Sabino Caronia – LA MORTE E LA STELLA. “Il Gattopardo” tra inediti e nuove proposte

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Giuseppe Tomasi di Lampedusa

Le visite del Principe di Salina a Ferdinando II offrono un interessante campo di osservazione a chi si occupi di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Da esse può prendere avvio una più vasta indagine sugli aspetti linguistici di un’opera in non insignificante misura mentalmente tradotta dalla lingua di un poliglotta che è abituato a leggere moltissimo e a scrivere pochissimo e che per giunta è siciliano, con una patina fonetica, lessicale, sintattica e inoltre con una più premeditata e consapevole invenzione linguistica. E poi c’è il problema delle varianti. Nella stesura dattiloscritta (e nell’edizione del 1958 curata da Bassani) si legge ad esempio: «Gran bella cosa è la scienza, quando non si mette in testa di attaccare la religione», mentre in quella manoscritta (e nell’edizione del 1990, conforme al manoscritto) si legge: «quando non le passa p’ a capa». Ma, rinunciando in questa sede ad un’analisi puntuale, ci limitiamo a ricordare le parole di congedo di Ferdinando II a proposito di Tancredi: «digli ch’a si guardasse o cuollo». Sono le stesse parole di congedo che, nel lasciare Napoli, Francesco II rivolge al suo infedele ministro Liborio Romano, così come le riporta Raffaele De Cesare in La fine di un regno (Longanesi, 1963, p. 919). È un tipico esempio di anacronismo lampedusiano, di quel “senno di poi” che tanto dispiaceva a Vittorini. Che Lampedusa conoscesse De Cesare si poteva del resto desumere dal bollettino borbonico richiamato, con modifiche di grafia e abbreviazioni finali, a conclusione della parte prima del Gattopardo. Sempre in De Cesare poi è, in appendice, la ritrattazione di Giulio Tomasi dopo la riconquista borbonica dell’isola nel 1849 che non poteva sfuggire all’autore del Gattopardo come non sfuggì a Leonardo Sciascia.

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Elio Vittorini

Abbiamo detto del “senno di poi”. Un’altra cosa che Vittorini non poteva soffrire era quella concezione della morte «così vecchia e scontata, così antiquatamente patetica, perfino con la bella donna che appare in ultimo come si è visto addirittura nel film sulla vita di Toulouse Lautrec». Certo le pagine della morte del principe sono state tra le più discusse. In proposito Alessandra di Lampedusa, rispondendo all’asserzione gratuita di Vittorini che vi vuole vedere un’influenza hollywoodiana, chiamava in causa il poeta russo Fet (letto da Lampedusa in traduzione tedesca): «Esiste fra i suoi versi una poesia in esametri che ha dato lo spunto all’immagine dell’autore. Là, la Morte, figlia della muta Notte, e sorella del Sogno, è rappresentata come una giovane donna, una dea della mitologia greca: “Prima del respiro della Notte, l’impassibile Morte / ha incoronato la fronte di un’immobile stella”. Il poeta è libero di servirsi di ogni immagine per dare vita alla sua idea, e Giuseppe di Lampedusa, invece di conservare alla morte l’aspetto esteriore di un simbolo con una stilizzazione mitologica, ha preferito farne una creatura viva, la creatura bramata da sempre, che veniva a prenderlo e gli apparve piú bella di come mai l‘avesse intravista negli spazi stellari. Il componimento richiamato dalla Principessa di Lampedusa è intitolato “Il sonno e la morte” (1858-1859) e si trova nella raccolta Fuochi serotini. Occorre tenere presente che il capitolo del ballo è l’ultimo scritto da Tomasi di Lampedusa e vi si nota, con il dispiegarsi di una cosmica pietà, quell’accostamento Venere-morte che appare più letterariamente sorvegliato di quello morte-bellezza femminile. Ad intendere questo svolgimento ci aiuta il riferimento alla poesia di Fet. Infatti in Il sonno e la morte è il motivo della morte incoronata di stelle, della morte-stella, quel cosmo impassibile tipico di Fet, come del resto il pessimismo sereno, quello scetticismo sereno, quel tuffarsi panico e allo stesso tempo quel capire e percepire la fine di tutto, che lo avvicina all’autore del Gattopardo. Si pensi in proposito alla pagina su Montaigne e Shakespeare riportata da Citati come utile spia per intendere la psicologia di Lampedusa: «In ambedue troviamo la stessa religiosità mista alla stessa commozione davanti le sensazioni religiose degli altri, la stessa compassione universale non disgiunta da una lieve tintura di disprezzo, lo stesso accanimento a smontare il meccanismo della psiche umana, lo stesso scetticismo sereno, quello, voglio dire, che non rigetta tutto con un no aprioristico, anzi accoglie tutte le opinioni con un sì ironicamente condiscendente» (P. Citati, Fabrizio Salina principe e gigante, «La Repubblica», 30 novembre 1995). Si può far riferimento anche ad un appunto inedito per una lezione di letteratura inglese: «Sogno di una notte di mezza estate. Shakespeare ci appare nel pieno possesso della sua meravigliosa capacità. Più che la bellezza dell’opera risalta ai nostri occhi l’ardimento possente, la facoltà dell’artista di muoversi dove egli voglia, e una insuperata fiaba in cui si oppongono la fantasia e la parodia, e bella passione e l’umanità. Quando vediamo gli amanti nel bosco che si attraggono e si fuggono e poi si desiderano ci accorgiamo di quanto perspicace l’analisi dell’amore sia in questa opera e solo nei sonetti Shakespeare ci illumina così sapientemente sul languore e sulla tenerezza. Tutto avviene in una nota di scetticismo religioso che Shakespeare ha sempre presente e mai vuole ostentare».

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Afanasi Afanasievich Fet

A un altro componimento di Fet, “Sul covone di fieno” (1857), sembra rimandare in Lighea la rievocazione «dell’incanto di certe notti estive in vista del golfo di Castellammare, quando le stelle si specchiano nel mare che dorme e lo spirito di chi è coricato riverso fra i lentischi si perde nel vortice del cielo mentre il corpo, teso e all’erta, teme l’avvicinarsi dei demoni», di quelle notti estive «passate sotto il roteare delle stelle» che tengono attorno al professore «come una incantazione» che lo predispone al «prodigio» preparandolo all‘incontro con la Sirena: «Sul covone di fieno nella notte estiva, / Disteso, guardavo le stelle, / Il coro splendeva vivo e amichevole, / Tutt’intorno sparso e tremolante. // La terra, muta come un sogno sfumato / In silenzio si allontanava da me, / Ed io, come il primo cittadino del paradiso, / L’unico, vidi la notte in faccia. // Sono io che navigavo verso gli spazi notturni, / O sono le stelle che si avvicinavano a me? / Mi sentivo come su un palmo grandioso, / Sospeso sopra l’abisso. // Nell’abbandono totale e nell’ebbrezza / Lo sguardo misurava l’immensità, / Nella quale, attimo dopo attimo, / Sprofondavo definitivamente». Questo vedere in faccia la notte equivale a vedere in faccia la morte: non come distruzione, annientamento, ma come perdersi definitivamente fra le stelle, con riferimento a quel sentimento oceanico di cui parla Freud in Il disagio della civiltà. Certo per colui che guarda alle «atarassiche regioni dominate dall‘astronomia», ai «sereni regni stellari» come ad una eletta medicina per i mali dell‘esistenza, l’astronomia è «il trionfo della ragione umana che si proiettava e prendeva parte alla sublime normalità dei cieli», è la musica delle sfere, la musica oracolare delle sirene che rende dolce il distacco del passo orfico e pitagorico della Repubblica (X, 617b), la «tranquilla armonia» che rimanda a quella forma sublimata di misticismo orfico costituita dalle dottrine pitagoriche, a partire dalla quale nel corso dei secoli «il sentimento oceanico della mistica era stato distillato in equazioni differenziali; il pensiero dell’anima mundi si rifletteva nell’arcobaleno dello spettroscopio, nelle spirali fantasmatiche delle galassie, nei disegni armoniosi della limatura di ferro attorno a una calamita» (A. Koestler, L’atto della creazione, Ubaldini, 1975, pp.248-252)., è la ricerca di una risposta al «problema vero» dell’esistenza che, come scrive Lampedusa nel Gattopardo, è quello di «poter continuare a vivere questa vita dello spirito nei suoi momenti più sublimati, più simili alla morte». Venere «sempre fedele» da cui attende l’appuntamento «nella propria regione di perenne certezza» è la Daimon di Parmenide, la Venere Urania di Lucrezio, modello di fidatezza, garanzia fin dai primissimi astronomi delle realtà dell’ordine invariabile dietro l’apparente confusione, come del resto la Sirena richiama il celebre passo della Repubblica di quel Platone per cui il tempo e la musica sono immagini mobili dell’eternità.

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A questa esigenza di ordine, che vuol dire soprattutto ragionata prevedibilità, ci si deve riferire come a una costante nell’opera di Lampedusa. In proposito Francesco Orlando ricorda anche il seguente passo del Gattopardo: «Per rassicurare la figlia si mise a spiegare l’inefficacia dei fucili dell’esercito regio; parlò della mancanza di rigatura delle canne di quegli enormi schioppi e di quanta scarsa forza di penetrazione fossero dotati i proiettili che da esse uscivano; spiegazioni tecniche, in malafede per giunta, che pochi capirono e dalle quali nessuno fu convinto, ma che consolarono tutti, Concetta compresa, perché erano riuscite a trasformare la guerra in un pulito diagramma di linee di forza da quel caos estremamente concreto e sudicio che essa in realtà è». Lampedusa e la guerra, la sua «apocalittica comicità», di cui scrive nel suo saggio su Paul Morand, l’impatto traumatico, la nevrosi con insonnia e incubi da cui solo la madre lo seppe guarire. Andrea Vitello per primo ha ricostruito quelle vicende belliche: il volontariato a Messina presso il 4° Artiglieria e poi ad Augusta con la Batteria di “Terre Vecchie” al comando di Enrico Cardile, che in seguito scriverà la lirica “Alba triste” dedicata «al ricordo caro del mio caporale Giuseppe Tomasi principe di Lampedusa sperduto presso Asiago», quindi, dopo il corso Allievi Ufficiali a Torino nel maggio 1917, la promozione a sottotenente nel 1° Reggimento Artiglieria pesante campale. Nella recente biografia per immagini curata da Gioacchino Lanza Tomasi c’è una foto che lo ritrae con il padre, anch’egli in Artiglieria come capitano della Riserva. Alla luce di questo tipo di servizio militare prestato in Artiglieria si intende meglio il significato del brano citato poco sopra del Gattopardo. Al nipote Giuseppe Biancheri, oltre al merito di aver ritrovato il dattiloscritto inedito di quel capitolo intitolato Il canzoniere di casa Salina che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto aggiungersi tra “Il ballo” e “La morte del principe”, si deve il mio ringraziamento per le pagine di memoria inedite che qui si pubblicano.

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Giuseppe Tomasi in divisa

Ne esce fuori un’immagine insolita. L’animazione, quasi l’entusiasmo della rievocazione, tanto diverso dal consueto distacco ironico, con cui sono rievocate le vicende del periodo bellico, la dicono lunga sul sentimento di Lampedusa nei riguardi di quegli anni così significativi, i primi e forse gli unici in vita sua in cui materialmente potesse dire di aver fatto qualcosa. Altri ricorderà in proposito il celebre sogno descritto nella lettera alla moglie del 9 novembre 1950. Qui si preferisce richiamare una lettera che nel 1916 la madre scriveva al figlio “volontario di un anno” ad Augusta: «Però desidero di sapere di maniera certa se anderai a punta Izzo». In Lighea, prima di narrare il suo incontro con la Sirena, La Ciura chiede a Corbera che è stato tre mesi da recluta ad Augusta se è mai andato «in quel golfetto interno, più in su di punta Izzo dietro la collina che sovrasta le saline». Così dunque, non a caso, l’indicazione di punta Izzo dalla lettera della madre ritorna come il luogo dell’incontro con la Sirena.

Sabino Caronia

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Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi: L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000); ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo  (Edizioni Associate, 1995). Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000). Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal». Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore, 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio EdiLet, 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia, 2009) e la raccolta poetica Il secondo dono (Progetto Cultura, 2013).

11 commenti

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11 risposte a “Sabino Caronia – LA MORTE E LA STELLA. “Il Gattopardo” tra inediti e nuove proposte

  1. marconofrio1971

    Impressionante e involontaria appare la coincidenza del titolo di oggi con l’album di commiato dal mondo di David Bowie (Blackstar). “La sirena” di Lampedusa è, a mio avviso, uno dei più bei racconti del ‘900. Ottima l’analisi di Sabino Caronia.

  2. ubaldoderobertis

    A proposito di varianti secondo me l’Autore, per avvicinarsi meglio a ciò che accade ed è sempre accaduto nella realtà, avrebbe dovuto riscrivere la frase nella seguente forma:
    “Gran bella cosa la religione quando non le passa p’ a capa di attaccare la scienza .”

    Molto interessante la Nota del bravo critico letterario Sabino Caronia

    Ubaldo de Robertis

  3. Steven Grieco

    Sabino CARONIA è uno dei critici più sofisticati e introversi di questi anni della nostra stagnazione spirituale. E’ difficile stanarlo dal suo bunker, sono alcuni lustri che ci provo ma non c’è niente da fare, il critico si schernisce e si dilegua nei suoi problematici ed infirmanti silenzi… sibillino ed autocentrico come nessun altro… (perilline permettendo).

    Giorgio Linguaglossa

  4. gino rago

    Una pagina curata con sapienza esegetica. Merita d’essere ri-letta.
    Sabino Caronia, benché appartato, schivo, si muove con finezza nella nostra civiltà letteraria.
    Gino Rago

  5. antonio sagredo

    Caro Marco,
    me lo aspettavo da qualcuno di Voi… comunque Sabino mi è altamente simpatico… sapevo di Fet-Sicilia.
    Si pronuncia fiet. …. sono stanco oggi, domani scriverò qualcosa… intanto quando affrontai il poeta Fet nei primissimi anni ’70 mi dette la sensazione dell’asfissia, di una sorta di decadimento fisico e intellettuale, di stanchezza… Mandel’stam tratteggia genialmente questa atmosfera di fine ‘800 in “Il rumore del Tempo” che consiglio agli interventisti del blog di leggere… a domani!

    • marconofrio1971

      Trascrivo l’approndimento su Fet che Antonio Sagredo – impossibilitato da problemi con il suo p.c. – invia alla Redazione pregandomi di pubblicarlo:

      Per quanto il motivo della Stella e della Morte fosse ed è un tema comune a tutte le culture mondiali indistintamente, nella cultura russa, fin dai suoi primordi, questi due “aspetti” vanno in parallelo, talvolta uno precede l’altro, talvolta scompaiono, talvolta ancora è presente o l’uno o l’altro… poi ricompaiono insieme già poco prima di Puškin, e per tutto l’800 sono persistentemente presenti da sfiorare l’eccessività e l’arroganza con la loro presenza… tanta presenza da addirittura indirizzare questo o quell’altro movimento (o corrente, o altro) culturale. Quando scoppia il “primo” Simbolismo russo (intorno al 1880) la Morte e la Stella sono così indistinti – (data la simbiosi o l’osmosi con cui si presentono) – da soffocare l’ispirazione dei poeti, che taluni erano anche filosofi (Vladimir S. Solov’ёv, p.e.), e questa ispirazione teosofa soprattutto in effetti determinò un cambiamento; e dunque si ebbe il “secondo” simbolismo (che durò sino al 1905-1906 con propaggini al 1910, per essere distrutto dalla Rivoluzione) con grandi talenti come A. Belyj (1880-1934) e V. J. Brjusov (1873-1924) Alexandr Blok (1880-1921)… soltanto questo ultimo poeta ebbe l’energia fatale di reagire contro lo stesso movimento a cui apparteneva, energia che fu letale all’intero movimento simbolista russo – sia primo che secondo – ! – Insomma Blok riuscì a districarsi tanto da permettersi di deridere in due opere teatrali (“drammi lirici”) : Balagànčik (il piccolo baraccone) e Neznakòmka (La Sconosciuta) sia la Stella che la Morte, decretando per entrambi la fine (scomparsa) di come fu sempre cantata nella poesia russa fino alla fine dell’800, e perfino in quella a lui contemporanea; sia la Stella che la Morte (non più messianiche, non più teologiche, non più metafisiche e trascendentali… non saranno più cantate come nel passato! Nel primo dei due “drammi lirici”, la Morte con la falce si presenta minacciosa, ma viene derisa da un Arlecchino e da una Colombina, mentre Pierrot resta attonito; Arlecchino colpito da una spada di legno sanguina… ma il sangue è rosso di mirtillo! Nel secondo dei drammi, la Sconosciuta/Stella, infine si rivela una prostituta, e la Stella è caduta per sempre: cioè perde tutti i suoi significati celesti! Gli amici-poeti di Blok protestarono scandalizzati, ma il poeta teneva ben presente il suo tempo minaccioso e foriero di tragedie, per cui essere realista divenne per lui un imperativo categorico. Quei due drammi lirici di Blok vennero messi in scena rispettivamente a Roma: il primo, nel 1971, al Teatro Abaco dell’avanguardista Mario Ricci (amico stimato da Carmelo Bene) e il secondo, nel 1974, al Politecnico Teatro; la Compagnia degli Skomorochi (compagnia di guitti in giro per la Russia) era composta dagli allievi (fra cui il sottoscritto) di A. M. Ripellino. I due spettacoli mai messi in scena fuori della Russia, lo furono nell’Occidente di allora di 44 e 42 anni fa!
      … ma adesso un passo indietro.
      Afanàsij Šènšin-Fet (1820-1892), fu sottovalutato dal suo tempo, anche perché la critica radicale di sinistra dell’epoca pervasa da sentimenti della realtà quotidiana (lotta sociale e lotta per la sopravvivenza) rivolse scarso interesse per la poesia di Fet: poco pensiero e troppo sentimento del cuore [sorte similare ebbe Fёdor I. Tjùtčev (1803-1873), molto più talentuoso di Fet, ma ben s’accorse l’acutissimo Puškin della sua valenza: ma non bastò]. Dunque Fet predilige – sulla scia del suo maestro Puškin, che fa della ispirazione il primissimo motore della Poesia – il “magico favoleggiare” e “i sogni musicali” di cui la Terra deve assorbirsene, poi che la Terra essendo cruda e priva di bellezza propriamente ne ha bisogno. Il favoleggiare deve far uso di parole musicali: perciò la favola conduce alla contemplazione (che è statica), ma è l’istante (evento dinamico) che deve coglierne la musica e diffonderla nel mondo. Questi due aspetti del suo far poesia non sono in conflitto: insomma non c’è dualismo che s’attorce e si combatte in se poi che per Fet come per Tjutčev l’Amore e la Natura non sono in collisione (è una sorta di armonia puškiniana).
      Ettore Lo Gatto (fondatore della Slavistica italiana) afferma con sicurezza che Fet fu il maggior cantore della Natura dopo Puškin, e che nemmeno Tjutčev riuscì a cantarla come lui. Fet intitolò “Natura” una raccolta notevole delle sue poesie. Quasi ovvio appare come Fet fu anche cantore della Notte. Tradusse H. Heine; ma innanzitutto è col persiano Hafiz divide l’immenso amore per la Natura, il desiderio di una forma perfetta, la Bellezza, e la tendenza tutta sua di dar forma simbolica e allegorica alla sua poesia… e proprio da qui ci riallacciamo al primo simbolismo russo, di cui Fet fu antesignano insieme a Tjutčev .

  6. Pasquale Balestriere

    “digli ch’a si guardasse o cuollo” è nel dialetto napoletano un’espressione molto comune ancora oggi ( anche se più spesso si usa nella parte finale ” ‘a pelle”, invece di ” ‘o cuollo”). Comunque nella frase c’è un errore: “ch’a” si deve scrivere, correttamente, “ca”, congiunzione che ha tra gli altri significati quello di “che” e deriva da una corruzione della congiunzione latina “quia” usata nell’alto medioevo, oltre che nelle funzioni normali, anche per introdurre le proposizioni infinitive e a mano a mano corrottasi, in buona parte dell’Italia meridionale, in “ca”. Inoltre l’articolo “o” deve recare l’apostrofo, che indica la caduta della consonante “l”, così ” ‘o”. Anche nella frase che precede bisognava scrivere ” p’ ‘a capa”.
    Ma, insomma, si possono capire e scusare questi errorucci, trattandosi di dialetto napoletano scritto da un siciliano.
    Complimenti a Sabino Caronia per questa bella pagina di spunti fecondi.
    Pasquale Balestriere

  7. giorgio linguaglossa

    Sono circa Venti anni che Sabino Caronia mi ha promesso la scrittura di alcune cartelle critiche sulla mia poesia e sono circa Venti anni che attendo, sommessamente, che il critico si decida finalmente a mettere mano ad alcune righe di un saggio sulla mia poesia che attendo con silenzioso clamore. Ma sono tenace e ricco di fede e da Jaipur in India dove attualmente mi trovo, affermo che ho intenzione di attendere altri Venti anni in attesa di qualche riga di commento critico di Sabino Caronia sul mio volgare discorso poetico…

    In fede, Giorgio Linguaglossa

  8. antonio sagredo

    amare

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