ITALIA IN GUERRA – Perché i titoli italiani ambiti dagli stranieri oggi scendono in borsa? Semplice, per farli diventare un affare, magari poi ricattandoci sulla legge di stabilità per obbligarci a privatizzare…

italia guerra

da scenarieconomici.it

Tanto per parlare in modo comprensibile, oggi la borsa italiana è sotto forte pressione. Anche in modo ingiustificato direi, come abbiamo visto in passato, ad esempio le banche nostrane sono sotto attacco. Dico ingiustificato perché a guardare ad esempio Deutsche Bank molti dei nostri istituti dovrebbero essere in salita e non in discesa per come sono solidi. Ma la puzza di bruciato arriva anche e soprattutto da altre parti. Come ben sapete negli scorsi due anni abbiamo rilevato sui giornali come ci fosse enorme interesse per le aziende potenzialmente privatizzabili dallo Stato italiano, escludendo ENI che è intoccabile dagli europei senza l’avallo d’oltreoceano (vedasi le presidenze ENI degli ultimi 20 anni e capirete quanti e quali aderenze abbia il cane a sei zampe con gli USA), le due aziende in cima alla lista dei desideri continentali sono due, ENEL e Finmeccanica. Energia e difesa, due settori strategici. Sono due aziende che macinano fior di utili se comparate con i propri competitors, ENEL è certamente la miglior utility del continente e probabilmente del mondo mentre Finmeccanica è leader assoluto in settori strategici di difesa quali l’elicotteristica, i sistemi radar, il supporto alla la missilistica (…). La prima, ENEL, di interesse, tedesco, la seconda francese.

Bene, sappiate anche che oggi Finmeccanica e ENEL stanno vivendo un momento di passione , titoli in crollo in modo veramente ingiustificato. E dico questo forte della comparazione con i titoli omologhi del settore ma di paesi limitrofi, Francia e Germania ad esempio.

 titoli 1

Ricordo lo scorso anno quando per ottenere l’approvazione della legge di stabilità 2016 il governo italiano dovette scendere per ENEL, minacciata da Bruxelles, sotto il limite dell’OPA obbligatoria fissata al 30% in modo da renderla contendibile. E questo era un desiderata tedesco da tempo, fin da Fukushima quando improvvidamente Berlino decise di limitare la produzione nucleare in patria, con un crollo dei suoi campioni del settore. Ossia, ciò comportò la contromisura necessaria, ossia la richiesta al governo più filoeuropeo di avvicinare ENEL ai suoi campioni nazionali in forte crisi, per salvarli. Leggasi, una fusione o una acquisizione tout court. Il piano fallì solo lo scorso maggio quando il Governo ed ENEL si misero d’accordo per sviluppare la banda larga in fibra in Italia, di fatto allargando l’ambito della legge sulla golden share promulgata da Monti nel 2012 con ENEL che incredibilmente [ma solo fino ad un certo punto] prima ENEL non era coperta dal provvedimento. Da lì se ci pensate bene sono iniziati i guai per Renzi, un’escalation che non sembra destinata ad esaurirsi a breve, non prima della prossima decisione di Draghi di acquistare non solo bonds statali a mercato aperto il prossimo marzo (…).

NON VA DIMENTICATO CHE ENEL E’ L’UNICA UTILITY MONDIALE DI UNA CERTA DOMENSIONE IMMUNE O QUASI DA UNA DISCESA DEI PREZZI DELL’ENERGIA A PREZZO FISSO VISTA L’ASSENZA DI GENERAZIONE A APPUNTO A PREZZO FISSO COME QUELLA NUCLEARE.

titoli 2

La seconda azienda oggetto di interesse straniero (francese questa volta) è Finmeccanica. Per questa azienda possiamo riportare storie al limite dell’assurdo quali ad esempio l’aneddoto di Nens, il think tank vicino a Bersani e Letta, che commissionò alcuni anni fa uno studio per capire come estrarre valore dal gruppo della difesa italiano. La conclusione fu che la dimensione era sotto quella critica in molti settori di attività per cui si consigliava di alienarne delle parti. Fin qui va bene ma attenzione ai dettagli: la consulenza fu data a tale Lisa Jeanne, ricercatrice francese di Science Po, ossia la scuola di geopolitica e dei servizi segreti francesi. Per intenderci la stessa università dove è andato ad insegnare Enrico Letta, da sempre beniamino dei galli in Italia. Ma la cosa veramente incredibile è che le conclusioni della Jeanne di fatto andavano nella direzione di vendere o fondersi proprio con aziende francesi….

Avete capito la solfa? Negli scorsi anni non sono riusciti a soffiarcele, con Monti e Letta. Oggi il riottoso Renzi che non le concede è diventato scomodo, seguite i soldi per capire i motivi dei fatti apparentemente inspiegabili, non si sbaglia quasi mai. Renzi infatti ha capito che la forza sua e di conserva dell’Italia dipende dall’avere leve economiche. E le leve economiche della politica non sono nulla in assenza delle leve dell’economia reale in grado di rendere materiali i progetti e fin anche gli interessi (…). Dunque il primo ministro, scaltro, prima ha piazzato le sue persone a capo del sistema delle partecipazioni statali con un dettaglio ed una pervasività manichee, poi – ora – le ha dovute difendere dagli stranieri non tanto per interessa nazionale ma per suo diretto tornaconto (anche) politico, che poi la cosa andasse anche a difesa del Paese, beh, lo reputo un dettaglio.

titoli 3

Sta di fatto che oggi Finmeccanica ed ENEL sono sotto attacco e dobbiamo difenderle. Bene sarebbe dichiarare che tali aziende sono strategiche e non possono essere alienate al momento, possibilmente facendo entrare anche CDP in misura ridotta nell’azionariato con acquisti a mercato aperto. Ossia facendo quello che probabilmente mani interessate stanno facendo ora, approfittando del ribasso a parere di molti ingiustificato.

I paesi europei che vorrebbero comandare l’Europa sono paesi che hanno sempre cercato di vivere – e per molto tenpo han vissuto – alla spalle degli altri, prima erano le colonie, poi i paesi conquistati nelle guerre. Oggi non possono più attingere alle colonie, in molti casi è diventato troppo complicato anche in forza del basso peso specifico europeo nella politica estera globale. E dunque si rivalgono su propri cd. “Partners” europei, da spogliare. Dunque attaccano – comprandosi le aziende e gli attivi – di Grecia , Spagna, Italia. Della serie, più indifeso e più ricco sei e più gli sforzi rischiano di essere ripagati, non ho mai visto dichiarare la guerra ad un paese povero che non ti attacca….

il governo e la società civile italiana devo reagire, ne va del nostro benessere e della nostra esistenza come paese libero e democratico sebbene a sovranità limitata, quel che ne resta…

Mitt Dolcino

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27 risposte a “ITALIA IN GUERRA – Perché i titoli italiani ambiti dagli stranieri oggi scendono in borsa? Semplice, per farli diventare un affare, magari poi ricattandoci sulla legge di stabilità per obbligarci a privatizzare…

  1. Io non sono un economista, né un critico letterario, né un critico tout court, sono molto modestamente un contemporaneista. Osservo il contemporaneo e cerco di farmene una ragione. Di qui poi traggo lo spunto per alcuni miei (provvisori) giudizi sulla poesia e sul romanzo contemporanei. Leggo in questo post una FRASE ALLARMANTE: che “l’Italia è entrata in guerra”. Che significa? È una boutade? È vera? È falsa?
    Prendo atto che si stanno muovendo sul fronte militare internazionale le divise monetarie e le divise cartolarizzate in titoli di borsa. E noi? Che cosa stiamo facendo, noi? Parliamo ancora di “poesia lirica” come se ne parlava 100 anni fa?
    Ascolto molto spesso gli sciocchi (come quel politico burino della periferia di Milano che va in felpa) i quali chiedono a gran voce di tornare alla nostra vecchia liretta. Ma questi poveri imberbi lo sanno che siamo da tempo entrati in guerra? E loro vorrebbero che ci presentassimo sul fronte militare internazionale con la vecchia e nostalgica divisa militare, con la liretta?

    Del resto, per le anime belle che ancora non lo sanno, l’Italia è da tempo entrata in guerra. Ma non la guerra dei carri armati e delle divise militari, ma la guerra delle divise monetarie e delle divise cartolarizzate in titoli di borsa.

  2. Maiali.

    un tempo,
    i maiali avevano gole profumate e dolcissime.
    Nel ventre una sacca di ghiaia si rinnovava
    col sangue. I sassi erano manna del loro stomaco.
    Dove ne vomitavano, nascevano altri maiali.
    Erano felici.

    Un tempo,
    quando la musica non era di Beethoven
    o di Mozart, e tra allevamenti non c’erano
    insegne e nemmeno steccati, chiunque poteva
    rapinare cantando: il mondo era pieno
    di orologi da polso.

    Mayoor 2016

  3. Caro Lucio,

    la tua poesia ha un registro sarcastico didascalico, fino a quell’ultimo verso, che tu hai sapientemente spezzato in due:

    ……………………….. il mondo era pieno
    di orologi da polso
    .

    Bene, è proprio quella spezzatura che rafforza la poesia e le dà una deviazione inaspettata. Una deviazione che opera da shifter, uno straniamento. Lo straniamento è un procedimento fondamentale della poesia moderna individuato con genialità da Sklovskij e utilizzato a piene mani dalla poesia russa di inizio secolo. (E qui chiedo a Sagredo una sua dotta conferma).
    Quando invece leggo gli autori italiani, anche molto rinomati, mi accorgo con sgomento che essi si sono semplicemente dimenticati di questo procedimento, scrivono le loro “poesie” in modo lineare con in mano il telefono della comunicazione di pensieri ovvi. Talché i loro versi entrano da un orecchio ed escono dall’altro.

  4. antonella zagaroli

    Anch’io ringrazio chi ha scritto questa riflessione di economia sulla quale concordo pienamente. Ero arrivata ad una conclusione molto simile ma vivendo da reale appartata non l’avevo comunicata se non a qualche rara amicizia.
    L’osservazione di Giorgio e la poesia di Lucio mi trovano assolutamente in linea. Sto per pubblicare un testo, l’ultimo firmato. Poi ho deciso di continuare con uno pseudonimo e per ora l’ambito è di storie “favolistiche e non tanto” per bambini e adulti ma poeticamente mi piace la direzione indicata da Lucio.

  5. antonio sagredo

    Parliamo di Economia… nazionale… internazionale? Ebbene, e allora bisogna cominciare a parlare degli economisti (che insieme alle religioni e a coloro che le rappresentano) sono fra le cause che originano le guerre. Parlare degli economisti possono solo gli psichiatri e ancora di pù i criminologhi che dovrebbero sapere di psicologia e pisichatria. Trattare gli economisti come dei veri criminali non è fantasticheria, così come alla stessa stregua gli industriali che assoldano i loro economisti (per dichiarae guerre economiche) e i loro generali (per l’azione)… alla stessa stregua i così detti “opinionisti” e i “giornalisti… economici”…. tutti costoro e tant’altra risma criminale calpestano per amore di avidità e di denaro (ma non è cosa nuova) qualsiasi umanità, poi che loro disumai/inumani non hanno altro scopo, per ilo solo gusto di farlo, che battere l’avversario “economicvamnete” e se non ci riescono: eccoti il soldato che ci pensa a uccidere. D’altra parte, a ben riflettere, anche coloro (psichiatri e psicologi) che dovrebbero spiegarci come funzionano i cervelli di quelle figure che su ho nominato, sono dei criminali al servizio di queste stesse figure: non c’è scampo! Non c’è alcuna via d’uscita… e le rivoluzioni ( ne abbiamo esperienza) non servonoa da altro che a raffforzare tutti quei criminali.
    Ogni parola è vana. Cerchiamo di vivere la nostra vita, nel privato, la più onestamente possibile, se ci danno la possibilità…. ho i miei dubbi!

  6. Gino Rago

    Nell’attesa che Antonio Sagredo raccolga l’invito di Giorgio L. a illuminarci sulla poesia russa moderna, sommessamente segnalo che una fonte ricca
    di suggerimenti è nell’acuminata analisi di Iosif Brodskij di una lirica della
    Cvetaeva, in “Il canto del pendolo”.
    Tra gli spunti del Nobel per la Letteratura (1987) sulla lirica di Marina Cvetaeva, si apprende anche che “Poeta è qualcuno per cui ogni parola
    non è la fine ma l’inizio di un pensiero”, in una estetica colta dal punto di vista dell’artista.
    La lirica analizzata da Brodskij è quella che la Cvetaeva dedicò a Rainer Maria Rilke (“Felice nuovo anno – mondo – paese – tetto…”), poesia che che, come spesso succede a Marina Cvetaeva, “comincia con un do di petto”.

    Gino Rago

  7. Siamo il cortile della dependance di una casa fuori mano. Stiamo vendendo i gioielli di famiglia, chi al “compro oro” chi sui mercati finanziari, mentre il popolo si gratta e a tressette c’è chi fa la patta. Basta osservare per capire a chi giova tutto questo.

  8. Quando non capisci qualcosa della politica internazionale, guarda ai soldi, cerca di rintracciare il viaggio che hanno fatto i soldi e capirai tutto. Però, come indica anche la lingua, ci sono in campo le “Divise monetarie”… strano che la lingua abbia indicato con tanta chiarezza la verità che si cela dietro la parola apparentemente neutra di “monetario”, è il fatto che la moneta ha una “divisa”, appunto “militare”. La moneta significa un esercito di monete in marcia, un esercito che conquista i mercati e sottomette popoli. C’è già la guerra, ed è la guerra delle monete, che è diventata una guerra di reparti monetari in azione di reciproco sabotaggio da quando il presidente americano Nixon nel 1974 ha dichiarato il dollaro libero dal contro valore della riserva aurea. Così, le divise monetarie non hanno più nulla a che fare con le riserve auree, sono libere di avanzare e sferrare offensive… i cui effetti si ripercuotono nella nostra vita quotidiana e finanche nella nostra vita spirituale e imaginale… e quindi anche nella forma-poesia, se non vado errato…

  9. L’Iran dice no Grazie a Dollari; Richieste dei pagamenti in euro per le vendite di petrolio

    Naturalmente tutto il denaro è pari a “pezzi di carta senza valore” allo stato attuale, il USD è la meno “senza valore” del lotto che significa che l’insistenza dell’Iran sul pagamento in una valuta su cui Mario Draghi ha operato per la svalutazione può sembrare strano a chi non sa nulla di geopolitica.

    In parole povere, questo ha ben poco a che fare con l’economia e molto a che fare con l’invio di un messaggio politico. ” L’Iran ha spostato verso l’euro e annullato il commercio di dollari a causa di ragioni politiche “, ha detto la stessa fonte NOIC Reuters.

    Destra. Quindi, fondamentalmente, l’Iran sta cercando di punire gli Stati Uniti per l’istituzione di anni di tirannia economica; di qui la de-dollarizzazione del commercio del petrolio.

    Questo avviene in un momento in cui il petrodollaro è sotto tremenda pressione. Russia e Cina stanno già sistemando le vendite di petrolio in yuan e il greggio ha rotto il circolo virtuoso per cui i paesi produttori erano esportatori netti di capitali, il riciclaggio dei loro proventi USD in asset USD sottoscrivendo così per decenni il predominio del dollaro.

    La domanda, supponiamo, è se gli altri produttori si allontanano dal dollaro come hanno fatto la Russia e l’Iran. Se c’è un cambiamento all’ingrosso lontano da stabilirsi vendite di petrolio in biglietti verdi, un altro strumento dell’egemonia degli Stati Uniti verrà smantellato e la leva di Washington rispetto ai produttori “non amichevoli” verrà infranto.

    L’ironia è questa: se l’Iran persegue attraverso le sue promesse il suo disegno di inondare un mercato già eccedentario di greggio, esso greggio potrebbe non essere scambiato con qualsiasi “pezzo di carta senza valore” : o dollari o euro.

  10. Le divisioni monetarie sono polinomi perifrastici in atto di avanzare in un paese straniero e occuparlo militarmente. Mi viene in mente: quanta poesia contemporanea si comporta proprio come si comportano i polinomi perifrastici in azione di guerra armata. E mi chiedo se ciò non abbia anche una qualche conseguenza sulla piccolissima trincea o salvagente della forma-lirica. E lo chiedo ai lettori.

    • Certo, non c’è più bisogno di muovere i carri armati. Basta spostare una somma di danaro da un paese all’altro, oppure fare come ha fatto la Bundesbank, vendere a rotta di collo debito pubblico italiano, spread alle stelle, caduta del governo del nano (il che di per se non era male) sostituzione dell stesso con il mortifero governo Monti (non c’è limite al peggio). Sai se non era per questi piccoli dettagli o polinomi perifrastici, questo mese il sottoscritto dopo 41 anni di lavoro andava in pensione…

  11. Ubaldo.derobertis

    Al MIT mi ritrovavo in mensa con l’economista Modigliani. ” Ho pranzato con un criminale!” Sarà il titolo del mio nuovo libro.
    Ubaldo de Robertis

  12. “Bundesbank reclama abbandono quasi totale della sovranità tedesca
    News economica tedesca | Pubblicato:08:02:16 08:17 guardare
    La Bundesbank tedesca rende sorprendente per aprire la strada una vasta operazione di sovranità fiscale della Germania. Insieme con la banca centrale francese vede la soluzione alla crisi dell’euro in una massiccia centralizzazione dei poteri a livello UE.”

    Bundesbank fordert Aufgabe der deutschen Souveränität

    “Il piano di un sistema integrato euro-zone, come è ora proposto dai banchieri centrali non è nuova: Viene dal ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, ed è più di 20 anni. Weidmann ha curato per molti anni la politica economica di Angela Merkel alla Cancelleria. Il piano di Schäuble prevede che l’Italia non dovrebbe partecipare alla centralizzazione dell’euro. Anche per la Francia Schäuble era una volta abbastanza espresso riserve, tuttavia, è stato ipotizzato che il francese dovrebbe attenersi a una politica fiscale orientata alla stabilità.”

    Chiedo a Sagredo: i suoi polinomi perifrastici sono coscienti di quanto sta accadendo?

    • Ovviamente, lo chiedo anche a tutti gli Autori di poesia

      • Gli autori di poesia o supposti tali, fuori dal parnaso e in molti casi fuori mercato e fuori di testa non soltanto ne sono coscienti, ma lo subiscono, e con fatica sulla pelle. Esclusi quelli con la barca alla fonda a montecarlo. Schäuble sta all’euro come Heydrich stava alla soluzione finale.

      • I miei polinomi perifrastici in Tertium non Datur vanno, timidamente, in quella direzione, ma anche il libro Salumida, per non parlare di Thalia.
        Cosciente che il futuro prossimo sarà la conquista delle stelle, mi sto attrezzando.
        Ho deciso anche di trasformarmi in “arrotino” della poesia, tanto per parlare di mestieri scomparsi, come per esempio il ciabattino :-))

        Gli USA hanno raggiunto l’autonomia energetica e questo coincide, guarda caso, con la fine dell’ embargo dell’Iran.
        La Russia in sofferenza per l’abbassamento del prezzo del petrolio da parte degli Emirati. Gli Emirati hanno però perso la partita visto che hanno dovuto chiedere grosse cifre alle banche.
        In Europa è questione di tubi di gas. Da dove passeranno?
        L’asse Berilino- Parigi teme fortemente Roma. L’Italia ha grossi interessi in Egitto è sempre in Egitto è stato scoperto un grosso giacimento di gas.
        Poi là si butta sempre sulla questione religiosa, un buon capro espiatorio.
        E dietro tutto questo?
        Sempre le famose 12 famiglie?
        E da dove provengono le famose 12 famiglie?

  13. antonio sagredo

    Al caro Ubaldo credo di aver dato lo spunto per il titolo di un sua libro futuro riguardo la criminalità, e se è così mi compiaccio con me stesso! –
    Quanto riguarda i polmoni eccoti, caro giorgio, alcuni miei versi antichi:

    Stordito da rifrazioni di mattini insidiosi,
    ascoltavo i canti di tutte le creature
    sulle rocce salate, e il calpestio marino
    dei remi sui tramonti… e fuggire volevo dalle città
    necropoli a perdifiato, a polmoni slacciati!

    1969/70
    ——————
    Festoni di rugiada – sulla forca!

    Sui moli sterco
    alghe e uccelli
    angeli oleosi
    sesse,
    sussultori archeggi.

    Galli-suoni a percussione,
    di viola
    i polmoni – accesi!

    1971
    —————————————
    Saranno gli alberi inumati con l’ossigeno
    e la visione sarà letale per le radici.
    I polmoni, mostruosi, non cederanno il sangue,
    la sorgente è divisa e secca come una soglia.

    1997
    ———————————
    Respiro a pieni polmoni. Ho visioni multiple e profumate:
    il volto sorridente dei miei pensieri… il viso, di me, bambino!
    Mi consola questa mia materia viva che pulsa dal futuro!
    Spiriti alati d’ogni tempo mi fanno segni di vittoria…
    mi applaudono! Ho bisogno d’una coppa di vino!
    COR EXHILARAT, COLLAPSAS VIRES REFICIT!
    Ah, i morti, bisogna ristorarli: sono stanchi, esauriti…
    Ah, quel soffio, già è vicino! Accorrete, più legna, più legna!
    Purifico questo vostro fuoco! Siete ciechi, accecati!

    Ma questa fiamma sale,
    già le mani e le braccia sono di carbone!

    2007

  14. antonio sagredo

    a Rago….
    un po’ di tempo… sono indaffarato dalla festa di poesia

  15. ubaldoderobertis

    Non sono un esperto di economia e condivido quanto riportato nel post. Conosco la questione dell’ENEL per aver vissuto la sua storia dall’interno. Fu costituita senza un fondo di dotazione nel 1962; ha acquisito tutte le attività delle aziende operanti, (salvo le municipalizzate e gli autoproduttori), alle quali(li chiamavano i padroni del vapore) sono stati pagati forti e salati indennizzi. Poi ha provveduto all’ammodernamento e sviluppo della rete con la costruzione delle dorsali ad alta tensione, i collegamenti internazionali, quelli con le isole, l’elettrificazione delle zone rurali. Un privato se ne sarebbe ben guardato per ragioni di convenienza di portare la luce in un luogo isolato del Monte Bianco! Ha costruito dei nuovi impianti sempre osteggiati e/o ricattati dagli enti locali e, fino al blocco del nucleare a partire dal 1980, aveva forti competenze, le migliori in Europa, nella progettazione e costruzione di impianti termonucleari. Ad un certo punto ha iniziato l’attività di studio e ricerca sulle fonti alternative.
    Fatto tutto questo, nonostante i continui ostacoli posti da amministratori sempre nominati per via politica, improvvisamente comincia a circolare la voce dell’”Obbligo a privatizzare” da me inteso come la richiesta da parte dei potentati economici privati di mettere nuovamente le mani sulle fonti e sulla generazione di energia. Lo slogan dei politici era: L’unione Europea lo pretende! Ed io rispondevo: perché in Francia L’EDF non privatizza e continua imperterrita per la sua strada, forte dei suoi centomila dipendenti?
    Leggendo il posto odierno sull’Ombra, anche in riferimento al ruolo di taluni francesi, si capiscono molte cose!
    Dopo il 1990 si è assistito a una progressiva liberalizzazione del mercato dell’energia elettrica. Il governo Amato ha trasformato Enel in Società per Azioni che ha dovuto cedere degli impianti, con il Decreto Bersani, con una soglia massima di produzione di energia elettrica consentita all’Enel pari al 50% dell’intera produzione sul suolo nazionale.
    Questo martirologio all’Edf francese non è toccato. Nel 2012 l’Enel ha messo in vendita il 5% di Terna azienda ancora in suo possesso, uscendo definitivamente dalla rete ad alta tensione.
    Il numero dei dipendenti in Italia si è quasi dimezzato, le tariffe sono diventate le più care d’Europa. Ed ora come sostiene il relatore del post, l’Enel è sotto attacco!
    Questo perché, nonostante le continue martellate che gli hanno tirato i politici, la sinistra in primis, la stessa che a suo tempo promosse la Nazionalizzazione, l’Enel è la 56ª azienda al mondo per fatturato con 75,7 miliardi di euro!
    Avanti, loro signori si accomodino pure!
    Ubaldo de Robertis

  16. Con una lettera congiunta ai quotidiani Le Monde e Suddeutsche Zeitung, il presidente della Bundesbank Jens Weidmann e il governatore della Banque de France Francois Villeroy de Galhau propongono la costituzione di un Ministero delle Finanze europeo

    “Oggi l’Europa si trova davanti a un bivio”. Con queste parole inizia la lettera congiunta inviata dai numeri uno di Bundesbank e Banque de France, rispettivamente Jens Weidmann e Francois Villeroy de Galhau, ai quotidiani Le Monde e Suddeutsche Zeitung. Una lettera nel quale i due numeri uno propongono di spingere su una maggiore unificazione dell’Eurozona e propongono la costituzione di un ministero del Tesoro europeo. Al crocevia di cui parlano Weidmann e Villeroy de Galhau ci è arrivati spinti da una crisi del debito “non ancora completamente terminata e da una disoccupazione che in numerosi Paesi membri dell’Eurozona rimane elevata”. Problemi a cui si aggiungono il terrorismo e l’afflusso massiccio di immigrati. La conseguenza è la crescita dei partiti nazionalisti. Le strade che partono dal bivio conducono l’una verso un processo di rinazionalizzazione, l’altra verso un rafforzamento dei fondamenti dell’Unione monetaria.

    Per seguire la seconda strada, l’unica davvero valida secondo i due banchieri centrali “è necessario erigere tre pilastri economici: programmi di riforme strutturali nazionali perseguiti con determinazione, un’unione finanziaria e d’investimento ambiziosa e una migliore governance economica”. Potrebbe sembrare uno dei tanti propositi, buoni ma senza seguito, avanzati a Bruxelles, anche se stavolta non arriva da rappresentanti politici. Weidmann e Villeroy de Galhau si spingono tuttavia oltre i semplici propositi e spingono sulla maggiore condivisione di sovranità “che gli Stati della zona euro dovrebbero concedere”. Un percorso politico, per loro stessa ammissione ma “che potrebbe partire, per esempio, dai seguenti elementi: un’amministrazione europea efficace e meno frammentata con l’obiettivo di costruire un Tesoro comune, insieme con un Consiglio di bilancio indipendente e un organo politico più forte per prendere le decisioni politiche, sotto il controllo parlamentare. Queste nuove istituzioni permetterebbero di ristabilire l’equilibrio tra responsabilità e controllo”.

    Più di un esponente politico, in Europa, avrà fatto un balzo nel leggere il documento elaborato dal presidente della Bundesbank e dal governatore della Banque de France. Chi a causa della provenienza della proposta, quel binomio Francia-Germania che domina in Eurozona. Chi a causa della richiesta di maggiori concessioni di sovranità nazionale. Consapevoli delle resistenze che l’idea potrebbe incontrare, Weidmann e Villeroy de Galhau propongono un’alternativa: “Se i Parlamenti dell’Eurozona si dovessero ritrarre davanti alla dimensione politica di una vera unione, non resterebbe che l’opzione di un approccio decentralizzato, fondato sulla responsabilità individuale e su regole ancora più strette. In questo scenario le regole di bilancio che sono state già rafforzate, dovranno essere completate”.

  17. Davvero, io spero con tutta l’anima che si arrivi ad un unico Ministero delle Finanze europeo.

    Pensate che meraviglia se si arrivasse ad una Agenzia Unica europea per la poesia!

    Greggio, Brent in rialzo nonostante previsioni eccesso produzione 2016 09/02/2016 11:57 – RSF

    LONDRA, 9 febbraio (Reuters) – I prezzi dei prodotti petroliferi sono in rialzo, apparentemente incuranti delle indicazioni sul fatto che la produzione non è destinata a calare abbastanza da incidere sull’eccesso attuale rispetto alla domandaglobale.

    Secondo l’agenzia internazionale dell’energia (Aie), per gran parte di quest’anno a livello mondiale ci sarà un eccesso di greggio sui mercati rispetto alle esigenze, dato che ci vorrà tempo per il calo della produzione USA ed èimprobabile che l’Opec si accordi con altri paesi produttori per ridurre l’output.

    L’Aie ha tagliato la previsione sulla crescita della domanda globale di greggio nel 2016, ora attestata a 1,17 milioni di barili al giorno, e ha ridotto la stimasulla domanda della produzione Opec.

    Secondo un sondaggio Reuters, nella settimana terminata il 5 febbraio scorso le scorte di greggio Usa sono aumentate di 3,9 milioni di barili, ulteriore segno che la produzione sta eccedendo l’offerta.

    Attorno alle 11,50 italiane, il futures sulle consegne di Brent ad aprile si attesta a 33,55 dollari il barile (+0,66 dollari), dopo aver oscillato fra 32,65 e 33,56 dollari. Il contratto di riferimento sul greggio leggero Usa sale di 0,86 dollari, a 30,55 dollari il barile, dopo aver oscillato tra 29,84 e 30,61 dollari.

  18. Io non sono un economista, ma non sono mica scemo. Sarò pure un pessimo critico di poesia, non lo discuto ma… Adesso il quadro è chiaro. Ho la netta sensazione che il brusco calo dei prezzi del petrolio rientri in una vasta scala di geopolitica in cui qualcuno (leggi la CIA) vuole strangolare qualcun altro (leggi la Russia), con la complicità dei Paesi Arabi i quali non contano niente e seguono la CIA come pecorelle smarrite… Anche in considerazione del fatto che il crollo dei prezzi del petrolio sta già affamando mezzo mondo e sta rallentando l’economia dell’Europa (e non solo); è molto probabile dunque che dopo aver sferrato questo attacco la Cia non potrà continuare per anni a tenere il prezzo del petrolio così basso perché alla lunga rallenta e danneggia, non solo l’Europa, ma anche la Cina e l’India… Insomma, è in corso una guerra, non di carri armati ma fatta con i barili di petrolio. Da questa guerra la Russia ne uscirà con le corna rotte, ma non ancora distrutta economicamente. Gli U.S. ne usciranno dopo aver indebolito l’economia Russa a tal punto che non potrà più competere a livello geopolitico mondiale in tutto il pianeta ma dovrà accontentarsi di recitare il ruolo di Grande Potenza regionale. Non più mondiale.

    Così terminerà questa guerra invisibile e mai dichiarata dalle Ambasciate delle due Superpotenze. Chi vincerà?

    Questa è la mia lettura. Che ne dite?

  19. di Lucia Pradella

    La crisi economica mondiale scoppiata nel 2007/8 si sta abbattendo con particolare forza sull’Europa: la situazione greca ne è l’esempio più lampante. A livello europeo, la disoccupazione ha raggiunto percentuali record, i salari reali stanno diminuendo, le diseguaglianze sono alle stelle e gli attacchi alla classe lavoratrice si sono intensificati. Secondo dati Eurostat (che sottostimano ampiamente la situazione reale), nel 2013 circa novantadue milioni di persone, un quarto della popolazione dell’Europa occidentale, era a rischio di povertà e di esclusione sociale: 8 milioni e mezzo di persone in più che nel 2007. La tendenza è più allarmante nei paesi più colpiti dalla crisi come Grecia, Portogallo, Spagna e Italia, ma è in crescita anche nel Nord dell’Europa, Gran Bretagna e Germania comprese. Condizioni di povertà, precarietà e super-sfruttamento prima ritenute “tipiche” del Sud del mondo stanno diventato sempre più diffuse anche nei paesi ricchi dell’Unione Europea.

    La crisi e i suoi effetti in Europa – compresa l’Europa “ricca”, occidentale – hanno suscitato ampio dibattito, tanto sulle sue cause che sulle strategie da adottare in risposta. Uno dei limiti principali di questo dibattito è che spesso si è concentrato sulla crisi in Europa senza considerare in modo organico la sua dimensione strutturale e internazionale. Il punto è che questa non è una “crisi europea”: è una crisi internazionale del sistema capitalistico. Nonostante i vari segnali di ripresa, inoltre, questa crisi non è una parentesi temporanea che a un certo punto si chiuderà con il ritorno dei “bei vecchi tempi” andati. No, questa crisi manifesta una tendenza strutturale verso l’impoverimento, e dipende da profonde dinamiche economiche e geopolitiche.

    La crisi di profittabilità di metà anni Settanta ha fatto emergere con ancor maggiore evidenza il carattere strutturale e internazionale dell’impoverimento. Ha mostrato che, come Marx afferma con forza nel Capitale, l’impoverimento non è una conseguenza di un mancato sviluppo, ma è il risultato dello sviluppo stesso dei rapporti di produzione capitalistici alla scala mondiale. Le politiche neoliberiste che la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale hanno imposto ai paesi del Sud del mondo e dell’ex blocco “sovietico” hanno causato l’impoverimento di ampi settori popolari, determinando un drammatico aumento della povertà globale (confermato dalla Banca Mondiale stessa). In quasi tutti i paesi del mondo, la quota dei salari rispetto al PIL è diminuita. Nella maggioranza dei paesi del Sud del mondo e dell’Est Europa, fatta l’eccezione della Cina, a ciò si è sommata la diminuzione dei salari reali e l’aumento della povertà estrema. Questo è avvenuto almeno fino all’inizio degli anni 2000, quando i movimenti di resistenza – dal Sud America all’Asia – hanno iniziato a mettere in discussione l’ordine neoliberista e neocoloniale.

    Guardiamo a qualche cifra. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (International Labour Organization, d’ora in poi ILO), quello che Marx avrebbe chiamato l’esercito industriale di riserva (in cui sono compresi anche i piccoli contadini impoveriti) è oggi composto di circa 2,4 miliardi di persone, ed è circa l’80 per cento più numeroso del numero complessivo di lavoratori salariati (1,4 miliardi). Nel 2010, l’ILO stimava che ci fossero circa 942 milioni di lavoratori poveri – quasi un terzo della forza-lavoro globale attiva – che vivevano sotto la soglia di 2US$ al giorno. Tali processi d’impoverimento hanno avuto come corollario un crescente sfruttamento dei lavoratori occupati.

    Potevamo davvero pensare che tali trasformazioni non incidessero sulle condizioni di lavoro e di vita nei centri dell’imperialismo mondiale? La domanda può sembrare retorica, ma vale la pena di porla in ogni caso. Troppo spesso, infatti, ci si dimentica della vera, epocale trasformazione che ha avuto luogo nel periodo neoliberista: la globalizzazione della produzione industriale. Il processo di ristrutturazione internazionale della produzione industriale ha messo fine al monopolio industriale dei paesi occidentali, minando la divisione del lavoro (di origine coloniale) tra paesi industrializzati del Nord e produttori di materie prime nel Sud. Secondo l’ILO, dalla metà degli anni 1970 la forza lavoro industriale nel Sud ha rapidamente superato quella nel Nord, fino al punto che quasi l’80 per cento della forza lavoro industriale oggi vive nel Sud del mondo, rispetto al 34 per cento nel 1950 e 53 per cento nel 1980. Riducendo i costi di transazione all’interno dell’UE ed eliminando le incertezze dei tassi di cambio, l’euro ha facilitato l’internazionalizzazione del capitale europeo e la delocalizzazione produttiva verso i paesi a basso salario dell’Europa dell’Est e, sempre più, dell’Asia. Questi processi hanno determinato una progressiva concentrazione della produzione ad alta intensità di capitale e di servizi (finanziari e non) nel nord dell’UE, e una concentrazione della produzione a bassa intensità di capitale nel Sud.

    In seguito all’entrata della Cina nel WTO nei primi anni 2000, l’UE-15 ha perso costantemente quote di mercato nei confronti dei BRIC, in particolare la Cina. L’UE si trova ad affrontare una crescente pressione concorrenziale non solo nella produzione a basso contenuto tecnologico, ma anche in quella ad alto contenuto tecnologico. Ecco perché non è sufficiente guardare ai cosiddetti “costi del lavoro” all’interno dell’UE-15 e prendere il costo del lavoro in Germania come pietra di paragone, com’è stato fatto in molti dibattiti sulla crisi, anche a sinistra. Vari studi hanno mostrato che se ampliamo la gamma dei paesi considerati come concorrenti, il deterioramento della competitività del settore industriale in Europa è ancora maggiore (per esempio: Cambridge Econometrics 2011). Questo è uno dei motivi per cui, dopo un calo iniziale dopo il 2007, gli investimenti esteri dall’UE-15 si sono spostati verso i mercati emergenti, Cina in primis. Secondo l’UNCTAD, per la prima volta nel 2010 le “economie in via di sviluppo” hanno assorbito quasi la metà dei flussi d’investimenti esteri a livello mondiale. Questi processi colpiscono i lavoratori in tutta l’UE-15, in particolare quelli degli Stati del Sud dell’UE, paesi che sono bloccati a un livello medio di tecnologia e sono sempre più in concorrenza con i mercati emergenti.

    Questa prospettiva ci permette di comprendere perché la crisi sta colpendo così duramente il settore industriale (a livello UE, circa 4 milioni di posti di lavoro industriali sono stati persi tra il 2008 e il 2012, circa il 12 per cento dell’occupazione industriale); e perché colpisce i paesi europei in modo così differenziato. Ma c’è un altro punto centrale che emerge con chiarezza. Le feroci misure di austerità imposte dalla Troika non sono assurde o irrazionali. Non mirano tanto a ridurre il debito e la spesa pubblica in quanto tali, ma puntano a sostenere la competitività e la profittabilità del capitale riducendo la spesa sociale e smantellando i sistemi di contrattazione nazionale. È per questo che l’Unione Europea sta intervenendo nella legislazione sociale degli stati membri, soprattutto di quelli più indebitati, imponendo piani di riforma strutturale che molti paragonano, non senza qualche esagerazione, a quelli imposti al Sud del mondo e all’Est europeo. Ma anche nei paesi in apparente ripresa, le politiche di austerità stanno facendo crescere la precarietà e l’impoverimento dei lavoratori. A tutto questo si aggiunge un ulteriore generale inasprimento delle politiche contro gli immigrati e del razzismo di stato. L’obiettivo complessivo dell’UE e dei vari governi è smantellare le forme esistenti di solidarietà sociale e di organizzazione sindacale, atomizzando e dividendo ancor di più la classe lavoratrice. Solo in questo modo, infatti, l’Unione Europea può mantenere la sua posizione nel gruppo degli stati imperialisti.

    È per questo che la Troika si sta dimostrando così inflessibile con le richieste del governo Syriza-Anel e del popolo greco. Per continuare indisturbati nel loro massacro sociale, il capitale europeo, la Troika, devono dare una lezione esemplare ai lavoratori in Grecia, “colpevoli” di aver alzato la testa e di aver detto no. Con loro, la Troika vuole ammonire i lavoratori in tutta l’Europa, in particolare in un contesto di ripresa della conflittualità che dalla Spagna si sta allargando (in qualche misura) anche alla Germania. Come risponderanno i lavoratori nel resto dell’Europa?

    (*) Lucia Pradella è Research Associate alla School of Oriental and African Studies, University of London, e insegna economia del welfare all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È l’autrice dell’Attualità del Capitale (2010) e di Globalization and the Critique of Political Economy (2015), e co-curatrice di Polarizing Development (2014). Ha pubblicato di recente articoli sui lavoratori poveri in Italia, Gran Bretagna e Germania su Comparative European Politics, e su crisi e immigrazione in Europa in Competition & Change.

    Fonte: http://www.palermo-grad.com

  20. è un’ipotesi percorribile, ma da un lato affossi la Russia decurtandone le entrate petrolifere, dall’altra favorisci la Cina paese manifatturiero per eccellenza che avrà l’energia necessaria e a buon mercato per produrre la merda con cui impesta l’Europa

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