Rossella Cerniglia QUATTRO POESIE da   Sehnsucht   (1995) – Una Riflessione sulla funzione e sul valore della Poesia e una Intervista e Commento a cura di Giorgio Linguaglossa. La poesia come  rifondazione e ricreazione di una comunità linguistica; La poesia è magia che si è liberata della necessità di essere menzogna; Ritorno alla poesia lirica; L’arché; La poesia nel mondo super tecnologico

foto Raffaelle Monti, medidados del siglo XIX. Devonshire Collection

Raffaelle Monti, medidados del siglo XIX. Devonshire Collection

Rossella Cerniglia è nata a Palermo il 14 ottobre 1949, dove vive. Laureata in Filosofia è stata a lungo docente di materia letterarie nei Licei della stessa città. La sua attività letteraria ha inizio con la pubblicazione di Allusioni del Tempo, ed. ASLA – Palermo 1980; seguono Io sono il Negativo (ed. Circolo Pitrè – Palermo 1983; Ypokeimenon, ed. La Centona – Palermo 1991; Oscuro viaggio, ed. Forum/Quinta Generazione – Forlì 1992; Fragmenta, Edizioni del Leone – Venezia 1994; Sehnsucht, ed. Bastogi – Foggia 1995; Il Canto della Notte, ed. Bastogi – Foggia 1997; D’Amore e morte, stampato a Palermo nell’anno 2000;L’inarrivabile meta, ed. Ila Palma – Palermo 2002; Tra luce ed ombra il canto si dispiega (antologia e studio critico comprendente anche i testi di altri quattro autori palermitani, a cura da Ester Monachino), ed. Ila Palma – Palermo 2002;Mentre cadeva il giorno, ed. Piero Manni – Lecce 2003; Aporia (, ed. Piero Manni – Lecce 2006; Penelope e altre poesie, ed. Campanotto – Pasian di Prato 2009. In ultimo, nel giugno del 2013, per l’Editore Guido Miano di Milano, ha pubblicato un’Antologia che propone un breve saggio delle prime dodici sillogi poetiche, con disamina di Enzo Concardi.  Altre opere sono in attesa di pubblicazione. Nel 1999 ha, altresì, pubblicato il romanzo Edonè…edonè. Nel 2007, ancora per l’editore Piero Manni di Lecce, viene stampato il suo secondo romanzo dal titolo Adolescenza infinita e infine, per l’Editore Aletti di Villalba di Guidonia, il libro di racconti Il tessuto dell’anima. È presente con alcune poesie nella Antologia Il rumore delle Parole a cura di Giorgio Linguaglossa EdiLet, Roma, 2015. Collabora ad alcune riviste ed ha ricevuto favorevoli riconoscimenti e attestazioni da parte di numerosi critici e letterati. Suoi versi e profili critici sono presenti in antologie e riviste letterarie, tra cui L’Altro Novecento (vol. II e III) a cura di Vittoriano Esposito edito da Bastogi, 1997; nella rivista Poesia dell’editore Crocetti di Milano; in Poeti scelti per il terzo millennio (2008), inStoria della Letteratura italiana (vol. IV,  (2009)  e in Poeti italiani scelti di livello europeo ( 2012), dell’Editore Guido Miano di Milano.

arnold bocklin Toteninsel (L'isola dei morti)

isola dei morti Arnold Böcklin Toteninsel (versione originale)

Rossella Cerniglia da Sehnsucht – 1995 –

L’ISOLA

Nel lontano meriggio, l’ansia d’imbarco rotta,
furono tutti al ponte a salutare. Furono una cosa
il gesto e il cuore, e le mani ed i visi e i palpitanti addii,
fluttuarono entro il sogno, brevemente.

Qui lo sguardo non vide che un tormento interiore:
cosa, il destino, se non la fedeltà agli eventi?

Poi si disciolsero i nitidi profili, il mare fu
un azzurro trepidante, gonfio d’angoscia tersa,
le fronde, unico verde in lontananza,
incupirono i pensieri, e tra la solitudine marina,
lungi dal dileguarsi, recò l’affanno incerto smarrimento
come anima che, libera dal corpo, senta la nudità
tremante e sola.

Questo mio corpo è l’Isola, pensò il navigatore, mia prigione
per questo con ansia e con dolore mi diparto. Quanto seminai
e produssi entro gli angusti limiti, ivi ha cuore e sostanza:
questa è la vita, la terrena vita che ci diede il destino,
è questa fedeltà ch’io pago con dolore, nel rimanere io stesso,
nel non volere che il dolore da cui fuggo. Così, pare,
decisero gli dei; così, da sempre, chi degli uomini tesse le vicende,
i corpi legò alla terra da cui nacquero, d’un desiderio
oscuro fornì l’esule, per cui sentì il richiamo del grembo
da cui venne, e in cui, giacendo, altre vite saranno a germogliare.

Ma cosa, allora, porta fuori di me quest’ansietà di vita,
dove il desiderio corre lontano dalla fonte e perché, in eterno,
la contraddizione mi dilania? Quand’ero la mia Isola
ero solo e negato all’esistente, ma a volte, anch’io sentii
d’essere goccia dell’immenso fiume o lacrima assorta
nel torpore di ghiaccio d’un mattino.
Mi feriva il mio essere-me, soprattutto ciò ch’era più mio:
gli aranceti dorati nel mio sole, la campagna aperta
e sospirante e i teneri ronzii d’un mondo infimo
che nessuno ode, distratto, per avere quel mondo cancellato
e che talvolta alla memoria irrompe con accenti d’una vita pura.

Quest’ansietà di crescere, che il figlio separò dalla madre,
con uguale dolore mi rapisce all’Isola, mia condanna,
ma nel distacco puro, vedo crescere solo il peso inesorabile,
poiché questo è destino d’ogni umano: che varchi il suo confine
e a sé ritorni. Così colui di cui bene sappiamo il navigare
non visse un tempo solo: sempre un Ulisse fu ov’è un porto
e un’Isola che attende; un porto, una promessa
o un dolore, da cui fuggiva nel lontano giorno.

.
OMBRE NELLA CATTEDRALE

Era nella città la calda luce afosa
dell’agosto. Dopo la breve sosta nelle piazze
stanco del lungo andare, il pellegrino,
venuto da un angolo di mondo ad ammirare
remoti fasti delle età sublimi
-stretti tra le facciate medievali
vicoli grevi d’ombra e d’abbandono-
fuga cerca e riparo alla calura
e nei santuari colmi d’oscura quiete
muove gli stanchi passi, tra le navate alte
sino al sacrario d’un altare dove, al colmo,
oscilla la pura fiamma silenziosa.

Siede nel Tempio. Ascolta. Il silenzio grava
dalle oscure volte, sbiadendo come ricordo passeggero,
vano, la vita di fuori troppo umana
e il divenire che urge nella fretta che ogni cosa
assale e le coscienze adesca con amo menzognero.

È tempo di pregare. Da un oscuro groviglio, liberata,
una preghiera lentamente sale, non voluta,
come il naufrago, tolto agli impedimenti
del fondo, emerge fino all’onda e al turbinio
azzurro del cielo.

Sulle crociere e sugli intrecci delle navate
alte, la quiete obliosa rende una volta
umano, comprensibile, il Mistero
celato nella fiammella tremula
che agita le ombre, e l’abside
come cuore nel petto custodisce.

Scivola, come unguento, a lenire le ferite
una pace che asserena e l’anima trae conforto
nel sentire che Altro c’è ed Eterno, oltre il bene
finito che non dura, benché con ansia il vivente
non cessi d’inseguirlo.

Domani, la radiosa certezza del giorno
farà di te ancora un altro uomo: come sogno
ricorderai che la pace, oggi, ha carezzato la tua anima
come fa la brezza lieve con gli ulivi.
foto donna con ventaglio

NARCISO

La fonte era, tra canne, un muto specchio.
Venne il pastore e alla muta acqua
abbeverò il suo gregge.

Ma nel riflesso sognò un’essenza nuova:
d’esser di Cizio, magnifico straniero,
di ricca veste adorno e nobile d’animo e di mente;
così vagheggiò l’altro se stesso.

Il pastore “Narciso” era chiamato.

E lo straniero? Vedesti un giorno, o Narciso,
lo straniero? Era il divino Adone, di regali vesti
adorno, che lo sguardo infino al tuo sospinse un giorno,
quegli che altri dissero che tu eri, tanto la somiglianza
s’era fatta carne?
Ma duro come la roccia da penetrare è l’intendimento dell’altro.

Narciso! È il tuo specchio! Non vedi
con che occhi ti guarda, come della veste
apre le pieghe e con mano tremante
sfiora le tue costole, tra le sue dita non senti
un corpo fatto aria?

Narciso, l’anima vuole!

.
PER UNA VOLTA…

Come aprire vorrei le vesti
che ti infiorano, racconto inenarrato,
e incerto e casto per pudore
trovarti corpo che non si dona, ovunque amato,
per una volta…
parola violentata nell’arcano
corpo sorpreso nel torpore
apre le braccia amanti
a lunga sete.

Rossella Cerniglia volto

Rossella Cerniglia

INTERVISTA a Rossella Cerniglia a cura di Giorgio Linguaglossa

Domanda:  Assodato il  carattere e il valore polisemico della lingua e della parola poetica, o meglio, del Discorso poetico, è lecito, secondo te, interpretare la poesia di un autore come atto di rifondazione e ricreazione di una comunità linguistica?

Risposta: È  ormai universalmente accettato che il soggettivo entri nell’interpretazione della parola poetica. Chi legge e interpreta, in realtà, rifà a suo modo l’opera, la ricrea secondo le categorie della sua soggettività, la quale sempre emerge in qualsivoglia approccio  conoscitivo. Ma da ciò, tuttavia, non deriva che tale intromissione sia un diritto istituzionalizzato, quanto piuttosto il limite che contrassegna la monadicità di una condizione.

   In essa si esprime l’assoluta identità del soggetto con se stesso e l’assoluta impenetrabilità della prospettiva interiore  sacralizzata attraverso la parola.    La parola è, infatti, ciò che appartiene all’haecceitas, all’assoluta soggettività, dal momento che  non ci riferiamo qui alla parola quotidiana, ma a quella poetica.

   Nel microcosmo umano si ripropone, pertanto, l’assoluta unicità di Dio: esso è altrettanto irraggiungibile quanto il macrocosmo divino. E allo stesso modo che l’unità divina risulta solamente avvicinabile per gradi, così l’unità monadica, l’haecceitas umana, è accostabile più o meno intimamente, mai prendibile.

   Ogni arbitraria intromissione è una violazione. La creazione poetica, o più genericamente artistica, corrisponde, infatti, all’atto divino che crea il mondo, la realtà che oltrepassa il suo Sé.

   L’uomo che riceve il mondo da Dio, deve mostrare fedeltà alle Sue leggi, non stravolgerle a suo arbitrio. Allo stesso modo, un’interpretazione che neghi il valore intrinseco all’opera d’arte,  alla sua inarrivabile haecceitas, sostituendole qualcos’altro ad arbitrio, è bestemmia e trasgressione.

   Dio non ha imposto le sue leggi perché fossero fatte a brandelli, interpretate secondo i nostri fini, non ci ha consegnato un mondo perché lo distruggessimo, seguendo distorti intenti, ma per rispettarlo e custodirlo, per conoscerlo ed amarlo, poiché in esso si dispiega e si esprime la Sua essenza: allo stesso modo è da considerare il prodotto dell’artista.

Domanda: Secondo te, qual è l’input della creatività artistica?

Risposta  Il tendere a Dio è, sostanzialmente, l’input di ogni creatività artistica e, per certi versi, anche di ogni creatività umana. Nella creazione l’uomo  –  come Dio  –  mette al mondo se stesso, ripete l’atto di Dio che estrapola da sé il suo Sé, ed esso diventa la Realtà, l’altro da sé rispetto all’Origine. 

   L’opera d’arte è la creazione di un mondo assolutamente individuale, l’estrapolazione di un sé, che senza quest’atto sarebbe stato “nullo”.

   Come Dio crea una Materia che racchiude uno Spirito che-ha-da-venir-fuori, così l’artista mette al mondo, non certo il suo corpo, ma il suo spirito, la sua anima, che rimarrebbe nascosta, e come inesistente, senza quest’atto. E quest’atto è , paradossalmente, ciò che traduce lo spirito in materia, in prodotto fenomenico, reale (il prodotto artistico). Indica, cioè, uno scadimento dell’originario sé, così come la dimensione del reale, che si genera dall’Origine, rappresenta uno scadimento in confronto all’assoluta purezza ed unicità di Dio.

   Ma, come dicevo, la creazione è in ogni uomo; ogni uomo ha in sé una capacità creativa che mette in atto in vari gradi e misure. L’opera d’arte  –  che può, a sua volta, essere scandita in gradazioni  –  è solo la più essenziale messa al mondo di noi stessi, la più autentica forma di noi proiettata di fuori.

Perciò, interpretare soggettivamente il prodotto artistico è inevitabile, ma non auspicabile. Perché sia possibile una più giusta interpretazione occorre  una conoscenza dell’altro il più possibile profonda ed estesa perché rispettare l’opera della creazione è essenziale.

Se l’elemento soggettivo di chi interpreta entra nell’interpretazione, si crea un’ interferenza che è contaminazione, e questo rappresenta piuttosto un limite a tale penetrazione che è simile, per la sua irraggiungibilità, a quella della Monade-Dio.

 foto volto con gattoDomanda: Allora, come è possibile, secondo te, pervenire ad una conoscenza delle ragioni e delle verità costitutive della poesia di un autore? In altri termini, come è possibile interpretare in  maniera attendibile un testo di poesia?

Risposta: Lo sforzo deve essere concepito come tentativo di  avvicinamento, mai concluso, alla  realtà  più intima e più vera dell’altro, paragonabile a quello per cui attraverso la conoscenza più autentica e profonda della realtà cerchiamo «Dio».

Domanda: Adorno scrive che «La poesia è magia che si è liberata della necessità di essere menzogna». Detto da un filosofo marxista, ha veramente un sapore paradossale. Della poesia in generale, della sua essenza e scaturigine, e  del valore da assegnare ad essa che cosa mi dici? 

Risposta: Si è sempre discusso intorno ad una possibile definizione della poesia, sulla sua scaturigine e sul valore da assegnare ad essa. Ma è difficile trovare risposte soddisfacenti a tali quesiti. D’altra parte, la conoscenza scientifica, che così grandi passi ha compiuto negli ultimi due secoli, sembrerebbe, per la sua stessa forza, oscurare ogni altra forma di conoscenza. La scienza produce progresso, teoria e tecnologia sono ormai indissolubilmente legate, comprendono e modificano la realtà che ci circonda. E il concetto di conoscenza è, sempre più legato a quello di utilità, ne costituisce il fine irrinunciabile da cui  il concetto di poesia rimane tagliato fuori.

 Domanda: Che  cosa fare,  allora,  della  poesia?   Non   finirà   con   l’essere  bandita   da   questo   mondo super tecnologico?

Risposta: In fondo credo che, come la scienza ha un suo specifico approccio al mondo, suoi codici, suoi principi da applicare, così è per la poesia. Entrambe mirano allo stesso scopo: la conoscenza della realtà, una conoscenza che dia risposte a tutti i perché dell’uomo. Ma se unico è lo scopo, diverso è l’approccio, diversi gli strumenti adoperati. Esse leggono i diversi volti del reale che si fondono in unità. La scienza ne esplora vari settori con una ragione più asettica, mondata, il più possibile, della soggettività, col rigore che astrae dalla materia solo le forme essenziali, le strutture quantificabili e misurabili. Ma una ragione siffatta, nel suo astratto rigore, nella sua schematicità è uno strumento freddo, in grado di guardare solo alla superficie delle cose.                          

foto volto con berretto rossoDomanda: In che consiste, allora, il più specifico compito che vuole assumersi la poesia?  

 Risposta:   La poesia, al contrario, vuole andare al cuore della realtà, nell’anima delle cose, vuole sondarne le zone d’ombra, il mistero che il mondo racchiude nelle sue profondità, l’intima essenza dell’esistente, il suo fondamento e il suo senso più proprio. Forse è un tentativo: l’anima dell’uomo che avvicina l’anima del mondo e viceversa; e in questo tentativo vi è corrispondenza, vi è analogia, e da qui scaturisce quel senso panico che è la comunione col Tutto. In questo tentativo la ragione non ci appare disumanata, semplice struttura mentale invariabilmente presente in tutti gli uomini, ma fusione di individualità ed universalità, ragione che si colora del nostro sentire e della nostra anima.

Così, vari sono i modi di approccio e di comprensione del mondo che si integrano e si completano a vicenda per adempiere ad un unico scopo.

In questa assimilazione dei due poli della conoscenza in cui soggetto e oggetto divengono uno, la poesia attua quella sintesi che pone il microcosmo umano in stretta relazione col macrocosmo divino.

Domanda:  Ai nostri giorni sembra sempre più difficile credere alle possibilità di un ritorno alla poesia lirica. Che cosa ne pensi?

Risposta:   In relazione a un concetto di poesia che mi appartiene – nel senso che tale elaborazione è andata maturando attraverso riflessioni ed esperienze di vita, ritengo di poter affermare che la poesia, soprattutto la poesia lirica, nasce da un’insoddisfazione di fondo, dall’angoscia che ci deriva da un senso di mancanza, di incompletezza, di castrazione dell’anima che sente forte questo bisogno di espandersi sino ad essere tutto (quello che, altrove, ho chiamato sentimento teocratico della coscienza). Uno degli aspetti essenziali dell’essere dell’uomo è, – secondo quanto sta sotto i nostri occhi, ma anche secondo quanto Schopenhauer ha teorizzato – la volizione. Ogni progresso ed ogni conquista umana sono affidati ad essa: alla ineluttabilità del volere. L’uomo tende sempre a ciò che gli manca, e quando lo consegue c’è sempre qualcos’altro che gli manca. L’uomo manca sempre di qualcosa proprio perché essere limitato e imperfetto e, pertanto, è necessitato a desiderare sempre.

 Solo Dio, in quanto Illimitato, Infinito, Perfetto, Eterno, non tende a niente, Egli è il «motore immobile» secondo la definizione aristotelica. Questo continuo tendere dell’uomo a qualcosa che sempre gli manca, questo bisogno di dilatazione dello spirito sino all’assolutezza, al già accennato sentimento teocratico della coscienza, che è il volere per sé la stessa divinità di Dio, è indice di questa mancanza radicale, di questa lontananza e irraggiungibilità che è la trascendenza di Dio, Trascendenza che è il fine ultimo di ogni desiderare e di ogni divenire, fine che l’uomo -consapevolmente o inconsapevolmente- insegue, ma che vive, innanzitutto, come Abbandono.  Abbandono a vivere una vita priva di senso, poiché solo Dio potrebbe giustificare e dar senso all’esistenza, Dio che ne rappresenta il fondamento e il principio, la scaturigine di tutte le cose. Tale conoscenza, tuttavia, non appartiene agli uomini di questa terra, così Dio rimane sempre incomprensibile, al di là dell’orizzonte mondano, infinitamente remoto rispetto alla realtà del nostro mondo e della nostra esistenza. Ma pure in tale impossibilità di prensione del trascendente, l’uomo -e in lui anche la poesia- non smetteranno mai di cercare, tra le pieghe del Mistero, tra le ombre di un mondo che non fornisce sufficienti risposte ai nostri perché, quella Luce che è la stessa Verità di Dio.           

 Naturalmente tale ricerca si pone in termini problematici, dal momento che ciò che è limitato (l’uomo) non potrà mai comprendere l’illimitato (Dio), quanto meno all’interno di quella struttura che chiamiamo “esistenza”. Ma l’esigenza rimane, pur in questa consapevolezza, pertanto l’uomo non smetterà mai di cercare, attraverso contraddizioni, incertezze, illusioni, qualcosa che riesca a fondare e a dare significato alla sua vita. La conclusione è chiara: la vita non è che questa costante ricerca, che ha svariate forme, è viaggio, è progetto, è cammino, è un mare in tempesta nel quale annaspiamo, è conoscenza e progresso, nel quale forze opposte sembrano scontrarsi, è oscurità nella quale traluce il mistero di Dio, e di tale crogiolo incandescente la Poesia offre ampia e, spesso, alta testimonianza.

Domanda: Che cosa intendi con la parola “Dio”?

Risposta:  Per Dio intendo l’origine e il fondamento di tutte le cose, quello che i presocratici definivano Arché, vale a dire ciò che si colloca al di là dell’orizzonte umano e lo sovrasta. La struttura della nostra esistenza ha per essenza il limite, nella realtà tutto diviene proprio perché è limitato, condizionato, tutto è incanalato entro coordinate dalle quali, per nostra sola forza, non possiamo uscire. Ma questo ci comunica anche quella volontà di rottura di questi vincoli -che è costitutiva della nostra stessa struttura esistenziale come volizione – contro la sovrastruttura di una gabbia (l’esistenza) che non ci consente più il ricongiungimento col divino. Ma L’uomo, forse perché programmato anche a questo, ha in sé l’aspirazione irriducibile a scardinare questo limite e queste barriere a ricongiungersi a quella Patria lontana che è la stessa pienezza e infinità dello Spirito (Dio). Conosco due vie, che, pur all’interno di questa ferrea struttura che è l’esistenza, aprono uno spiraglio sul Sovramondo: L’Amore e la Poesia.

 Commento di Giorgio Linguaglossa

L’isola di cui parla Rossella Cerniglia nella bellissima poesia “Isola”, è una ipostasi, una idea assoluta, una utopia, una nostalgia, se si vuole. È una esperienza del vuoto. Il pensiero che si fa «vuoto». L’isola, infatti, sta nel mare, il mare è un pieno che contiene un altro corpo solido che è l’isola. Ma l’isola (metafora e metonimia del corpo della soggettività) è assimilabile all’esperienza del bicchiere, un bicchiere che galleggia nel mare. Il bicchiere è vuoto, o è pieno rispetto a punti di vista diversi. Per Rossella Cerniglia il bicchiere è l’io (mezzo pieno e mezzo vuoto), è pieno di una brulicante varietà di viventi, ma l’autrice ci dice che per comprendere l’Isola dobbiamo noi stessi farci «vuoto», diventare «vuoti» per poterci riempire di voci, di rumori, di esperienze. L’isola è nient’altro che l’io. E l’io siamo noi. Ecco il segreto di questa molteplicità di cose di cui è piena la poesia Isola, la molteplicità che si ha dopo aver svuotato l’io. L’Isola è l’arché. Il principio da cui tutto si diaparte. E la poesia con esso tutto:

Nel lontano meriggio, l’ansia d’imbarco rotta,
furono tutti al ponte a salutare. Furono una cosa
il gesto e il cuore, e le mani ed i visi e i palpitanti addii,
fluttuarono entro il sogno, brevemente.

Qui lo sguardo non vide che un tormento interiore:
cosa, il destino, se non la fedeltà agli eventi?

Poi si disciolsero i nitidi profili, il mare fu
un azzurro trepidante, gonfio d’angoscia tersa,
le fronde, unico verde in lontananza,
incupirono i pensieri, e tra la solitudine marina,
lungi dal dileguarsi, recò l’affanno incerto smarrimento
come anima che, libera dal corpo, senta la nudità
tremante e sola.

Questo mio corpo è l’Isola, pensò il navigatore, mia prigione
per questo con ansia e con dolore mi diparto.

La prima poesia, che è la chiave di tutte le altre tre composizioni, ha un titolo, ad un tempo, corposo e metafisico: «L’Isola». L’isola del sogno, o della morte, o di entrambe le cose insieme. Ha un’ “aura mistica” che l’avvicina al Parsifaldi Wagner e ad un’altra sinfonia, la Terza di Bruckner (in Re minore). L’amore per la Natura, poi, vi emerge ovunque, giacché vi si notano delle reminiscenze di impressioni tratte da un paesaggio, tutto letterario, di una Magna Grecia rivissuta e ricomposta secondo le intime esigenze dell’autrice. È, come bene spiegato nella Intervista, il racconto di un arché, di un Inizio. Il racconto di una forza tranquilla che si sprigiona dalla madre terra e si innalza verso il cielo. È il racconto non di un approdo, ma di una partenza dall’isola. Non dunque un racconto della fine, ma quello di un inizio:

Poi si disciolsero i nitidi profili, il mare fu
un azzurro trepidante, gonfio d’angoscia tersa,
le fronde, unico verde in lontananza,
incupirono i pensieri, e tra la solitudine marina,
lungi dal dileguarsi, recò l’affanno incerto smarrimento
come anima che, libera dal corpo, senta la nudità
tremante e sola.

In questo incipit che ha del solenne e del maestoso, si avverte, ma come in sotto fondo, la presenza di una orchestra sinfonica, il suono dolce dei violini che incedono e accompagnano la narrazione, c’è un sentimento mistico unito ad un sentore panteistico. Si inizia con un andante largo, che non dovrebbe farci pensare di essere di fronte a una composizione di spirito esclusivamente nietzschiano, ma prevalentemente schopenhaueriano. Un andante di marca squisitamente sinfonica, un procedere del verso lungo, avvolgente e sinuoso che ricorda il tranquillo scorrere d’un fiume; un ritmo maestoso e tranquillo tonalizzato da appena un tocco di antichizzazione del lessico tale da fare apparire tutta la composizione come opera di un sogno che proviene dal passato ed è rivolto al futuro di un altro sogno. Una atmosfera sognante.

Il primo tempo è una sorta di marcia dell’estate, lo scoprimento che l’isola altro non è che l’io da cui si diparte il viaggio del viaggiatore; un allontanamento dell’essere di noi da noi stressi. E questa è l’essenza del viaggio verso l’ignoto e il futuro, il «destino» cui si accenna appena di sfuggita: un perenne allontanamento, una continua perdita, una continua spendita. È il Corteo funebre dell’Io? O il corteo gioioso del Nuovo Io? – Rossella Cerniglia non lo svela, suo compito è quello di raffigurare un Evento, l’evento dell’allontanamento, dell’oblio dell’Essere. Che altro non è poi che un ritrovamento di noi con noi stessi. Dopo aver salpato dall’Isola, noi non saremo più noi stessi, ma diventeremo Altro. Quindi una dialettica tra il qui e l’Altrove, tra lo Spazio e il Tempo (del viaggio). L’andante maestoso è molto lungo (un vero e proprio andante di una sinfonia) e si apre in modo gagliardo e solenne, sembra un primo tema suonato da tutti i corni dell’orchestra; si vuole dare da subito un’impressione di grandiosità e di tranquilla potenza. La potenza tranquilla del «destino» e della «volizione». La natura viene qui evocata, con quegli spunti sugli aranceti rosseggianti che rimandano ad un tempo mitico simbolico; di certo non una madre affettuosa ma neanche minacciosa. C’è il sapore del sacro come un effluvio pagano disperso tra gli aranceti rosseggianti della Trinacria.

La seconda poesia dal titolo “Ombre nella cattedrale” va a tempo di Minuetto, il verso ampio e pacato della prima composizione si restringe, ritorna alla classica postura dell’endecasillabo; si avverte lo “spezzato”, il ritmo diventa franto, qui e là, si fa meno largo, viene introdotto un leggero allegro malinconico; è un minuetto ed è caratterizzato da una atmosfera serena e riposante: riesce infatti a evocare le impressioni che si provano durante una passeggiata nel bosco del viandante, una sorta di Blumenstück; un movimento fine e delizioso:

Siede nel Tempio. Ascolta. Il silenzio grava
dalle oscure volte, sbiadendo come ricordo passeggero,
vano, la vita di fuori troppo umana
e il divenire che urge nella fretta che ogni cosa
assale e le coscienze adesca con amo menzognero.

La terza poesia dal titolo “Narciso”, ci introduce da subito nel peccato capitale della nostra civiltà. Quella malattia dell’Io che va sotto il nome di narcisismo. Un mito pagano, dunque, per una civiltà cristiana che si è messa gli abiti del lutto, della impotenza, della propria fine prossima ventura…

 

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22 risposte a “Rossella Cerniglia QUATTRO POESIE da   Sehnsucht   (1995) – Una Riflessione sulla funzione e sul valore della Poesia e una Intervista e Commento a cura di Giorgio Linguaglossa. La poesia come  rifondazione e ricreazione di una comunità linguistica; La poesia è magia che si è liberata della necessità di essere menzogna; Ritorno alla poesia lirica; L’arché; La poesia nel mondo super tecnologico

  1. Antonella F.

    E i poeti e gli artisti atei, dove li mettiamo?
    (L’intervista in alcuni momenti preme troppo su argomentazioni da testimoni di geova, ma forse è solo un caso.)

    • Anche l’ateo, inconsapevolmente cerca Dio. Il mio discorso non ha alcun aggancio con quanto hanno da dire i Testimoni di Geova. Il mio non è un discorso religioso, almeno non è un discorso esclusivamente religioso. La sua domanda non mi sembra pertinente, intanto perché mostra di aver frainteso il senso di quanto è stato detto, poi perché la poesia appartiene all’uomo, e anche gli atei lo sono, no?

      • Antonella F.

        Sicuramente ho frainteso.
        Magari, la prossima volta leggerò altre pagine di questa rivista, più comprensibili. Grazie ugualmente per la cortese risposta.
        “Anche l’ateo, inconsapevolmente cerca Dio” è la prima volta che lo sento. Domanderò agli amici atei a riguardo. Buon proseguimento.

  2. Gino Rago

    Dall’intervista, che l’intervistatore incentra sul valore della Poesia e sui suoi rischi e/o limiti, in una epoca come questa in cui ci tocca vivere, si desume la piena fiducia positiva di Rossella Cerniglia nella necessità della parola elevata ad arte.
    Non viene afferrata pienamente, invece, a parer mio, l’idea che la poesia non è un’arte ma che è qualcosa di più. E qui chiamo in mio soccorso la mia stella polare: Iosif Brodskij (Leningrado, 1940 – New YorK, 1996), Nobel per la Letteratura nel 1987. Il poeta russo, nel corso di un’intervista
    a un giornale polacco, affermò che “Se la parola è ciò che ci distingue dalle altre specie, allora la Poesia – quale operazione linguistica per eccellenza – è il nostro scopo antropologico…”
    Ne consegue che chiunque consideri la Poesia alla stregua di intrattenimento, di “lettura”, commette un crimine antropologico, prima di tutto contro se stesso.
    I quattro componimenti poetici della pagina di oggi, poi, sono una conferma della fine ars poetica di Rossella Cerniglia che, nel tono pacato dei versi, nel pathos placato dalla erudizione, nella purezza vocale del timbro a mio avviso hanno i loro punti di forza, particolarmente avvertibili
    in “L’Isola” ( “…Questo mio corpo è l’Isola…”): quella terra di Sicilia, cuore del Mediterraneo, in cui si sono incontrati e fecondati i germi di modelli di spiritualità, di cultura, di umana convivenza che hanno recato decisivi apporti alla nozione stessa di civiltà…
    Gino Rago

  3. L’isola di cui parla Rossella Cerniglia nella bellissima poesia “Isola”, è una ipostasi, una idea assoluta, una utopia, una nostalgia, se si vuole. È una esperienza del vuoto. Il pensiero che si fa «vuoto». L’isola, infatti, sta nel mare, il mare è un pieno che contiene un altro corpo solido che è l’isola. Ma l’isola (metafora e metonimia del corpo della soggettività) è assimilabile all’esperienza del bicchiere, un bicchiere che galleggia nel mare. Il bicchiere è vuoto, o è pieno rispetto a punti di vista diversi. Per Rossella Cerniglia il bicchiere è l’io (mezzo pieno e mezzo vuoto), è pieno di una brulicante varietà di viventi, ma l’autrice ci dice che per comprendere l’Isola dobbiamo noi stessi farci «vuoto», diventare «vuoti» per poterci riempire di voci, di rumori, di esperienze. L’isola è nient’altro che l’io. E l’io siamo noi. Ecco il segreto di questa molteplicità di cose di cui è piena la poesia Isola, la molteplicità che si ha dopo aver svuotato l’io. L’Isola è l’arché. Il principio da cui tutto si diaparte. E la poesia con esso tutto:

    Nel lontano meriggio, l’ansia d’imbarco rotta,
    furono tutti al ponte a salutare. Furono una cosa
    il gesto e il cuore, e le mani ed i visi e i palpitanti addii,
    fluttuarono entro il sogno, brevemente.

    Qui lo sguardo non vide che un tormento interiore:
    cosa, il destino, se non la fedeltà agli eventi?

    Poi si disciolsero i nitidi profili, il mare fu
    un azzurro trepidante, gonfio d’angoscia tersa,
    le fronde, unico verde in lontananza,
    incupirono i pensieri, e tra la solitudine marina,
    lungi dal dileguarsi, recò l’affanno incerto smarrimento
    come anima che, libera dal corpo, senta la nudità
    tremante e sola.

    Questo mio corpo è l’Isola, pensò il navigatore, mia prigione
    per questo con ansia e con dolore mi diparto.

    • Grazie a Gino Rago per il bel commento, e grazie a te, Giorgio, che hai colto pienamente il senso dei versi. L’Isola rappresenta l’assoluta monade della soggettività umana. Una monade che, come tale, è difficilmente accostabile, comprensibile, proprio per la sua assoluta individualità e peculiarità, ma non è “senza finestre” sul mondo, perché proprio dal rapporto col mondo si istituisce quell’osmosi di elementi che determinano la sua unicità. Nei versi è, pure, presente un riferimento alla mia Isola, la Sicilia, cioè ad una realtà specifica, a dire appunto, la peculiarità di questo mondo interiore. la sua connotazione peculiare.

  4. Volutamente non ho letto l’intervista. Voglio soffermarmi su questa poesia che trovo ricca, erudita. Il linguaggio vi diventa arte.

  5. Leggendo poesia lirica si ha l’impressione di respirare aria non inquinata. L’effetto è sempre benefico. Tuttavia, come regolarmente accade nelle abitazioni tradizionali, uno se l’aspetta, che ad una cert’ora passi zio Ulisse e che in salotto non manchi uno spolverato Narciso. E’ ironia a buon mercato, lo ammetto, tanto più che le poesie mi sono piaciute… meno il percorso filosofico-religioso che, per quanto interessante, è per me solo in parte condivisibile: temo rigidità e verità dogmatiche. Ma ci rifletterò.

  6. ubaldoderobertis

    “Anche (l’artista) ateo, inconsapevolmente cerca Dio”
    è un discorso di Paolo VI che io ripresi in un mio vecchio racconto che forse verrà pubblicato, dal titolo: “C’é Rembrandt Fuori le Mura di San Paolo”.

    “La Chiesa ha bisogno di santi come di artisti che sono, consapevoli o no, cercatori e testimoni della grandezza di Dio. Ce ne sono che hanno rivolto la loro opera, libera e degna, al soggetto religioso, ma anche per chi segue un’altra strada, l’arte rivela sempre il percorso spirituale che l’artista compie. L’artista si cimenta in un’impresa grandiosa portando nella materia le sensazioni del rapporto con la divinità. // Se un artista non è ispirato dalla fede, e mostra di non avere rapporti con la divinità, è ugualmente maestro di un’operazione fantastica, quella di trasformare il mondo invisibile in forme accessibili. Ritengo che l’arte sia capace di carpire dal cielo dello spirito i suoi tesori per rivestirli di colori, di forme, d’accessibilità; ciò che diventa accessibile è il mondo dello spirito. Tale mondo conserva la sua ineffabilità, il senso della trascendenza, l’alone di mistero. Dove non arriva con il pensiero, l’artista si lascia guidare dal sentimento. Non tutti, ma alcuni di loro trovano che il migliore alimento della propria arte sia la fede, la loro vita è tutto un inseguire quel fluido segreto che chiamiamo carisma dell’arte. Dunque, si entra in se stessi per trovare le energie per dare la scalata al cielo, in quel cielo dove Cristo si è rifugiato.”

    Nella poesia di Rossella Cerniglia di verso in verso tutto sembra in accordo, parole e immagini, nulla accade inavvertitamente e stupisce che sia tutto così perfezionato.

    Ubaldo de Robertis

    • Grazie del commento. Non ricordavo affatto che tali parole fossero state proferite da Paolo VI, io le ho sentito nascere spontaneamente in me, perché sono coerenti con il mio concetto della realtà. Ma sapere questo, mi dà un grande piacere, non perché sia stato un religioso a proferirle, ma semplicemente perché vengono da una persona di grande cultura e saggezza con la quale non posso osare un confronto.

  7. Ringrazio, coloro che ancora non avevo ringraziato: Flavio Almerighi, Lucio Mayor Tosi e Ubaldo De Robertis per aver letto in profondità e commentato i miei versi. Volevo sottolineare soltanto una cosa: che la ricerca del Trascendente, in me, origina più dalla metafisica che dalla religione. E’ una ricerca partita da una concezione della vita assolutamente laica, o meglio ancora atea, ed è andata via via maturando la convinzione che la struttura stessa dell’esistenza renda inevitabile affrontare il problema della trascendenza. In altre parole: è la realtà stessa, per come appare strutturata, che ci porta in presenza del metafisico, o meglio, del problema metafisico, Nel tempo ho raggiunto la convinzione che l’esistere contenesse, in se stesso, un elemento teleologico difficile da evadere. E un tale elemento mi pare esplichi, appunto, la funzione di condurci verso la trascendenza o, se si vuole, verso Dio.

  8. La poesia L’isola riesce a farmi dimenticare la compostezza dei versi.

    Invece, questo verso di Narciso mi ha colpito profondamente:
    … e con mano tremante
    sfiora le tue costole, tra le sue dita non senti
    un corpo fatto aria?
    Nemmeno un dipinto michelangiolesco (forse) avrebbe potuto rendere questa immagine a sufficienza.

    Per una volta… una laica preghiera.

  9. La prima poesia, che è la chiave di tutte le altre tre composizioni, ha un titolo, ad un tempo, corposo e metafisico: «L’Isola». L’isola del sogno, o della morte, o di entrambe le cose insieme. Ha un’ “aura mistica” che l’avvicina al Parsifal di Wagner e ad un’altra sinfonia, la Terza di Bruckner (in Re minore). L’amore per la Natura, poi, vi emerge ovunque, giacché vi si notano delle reminiscenze di impressioni tratte da un paesaggio, tutto letterario, di una Magna Grecia rivissuta e ricomposta secondo le intime esigenze dell’autrice. È, come bene spiegato nella Intervista, il racconto di un arché, di un Inizio. Il racconto di una forza tranquilla che si sprigiona dalla madre terra e si innalza verso il cielo. È il racconto non di un approdo, ma di una partenza dall’isola. Non dunque un racconto della fine, ma quello di un inizio:

    Poi si disciolsero i nitidi profili, il mare fu
    un azzurro trepidante, gonfio d’angoscia tersa,
    le fronde, unico verde in lontananza,
    incupirono i pensieri, e tra la solitudine marina,
    lungi dal dileguarsi, recò l’affanno incerto smarrimento
    come anima che, libera dal corpo, senta la nudità
    tremante e sola.

    In questo incipit che ha del solenne e del maestoso, si avverte, ma come in sotto fondo, la presenza di una orchestra sinfonica, il suono dolce dei violini che incedono e accompagnano la narrazione, c’è un sentimento mistico unito ad un sentore panteistico. Si inizia con un andante largo, che non dovrebbe farci pensare di essere di fronte a una composizione di spirito esclusivamente nietzschiano, ma prevalentemente schopenhaueriano. Un andante di marca squisitamente sinfonica, un procedere del verso lungo, avvolgente e sinuoso che ricorda il tranquillo scorrere d’un fiume; un ritmo maestoso e tranquillo tonalizzato da appena un tocco di antichizzazione del lessico tale da fare apparire tutta la composizione come opera di un sogno che proviene dal passato ed è rivolto al futuro di un altro sogno. Una atmosfera sognante.

    Il primo tempo è una sorta di marcia dell’estate, lo scoprimento che l’isola altro non è che l’io da cui si diparte il viaggio del viaggiatore; un allontanamento dell’essere di noi da noi stressi. E questa è l’essenza del viaggio verso l’ignoto e il futuro, il «destino» cui si accenna appena di sfuggita: un perenne allontanamento, una continua perdita, una continua spendita. È il Corteo funebre dell’Io? O il corteo gioioso del Nuovo Io? – Rossella Cerniglia non lo svela, suo compito è quello di raffigurare un Evento, l’evento dell’allontanamento, dell’oblio dell’Essere. Che altro non è poi che un ritrovamento di noi con noi stessi. Dopo aver salpato dall’Isola, noi non saremo più noi stessi, ma diventeremo Altro. Quindi una dialettica tra il qui e l’Altrove, tra lo Spazio e il Tempo (del viaggio). L’andante maestoso è molto lungo (un vero e proprio andante di una sinfonia) e si apre in modo gagliardo e solenne, sembra un primo tema suonato da tutti i corni dell’orchestra; si vuole dare da subito un’impressione di grandiosità e di tranquilla potenza. La potenza tranquilla del «destino» e della «volizione». La natura viene qui evocata, con quegli spunti sugli aranceti rosseggianti che rimandano ad un tempo mitico simbolico; di certo non una madre affettuosa ma neanche minacciosa. C’è il sapore del sacro come un effluvio pagano disperso tra gli aranceti rosseggianti della Trinacria.

    La seconda poesia dal titolo “Ombre nella cattedrale” va a tempo di Minuetto, il verso ampio e pacato della prima composizione si restringe, ritorna alla classica postura dell’endecasillabo; si avverte lo “spezzato”, il ritmo diventa franto, qui e là, si fa meno largo, viene introdotto un leggero allegro malinconico; è un minuetto ed è caratterizzato da una atmosfera serena e riposante: riesce infatti a evocare le impressioni che si provano durante una passeggiata nel bosco del viandante, una sorta di Blumenstück; un movimento fine e delizioso:

    Siede nel Tempio. Ascolta. Il silenzio grava
    dalle oscure volte, sbiadendo come ricordo passeggero,
    vano, la vita di fuori troppo umana
    e il divenire che urge nella fretta che ogni cosa
    assale e le coscienze adesca con amo menzognero.

    La terza poesia dal titolo “Narciso”, ci introduce da subito nel peccato capitale della nostra civiltà. Quella malattia dell’Io che va sotto il nome di narcisismo. Un mito pagano, dunque, per una civiltà cristiana che si è messa gli abiti del lutto, della impotenza, della propria fine prossima ventura…

    • Infiniti ringraziamenti, Giorgio, per la straordinaria interpretazione dei versi che hai voluto proporre sul blog. Per tentare un dialogo con le tue parole e per ribadire certi significati che, splendidamente, hai saputo cogliere, riprenderò il concetto di viaggio come “allontanamento di noi da noi stessi” che così opportunamente hai sottolineato, corrispondente alla nascita, al venire al mondo. Allontanamento che si prolunga in tutto il viaggio (che è rappresentazione dell’esistenza, della vita da vivere) in cui il soggetto diviene uno con la realtà (” Questo mio corpo è l’Isola – pensò il navigatore- mia prigione…”; “gli aranceti dorati nel mio sole…” ecc.) cioè ” l’Isola” nella sua concretezza e fisicità, nella sua corposità materica. Viaggio che, in ultimo, apre ad un ritorno ad essa (Isola) con la morte “poiché questo è il destino d’ogni umano: che varchi il suo confine/ a a sé ritorni.” dove il movimento di allontanamento e ritorno viene a rappresentare la parabola esistenziale che delimita l’esistenza umana e apre ad un ritorno nostalgico, perché ritorno al nostro essere più vero e più proprio, riconquista, forse, di quella Patria lontana (la trascendenza) preclusa all’orizzonte umano. Perciò, dici assai bene, quando rilevi nei versi questo “perenne allontanamento, la continua perdita di noi stessi che avviene come “oblio dell’Essere” che l’esistenza è.
      Inoltre, l’immagine di una Sicilia, ancorata a un tempo remoto, a una dimensione onirica e mitica quasi – come accortamente rilevi -da una parte suggerisce l’idea che la l’esperienza terrena è “sogno” – non la più autentica realtà, dunque- e, nello stesso tempo apre a un senso più ampio, cioè, che essa non rappresenti solo la Sicilia (il me stesso), ma rappresenta la terra di ogni tempo, la terra in generale, la realtà, la condizione stessa della nostra esistenza, la particolare esperienza del mondo che ogni uomo ha. Rappresenta, insomma, la comune vicenda dell’esistere umano, chiusa entro confini ben determinati (le sue inalienabili strutture).

      La seconda poesia, “Ombre nella cattedrale” rappresenta il momento, dentro all’esistenza, in cui il trascendente, il divino, visita l’uomo. E’ solo un’avvisaglia, una luce, in cui il Mistero, per un attimo si disvela. Ciò che costituzionalmente è Nascondimento, Ombra, diviene Luce, diviene scavalcamento, una messa tra parentesi dell’esistenza (che è fretta, superficialità, ricerca di idoli e di valori inconsistenti), che ci proietta su un piano di realtà diversa, pacificata, dove la fretta e i contorcimenti umani tacciono, aprendoci ad una nuova genesi. Ma non è detto che l’uomo mantenga in sé l’ineffabilità di quest’attimo, anzi è quasi inevitabile che lo dimentichi, come è accennato nell’ultima parte della poesia.

      Per quel che riguarda la terza poesia “Narciso” , ho scritto una prosa per chiarirne il senso, nello stesso testo “Sehnsucht”. In breve, è il rapporto essere-apparire, anima corpo, realtà-arte che in essa viene condensato.

      Riguardo alla quarta poesia presentata, voglio solo far notare che, certo per mia distrazione, un verso, per me significativo, è stato omesso. Ed è: “parola violentata nell’arcano” che andrebbe inserita dopo ” per una che volta…” che apre il secondo tempo nello sviluppo della poesia.

  10. Mi scrive alla mia email un autore:

    Mayor ha ragione!

    C’è qualcosa nelle poesie della Cerniglia: troppo composte ordinate tenute a guinzaglio, niente che ti spiazza, ti coinvolge, non immagini semplici alla Rozewichz e nemneno tanto creative, poi leggi qualche poesia, ad esempio di Dylan Thomas, anche le tue, e ti senti qualcosa dentro e ti vien voglia di dimenticare quelle di Rossella, e anche la sua Isola( bella per carità), ma che non trabocca, checchè ne dica l’autrice, di vivi ricordi, odori, colori,dubbi passioni, bellezza. E’ lontana anni luce dai nostri autori di riferimento, i polacchi, i russi Achmatova Mandel’stam dimmi tu dove sbaglio.

    Alle obiezioni, ho risposto così:

    Questa volta non condivido, io come poeta-critico non ho autori di riferimento, mi tengo libero dai modelli e dai parametri; tenersi libero significa stare sul pelo dell’onda… però è anche vero quello che dici, che la poesia di Rossella non sorprende… ma non sorprende perché è onesta, non vuole affatto sorprendere ma ammaliare il lettore, lo vuole avviluppare tra le sue fauci carnivore… quello di Rossella è un atto di magia, simile alla magia del pifferaio indiano che addormenta i serpenti e li ipnotizza. è una poesia che ipnotizza e ti invita ad entrare nel suo mondo magico… e nel suo lunghissimo sonno…

  11. Intanto, non comprendo il motivo per cui non ci si debba confrontare direttamente, ma per interposta persona, cosa che immagino risulterebbe sgradita a qualunque persona. Tuttavia, siccome, in qualche modo, mi sento chiamata a dare una risposta- sia pure malvolentieri- rispondo a Linguaglossa che, quindi, riferirà all’anonimo signore/a.
    Il concetto del Bello ha svariate forme; esistono, per così dire, delle costanti del gusto, per cui parliamo di arte classica o barocca o romantica, decadente ecc. che possono riproporsi in relazione al sentire individuale e alla peculiarità dei caratteri di un tempo o di un’epoca determinata. Sono icone poste nella nostra anima e da lì mandano la loro luce. L’idea di doversi uniformare ogni volta al classico “ipse dixit” contro cui ha combattuto una schiera immane di filosofi e pensatori fin dagli albori della civiltà moderna, -per un pensiero che realmente pensa- mi è sempre sembrato sciocco. Detto, per inciso, odio i riferimenti costanti ad altri autori che continuamente si fanno, soprattutto nel parlare colto, odio le citazioni che rimandano al pensiero altrui e non al proprio, perché testimoniano o la mancanza di coraggio che è, invece presente nell’assunzione di responsabilità di un “pensiero che pensa”, ovvero testimoniano la mancanza di un pensiero proprio, a cui quello di un altro viene a sostituirsi.
    Nel corso della vita ognuno elabora una visione della realtà che, quando è ben delineata e precisa, informa di sé tutto il resto. Anche l’arte, pertanto ( e la mia lo fa) segue, per intima coerenza il dettato di questa precisa visione. Così, la compostezza dei miei versi dipende da un mio modo di sentire l’arte e la vita che nella poesia è coinvolta, e che, a sua volta, determina la poesia.
    Vi sono, poi, così tante cose – che rientrano nell’esperienza individuale e nel vissuto di ognuno – che l’occhio miope non riesce a vedere, non riesce a supporne neppure la possibilità di esistenza. Tutto, nella realtà, è intimamente, profondamente legato, concatenato in una miriade infinita di rimandi: non parlo, qui, in termini deterministici, ma del complesso reticolo di interazioni che forma la nostra esistenza e il nostro pensiero. Fare chiarezza in tale molteplicità di stimoli e di rimandi significa non certo assemblarne i vari elementi, ma metterli in relazione al tutto, rielaborarli in una visione unitaria, coerente, operando, anche, scelte, tagli, sino a che la visione d’insieme permetta di trovare ad ogni cosa il suo posto che lo ponga perfettamente in equilibrio con il resto. Ho faticato molto per costruire o ricostituire, in questo oceanico marasma, la chiarezza e la purezza che hanno le cose quando si pongono nella loro assolutezza e determinazione. E una tale ricostruzione o ricostituzione, che dir si voglia, è stata sempre e soltanto del mio pensiero e della mia poesia, non già della mia vita, che è stata anzi, convulsa, caotica e dolorosa, in ogni momento. Posso aggiungere che le dinamiche interne della mia poesia sono complesse – questo lo so per certo – e che essa si genera all’insegna di un grande dolore, posto a inizio e suggello della mia esistenza. Il fatto di non trovarlo, in forma immediata e scomposta, è indice di una scelta: la scelta di una Forma coerente col mio concetto e sentimento del Bello e profondamente correlata alla mia immagine del mondo.

    Un’ultima postilla per rispondere all’anonimo che sostiene che la mia ” Isola” “non trabocca, checché ne dica l’autrice, di vivi ricordi, odori, colori, dubbi, passioni, bellezza”: non è chiaro per chi in tal modo legge i versi (eppure l’ho già spiegato nell’ultima risposta a Linguaglossa) che l’Isola in questione, è un Simbolo, condensa una pluralità di significati, ma, tra tutti, rappresenta la realtà che ogni “io” esperisce, e nella quale si identifica. E’, e non è, una terra particolare, così come l’esperienza è esperienza del singolo ed esperienza in generale, qualcosa che è data a tutti, ma che riceve caratteri peculiari dal modo, diverso, con cui ognuno di noi, riceve e rielabora gli input e i dati che ci provengono da essa. La mia intenzione, perciò, non era quella di cantarne la bellezza né di infiocchettare l’Isola dei suoi scontati e appariscenti connotati. L’Isola è il me stesso, e l’essere proprio di ogni uomo, l’interiorità del soggetto calata nel reale, la sua “prensione” delle cose. Non so se è chiaro, per me lo è.

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