ACHILLE CHIAPPETTI SETTE POESIE da “Inafferrabile presente” (Passigli, 2013) con due Commenti di Gino Rago e di Giorgio Linguaglossa

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Achille Chiappetti è nato a Roma il 3 giugno 1941. Bachelier d’études dell’Università di Grenoble, Francia e laureato in legge.. E’ professore emerito di diritto pubblico nell’Università La Sapienza di Roma. Ha pubblicato oltre dieci volumi e centinaia di lavori in materia costituzionale e amministrativa.

Ha dato alle stampe tre volumi di poesie: Topas (Tracce, 2004) con lo pseudonimo Massimiliano Achille, I Tempi del Tempo (Lepisma, 2006) con il medesimo pseudonimo, Inafferrabile presente (Passigli, 2013). Suoi componimenti sono stati pubblicati su diverse riviste e nell’antologia “L’evoluzione delle Forme Poetiche” di Distefano Busà e Spagnuolo, Napoli 2013. Ha una ricca produzione di poesie in francese e ha tradotto in quella lingua l’opera poetica di Camillo Sbarbaro.

Commento di Gino Rago

Achille Massimiliano Chiappetti adotta le migliori lenti, quelle di Eschilo, di Sofocle, di Euripide, attraverso cui osservare e giudicare il senso epico e il grado di moralità di questa società. Tutte le sezioni della sua terza, ponderosa raccolta, propongono, perciò, con consapevolezza dei propri mezzi linguistico-espressivi, un impianto poetico di sguardo fermo sul male, sul dolore, sulla morte; ma anche di pietà profonda sulla condizione dell’uomo di questo tempo, non disgiunta dalla coscienza dello splendore della vita e della speranza, richiamando così i poeti a riassumere il ruolo che dovrebbero svolgere.

Chiappetti si è tenuto estraneo ai fuochi pirotecnici dannunziani, al pastello dei crepuscolari, alle tentazioni fono-simboliche care al “fanciullino” pascoliano, come alla religione assoluta della poetica della parola, fiorita sui tavolini fiorentini alle Giubbe Rosse, tra gli ermetici entre deux guerres, stabilendo un contatto d’atmosfera non già linguistica, con il mito negativo della “città moderna come deserto o bordello” di Sbarbaro, a sua volta influenzato da Baudelaire e dalla cultura poetica francese, ancorché fittamente coniugata con Leopardi. Tuttavia, mentre Montale ci avvertiva che nell’opera sbarbariana (Trucioli, in particolare) “tira un vento di malattia; ma calma, quasi sorridente, quasi compiaciuta di sé” in Chiappetti la parola chiave è kairos, ovvero il tempo favorevole, nel quale ogni cambiamento è possibile, pronunciata con voce spoglia in una poesia vigile, curata, non scevra di raffinatezza, forte di quella qualità, a Guglielminetti cara, che in buona sintesi è l’equivalente armonico della rima, cui si legano i numerosi enjambements che cercano di frenare la ritmicità ossessiva del verso senza cadere in esiti prosastici, in fedeltà piena al principio, anche verlainiano, dello scontro fra aulico e quotidiano nell’accostamento del basso con il sublime.

Pittura Mimmo Paladino_600x398

Mimmo Paladino

Commento di Giorgio Linguaglossa

Anche la poesia di Achille Chiappetti parte dalla presa di coscienza della rottamazione delle Grandi narrazioni. Inafferrabile presente è il tentativo di ripartire dal significato di una superficie, quella del «presente», di un qui e ora come effetto di superficie (ed effetto di lontananza), cioè qualcosa che, proprio perché effetto, non appartiene a ciò che è originario (l’Essenza, la Coscienza), ammesso e non concesso che siano operanti queste ipostasi meta empiriche; ciò che, non situandosi né all’altezza dell’Origine, né nella profondità della Coscienza, si presenta come pezzo di «superficie», appartenente al «reale» del ricordo o al «reale» di una esperienza subliminale. Non bisogna con ciò intendere (né vorrei darlo ad intendere) che nella poesia di Achille Chiappetti il senso sia qualcosa simile ad un «effetto», come se esso fosse un segno, un sintomo, una disidrosi di una malattia che sta in profondità, nella rotondità della profondità, più giù del sottosuolo o del sottosuolo del sottosuolo. Del resto, anche la Poesia del Novecento è stata nient’altro che un crittogramma di qualcos’altro (quel qualcos’altro che ha contraddistinto la civiltà del simbolismo in Europa). Come non bisogna intendere la stabilità del significato come qualcosa, appunto, di «stabile». Infatti, mi chiedo, può esistere qualcosa di «stabile» all’interno della fluidificazione universale?. Ciò di cui il significato «è», per Chiappetti lo è in quanto rammemorazione, rimando al passato: «Qualche stentata parola» forse ci soccorrerà, è questa l’ultima illusione di Achille Chiappetti; la poesia è ciò che appartiene al meta-sensorio, ed occorre un metalinguaggio per farne esperienza estetica. Nella poesia di Chiappetti è la nostalgia che abita il «bisbiglio» del significato. Così, una sottile ma pervasiva elegia viene a invadere il dettato poetico, corretta però da un tono di distesa ironia appena percettibile, con quell’abbassarsi del linguaggio a commedia della condizione umana. La poesia di Achille Chiappetti sembra così porsi là dove scorrono ombre trasparenti, dei quasi-vivi, lontano dai poeti laureati. Scrive Chiappetti: «sono soltanto un timido coniglio»:

Qualche stentata parola un po’ barocca,
non proprio stonata, quasi un bisbiglio;
vorrei non fosse così
ma che la mia poesia muovesse
come una funivia che porti in alto
con un tonico cantilenante sfruscio
di cavi struscianti; un magico cantico
che aprisse un più vasto orizzonte,
abbattendo la muraglia, che tutt’attorno
ci circonda, della quotidianità;
che divenisse come una canzone
che, pur senza musica,
passasse di bocca in bocca
senza più cessare.
Fatto sta, purtroppo,
che, senza pedigree, neppure da lontano
somiglio agli aedi, quando scrivo,
o ai laureati e citati poeti;
sono soltanto un timido coniglio
che borbotta con arrossati occhi
e qui non dovrei stare a muovere invano
la tremante bocca, ruminando parole
che scarso senso hanno…
Eppure, chi il mio labile sussurro
attento ascolta, presto può sentire
che son per tutti le mie silenti lacrime
e il sangue che colora le mie pupille.

È un tipo di poesia che non conosce lo scambio, lo shifter, la scissione, il salto, la metafora, la metessi, ma che tenta sempre di ricucire lo strappo, legare insieme i ricordi, riviverli, riconciliarli. Anche se è da dire che nel tessuto fisico-chimico di questa poesia penetrano (osmoticamente, e quindi ideologicamente) lacerti, lemmi e immagini del linguaggio poetico narrativizzato sedimentati appena sotto la superficie delle parole, a volte anche indebolendo il passo mimetico, altre volte invece ottenendo un effetto rafforzativo ma in funzione dell’elegia. C’è un cuore antico in questa poesia, come bene ha scritto Gino Rago, dove pulsa l’eco dell’endecasillabo, talmente insonoro da far sospettare che i silenziatori siano stati adeguatamente messi nella giusta posizione.

pittura mimmo paladino matematica

mimmo paladino matematica

da Achille M. Chiappetti L’inafferabile presente Firenze, Passigli, pp. 122 € 14.50

 Poesie di Achille  Chiappetti

 questo infinito firmamento silente

A lungo in noi risuonano le parole,
lievi, perché smagliati lembi di amori
morenti, che ai voltati occhi svelano
dei ricordi intensamente condivisi
e questo pare bastevole per credere
di non essere divenuti ormai soli.

Ma poco più è di quando stiamo distesi
su prati di periferia o di campagna,
l’acida bava suggendo d’un filo d’erba,
stretto tra i denti tenuto, e scrutiamo
la profondità del cielo, di esistere
illudendoci, di essere noi la terra,
di restare parte di qualcosa d’immenso,
ora che sciolti l’uno dall’altra andiamo …

Solo rincuora il sapere che di ognuno
è quel cielo; ché noi, che da questa parte
sua stiamo, tutti gli stessi cerulei colori
vediamo e l’odore di terra bagnata
uguale sentiamo, calda, come essa è,
per il vicino sole e per l’acre miasma
della carne nostra con il suo sudore.
Sfiorati dai medesimi soffi di brezza,
scossi dai medesimi venti impetuosi
che lunghi spazi su noi tutti percorrono
e nel soffio loro in fascio annodano,
come bene comune fosse, le anime
nostre infelici, fintanto che, fidente,
almeno un’umana coscienza scruterà
questo infinito firmamento silente.

l’inafferrabile essenza del presente

Vivere con maggiore attenzione,
battersi contro il tempo fuggente,
non lasciarsi fuorviare dalle apparenze,
che banale fanno apparire l’attimo presente,
come prova -vedi bene- il nome suo:
a disposizione, a portata di mano,
sempre d’attorno quotidianamente,
mai mancante e mai assente;
sul quale di poter incidere perciò crediamo;
merce, dunque, comune o di scarso valore;
sprovvisto dell’urgenza dell’attesa,
che un’aura di mistero al futuro dà;
privo della melanconia delle cose perdute,
che dolce il passato, insaporendo, sublima;
eppure, esso è l’agognato domani nostro,
da sempre atteso anche se poi diverso sempre
o quasi e troppe volte deludente;
tenerlo a mente occorre, perché
perduto e poi rimpianto, comunque,
ben presto nuovo passato esso sarà
e coglierlo, se attento stai, è possibile.

ma quando lo sguardo suo lenta

Come averla attesa all’angolo della via,
senza neanche volerlo, anche se così avvenne,
passare vederla, con le compagne ridendo,
a caso giunse e non scandii il tempo.
Non era lei, che cercavo, né -forse- alcun’altra,
e dato non mi fu nell’attesa struggermi
per quell’attimo imprevisto,
che più tardi, a noi due, sarebbe
presente apparso, perenne:
varco o fonte di una qualche eternità.

Ma, quando lo sguardo suo, lenta,
verso me posò degli occhi suoi raggianti,
d’un tratto inquieti e attenti,
e già con allegria,
del dardo da lei lanciato dimentica,
colle amiche vocianti,
distrattamente dalla strada ebbe voltato,
non fu più quell’istante per me fuggente,
né mi fu di oltrepassarlo dato.

D’improvviso, qualcosa nell’animo moriva:
l’inutile passato, gli amici,
gli infanti sogni di gloria tutti,
subitamente cancellati, humus divenuti
di altra e diversa vita e germoglio,
dacché tra i poteri, che il cuore possiede,
suo anche è quel d’Issione
di, per un istante breve,
rallentare l’immensa ruota.

Achille_Chiappetti

Achille Chiappetti

come morti rami

Sempre più leggera si mostra e tenue
l’immagine alla ragione riemergente;
forma fugace, quasi ombra, ritorna
alla mente che con impegno la pretende.
Come morti rami, svaniscono i ricordi
in precarie parvenze fino ad apparire
solo sognati, forse; si sbriciolano, infine,
in attimi di buio, nove senza fragori.

Né appaga l’entrare dalla porta a doppi vetri
del nostro privato negozio d’antiquario
e -nell’ovattata atmosfera di velluti e legni
patinati- spegnere alle spalle il frastuono
delle urla, dei clacson e del rombo dei motori;
né il chiuderci nella camera oscura della mente
alla vana ricerca di un filtro magico,
che sostanza a ciò che è finito ridia
e a quel poco del passato che a noi resta.
Solo si sente il sibilare della falce nell’ombra
e qualcosa senza tregua scavare
la terra dietro ai nostri piedi
e alberi e fiori e cose e mattutini soli
e chi amammo lenti scomparire …
Anche se in vaso ci foggiamo,
che peso dia ad ogni residua scheggia raccolta,
sempre più arduo è scurire i contorni,
senza frutto è allungare a dismisura
i tempi della posa per imprimere fattezze,
ormai sparite, sulla muffita lastra di latta
della nostra troppo breve memoria.

Così, ormai, le materiche sembianze,
dai familiari profumi,
il calore delle elastiche pelli,
le ardenti carnose brame
e la gloria d’amare e di struggersi,
che piena fecero la gioia di vivere
e quasi divini e immortali,
un lontano giorno, ci illusero,
ormai a grumi sono ridotti o a riarsi bruscoli:
polvere d’un fuoco, che a noi eterno parve,
ma pur sempre umano era.

il diapason del cuore, Anna Gregorenko…

Sgomenta, piangevi calde lacrime,
di cui forse godevi, consolatrici,
e gli oggetti e i gesti inspiegabili
ricordavi evocandoli, silenti testimoni
delle pene del cuore tuo giovane.
Così lievi erano i primi dolori,
tanto da fare, del tuo parlato pianto,
morbida e carezzevole poesia.

Chissà, se quei scoloriti oggetti:
guanti infilati nella mano sbagliata,
stivali infangati su candide coltri,
ti furono malinconici ricordi,
quando lente e tetre albe attendevi
nella vasta innevata piazza, chiusa,
ai patiboli invisibili, da rosse muraglie.

Ai tuoi occhi senza più lacrime,
alle tue disseccate labbra
eco divennero, di poi, la solitudine,
che solo l’altrui pena ha compagna,
il silenzio e i corpi mal sepolti,
vesciche di sangue rappreso nel gelo,
nera scia del passo dell’apocalisse
sulla tua amata terra, Russia.

Giunsero, in quegli anni, i tuoi versi
scabri come schegge di ghiaccio
e taglienti frammenti degli specchi,
nei quali ti eri vista leggiadra;
grida di vero dolore, quasi silenzi
da te rotti per l’antica vocazione.
Mozzano il cuore e con odio li leggo …

achille chiappetti-inafferrabile-presente

cianceremo sotto la volta del cielo
a G.R.

Ti devi armare di molto bagaglio, Gino,
se vuoi venire con me: tutto l’occorrente
che, bada, deve entrare necessariamente
in uno zainetto piccolo e leggero,
che non faccia perdere l’equilibrio
o ci sbilanci quando voliamo, le braccia aperte
a mo’ d’ali, nei sogni, che ci girano attorno,
quando parliamo di Donne o di Adorno.

Dovrai essere anche molto paziente:
non sempre, lo sai perfettamente,
riusciremo a decollare, neppure per fare
un salto lungo circa trecento iarde
come i fratelli Wright; eppure il mondo intero
disteso sotto di noi si prostrerà ai piedi
con tanti grandi uomini piccoli come gnomi.
Mi raccomando, indossa un paracadute
perché l’aria delle mie fantasie perdute
sparisce alle volte improvvisamente
e, ridendo, cadresti sul sedere pesantemente.

Porta, inoltre, con te un buon sacco a pelo
perché cianceremo tra noi sotto la volta del cielo
anche se seduti al bar del pianterreno
di un palazzone e brillare le stelle vedremo
attraverso decine di pavimenti e solai.
Io, per venire con te, mi sono premunito.
Indosso ginocchiere pesanti assai, sotto
il maglione un para-schiena come Rossi,
un casco da astronauta planetario.

Così, se tenterò di nuovo ad arrampicarmi
sulla polita superficie dei tuoi versi
ammalianti e puri e scivolerò malamente
sui cristalli rari delle parole da te usate,
non mi romperò né il menisco, né il mio
piccolo orgoglio di poeta in erba.

parole

Quasi sempre, tracciare occorre,
su fogli di velina leggeri,
le parole che -quali apprendisti stregoni-
lanciamo, confidandoci poeti,
affinché all’istante svaniscano,
come il supporto loro, presto deteriorato
o cremato dai soli, si dissolve
e dalle piogge eroso.
Perché fragili richiami luminosi, sono i versi,
di feste o discoteche, che mute
all’alba stanno, più non sfavillanti
e disadorne, con le chiuse porte;
o tese corde, che vibrano
solo se da rare frequenze mosse,
e, allora, forti come luce di fari marini,
cime divengono, svolte per la vita
di perduti naufraghi,
pur mera luce nella luce
che soltanto appalesa
il notturno cielo dell’animo.
E così, alle volte, avviene
che, come di antichi vissuti sentimenti
mille e mille volte e da tanti provati,
essi rivelino il sigillo segreto
della comune umanità:
impasto di odio e d’amore,
che tutti, eroi o vili, giusti o canaglie,
attraverso il tempo, che smisurato a noi
appare, unisce e rende uguali.

Gino Rago nato a Montegiordano (CS) il 2. 2. 1950, residente a Trebisacce (CS) dove, per più di 30 anni è stato docente di Chimica, vive e opera fra la Calabria e Roma, ove si è laureato in Chimica Industriale presso l’Università La Sapienza. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’idea pura (1989), Il segno di Ulisse (1996), Fili di ragno (1999), L’arte del commiato (2005). Ai suoi libri poetici hanno dedicato saggi critici Sandro Gros-Pietro, Giorgio. Linguaglossa, Sandro. Montalto, Luigi Reina, Alfredo Rienzi e altri. Con componimenti lirici e recensioni ha collaborato e collabora con svariate riviste letterarie (Poiesis, Poesia, Vernice, Paideia, La Procellaria, La Clessidra, Hebenon).

Gino Rago Via Y. Gagarin, 21 – Trebisacce (CS)    Email:  ragogino@libero.it

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52 commenti

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52 risposte a “ACHILLE CHIAPPETTI SETTE POESIE da “Inafferrabile presente” (Passigli, 2013) con due Commenti di Gino Rago e di Giorgio Linguaglossa

  1. Francesca

    i miei complimenti per i suoi commenti Signor Linguaglossa. Davvero interessanti come gli articoli pubblicati. Da poco , lettrice di questo blog.

    • gentile Francesca,
      la ringrazio per i suoi complimenti ma io ormai amo definirmi un ciabattino della poesia, dopo che a Calcutta, dove sono stato due settimane fa, ho incontrato un ciabattino che aveva il suo laboratorio sul marciapiede, Ebbene, questo ciabattino mi ha impartito una seria lezione di filosofia che non dimenticherò. Da quel momento ho capito l’alto valore che può avere un ciabattino il quale ripara le scarpe rotte, questo è il suo compito e per questo è utile assai alla generalità. Anch’io vorrei, con le mie limitate possibilità poetico e critiche, essere utile alla generalità come semplice ciabattino della poesia. Lascio volentieri agli altri gli allori dei premi Nobel e delle scostumate e volgari lotte per la vetrina delle celebrità e siedo sul marciapiede di questo blog in attesa di poter riparare qualche verso rotto….

      • Francesca

        beh…allora le faccio i complimenti come buon ripatore . Credo, in linea generale, che tutto possa essere utile per chi anela alla conoscenza. E poi cos’e’ in.utile?Forse puo’ essere utile l’inutile ?Spesso non definisce o meglio e’ comunque relativo . Utile , inutile per chi e cosa? Lo guardo massificato attraverso la mercanzia di quasi tutto. In sintesi, qui , in questo mondo : utile in quanto produzione. Neanch’io amo gli allori perche’ mi ritengo libera, senza gabbie mentali. Forse sono andata oltre. Va bene , capita. Saluti

        P.S.
        la storia del ciabattino e ‘ bellissima

      • Per fortuna le folgorazioni sulle svariate vie funzionano ancora. Un giorno anche io fui colpita dall’umanità di un poeta, che per un limitatissimo spazio di tempo aveva mostrato qualcosa che lui stesso aveva dimenticato, lavorando per anni sulle sue emozioni. Poi, un giorno, si rese conto che sarebbe stato più utile rimettersi la maschera di sempre, dimostrando che il cambiamento vero è qualcosa di dolorosamente difficile da realizzare in un unico viaggio. Grazie, Giorgio, ma per aggiustare scarpe bisogna ricordarsi di avere i piedi.

        • Francesca

          per riparare scarpe occorre spirito e cervello. I piedi esistono e funzionano solo se ricordano che :per esplorare non serve camminare. E chi esplora attua un cambiamento, di conseguenza puo’ ambire a potere cambiare il resto.Le maschere , a prescindere dall’essere poeta o meno, vengono indossate piu’ o meno quotidianamente(insito nell’uomo). Durano il tempo necessario per sembrare qualcosa o qualcuno. Di certo la nudita’ non e’ di tutti. Del resto il cambiamento si puo’ attuare solo se sussiste la volonta’ di una propria evoluzione. Dopo puo’ essere possibile.Buona serata.

          • La notifica di questo commento tramite la medesima piattaforma è visibile dal mio blog dunque rispondo dai miei luoghi. Lei, Francesca, era ed è assolutamente estranea ai miei commenti, se non per aver notato che l’altro signore che ha contribuito all’articolo non era stato citato. Punto. Per quanto concerne le lodi, che per me può rivolgere a chi le garba, lei è nel blog perfetto. Ho notato i suoi commenti solo perché assomigliano molto ad altri presenti nel blog stesso, solo per questa assenza di originalità che mi ricordava moltissimo un’altra persona. Le auguro il meglio e non si curi d’altro oltre la sua decantata libertà.

            • Francesca

              Oh ,grazie .Lei e’ molto originale, invece. Devo scriverle che ci somigliamo tutti come tanti uguali anche se unici . Buona giornata

  2. “con due (DUE) Commenti di Gino Rago e di Giorgio Linguaglossa”
    Signor Linguaglossa.

    ma perché si esce dalla porta e si entra dalla finestra? in un circolo vizioso delle sempiterne figure presenti tra le pagine di questo blog?? quando, dico quando, questo luogo si rinnoverà, si tingerà di nuovi colori? Perché si sente sempre la stessa aria, si trovano pure nei modi di scrivere i commenti sempre le stesse persone, perché?????
    Giorgio, pur complimentandomi anche oggi per il livello alto dell’articolo e ovviamente non avendi assolutamente nulla contro il poeta, Gino Rago e te, forse e dico forse si dovrebbe osare di più.

    • IL poeta Achille Chiappetti mi convince pienamente; si avverte che ha
      alle espalle cultura, sensibilità, sofferenza; e non mi sembra che il blog proponga “sempre le stesse persone”,ma che sia coerente con lo spirito di chi lo sostiene:spirito che si può anche non condividere, ma che permette comunque al lettore di esprimere liberamente sia il suo apprezzamento che il suo dissenso.

  3. Gino Rago

    Non ti adirare, Angela. Noi siamo alla fine della nostra curva e tu, con la giovinezza – che un tempo, credimi, fu anche nostra – che ti vibra intorno avrai tempo, spazio, cultura, competenza, studio, disciplina, sapienza, erudizione e fuoco sacro per lasciare sull’umana angoscia versi memorabili e nuovi strumenti esegetici per meglio far comprendere, a chi ti leggerà, il dissidio irrisolto fra linguaggio e lingua. Troverai il mazzo di fiori, uscendo dal giardino, e la perla dell’anima, uscendo dal mare di Dio?
    Gino Rago

    • Paolo Botto

      Bravo! Con parole eleganti ha detto a questa presuntuosa quello che si merita. Prima gli insulti alle persone più colte di lei per farsi strada “spalmandole” per terra come un carro armato. Ora pretenderebbe di essere lei autrice come Giorgio linguaglossa!!!

    • L’aver sottolineato “due commenti” era riferito alla signora Francesca che lodava il solo Linguaglossa.
      Non ho mai fatto riferimento a nessuna età per cui il riferimento alla mia giovinezza é fuori luogo. L’aria nuova a cui mi riferivo riguardava i soliti commentatori e non certo il poeta odierno che leggo con piacere per la prima volta. Il commento in cui mi si chiama presuntuosa se non è stato cancellato vuol dire che l’Amministratore lo condivide e avrei apprezzato che lo avesse detto chiaramente senza aspettare nuova gente e, infine, mi si indichi dove e quando io avrei detto o scritto di essere o voler essere “autrice come Giorgio Linguaglossa” e mi si spieghi cosa significa la retorica e consumata espressione del “farsi strada”. Sinceramente sono abituata a pagare il prezzo di una libertà che molti, qui, sognano. Cortesi saluti con preghiera di diventare poco poco più accoglienti senza sciorinare sempre gli studi che avete fatto. Come l’esperienza indiana del ciabattino incontrato da Linguaglossa insegna.

      • Francesca

        mi ritengo libera di lodare chi considero degno di un complimento. Se a lei infastidisce, credo sia un suo problema. Non ritengo di doverle delle spiegazioni. Di solito non sono generosa a esprimere lodi a chicchesia. Due commenti (per una new entry come me) di ammirazione per questo blog le hanno suscitato una simile reazione? Ne prendo atto., ma giro la pagina. Sono qui per leggere (come altri 2 blog di mio interesse) per avere una visione olistica della poesia, quindi : approfondire. La liberta? C’e’ una voragine perche’ lei non conosce me . Io altrettanto lei. Buona serata

  4. Lucia Gaddo Zanovello

    Ciò che mi resta, e non è poco, dopo la lettura di questi versi di Achille Chiappetti è il senso del ‘con-sentire’, in doppio significato, il primo della consapevolezza, sempre insufficientemente consolatoria, che il nostro sentire è insieme anche quello dei nostri simili e, per quanto riguarda il secondo, nel trovarsi a volte umanamente d’accordo, nella volontà di concedere, nella disposizione ad accogliere l’altro da sé, in un luogo, quello in cui ci troviamo, dove “l’inafferrabile essenza del presente” deve necessariamente tradursi nel “vivere con maggiore attenzione”, superando soprattutto l’apparenza della ‘banalità’. Diventa essenziale, come ben suggerisce l’Autore di questi versi, “allungare a dismisura / i tempi della posa per imprimere fattezze”.
    Ho molto apprezzato e letto con malinconico divertimento “cianceremo sotto la volta del cielo” dedicato, credo, spero di non sbagliarmi, al carissimo pure a me, Gino Rago. Ritengo questo testo argutamente ironico e vero. Come anche molto bella e riuscita trovo la seguente definizione dei ‘versi’: “Perché fragili richiami luminosi, sono i versi”, in questo nostro mondo a volte così irriflessivo e rabbioso, dove “la comune umanità” è, sottoscrivo l’affermazione di Achille, “impasto di odio e d’amore”.

  5. Massimiliano Achille

    Ho ricevuto la seguente email da :
    Caro Achille. Sto partendo per una conferenza su Dante (lettura del canto XXIV del Purgatorio, quello della poesia). Ti mando questa nota,
    Cordiali saluti
    Franco Pezzica

    Il 21 luglio 2013, una bella domenica di sole, ho presentato a Pontremoli nella sede del Comune davanti a un folto e interessato pubblico, durante la manifestazione del Premio Bancarella, il libro di Achille M. Chiappetti L’inafferrabile presente (Passigli Editore, 2013). Già dal titolo, il libro mostra tutta la sua problematicità, essendo il presente uno dei momenti del tempo. E il tempo è una delle principali tematiche della riflessione filosofica, che il Nostro affronta in modo non convenzionale, pur muovendosi nei richiami della cultura classica da lui ben assimilata. Un confronto col poeta latino Orazio giustifica la mia impressione: infatti, il sintagma carpe diem, ovvero “afferra il presente”, viene minacciato in quanto, per Achille M. Chiappetti, il presente, nella sua totalità, è non-afferrabile. Del tutto si possono cogliere, raccogliere (carpere ha anche questi significati) i singoli attimi, i singoli istanti a cui dare un significato. E il soggetto significante è l’uomo o meglio la sua coscienza etico-morale che non cede, per dirla con Eugenio Montale, all’“immenso cascame in cui viviamo”, ma reagisce con la poesia che è bellezza e salvezza. Ora, la poesia, e non solo essa – ebbi modo di dire -, nasce dal silenzio. Non solo si pensa, si riflette, si medita, si contempla in silenzio, ma anche si ascolta il silenzio, in silenzio. Il silenzio è parola, infinite parole; è più di ciascuna parola, di tutte le parole. In una sua poesia Il silenzio e le parole, il Nostro ci dice che solo le parole “possono narrare” il “silenzio delle cose” , possono dare vita, quella vera, alle storie vissute (Francesca e Paolo, Giulietta e Romeo…), altrimenti lasciate nell’ombra. Così i poeti, che non possono mentire, diventano “attenti spettatori, / viaggiatori nel tempo, / condotti sul posto delle parole / che là con loro ci portano”. Una parola esatta precisa efficace è un colpo di sonda nell’infinito della verità, un’escursione definitiva nel regno della bellezza. E ne L’inafferrabile presente Achille M. Chiappetti sa cavare la parola dal silenzio e portarla alla luce, nutrendoci.

    Franco Pezzica

  6. Achille Massimiliano

    Cari frequentatori del blog,
    è passata la prima giornata del post che riguarda il mio terzo volume di poesie e sento la necessità di dirvi una cosa che mi viene imposta dai tempi brevi di durata dei dibattiti. Questi si esauriscono presto anche per la rapidità con la quale i post vengono proposti. Penso che su temi delicati e complessi come quelli dell’analisi poetica ci dovrebbe essere uno spazio più ampio per la riflessione. La poesia non può essere gustata o capita e addirittura giudicata alla prima lettura. I commenti non dovrebbero arrivare prima di qualche ora, siano essi positivi, negativi o, peggio, stroncatori.
    Il blog ha anche il pregio di presentarci tanti modi di fare poesia, tanto nella dimensione cronologica, tanto in quella dei diversi tipi o gusti. Occorre tenerne conto specie quando ci si trova davanti a un modo di fare poesia che non ci piace. Per quanto mi concerne, quando non sono attratto da un componimento, mi pongo sempre il dubbio di non capire. Non sono un poeta laureato, né credo che la poesia possa ammettere lauree di sorta.
    A volte mi sembra che ci mettiamo a partecipare quasi come il pubblico della trasmissione televisiva “La corrida” o successive variazioni, quello, cioè che deve decidere all’istante.
    Per fortuna ciò non è avvenuto nel mio caso, anche se domani potrebbe essere il giorno buono.
    Per quanto mi concerne, mi sono proposto a Giorgio Linguaglossa perché lo considero un critico di vaglia. Ma la principale ragione è stata di presentarmi a voi compagni di questa splendida avventura che è la poesia; per non restare isolato e, anzi, per cercare il confronto che è utilissimo per la nostra crescita.
    Questa giornata, a parte il giudizio di Linguaglossa (conoscevo già quello di Gino Rago mentre sapevo che Lucia Gadda Zanovello e Franco Pezzica stimavano la mia opera) non è arrivato nulla o quasi.
    Penso che, se continuerà così, solo o quasi con battibecchi tra intervenienti , il post sarà una piccola occasione perduta.
    Auguro buona notte a tutti
    Massimiliano Achille

  7. Il Presente è la sede dell’Esperienza. Si ha esperienza soltanto nel presente, non si può avere esperienza del Passato se non come ricordo, rammemorazione; e, si sa che il ricordo implica già una falsificazione di esso medesimo, implica una ricostruzione assiale e geodetica di esso medesimo. Quindi, si può affermare che tra Esperienza e Rappresentazione c’è sempre un campo di interazione, di conflitto, di tensione. Ed è proprio questo campo di tensione, di conflitto che l’arte e la poesia indagano. Esperienza e Rappresentazione sono i due corni dilemmatici entro i quali vive un’opera d’arte. E tra esperienza e presente c’è un nesso irresolubile, non si dà l’uno senza l’altro. Ma allora il piano di indagine si sposta: si dà presente soltanto nello spazio, in un luogo preciso dello spazio. A rigore, quando c’è il presente, l’esperienza è già nel passato, è corsa via, inghiottita nel buco nero del passato.
    “Esperienza è stata definita da Hans-Georg Gadamer il meno rischiarato dei concetti filosofici. Mentre la «rappresentazione» evoca dal canto suo implicazioni paradossali che richiedono di essere esplicitate. I paradossi sembrano puntualmente duplicarsi ogni qualvolta il problema della rappresentazione viene ad incrociarsi con quello dell’esperienza della temporalità: mentre sul piano dell’esperienza e del linguaggio ordinari percepiamo (o crediamo di percepire) il tempo come «qualcosa» di autonomo dallo spazio, sul piano della rappresentazione – anche la più filosofica o la più puramente teoretica – non possiamo esimerci dal ricorso ad analogie e metafore spaziali. La metafora dello «scorrere» solca come un fiume carsico il sottosuolo della lingua in tutte le epoche e in tutte le culture: dal panta rei eracliteo a espressioni latine come tempus elabitur, fugit irremeabile tempus, oppure moderne come Im Laufe der Zeit (che è anche il titolo di un bel film di Wim Wenders) o «nel corso del tempo». Ciò segnala una circostanza ulteriore: nelle nostre rappresentazioni, spazio e tempo fungono da coordinate orientate a partire da un punto di convergenza costituito dal soggetto-sostegno delle sensazioni. Coordinata-tempo e coordinata-spazio, in altri termini, si intersecano nell’hic et nunc, nel qui-e-ora, dell’Ego”
    (Giacomo Marramao Minima temporalia, lucasossella editore, 2005 p. 14)

  8. Salvatore Martino

    Mi dispiace che questo blog cominci ad avere continue diatribe che infasidiscono, e guarda caso la signora angela Greco è sempre in primo piano…qualche mattinata allo specchio o in uno stagno credo sarebbe una buona cosa per lei. Noto anche che il blog dal punto di vista poetico mi sembra stia prospettando testi poco interessanti come questi di Chiappetti, privi di mistero, di musica , di profondità nel pensiero, con uno stile a dir poco antiquato e un po’ sciatto, come ben risulta da questo inciso
    “D’improvviso, qualcosa nell’animo moriva:
    l’inutile passato, gli amici,
    gli infanti sogni di gloria tutti,
    subitamente cancellati, humus divenuti
    di altra e diversa vita e germoglio,
    dacché tra i poteri, che il cuore possiede,
    suo anche è quel d’Issione
    di, per un istante breve,
    rallentare l’immensa ruota”
    Ma ormai coloro che scrivono su questo blog hanno intrapreso la via del buonismo ad ogni costo, dimenticando che la poesia è davvero una rara avis concessa a pochi…e talvolta vorrei riscontrare nei versi proposti qualche rivolo di sangue, una segreta o manifesta passione. Salvatore Martino

    • Francesca

      le allego la poesia di un amico. Lui e’ cosi’.

      non espia il cielo cieco
      e tutta questa merda
      stramazza il sagrato del metallo.
      Ormoni stagnanti
      cani
      e vizi nel mio disprezzo.
      Al raccordo cento
      ho logorato la memoria
      barcollando senzatetto
      la fuga del barbone.
      Vetri in frantumi
      sgorga sangue
      sangue e sangue
      dal grilletto su Dio.
      Dormo
      con la catena infedele
      ostaggio
      spigolo
      sotto la zolla funebre.
      Mi chiedo dove tu sia
      e dove non sarò
      mai adesso.

  9. Giuseppe Panetta

    Versi sostanzialmente epigonici, tra un’incudine tardo ottocento e pieno novecento, che scivolano via senza lasciare traccia. L’ho letta più volte, senza mio malgrado riuscire a trovare nessun dialogo, solo una lezione frontale, contenutistica, con metafore consunte.
    Quando leggo versi come questi rimpiango quelli di Salvatore Martino, almeno in quelli sono sicuro di essere nell’Epica.

    Una domanda all’autore: ma Passigli ha richiesto le spese di pubblicazione (e se sì quanto?) oppure il tutto è stato stampato gratis et amore Dei?

  10. Francesca

    dice? In effeti lo considero anch’io uno scribacchino senza arte ne’ parte. Si , meglio Salvatore Martino. Ma sa, e’ un amico che scrive per hobby, niente di particolare – Mi sembrava giusto pubblicare qualcosa forse di nuovo per il commento del Signor Martino. Veramente trovo un linguaggio non obsoleto,, anzi noto un dolore non comune. L’esternazione di un percorso doloroso legato al mondo e in Dio. Certo la razionalita’ in un poesia e’ utopistica . Credo anche il collocarsi in un luogo che non e’ luogo ma puo’ essere altro. De gustibus…. buona serata.

  11. Giuseppe Panetta

    Gentil Francesca, il mio commento è per la poesia di A. Chiappetti, non certo per i versi del Suo amico scribacchino a cui consiglio una tisana di malva e camomilla e una bella dormita.
    Il sonno ristora.

    • Francesca

      e’ un pazzo Signor Panetta. Gli ho consigliato di smettere di bere e fumare e non piu’ di tanto. E’ underground, un’artisticulo senza pace.Forse perche’ non dorme. Quasi quasi una tisana degna di metterlo ko almeno qualche volta sarebbe l’ideale. Naturalmente scherzo. Una buona giornata Signor Panetta

      • Salvatore Martino

        Carissima Francesca mi rifiuto di pensare che i versi del tuo amico abbiano soltanto la più invisibile valenza di poesia…solo sgradevolezze e oscurità…ma forse comincio a dubitare delle mie facoltà di lettore, diventato insopportabilmente perfido nei giudizi, insofferento verso quanto mi appare modesto. Purtroppo la poesia è o non è, non si fugge da questa gabbia. Salvatore Martino

        • Francesca

          la capisco Signor Martino. Infatti ho scritto, per inciso, che e’ un’artista un po’ astruso nonche’ uno scribacchino. Non puo’ piacere ;come la sua poesia ,del resto, da quello che ho letto tra i commenti. Non si preoccupi. Sussite la possibilita’ di non essere gradito. E poi succede anche nella vita. Lei piace a tutti? Non credo. Il mio amico lo sa, gli ho rubato questa specie di scritto. A me piace , ma io sono solo una lettrice a-normale nonchè di parte. Buona giornata.

          • Francesca

            scusi le ripetizioni….ho un piede al lavoro e un altro qui e cogito senza cervello…..

            • Francesca

              devo dire che ogni tanto ha qualche momento lucido. Magari riesco a rubare qualcos’altro. Lo perdoni. Po mi dira’. Quando ho tempo inserisco altro tra i commenti. Di nuovo, saluti.

            • Francesca

              rubato al mio amico. Spero non infastidisca il Signor Linguaglossa.

              ti direi
              ma tu avevi detto
              e così dissi: su un fiore d’ebano
              spiazzante l’invenzione
              al di là della richiesta fisica.

              Forse sto vivendo
              oppure interpretando
              pregio del presente il bordo umano
              trainante cento personaggi.

              Un pompiere
              (senza tradirmi al linciaggio)
              mosse un canto
              tre figure di testamento
              non luogo del tempo.

              -Sarà la canzone francese
              l’inoltro d’avorio alla bell’idea
              il sempre e il mai
              di un’incursione inedita.

              -La tua patria al territorio- rispose Baudelaire in eccesso eterno
              al d.oppio erotico e del fuori schema.

              Cosa che accade
              puntuale dagli occhi
              al panorama del Dio Pan
              in dialogo tra i camerini delle foreste.

              E avevo detto : questa volta
              con parole che creano
              l’affabulante ambulante
              in passione alla feroce bellezza.
              Articolare
              dove il fiato porta
              vista oceano
              e diecimila me stesso.

  12. Francesca

    scusi l’apostrofo inopportuno. Errore di tastier e del buio. Non sono così ignorante. Credo.

  13. Francesca

    veramente non e’ mia intenzione

  14. Francesca

    perche’ mi dice questo?

  15. Francesca

    l’ho offesa?

  16. Gentile Francesca,
    non ho nulla contro di lei ma è che negli ultimi tempi due signore si sono accapigliate per questioni personali su questo blog, che è, lo ripeto, un luogo pubblico, visibile a tutti, e dal quale sono bandite le questioni personali, le antipatie, le ripicche et similia (per questo ci sono i mezzi mediatici privati, c’è il telefono, le email, facebook, il servizio postale etc.). Chi interviene nel blog è pregato di attenersi, nei commenti, alle tematiche affrontate dagli articoli in bacheca.

    Cordiali saluti.

    • Marcuccio

      Veramente si è accapigliato anche un signore. Se si dicono le
      cose riprovevoli si deve dirle per intero, non con esclusioni di comodo. Saluti

  17. Francesca

    d’accordo. Le confesso che e’ la mia prima esperienza su un blog. Non avevo capito bene il meccanismo soprattutto se non mi viene somministrata alcuna spiegazione. Sono anche timida comunque. Va bene. Mi atterro’ a quanto lei ha scritto. Buon sabato.

  18. Massimiliano Achille

    Carissimo Gino e carissimo Giorgio,
    Ho evitato di intervenire nel corso del dibattito e rispondo solo dopo che esso è arrivato al suo termine.

    Innanzi tutto, desidero fare un commento sull’andamento del confronto perché è meritevole di attenzione, specie da parte di chi dedica tempo ed energia a questo blog.
    Allo stato ci sono stati 42 interventi, così suddivisi:
    15 interventi (con critiche anche pesanti) sul modo di presentazione del post (e non sul suo contenuto di altissimo valore), seguito da un sub-dibattito sul numero dei critici che hanno provveduto alla presentazione, considerato eccessivo;
    17 interventi attorno ad un blog “intruso” creato da “Francesca” inserendo due poesie goliardiche di un suo amico “poeta” e trovando subito corrispondenza con un paio degli occupanti usuali del blog;
    2 interventi su due colpi di fioretto molto complimentosi tra Martino e Panetta
    1 intervento (mio) per sollecitare un dibattito sulla mia poesia che tardava a venire;
    7 commenti soltanto sul tema del post!
    Ho confrontato la vicenda di questo post con altre precedenti riguardanti poeti odierni. È chiaro che il blog è in permanenza occupato da una squadretta che opera per viziarne lo svolgimento. È un sabotaggio che sta andando avanti da qualche tempo, almeno da quando ho cominciato a seguire L’ombra delle parole (tre mesi). Ho notato che l’operazione è compiuta anche da appartenenti a blog concorrenti di minore valore.
    Mi chiedo che cosa abbiano pensato de L’ombra delle parole gli amici, tra cui due poeti stranieri, che avevo avvertiti, nel leggere la puntata che mi riguardava.

    Ora passo ai commenti riguardanti “L’inafferrabile presente”.
    A GINO RAGO non ho bisogno di dire nulla, visto che ci conosciamo bene e dibattiamo continuamente sul nostro lavoro poetico, come dovrebbe risultare patente dal componimento “Cianceremo sotto la volta del cielo”. Abbiamo un identico sentire sul valore della poesia come atto di comunicazione e come sforzo d’interpretazione del Kunstding, in un significato simile a quello rilkiano ma che ne garantisca la modernità o meglio la contemporaneità del poeta con la sua epoca e con le sue problematiche (vedi, da ultimo Luke Fischer, The poeta as phenomenologist). Il rigore del pensiero è, oltre al dato stilistico, il maggiore pregio della poesia che voglia tendere all’universalità, sempre che nel passaggio dal reale alla manifestazione estetica non vi siano fratture o tradimenti.
    Caro Gino avremmo ancora tante occasioni per confrontarci e questo è solo uno dei tanti episodi del nostro incontro.

    Con GIORGIO LINGUAGLOSSA non potere competere sul piano della tecnicità del linguaggio. Supero questa mia debolezza (provocata dal fatto che tutti i miei studi sono stati in francese) usando a volte il dizionario della Treccani e i suoi commenti mi appaiano appropriati ed espressione di profondità di pensiero, intelligenza, cultura e – perché no? – intuito.
    Condivido con lui sul fatto che il passaggio dal piano del Presente a quello della Coscienza sia centrale nel mio discorso sulla inafferrabilità del presente. Ciò, sebbene nella concezione che sta alla base del volume stesso, il Presente costituisca il reale, anzi l’Originario. In altre parole, il Presente è il momento dell’Essenza che ha la caratteristica di sfuggire per il suo inarrestabile fluire e che, per essere colto (percepito, vissuto), esso deve essere portato sul piano della Coscienza. Questa, tuttavia, non ha il requisito della Contestualità e riflette, pertanto, solo il passato. Sicché, giustamente, Linguaglossa si è avveduto che, per me, il significato di ciò che è il Presente, è in realtà solo Memoria, rimando al passato (lui usa il termine “rammemorazione”).
    Questo, in effetti, è stato il tema del mio secondo volume “I tempi del tempo” del 2006. La non stabilità del Presente nobilita il ruolo della Memoria che consente di rivivere l’attimo presente anche se con una necessitata mutazione. La Stabilità, ossia la perduranza dell’attimo che può essere sublimata nella Coscienza, è solo apparenza. Dice, infatti, uno dei componimenti principali di quella raccolta (Degli anni che vanno):
    “Se per noi è dunque il tempo
    ciò che noi ne facciamo
    il suo senso si confonde
    con le storie che viviamo
    tutti uniti malgrado noi
    sulla sferica roccia
    che vacillante attorno gira
    a sé stessa e al sole.
    Se perciò percepiamo
    il trascorrere degli attimi
    come eventi rammentati,
    ha più tempi ogni tempo,
    viene esso replicato,
    nuovo ogni volta,
    come una diversa storia
    inesorabilmente mutata
    nel teatro della memoria.
    La Memoria può restituire l’attimo del Presente, come dice Giorgio ma come pezzo di “superficie” appartenente al “reale” del ricordo; ossia si tratta pur sempre del “reale” di un’esperienza subliminale. È evidente il nostro idem sentire.
    Anche ciò che egli aggiunge nel suo commento nel corso del blog, osservando la consustanzialità di Presente ed Esperienza e lo iato che vi è tra questa e la Rappresentazione (artistica), centra il nucleo del mio progetto attuato con “I tempi del Tempo” e “L’inafferrabile presente”. La Consustanzialità di cui egli parla, è descritta nella prima parte del componimento che ho appena citato. Essa è a mio avviso talmente vera da consentirmi di dire che l’Esperienza è la nostra Vita; o meglio, che la Vita è la somma delle Esperienze perché tali vanno considerati gli attimi da noi vissuti:
    “Degli anni che vanno
    sono i caduchi nostri corpi
    i soli aghi che il passare misurano
    consumandosi, quali della sabbia i grani
    che della clessidra continuo assorbe
    il perenne gorgo
    dacché per quel poco che viviamo
    il tempo siamo noi;
    tempo
    e carne nostri unicamente
    per quel poco che ci è dato;
    tempo
    che passato per gli altri sarà
    soltanto, quando presente per noi
    soli esso è e sarà stato.”
    Il discorso che prosegue ne “L’inafferrabile presente” è ancora più ambizioso, se vogliamo. È la ricerca dei modi di coglierlo, quell’attimo sfuggente, che sparisce all’istante nello scorrere del tempo. Attimo mal visto, quasi odiato dalla letteratura, proprio a causa della sua drammatica fuggevolezza. Il volume riporta quei casi specifici di analogie e metafore spaziali che mostrano come l’operazione di fissazione almeno momentanea dell’attimo fluente si possa compiere in speciali eventi. Tanto che con Gino c’eravamo detti che la mia poetica non aveva riferimento alla cosa (Kunstding) ma all’evento (Kunstereigniss). È ovvio che in una simile prospettiva non si rinvengano né lo scambio, né lo shifter, né la scissione, né il salto, né la metessi (la metafora, si), essendo ovvio che io voglia ricucire lo strappo!

    A LUCIA GADDA ZANOVELLO, che mi ha onorato con il suo commento, sono grato perché ha posto in rilievo un essenziale valore della poesia che tento sempre di soddisfare: quello dell’uscire dall’io e tendere se possibile verso l’universale. E la sensibile poeta veneziana me lo conferma con parole splendide: “Ciò che mi resta … è il senso del ‘con-sentire’, in doppio significato, il primo della consapevolezza, sempre insufficientemente consolatoria, che il nostro sentire è insieme anche quello dei nostri simili e, per quanto riguarda il secondo, nel trovarsi a volte umanamente d’accordo, nella volontà di concedere, nella disposizione ad accogliere l’altro da sé, in un luogo, quello in cui ci troviamo…”
    Da poeta a poeta, Lucia mi e ci ha detto, l’importanza del confronto e della condivisione del ruolo dei poeti e della poesia. Nel leggere, poi, le sue parole su “questo mondo a volte così irriflessivo e rabbioso”, ho sorriso pensando come esse potessero servire a descrivere molto bene il clima creato da alcuni degli interventi su questo blog.

    A FRANCO PEZZICA, non posso che essere grato per avere riassunto in poche parole alcuni dei punti nodali della mia produzione complessiva che egli conosce bene. Noto che egli si è riallacciato al commento di Linguaglossa, aggiungendo alcune precisazioni sul mio lavoro, come quella, indiscutibile, che “il presente, nella sua totalità, è non-afferrabile. Del tutto si possono cogliere, raccogliere (carpere ha anche questi significati) i singoli attimi, i singoli istanti a cui dare un significato. E il soggetto significante è l’uomo o meglio la sua coscienza etico-morale che non cede, per dirla con Eugenio Montale, all’“immenso cascame in cui viviamo”, ma reagisce con la poesia che è bellezza e salvezza”.
    Il resto del suo commento sul significato delle parole della poesia e il silenzio, potrebbe non essere capito da chi non conosce tutta la mia produzione, ma evidenzia un dato a me caro, quello che “Una parola esatta precisa efficace è un colpo di sonda nell’infinito della verità, un’escursione definitiva nel regno della bellezza”. Si tratta di uno strumento essenziale quando si cerca di ottenere, solo con la forza delle parole, il carburante per quella sorta di viaggio nel tempo che “L’inafferrabile presente” tenta di far compiere a chi lo legge.

    Mi ha fatto anche molto piacere la piana esposizione delle ragioni per le quali FRANCESCA VENTURA ha apprezzato le poesie selezionate. Mi auguro di averle dato un attimo di piacere.

    Carissimi signori, GIUSEPPE PANETTA, SALVATORE MARTINO E FLAVIO ALMERIGHI., a voi sottopongo queste mie considerazioni.
    Dopo avere letto i vostri commenti al vetriolo, avevo quasi raggiunto una convinzione e preso una decisione. La poesia non era cosa per me e mi sarei dovuto dedicare a qualcosa d’altro; che so? le bocce. Non era la prima volta che ricevevo questi consigli da L’ombra delle parole. Peccato; credevo di intavolare un discorso con miei colleghi di avventura; siamo tutti umili apprendisti stregoni, come dice una mia poesia. Sicché aspettavo, in particolare un confronto con chi ha della poesia una concezione totalmente opposta alla mia. Niente. Non mi restava che ritirarmi in silenzio o, tutt’al più chiedendo scusa per il disturbo.
    Poi ho rammentato una regola di vita secondo cui: “Prima di giudicarmi sulla base dei giudizi che alcuni formulano su di me, è meglio esaminare da che pulpito provengano.” Vi racconto ciò che ne è venuto fuori, avvertendovi che non tenterò di difendere la mia sciagurata produzione, bastandomi i commenti di presentazione di Rago e di Linguaglossa.

    Caro sig. SALVATORE MARTINO, lei è stato categorico: “Noto anche che il blog dal punto di vista poetico mi sembra stia prospettando testi poco interessanti come questi di Chiappetti, privi di mistero, di musica, di profondità nel pensiero, con uno stile a dir poco antiquato e un po’ sciatto”. Caspita! Si tratta di critiche veramente gravi. E io che pensavo che, malgrado i versi liberi, i miei componimenti avessero un ritmo! Che affrontassero temi profondi e dessero risposte… Booh, ero un illuso. Non mi restava che abbeverarmi alla sorgente: nelle poesie del sig. Martino. Ho letto le non poche poesie che ho trovato su questo blog e con attenzione estrema, quasi venerazione a priori: “Autoritratto non finito”:
    “Questa maturità che oggi mi tiene
    non ha trovato quello che cercava
    il sogno liberato dall’angoscia
    la parola di luce
    Chissà se all’ultima fermata
    incontrerò i frammenti del mio specchio
    come in un gioco assurdo ricomposti
    e avranno finalmente la mia faccia
    Preghiera al limitar dell’alba
    Salito a deturpare
    con la luce l’inganno
    astro che ragiona della notte
    la magia del rimpianto
    quella solare della cancellazione…”
    E ho capito! Ho capito di essere stato giudicato dall’uomo che cerca la “parola di luce”, nientemeno. Ma egli ci confessa di non averla trovata (che voglia solidarietà?). Sembra il redentore, perché alla sua morte potrebbe trovare la sua faccia come una nuova rinascita. Tuttavia, un lettore attento si può chiedere come sia possibile che ricomposti in un solo specchio gli ex frammenti continuino (al plurale) ad “avere” la sua faccia? Sarà un miracolo di nuovo tipo (la moltiplicazione delle facce). Un po’ egocentrico, però, M. continua a parlare di se stesso, del desiderio, non suo ma della sua maturità, di trovare “il sogno liberato dall’angoscia”. Ma queste cose non erano state dette molto meglio da Sbarbaro oltre cent’anni fa?
    Mi sono definitivamente avvilito, non riuscendo a penetrare il rebus che inizia con le parole “Preghiera al limitar dell’alba”. Non valgo un soldo neppure come lettore, a meno che la poesia del sig. Martino non sia come la mia, “priva di mistero” perché essa è un mistero assoluto che neppure i decrittatori della Pietra di Rosetta riuscirebbero a decifrare… Come ha ragione Bàrberi Squarotti, quando ha affermato che i veri poeti non sono quelli che sostituiscono i problemi del vivere con rebus indecifrabili!
    Mi sono arreso, infine, davanti alla domanda, ma come posso imparare da questa poesia uno stile (per emendare il mio antiquato e sciatto) se non è neppure scritta in italiano?

    Mi sono dunque rivolto verso il sig. GIUSEPPE PANETTA, che di me aveva scritto: “Versi sostanzialmente epigonici, tra un’incudine tardo ottocento e pieno novecento, che scivolano via senza lasciare traccia. L’ho letta più volte, senza mio malgrado riuscire a trovare nessun dialogo, solo una lezione frontale, contenutistica, con metafore consunte.
    Quando leggo versi come questi rimpiango quelli di Salvatore Martino, almeno in quelli sono sicuro di essere nell’Epica.
    Una domanda all’autore: ma Passigli ha richiesto le spese di pubblicazione (e se sì quanto?) oppure il tutto è stato stampato gratis et amore Dei?”
    Lasciando da parte la domanda su Passigli Editore, offensiva anche per la Casa editrice che avrebbe ceduto per soldi un posto nella collana fondata da Mario Luzi, mi sono soffermato sulle critiche di sostanza e ho capito che non avevo necessità di tirarmi indietro perché ero già sparito senza lasciar traccia, senza dialogo, con metafore consunte.
    Ho letto le tante poesie del sig. Panetta rinvenibili ne L’ombra delle parole e poi mi sono soffermato su una delle prime “Tempo non datur” del post del 6 marzo 2015, leggendo la strofa su Roma con trepidazione, visto che si tratta della mia città. Eccola:
    “Dalla terrazza del palazzo comunale
    in piazza del Capidoglio, Roma
    mostra tutta la sua straordinaria bellezza.
    Vestigia e cattedrali e palazzi e campanili e torri e pini mediterranei come ombrelli.
    Macchie verdi di frescura su muri di mattoni bruniti.
    Chiudi gli occhi, amore mio.
    Abbraccia la vestale d’una colonna bianca.
    Io Crono e tu Rea e tutti questi asini intorno
    con la mappa in mano.”
    Santo cielo, mi sono detto; ecco dove posso trovare il XXI secolo, il dialogo, una lezione non frontale. Il primo paragrafo è una perfetta didascalia per un depliant turistico su Roma, prosa tagliata in versi di varia lunghezza! Questa è la modernità! Il secondo paragrafo contiene metafore certamente non consunte: basti pensare al suggerimento del Poeta al suo amore di abbracciare la vestale d’una colonna bianca. Che immagine nuova e polisensa: che ci fa il suo amore contro la colonna vestale? Ci si strofina lascivamente? È sesso? passione? La profondità del pensiero mi ha sconvolto.
    Per fortuna, Crono (la posso chiamare così?) lei è tornato umano con la poesia successiva, Pod Różą. Qui lei ci dice:
    “Ho dormito tra petali di rosa a Cracovia
    nei pressi della Piazza del Mercato…”
    È immagine tratta da “American Beauty” e ho capito la sua modernità. Anche se vederla dormire tra petali di rose, ha risvegliato sensazioni di sicuro diverse da quelle che lei probabilmente pensava.

    Che dire, infine, dei due brevi interventi di FLAVIO ALMERIGHI che mi ha cancellato, dicendo seccamente “Mi astengo”, in apertura delle comunicazioni e poi, altrettanto categoricamente, ha risposto al suo “dirimpettaio di condominio”, sig. Panetta, di essere certo che Passigli mi avesse chiesto le spese di pubblicazione.
    Non ripeterò che mi sono preso la briga di leggere anche le sue poesie. Eppure, pieno d’umiltà ho letto il post del 20 aprile 2015 su sei sue poesie. E mi sono di nuovo arreso, sommerso da “vani oggetto”, da un soggetto “crivellato di passi”, da un “marzo, nero fino alla cintola” (nella poesia “alla stazione di Viergne”).
    Avrei potuto suicidarmi (come poeta) ma, per fortuna mi ha consolato il giudizio di Linguaglossa sullo stesso post: “Davvero, non potremmo definire optima questa poesia di Almerighi, essendosi perduta la chiave ermeneutica per aprirci quei mondi optimi che un tempo lontano definiva il luogo della poesia. È la poesia stessa a reclamare il proprio posto «nel vano degli oggetti», un posto davvero scomodo, e de-territorializzato.”

    Vedete, gentili signori, io mi rimetto alle parole di Bàrberi Squarotti (nella relazione sul premio I Murazzi del 2010) che non si fa poesia andando spesso a capo nello scrivere in prosa e anche a quelle di Linguaglossa sulla poesia del minimalismo: “ Attraverso quella poesia si può leggere, in filigrana, ciò che stava diventando il Paese: una Italia invasa dalla cultura dello scetticismo, dal demagogismo, dal disimpegno assunto a nuova ideologia di massa, dall’ironizzazione scontata e facile, da una cultura che non aveva cognizione di ciò che stava avvenendo, che continuava a fare una narrativa del disincanto, del ritorno al privato, alla cronaca, al quotidiano, al particulare, allo scetticismo … E l’affermarsi di una clericatura di massa dotata di invarianza e di tatticismi” (confr. il post su Govoni del 21 gennaio scorso).
    Ho la netta sensazione di essermi incontrato con tre rappresentati di quella clericatura invidiosa e dalla ironia facile e non solo nei riguardi dei turisti (“asini”) che visitano il Campidoglio.
    Continuerò dunque a scrivere,
    Massimiliano Achille

    • Giuseppe Panetta

      Gentile Chiappetti,
      noto che Lei non è propenso alle critiche negative, ma solo agli elogi. Per cui, io intendo lodarla.
      Grazie per la briga che si è preso a leggere i mie “versetti” presenti sull’Ombra, anche se l’operazione che Lei fa di analisi dei versi potrebbe essere pericoloso, pericoloso per tutti, soprattutto per i suoi. E visto che qui io voglio solo lodarla evito di addentrarmi nei meandri dei Suoi. Nel mio commento, infatti, mi sono limitato a dare un mio giudizio di massima senza entrare nel “particulare”. Cosa che non farò nemmeno qui, ora, perché io intendo solo lodarla.
      Non meritavo certo che Lei si soffermasse su alcuni miei testi, soprattutto su quelli dedicati a Roma, che come Lei nella sua grandezza dice, adatti per un depliant turistico. La ringrazio immensamente di questo complimento, pensavo fossero più da cartolina, tipo “baci da Roma, ma sapere che sono adatti per un depliant mi rincuora. Potrei proporre all’amministrazione locale di adottarli. Per non parlare poi del prosieguo con la Vestale, la colonna e gli asini. Certo di fronte alle “lenti” di Eschilo, di Sofocle, di Euripide che Gino Rago ravvedere nel suo Libro cosa vuole che sia il mio Ovidio e la “Fabula Parva”, l’asino caro a Vesta, Priapo e tutta quella storia. Se poi gli asini si trasformano in turisti carchi di zaini che si aggirano tra colonne e capitelli. Ah, questi miei occhi che hanno visto tutto questo dall’alto della terrazza del Campidoglio, colpevoli, certo, ma di certo non di agalmatofilia. Non è sesso, non è passione, è solo cultura e pensiero, mi creda.
      Mi chiami pure come desidera, forse Crono però è troppo, al limite mi chiami Citizen, la prego, una buona marca di orologi che con Crono hanno a che fare, e in più rimandano a City, Citizenship, zen. Amo le parole esplosive, la polisemia. (Io, per rispetto, continuerò a chiamala con il suo nome e cognome, Achille Chiappetti).
      A Cracovia, all’hotel Pod Ròza, un bellissimo palazzo rinascimentale nel cuore centrale della città, ho dormito veramente tra petali di rosa. Un vezzo forse dell’Hotel Ròza, appunto. Se poi Lei vuole ricavare questa immagine da “American Beauty”, faccia pure, non può far altro che lusingarmi. A Cracovia mi trovavo per la presentazione di una antologia di scrittori italiani tradotti in polacco, e tra questi anche i miei testi, letti nell’antico ghetto della città. Un sogno. Non me lo rovini, per carità. Soprattutto non pensi sia uno scontro tra modernità e tradizione, o forse lo è, certo non è invidia. Come si può invidiare uno Shakespeare, John Donne, Keats, Dante, Petrarca, Lorca, Jimenez, Pasolini o lo stesso Luzi che Lei cita a difesa dell’ospitalità di Passigli editore riguardo ai suoi versi? A questi io rendo omaggio e benedizioni. Però, se mai dovessi inviare qualcuno, e di certo non lo faccio, l’unico che potrei è Antonio Sagredo, espolsivo e nuovissimo, a dispetto dell’età.

      Ma risponda, con sincerità, Lei ha pagato la pubblicazione con Passigli?

      • caro Panetta,
        certo che si paga per pubblicare con Passigli, nel senso che si devono comprare un tot di copie. Funziona così. Se poi c’è qualche editore che vuole fare beneficienza a proprio discapito, questo è un altro discorso. Di editori che pubblicano gratis io non ne conosco. Se qualche editore ti pubblica gratis vuol dire che hai lavorato per lui in altro modo e l’editore invece di pagare i tuoi servizi ti pubblica un libro. Così funziona anche Einaudi. Lo so di preciso perché me lo aveva detto una traduttrice che aveva tradotto per Einaudi alcuni libri e aveva ricevuto il pagamento sotto scambio di pubblicazione nella collana bianca di un paio di suoi libri di poesia.
        Il problema è un altro: è che le piccole camarille di letterati fanno recinto attorno ad alcuni editori impedendo agli estranei di poter accedere a quell’editore. Insomma, si costituiscono piccoli potentati, fanno pactum sceleris, ovvero, conventio ad escludendum. E chi vuole smentirmi o è uno sciocco o è un furbacchione.

        • Giuseppe Panetta

          Caro Linguaglossa,
          so bene come vanno le cose, non sono certo un ingenuo o uno sprovveduto. Mi interessava solo chiedere, in modo provocatorio, all’autore una conferma.

          • Giuseppe Panetta

            rileggendo la mia risposta ad A. Chiappetti ho trovato molti refusi e discordanze, ma scrivo di getto e non rileggo. Non amo fare i compitini in bella copia.

    • Lei si consola molto facilmente, il fatto che io sia un mediocre non la salva dalla sua mediocrità. Il premio Murazzi?

  19. Massimiliano Achille

    Caro Giorgio,
    ho trovato due refusi nella parte in cui ti ho risposto.
    Il primo è nella prima linea. Volevo dire “non posso competere sul piano della tecnicità”.
    Il secondo, alla sesta riga, andava scritto “concordo con lui sul…” ma è uscito “condivido con lui”.
    Grazie dell’attenzione,
    Massimiliano Achille

  20. Francesca

    sinceramente mi atterro’ solo a leggere ed eventualmente commentare gli articoli. Per inciso non sono un’intrusa . I miei interventi erano inopportuni per mia inesperienza sui blog. Saluti.

  21. Pingback: Achille Chiappetti ~ L’infini de ce firmament silencieux | enjambées fauves

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