Sandro  Montalto AUTOANTOLOGIA (2000-2011) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa “Nella poesia di Sandro Montalto si rinviene  un elemento nuovo. Fare una poesia privatistica o una pubblicistica?”

foto palazzo illuminato

palazzo con finestre illuminate e buie

Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa: Nella poesia di Sandro Montalto si rinviene  un elemento nuovo. Fare una poesia privatistica o una pubblicistica?

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Il problema del «Che fare?» in poesia era stato messo a fuoco, in senso privatistico, da Vittorio Sereni in senso e in chiave privatistica, quando richiamava alla necessità che il poeta «ci dica ciò che a noi veramente importa, venga incontro a domande essenziali, torni a offrirci, dietro la fuggitiva apparenza, il fondo stesso delle cose», nella convinzione che  solo nella consapevolezza che in ogni verso «de re mea agitur» sarà possibile per la poesia «ancora esercitare la sua presa di possesso del mondo». In Sereni e nei poeti della sua generazione vigeva ancora la confusione tra il «pubblico» e l’«interlocutore», che erano due concetti da tenere distinti. La dizione: «ciò che a noi veramente importa» era da intendere riferito al pubblico? Era una domanda pubblicistica? O privatistica? Contemporaneamente, anzi ben prima di questa formulazione, Sanguineti con Laborintus (1956), aveva destabilizzato il modo stesso di porre delle domande privatistiche, dimostrando, indirettamente e contro la propria volontà, forse, che il privatismo avrebbe condotto al diarismo montaliano di Satura (1971) con tanto di beneplacito e di lasciapassare per la futura democratizzazione della poesia, per la poesia di consumo rivolta al consumo dei brand che fiorirà in seguito negli anni Settanta e Ottanta. Poi, il fatto che Sanguineti nelle opere seguenti facesse retromarcia e abbandonasse la via privilegiata della de-strutturazione e della de-significazione totali per riposizionarsi, anche lui, nel solco di un diarismo illustrativo, è un problema critico e storiografico che ancora deve essere indagato e spiegato. E poiché i problemi non risolti tendono a ripresentarsi sotto altre forme e altre guise, come i nodi al pettine, ecco che anche il giovane Sandro Montalto, quando pubblica la sua opera di esordio, Scribacchino (2000), si trova a dover fare i conti con quel problema formale e sostanziale rimasto insoluto, e cioè: fare una poesia privatistica o una pubblicistica? Problema non da poco che il poeta risolve dribblando il problema: cioè facendo una poesia privatistica in forma pubblicistica, cioè posponendo il problema che il Novecento gli consegnava lindo e pinto nella sua integrale nudità. Ancora oggi io sono convinto che il suo miglior libro sia il primo libro, là dove frigge e balugina una idiosincrasia di fondo, che sta molto al fondo delle cose, una difficile e promiscua vivibilità di pubblicistico e privatistico. Quella forma che appariva debordare ed esorbitare da tutte le parti in esplosioni semantiche e scintille immaginifiche del libro d’esordio, avrebbe dovuto e potuto condurre ad una esasperazione dei conflitti semantici e delle frizioni lessicali. Così non è stato. Il fatto è che i problemi di linguaggio non si risolvono con una chirurgia sul linguaggio, questa è stata una falsa strada praticata dallo sperimentalismo italiano, ma andiamo avanti. Molto di frequente, paradossalmente, i problemi formali rimasti insoluti danno luogo ad opere brillanti; ma è vero anche che i problemi formali non si risolvono operando chirurgicamente sulla Forma. Accade spesso, invece, che le invarianti subiscano delle variazioni imprevedute e imprevedibili. Non sempre una soluzione formale conduce ad opere esteticamente ineccepibili. E così il problema delle Forme in poesia comporta anche il problema dei mezzi, dei metodi, delle scelte lessicali e stilistiche, delle scelte privatistiche e delle scelte pubblicistiche. Però, poi la Storia con la maiuscola interviene con le sue prescrizioni che il poeta non può evitare: arriva l’epoca della stagnazione economica e spirituale, un quindicennio di terrificante mediocrità italiana, un quindicennio di cloroformio e di conformismo. E la poesia italiana maggioritaria ne è lo specchio fedele, anche se ha, qui e là, come un sussulto, qualcuno sembra risvegliarsi dal coma profondo, ma la generalità continua nel coma catatonico. C’è chi va per una poesia di taglio, di diagonale, di frantumi e chi va per le poesie leggere e per le poesie gastronomiche. I critici del palazzo gridano di visibilio, i migliori mettono, come gli struzzi, la testa sotto terra. E siamo arrivati ai giorni nostri. Montalto è un poeta critico, uno dei pochissimi della sua generazione in possesso degli strumenti per una indagine della poesia contemporanea. Questo è un aspetto importante da tenere presente.È un poeta ideologo, un poeta intellettuale (secondo una formula invalsa ma non impropria). Nella sua poesia si rinviene  un elemento nuovo, frutto della crisi, non notabile prima, che si farà sempre più percettibile nella migliore poesia di questi ultimi anni, man mano che la crisi formale si aggrava: la parola tende a raffreddarsi, ad anestetizzarsi, a farsi estranea alla pronuncia, a mettere uno iato fra voce e parola, tra parola e parola. Tra pensiero e voce si insinua una disparità, una diversità, una alienazione, una preterintenzione; l’io si trova in una posizione dis-locata, de-territorializzata:

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Pensa.
Pensa al dolore che non provi,
che non provi più,
pensa al mondo di angosciante silenzio nel quale
stai affogando mentre mani ossute ti afferrano
e trascinano in baratri senza fondo né sonno.
Pensa al dolore che fingi di soffrire, affinché essi
non capiscano che non soffri più
e non ti torturino con unghie acuminate (ed infette)
che ti dilanierebbero il cuore…

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foto allo specchio ovale

AUTOANTOLOGIA di Sandro Montalto

REFRAIN

1.

Tutta questa carne che sta in dolorosa pena,
solenne circostanza di anziana morte preannunciata,
morte che vomita vita brulicante
(qualcosa si agita e danza,
in essa,
su di essa, forse).
Stimoli pungenti e maledicenti sollecitano l’anima
e fanno rabbrividire le membra, sussultare,
stupire, spaventare, agghiacciare, dubitare,
come un servo che implora con voce rotta
una pietà lontana vestita o rivestita di speranze
ingannevoli e malevole,
si rotola nel dubbio e ossessione:
“Perché questo corpo debole e
deforme, passeggero,
gustoso, saporito, prelibato,
perché queste membra spezzate,
questa gabbia di dolore
causa tuttavia di una feroce
punizione implacabile
come se essa fosse il peccato stesso?”
Ora dovrai pagare, subdolo pachiderma,
tu,
nonostante la scarsa
resistenza all’assalto di mille e più colpi
di falce e di spada.
Pensa.
Pensa al dolore che non provi,
che non provi più,
pensa al mondo di angosciante silenzio nel quale
stai affogando mentre mani ossute ti afferrano
e trascinano in baratri senza fondo né sonno.
Pensa al dolore che fingi di soffrire, affinché essi
non capiscano che non soffri più
e non ti torturino con unghie acuminate (ed infette)
che ti dilanierebbero il cuore,
mentre nelle loro avide gole colerebbe il tuo sangue,
come immondo pasto.

(da: Scribacchino, Edizioni Joker, Novi Ligure 2000)

NUVOLE E…

Ma al di là,
oltre, successivamente,
si nasconde un segreto più grande del mistero –
simboli ed archetipi si affollano in trama avulsa.

Le stelle
si organizzano ad inventare perimetri
dediti alla menzogna,
qua sotto
noi stiamo con il naso parallelo alla schiena
e la bocca semiaperta (come di pesce defraudato)
a chiederci un’altra volta cosa nascondano le nuvole
che si abbracciano a dispetto guardandoci per ingelosirci,
a chiederci quale segreto neghino alle nostre menti senza più nord,
a chiederci se il segreto sia più sconvolgente del mistero.

(da: Scribacchino, Edizioni Joker, Novi Ligure 2000)

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Sandro Montalto Scribacchino copCOSI’ NON VA BENE

se guardi fuori, nei pori, fra le anatomiche fessure
non ci capisci niente
se esponi all’aria gelida e decifri le crepe epidermiche
non ci capisci niente
se appendi al muro un chiodo, se ti ci aggrappi con i denti
non ci capisci niente
se fai coincidere i pensieri con i desideri, i posti con le lacrime
non ci capisci niente

che tu sia accelerato o ovattato, che tu vada o resti inscrivendo nei cerchi
guarda:
tutto quello che vorresti dire, tutte le parole che si nascondevano
dietro all’incertezza e all’incongruenza (o quasi tutte, o quelle almeno
che ti sono sempre servite quando la gola si annodava), tutte le parti
a tessera di puzzle della tua vita oramai si incastrano con il nulla

fai mente locale:
qualcosa quelle nuvole ti avranno pur detto
nelle coniche notti insonni dai rumori che crescono mentre se ne vanno,
segreti impensabili solo tuoi ti avranno pur suggerito l’abbozzo di una chiusura
ed una musica avrà contrappuntato un tuo sospiro o gemito nel buio,
qualche luce che hai creduto di vedere avrà pur illuminato un significante

ma non va bene, e ancora non va:
una minima oscillazione, un qualsivoglia cambiamento
può far crollare la clessidra e disperdere al vento la sabbia dei giorni,
una parola al momento sbagliato (o anche al punto giusto)
può far avvizzire una gioia, dimagrire a spettro una nota di naturale
(o apparente, o autoattivante) tensione allo scherzo
e la folle cartografia della mia essenza mi è ignota, ancora non si sa
se il maestro e discepolo di se stesso abbia giustificato le assenze

qualsiasi cosa se ci penso su se ne va:
ci sono autonomi brandelli di corpi
che narrano ancora storie lunghe come serpenti
ed appare ineluttabile il cigolare delle cose che gemono la loro fine
mentre cartoline multicolori raccontano brani di felicità altrui

so che così non va:
ho fatto l’autopsia al mio me indeciso,
sono stato da un verso che mi è venuto troppo lungo pizzicato e deriso:
percuoto come gong il supremo istante e vi saluto all’improvviso

(da: Scribacchino, Edizioni Joker, Novi Ligure 2000)

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Sandro Montalto Il segno del labirintoXIV.

(Ode)

In lode al signore del tempo
gratta la palpebra squamosa del domani
misera è la fonte della vita

paludosa sull’argilla informe
sulla terra come mica sbriciola
lontana dalla splendente rilucente folgore
un vago moto si arresta
un’intenzione di gesto si smorza
identico torna l’evento su se stesso
da se stesso generato

il barocco costruirsi del tempo come opale
orbita ancora attorno all’ombra del sé
falò della svendita di sé
con xilofona accozzaglia di scheletri
le ore contate si scagliano contro la pelle
sudore ogni sorriso sgocciolante

il mio respiro breve
l’affanno del congiungimento
estasi breve ogni estasi
viscosità del desiderio
pausa nel narrare le ore
per ribadire la precarietà dell’eterno

fra nocca ed osso, fra cartilagine e disco
si annida il minimo clocchiare di un destino
non cercare nella luce tarda imitatrice di sé
delle stelle fredde il dipanarsi di un arcano

ricca solo di onde la risacca geme
umido solo del proprio desiderio l’oceano migra
bacio è il deflagrare di corrucciate polveri nere
illusione e falsa deduzione appare il bianco
che tutto divora e spazi fra la voce genera
mimo della vastità ed in realtà famelico dirottatore
di ombre da tessere e disfare
biancheggia sulla sabbia il bianco
goccia a goccia scivola la sostanza

si aggruma la vita,
come attonito smegma resta intriso della sua morte
ogni attimo che fallisce il centro

(da: Esequie del tempo, Manni, Lecce 2006)

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XVIII.

(lapidarium)

Assorbito nell’innegabile caducità
lentamente avanzo e retrocedo,
perso nella nebbia di ipnotico pulviscolo
nei perfetti circoli del tempo,
vago fra cartacei avelli infuocati
e fra marmorei giacigli illustri.
Un fiore piange i petali di un tempo
sulla fredda lapide, muta di un raccontare
che si perde nel passato.
Mi ricorda
che cessata la vita cesseranno il tempo
e lo spazio, per me, le mie parole
saranno alternativo sonnifero
per nostalgici votati al fraintendimento.
I miei versi più inutili, collante poetico,
saranno il mio immortale epitaffio,
mia epìtrope e lapide saranno
le mie chiose obbligate e le grida di stupore.
Niente più che muschio saranno
le mie riflessioni, i versi ispirati
di pensiero e lucida sofferenza,
il mio solo Io sperduto in parole
per sorde orecchie, per pagine troppo piccole.

“Non notare, non insegnare, non avvertire”
mi dice una voce che mi consiglia
di non credere alle voci e ai segni
“la tua polvere sarà semplice starnuto
per la gente comune, lapidi orientate
verso un unico sole, come già
la polvere di altri in passato”.

Intento a discutere mi sorprende la sera,
e mi incammino per la via sconosciuta ed antica
di pietre familiari
scritte col muschio della pazienza.

(da: Esequie del tempo, Manni, Lecce 2006)
Sandro Montalto copertinaXXIV.

(sussurri nella nebbia – kyrie)

Proprio lei che va di fretta,
e non sa che attraversa il tempo
nelle ore del mattino fino al vespro di cartone.
Scusi, non sa se qualcuno si è avvicinato
si è accostato al tempo fuoriuscito dalle assi,
non conosce il riso che ne tampona il fluire?

Giorno e notte, invenzione limata la poesia
esce da me ma subito il mondo ne fa retorica,
il mondo che la retorica l’ha obliata
e muggisce, indefesso, con garbo di diarrea
e ti fa credere eterno mentre ti fa imbalsamato trofeo.
Tutto nasce dall’uovo immortale perpetua frittata
dell’andare e stare, viaggiare diagonali nello spazio
mentre avevo perduto ancora l’attimo.

Alberi che mi tendete clorofille fanciulle
di cuccagne e frutti ne abbiamo abbastanza,
schernite con il vostro autunno-primavera temete
l’umana caducità.
Sempreverdi arroganze,
in triste colloquio con il magma marcescente
dell’ottusità nulla movente, negano il fluire
e consegnano l’uomo al limbo dello sparire.

Con giochi di prestigio la fatina brilluccichina
ha seminato incantesimi come ossa
ha acquistato al laser delle confusioni
la mia mente, distratta dall’andare del tempo.
Lanterne di opacità
ripetono che l’alba è una trovata pubblicitaria
che sul tetto del sonno vi è solo la morte
che il silenzio è muto e non sa l’eternità.

Ma che se ne fanno dell’eternità
la cosa innominata, il verbale del consumarsi,
l’interlocutore cerebrale, la ripetizione,
il nome dato per appuntare uno spillo al tempo,
la ripetizione, il destino alibi sempreverde,
i cespugli di intricati desideri,
l’uomo che si cerca in una bocca amara.

Per lande, deserti, foreste e città
unghiamo il gomitolo del tempo
e tutte le età raggrumate cicatrizzate
si strofinano le mani e soffiano
come fa lui, che se ne va di fretta
e non mi vuole dire se segna il tempo,
se va contromano, se ha ceduto
o non ha capito come il tempo sia un brodo
cui le epoche cedono il loro nutrimento.

(da: Esequie del tempo, Manni, Lecce 2006)

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(prologo)

Ricordi il progetto di un comune ricordo?
No, trasparente come l’aria che svela
i profili delle cose lontane
fingi di guardarmi
mentre fra noi le cose si susseguono,
gli spazi ammutoliscono e mutano
e i tuoi occhi lontani nella mente
sono globi di vetro in cui mi rifletto.

Un senso mortale mi adesca,
leggo una storia già vecchia
in un libro dai caratteri increati.

Un significato più semplice si profila
come soluzione a una disperazione assuefatta,
come quando fuori il rumore muore
e lo spirito si concede a se stesso.

Ubriaco di mete informi
so buie le ore passate
e traditore il confine fra parola e parola:

e resto lì, fermo recensore di me stesso,
lo sguardo ottuso come di balena in secca.

(da: Il segno del labirinto, La vita felice, Milano 2011)

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foto in acqua

Oppresso dai rimedi da scovare
attende il momento propizio
per scavare in sé l’animo abulico
e per cieli e mari vaga inutile il pensiero,
mentre l’essere rimanda il momento
della domanda e del vero pentimento.

Il pentimento a nulla serve,
ogni giorno è una piaga utile
ad allevare vermi per compagnia
mentre le bocche simulano incroci
di parole e invece di lingue
umide di piaceri si intendono.

I piaceri sono ricordi
di passate angosce irrisolte,
soffia una brezza che piange umori
mentre ad un tratto
– ecco! –
in dolore s’eterna.

L’eternità è la rinuncia ad ogni progetto,
i lupi ululano alla luna che costringe all’intimità
mentre grandina sugli acini dei nostri prudori
rastremati in ordinati rimpianti.

Il rimpianto è una fine troppo comune,
mescolo i dolori sperando in una reazione
che la dinamica del calore non permette.
Vascelli di nostalgia solcano pelaghi insidiosi
ed io sono il pirata che deruba la sua notte,
mentre m’invento un fato contro la vita inopportuna.

Il pirata è colui che deruba la notte,
la sua notte – e mi ripeto.

(da: Il segno del labirinto, La vita felice, Milano 2011)

.
***

Ho speso ore di vita non vissuta
– o sublimata – a dar forma di parole
alle complesse sinapsi della memoria,
ho condannato all’immobilità attimi irripetibili
per ricalcarne la perfezione, per codificarne
l’armonia e la segreta egolalia.
Ho dato vita forse malata a desideri
(non so se arcaici e ululanti
ma certo lacerati da una lama
terribile nella sua inconoscibilità)
che ora faccio tremare nel timore
che qualcosa venga a sconvolgere il tutto
e a ricreare un disordine più probabile.

Cosa devo ricordare di te, mia sagoma
di compagna in versi scritti e sussurrati,
cosa devo negare al tempo?
Ho permesso agli attimi di susseguirsi
in un pulviscolo di sentimenti taciuti:
non posso più fare nulla – ma
mai ho potuto, mi dicono suoni e ritmi –
e un sentimento superiore tenta di fugare il rimorso.

Non sono che fredda brace sotto la cenere.

(da: Il segno del labirinto, La vita felice, Milano 2011)

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(epilogo)

Nuvole a catafascio, oggi, nell’azzurro degli occhi.

Fragili prospettive s’affastellano e fioriscono nomi rocciosi
in ogni atto germinante dissoluzioni distratte; opaca,
l’esistenza va oscillando tra fonte e fonte, verbalità
sopraffanno la confezione di petali a precipizio…
– Ecco!
qui fiorisce il mio sguardo straziato di dolcezza.

(da: Il segno del labirinto, La vita felice, Milano 2011)

Sandro_montalto

sandro montalto

Sandro Montalto è nato a Biella nel 1978, dove vive e lavora come bibliotecario. È Direttore Editoriale delle Edizioni Joker (www.edizionijoker.com), presso le quali cura collane di saggistica, poesia, aforismi e teatro. Dirige le riviste «La clessidra» (rivista di cultura letteraria) e «Cortocircuito» (semestrale di cultura ludica). È redattore delle riviste letterarie «Il Segnale» e «Poetry Wave» e consulente per l’Italia della rivista internazionale «Hebenon». Svolge inoltre attività critica su molte altre riviste nazionali e internazionali, tra le quali «Poesia», «Testuale», «Atelier», «Téchne», «Clandestino», «Cultura & Libri», «Bloc notes», «Confini», «Testo», «LN», «La Battana», «Pòiesis», «Pagine», «Alla bottega», «Punto d’incontro», «Golem», «Il Cittadino» e «Poiein»; scrive inoltre su volumi collettanei e su alcuni giornali («Corriere di Como», «Il Domenicale», etc.). Queste le sue pubblicazioni in volume:

  • Scribacchino, Joker, Novi Ligure 2000 (poesia)
  • Compendio di eresia, Joker, Novi Ligure 2004 (saggi sulla poesia contemporanea)
  • L’eclissi della chimera, Joker, Novi Ligure 2005 (aforismi)
  • Pause nel silenzio, Signum, Bollate 2006 (poesia)
  • Crolli emotivi, Lietocolle, Faloppio 2006 (prose; nuova edizione riveduta e accresciuta Cento Autori, Villaricca NA 2010)
  • Esequie del tempo, Manni, Lecce 2006 (poesia)
  • Beckett e Keaton: il comico e l’angoscia di esistere, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2006, con una nota di Paolo Bertinetti (saggio; in corso di stampa negli Stati Uniti)
  • Forme concrete della poesia contemporanea, Joker, Novi Ligure 2008 (saggi sulla poesia contemporanea)
  • Tradizione e ricerca nella poesia contemporanea, Joker, Novi Ligure 2008 (saggi sulla poesia contemporanea)
  • Monologhi di coppia, Joker, Novi Ligure 2010, con prefazione di Paolo Bosisio (teatro)
  • Un grosso apostrofo (FUOCOfuochino, Viadana 2010) (prose)
  • Lentinsetti, Pulcinoelefante, Osnago 2011 (con disegno di Tania Lorandi) (poesia)
  • Ubu furioso, Edizioni del “Collage de ‘Pataphysique”, Sovere (BG) 2011 (con illustrazioni e una in oleografia originale di Marco Baj) (teatro)
  • Il segno del labirinto, Edizioni La Vita Felice, Milano 2011 (poesia)
  • Filastrocchetta, Pulcinoelefante, Osnago 2012 (con serigrafia di Ugo Nespolo) (poesia)
  • Varianti di stupro, Joker, Novi Ligure 2014, con prefazione di Lella Costa (teatro)
  • La geometria della notte, ai quattro venti, 2015, con incisione di Gillo Dorfles (poesia)

Ha curato molti volumi, tra i quali Umberto Eco: l’uomo che sapeva troppo (ETS, Pisa 2009), Fallire ancora, fallire meglio. Percorsi nell’opera di Samuel Beckett (Joker, Novi Ligure 2009), Temperamento Sanguineti (libro + DVD; Joker, Novi Ligure 2011; con Tania Lorandi), ALLARMUS Sanguineti. Edoardo Sanguineti, Francesco Pirella e l’Archivio Museo della Stampa di Genova, (Joker, Novi Ligure 2015). E’ inoltre curatore di diverse raccolte di aforismi e testi teatrali. Ha composto musiche per pianoforte, per complessi cameristici, per banda e per coro. Attivo nel mondo della ‘Patafisica, è Reggente del “Collage de ‘Pataphysique”. Ha ideato alcuni libri-oggetto tra i quali Aforismario da gioco (Edizioni Joker, Novi Ligure 2010). Ha pubblicato anche diversi scritti di argomento musicale e cinematografico su riviste specializzate («SuonoSonda», «Musicheria», «Costruzioni Psicoanalitiche», «Arts and Artifacts in Movies» etc.).

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20 commenti

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20 risposte a “Sandro  Montalto AUTOANTOLOGIA (2000-2011) con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa “Nella poesia di Sandro Montalto si rinviene  un elemento nuovo. Fare una poesia privatistica o una pubblicistica?”

  1. lo dico senza perifrasi, anche se mi gioco ogni possibilità passata presente e futura di pubblicare qualcosa con le Edizioni Jocker, queste poesie pur formalmente anche belle e ben costruite sono di una noia mortale. Mi chiedo quindi è meglio per la collettività un poeta tra la folla o un direttore editoriale in gamba?

  2. Condivido il parere di Almerighi. Il linguaggio fa da scudo a un contenuto che sfugge, o vi soggiace, al punto che mi domando se valga la pena dedicarsi a tanta complessità (di superficie?), e cosa me ne resti. Linguaggio muscolare, carico di aggettivi; però mi rabbonisce il verso che chiude: qui fiorisce il mio sguardo straziato di dolcezza.

  3. gino rago

    Ben attrezzato interprete della poesia contemporanea, mai, da come ho avuto modo nel tempo di verificare, incline a deroghe dalla qualifica di “critico” che valuta e sceglie, Sandro Montalto nella sua autoantologia propone una poesia pensante che, sul versante lessicale, a parte la forte aggettivazione segnalata da Lucio M. Tosi, mi pare che adotti “pensiero”, “desiderio”, “segreto”, “mistero” come parole-chiave di alta e significativa
    valenza, nel tessuto espressivo dei componimenti condotti alla nostra lettura.
    Parole-chiave che più di altre si prestano al dualismo pubblico-privato
    (“pubblicistico/privatistico”) rilevato acutamente da Giorgio Linguaglossa
    nella sua nota di presentazione, forse perché tale dicotomia deriva in fondo
    dall’attrito stridente e inevitabile fra la “realtà” e il cosiddetto “Io”: Che poi è lo scontro mai risolto fra il “desiderio” della vita e il “mistero” del tempo, con il Male sempre in agguato. Un Male che anche per Sandro Montalto non è metafisico ma storico.

    Gino Rago

  4. Salvatore Martino

    Giorno e notte, invenzione limata la poesia
    esce da me ma subito il mondo ne fa retorica,
    il mondo che la retorica l’ha obliata
    e muggisce, indefesso, con garbo di diarrea
    e ti fa credere eterno mentre ti fa imbalsamato trofeo.

    Ma che razza di poesia è questa!! Almerighi è stato fin troppo “educato”, e mi domando perché io mi ostini a visitare questi vaniloqui, dove la noia predomina su ogni altra intenzione di scrittura e di fruizione.

    “Tutta questa carne che sta in dolorosa pena,
    solenne circostanza di anziana morte preannunciata,
    morte che vomita vita brulicante
    (qualcosa si agita e danza,
    in essa,
    su di essa, forse).
    Stimoli pungenti e maledicenti sollecitano l’anima
    e fanno rabbrividire le membra, sussultare,
    stupire, spaventare, agghiacciare, dubitare,
    come un servo che implora con voce rotta
    una pietà lontana vestita o rivestita di speranze”

    Ma dico io si può aggettivare la Morte, stratosferico punto di tutti gli arrivi e forse incipit del metafisico, con la banalità della parola anziana?. Che si occupi dell’editoria e magari della critica (?) questo signore e lasci stare i versi che certo non gli appartengono.Che poi ci sia qualcuno che lo incensi rimane per me comune e sprovveduto mortale un vero mistero. Salvatore Martino

  5. Caro Salvatore Martino,
    uno dei motivi significativi della disperante dispersione in cui si trova la poesia contemporanea (e non solo la poesia di Montalto che ha dei momenti di felicità espressiva notevoli), è che essa non pone più quella che io ho definito la Domanda Fondamentale. Ma io non sarei neanche così severo verso i poeti che appartengono alla fascia di età al di sotto dei cinquanta anni, essi sì, si sono persi in una boscaglia. Riflettiamoci: Ormai tutto è possibile dire in poesia, o almeno ci hanno detto che tutto è dicibile tranne l’indicibile (che secondo alcuni sarebbe la metafisica e le tematiche metafisiche). Io penso che questa democratizzazione ha portato al disastro la poesia contemporanea, perché le fa fatto credere che fosse possibile utilizzare tuti i versi liberi, tutti i ritmi, tutti i contro ritmi, tutte le spezzature dei ritmi, tutte le anti rime etc. e via cantando. Ma, purtroppo tutto questo non è vero. Ecco perché io mi sono permesso di porre a fuoco un piccolo problema: la vostra poesia è privatistica o pubblicistica? Vi rivolgete a voi stessi o a un pubblico (che non c’è), oppure vi rivolgete ad un interlocutore posto in un eventuale futuro tutto da eventualizzare? – Dal tipo di risposte che darete a queste questioni ne discenderà un tipo di poesia tutta diversa. Ma il discorso è lungo, e bisognerebbe farlo a ritroso, andare indietro, studiare i “padri”, gli “zii” e i “nonni” e vedere loro che cosa facevano. E come mai siamo arrivati al punto di pensare che tutto sia dicibile in poesia? (quando è molto semplice invece adottare la forma-romanzo, ben più idonea alla dicitura).
    Insomma, io dico una cosa: siamo sicuri che anche la poesia che facciamo noi sia una poesia “pubblicistica”?

    • Provo a risponderti io. Una ragazza ha postato su un forum dedicato alla poesia questo pezzo:

      È per questo che devi riprendermi per mano
      e portarmi in quel campo di pallone
      che i giochi erano sempre verdi nei pomeriggi d’Aprile
      macchiati solo di primule e viole -quelle che profumano di caramelle-
      Era sempre giallo il sole sopra i cirri che non si destavano mai e
      solo le rondini con l’ombra del volo calpestavano quel cielo

      in poche parole ha descritto un ricordo, un rimpianto, un desiderio o un’emozione personale, quindi appartenente al suo privato, privatistica come dici tu. Eppure tutto quanto nella sua naivité traspare talmente forte e robusto da diventare condiviso con il lettore, anche occasionale. Non ci sono qui arzigogoli, riferimenti colti, aspetti sociali, ma un semplice, forte e robusto anelito, da diventare parola di tutti, cosa comune e condivisa con il lettore. Quindi publicistica a mio modesto sentire. Perciò tutto quanto diventa condivisibile e forte arriva al lettore, è il tipo di poesia publicistica che diventa patrimonio comune, anche questa, il resto è cassetto.

    • Salvatore Martino

      Stavolta carissimo Giorgio concordo in pieno sulla tua disanima, ma la forma-romanzo che tu definisci ben più idonea alla dicitura comporta altri problemi, come la storia, i personaggi, l’architettura ancora più complessi. Quanto alla mia poesia se pubblicistica sospendo il mio giudizio e mi affido agli sparuti eventuali lettori Salvatore Martino

  6. Giuseppe Panetta

    Io voto per la poesia pubblicistica. L’io l’ho sotterrato tempo fa (anche se non è possibile, in verità, sotterrarlo veramente).

    Queste di Montalto sono noiose, mortalmente noiose, anzi, inesistenti e banali, scontate… Potrei continuare, ma mi fermo qui.

    Non ho mai inviato proposte alla Jocker!

  7. Non so cosa sia il privato. Conosco l’unicità della persona, che è un fatto naturale, che si manifesta spontaneamente, e che quindi non andrebbe ricercato perché dato, e son qualità: non puoi essere altro che ciò che sei. L’uniformità stilistica della scrittura poetica, e del linguaggio, è stata definitivamente abbattuta nel novecento: fine di certa critica e fine di ogni canone. Restano tendenze, mode perniciose, sicuramente dovute ad ambizione e interessi di varia natura. Se la pubblicistica è dialogo, tra poeti critici e lettori, allora perché no? Resta il fatto che la poesia è come lo sguardo sovrastante della Gioconda, nella sala sempre affollata e a lei dedicata, del Louvre: sguardo riservato a ognuno. Che sia per tutti è irrilevante: la relazione è one to one. Non esiste alcun pubblico della poesia.

  8. Caro Lucio Mayoor Tosi,
    condivido il tuo pensiero quando scrivi:

    «Non so cosa sia il privato. Conosco l’unicità della persona, che è un fatto naturale, che si manifesta spontaneamente, e che quindi non andrebbe ricercato perché dato, e son qualità: non puoi essere altro che ciò che sei.»

    Ed anche quando scrivi:

    «Resta il fatto che la poesia è come lo sguardo sovrastante della Gioconda, nella sala sempre affollata e a lei dedicata, del Louvre: sguardo riservato a ognuno. Che sia per tutti è irrilevante: la relazione è one to one. Non esiste alcun pubblico della poesia.»

    In questo, la penso come Panetta quando scrive: «io voto per la poesia pubblicistica». Ma il problema sta molto addietro, bisognerebbe sottoporre ad analisi la poesia del novecento, e poi tirarne le conseguenze. Perché data una certa impostazione (abbiamo ricordato quella di Sereni) ne discende un certo tipo di forma-poesia; data una altra impostazione (quella che ne dà ad esempio Helle Busacca o Giorgia Stecher, le quali paradossalmente fanno una poesia dell’io o del ricordo dell’io) ne discende che si ha un altro tipo di forma-poesia. Basta tirarne le conseguenze. Basta saper leggere criticamente la poesia italiana del Novecento e tirarne le conseguenze.

    Vorrei dire che io non intendo affatto, quando sostengo una tesi pubblicistica della poesia, escludere i poeti che fanno una poesia dei propri ricordi personali, altrimenti sarei uno sciocco oltre che un mediocre analista della poesia (evito di definirmi critico). Però, c’è modo e modo di fare una poesia dell’«io», tutto sta a chiedersi dove sta l’«io», questo presunto e supposto «io», il quale è, com’è noto, una ipotesi psicologica e filosofica della modernità e che la modernità ha dissolto, smantellato e decostruito con le analisi della filosofia recente (Lacan, Derrida, Meyer, Lyotard, Eco, etc). Io vorrei presentare come esempio di una poesia a vocazione privatistica ma con esiti, nella sostanza pubblicistici, una poesia non di un poeta italiano, per non essere accusato di tirare acqua al proprio mulino, e di indicare gli amici, io prenderò ad esempio un poeta europeo, e neanche di massimo livello, perché sarebbe facile citare un grande poeta europeo per esplicitare le proprie tesi. Citerò invece una poesia del poeta boemo contemporaneo (che mi ha fatto conoscere Antonio Sagredo) Petr Hruska in un libro pubblicato da Valigie rosse (2014) traduzione di Jiri Spicka e Paolo Maccari:

    Il maglione verde
    dopo tutti gli anni insieme
    il maglione verde
    né pioviggina
    né imbrunisce
    mi alzo
    da dietro abbraccio
    il maglione verde.

    Mi sembra una poesia semplicissima, anzi, addirittura elementare. Una poesia che parla di un “maglione verde”, Un ricordo privato, privatissimo. Eppure, la poesia tocca una corda universale, diventa, alla lettura, il nostro maglione verde, magari brutto e fuori moda, ma il nostro di noi tutti, maglione verde. Per me questa è una ottima poesia pubblicistica.

  9. La poesia di Montalto soffre, forse, di troppa consapevolezza, dell’autocensura , tipica delle pesìrsone più colte,che impedisce l’azzardo del volo,l’impennata verso l’ignoto.Eppure, la poesia c’è,la leggo in versi come questi:”biancheggia sulla sabbia il bianco”.Li ricorderò, mentre guardo, da mattina a sera,l’Adriatico selvaggio: che è verde, secondo il Vate,ma ha le sue trine bianche,suo vezzo e allegria.

  10. Sandro

    Ringrazio Giorgio Linguaglossa per aver dedicato un post alla mia poesia, ma, come già gli ho significato privatamente (è abituato alla mia onestà…), il senso di questo tipo di operazioni mi sfugge. Ho volentieri fornito una minuscola auto-antologia dai miei primi tre libri, ma la trovo accompagnata da uno scritto che non critica i testi ma li usa come pretesto per una discussione altra, ed è uno dei modi di fare critica (un po’ troppo giornalistica) che ho sempre stigmatizzato. Mi stupisce, perché con pochi altri Giorgio è stato uno dei critici di poesia che negli ultimi 20 anni ha contribuito alla discussione con maggiore finezza e approfondimento di strumenti (nonché ampiezza di letture). Il problema è il medium usato? Può darsi. Di sicuro tale medium permette giudizi privi di qualsiasi metodo, lanciati come sassi nello stagno, che teoricamente dovrebbero avere valore solo perché esistono.

    Non mi preoccupa che alcuni giudichino noiose le mie poesie: è legittimo non apprezzare le mie come qualsiasi altra poesia, negli anni sono piaciute molto ad alcuni e poco ad altri, ma una volta detto questo (e io potrei ribadire – come è – che trovo lessicalmente, formalmente e ritmicamente banale e noiosa il 99% della poesia contemporanea) cosa abbiamo detto? Nulla. Ci siamo scambiati una opinione per ora non supportata da alcunché. Dove sta allora la sua necessità? Ecco perché, per inciso, dopo aver pubblicato 22 libri a stampa di ogni genere avrò fatto in tutto una decina di presentazioni: è del tutto INUTILE andare in giro a leggere per il piacere di farlo, senza che si possa creare un vero confronto.
    Confronto che, aggiungo, difficilmente può avere come base seria una manciata di testi (pur scelti dall’autore!) che vorrebbero rappresentare una ventina d’anni di lavoro.

    Non ho mai ingaggiato lotte per difendere le mie opere e non inizierò certo adesso. Ci tengo solo, se permettete, ad oppormi fermamente all’idea, serpeggiante, che le mie poesie siano scritte “a tavolino”. So benissimo di aver scritto ogni mia poesia in quello stato particolare di abbandono (o colloquio con l’inconscio,o chiamatelo come vi pare) che mi sembra necessario per entrare in questa particolare modalità espressiva. Chi non lo vuole capire forse non ha abbastanza esperienza di un certo tipo di poesia sparsa per il mondo, e vede certa complessità come concettosità (magari nel senso più banale donatoci dai manuali di letteratura). Ho sempre rifiutato (e denunciato come critico) la poesia didascalica, a tavolino, scritta per dire altro.

    Sulla questione “pubblicistico/privatistico” ho poco da dire, anche perché mi pare un problema interessante ma mi coinvolge poco. Anche perché non capisco come si possa scrivere senza voler essere prima o poi letti (pur senza patologie e narcisismi, nel mio caso almeno), ma soprattutto non è corretto dire che il pubblico della poesia non c’è: chiunque come me bazzica fiere, case editrici, librerie, biblioteche etc. sa che c’è moltissima gente che non scrive poesie ma la legge con passione (per fortuna). Ma, ribadisco, non mi pongo questi problemi mentre scrivo, altrimenti farei una poesia disonesta. E non capisco perché la poesia di matrice “pubblicistica” dovrebbe essere quella che mira al semplice e sfiora il banale, appellandosi a forme basiche di percezione e linguaggio: per me è tanto viva e vibrante, ed emozionante, una nuotata al mare quanto l’esame di un codice miniato o la lettura di un trattato di fisica, così come trovo che un linguaggio ricco sia più vicino alla complessità del reale di un linguaggio povero, e questa passione e questo entusiasmo è quello che, inevitabilmente, filtra nei miei versi. Mi pare che stiate dicendo “se non coinvolge direttamente me e il mio mondo è ostinatamente privatistica”, escludendo che a molti altri possa fare ben altro effetto… mi pare un poco rigido come comportamento, no?

    Nulla dico circa l’inopportuna ed inelegante comparazione tra la mia attività critica ed editoriale e quella poetica, tirate in ballo forse perché, ancora una volta, in Italia si fa fatica a comprendere che le due cose possono essere, anche se fatalmente in un qualche contatto, sostanzialmente indipendenti.

    In ogni caso, grazie per il confronto.

  11. TELEGRAMMA – da Scribacchino (2000) di Sandro Montalto

    E’ un telegramma, questo che ti invio senza vuoto
    a rendere: è un retro di scontrino che vergo
    con pezzi di sangue coagulato.
    Mi soffoco e strozzo
    (e paonazzo) nello scrivere qualcosa che non ho
    da dire, un nulla alfabetico e punteggiato,
    come muto sommelier coprofago,
    come elogio funebre accartocciato
    e gettato nella bara.

    Questa opera di esordio di Montalto è in realtà un pastiche il cui modello di base è senz’altro Laborintus (1956) di Sanguineti. Ho scritto che è un’opera geniale, l’opera migliore di Montalto, migliore perché la più sfrenata, sbrigliata, libera e avventurosa, contiene poesie di notevole impatto emotivo che consiglierei di rileggere. il protagonista di questo libro è il corpo, la carne, il disfacimento, la degenerazione, l’esplosione, l’implosione, la transizione di fase, come dicono i fisici teorici, l’horror vacui, l’horror pleni, la disperazione, l’angoscia, la ribellione, l’etica del suicidio, l’osanna del suicidio dell’io: “ che vergo / con pezzi di sangue coagulato / Mi soffoco e strozzo / (paonazzo)…”, In questo libro di esordio di Montalto c’è la prima apparizione dell’angoscia collettiva della sua generazione, di quella generazione che ha dissipato le sue migliori risorse ed energie (dopo verrà l’Epoca della stagnazione economica e spirituale). L’«io» viene fustigato “e gettato nella bara”; viene liquidato, messo in sordina, a cuccia, addomesticato, umiliato.

    Non era facile, neanche per un giovane poeta dotato come Sandro Montalto sortire da questo imbuto di cupa disperazione esistenziale, e infatti non è stato facile, come non è stato facile per la poesia italiana dire qualcosa di nuovo in questo quindicennio.
    Quell’angoscia e quella disperazione che preannunciava il “nero” della nuova epoca non era soltanto una problematica individuale e privata, era un malessere collettivo ed epocale, e Sandro Montalto l’ha saputa raffigurare con poesie importanti. Sarebbe utile riproporre un giorno le composizioni di inizio di “Scribacchino” alla lettura della rivista telematica, si tratta di composizioni di grande impatto emotivo e linguistico proprio perché si avverte un dolore “pubblicistico” non meramente privato individuale.
    Ma poi, di fatto la poesia italiana è andata per altre vie, ha messo la sordina ad una disperazione così angosciosa e angosciante, non presentabile nel salotto buono della poesia italiana. Diciamo la verità, oggi il pubblico delle istituzioni letterarie non ama che gli si aprano le cateratte del “nero”, si preferiscono i poeti urbani e politicamente educati. Io sono convinto che questa resistenza al “nero” abbia svolto un ruolo dominante nel filtraggio delle opere rappresentative, spingendo (anche inconsapevolmente) gli autori migliori ad una mediazione linguistica e stilistica che, alla fine, ha dato i suoi effetti silenziatori. Insomma, diciamo la verità, tutto quel parlare di morte dell’io non era visto di buon grado, e che diamine!.

    Montalto avverte chiaramente questa problematica, avverte che c’è qualcosa che aleggia nell’aria: che non sta bene tutto quel nero, quell’aggirarsi tra i significati da rottamare:

    mi trovo dentro la lingua
    mi trovo nella lingua labirinto dai muri di cento dimensioni fisiche
    ci sono caduto dal muro che indulge al fumo
    e ai vasti orizzonti del possibile, del comune, del senso e nonsenso
    mi addentro fra flora e fauna di sintagmi-esoscheletro
    mi aggiro fra i significati mentre so che la lingua mi inganna mantenendo
    intatte le sue mille facce e sono io che non corro mai abbastanza,
    non sono mai abbastanza veloce da voltarmi in tempo per vederla
    mentre si scansa di un poco, nelle voragini del tempo
    o come delta che divora le ciglia e le labbra

    Per correttezza, mi corre l’obbligo di ricordare il libro di esordio di Montalto, uno dei punti più alti della poesia di questo quindicennio. In seguito, le cose della poesia italiana sono precipitate per tante ragioni… una delle quali direi che ha dettato la nascita di questa rivista telematica…
    Sandro Montalto è il poeta della sua generazione che più distintamente vede di quanto il ruolo di poeta si sia deteriorato al punto di essere diventato nient’altro che uno “scribacchino”:

    Lo scribacchino

    Poeta non sono
    ma scribacchino
    scrivo parole
    senza rima baciata
    né musicalità
    ben orchestrata.
    Non bado a versi
    alternati, misti
    o incrociati.
    Né creo sonetti
    altisonanti con
    lingua d’oc
    d’altri tempi.
    Né di metrica,
    ritmica ne faccio
    modello.
    Eppur il verbo
    diventa speciale
    se nato in
    un momento particolare.
    Ove s’alza la mente
    d’inchiostro colorata
    muta il sentire
    dell’anima bendata.
    Fanno ressa
    bisticci di pensieri
    respiri d’emozioni
    e brividi d’amore.
    Tutto ha un senso
    tutto vive
    se a parlare
    è il cuore
    fra stellati
    e rossi sul mare.

  12. Mi permetto di intervenire in questa discussione focalizzando l’attenzione sulla poesia di Sandro Montalto. Mi rendo conto di essere un amico dell’autore in questione e quindi potrei essere tacciato di incrostazione mentale, effettivamente possibile quando si scrive su una persona di cui si conosce la serietà, lo zelo e la profonda vocazione per la letteratura, vocazione che l’ha spesso vista in primo piano nell’impegno a favore degli altri autori. È anche per questo motivo, ossia per la mia presumibile ignoranza della vita dei poeti, che ho smesso da molti anni, per fortuna, di stroncare l’opera di qualunque autore, stroncatura che però esercitai, lo dico a mia difesa, solo nei confronti di qualche poeta noto e non di chi, faticosamente, cerca di far sentire la propria voce. La consapevolezza della solitudine in cui tutti noi viviamo mi ha portato a questa scelta rispettosa, che non significa rinuncia ad esercitare lo spirito critico ma rinuncia ad esercitarlo irrevocabilmente.
    Dunque, per non farmi condizionare, riporto un mio breve giudizio – su Scribacchino, primo libro poetico di Sandro Montalto – che scrissi quando ancora non conoscevo l’autore e che pubblica poi su Hebenon. Il riferimento a De Signoribus, rintracciabile nell’intervento, è dovuto solo al fatto che il brano è tratto da un saggio che metteva a confronto autori vari e di varia età e provenienza. Però il confronto mi è stato utile per rilevare in Montalto quella elaborazione dei “pregiudizi emotivi” che possono indirizzare ad una lettura intelligente di tutta la sua opera, anche quella successiva, perché in essa l’emozione non è assente ma risulta essere «la sagoma dei pensieri» e occorre passare attraverso questi ultimi per coglierla.

    «Del tutto avulso dal contesto ermetico è il libro di un giovanissimo, Sandro Montalto, classe 1978, che in Scribacchino (Joker, Novi ligure, 2000) spara bossoli di citazioni in un de profundis per la lirica che non opera, nonostante la preparazione ludolinguistica dell’autore, sul piano del significante ma aggredendo la tradizione dalla parte della tradizione. In Scribacchino c’è un novello D’Annunzio, giovane e caparbio, che però non vive la vita come fosse un’opera d’arte ma gode la letteratura come fosse la vita. Gode nella diversità degli stili. E la sua poesia, priva di esperienza vitale, cade giocoforza nell’onirico e nel fantasioso. “La vita, in fondo, è l’arte di trarre conclusioni sufficienti da premesse insufficienti” ci ricorda Montalto con Samuel Butler. E le “premesse insufficienti” sono i “pregiudizi emotivi” che De Signoribus controlla mentre Montalto elabora, «finché la loro ombra riesca ad assomigliare / alla sagoma dei miei pensieri» (Schegge 16, p.29), con quella fiducia nella luce della parola che De Signoribus invece respinge. Perché, se non la vita, è l’esperienza esistenziale alla base della poesia di Montalto, un’esperienza che lo sprona ad adeguarsi, «camaleontizzandosi» (Schegge 9, p.27), al «cruciverba dei colori» (Domande, p.31). “Colori” e “ombre” sono in effetti concetti ricorrenti in Montalto, il quale scrive come si cuce. Ed è per questo che il libro di Montalto va letto con molta attenzione non solo agli intarsi ma anche e soprattutto ai «brandelli» (sul tempo, sulla parola, sulla morte, sullo scrivere) che questi intarsi parodici e onirici raccolgono e uniscono «meditandoci anche un po’» sopra (Se scrivi una poesia…, p.61). Perché sono brandelli di esistenza che la letteratura conserva indipendentemente dalla vita che li ha rilevati.
    Il più bel verso di Scribacchino? È nella poesia Sul riso, quasi a negarne l’assunto portante secondo cui «tutto muove al riso»: «mi chiedo / quanto possa essere crudele la tristezza al tatto». E con questa sinestesia che esula per un attimo dal «muggito» della resa parodica del «canto», Montalto evidenzia la promiscuità, sicuramente voluta e propositiva, del suo dettato poetico».

  13. Ringrazio per gli approfondimenti. Moltalto avrà compreso il clima da naufragio che si vive su questa zattera (almeno così è per me), dove si gareggia con l’istante nell’impresa di tenersi a galla: non lo si fa per il gusto di affossare sistematicamente ogni malcapitato ma per esprimere con sincerità una reazione alla lettura di quanto viene proposto, e non oltre questo. Ho scritto da lettore poco avveduto, senza conoscere e quindi considerare il contesto dove son nate queste sue poesie. Ma il parere, alla lettura di oggi, non cambia. Già le parentesi mi innervosiscono… i testi mi giungono sovraccarichi, mi fanno capire che dovrei scavare per trovare il fresco zampillo di ogni affermazione, il perché del tono forte e disperante. Ora che l’ho un po’ compreso, salterò più agilmente alcune parti. In tutti i casi, con la dovuta stima che va riconosciuta ad una poesia che, capisco, non è allineata e avrà dovuto farsi già non poche battaglie.

  14. gino rago

    Da buona parte della critica indicato come il vero erede di Gozzano e Saba,
    Giovanni Giudici (quasi ormai già dimenticato, secondo Alfonso Berardinelli) in una sua memoria ricordava che non sempre i poeti sono buoni lettori dei propri versi e a conferma ricordava l’enfasi lamentosa di Saba, il sommesso brontolio di Montale, l’urlato televisivo di Ungaretti.
    Come esempio insuperato indicava il T.S.Eliot nella lettura dell’Alfred Prufrock. Una voce, ricordava G.Giudici, dove melanconia, passione e ironia si fondono in una straordinaria sapienza di modulazione. Ma anche il
    tono fermo di quella “Fuga dall’emozione” in cui l’autore dei Quattro Quartetti era solito indicare il “segreto della poesia”. Forse l’unico punto di fusione, e giungo alla questione posta da Giorgio Linguaglossa, fra ” poesia
    privatistica e poesia pubblicistica”.
    Soltanto nella “fuga dall’emozione” il poeta può, rubo le parole a T.S.Eliot, “trasformare le proprie agonie personali e private in qualcosa di ricco e strano, di impersonale e di universale”.
    Dunque, tutto si compie nel testo, non nella mente di chi lo scrive. Né in quella del lettore. Quali che siano agonie personali e agonie private anche nel lettore perché, questo sostiene qualcuno, “Corpo e anima di se stesso è il poema…”
    Ma temo, caro Giorgio, d’essere forse andato fuori dal seminato…
    Gino Rago

  15. antonio sagredo

    Caro Rago Gino,
    con questi versi miei non eccelsi e altri sono stato sempre fuori del seminato….
    as
    —————————————————————————–
    Verso, io ti chiesto una squillante Voce di falsetto!
    Ti ho chiesto, di lei, la più alta nota che non giunse mai!
    Lacrime-meduse hanno invaso la mia gola atterrita,
    la Poesia si trastulla e s’inchina, devota, alla mia Parola!

    Il suo occhio ancora non si è mutato in gelido passo,
    nero stiffelius che uno stendardo agita come un muto addio,
    ma dai trivi un umido urlo, luce equina di una città,
    dietro la sguaiata quinta si è disteso mortale come il Tempo!

    Non mi hai donato nemmeno un pianto o la farsa di un conforto
    da citare in un’estasi maestra… esperto saggio di una mano
    illume che sul leggio canta le tue movenze, e un miniato
    sguardo assegna, non interdetto, al diritto di uno spezzato gesto.

    E genero ancora qualcosa di mostruoso al capezzale ignobile,
    come un cuore speranzoso tradito dai balsami di una fede idiota,
    e sul rogo dai battiti di un libero pensiero… recidivo è un ceppo
    scabroso, e mi condanno: non ho vergogna, io, se la testa di un poeta si ribella!

    Antonio Sagredo

    Roma, 18 aprile 2010
    (ora antelucana: 02.30)

  16. caro Antonio Sagredo, non ti smentisci mai. Stavamo discutendo sulla poesia di Sandro Montalto e tu te ne esci con una tua. Ma, che cos’è la tua poesia? Forse questa tua ossessiva riproposizione della tua poesia chiede insistentemente: Perché? Che cosa sono? Chi sono? – Ti dirò che la tua poesia è una sorta di poesia dell’anti materia, sembra fatta non di parole significanti ma di parole-suono che rimbalzano come palline in un flipper. Tu insegui il suono delle parole come provenienti dalla Anti Materia. Le tue parole sono prive di “massa” (nel senso inteso dalla fisica teorica), il loro suono è “vuoto”. Non c’è un significato (nel senso odierno inteso dalla linguistica) perché non c’è un significante. Tu parli un idioma parlato solo da te.La tua è una poesia idiomatica. Paradossalmente, la tua poesia non ha niente da comunicare, perché è fatta con la stoffa della Anti materia. In questo senso ho scritto in altra sede che la tua poesia è un canto Incipitario e Fondazionale; Incipitario perché riparte dal bosone di Higgs, dal mero suono privo di massa, da una arché pura di «materia» significante; Fondazionale perché la tua poesia non fonda nulla: è mero flatus vocis, suono alato che si estingue all’istante. Contento?

  17. ubaldoderobertis

    Avevo letto di Sandro Montalto la poesia riportata nell’Epilogo del presente post: “Nuvole a catafascio” trovandola interessante e soprattutto avevo letto: Pulvis poesia che mi permetto di trascrivere:

    Pulvis

    Arsura dei sassi, sola si sbriciola 
    la morbidezza di una coperta di polvere
    che imita l’erica e sale, ma giunge al buio. 
    La mia pelle non conosce questa stanza
    che domino nella mappa della sua cultura,
    non so l’ora in cui il piede schiaccia l’ombra 
    di una presenza fuggita nelle anse del tempo.
    Rimane un vuoto, sugli scaffali affollati di relitti
    di pensiero: passa l’idea di un cubo nero 
    che adombra la distrazione dei sensi mentre altra pelle
    urlava, esigeva. Il sonno dello sveglio ha tramato
    coperto il chiodo che batte contro l’osso e l’occhio
    che vede parole e ignora i profumi. Avrò occhi
    fin negli spigoli, l’usura dei sogni prescritti
    sarà mondata. Lo so, sei egregia memoria
    e pieghi di scatto, ma un singhiozzo severo
    può cadenzare l’intreccio di fili non sperati.

    Al di là del riuscito ossimoro: “qui fiorisce il mio sguardo straziato di dolcezza” posto a chiusura della prima composizione, con Pulvis mi mi ero detto: “questo è un giovane* autore da tenere d’occhio, l’occhio che vede parole” . A distanza di tempo, e nella rilettura attenta, non trovo elementi di contraddizione. Credo che il Montalto sappia eccitare la segreta vita delle parole abile a collocarle dove appaiono più efficaci. Se volesse lavorare di più sulla musicalità è uno a cui i mezzi non fanno difetto visto che è anche un affermato compositore.
    Ubaldo de Robertis

    * giovane. Ho lasciato le terre del Vercellese, limitrofe a Biella, proprio nel 1978, l’anno in cui è nato il Montalto, ed io avevo 36 anni. Nessun contatto tra noi due neppure quando pubblicai felicemente con Joker. In quel tempo il Direttore Editoriale era Mauro Ferrari.

  18. Giuseppina Di Leo

    A me piace la maniera con cui Sandro Montalto esamina il senso di un disagio senza avere risposte, cioè quel modo sobrio di dialogare senza aggiunte posticce o sovrabbondanti, che lascia sotteso l’interrogativo di fondo. Una maniera di procedere che mi trova pienamente concorde. D’altra parte è proprio lo scarto esistenziale, evidenziato da Giorgio Linguaglossa, a far sì che le poesie vadano oltre le parole, e mi riferisco in particolare alle poesie tratte da Il segno del labirinto.
    Sulla domanda su cosa preferire, se una poesia privatistica o se una pubblicistica, personalmente non saprei cosa dire in quanto non capisco dove sia il problema. Penso però che sia un vantaggio potersi esprimere attraverso l’una o l’altra delle due possibilità, in quanto possibilità, appunto, di cui servirsi. Come del resto precisi tu stesso, Giorgio.

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