Archivi del giorno: 28 gennaio 2016

Michele Lazazzera OTTO POESIE INEDITE DI UN AUTORE INEDITO – La disconnessione sintattica del linguaggio poetico

pittura Jean Metzinger

Jean Metzinger

Michele Lazazzera è nato a Pisticci nel 1995 e studia Architettura presso l’Università degli Studi di Roma.

Commento di Giorgio Linguaglossa

Il giovanissimo e inedito Michele Lazazzera in queste composizioni rivela una eccellente qualità, quella di non seguire pedissequamente i modi di scrivere dei poeti noti ma di essere alla ricerca di un linguaggio proprio, che abbia la capacità di trasmettere le emozioni linguistiche facendo perno sulle capacità esclusivamente sintattiche del linguaggio: lo spostamento dei verbi dal loro uso codificato («L’insegna decide»); il paradosso («la casa dei nonni è senza i nonni»; «la casa… senza stanze»); l’impiego dei contrasti («I vicoli si riempiono e si svuotano»); il non-sense («Ho la prima fila di pugni nella ressa»); l’impiego dell’ekfrasis, la traduzione delle parole in immagini («La notte in queste latitudini / non sporge, si ingoia»); la perifrasi insensata («Non un sinonimo per bendarti gli occhi / ma l’elemosina delle strade, cruda città / che si fa giorno e, meglio, calma»). La de-soggettivizzazione dell’io ne è il risultato più evidente e pregnante, in quanto pur essendo una poesia dell’io, al contempo è una poesia che può fare a meno dell’io, appunto ricorrendo agli strumenti che la sintassi ha in sé.

Il tempo è forma rotta,
noi radici cubiche strappate
dai verbi mancanti.
Navigano le buie immersioni
nei giorni.

Anche una certa distassia è confacente alle possibilità stilistiche di questo linguaggio: ci sono shifters, deviazioni, sovrapposizioni. Il paesaggio è quello metropolitano e la tematica esistenziale. Non c’è la metafora ma c’è il suo sostituto, la catacresi. Da un punto di vista etimologico, e quindi diacronico, non sincronico, in Lazazzera si ha catacresi anche quando una parola è usata estensivamente in un significato che il contesto stesso della frase contraddice. È qui che la disconnessione sintattica rivela, per contrasto, ciò che si trova al di là del linguaggio. In un certo senso, la frammentazione del mondo di fuori si riflette nelle disconnessioni della sintassi del linguaggio poetico. E questo lo considero un risultato di sicuro rilievo.

pittura Jean Metzinger, Anachronisme, c. 1927

Jean Metzinger, Anachronisme, c. 1927

1

La notte non si spegne nelle video slot
nelle sale virtuali dei cinesi non arriva –
in piazza solo un po’ prima.

Non un sinonimo per bendarti gli occhi
ma l’elemosina delle strade, cruda città
che si fa giorno e, meglio, calma

della finestra che trema sui processi.

2

L’insegna decide il panorama
nel regno della polvere.
La casa che abitavano i nonni è
senza i nonni e forse senza stanze.
Dove c’era la boutique di tessuti
ora non c’è niente, via anche l’idea.

I vicoli si riempiono e si svuotano
come corpi bagnati e si gonfiano
nella gola nei sottopassaggi
di ogni cosa casa autostrada scuola.
Puoi cambiare ricordi ma cominciano
le lamentele, ragnatele di lame nelle orecchie.

3

Anche la loro giovinezza velocemente siamo.
Ci sgozzeranno prima di farci degni dei miraggi.

Affogano in valanghe fluorescenti
mentre slegano gli archi
senza sapere se continuare
a guardare o scoppiare.
4

Scalze si inginocchiano
su grumi di foglie all’inferriata
incenerite le strade.

L’alt con il peso contorto,
nell’alba corrosa del ritorno
i grandi fuochi accesi.

Ho la prima fila di pugni nella ressa,
prigioni che si dilatano
in cortocircuiti, miraggi

5

Ogni rincorsa si avviluppa
qui dentro,
su una specie di trampolino
che di punti da unire sborda;
l’incognita è appassita
dal meglio, per poco ancora.
E il pugnale (sulla fine ha il dito
di un filo) inconsolabile
ti punta contro le viscere,
ti colora le vertebre e scade
sotto i ponti, la ruggine
colta, barattatata coll’odio.

5

La notte in queste latitudini
non sporge, si ingoia
si passa pure nelle poche sigarette.

È rimanere appiccicati, trasudare
dalle vertigini che ci arrampicano.
E non è notte però
ma un ardersi.

E un po’ di futuro bersi,
che è amaro questo cielo
se ci perde di vista.

7

Vorrei poter coincidere
con una parola
che ti illumini il volto,
una perduta parola
fin dentro le ossa,
che ti porti per mano.

E che ha la voce
del tuo sangue
e ogni angolo di spirito
impigliato nelle paure
e dunque,
per soffocarne il nero
nell’eclissi diventa
questa nuda alchimia.

8

Danzano su altri sistemi
di contagio, nell’immensa notte,
siamo soli
nelle nostre carcasse
inchiodati all’orizzonte.

Il tempo è forma rotta,
noi radici cubiche strappate
dai verbi mancanti.
Navigano le buie immersioni
nei giorni.

Questo accento sopra i nostri
cuori bianchi, ora che
non si circondano più
le tempie di frastuoni,
ora come grani nella clessidra.

Michele Lazazzera foto

Michele Lazazzera

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