Michele Lazazzera OTTO POESIE INEDITE DI UN AUTORE INEDITO – La disconnessione sintattica del linguaggio poetico

pittura Jean Metzinger

Jean Metzinger

Michele Lazazzera è nato a Pisticci nel 1995 e studia Architettura presso l’Università degli Studi di Roma.

Commento di Giorgio Linguaglossa

Il giovanissimo e inedito Michele Lazazzera in queste composizioni rivela una eccellente qualità, quella di non seguire pedissequamente i modi di scrivere dei poeti noti ma di essere alla ricerca di un linguaggio proprio, che abbia la capacità di trasmettere le emozioni linguistiche facendo perno sulle capacità esclusivamente sintattiche del linguaggio: lo spostamento dei verbi dal loro uso codificato («L’insegna decide»); il paradosso («la casa dei nonni è senza i nonni»; «la casa… senza stanze»); l’impiego dei contrasti («I vicoli si riempiono e si svuotano»); il non-sense («Ho la prima fila di pugni nella ressa»); l’impiego dell’ekfrasis, la traduzione delle parole in immagini («La notte in queste latitudini / non sporge, si ingoia»); la perifrasi insensata («Non un sinonimo per bendarti gli occhi / ma l’elemosina delle strade, cruda città / che si fa giorno e, meglio, calma»). La de-soggettivizzazione dell’io ne è il risultato più evidente e pregnante, in quanto pur essendo una poesia dell’io, al contempo è una poesia che può fare a meno dell’io, appunto ricorrendo agli strumenti che la sintassi ha in sé.

Il tempo è forma rotta,
noi radici cubiche strappate
dai verbi mancanti.
Navigano le buie immersioni
nei giorni.

Anche una certa distassia è confacente alle possibilità stilistiche di questo linguaggio: ci sono shifters, deviazioni, sovrapposizioni. Il paesaggio è quello metropolitano e la tematica esistenziale. Non c’è la metafora ma c’è il suo sostituto, la catacresi. Da un punto di vista etimologico, e quindi diacronico, non sincronico, in Lazazzera si ha catacresi anche quando una parola è usata estensivamente in un significato che il contesto stesso della frase contraddice. È qui che la disconnessione sintattica rivela, per contrasto, ciò che si trova al di là del linguaggio. In un certo senso, la frammentazione del mondo di fuori si riflette nelle disconnessioni della sintassi del linguaggio poetico. E questo lo considero un risultato di sicuro rilievo.

pittura Jean Metzinger, Anachronisme, c. 1927

Jean Metzinger, Anachronisme, c. 1927

1

La notte non si spegne nelle video slot
nelle sale virtuali dei cinesi non arriva –
in piazza solo un po’ prima.

Non un sinonimo per bendarti gli occhi
ma l’elemosina delle strade, cruda città
che si fa giorno e, meglio, calma

della finestra che trema sui processi.

2

L’insegna decide il panorama
nel regno della polvere.
La casa che abitavano i nonni è
senza i nonni e forse senza stanze.
Dove c’era la boutique di tessuti
ora non c’è niente, via anche l’idea.

I vicoli si riempiono e si svuotano
come corpi bagnati e si gonfiano
nella gola nei sottopassaggi
di ogni cosa casa autostrada scuola.
Puoi cambiare ricordi ma cominciano
le lamentele, ragnatele di lame nelle orecchie.

3

Anche la loro giovinezza velocemente siamo.
Ci sgozzeranno prima di farci degni dei miraggi.

Affogano in valanghe fluorescenti
mentre slegano gli archi
senza sapere se continuare
a guardare o scoppiare.
4

Scalze si inginocchiano
su grumi di foglie all’inferriata
incenerite le strade.

L’alt con il peso contorto,
nell’alba corrosa del ritorno
i grandi fuochi accesi.

Ho la prima fila di pugni nella ressa,
prigioni che si dilatano
in cortocircuiti, miraggi

5

Ogni rincorsa si avviluppa
qui dentro,
su una specie di trampolino
che di punti da unire sborda;
l’incognita è appassita
dal meglio, per poco ancora.
E il pugnale (sulla fine ha il dito
di un filo) inconsolabile
ti punta contro le viscere,
ti colora le vertebre e scade
sotto i ponti, la ruggine
colta, barattatata coll’odio.

5

La notte in queste latitudini
non sporge, si ingoia
si passa pure nelle poche sigarette.

È rimanere appiccicati, trasudare
dalle vertigini che ci arrampicano.
E non è notte però
ma un ardersi.

E un po’ di futuro bersi,
che è amaro questo cielo
se ci perde di vista.

7

Vorrei poter coincidere
con una parola
che ti illumini il volto,
una perduta parola
fin dentro le ossa,
che ti porti per mano.

E che ha la voce
del tuo sangue
e ogni angolo di spirito
impigliato nelle paure
e dunque,
per soffocarne il nero
nell’eclissi diventa
questa nuda alchimia.

8

Danzano su altri sistemi
di contagio, nell’immensa notte,
siamo soli
nelle nostre carcasse
inchiodati all’orizzonte.

Il tempo è forma rotta,
noi radici cubiche strappate
dai verbi mancanti.
Navigano le buie immersioni
nei giorni.

Questo accento sopra i nostri
cuori bianchi, ora che
non si circondano più
le tempie di frastuoni,
ora come grani nella clessidra.

Michele Lazazzera foto

Michele Lazazzera

Annunci

33 commenti

Archiviato in critica della poesia, critica letteraria, poesia italiana contemporanea, Senza categoria

33 risposte a “Michele Lazazzera OTTO POESIE INEDITE DI UN AUTORE INEDITO – La disconnessione sintattica del linguaggio poetico

  1. Bravo. Un ottimo poeta in nuce. Ti incoraggio a continuare.

  2. Francesca

    sono d’accordo. Davvero interessante.

  3. Ho trovato di grande interesse i versi di questo giovane poeta che riescono a comunicare, con l’apparente calma della consapevolezza -che nasconde, tuttavia, in sé una straziante e inguaribile ferita- l’idea di un mondo in dissoluzione. La visione di un paesaggio urbano senza luce o speranze, un disfacimento che investe le cose e l’anima, al quale si assiste inermi, e che un “io” registra senza sapere o potere arginarne la deriva.

  4. Il mondo, per come si presenta ad un ragazzo, non ha un bell’aspetto. Mancano parole di benvenuto, bisogna presentarsi e inventarsele. Chi comincia lo fa da diseredato: parte da zero, con quel che ha dentro. Ma si capisce che Michele Lazazzera si sta organizzando: sa già fermarsi, non una parola di troppo, non ingentilisce ma osserva e annota. Il viaggio sarà lungo, glielo auguro, ma l’inizio è compiuto.

  5. Francesco Glossa

    catacrèṡi (alla greca catàcreṡi) s. f. [dal lat. catachresis, gr. κατάχρησις, propr. «abuso», der. di καταχράομαι «abusare»]. – Figura retorica (dai latini chiamata abusio) consistente nell’estendere una parola o una locuzione oltre i limiti del suo significato proprio (per es., nell’espressione dantesca il Sol tace, per «manca, non giunge», non essendo proprio del Sole né il parlare né il tacere; o, nel linguaggio ordinario e familiare, nelle espressioni «stare a cavallo di un muricciolo, di una seggiola», «calzare un guanto», «i piedi di un albero, di una montagna», «la gamba del tavolo», «il collo della bottiglia», «il sole tramonta nel mare», «voglio vedere che cosa risponderà» e sim.). Da un punto di vista etimologico, e quindi diacronico, non sincronico, si ha una catacresi anche quando una parola è usata estensivamente in un sign. che il contesto stesso della frase contraddice (brutta calligrafia; orientarsi verso nord, un tramonto sul mare, ecc.)
    TRECCANI
    Qualche esempio di catacresi in queste poesie pregevoli che promettono buoni sviluppi nel futuro del giovane?
    .

  6. Francesca

    cosi’ giovane l’ha comunque iniziato, non percepisco il compiuto, ma un senso critico d’osservazione Il linguaggio scolpisce forse dovrebbe osare di piu’ nel viaggio. Avra’ tempo. Credo.

  7. Salvatore Martino

    Non trovo il fuoco dell’estrema giovinezza nè quell’introvabile mistero cha fa
    dei versi poesia, mi sembra che il famoso legame con le tenebre, con la parte ombra, viscerale quindi non venga alla luce. Nè violenza nè disperazione, meglio una sorvegliatezza stilistica meno accentuata e più un lasciarsi andare al flusso ematico delle arterie. Crescerà? Forse. Salvatore Martino

  8. antonio sagredo

    Carissimo, celeberrimo, chiarissimo (ma non troppo, altrimenti non faresti queste gaffes, errori, orrori, ecc), insomma già tante volte ti ho detto che non uso più altri “nomi” (glossa… non so chi sia)… sono altri che vogliono fare, iseri, i sagredini… e nemmeno questo sono capaci di fare… poi hop altro da fare… far versi come i miei richiede talenti che tu non possiedi, e allora lasciami in pace, e pensa scrivere un poì meglio se ci riesci –

    quanto a questo giovane, qui presentato, concordo appieno con Martino Salvatore… anemia per ora…. soffre d’asma questo giovane poeta?, e allora:
    – “il sangue venoso che è di colore rosso cupo poi che è povero di ossigeno e ricco di sostanze di scarto, contrariamente a quello arterioso che, invece è rosso vivo (toro) in quanto ossigenato e pieno di nutrenti. Il toro che ha sangue arterioso (di natura maschile) si gonfia (mescolanza) di sangue venoso (che ha natura femminile) affinché, partecipando al rinvigorirsi della Natura, possa far fiorire perfino le rose preinvernali”. (a.s.)
    —-
    Crescerà? Forse. A. S.

  9. Io direi a Salvatore Martino e ad Antonio Sagredo che dissento dal loro parere negativo su questo giovanissimo autore. In linea di massima, ritengo che non bisogna essere eccessivamente severi verso i giovani, che bisogna dar loro tempo, bisogna invece essere severi nei riguardi di autori che hanno alle spalle decenni di letteratura. Il computo di un percorso poetico lo si può fare dopo un certo cammino, non prima. Aspettiamo dunque gli ulteriori esiti. Per il momento, i risultati stilistici mi sembrano convincenti, e già il fatto che Lazazzera abbia una scrittura propria è un indice molto positivo a mio avviso.

    • valerio gaio

      Ho letto attentamente il giovane poeta, e sembra già appassito,rassegnato. Forse dovrebbe volare d più, fraseggiare con più stile, come ho fatto e faccio io.Poca fantasia. Ma può crescere. Questa non è l’età della depressione, ma del ritorno ad un culto più antico.L’ultima poesia mostra però molto senso critico, forse non è appassito, ma sbocciato appena,

      • Roberto Grossi

        Ma allora è già appassito o appena sbocciato?

      • valerio gaio

        mi piacerebbe conoscerlo.

        • antonella lalinga

          Sinceramente ho letto entrambi i poeti giovani proposti e ne concludo che la supponenza ingiustificata di valerio gaio, che cerca di scopiazzare qua e la dai lampi di genio di micaletto sia poca roba. Sembra davvero miseria di citazioni e proposte vuote che sanno di marcio e di vetusto.
          La sua proposta rimane davvero fuori ogni giudizio positivo di ricerca, di poesia di ricerca, di senso o di avanguardia.
          Mi sa davvero di noia, se non ci si incolla volutamente a cercare qualcosa fra le righe che decisamente non fiorisce mai.

  10. antonio sagredo

    io ero molto severo con me stesso – anche troppo! – non aspettavo che altri mi dicessero qualcosa… comunque quel che scrive Linguaglossa è giusto: è che siamo forse io e Martino eccessivi, io mi scuso intanto… se mai è molto più severo il Gaio Pedini Valerio.

  11. Valerio Pedini ha la stessa età di Michele Lazazzera, lui quindi può essere severo, a lui è concesso il dono che hanno soltanto gli dèi: quello della leggerezza… che però non è concesso a noi che abbiamo l’età ben inoltrata; a noi che abbiamo i capelli brizzolati conviene attendere il tempo minimo. E in poesia il tempo minimo, a mio avviso, si conta in decenni. Soltanto dopo tre o quattro decenni si può dire qualcosa su un poeta.
    Io comq resto convinto che nella poesia del nostro giovanissimo autore c’è qualcosa di interessante: che la sua scrittura non somiglia affatto a come scrivono i poeti azzimati, i poeti di corte, quelli istituiti dalle istituzioni.

  12. Non è sempre una questione d’età l’essere acerbi, perché Rimbaud ad esempio ha fulminato il mondo con la sua poesia entro i 18 – 19 anni, o Keats che a 22 anni già ha scritto capolavori, ma ce ne sono altri. Però nemmeno io sarei così dura con questo giovane poeta, che in realtà non è originalissimo, però cerca di esserlo. Questa ricerca si sente. A parte le luminosissime comete della poesia, quello che fa i poeti, oltre all’essere nati tali, è l’esperienza. Insomma bisogna vivere, sentire, provare, sapersi fare anche a pezzi se serve. Quindi per Lazazzera non c’è che leggere, leggere, leggere, scrivere, scrivere, scrivere e vivere. Poi si vedrà. Io i miei auguri glieli faccio.

  13. Leggendo questo giovane mi viene in mente una catena rabberciata di elementi diversi che si legano tra loro senza una ragione precisa, per andare a parare non so dove. Consiglio più ordine e più luce…

  14. Giuseppe Panetta

    “Niente di nuovo sotto il sole.”
    Ogni qual volta leggo un giovane scrittore di versi, spero sempre di leggere una novità, uno scatto di reni, un graffio, e non mi accontento certo dell’ekfrasis, quando poi l’immagine è debole, poco incisiva, ripete stereotipi solo un pochino ravvivati.
    Attenderemo ancora. E chissà se la poesia si farà.

  15. Nei commenti ognuno parla in base ai propri gusti, questo rende tutto più divertente.

    L’insegna decide il panorama
    nel regno della polvere.
    La casa che abitavano i nonni è
    senza i nonni e forse senza stanze.
    Dove c’era la boutique di tessuti
    ora non c’è niente, via anche l’idea.

    Qui c’è del buono. Va in prosa ma lo fa da poeta. “Via anche l’idea” è snello, sicuramente sopravvissuto, per meriti propri, alla limatura.
    E anche quest’altra poesia a me pare riuscita:

    Scalze si inginocchiano
    su grumi di foglie all’inferriata
    incenerite le strade.

    L’alt con il peso contorto,
    nell’alba corrosa del ritorno
    i grandi fuochi accesi.

    Ho la prima fila di pugni nella ressa,
    prigioni che si dilatano
    in cortocircuiti, miraggi

    … non fosse per quelle ‘strade’, che arrivando tardi possono confondere i puntigliosi, e per i due versi in chiusura (prigioni che si dilatano/in cortocircuiti, miraggi) che proprio non ce la fanno, se lasciati soli.
    Ma è solo il parere mio, non troppo serio. Un cruciverba.

  16. Giuseppe Panetta

    A Mayoor, che fai i riassunti delle note di Linguaglossa? Ri-citi?
    Mmmmm.

  17. Giuseppe Panetta

    No, sono qui per ragioni di “finesse”.

  18. antonio sagreedo

    Glorificatemi!
    Non sono pari ai grandi.
    Sopra tutto ciò che fu fatto,
    pongo il mio nihil.

    Non voglio mai leggere nulla.
    Libri?
    Che sono i libri?

    Io un tempo pensavo
    i libri si fanno così:
    arriva il poeta,
    lievemente disserra le labbra
    e d’improvviso si mette a cantare il sempliciotto ispirato.
    Prego!

    Ma risulta che prima
    che cominci a cantarsi,
    camminano i poeti a lungo incalliti dal vagabondare,
    e dolcemente sguazza nella melma del cuore
    la stupida tinca dell’immaginazione.

    Ma risulta che prima
    che cominci a cantarsi,
    camminano (i poeti, sott.) a lungo incalliti dal vagabondare,
    e dolcemente sguazza nella melma del cuore
    la stupida tinca dell’immaginazione.

  19. Poesie che presentano un taglio nitido, quasi ‘reale’. Niente da dire: c’è stoffa e questa precisione semantica ne è la base.

  20. camilla vitali

    a quali poesie si riferisce?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...