per essere scossi/da quell’insopprimibile argento del pesce/sbattuto sui fogli del giornale/giornale morto per i pesci” oppure “Le macchine entrano nelle navi, /nell’alto inguine bianco” non mi pare possano far parte del parlare e del sentire comune, sia perché -ictu oculi- molto particolari, anzi specifiche del linguaggio creativo, sia perché, se appartenessero al sentire e, soprattutto, al linguaggio comune e banale, non sarebbero poesia. Spero di essere stato chiaro.
      Inoltre Sagredo mi fa notare che le mie poche telegrafiche parole non “significano critica letteraria”. Sono, certo, brevi impressioni di lettura, in cui sintetizzo al massimo la mia idea sulla poesia di quest’autore. Ma, se lette con attenzione, esse rivelano più di quanto non appaia al primo approccio. E poi è forse un difetto essere brevi? A me pare un pregio. E poi ancora: che ci vuoi fare in un commento su un blog? Un trattato?
      Sarei anche più cauto sul termine Mitteleuropa che oggi appare più che altro come una patetica rievocazione dei fasti dell’impero asburgico se non addirittura come una semplice ma vaga espressione geografica. Una parola pomposa, che sembra dire tutto e non dice niente, ma tutt’al più fornisce un’indicazione di massima; una parola e un concetto su cui ancora oggi non c’è uniformità di vedute e di posizioni. Ma voglio sperar bene per il futuro. E, in ultimo, ricordo a Sagredo che gran parte della sua Mitteleuropa è stata a lungo divisa dall’Occidente dal Patto di Varsavia e dalla “cortina di ferro” e, prima ancora, da governi e mentalità conservatrici. E aggiungerei che se l’Italia, rispetto all’Europa è decentrata geograficamente non lo è certo, come lui afferma, culturalmente, giacché le fondamenta dell’Europa non stanno né a Varsavia, né a Sofia, né a Mosca e neppure a Berlino, ma alle “periferiche” Atene e a Roma.
      Ieri come oggi.
      Pasquale Balestriere

      • Salvatore Martino

        Applaudo al tuo illuminante commento carissimo Balestriere e non posso aggiungere parola tanto mi appare esauriente. Salvatore Martino

    • Salvatore Martino

      Caro Sagredo io ho porto il saluto a coloro che avevano in qualche modo comentato i miei interventi, tu non l’avevi fatto, perché allora ringraziarti e di cosa? Se tu ti prenderai la briga di non salutarmi più, ne prenderò atto, senza rammaricarmi più di tanto. Salvatore Martino

  11. Peccato che io sia ormai troppo vecchio per imparare il turco, l’arabo o il cinese e proporvi altri poeti di paesi diversi dalla Polonia e dalla Russia. Il destino mi ha “destinato” al polacco e al russo (a parte l’inglese). E’ giusto in una rivista internazionale di poesia non esagerare coi paesi dell’Est. Forse però qualcuno dimentica che ad esempio la letteratura polacca è ancora poco conosciuta e la poesia in particolare si limita a friggere e rifriggere Miłosz, Szymborska e pochi altri. Mi permetto di dirvi che la poesia russa e polacca, ma soprattutto quest’ultima che conosco meglio, è tra le più belle e più ricche su scala mondiale e sono felice di tradurla e proporla agli animi e agli orecchi più sensibili e più disposti ad accoglierla. Grazie.

  12. Non capisco: a volte una diligente punteggiatura, altre volte ci si affida all’a capo. Dettagli da poco? Sì, ma dal momento che s’avverte la commistione dei generi – poetico e narrativo -, e in assenza di lirismo, tanto varrebbe tornare alle serene funzioni della punteggiatura grammaticale. Tra l’altro sono favorevole all’A, B, C, virgolettate. E’ stato detto che è poesia orizzontale, senza balzi in avanti, o dietro o sopra, la realtà. La risultante prevista sarebbe il Poco; e in effetti a volta lo si trova. Ma non sempre. Si capisce che la scrittura minimale è per visioni altrettanto minimali. Usa il fermo immagine, e non ci gira intorno.
    Per il resto, in merito alle questioni sollevate da Martino, andrebbe chiarito cosa si intende per modernità (e ricerca). Passi per la tradizione, ma pare non sia accettabile l’idea che possa esistere una modernità che non sappia d’antico.

  13. Pongo un quesito che dovrebbe interessare, oltre che i filosofi e i teologi, anche i poeti: Esiste l’anima? Esiste la mente (separata dal cervello)? Possiamo affermare che una poesia sia la cartografia dell’Anima? L’Anima come Labirinto e la poesia come sua rappresentazione prospettica? o a-prospettica?

    Riprendo il concetto di Lucio Mayoor Tosi. “Il fermo immagine”, impiegato da tutti i registi cinematografici. Lo vogliamo usare finalmente anche in poesia? (Finalmente vediamo un poeta come Hruska che lo usa ampiamente)

    Un altro concetto: ripreso sempre da Lucio: “il girare intorno” all’oggetto. Lo vogliamo finalmente usare? Visto che la cinematografia e la pittura e la musica lo hanno usato e lo usano a dismisura?

    Rappresentazione prospettica e Rappresentazione a-prospettica. Vogliamo finalmente impiegare in poesia i due tipi di rappresentazioni insieme?

    Il frammento come equivalente del punto di vista. Procedimento questo impiegato con grande perizia dal romanzo contemporaneo: Pamuk e Salman Rushdie hanno creato capolavori con questo procedimento. Siamo pronti ad impiegare questo procedimento anche in poesia?
    *
    – Fino a qualche decennio fa, questa domanda sull’Anima era lecita solo nell’ambito di una riflessione teologica. Oggi, invece, entra a pieno diritto nelle domande fondamentali della fisica teorica. Henry P. Stapp, fisico teorico presso la University of California-Berkeley, non vuole dimostrare l’esistenza dell’anima, ma che essa si inserisce all’interno delle leggi della fisica.

    Quando parliamo di anima, siamo nel campo della metafisica o della fisica?

    Prima dell’avvento della “fisica quantistica”, tutto ciò che travalicava i confini del visibile, era tema di ricerca della metafisica, ovvero quella disciplina che indaga sulle cose “al di là” della fisica. Oggi, invece, all’indomani della scoperta del bizzarro mondo dei quanti, ciò che non è visibile e che non è determinabile è diventato oggetto di studio della fisica. Più recentemente, alcuni studiosi hanno cominciato a inquadrare pionieristicamente questioni come la coscienza umana, l’immortalità dell’anima e la vita dopo la morte, come oggetti di studio all’interno della fisica teorica.

    Tra questi c’è Henry P. Stapp, fisico teorico presso la University of California-Berkeley che ha lavorato con alcuni padri fondatori della meccanica quantistica, secondo il quale avere fede nell’anima non è ascientifico. Con la parola “anima”, lo scienziato si riferisce ad una dimensione della persona umana indipendente dal cervello o dal resto del corpo che può sopravvivere alla morte. “I forti dubbi circa la sopravvivenza della personalità oltre la morte, basate esclusivamente con la convinzione che sia incompatibile con le leggi della fisica, sono infondati”, scrive Stapp nell’articolo “Compatibility of Contemporary Physical Theory With Personality Survival”. Stapp ha collaborato alla stesura dell’Interpretazione di Copenaghen della meccanica quantistica, l’interpretazione della meccanica quantistica maggiormente condivisa fra gli studiosi. Essa si ispira fondamentalmente ai lavori svolti nella capitale danese da Niels Bohr e da Werner Karl Heisenberg attorno al 1927, ricevendo una formulazione meglio definita a partire dagli anni cinquanta.

    Stapp spiega che i fondatori della teoria quantistica sostanzialmente hanno costretto gli scienziati a dividere il mondo in due parti: al di sopra del taglio, vi è la matematica classica con la quale è possibile descrivere i processi fisici empiricamente osservati; sotto il taglio, vi è la matematica quantistica che descrive un regno completamente al di fuori del determinismo fisico.

    • Sapevo che non ti sarebbe sfuggito, il fermo immagine. Ma è come morire, o meglio come sopra-vivere.
      Non so cosa di noi sopravviva alla morte, ma una cosa è certa: che pensarlo non cambia il nostro modo di vivere come testimoni irrintracciabili, anche di noi stessi. “Non c’è nulla che mi attragga verso il trascendente, , anche se nulla più mi lega all’immanente” (Pessoa).

    • Steven Grieco-Rathgeb

      Non per nulla le intuizioni dei fisici a cavallo fra Otto e Novecento riscoprirono il pensiero degli Upanishads, che 700 anni prima di Cristo aveva già gettato le premesse filosofiche su cui iniziare a studiare il cosmo e la stessa fisica.
      La parola “anima” – un termine, mi sembra, prevalentemente religioso – è fuorviante in questo contesto, dove la religione non ha posto. Da come almeno lo riferisce Giorgio, Stapp sta parlando di देहना, in inglese “indweller”. “Anima” in Sanscrito significa semplicemente “atomo”. Concetti antichissimi ma sempre vergini, sempre presenti nell’Oggi assoluto.
      Da qui ad arrivare alla poesia è un salto troppo grande, anche se spesso la poesia ha cercato di parlare di queste cose, riuscendoci bene solo quando le suggeriva appena, come uno specchio che mostra un paesaggio, non il paesaggio stesso.
      Per quanto riguarda l’anima come labrinto, direi che il labirinto è semmai l’immaginazione umana. I neurologi studiano il cervello umano e la mente umana. Ma al di là di questo, da dove viene il pensiero umano? A un tratto è lì, nella mente, e l’io subito lo possiede, dice “è mio”. Che cosa è mio, se non si sa da dove il pensiero sia venuto? La stessa cosa vale per l’immaginazione. Da dove viene?
      Per questo motivo trovo la parola “anima” fuorviante, nasce da un sistema filosofico piccolo, quindi non può evocare il grande.
      Più interessante mi sembra la questione, anche prettamente tecnica, del fermo-immagine in poesia. Ecco una cosa entusiasmante! Bisognerebbe parlarne di più, capire bene la sua funzione, e avvicinare i poeti più giovani a questo tipo di dialogo.

  14. antonio sagredo

    “Passi per la tradizione, ma pare non sia accettabile l’idea che possa esistere una modernità che non sappia d’antico.” ( Matoor Tosi…= ok)
    ———-
    Basta leggere Chlebnikov per comprendere questo.
    ———
    Statuti ha ragione…
    quando si esagererà coi poeti ispanoamericani, portoghesi, ecc.ci si lamenterà che costoro dominano la scena… ma ci sono i cicli e i ricicli, gli eterni ritorni, e i ritorni degli eterni ecc.
    ————————————
    i poeti in fin dei conti sono degli acquaiuoli, e il mulino senza acqua va vanti da solo, ma a vuoto!

  15. Rivelo una mia esperienza. Due anni fa ho avuto un quasi blocco delle funzioni del mio organismo, non digerivo neanche più le mele cotte, ero dimagrito e stanchissimo. Però la testa funzionava brillantemente. Anzi. Non ha mai funzionato come allora. E così ho scritto in getto continuo delle poesie tutte inedite (ma diverse sono uscite in web e nella antologia della Chelsea Editions nella traduzione di Steven Grieco, 2015). Bene, mi sono reso subito conto che nella prima stesura avevo sbagliato la resa del verso proposizionale, gli a-capo non andavano perché in mente avevo il concetto della poesia tradizionale lineare e invece la poesia non obbediva più a quell’antico concetto proposizionale lineare; il fatto è che non avevo tenuto nel giusto conto il problema del “fermo immagine”, del “cambio di immagine”, del “parallelismo delle immagini”, del “salto di immagine”… non avevo capito che dopo ogni immagine-proposizione dovevo per forza inserire il punto, spezzare il discorso, interromperlo e, soprattutto, mescolare le immagini, inserire discorsi “laterali”, voci “fuori campo”, “zoom” e allunghi prospettici, proprio come nel cinema. Diversificare, lateralizzare, rendere il centro periferico e la periferia il centro. È stata una rivoluzione. Ho dovuto impiegare i due seguenti anni a riscrivere le poesie secondo i nuovi concetti, cambiare gli a-capo, cambiare la punteggiatura. È stato un lavoro massacrante: la mia mente creativa era andata molto più in avanti dei miei concetti teorici ai quali mi attenevo durante la stesura delle nuove poesie…

    Dimenticavo di aggiungere che, osservato ex post, ho compreso che quel mio stato di grave indebolimento fisico, quasi di arresto del mio corpo, era un dato assolutamente necessario, era il presupposto affinché potesse sorgere la mia nuova poesia. Voglio dire che se fossi stato nel pieno delle mie energie coscienziali forse esse avrebbero limitato, rimosso o deviato la nuova forma-poesia che stava in ebollizione in una zona oscura della mia mente. Insomma, ad un certo punto la «mente» ha deciso che doveva arrestare, o comunque, ritardare la vitalità del corpo per poter agire in piena libertà creativa. Incredibile, no?

    • la prossima volta meglio evitare la morte per inedia, ti consiglio il pejote

    • ubaldoderobertis

      Sarebbe bastato stare un gocciolino meglio per gustare il gradevole dibattito fino in fondo, purtroppo per me oggi non è così. Ad ogni modo trovo curioso il discorso di Giorgio Linguaglossa: “la mia mente creativa era andata molto più in avanti dei miei concetti teorici ai quali mi attenevo durante la stesura delle nuove poesie…”, eppure lui stava fisicamente male e l’energia complessiva di cui disponeva era bassa.
      Ne è nata una mia fantasiosa trasposizione che ha trasferito l’attenzione all’effetto fotolelettrico (forse perché da qualche giorno Giorgio ama parlare di Fisica e di quantistica.) Cos’è l’effetto fotolelettrico? Una sostanza colpita dalla luce emette elettroni e genera una corrente elettrica.
      Sembrava ragionevole aspettarsi che se l’energia della luce fosse poca, (per far saltare fuori gli elettroni dai loro atomi), il fenomeno non avvenisse, e avvenisse solo se l’energia fosse sufficientemente alta. Non è così! Il fenomeno avviene solo se è la Frequenza della luce ad essere alta, e non avviene a frequenza bassa. Dunque è la frequenza che decide se il fenomeno avviene o non avviene. Ora si sa che la luce arriva in maniera granulare; un elettrone viene colpito da un grano e sarà sbalzato fuori solo se la frequenza è abbastanza alta. L’energia di ciascun grano è determinata dalla frequenza secondo la legge di Planck, e NON se c’è tanta energia disponibile.
      E passiamo al cervello: ciò che sorte fuori non è tanto in relazione alla sua capacità di ricezione o all’energia di cui dispone un soggetto. Linguaglossa ha avuto un’impennata di frequenza! Idea nemmeno tanto peregrina se si pensa che ogni stadio della coscienza è dovuto all’attività elettrochimica del cervello, che si manifesta attraverso onde elettromagnetiche (cerebrali). La frequenza di tali onde varia a seconda del tipo di attività in cui il cervello e’ impegnato. Il cervello impiega un segnale bio-elettrico nel far scorrere il flusso di informazione tra i neuroni.
      Nel caso del Linguaglossa si è trattato di stati di coscienza straordinari caratterizzati da una particolare creatività e intuizione, nel mentre si sviluppava un processo inconscio di auto- guarigione.
      Ecco un bel tema. L’idea del cervello come convertitore di frequenza- tensione nel campo dell’acquisizione e trasmissione di segnali modulati in frequenza. La mente umana vista come capacita’ del cervello di convertire l’ informazione dall’analogico al digitale, il frequente confronto di modalità logiche ed analogiche del pensiero.
      Ora se mi togliete il saluto, Linguaglossa in primis, potrei anche meritarmelo.
      Ubaldo de Robertis

  16. Salvatore Martino

    La lunga dsissertazione di fisica quantistica e le preziose rivelazioni dell’amico Ubaldo mi hanno confermato in un concetto che da tanti anni mi possiede: la parentela strettissima tra la matematica, la fisica e la poesia, tant’è che ni miei versi ho spesso usato titoli di derivazione scientifica appunto.E per surrogare il ragionamento di Giorgio sul suo stato di salute e sulla sua creatività vi posso confidare che nei miei ripetuti scivolamenti negli abissi della morte, per caso o fortuna sempre alla fine superati,ho prodotto due dei miei migliori volumi: “Libro della cancellazione” appunto e “La metamorfosi del buio”. Non so quanto possa essere la mia esperienza simile a quella di Linguaglossa, certso che l’avvicinamento ad avvenimenti ultimi e in qualche modo conclusivi spalanca vertigini che non pensavi di possedere, apre le strade ai fiumi infernali dell’inconscio, che vomitano immagini e pensieri e musiche, che solo in seguito riesci a dirigere e a controllare. Ma con la scienza pensiamo di avere illuminato tutti misteri della fisica e dell’Anima e della mente, delle stese ragioni dell’essere e del consistere nostro sulla terra, credo che commettiamo un imperdonabile errore. Rileggendo i miei amati filosofi da Schopenauer a Nietzsche a Lacan mi accorgo di quanto essi stessi , malgrado certe asserzioni, fossero dominati dal dubbio e dal mistero.Infine certe elucubrazioni critiche sulla costruzione della poesia spesso mi appaiono cervellotici flatus voci:. Ricordiamoci quello che diceva il grande J.L. Borges: “La poesia non è meno misteriosa delle altre cose o eventi dell’universo.

  17. Il magistrale commento scientifico di Ubaldo De Robertis spiega come avvengano certi fenomeni della mente umana. ho letto da qualche parte che alcuni scienziati pensano al vuoto come di una sostanza neurale che consente la propagazione istantanea della comunicazione in tutte le direzioni. Questa propagazione istantanea dell’informazione in tutte le direzioni è una prerogativa del cervello umano e… anche del vuoto, il che spiegherebbe la possibilità della nascita del nostro universo a partire da una bit di informazione del Vuoto che non ha trovato la sua strada o che ha preso una strada sbagliata.
    Nel processo di creazione artistica la “mente” sarebbe molte miglia avanti rispetto al cervello e alle sua cognizioni coscienziali perché, appunto, la mente produce informazione a livello istantaneo. Insomma, di fatto, la coscienza si rivela un ostacolo che la Mente deve dribblare, e, in qualche caso, la Mente impone al corpo una malattia o un rallentamento delle sue funzioni vitali in modo che possa affiorare alla zona della coscienza il prodotto della mente…
    È davvero straordinario tutto ciò.

  18. gino rago

    “Ho perso il mio centro/ a combattere il mondo../Ho provato a scrivere
    il Paradiso…/ Lascia che gli Dei perdonino quel che ho/ costruito” E.Pound
    a tutti noi a conferma, forse, che le generazioni passano e le nuove ignorano la coscienza della precedente.
    Bisognerebbe lasciare un urlo, almeno un grido alla generazione che verrà.
    Perché nella indignazione, nel dolore di un poeta, non risiede soltanto lo sconforto di un’epoca ma di tutte le epoche.
    Bisognerebbe far sapere che forse le parole più cariche di menzogna sono
    “cambiamento”, “riforma”, “progresso”.
    Bisognerebbe forse far capire, stavolta anche a tutti noi, che salvo fatto qualche grande critico quale poeta della riflessione, il ciarpame intorno alla poesia (ciarpame accademico, ciarpame giornalistico, ecc.) dev’essere scagliato in fondo al mare perché ” la Mente è più svelta della coscienza”…

    Gino Rago

  19. Salvatore Martino

    Grazie Rago della tua possente e accorata dissertazione, e anche per aver citato il nostro amatissimo Pound, al quale dobbiamo infinita riconoscenza Salvatore Martino

  20. gino rago

    Perché caro Salvatore Martino anche secondo Pound è rimasto al poeta, al poeta soltanto, il compito di ricostituire l’unità dell’uomo che l’idolatria consumistica e tecnologica ha diviso. Grazie per il tuo plauso.
    Gino Rago

  21. Giuseppina Di Leo

    Dialogo davvero interessante quello sull’anima e su cosa si intende per essa se riportata alla poesia. Sono sostanzialmente d’accordo con Steven Grieco sul timbro religioso che ha la parola anima, unita com’è al concetto di immortalità.
    Perfetta è poi la spiegazione di Ubaldo de Robertis per la sua chiarezza.

    Tra anima e corpo, più che di anima credo anch’io che capire come nasce il pensiero sia il vero dilemma.
    C’è stata un’affermazione di Umberto Eco, rilasciata nel corso di una delle sue ultime interviste, che mi ha lasciata abbastanza perplessa. Eco associava la parola anima con la memoria e, secondo il suo pensiero, una persona che perde la memoria perde di conseguenza la propria anima.
    E, a meno che c’è qualche parte del suo discorso che mi sfugge, è un’affermazione che trovo troppo radicale. Penso, ad esempio, alle persone affette da Alzheimer, o a coloro che abbiano subito un trauma, possibile che siano persone senz’anima? Certo si dice anima di un popolo per intendere cultura, e bagaglio di memorie, e forse è a questo che si riferiva. Se è così, di persone ‘senz’anima’ ce ne sarebbero tante oggi (pensiamo ai profughi). Per questo, se qualcuno può dirlo, mi piacerebbe capire meglio a cosa Eco si riferiva.

  22. marcella mariani

    Cose interessanti… ma l’oggetto dei commenti doveva essere la poesia di questo poeta ceco, e non altro…. ed ero curiosa di leggere dei commenti a proposito… ma ho notato una scarsa conoscenza quanto riguarda le letterature slave.

    • Pasquale Balestriere

      E magari questa “scarsa conoscenza” giustificherà una ulteriore grandinata di poeti slavi sul blog. Ad aumentare, naturalmente, lo “scarso” livello di conoscenze slave dei suoi frequentatori, vero Sa…, chiedo scusa, vero Marcella Mariani ? A proposito questa dotta figura femminile è forse parente del defunto -solo dal blog e quindi virtualmente- Marcello Mariani?
      Scherzo, a scopo apotropaico, perché per me si annuncia una giornata davvero molto pesante e difficile.
      Pasquale Balestriere

  23. Giuseppina Di Leo

    Per quanto mi riguarda (avevo dimenticato di scriverlo), le poesie rientrano nelle mie corde, mi piace molto la maniera che il poeta ha di dire altro da ciò che sembra. Girare intorno all’oggetto o il fermare l’immagine, come dice Lucio Tosi, dal mio punto di vista offrono spunti importanti di riflessione.
    Sul presentare in particolare poeti dell’est europeo penso non sia un male, però in effetti una maggiore varietà di provenienza sarebbe ugualmente gradita.

  24. Cmq dal mio punto di vista il concetto di Anima è da tenere distinto dalla fantasticheria dell’immortalità dell’anima propria del pensiero teologico-religioso. L’Anima, la sua esistenza, è connaturata al concetto di Mente. A questo punto il problema si sposta: che cos’è la Mente? – Lo spiegano bene alcuni fisici teorici che hanno applicato la struttura del funzionamento della mente, cioè la caratteristica della propagazione istantanea (neurale) delle informazioni in tutte le direzioni, con la caratteristica del Vuoto che sarebbe dotato della stessa caratteristica: quella della propagazione istantanea (neurale) in tutte le direzioni dei bit di informazione. Altra cosa è il cervello, che è il sostrato fisico-chimico della materia che supporta la Mente, senza il quale la Mente non potrebbe esistere.
    La questione di un Universo intelligente, cioè dotato di Mente, è un problema squisitamente scientifico e filosofico che non ha nulla a che fare con la questione di Dio e altre fandonie inventate dalle religioni monoteistiche. L’Universo è intelligente perché si muove secondo un meccanismo teleologico, la sua processualità ha un lato istantaneo: Il Big Bang e un lato temporale: lo sviluppo dello spazio e quindi del tempo, lo spazio-tempo…

    Nel mio scritto precedente richiamavo un articolo di Sabato Scala, un ricercatore che ha studiato e teorizzato una Teoria dell’Unificazione, dei modelli di simulazione neurale. In quest’ultimo ambito ha condotto ricerche e proposto una personale teoria dei processi cognitivi e immaginativi suggerendo, sulla base della teoria di Fisico tedesco Burkhard Heim e del paradigma olografico, la possibilità di adozione del suo nuovo modello neurale per la rappresentazione di qualunque processo fisico classico o quantistico.

    Assumo, dallo scienziato, il concetto di “modello di retroscena” per comprendere il modo di funzionamento del nostro sistema neurale ma anche quello di una forma poesia che si muova secondo lo stesso concetto: tenendo presente un “mondo di retroscena” che sta dietro il mondo dei fenomeni quantistici e il concetto di “vuoto superfluido” che opererebbe secondo il modello neurale del cervello umano. Questa nuova prospettiva cambia tutto il modo di intendere le funzioni delle immagini nella poesia di Tranströmer e nella migliore poesia contemporanea. Le immagini rispondono sia ad un “mondo di retroscena” sia a quello di “avanscena”, si situano nel mezzo, entrano in comunicazione istantanea con entrambi questi mondi. La poesia resta come sospesa nel vuoto, nella dimensione di un vuoto superfluido.

    «Sono ormai quotidiane le notizie su nuove prove scientifiche a favore dell’esistenza di un substrato causale e di un “mondo di retroscena” che sottende ai fenomeni quantistici.

    Esiste, quindi, una sorta di tessuto sottostante che definisce il modo in cui la particella agirà una volta “osservata” attraverso lo strumento di misura…»

  25. marcella mariani

    Sia il signor Lucio Tosi che la signora Di Leo hanno ben centrato come nasce la poesia del poeta ceco Hruska.

  26. ubaldoderobertis

    La composizione di Petr Hruška: Dopo l’incidente, mi ha riportato, smuovendomi, alla situazione vissuta dopo la recente malattia, (or volge l’anno, sovra questo colle). L’immagine è ferma, evento difficile da dimenticare.
    La poesia ha originato in me un turbamento, qualche cosa che sussulta dentro, e questo sarebbe stato un buon motivo per essere presente(ma non potrò esserci) alla presentazione di venerdì 11 marzo.
    e …“Qualcuno sta mettendo(ancora) ordine tra le cose rimaste….

    Ubaldo de Robertis

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