Giacomo Leopardi IL NICHILISMO EUROPEO – IL PRIMO PENSATORE DEL NICHILISMO DELL’EUROPA NELL’ETÀ DELLA TECNICA: «Il secol superbo e sciocco», «Il nulla è negli oggetti e non nella ragione», «La ragione è acutissima, non è né incompetente né debole», «Il Nulla verissimo e certissimo delle cose». «La ginestra»

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Commento di Giorgio Linguaglossa

IL NICHILISMO EUROPEO «Il secol superbo e sciocco»

Il pensiero filosofico di Giacomo Leopardi mette a nudo la realtà dello stato di cose presente in Europa scaturito dal Congresso di Vienna (1815). Il problema intravisto dallo sguardo acutissimo di Leopardi è il fondamento minaccioso del «nulla», del «niente» che sta alla base della costruzione della civiltà europea. Questo pensiero, sconvolgente per la sua acutezza e per l’anticipo di settanta anni con il quale viene formulato prima di Nietzsche, ci fa capire la grande potenza del pensiero filosofico di Leopardi, il suo aver percepito con estrema chiarezza, in anticipo sul proprio tempo, che il presente e il futuro dell’Europa sarebbe stato il Nichilismo.  È un risultato sconvolgente quello cui giunge il pensiero di Leopardi se pensiamo che ancora oggi siamo all’interno delle determinazioni che l’età del nichilismo riserva al pensiero europeo dopo Heidegger. Il pensiero debole di Vattimo e il pensiero parmenideo di Emanuele Severino si muovono nell’orbita tracciata a suo tempo dal filosofo di Recanati. E, probabilmente, la civiltà europea dovrà anche nel futuro fare i conti con il pensiero filosofico di Leopardi, d’altronde espresso con una chiarezza e precisione lancinante.

Rispetto al pensiero dell’Illuminismo, Leopardi fa un passo indietro, ritorna al pensiero dei greci, mette a punto l’apparato categoriale che gli serve per scoprire e mettere a nudo la vera essenza della civiltà europea. «Il secol superbo e sciocco», che credeva a quell’800 romantico ed idealista, e credeva nelle «magnifiche sorti e progressive», viene irriso dal poeta di Recanati il quale si cimenta in un pensiero che riparte dal punto zero, dal pensiero di un «corpo» che si muove nel «nulla», fonda il modo di pensare ontologico della civiltà europea. Il paradiso della civiltà della tecnica è destinato all’angoscia, in quanto la logica della scienza sulla quale esso è fondato è una logica che poggia la sua costruzione su ipotesi auto evidenti, sprovviste però di fondamento nell’épisteme su una verità immutabile e definitiva. Questa suprema felicità che il paradiso della tecnica può dare all’uomo sarebbe quindi, in ultima istanza, una felicità effimera, precaria, falsa e falsificabile.

Ritratti virili, Fayum, 120-140 d.c.

«Il corpo non si può comporre di non corpi»

Scrive Giacomo Leopardi nel 1921: «Il corpo non si può comporre di non corpi, come ciò che è di ciò che non è; né da questo si può progredire a quello o viceversa… non v’è scala, gradazione, né progressione che dal materiale porti all’immateriale, come non v’è dall’esistenza al nulla. Fra questo e quello v’è uno spazio immenso, ed a varcarlo v’abbisogna il salto che da’ leibniziani giustamente si nega in natura. Queste due nature sono affatto separate e dissimili come il nulla da ciò che è». (P 1636, corsivi miei)

Per Leopardi tutti gli essenti escono dal nulla e ritornano nel nulla, in ciò seguita la tradizione del pensiero greco di Eraclito e di Stratone di Lampsaco filtrato attraverso il libro IV della Metafisica di Aristotele. Gli essenti sono «sciolti» dall’«infinito» a cui essi sono collegati in base alla volontà di esistere, che è volontà di infinito e di eterno, per cui gli essenti sono esposti, abbandonati al divenire. La Ragione per Leopardi «non è né impotente né debole», infatti essa è meravigliosamente potente e porta a compimento la verità ultima delle cose. Ma, una volta raggiunta tale potenza, ecco che l’essente è incapace a trovare una soddisfazione nella cosa: «Basta che l’uomo abbia veduto la misura di una cosa, ancorché smisurata, basta che sia giunto a conoscerne le parti o a congetturarle secondo le regole della ragione; quella cosa immediatamente gli par piccolissima, gli diviene insufficiente ed egli ne rimane scontentissimo» (P 246-47).

«La ragione è acutissima, non è né incompetente né debole»

Annota ancora Leopardi:

«Non diciamo che la ragione vede poco. In effetto la sua vista si stende quasi in infinito, ed è acutissima sopra ciascuno oggetto, ma essa vista ha questa proprietà, che lo spazio e gli oggetti le appariscono tanto più piccoli quanto ella più si stende e quanto meglio e più finalmente vede. Così ch’ella vede sempre poco, e in ultimo nulla, non perch’ella sia grossa e corta, ma perché gli oggetti e lo spazio tanto più le mancano quanto ella più n’abbraccia, e più minutamente gli scorge. Così che il poco e il nulla è negli oggetti e non nella ragione (benché gli oggetti sieno, e sieno grandi a qualunqu’altra cosa, eccetto solamente ch’alla ragione). Perciocch’ella per se può vedere assaissimo, ma in atto ella tanto meno vede quanto più vede. Vede però tutto il visibile, e in tanto in quanto esso è e può mai esser visibile a qualsivoglia vista» (P 2942-43).

Per Leopardi l’ana-lisi è il metodo che consente di vedere l’«essere delle cose», perché ogni ente è «sciolto» dal tutto, dall’infinito, dalla «grandezza» – cioè è ana-litico – e quindi è finito e, in quanto finito è esposto alle incursioni del nulla, appunto in quanto «determinato» (circoscritto, finito, definito). Mediante l’analisi la ragione vede nella materia parti sempre più piccole e tenderebbe verso il nulla, ma non le monadi leibniziane sono l’elemento ultimo dell’essere, perché affermare che l’essente ha carattere analitico significa dire che l’essente, appunto,  in quanto «sciolto», separato dall’infinito, sporge temporaneamente dal niente, e il divenire ne è la evenienza. Le più piccole parti di materia possono essere divisibili in parti sempre più piccole, ma le singole parti «saranno sempre materia». Al di là non troverete mica lo spirito, ma il nulla». (P 1635) Splendida e icastica affermazione.

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ritratto di G. Leopardi di Chiarini Vita

Per Leopardi è chiaro: «il nulla è negli oggetti e non nella ragione». E qui chiude la discussione introducendo la identità tra l’essere e il nulla, essendo l’essere quel non-niente che esce per un momento dal nulla e vi ritorna.

«Il Nulla verissimo e certissimo delle cose»

Scrive Leopardi: «chi si fissasse nella considerazione e nel sentimento continuo del nulla verissimo e certissimo delle cose… sarebbe pazzo assolutamente… e tuttavia quella sarebbe una verissima pazzia». Parole quanto mai eloquenti in quella affermazione circa la assoluta certezza: «il nulla verissimo e certissimo delle cose» che non lascia scampo al pensiero che voglia tenere fermo il principio, il punto nevralgico del suo pensiero ontologico, secondo cui il «nulla è negli oggetti e non nella ragione», «la sola cosa ragionevolissima e verissima» (ibid.) che conferma il principio assoluto di non contraddizione di aristotelica memoria, «contraddizione evidentissima e formalissima» secondo cui la contraddizione non può stare in natura ma si trova nell’ente, nell’uomo, il quale possiede la «ragione» la quale è in contrasto con la «natura». Per cui la ragione, se si spingesse al massimo grado nella investigazione della natura, vedrebbe il minimo, cioè il nulla appena dietro la più piccola parte di essere. La «ragione» per Leopardi «vede tutto il visibile, e in tanto in quanto esso è e o può mai esser visibile a qualsivoglia vista». Cioè la «ragione» è la vista di tutti e di ognuno, essa vede ciò che può essere comprovato dalla vista di tutti. Ma il paradosso è qui, che la capacità di vedere della ragione è tanto più forte quanto più indebolisce il proprio contenuto e chi la possiede.

La «tendenza» dell’età presente verso la ragione

La «tendenza» dell’età presente verso la ragione significa la tendenza verso la «distruzione» e l’«inazione», verso la potenza della tecnica e delle «macchine al cielo emulatrici» (Palinodia), dell’assetto sociale delle moderne società basate sul calcolo e sul pensiero razionale-matematico. Ma la potenza della tecnica è destinata a fallire in quanto la nullità dell’essente annienta la volontà di agire. «E l’azione presente non può essere se non effimera e finirà nell’inazione, come per sua natura è sempre finito ogni impulso, ogni cangiamento operato nelle nazioni da principio e sorgente filosofica, cioè da principio di ragione e non di natura inerente e sostanzialmente e primordialmente all’uomo». (P 522, 18 gennaio 1821)

«Appuramenti, … circoscrizioni, … esattezze, … strettezze, … sottigliezze, … dialettiche, … matematiche non sono in natura e non devono entrare nella considerazione dell’ordine naturale, perché la natura effettivamente non le ha seguite» (P 582).

Elio-Germano-Giacomo-Leopardi

Elio Germano interpreta Leopardi nel film “Il giovane favoloso”

*

La Ginestra o il fiore del deserto

Canzone composta nel 1836 presso la Villa Ferrigni (ora rinominata Villa della Ginestra, e situata lungo il cosiddetto “miglio d’oro”, un tratto di strada celebre per le bellezze storico-paesaggistiche e per le splendide ville d’età settecentesca) di Torre del Greco, La ginestra o il fiore del deserto viene pubblicata per la prima volta nell’edizione napoletana dei Canti curata da Antonio Ranieri (1845). Il componimento, che si apre con una citazione dal Vangelo di Giovanni, è considerato il testamento poetico di Leopardi, che, osservando una ginestra sulle pendici del Vesuvio, riflette sulla condizione umana e sulla Natura.

 Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἂνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς.                                               E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce».
(Giovanni, III, 19)

vesuvio

Cono del Vesuvio

La ginestra o il fiore del deserto

Qui su l’arida schiena
del formidabil monte
sterminator Vesevo,
la qual null’altro allegra arbor né fiore,
tuoi cespi solitari intorno spargi,
odorata ginestra,
contenta dei deserti. Anco ti vidi
de’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
che cingon la cittade
la qual fu donna de’ mortali un tempo,
e del perduto impero
par che col grave e taciturno aspetto
faccian fede e ricordo al passeggero.

Or ti riveggo in questo suol, di tristi
lochi e dal mondo abbandonati amante,
e d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
di ceneri infeconde, e ricoperti
dell’impietrata lava,
che sotto i passi al peregrin risona;
dove s’annida e si contorce al sole
la serpe, e dove al noto
cavernoso covil torna il coniglio;
fur liete ville e colti,
e biondeggiàr di spiche, e risonaro
di muggito d’armenti;
fur giardini e palagi,
agli ozi de’ potenti
gradito ospizio; e fur città famose
che coi torrenti suoi l’altero monte
dall’ignea bocca fulminando oppresse
con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
una ruina involve,
dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
i danni altrui commiserando, al cielo
di dolcissimo odor mandi un profumo,
che il deserto consola. A queste piagge
venga colui che d’esaltar con lode
il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
è il gener nostro in cura
all’amante natura. E la possanza
qui con giusta misura
anco estimar potrà dell’uman seme,
cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
con lieve moto in un momento annulla
in parte, e può con moti
poco men lievi ancor subitamente
annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
son dell’umana gente
le magnifiche sorti e progressive .

Qui mira e qui ti specchia,
secol superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanti
abbandonasti, e volti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e procedere il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
di cui lor sorte rea padre ti fece,
vanno adulando, ancora
ch’a ludibrio talora
t’abbian fra sé. Non io
con tal vergogna scenderò sotterra;
ma il disprezzo piuttosto che si serra
di te nel petto mio,
mostrato avrò quanto si possa aperto:
ben ch’io sappia che obblio
preme chi troppo all’età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
vuoi di novo il pensiero,
sol per cui risorgemmo
della barbarie in parte, e per cui solo
si cresce in civiltà, che sola in meglio
guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
dell’aspra sorte e del depresso loco
che natura ci diè. Per questo il tergo
vigliaccamente rivolgesti al lume
che il fe’ palese: e, fuggitivo, appelli
vil chi lui segue, e solo
magnanimo colui
che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
Uom di povero stato e membra inferme
che sia dell’alma generoso ed alto,
non chiama sé né stima
ricco d’or né gagliardo,
e di splendida vita o di valente
persona infra la gente
non fa risibil mostra;
ma sé di forza e di tesor mendico
lascia parer senza vergogna, e noma
parlando, apertamente, e di sue cose
fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
non credo io già, ma stolto,
quel che nato a perir, nutrito in pene,
dice, a goder son fatto,
e di fetido orgoglio
empie le carte, eccelsi fati e nove
felicità, quali il ciel tutto ignora,

non pur quest’orbe, promettendo in terra
a popoli che un’onda
di mar commosso, un fiato
d’aura maligna, un sotterraneo crollo
distrugge sì, che avanza
a gran pena di lor la rimembranza.

Nobil natura è quella
che a sollevar s’ardisce
gi occhi mortali incontra
al comun fato, e che con franca lingua,
nulla al ver detraendo,
confessa il mal che ci fu dato in sorte,
e il basso stato e frale;
quella che grande e forte
mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire
fraterne, ancor più gravi
d’ogni altro danno, accresce
alle miserie sue, l’uomo incolpando
del suo dolor, ma dà la colpa a quella
che veramente è rea, che de’ mortali
madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
congiunta esser pensando,
siccome è il vero, ed ordinata in pria
l’umana compagnia,
tutti fra sé confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita
negli alterni perigli e nelle angosce
della guerra comune. Ed alle offese
dell’uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
stolto crede così qual fora in campo
cinto d’oste contraria, in sul più vivo
incalzar degli assalti,
gl’inimici obbliando, acerbe gare
imprender con gli amici,
e sparger fuga e fulminar col brando
infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
quando fien, come fur, palesi al volgo,
e quell’orror che primo
contra l’empia natura
strinse i mortali in social catena,
fia ricondotto in parte
da verace saper, l’onesto e il retto
conversar cittadino,
e giustizia e pietade, altra radice
avranno allor che non superbe fole,
ove fondata probità del volgo
così star suole in piede
quale star può quel ch’ha in error la sede.

Onto Linguaglossa tristeGiorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Georg Trakl. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma, Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto. Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio PilatoMimesis, Milano Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 – 2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e Three Stills in the Frame Selected poems (1986-2014) Chelsea Editions, New York. Nel 2016 esce il romanzo 248 giorni Ed. Achille e la Tartaruga; sempre nello stesso anno cura l’Antologia di poesia Come è finita la guerra di Troia non ricordo (Roma, Progetto Cultura); nel 2017 pubblica la monografia critica sulla poesia di Alfredo de Palchi, La poesia di Alfredo de Palchi (Progetto Cultura)  Ha fondato il blog lombradelleparole.wordpress.com  – Il suo sito personale è: http://www.giorgiolinguaglossa.com

e-mail: glinguaglossa@gmail.com

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50 commenti

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50 risposte a “Giacomo Leopardi IL NICHILISMO EUROPEO – IL PRIMO PENSATORE DEL NICHILISMO DELL’EUROPA NELL’ETÀ DELLA TECNICA: «Il secol superbo e sciocco», «Il nulla è negli oggetti e non nella ragione», «La ragione è acutissima, non è né incompetente né debole», «Il Nulla verissimo e certissimo delle cose». «La ginestra»

  1. A cura di Luca Ghirimoldi , Alessandro Cane .
    Questo è il link in internet:
    http://www.oilproject.org/lezione/leopardi-la-ginestra-parafrasi-pessimismo-leopardiano-3662.html.
    *
    “Canzone composta nel 1836 presso la Villa Ferrigni (ora rinominata Villa della Ginestra, e situata lungo il cosiddetto “miglio d’oro”, un tratto di strada celebre per le bellezze storico-paesaggistiche e per le splendide ville d’età settecentesca) di Torre del Greco, La ginestra o il fiore del deserto viene pubblicata per la prima volta nell’edizione napoletana dei Canti curata da Antonio Ranieri (1845). Il componimento, che si apre con una citazione dal Vangelo di Giovanni, è considerato il testamento poetico di Leopardi, che, osservando una ginestra sulle pendici del Vesuvio, riflette sulla condizione umana e sulla Natura.”
    *
    Metro: Canzone di strofe libere, con presenza di rime al mezzo.
    *
    Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι µᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς
    E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.
    (Giovanni, III, 19)
    *****
    A cura di Giorgio Linguaglossa:
    “Canzone composta nel 1836 presso la Villa Ferrigni (ora rinominata Villa della Ginestra, e situata lungo il cosiddetto “miglio d’oro”, un tratto di strada celebre per le bellezze storico-paesaggistiche e per le splendide ville d’età settecentesca) di Torre del Greco, La ginestra o il fiore del deserto viene pubblicata per la prima volta nell’edizione napoletana dei Canti curata da Antonio Ranieri (1845). Il componimento, che si apre con una citazione dal Vangelo di Giovanni, è considerato il testamento poetico di Leopardi, che, osservando una ginestra sulle pendici del Vesuvio, riflette sulla condizione umana e sulla Natura.”
    Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἂνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς. E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce».
    (Giovanni, III, 19)

    *****
    prof.ssa Giorgina Busca Gernetti

  2. Alba S.

    seguo da qualche tempo questo blog e anche oggi non si smentisce sulla qualità dell’articolo proposto. sono un po’ dispiaciuta che la prof.ssa Giorgina Busca Gernetti sia intervenuta in questo modo, invece che con uno dei suoi magistrali commenti come altri che ho letto, su una figura come quella di Leopardi… forse sarebbe stato più utile usare questo spazio per insegnare \ imparare. Comunque complimenti a tutti, vi seguo.

    Alba (scusate se non sono brava a commentare, ma è laprima volta chefaccio una cosa simile)

    • Gentile Alba S.
      mi piangeva il cuore mentre scrivevo ciò che ha letto, invece di stilare un commento serio sul mio amatissimo Giacomo Leopardi che, senza volermi vantare, è uno dei miei “pezzi forti” in tanti anni di studi e d’insegnamento proprio della Letteratura Italiana.
      Dopo aver letto tutto con molto interesse e altrettanta attenzione, poiché ho notato alcuni refusi nel testo della canzone “La Ginestra” (inevitabile dopo 30 anni d’insegnamento e altro), ho controllato il testo in internet per avere già digitalizzato ciò che invece, usando i miei innumerevoli testi cartacei di Leopardi, avrei dovuto trascrivere con il rischio di altri refusi poiché sono una pessima dattilografa.
      Purtroppo ho visto ciò che ho “copincollato”.
      Avevo avvisato del refuso (chiamiamolo così) l’Amministratore supplente ma purtroppo non sono stata letta.
      Per rispetto a Giacomo Leopardi ho fatto ciò che a lei giustamente dispiace. A me spiace ancora di più, ma per il mio adorato Giacomo.
      Saluti

      Giorgina Busca Gernetti

      P.S.- Da questo blog sono stata in un certo senso esclusa con il blocco del Gravatar per impedirmi di scrivere e pubblicare. Mi è stato riabilitato dall’Amministratore supplente. Che vuole di più?

      • Alba S.

        grazie professoressa per i saluti che ricambio e mi dispiace per quanto successo. anche se non sono pratica di queste cose, dico grazie per quello che avrebbe voluto comunque scrivere su Leopardi.
        il computer dove sto scrivendo ora è di mia figlia (che mi sta aiutando a capire un poco come funziona il blog) che domani tornerà al suo lavoro, in un’altra città e quindi le auguro cose belle e tanta serenità.
        un saluto a tutti e grazie per lacompagnia quotidiana.
        Alba.

        • Grazie a lei per la cortesia che ormai è rara in questi tempi imbarbariti.
          E’ vero: ho già tutto nella mente e nell’animo quello che potrei (avrei potuto) scrivere sul Leopardi, in particolare sull’ultimo Leopardi compositore de “La ginestra”.
          Ma, come ho detto prima, qui non vale più la pena di nulla, dopo il linciaggio subito ingiustamente.

          Giorgina BG,

  3. gabriele fratini

    Il fatto che il pensiero di Leopardi nascesse quasi tutto dai libri e pochissimo dalla vita, ché di vita vissuta ne ebbe poca e tardiva, lo ha molto penalizzato come poeta e ancor più come filosofo. L’estremo intellettualismo delle sue poesie seppure geniali lo pone a mio parere un po’ distante dai grandi poeti europei della sua epoca, penso a Keats, Goethe, Holderlin, Shelley, Puskin… e altri, più veri, più vivi, più audaci, più fantasiosi… Il suo pensiero filosofico è sì per certi versi all’avanguardia ma troppo confuso e grezzo per reggere il confronto con Shopenhauer e Nietzsche. Lo Zibaldone resta un diario per addetti ai lavori, per larghi tratti illeggibile. Sinceramente Il mondo come volontà e rappresentazione è un’altra cosa, tra i libri più belli che abbia mai letto, un capolavoro di argomentazione e sviluppo delle idee che lo ha reso un classico del pensiero. Leopardi non ha mai scritto niente del genere, forse lo ha pensato, ma non è riuscito a modellarlo. Più lo leggo e più Leopardi mi appare un fenomeno italiano, tutto nostro, poco esportabile e poco internazionale; ma siccome sono italiano mi va bene anche così, e traggo piacere nel leggerlo.
    Un saluto.

    • Giuseppe Panetta

      Fratini, hai cambiato indirizzo e-mail? com’è che non riesco a mandarti posta? Sorry per questa interferenza, strettamente personale… i titolari e i supplenti mi scuseranno (ho commentato la proposta).

    • Non sono convinta che il pensiero, o meglio la visione leopardiana dell’esistenza, sia un fatto di derivazione esclusivamente libresca, o comunque, precipuamente culturale .Ritengo anzi che fu proprio il tenore della sua esperienza complessiva e della sua vita vissuta a gettare le basi di quella che, in senso lato, possiamo chiamare la sua filosofia. Dire che Leopardi di vita vissuta ne ebbe poca e tardiva, non mi pare accettabile, poiché la vita si alimenta anche di fatti all’apparenza minimi, ma profondamente interiorizzati e intensamente rielaborati e vissuti.
      Se dovessimo definire, da un punto di vista medico,la condizione fisica, ma soprattutto psichica e mentale, nella quale Leopardi viveva i suoi giorni, non saremmo molto lontani dal vero se ci trovassimo a dire che la grande sofferenza che, in qualche modo, plasmò la sua vita e il suo pensiero, fu una forte, poi cronica, depressione. Malattia fin troppo frequente ai nostri giorni, ma nella realtà di allora sottostimata, o meglio sconosciuta del tutto. E’ stata, a mio avviso, tale malattia che, attingendo e complicandosi con le altre esperienze del poeta, ( mi riferisco è ovvio, all’intero vissuto, al vastissimo orizzonte culturale, aperto da studi tenacemente, ossessivamente perseguiti, alla tendenza all’introspezione e all’auscultazione di sé, ai suoi non sempre facili rapporti con i familiari e con l’ambiente recanatese ecc.) a far maturare quella concezione articolata e complessa della realtà che ritroviamo poi nelle sue opere. Concezione che è, poi,elemento essenziale alla poesia stessa perché ad essa forniva quel fondamento che rimane sua condizione inalienabile: la sua universalità, Il fatto che essa ponesse le sue radici su un sentimento (teorizzato in pessimismo cosmico) che accomunava tutti i mortali e idealmente si protendeva ad abbracciare l’intera condizione esistenziale.. ,

      • gabriele fratini

        Erano tempi in cui gli altri grandi poeti facevano viaggi per l’Europa, intercontinentali, rivoluzioni nazionali, Grand Tour… salotti letterari, scambi epistolari, discussioni epocali… non c’era internet l’istruzione tutta bibliotecaria era molto limitata e limitante.

        • E’ vero tutto questo, ma Leopardi soffrì enormemente dei limiti che gli imponeva la realtà recanatese e quelli di una cultura retriva, arroccata su posizioni culturali per nulla innovative quale era quella dello Stato Pontificio di allora. Tanto è vero che il soggiorno a Milano, il lavoro per l’Editore Stella e l’incontro, a Firenze, col mondo culturale che gravitava intorno al Viesseux e alla rivista “Antologia” fu uno dei periodi più fortunati e alacri della sua esistenza. In poche altre occasioni Leopardi ebbe a provare l’ebbrezza e la pienezza di un vivere nella consapevolezza di esserne l’artefice. Molte occasioni mancarono alla sua vita o andarono fallite per problemi di salute per i quali non possiamo attribuire colpe. E poi, ammesso che si possano ascrivere a difetto della volontà, mi trovo ancora a suggerire l’idea che la sua volontà era minata in partenza dal male di cui ho già detto. Una volontà che aveva in sé delle forti contraddizioni. Ma il desidero di uscire fuori da quel mondo angusto-,quello di Recanati e della cultura poco aperta al nuovo che lo contraddistingueva- e che lo faceva sentire quasi prigioniero di una realtà asfittica, di fronte alle immense possibilità del suo spirito, e dello spirito umano, era assimilabile alla stessa barriera e insormontabilità che rinserra ogni limite umano nei confronti di ciò che è infinito, illimitato. Sintomo di una condizione più generale, per cui, pur essendo stato educato -o essendosi educato- a una cultura di matrice prevalentemente illuministica, egli va oltre, scavalca il limite di tale educazione e da sé approda ad una conoscenza che, in sé, ha i fermenti del nuovo, i semi di quella cultura nata nel nord dell’Europa e che egli, concettualmente, mostrava di non condividere. Tutto questo si era prodotto, in lui, senza i viaggi formativi o educativo-sentimentali che altri grandi autori si regalarono a quei tempi, e senza la partecipazione a salotti letterari, salvo rare occasioni, e che ebbero spesso l’esito -per lui- di una sconfitta, come fu nell’esperienza romana del del ’22.

          • gabriele fratini

            …una “cultura retriva?” A me sembrano tutte scuse abbia pazienza. E’ nato a Recanati non in Amazzonia. Era periferia, tanti autori nascono in periferia. Anche sull’arretratezza dello Stato Pontificio c’è un po’ di verità e molta mitologia. Non è che la Francia della restaurazione fosse molto più avanzata, o l’Inghilterra dei poeti romantici. Semplicemente mi sembra un poeta piuttosto chiuso alla vita e aperto solo ai libri. Buona serata.

        • Per fare il Grand Tour ci volevano soldi, e molti, allora come ora e Giacomino non aveva il becco d’un quattrino, grazie alla spilorceria dei suoi familiari. Per sopravvivere si è sempre dovuto affidare alla generosità degli amici.
          Quanto all’istruzione bibliotecaria limitata e limitante…. direi che ha funzionato per secoli e secoli e se è vero che internet facilita moltissimo le cose, non è che oggi la cultura, quella vera, sia più diffusa o più profonda o amipoa che in passato.

  4. ubaldoderobertis

    Agli inizi dello scorso dicembre in:
    http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/813-Roberto-Bertoldo-tradotto-da-Valerie-Brantome.html#comments
    scambiai un qualche discorso con Roberto Bertoldo a proposito di Leopardi. La sua argomentazione, in attesa che intenda intervenire direttamente su l’Ombra, penso possa essere interessante anche in questo contesto.
    -de Robertis:
    Vorrei chiedere a Roberto Bertoldo se è possibile che un bravo poeta non sia anche un po’ filosofo. Dico un po’ filosofo, non certo al livello dello stesso Bertoldo che è riuscito a teorizzare il nullismo, a definire la differenza tra il niente e il nulla (il niente è l’Essere, la materia che in campo scientifico ci affanniamo a svelare in maniera sempre più approfondita). Nella sua idea il nullismo, se ho ben capito, è un risposta coraggiosa al nulla. E’ sua la distinzione del postmoderno in forte e debole; quello forte è il nullismo, quello debole è il decadentismo nel quale in molti si sono a lungo crogiolati. Roberto Bertoldo è un poeta con il quale condivido l’amore per Leopardi, grande esempio di poeta filosofo. Mi fanno ridere coloro che pensano di separare nel recanatese, mio corregionale, il poeta dal filosofo, lui che per primo, in età moderna, ha demolito il confine posticcio tra filosofia e arte poetica.
    Bertoldo:
    Circa la domanda che lei mi pone, non posso che confermare quanto dice: non è possibile separare il Leopardi poeta dal Leopardi filosofo o, e preferisco, pensatore, forse il più vario, tra quelli noti, che l’Italia abbia avuto. Effettivamente su questo nesso “grande poeta – grande filosofo” Leopardi è chiaro. C’è da dire che Leopardi è prima filologo, poi pensatore e infine poeta, e nella sua poesia ciò si sente. Io, che non sono un filosofo ossia uno storico della filosofia ma semplicemente uno che mette su carta le proprie riflessioni cercando di ordinarle sistematicamente e di confrontarsi successivamente col pensiero dei filosofi di nome e di fatto, ho invece iniziato come scrittore in versi e per poter scrivere in prosa, spero letteraria, ho dovuto fare molta gavetta, la stessa che mi pare di ravvisare nelle titubanze leopardiane riguardo la poesia. Quindi la grandezza della poesia leopardiana deriva proprio dalla profondità del suo pensiero, mentre la mia poesia, a differenza di quanto pensino coloro che hanno letto almeno uno dei miei saggi, è completamente avulsa dalla mia cosiddetta filosofia. Leopardi, tra l’altro, è, se non il teorico consapevole, il padre spirituale del nullismo che ha, tra i principali inconsapevoli seguaci, proprio un autore francese, Albert Camus, del quale sono uno dei tanti ammiratori.

    Ubaldo de Robertis

  5. Giuseppe Panetta

    La prima volta che lessi “A Se Stesso”, ero ancora un ragazzetto, rimasi folgorato.:”Perì l’inganno estremo, ch’eterno io mi credei…”; “e fango è il mondo…”; il brutto poter, che ascoso…”.
    Pensatore grande il Nostro, capace di stare a cospetto dei nordici suoi contemporanei, perché non solo vero, ma capace di rivelare il profondo pessimismo e nichilismo che orienterà gran parte della letteratura del novecento.
    E’ pur vero, però, che leggendo altri testi dello Stesso,quelli meno conosciuti, provo profonda noia. Tranne che per lo Zibaldone, proprio per la sua, apparente, illeggibilità, che racchiude annotazioni di varia misura e d’ispirazione.

  6. Pasquale Balestriere

    Diciamolo chiaro e forte, una volta per tutte: Leopardi non era un filosofo, non -almeno- nel senso che normalmente (o comunemente o tradizionalmente) si dà al termine, perché il Recanatese non ha costruito un vero e solido sistema filosofico, manifestandosi ancora oggi sostanzialmente frammentaria la sua riflessione sull’uomo e sulla vita (sebbene sia internamente tenuta da un filo tenace); ed anche perché si è interrogato su questioni (come quelle esistenziali, del tipo “chi sono”, “perché vivo”) alle quali un vero filosofo non potrà mai (o si rifiuterà di) dare risposte, in quanto irreperibili nel mondo fisico e razionale; e soprattutto perché il suo pensiero partiva da un profondo pessimismo di base, cioè da una visione negativa della vita che si era radicata in lui prima ancora della cosiddetta “conversione filosofica”, ossia prima di cominciare a sviluppare veramente il suo percorso “filosofico” che, pertanto, risultava condizionato negli esiti da quel peccato originale. Perciò poco conta che alcuni critici e qualche esperto di filosofia si ostinino a considerare Leopardi come un vero filosofo. E conta ancora meno che la poetessa Patrizia Valduga, con motivazioni davvero puerili e risibili, tenti di stroncare Leopardi come poeta, ipervalutandolo poi come filosofo. Ogni epoca, si sa, è costretta a patire strampalati revisionismi. La nostra ancora di più. Per me Leopardi è senz’altro un acutissimo pensatore, che ha avuto feconde intuizioni, ma non un vero filosofo. Egli è -innanzitutto e soprattutto- un immenso poeta.
    Pasquale Balestriere

  7. Innanzitutto complimenti a Giorgio Linguaglossa(e a tutti i collaboratori del blog) per aver riproposto un testo /cardine della nostra letteratura(nell’accezione più ampia della parola):Credo che Leopardi, come tutti i grandissimi, sia andato “oltre”; che si collochi in quelle plaghe altissime dell’umana intelligenza alle quali bisogna accostarsi con umiltà e amore,gratitudine per averci lasciato il dono della conoscenza..Come Omero, come Dante,come gli Evangelisti.

  8. gino rago

    Dal discorso di Pietro Giordani a P. Colletta e a G.B. Niccolini: “(…) Allora quel suo canto (non mai prima udito) raccoglieva quasi a rassegna e lamentava le misere condizioni de’ mortali; delle quali ora si è rivolto a investigare negli occulti della umana e della universale natura le origini; le quali or l’audacia or la timidezza delle volgari immaginazioni o nascondeva o di falsissimi colori copriva; e le rinviene tremende e immutabili.
    Non ha preso filosofia diversa da quella che seguitò poetando; ma le ha stracciato di dosso quel vestito di porpora e d’oro che le aveva prestato…”
    Eziandio questa volta il Linguaglossa ha colto il centro.
    Gino Rago

  9. Forse qui si è dimenticato che i filosofi presocratici, o Lucrezio, immenso filosofo e poeta, scrivevano in versi. Ma prima dei Greci, i filosofi indiani scrivevano in purissimi e poeticissimi versi, vedi i grandi testi sanscriti. Per quanto nel pensiero indiano non esista un termine di cui “filosofo” sia il corrispettivo, si parla di dārśanika, cioè un esperto in una o più darśana, vale a dire un sistema teorico e interpretativo risultato di indagine, punto di vista, analisi ecc. insomma, quella che per noi è un sistema filosofico.
    Leopardi aveva una conoscenza quasi prodigiosa della filosofia (e lingua) greca e latina, della tradizione sanscrita che leggeva in originale, era un filologo senza pari, oltre ad avere una formazione scientifica come pochi al suo tempo e un’ottima conoscenza della letteratura romantica. E aveva ben chiaro il polso della Natura e della natura umana.

    Che poi il pensiero di Leopardi nascesse quasi tutto dai libri e pochissimo dalla vita è uno di quei luoghi comuni diffusi ostinatamente nelle aule scolastiche duri a morire. Non c’è bisogno di folleggiare in giro per fare esperienza della vita, come parrebbe credere Fratini, che ripete il luogo comune che L. aveva una conoscenza libresca della vita, ma per il resto poca e tardiva!
    Prima di tutto la vita non la si conosce altro che vivendola; dovunque la si viva, comunque la si viva. Non si tratta di quali o quante esperienze si facciano, di quali o quanti rapporti si abbiano, ma di COME si reagisce a quei rapporti e a quelle esperienze, di COME si elaborino le emozioni che ne nascono, di quali cose si comprendano attraverso quelle esperienze. E’ questo che fa la conoscenza. E fin dagli inizi le esperienze di Leopardi sono state intensissime e feroci, ma anche di grande tenerezza e persino passione, sia all’interno della famiglia, sia con i suoi concittadini.
    C’è chi conduce una vita intensissima, frenetica e non capisce nulla, non elabora nulla, perché magari proprio l’accumulo compulsivo di esperienze nasconde il terrore di confrontarsi con la parte più profonda di sé. Cosa che Leopardi non ha mai temuto di fare.
    A differenza di quanto si crede, o nelle aule scolastiche si ama raccontare, Leopardi ha avuto esperienze – diciamo così – fisiche. Con prostitute, certo, ma le ha avute. Il suo infelice aspetto fisico, che quel pedofilo di Tommaseo insultava volgarmente e vergognosamente non sapendo come altro attaccarlo e umiliarlo, unito alle sue difficoltà economiche, non attirava certo l’amore delle donne per le quali nutriva passioni travolgenti (dunque viveva eccome), eppure De Sanctis, che lo conobbe da studente a Napoli, lo descrive con occhi bellissimi, di una dolcezza straordinaria e una presenza affascinante.
    E Leopardi sarà pure stato un pessimista a oltranza, ma il senso dell’ironia acutissima e taglientissima che aveva, che molti hanno descritto e che si trova ovunque nelle Operette, è travolgente.
    Non ricordo in che punto dello Zibaldone descrive in modo tale da provocare davvero il riso, il modo ridicolo in cui molti poeti leggono le proprie opere. E quanto spesso l’ho pensato sentendo anche oggi certi auto-leggersi.

    Poi c’è da dire che il pensiero di Leopardi, NON la poetica, proprio il pensiero, costituisce un sistema filosofico coerente e presente fin dall’inizio nelle sue opere, anche quelle giovanili in prosa, ma pervasivamente nei Canti, nelle Operette Morali e nello Zibaldone.
    Mi meraviglia come Pasquale Balestriere possa dire:
    !Leopardi non era un filosofo, non -almeno- nel senso che normalmente (o comunemente o tradizionalmente) si dà al termine, perché il Recanatese non ha costruito un vero e solido sistema filosofico, manifestandosi ancora oggi sostanzialmente frammentaria la sua riflessione sull’uomo e sulla vita (sebbene sia internamente tenuta da un filo tenace); ed anche perché si è interrogato su questioni (come quelle esistenziali, del tipo “chi sono”, “perché vivo”) alle quali un vero filosofo non potrà mai (o si rifiuterà di) dare risposte, in quanto irreperibili nel mondo fisico e razionale”

    Non so, qual sarebbe il senso che “normalmente” si dà al termine? Ma davvero la sua riflessione sull’uomo e sulla vita è frammentaria? Come? Balestriere, però sembri poi contraddirti subito dopo affermando che “internamente è tenuta da un filo tenace”. E’ evidente tutto l’opposto. Leopardi pone a fondamento di tutto il suo pensiero filosofico la questione del male e vede nel filosofare, come avviene negli Stoici, in Epicuro e Pascal, quella pratica, quell’esercizio che possa guarire dalle passioni che causano sofferenza.
    Perché, forse dovremmo ricordarcelo, la filosofia – quella vera – è pratica. Praticare l’esercizio del pensiero. Quello è Φιλοσοφείν. E non è vuota attività mentale, ma ha uno scopo proprio pratico: quello di porre questioni e cercare – se possibile – delle risposte. Ché quello è un sistema filosofico: un dare struttura al reale di cui si fa esperienza.
    Non a caso Leopardi è stato il primo in assoluto, dopo molti secoli, a ridare ad Epicuro la sua statura di gigante. Il primo, dopo secoli, a capirlo davvero. Perché Leopardi è proprio un epicureo. Guarda la sua “teoria del piacere”, come occupa buona parte del suo pensiero.
    E poi quando mai la filosofia non si è interrogata proprio sulle questioni esistenziali, che sono il cuore stesso della riflessione filosofica. La questione dell’ “essere” è al centro di tutta la filosofia moderna e contemporanea. E poi tutti i sistemi filosofici, pur nascendo tutti dal dubbio, dalla domanda, dalla ricerca, invece cercano di trovare risposte. Se così non fosse, dovremmo buttare a mare tutta la filosofia greca, presocratica e post, quella neoplatonica, tutta la filosofia medievale, rinascimentale, seicentesca, illuminista, e dall’800 all’esistenzialismo ecc.
    Ogni sistema filosofico è un sistema del mondo. E tale è anche quello leopardiano.
    E comunque lui stesso si definisce CON DECISIONE filosofo. Dice nello Zibaldone:
    “La mia filosofia non solo non è conducente alla misantropia, come può parere a chi la guarda superficialmente e come molti l’accusano; ma di sua natura esclude la misantropia, di sua natura tende a sanare, a spegnere quel mal umore, quell’odio, non sistematico, ma pur vero odio, che tanti e tanti, i quali non sono filosofi, e non vorrebbero esser chiamati né creduti misantropi, portano però cordialmente a’ loro simili, sia abitualmente, sia in occasioni particolari, a causa del male che, giustamente o ingiustamente, essi come tutti gli altri, ricevono dagli altri uomini. La mia filosofia fa rea d’ogni cosa la natura, e discolpando gli uomini totalmente, rivolge l’odio, o se non altro il lamento, a principio più alto, all’origine vera de’ mali de’ viventi ec. ec.”.

    Ma c’è un aspetto che fa di Leopardi un unicum nella storia del pensiero e della poesia del suo tempo, ma soprattutto un assoluto isolato nell’Italia frammentata e provinciale in cui viveva, del tutto diverso, molto poco italiano : Leopardi era un antico filosofo greco piombato intatto dal passato (non diversamente dai Greci considerava la filosofia) e che osservava i suoi contemporanei con quasi distaccata curiosità e forse sgomento. Quell’isolamento che per metà della sua vita lo aveva tenuto lontano dalle beghe e dalle conventicole letterarie – tanto che quando finalmente ebbe l’opportunità di accedere ai salotti romani ne rimase nauseato – fu proprio quello che gli permise di guardare “dall’esterno”, di sviluppare un pensiero e di percorrere delle vie diverse da tutti gli altri.
    Anticipando – come perfettamente descrive Giorgio in questo acutissimo e dotto articolo – il 900 e l’oggi. Come nessuno.
    Basterebbe da solo il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani (lo stato presente è tutt’ora presente!) per definirlo uno dei maggiori pensatori, anche europei.

    Un’altra affermazione che ho trovato bizzarra (per non dire assurda) è che Leopardi sia fenomeno tutto italiano e poco esportabile! Magari sarebbe il caso di verificare, prima di scrivere certe cose.
    Leopardi fu uno dei pensatori che più influenzarono Schopenhauer. Già nel 1837 viene fatta una prima traduzione dei Canti in tedesco, cui seguono altre. Lo conosceva e lo citava Nietzsche. Traduzioni in spagnolo agli inizi del 900. Prime traduzioni in inglese a partire dagli anni ’20 del 900, cui ne sono seguite moltissime altre, molte negli USA, dove oggi c’è un crescente interesse nei suoi confronti, sia come poeta che come filosofo, fino alla recente traduzione dello Zibaldone fatta da Tim Parks.
    Tradotto in francese fin dal 1887, con un numero enorme di studi in Francia e la traduzione quasi completa delle opere, persino da parte di Yves Bonnefoy,
    Roberto Bolaño cita ampiamente il “Canto notturno di un pastore errante nell’Asia” in un suo romanzo, Samuel Beckett ne parla diffusamente nel suo saggio su Proust.
    Dunque….
    Ecco, mi scuso veramente per la lunghezza di questo testo, ma mi premeva precisare alcune cose che mi sono sembrate frutto di una certa confusione o disinformazione.
    Splendido l’intervento di Ubaldo De Robertis, che ha perfettamente colto nel segno, essendo poeta e scienziato sa che nel sapere non esistono settori separati.
    Certo, se si considera la poesia come sfogo del proprio piccolo io e non come uno degli strumenti più alti della capacità di leggere e interpretare il mondo, magari non si capisce come un grandissimo poeta possa essere anche filosofo. Cioè usi la poesia come mezzo di conoscenza.
    Se Leopardi era malato, infelice, sfortunato con le donne, bruttino, di difficile carattere ecc. ha avuto il genio, la grandezza eroica di trascendere la dimensione personale e di farne uno strumento per giungere all’universale. Che è quello che fa la grande, la grandissima poesia.
    E, ovviamente, un grazie a Giorgio per questa importante riflessione.
    .

    • Il gentile Ubaldo De Robertis mi invita all’intervento e lo ringrazio, anche se poco posso aggiungere alla bellissima riflessione di Francesca Diano, della quale ammiro sempre la precisione e al contempo profondità, anche psicologica – ma dovrei dire: emotiva –, degli interventi.
      Dico quindi solo che Leopardi non è propriamente un nichilista. Dimostrai questa affermazione nel 1998 nel capitolo di un saggio, riedito nel 2011, che era comunque interamente pervaso dall’insegnamento leopardiano. Non lo è perché è sí nichilista ontologico, seppure in modo originalissimo, e nichilista ontico, ma non è nichilista assiologico, perché vede nella vita e nell’azione solidale il senso, senza scopo trascendente, degli esseri viventi. Aggiungo che senz’altro Leopardi non è un filosofo sistematico, tra l’altro non è nemico giurato della contraddizione, che rileva con chiarezza e anche inciampa a volte in essa, ma ci sono tantissime riflessioni profonde nelle sue opere e c’è una grande proposta umanitaria nella sua visione del mondo. Dunque Leopardi è all’avanguardia come pensatore, perché va oltre il nichilismo, e come esteta, perché supera lo scoglio della forma “bella”. Ed è un fustigatore dei costumi senza pari.

      • Grazie Roberto del tuo generoso apprezzamento, che ricambio moltiplicato. Quanto alle tue osservazioni sulla contraddizione, mi fanno ricordare una dichiarazione di Baudelaire che ho sempre considerata di folgorante verità: “mi contraddico? Ebbene, mi contraddico.”
        Dichiarazione sottilissima fra l’altro, per tutte le implicazioni logiche (principio di non contraddizione in primis) che sottende.

        • Alessio

          “Mi contraddico? Ebbene sì. Mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini” (Walt Whitman)

          • Ops, sì, hai ragione Alessio! Walt Whitman! mio refuso, ho fatto confusione, perché sto lavorando su testi di Baudelaire e ho sempre lui in testa in questi giorni! Whitman mi perdoni!

            • Alessio

              “Del resto, non diceva Baudelaire: “Mi contraddico? Ebbene, mi contraddico.” ?
              .
              https://emiliashop.wordpress.com/2014/10/24/francesca-diano-intervista-filippo-la-porta-ovvero-della-distrazione-ben-sorvegliata/
              .
              Gentile Signora, corregga cortesemente anche qui.
              Cordialità
              Alessio

              • Grazie dell’acutissima e puntigliosa attenzione che mi dedica! E’ evidente che lei mi vuole così bene da volermi perfetta,ma ahimè, sono umana e compio molti errori. Non ho problemi a riconoscerlo. Anzi, sono grata a chi me lo fa notare, perché mi offre l’occasione di migliorarmi. Soprattutto se poi tralascia completamente ciò che davvero conta per uno scrittore, cioè il contenuto e le idee che vengono espresse, per dare il maggior risalto possibile a una svista. Agli italiani le citazioni altrui piacciono molto, lo so. Ci costruiscono interi articoli e saggi. Ma le sono riconoscente, perché se il suo appunto volutamente evidenziato, è l’unica cosa che ha trovata criticabile in quello che ho scritto, si vede che non ha trovato criticabili le mie idee. E per me quelle contano di più. Dunque grazie.

                • Alessio

                  Gentile Signora,
                  non costruisca un castello con un granello di sabbia! Chi le assicura che la precisione di un lettore si appunti solo sulle umane sviste e non abbia invece analizzato e gustato prima tutto il pensiero espresso negli articoli?
                  Cordiali saluti
                  Alessio

  10. antonio sagredo

    C’è un punto della filosofia nihilista di Leopardi, come scrissi nella mia tesi del 1974/75, in cui si vede la luce di una speranza, e quindi dice bene Bertoldo “Leopardi non è propriamente un nichilista”… ora adesso non ho tempo, ma spero di andarlo a trovare questo punto in quella tesi che scrissi per il poeta ceco-moravo Otokar Brezina (vero spartiacque tra 800 e 900!), per tantissimi versi simile a Leopardi (a cominciare dall’aspetto fisico) anche per le consclusioni sulla Natura.- Leopardi molto amato nel mondo slavo (la Achmatova, sul suo comodino aveva un testo di L., p.e.), e dallo stesso Brezina (un grande critico ceco, F. X. Salda scrisse un grande saggio “Leopardi e Brezina” evidenziando le tantissime affinità. Ricordo che scrissi come lo Schopenhauer fosse molto indispettito quando scoprì d’essere stato anticipato da Leopardi /sul pessimismo e altro/, che fu stimato da Nietzsche, che poi lo rifiutò quando s’accorse che il recanatese era un sublime filologo! Reazioni poco leali, da ragazzini!
    Non scordare Stirner e le parole di Kafka su Nietzsche.
    Intanto: >
    > [la “mistica ebbrezza” della Nacht ha vinto definitivamente il superuomo di Nietzsche, ma cederà il posto alla dolce e pacata rassegnazione greca, avvicinando sempre più Březina a Leopardi: superarono ambedue un nichilismo e un pessimismo che (/li/) divoravano le loro illusioni-realtà e con ciò superarono, attraverso due direzioni differenti ma speranzose, Schopenhauer e Nietzsche. Leopardi si riconcilia in qualche modo con la Natura riconoscendole una certa “eterna saggezza e bontà (Zibaldone, 66)… e addirittura una zona della nostra esistenza affine al divino” ([Walter F. Otto afferma che Leopardi: “conosce addirittura una zona della nostra esistenza affine al divino” > in: Otto, F. Walter: Leopardi und Nietzsche, Otto,Walter Friedrich, Leopardi und Nietzsche. [Mythos und Welt, Kurt von Fritz e di Egidius Schmalzried, Ernst Klett Verlag], Stuttgart, 1963,op. cit., pagg. 179-202.]
    —– e ancora: >
    > [notate questa singolarità: “dolce” in questi quattro autori:
    F. Nietzsche: “Solo una vita piena di sofferenze e privazioni ci può insegnare come l’esistenza sia tutta intrisa di dolce miele…” “Gli infelici raffinati, come Leopardi[e io aggiungo: Březina]… la loro inclinazione a pensare tutto quanto soffrono, la loro arte nel dirlo: tutto questo non è di nuovo – dolce miele?” in Nachgelassene Fragmente. Frůhling 1878-November 1879; IV 3, 433.[Esempi: il celebre refrain di Březina: “dolce è la vita”; e quello di Leopardi:“m’è dolce naufragar in questo mare”].E Franz Kafka:”Ho detto di si a tutto. Così il dolore diventa un incantesimo e la morte… la morte non è che una parte della dolcezza della vita”(Janouch,Gustav: Colloqui con Kafka, a cura di E.Pocar, Milano 1964(1968?)].
    Continuo: >
    > [Tutti i pessimisti hanno da attaccare un dio creatore, che imperturbabile ed insensibile non ascolta i lamenti dei suoi figli, specie quelli da cui potrebbe nascere l’amore più totale ed assoluto. Ma come questo dio creatore si comporta pure la Natura: “massa insensibile, questa Natura! Nemica, maligna!”(1). Qui Březina tende la mano a Leopardi! Il Nemico tante volte presente nelle poesie di Březina chissà non sia proprio la Natura! – in: Dopisy Ot. Březiny-Anně Pammrové, op. cit. pag. 31 – Dopisy Ot. Březiny-Anně Pammrové z let 1889 až 1905, vydal E. Chalupný, Nové vydání v komisi Melantricha. Praha-Smíchov, 1936].
    [Sia Schopenhauer che Březina sono stati anticipati da Leopardi! Il primo, a tarda età, scoprì che era stato preceduto da un poeta, ma che era allo stesso tempo uno straordinario filosofo! Březina conferma questa opinione del filosofo tedesco, e sembra rispondergli: “l’errore dell’uomo è che è uomo. Per me tutto sommato non ha importanza quello che l’uomo deve o non deve amare, io stesso di sicuro non so cosa amo, e ho paura credetemi – è una debolezza -, di riflettere, forse per non arrivare alla conoscenza che non amo niente. E non immaginate che un simile discorso sia in me colorito soggettivamente; ho la forza degli errori, ma dubito che la vanità oppure la presunzione occupino tra di essi un posto anteriore”(1). Certo, un uomo che afferma con convinzione queste sue certezze non si può dire che è mancante di forza e di volontà. Più volte ho immaginato, mentre scrivevo questo lavoro, un incontro tra lui e Leopardi: osservare queste due creature, fisicamente colpite dalla natura, parlottare sommessamente sarebbe stato commovente, ma pure sconvolgente, poiché il gemellaggio intellettuale che li univa era il più robusto di tanti altri: la critica ufficiale(tranne Šalda, penso) non ha affrontato questo rapporto più profondamente! Gli assalti frontali alla Natura che agitavano i pensieri di Leopardi e di Schopenhauer sono similari a quelli di Březina, che si risolvono in una totale indifferenza: “ io non la spoglio di queste sue bellezze che l’uomo ammira con un umore sentimentale; pure il nemico è bello, come un orribile burattino! L’uomo è nato indifferentemente né cattivo, né buono (Herbart, Diesterweg, Linder)”]. [Quantunque la Natura sia maligna e si faccia beffe dell’uomo Březina non scende a compromessi: è questo forse il suo titanismo!; scrive: “il pessimismo non deve condurre in alcun modo verso la negazione di tutto”(2). Březina si allontana da Leopardi, da Schopenhauer e, infine, da Nietzsche!].

    a.s.

    • Sì, sapevo dell’ammirazione di cui Leopardi ha goduto nel mondo slavo. Lo sapevo per sentito dire e dunque grazie di aver aggiunto questa tessera importante.
      P.S. Mio padre si laureò nel 1923 proprio con una tesi su Leopardi, di cui ho preziosa copia e Leopardi lo ha accompagnato tutta la vita, e prese a parlarne ancora nei suoi ultimi giorni.

  11. gino rago

    Grande, immensa Francesca Diano, ma sempre dopo – seppur di poco – suo padre Carlo (Forma ed Evento restano ineguagliati). Ergo, due punti fermi occorre stabilire, almeno per questa pagina gettata sulle nostre coscienze e sul nostro gusto estetico, da Giorgio L., nel rispetto profondo dei commenti che sul Leopardi qui si sono inanellati:
    – il pensiero era il suo carnefice;
    – non si è Prometeo se un avvoltoio non ti divora le viscere…
    Meditazioni sommessamente proposte. Derivano dalla lettera che il Recanatese invia al Giordani l’8 agosto 1817.
    Gino Rago

    • Caro Gino, grazie, ma mo’ non esageriamo! Magari potessi, anche solo di poco, avvicinarmi a mio padre…. cerco solo di ricordarne la lezione per me più importante, che è quella di non seguire mai la strada già tracciata e di essere innamorati del sapere e curiosi.
      I due punti che, con linguaggio poetico e incisivo getti sul tavolo sono importantissimi e mettono il dito nella piaga. Il primo tocca il punto del pharmakon (dunque cura e veleno) che Leopardi si era scelto per affrontare la sua vita tragica. Il secondo tocca il punto del suo eroismo, un aspetto che non può essere trascurato, perché è parte integrante sia della sua poesia che del suo pensiero, ma soprattutto della sua vita.
      C’è un aspetto di Leopardi a cui ripensavo proprio in questi giorni, che non si può trascurare e che andrebbe studiato in modo più approfondito di quanto sia comunque già stato fatto: il trauma dell’abbandono e del rifiuto che subisce a causa di una madre psicotica e anaffettiva, anzi, distruttiva e di un padre debole e assente. Questo trauma lo segna per tutta la vita, e oggi si potrebbe parlare a ragion veduta di Disturbo borderline di personalità. Aggiungo qui il link alla voce Wikipedia che lo descrive abbastanza bene.
      https://it.wikipedia.org/wiki/Disturbo_borderline_di_personalit%C3%A0
      Il motivo per cui dico questo potrebbe spiegare l’estrema intellettualizzazione di Leopardi. Cioè l’aver investito tutte le sue energie, convogliando anche quelle emotive, nella speculazione mentale evitando accuratamente il vissuto delle emozioni. Il che non è mai salutare, perché poi diventa rimozione ed evitamento. Il tuo “il pensiero era il suo carnefice”. Perché comunque le emozioni rimosse o tenute a bada dalla mente, poi ti si ritorcono contro e ti distruggono.
      Ovviamente questo nulla toglie al valore immenso del pensiero e della poesia, ma può spiegare l’aver convogliato l’enorme corrente di capacità emotiva, di sensibilità, di percezione estrema che erano proprie di Leopardi verso la speculazione mentale. Nella sua tesi mio padre riconosce la presenza di questa intellettualizzazione ancora ne La Ginestra, mentre scompare ne Il tramonto della luna, dove emerge totalmente il sentimento della fine.
      Filosofare dunque come sublimazione delle emozioni. E che sublimazione!
      Tanto che la dimensione eroica di quest’anima – Prometeo appunto – cui il dolore ha roso il fegato tutta la vita – è proprio in questa sua forza di resistere e trasformare la maledizione degli inizi in un messaggio di fratellanza umana.

      • gabriele fratini

        Questo discorso già lo affrontai un’altra volta con la Gernetti, ma il fatto che L. fosse conosciuto da una decina di addetti ai lavori stranieri dell”800 non vuol dire che fosse un fenomeno internazionale, come lo erano Puskin Goethe Byron Shelley Keats… Anche oggi dopo due secoli fatica a farsi spazio tra il pubblico dei lettori internazionale, come tutti gli italiani dopo il ‘700.

        • gabriele fratini

          Apprendo con un po’ di piacere di sostenere tesi bizzarre e assurde, giacché anzi temevo di scrivere delle banalità. Meglio così.

          • gabriele fratini

            Dunque andiamo avanti con le tesi bizzarre: Leopardi è stato il primo poeta-secchione della storia. Gli Arcadici del ‘700 in confronto erano dei simpatici cialtroni, si divertivano con poesiole apparentemente accademiche, in realtà inserite in pagliacciate, travestimenti, istrionismi… uno show. Poi un bel giorno ti arriva il Leo marchigiano e decide arbitrariamente che tutta la poesia giocosa non conta nulla, straccia via almeno due secoli di dignitosa poesia italiana e da allora la nostra cultura poetica è condannata al serio e dunque gravemente ridimensionata. Mentre nel resto del mondo esplodono fenomeni essi sì bizzarri ma grandissimi come Pound Yeats Lorca i surrealisti i beat il Gingsberg quel simpatico poeta che teneva conferenze in tuta da meccanico (ce lo immaginiamo qui, un Sereni o un Fortini in ciavatte e tutta da meccanico?)… mentre altrove si vive la poesia dei viventi da noi ancora navigano sul Po’ i grigi ectoplasmi della linea lombarda… e poi ci si chiede perché la poesia italiana è morta e sepolta. Ma guarda un po’, tutto ebbe inizio da Leopardone Nostro. Fine della favoletta (ma non troppo).

          • Caro Fratini, lei di banalità non mi pare ne scriva mai, anzi, ho molta ammirazione per il suo lavoro e l’avevo anche scritto in passato. Però in questo caso trovo che non abbia ragione, anche perché definire Leopardi un fenomeno tutto italiano o poco esportabile o poco internazionale non è proprio corretto. Non ha la notorietà e la diffusione di Dante, certo, ma quanti sono i poeti o i letterati italiani in generale che hanno avuto fortuna all’estero (a parte Machiavelli) fuori dagli studi accademici e che hanno influenzato filosofi e pensatori?

  12. Pasquale Balestriere

    Per Francesca Diano
    Gentile Francesca,
    tu scrivi che ciò che affermo su Leopardi “filosofo” ti meraviglia. Io, a dire il vero, mi meraviglio della tua meraviglia. Ho cercato – è vero- di sintetizzare al massimo il mio pensiero, com’è mia abitudine. Ma non credo di essere stato oscuro o vago, e neppure di aver addotto, a sostegno delle mie idee, valutazioni sbagliate.
    Premetto che il tuo assalto all’arma bianca o, quanto meno, lancia in resta nei confronti delle mie opinioni su Leopardi “filosofo” mi ha fatto molto sorridere, anche perché non ho trovato nel tuo lunghissimo intervento elementi che possano mettere in seria e vera discussione quanto ho affermato nel mio commento precedente.
    Passo a rispondere alle tue domande.
    1) Io affermo: “Leopardi non era un filosofo, non -almeno- nel senso che normalmente (o comunemente o tradizionalmente) si dà al termine”. Tu mi chiedi quale sarebbe il senso che “normalmente” si dà al termine. Ti rispondo con un’altra domanda: come mai Leopardi non trova ospitalità nei manuali di storia della filosofia usati regolarmente dagli studenti o, anche, per esempio, nell’Enciclopedia Garzanti di Filosofia, giusto per fare due esempi banali? Non ti dice niente quest’assenza? Intendi ora il valore del mio “normalmente”?
    2) “Ma davvero la sua (= di Leopardi, nda) riflessione sull’uomo e sulla vita è frammentaria? Come?” mi chiedi. Rispondo. Lo Zibaldone, vera e propria officina del faber e poietès Leopardi, non è forse una diacronica raccolta, sia pur ponderosa, di variegatissimi appunti, dove si intrecciano, si contrappongono o si giustappongono argomenti e spunti sempre diversi, generati dalle più disparate occasioni? E come definisci, gentile Francesca, la disposizione stessa dei singoli lacerti dello Zibaldone se non come frammentaria ( e stavo per aggiungere disorganica), visto che le annotazioni sintetiche e dal taglio pressoché diaristico si susseguono quasi a scatti e sotto l’impellenza dettata dalla scoperta, senza altro ordine che non sia quello suggerito, anzi o forse imposto, a Leopardi dalle sue letture, dal suo studio e dalle esperienze quotidiane, cioè dalla vita stessa di ogni singolo giorno? L’ho detto e lo ripeto, Francesca: Leopardi è un pensatore, se vuoi un filosofo sui generis, come può esserlo una persona di cultura che si soffermi a meditare sulla vita, senza sistematizzare il suo pensiero. Perché, spero, non vorrai produrre alla mia attenzione i “Canti” o le “Operette morali” come effetto della sistematizzazione del pensiero leopardiano, trattandosi nel primo caso di pura poesia (certo, nutrita di pensiero; ma quale poesia, appena decente, non lo è?), mentre nel secondo lo scrittore ha esposto in forma narrativa e/o dialogica alcuni suoi convincimenti, che non sono teorie filosofiche in quanto, a (non solo) mio parere, a Leopardi è mancata la capacità di astrazione. La sua osservazione delle cose è ampia e diffusa, ma non verticalizzata. La sua “filosofia” del dolore, che non è priva di una sottesa ma sempre risorgente speranza, destinata poi a schiantarsi fragorosamente e definitivamente contro il reale in “A se stesso” (1833), si nutre di immediatezza visiva, prima ancora che della constatazione ( e successiva riflessione) indotta da qualche occasione della vita.
    3) Francesca, mi accusi poi di contraddirmi perché scrivo che la riflessione leopardiana sull’uomo e sulla vita si manifesta ancora oggi “sostanzialmente frammentaria, sebbene sia internamente tenuta da un filo tenace”. Nessuna contraddizione, perché il filo tenace che unisce il tutto è costituito dalla temperie (o, come si diceva una volta, aura) pessimistica, creatasi in Leopardi prima ancora della cosiddetta “conversione filosofica” e che condizionerà gli sviluppi del pensiero del Recanatese. Ma c’è chi più autorevolmente di me può sostenere quanto vado affermando. Cedo pertanto la parola al filosofo Giovanni Gentile che, a chiedere in giro (si fa per dire), sembra essere uno dei più convinti fautori del Leopardi “filosofo”. Eppure scrive (“Studi leopardiani” in Manzoni e Leopardi, Milano Treves, 1928, p.37): “Leopardi (…) fu un poeta, un grande , un divino poeta, ma NON FU UN VERO E PROPRIO FILOSOFO (il maiuscolo è mio). Che fa che egli abbia tante volte protestato di possedere una sua filosofia? Allo stesso modo del Leopardi, più o meno, chiunque si ritiene in grado di giudicare dei sistemi dei filosofi, ossia di mettersi, non dico alla pari, ma al di sopra di costoro, e insomma di affermare una filosofia propria che possa aver ragione di quei sistemi. E dal proprio punto di vista chiunque, così facendo, ha ragione; e aveva ragione il Leopardi; perché in fondo a ogni mente umana, soprattutto in fondo a quella dei grandi poeti, è incontestabile l’esistenza di una filosofia; e però è lecito parlare così di una filosofia del Leopardi, come di una filosofia del Manzoni, dell’Ariosto, di Shakespeare, di Omero. Ma QUESTA FILOSOFIA DEI POETI NON È LA FILOSOFIA DEI FILOSOFI (maiuscolo mio), e bisogna trattarla, per non snaturarla e non distruggerla, con molta delicatezza.” Insomma, gentile Francesca, a me non pare proprio di aver detto eresie. E la tua strenua e accorata difesa del Leopardi “filosofo” mi lascia sulle stesse, identiche posizioni in cui mi trovavo al tempo del mio precedente commento. Anzi, se possibile, ancora più convinto.
    Pasquale Balestriere

    • Caro Pasquale, prima di tutto vorrei capire come è possibile che tu definisca le mie “contestazioni” alle tue affermazioni perentorie su Leopardi come un assalto all’arma bianca, o con la lancia in resta o peggio parli di di accuse. A meno che il contraddire (argomentando) ciò che affermi in apertura del tuo commento con tanta decisione, sia da te vissuto come un’aggressione…. mah… seguito a meravigliarmi.
      Sono appunto un contestare, se vuoi appassionato, alcune cose che hai detto, in tono talmente risoluto che parrebbe tu voglia o possa mettere la parola fine a una questione su Leopardi che invece è ancora tutta da vedere. (“Diciamolo chiaro e forte, una volta per tutte: Leopardi non era un filosofo”)
      Su questo non sono d’accordo e ho spiegato perché. Ovvio che per discorrere a fondo della questione non basta qualche commento su un blog. Ci vorrebbe troppo tempo.
      Ben altri assalti, quelli sì all’arma bianca, ho letto su questo blog di cui nessuno si è lamentato, se devo essere sincera.
      Non è nelle mie corde brutalizzare, deridere o aggredire chi non la pensa come me. Però, se trovo che un’idea che viene espressa non è – a mio avviso – corrispondente a quello di cui ho avuto esperienza e cognizione, ma che anche altri hanno analogamente compreso, la metto in discussione (come si fa normalmente fra esseri senzienti) e argomento ciò che affermo. E mi pare di essere stata molto educata. O no?
      Che poi i miei argomenti non convincano l’altro, pazienza, va bene anche così.
      Tu chiedi: “come mai Leopardi non trova ospitalità nei manuali di storia della filosofia usati regolarmente dagli studenti o, anche, per esempio, nell’Enciclopedia Garzanti di Filosofia,?”
      Capirai quanto contano i manuali di storia della filosofia. E se non è presente nell’Enciclopedia Garzanti di Filosofia, è invece presente nel Dizionario di Filosofia della Treccani che, come saprai, è stata Fondata da Gentile.
      Ne ho trovate di stupidaggini disseminate sui libri di testo. Pensa che in quasi nessuna delle antologie scolastiche di letteratura compare la Deledda. E, dove compare, le si dedicano al massimo due paginette, di fronte alle molte decine dedicate alla solita triade. Eppure la Deledda è stata una dei pochi Nobel italiani della letteratura e l’unica Nobel donna che abbiamo. Se seguissimo il tuo ragionamento, a rigor di logica non sarebbe una scrittrice?
      La mia risposta è che esiste ancora una voga – questa sì tutta italiana – che impone la necessità di classificare in categorie molto rigide e univoche quello che in categorie rigide non rientra. Per cui Leopardi confonde perché nel mondo moderno non ci sono poeti-filosofi, o filosofi che scrivono in versi. E’ questa la sua unicità.
      E anche se tu non ammetti che le Operette sono dei dialoghi filosofici, io dico invece che lo sono.
      Guarda, per fare un esempio, ne “Il dialogo di Federigo Ruysch e delle sue mummie”, partendo dalla visione di Epicuro (e dalle sue tecniche della melète thanatou) e di Parmenide (è è – non è non è), sviluppa poi una sua teoria dell’essere ma anche della morte, all’interno di una struttura architettonica complessissima che unisce prosa, poesia e filosofia.
      L’argomento che tu porti per corroborare la tua negazione di un Leopardi filosofo, e cioè che il suo sistema filosofico è minato alla base dalla “temperie pessimistica”, è quello portato in genere da chi nega a Leopardi statura di filosofo, eppure non è convincente. Anche perché poi lo articola “in corso d’opera”, con quel riconoscere gli esseri umani uniti da una comune tragedia, cui la fratellanza e la compassione sono risposta.
      Che poi, pure i “Pensieri” di Pascal e i “Saggi” di Montaigne sono un po’ uno Zibaldone, eppure nessuno contesta loro l’essere filosofi.

      Quanto a Gentile, dice, mettendo a confronto Platone e Leopardi (dunque considera L. un filosofo al pari di Platone, ma parla anche della “poesia” di Platone) e dice:
      “… E l’accento definitivo della dottrina platonica, quello che costituisce poi la grande bellezza dei suoi dialoghi immortali, non è la gioia d’una vita consapevole della propria potenza e del proprio valore, ma una profonda tristezza, quasi nostalgia della patria lontana: il dolore d’una vita che sente di non potersi giustificare.Senza questa considerazione non s’intende Aristotele, che mira infatti a eliminare dalla concezione platonica il motivo di questa tristezza (la svalutazione della natura, e, in essa, dell’uomo); e quindi non s’intende neppure Platone nel concreto processo dello svolgimento storico, a cui esso realmente appartiene. Né s’intende, ripeto, la bellezza di quella poesia, in cui il suo pensiero si esprime. Giacché ogni filosofo ha la sua poesia, come ogni poeta ha pure la sua filosofia. E nessuno può dubitare della prima parte di questa sentenza leggendo Platone. La cui poesia consiste non nel sorriso ironico con cui Socrate guarda gli avversari (che sono, sotto vario nome, quelli di Platone); né nella ricchezza di umanità molteplice che ci si spiega innanzi nei vivi caratteri delle tante figure scolpite nei dialoghi; né in altri particolari, tutti bellissimi, perché tutti illuminati dalla bellezza di un’ispirazione centrale; ma nel profondo sentimento che anima tutto il mondo dei personaggi platonici, sgorgante dalla sua potente personalità religiosa, virilmente intenta a negare la vita dei sensi, in cui s’indugia l’uomo volgare, per affisarsi in un mondo trascendente, in cui l’animo posi sicuro.
      In forza, al contrario, di questa considerazione noi non ci arrestiamo a un astratto concetto del platonismo, ma, entrando nel vivo di questa filosofia, lì dove essa è filosofia essendo pure poesia, l’intendiamo nella sua concreta unità di pensiero che non può individuarsi in una determinata forma obbiettiva senza esprimere un’anima: unità, cioè, di pensiero e pensante, verità e uomo; filosofia del filosofo.
      Il caso del Leopardi è l’inverso. Egli è il poeta del pessimismo, perché il contenuto del suo pensiero, nelle sue prose e nelle sue poesie, sempre, è una dottrina opposta alla platonica. Platone idealista, Leopardi sensista e materialista. Per Platone il mondo è finalisticamente orientato verso una realtà che lo trascende; per Leopardi è un sistema chiuso, in cui tutta la vita è movimento, e ogni legge meccanismo. Il filosofo, secondo Platone, aspira con la sua dialettica alle idee, quindi a superare la natura; secondo Leopardi, l’apice della sapienza è la persuasione che conviene adattarsi («assuefarsi»): riconoscere il carattere illusorio di tutte le idealità, che traggono l’animo umano a opporsi alle leggi universali della natura. La conclusione è quella di Bruto minore: la virtù è un nome vano. L’«irrequieto ingegno», allontanando l’uomo dalla vita istintiva e quindi dalla legge universale della natura, pare promettergli, come pensò Platone, la beatitudine degli dèi immortali; ma infatti lo condanna a un immedicabile dolore. Queste convinzioni, attinte alla filosofia materialistica del secolo XVIII, formano un tutto ben saldo e compatto nel pensiero del Leopardi, e sono, si può ben dire, il concetto del mondo, com’egli lo vede e lo afferma: la verità, di cui egli non dubita menomamente; e che enuncia infatti non come una propria individuale opinione, della quale non sappia disfarsi, anzi come la dottrina filosofica, contro la quale si spuntino tutti gli argomenti delle altre, e della quale tutti i filosofi si renderebbero conto certamente, se sapessero sottrarsi ai preconcetti e agl’idoli di cui sono schiavi”

      Dunque vedi che Gentile parla chiaramente di un sistema filosofico leopardiano (“Queste convinzioni, attinte alla filosofia materialistica del secolo XVIII, formano un tutto ben saldo e compatto nel pensiero del Leopardi, e sono, si può ben dire, il concetto del mondo, com’egli lo vede e lo afferma: la verità, di cui egli non dubita menomamente; e che enuncia infatti non come una propria individuale opinione, della quale non sappia disfarsi, anzi come la dottrina filosofica, contro la quale si spuntino tutti gli argomenti delle altre, e della quale tutti i filosofi si renderebbero conto certamente, se sapessero sottrarsi ai preconcetti e agl’idoli di cui sono schiavi”)
      Comunque, se non l’hai letto, ti consiglio il bellissimo “Il pensiero poetante”, di Antonio Prete. Molto interessante. E bellissimo il libro di Nichoals Rennie, “Speculating on the moment”.
      Che poi Leopardi sia filosofo sui generis è quello che dico anche io. Anzi, lo dice lui stesso, definendola ULTRAFILOSOFIA, che è quella da lui fondata e che auspica per il futuro. Ma filosofo comunque. Io la vedo così, tu la vedi cosà. Va bene.

      P.S.Anche se per te “Poco conta che alcuni critici e qualche esperto di filosofia si ostinino a considerare Leopardi come un vero filosofo”, ecco, fra quei pochi “esperti di filosofia” oltre a Gentile, c’erano anche Ugo Spirito, Walter Binni e mio padre. A parte Gentile, agli altri l’ho sentito loro dire con le mie orecchie. Ma, essendo solo degli “esperti di filosofia”…. (Spirito poi, la cui filosofia è inficiata – a stare all’argomento di prima – dal suo essere cattolico, dunque certo per chi sostiene quell’argomento, non filosofo) poco conta.

      • Pasquale Balestriere

        Cara Francesca,
        lasciando da parte assalti, difese e schermaglie che sono cose del tutto trascurabili, è chiaro che un dialogo in praesentia sarebbe l’unica possibilità di un serio e puntuale confronto, impossibile in altro modo. Vorrei comunque provare a entrare nel cuore del problema e a esaminare con un pizzico di attenzione in più un passo del Gentile da te riportato a cui tu attribuisci un significato a mio modo di vedere sbagliato. Perché se avessi ragione tu, Gentile sarebbe entrato in contraddizione con se stesso, vista la sua opinione su Leopardi “filosofo” da me riportata. Invece Gentile non si contraddice. E te lo dimostro.
        Il passo in questione è il seguente che copio e incollo dal tuo intervento: “Queste convinzioni, attinte alla filosofia materialistica del secolo XVIII, formano un tutto ben saldo e compatto nel pensiero del Leopardi, e sono, si può ben dire, il concetto del mondo, com’egli lo vede e lo afferma: la verità, di cui egli non dubita menomamente; e che enuncia infatti non come una propria individuale opinione, della quale non sappia disfarsi, anzi come la dottrina filosofica, contro la quale si spuntino tutti gli argomenti delle altre, e della quale tutti i filosofi si renderebbero conto certamente, se sapessero sottrarsi ai preconcetti e agl’idoli di cui sono schiavi”.
        Se leggi con attenzione puoi notare che fino ai due punti Gentile esprime un suo pensiero, un concetto però solido e condivisibile (perciò una il tempo indicativo). Poi comincia a defilarsi, prendere le distanze da Leopardi, a scaricare su di lui la portata e gli effetti delle successive affermazioni: “la verità, di cui EGLI (cioè Leopardi -maiuscole mie- ndr) non dubita menomamente; e che enuncia infatti non come una propria individuale opinione (come in effetti è, ndr), della quale non sappia disfarsi, anzi (=ma addirittura, ndr) come la dottrina filosofica, contro la quale si spuntino tutti gli argomenti delle altre, e della quale tutti i filosofi si renderebbero conto certamente, se sapessero sottrarsi ai preconcetti e agl’idoli di cui sono schiavi (opinione di L. ndr)”.
        Dunque in questo passo Gentile dice che nel pensiero leopardiano certe convinzioni formano un tutto ben saldo e compatto. E questo già si sapeva (anch’io ho parlato di filo tenace, di temperie, ecc). Insomma Leopardi ha maturato una solida concezione del mondo e della vita. Ma ciò di per sé non significa niente, perché tutti possono costruirsi un’idea più o meno compatta della vita e della realtà ; e, soprattutto, questo non significa essere filosofo e tanto meno aver costruito un sistema filosofico, come a me pare emerga con buona chiarezza dalla seconda parte del passo di Gentile, con ulteriore suffragio di verbi al congiuntivo e al condizionale.
        Quanto al resto, ti sei chiesta perché mai la Treccani da te citata definisca Leopardi come “poeta, pensatore” e i veri filosofi come Kant, Fichte, Spinoza con il termine che a ognuno di loro spetta e cioè “filosofo” ?
        E ancora: a tuo parere tutti gli autori dei manuali di storia della filosofia che si pubblicano in Italia sarebbero dei pellegrini, compresi i filosofi che si danno alla pubblicazione o alla direzione di libri di storia della filosofia? Solo perché non ospitano Leopardi “filosofo”?
        E poi scrivi: “Quanto a Gentile, dice, mettendo a confronto Platone e Leopardi (dunque considera L. un filosofo al pari di Platone, ma parla anche della “poesia” di Platone…). No, ti sbagli, cara Francesca, devi rileggere la mia precedente risposta e, inoltre, riflettere su questo passaggio del pensiero di Gentile: “… ogni filosofo ha la sua poesia, come ogni poeta ha pure la sua filosofia”. Sicché…
        Non so se ho risposto toccando tutti i punti della controversia, ma i tuoi testi sono lunghissimi e i miei occhi non sono più quelli di una volta.
        Pasquale Balestriere

        • Caro Pasquale, è questo il punto, la materia è talmente vasta e complicata da richiedere ben altro che lo spazio di alcuni commenti. Ma ti ringrazio per il tempo che hai dedicato e per l’interesse del tuo argomentare. Credo che tutti abbiamo un po’ di ragione. Nell’opera dei grandi – proprio perché sanno attraversare i secoli e le culture e giungere a tutti – ognuno può trovare un po’ di verità che gli corrisponde e gli risuona dentro.
          Chissà il povero Giacomino cosa direbbe di tutte queste discussioni e diatribe che ha suscitato il suo breve passaggio su questa terra… che poi, di là, avrà sicuramente trovato qualche risposta alle domande rimaste sospese di Federigo Ruysch! Un abbraccio

          • Pasquale Balestriere

            Diciamo che è stato un scambio di opinioni, cara Francesca, per buona parte frustrato o almeno limitato dalle scarse possibilità che uno o più commenti possono offrire.
            Un abbraccio
            Pasquale

    • In effetti Leopardi non eresse mai a sistema il suo pensiero, che non possiede quello sviluppo organico che contraddistingue il pensiero di coloro che, a buon diritto, si possono definire filosofi, Più che di filosofia possiamo parlare di una coerente visione della realtà che nasceva in lui dalle esperienze dolorose della sua infanzia/adolescenza e da un’acutissima sensibilità che lo indirizzava a una percezione tragica, deterministica e, dunque, fatale dell’esistenza.
      Una filosofia, per potersi definire veramente tale deve costituirsi in un corpo unico, organico, in una trattazione coerente ed esaustiva che abbracci ogni aspetto della realtà. E questo non avvenne in Leopardi, ché, altrimenti, sarebbe stato definito filosofo nel senso più specifico del termine, e il suo nome sarebbe oggi, presente nei manuali di filosofia.

  13. antonio sagredo

    pessimismo ovvero pornografia del nihilismo; o il contrario?
    poetete4 scegliere.
    a. s.

  14. Donatella Costantina Giancaspero

    “Io odio questa vile prudenza…”
    (da “Il giovane favoloso” di Mario Martone)

  15. Donatella Costantina Giancaspero

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