Archivi del giorno: 5 febbraio 2016

GABRIELA FANTATO – SETTE POESIE INEDITE da  “Interstizi”  e SEI POESIE da “L’estinzione del lupo” (Empiria, 2012) con uno stralcio della Prefazione di Elio Pecora

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Gabriela Fantato. Poetessa, critica e saggista, tradotta in inglese, francese, arabo e spagnolo. Suoi testi sono compresi nell’antologia: Nuovi poeti italiani 6 (Einaud, 2012) e in “Almanacco dello Specchio”(Mondadori, 2009), con il poemetto A distanze minime. Raccolte poetiche: L’estinzione del lupo ( Empiriua, 2012); The  form of life,  bilingue, traduzione E. Di Pasquale (Chelsea Edition, New York, 2012).Codice terrestre, (La Vita Felice,2008); il tempo dovuto, poe­sie 1996-2005 (editoria&spettacolo,2005); Moltitudine (Marcos y Marcos,2001); Northern Geography,traduzione E.Di Pasquale (Gradiva Publications, University of New  York, 2002); Fugando (Book editore, 1996). Per molti anni ha diretto la rivista “La Mosca di Milano”, codirige: Almanacco di Poesia PUNTO e la collana  poetica SGUARDI (La Vita Felice). Ha scritto testi in versi per la musica, andati in scena nei maggiori teatri italiani (Piccolo Teatro di Milano, Arena di Verona, Teatro Comunale  di Trento, Teatro  Giacosa di Novara, Filarmonica di Roma, Donizetti di Bergamo).

Gabriela Fantato

da  Interstizi (raccolta inedita)

Perdersi

Indietro – hanno lasciato alle spalle
la dedizione, la cura meticolosa
dell’umano.
L’antico gusto di specchiarsi,
del mai dimenticarsi
– centro nel cerchio di onde attorno.
Sono solo ora pronti a sciogliersi,
disfarsi di cellule in altre cellule,
come lo zucchero si perde per trovare
un’esistenza nuova, un suo destino
dentro – l’acqua.

In avanti

Dissennati, avevano corso in avanti
sino al punto in cui
voltarsi era – partita persa, inutile lo sforzo.
Restava solo procede oltre,
stanza dopo stanza,
ficcarsi a imbuto nella casa,
fissarsi precisi
nella vita.
Attraversare la corrente senza appigli,
si trattava di esplorare il vuoto,
in bilico con un piede qui e
uno là, più oltre… avanti.
Sospesi nel passo a venire,
enorme o solo piccolo,
quasi solo un saltello a lato.
Avanzavano incerti della meta.

Il compito

Alcune specie animali si riproducono
per frantumazione – di uno, due.
Altri duplicano
la parte terminale del loro corpo
e danno così seguito alla vita.
Solo nei millenni gli esseri
mutano davvero, dice la genetica.
Gli umani non sanno che
ogni loro nascita è
– un taglio, fine della volontà di potenza.
Sparizione.

Figli

I figli vanno dove nessuno sa,
vengono da un incontro
di cellule, dal caso o da un destino .
Il compito resta ancora
sfuggire le trappole
– dissodare il terreno
con la testarda determinazione
di chi semina fagioli,
ogni anno a marzo.

Lineare

Disegnare un cerchio senza saperne
il diametro esatto, senza
lo spazio da occupare nella vita,
– sarebbe possibile,
come fare arcate, finestre e
grandi porte alzate
in verticale tra muri e muri
del perimetro che resta.
Seguiamo la punta dell’indice,
la direzione, nonostante il limite,
e … tutto il resto.

La vita

Si sa che la vita cresce
solo se il terreno è ricco d’acqua,
dove vengono il sole e il vento
a portare tramontana, poi le cicale
e le formiche rosse.
La vita cresce se restano
qui e là segnali per il dopo.

Duplicazione

Dicono che mossi
dai corpuscoli di Krauser
maschi e femmine si cerchino
con foga, sorridono
– si promettono l’eterno.
Celata è la legge elementare
di farsi vita in altri, un sogno nuovo
da tenere e dare
al prossimo che avanza.

pittura Balthus la chambre (1954)

Balthus la chambre (1954)

da “L’estinzione del lupo” (Empiria, 2012)

dalla Prefazione di Elio Pecora

 Gli anni sono quelli «dei sogni, degli errori e di molte sconfitte» della generazione del ’76. La città è la Milano delle case delle ringhiere, case ottocentesche «con la muffa ovunque / e il cesso fuori al piano, dietro una porta». La voce che racconta scende dentro se stessa, raggiunge la sua grana, si ascolta partecipe e accoglie tante altre voci in una pacatezza trovata dopo l’inquietudine. La parola pulita, densa, aderisce al suo significare. Non v’è nostalgia, è negato ogni ritorno. Tutto si mostra come dietro un velario, di chi guarda lontano in una luce tenue.

Gli adolescenti di quegli anni leggono Foucault, Lukács, Marcuse, si preparano «uniti e nudi» al «nuovo», si promettono «la fine dell’ingiustizia». Chi di loro vede la città che si trasforma, «le fabbriche attorno all’ombelico, / alte come guglie del duomo, / sparse dentro i campi come figli / in cerca di fortuna»? Chi ascolta il silenzio che cumula paure in quella «giovinezza intatta»? Il tono potrebbe tingersi di elegia se, di fondo, non vi fosse un istinto innegabile a guardare oltre il vuoto e dietro la luce. L’esito è dello svelamento onestamente cercato, di quell’onesta che Saba chiedeva alla poesia: «Noi avevamo in bocca tante voci / e nelle mani doni pronti per il dopo, / quei sogni che non tornano / mai esatti», e ancora: «È stato veloce perdere tutto / uno slittare via di lato / di un’intera generazione. / Farsi togliere tutto è stato facile / come nessuno sa, / come neppure è scritto nelle fiabe».

Nella seconda sezione, La città sparita, pure nella grazia del ricordo, nella tenerezza del ritorno ai luoghi amati, il sentimento del tempo chiude quel che è stato in una malinconia che comprende la «gioia grande del dimenticare». Ed è il presente, con le sue pene e i suoi errori, a prevalere fino a dire: «Prendo la vita / a morsi piccoli ogni volta, / ho un coltello dentro questa nebbia / e non si vede / lo nascondo nella voce», fino a mutare in viatico le parole “anteriori”, le stesse necessarie alle «evidenze». Queste, che danno il titolo alla terza sezione, si riducono alle fatiche e agli «eroismi» della giornata, e insieme promuovono una diversa sapienza: «Conosco il passo cadenzato, / la marcia, la fuga / – il ritmo dell’uomo che vive / sulla terra. / So l’assenza e la presenza, / l’ostinazione del nome / e il debito mai saldato». Perché, dopo la delusione e la perdita, è una conquista ridare nome agli oggetti e alle persone, per un nuovo alfabeto. Così che: «ll conto ti prende all’improvviso, / come una colpa. / Esistere davvero».

gabriela fantato 2010

gabriela fantato 2010

I
Nel muro di casa, nelle parole
nell’eco che le apre e le scompiglia
cercavamo salvezza e punizione,
nel pungere – esatta la vita
e amarla sino alle ginocchia,
dove si fa veloce la corsa
sapevamo la gioia di un abbraccio.
Come stranieri abitavamo il paese che
ci eravamo presi in sorte
il doppio dentro le lenzuola,
la casa degli specchi nel destino da rifare.
Senza porte, senza soldi, senza più
cognomi, solo un pronome
noi, ma preso in prestito
lì per lì.

II.
Il salto imparato almeno una volta
oltre la voce dei padri
e il tenere stretto di una madre,
oltre il buio negli occhi
nelle vie a incastro dentro
il labirinto di Milano
piccolo tesoro da salvare agli anni.
Era quella l’uva, quello il sole che la prende
nel palato e la voce dei ragazzi
in un’estate del settantanove
dentro la storia, dentro questa città
e si faceva piano piano
– notte.

III.
Eravamo stretti al fianco,
in meno di venti, eravamo
molto più di un esercito di sogni
– la casa occupata, scale da salire,
tutti i destini chiusi nel cassetto
e i gatti da tenere a bada.
Un gran discutere,
un fare a gara e alzare le colline
dentro il cemento
un paese solo di cortili,
case di ringhiera con il capolavoro di chi
ci vive dentro
(fuori le sei meno venti e ancora
non dicevamo chi
era stato scelto per parlare in assemblea).

IV.
Al primo piano da una finestra
incastrata tra le altre
la signora Anna vedeva il nostro
sciogliere le reti,
intrecciare logica e spavento
nella furia delle stanze,
dentro le pagine bianche
in cui tenevo stretta la mia fuga
come un’estate venuta troppo presto.
Mi dicevi inventiamo il mondo
nella lirica del pane, nel rosso del sangue
facciamolo ora,
come se fosse tutto vero, come se

V.
Era così facile il racconto,
facile entrare nelle trattorie,
bersi il novello o un amaro
tra Ticinese e corso Garibaldi
dove c’era un palazzo per noi.
Chi era stato dentro quelle stanze
prima del sogno dentro i libri,
la cicatrice nella mano…
Era solo nostro l’abitare
senza cesso, senza le spalle alte di mio padre
e la casa in smottamento,
dentro l’imponenza di nobiltà lombarda
la muffa vien giù dal tetto.

VI.
Qualcuno nuovo entrava nel palazzo,
c’era chi veniva via dopo poco,
uno si fermava lì
– non partirà mai più,
lo sapevo, come chi ha fretta
dentro i giorni senza fiato.
Si restava lì – uniti e nudi,
senza saperlo,
come me che tenevo gli angeli
dipinti sopra il letto
e davanti solo un cassettone
di fatica.
Poi molti sono finiti male,
una fine che a volte prende
all’improvviso.

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