Flavio Almerighi interroga Giorgio Linguaglossa  – “Question time sulla poesia nazional popolare”. “Due esempi di linguaggio poetico nazional popolare: Valerio Magrelli e Franco Buffoni”. “Una Domanda: Esiste, secondo lei, una critica poetica degna di questo nome? Risposta: No, non esiste.”

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volto di donna prima e dopo il trucco, il super linguaggio professionale

Flavio Almerighi interroga Giorgio Linguaglossa

Domanda: Come intende il nazional popolare in questo paese?

Risposta: Oggi il problema di una «poesia  nazional popolare» non si pone affatto e non si pone più nei termini in cui lo poneva Antonio Gramsci quando, chiuso nelle prigioni del regime fascista iniziava quella grande riflessione sul concetto di «nazional popolare». Gramsci aveva di fronte un quadro politico stabilizzato dal fascismo e un paese ancora ben lungi dall’aver iniziato un processo di industrializzazione, un paese sostanzialmente agricolo da «Grande proletaria», per usare una espressione che il Pascoli coniò per la guerra di Libia del 1911.

Oggi siamo in un’epoca di post-moderno in cui la rivoluzione industriale si è conclusa e siamo entrati già dagli anni Settanta in un’epoca di società post-industriale. La successiva rivoluzione mediatica dagli anni Novanta ai giorni nostri ha cambiato ancora una volta le carte in tavola, per cui ciò che era «nazional popolare» nel  1995, ad esempio, quando Franco Fortini pubblica Composita solvantur (1995), un libro ancora impegnato in una sorta di resistenza alla società borghese in un’ottica marxista volutamente contro corrente, oggi ci appare anacronistico. Non so come dire: al lettore di oggi tutta la letteratura antecedente gli anni Novanta appare anacronistica, un prodotto di un altro paese, cioè fuori gioco, fuori della contemporaneità, sorpassato, anacronistico. È un dato di fatto del gusto medio. E lo si vede dalla facile leggibilità della poesia degli autori delle generazioni seguenti a quella di Fortini. Un processo di semplificazione del discorso poetico che andava incontro alle esigenze di ottimizzazione e razionalizzazione del mercato e dei linguaggi poetici e narrativi. Il mercato diventa così il regolo universale della narrativa e della poesia italiane. Oggi potremmo tradurre il concetto di «nazional popolare» con quello di «opere mediatiche», nella misura in cui tutte le opere letterarie che vengono scritte e pubblicate devono fare i conti con il gusto medio di un Ceto Medio Mediatico, concetto non più di classe ma «liquido», dotato di auto trasparenza, effimero e volatile, privo di alcuna stabilità. La forsennata ricerca del best seller da parte degli uffici stampa delle case editrici risponde non solo alla esigenza del profitto ma anche alla costrizione di andare incontro ai gusti medi del Ceto Medio Mediatico, gusto per eccellenza volatile ed effimero. Insomma, oggi gli scrittori e i poeti sembrano degli acchiappafarfalle, corrono dietro il mercato muniti di un magico acchiappafarfalle.

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volto femminile il trucco come superlinguaggio

Domanda : Più specificatamente la poesia, che è assolutamente priva di mercato, come può intendersi nazional popolare?

Risposta:  Caro Flavio, la poesia non può mai essere «nazional popolare», non lo è mai stata, se non nell’Italia umbertina, una società agricola e pre-industriale con poeti come D’Annunzio e Giovanni Pascoli. Con il fascismo la società dei poeti e degli scrittori diventa un corpo a parte, separata dal resto della società. Questo è stato il guasto più grande prodotto dal fascismo sulla nostra letteratura e sulla nostra vita nazionale (di cui facciamo le spese ancora oggi), che ha approfondito i caratteri di separatezza e di distinzione della società letteraria dalla società italiana, e l’ha relegata in un limbo artificiale e artificioso.

Oggi, cioè dagli anni Novanta in poi, si è verificato e si verifica qualcosa di analogo: la società letteraria è diventata qualcosa di liquido, di evanescente, di trasparente (nel senso mediatico del termine). Gli scrittori e i poeti vanno ognuno per proprio conto alla ricerca del successo e della visibilità, degli appoggi politici con i partiti e con le istituzioni pubbliche e private. Sono ben pochi gli scrittori che possono contare su vendite tali da renderli indipendenti. Oggi, di fatto, gli scrittori sono tali in quanto sono il prodotto di investimenti che le case editrici e le istituzioni fanno sulle singole persone, sono trattati e venduti nel mercato come rappresentanti di se stessi, come personaggi politici e pubblici, non come personaggi «privati», autori dotati di autorialità ma come autori dotati di secondarietà. Mi spiego? Sono cioè dei salariati e dei disoccupati che si arrabattano alla ricerca dei bonus e dei dividenti economici diventati con la crisi economica del paese sempre più esili ed evanescenti. Di fatto, oggi i narratori, per non parlare degli autori di poesia, sono dei disoccupati costretti all’auto finanziamento e alla ricerca di finanziamenti per la propria produzione letteraria. Sono cioè dei disoccupati che vanno elemosinando dal Potere e dalle Istituzioni pubbliche e private un finanziamento, quand’anche minuscolo e irrisorio.

Il «nazional popolare» oggi è diventato un concetto dell’archeologia. Ciò che un tempo era un prodotto ideologicamente indirizzato verso l’impegno, oggi suona alle nostre orecchie come un che di archeologico. Così, tutta la poesia che reca una traccia di volontarismo, cioè di nazional popolare, oggi ci suona con un che di malinconico cliché nazional popolare.

La scrittura. Che cos’è la scrittura? Con concetti come quelli di «traccia» e di «differenza» si riflette lo scollamento del soggetto dall’enunciato, del soggetto dal discorso, di cui diventa impensabile che il soggetto fondatore coincida con il soggetto fonatore. Non c’è più identità tra il soggetto (presuntivamente fondatore di alcunché) e il soggetto fonatore. E questa differenza, questo scarto, questo recupero impossibile del soggetto da parte del soggetto incessantemente differito e dis-locato nel movimento del discorso rispetto a quel che un tempo si credeva «originario», è la nostra costituzione ontologica. Il soggetto sarà parlato e significato in una catena di significanti, in una rete che lo impiglia e lo significa. Lacan dirà che «il significante è ciò che rappresenta il soggetto per un altro significante», espressione celebre che consacra il baratro e la scissione del soggetto da se stesso. In queste condizioni di dis-locazione del soggetto da se stesso, mi chiedo: come si fa a parlare di «nazional popolare»? Oggi siamo veramente giunti agli antipodi del pre-moderno.

Io direi che oggi è nazional popolare chi si consegna al linguaggio demotico culto, cioè a quel super linguaggio che si fa oggi in Occidente e con il quale si confezionano i prodotti letterari (romanzi e poesie).

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Domanda: Alcuni esempi di poesia e poeti nazional popolari?

Risposta: Ecco due esempi di linguaggio poetico nazional popolare, Valerio Magrelli tre poesie tratte dall’ultima raccolta, Sangue amaro (2015)

Le nozze chimiche

Queste che prendo gocce
con tanta religiosa compunzione
sono i miei testimoni
per le nozze col mondo.
Soltanto grazie a loro posso stringere
un patto d’amore col mondo,
perché solo con loro reggo l’urto
della sua illimitata ostilità.
Elmo fatato: mio padre non lo aveva
e morì, prima ancora di morire,
incredulo, indifeso ed indignato,
sotto i colpi del mondo.

Sul circuito sanguigno

È come nel sistema circolatorio:
il sangue è sempre lo stesso,
ma prima va, poi viene.
Noi lo chiamiamo odio, ma è solo sofferenza,
la vena che riporta
il dono delle arterie alla partenza.

Da notare il patetico dell’ultima strofa della prima poesia, dove si accenna alla morte del “padre” perché non aveva “l’elmo fatato” che avrebbe potuto proteggerlo. Ma, caro Magrelli, gli elmi fatati esistono solo nelle fiabe! (anche mio padre è morto “sotto i colpi del mondo” dopo una vita di duro lavoro; anche altri mille migliaia di padri di altre persone sono morte “sotto i duri colpi del mondo! perché non avevano “l’elmo fatato”). Mi fermo qui. Non posso fare a meno però di sottolineare l’intreccio di patetismo e di buonismo di questo finale che vorrebbe astutamente intenerire il lettore per adescarlo nel dramma tutto intimo familistico dell’autore, ma in realtà posticcio. Beh, direi troppo facile, no?, troppo corrivo e scontato:

Elmo fatato: mio padre non lo aveva
e morì, prima ancora di morire,
incredulo, indifeso ed indignato,
sotto i colpi del mondo.

Ma arriviamo al “capolavoro” del libro, la poesia sulla figura di Nicole Minetti:

L’igienista mentale:
divertimento alla maniera di Orlan

La Minetti platonica avanza sulla scena
composto di carbonio, rossetto, silicone.
Ne guardo il passo attonito, la sua foia, la lena,
io sublunare, arreso alla dominazione
di un astro irresistibile, centro di gravità
che mi attira, me vittima, come vittima arresa
alla straziante presa della cattività,
perché il tuo passo oscilla come l’ascia che pesa
fra le mani del boia prima della caduta,
ed io vorrei morirti, creatura artificiale,
tra le zanne, gli artigli, la tua pelle-valuta,
irreale invenzione di chirurgia, ideale
sogno di forma pura, angelico complesso
di sesso sesso sesso sesso sesso.

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Ed ecco un altro esempio, tre poesie di Franco Buffoni:

da I tre desideri (1984)

Il lancio

Ogni inizio è sempre difficile: suonano i violoncelli.
Ma non è il primo lancio che spaventa:
la morte di certe forme risolute
in bilico come incertezze tra gli alberi.
È quello prima del congedo,
ramo binario del sogno,
rimandato e trasmesso in veglia per ordine,
da ricoprire di foglie ogni ora.
da Quaranta a quindici (1987)

Il terzino anziano

Erano invecchiati
anche quelli della sua età
con la barba verde tra i piedi
e l’odore di maglia a righe
ma lui restava in difesa,
pesante, a sentirsi i figli
crescergli contro
e vendicarsi.
da Guerra (2005)

Sotto la statua del costruttore di navi da guerra
La più grande canoa ha il motore diesel
Attraversa persino il canale
Il ponte basso coi segni dei camion
Che tentarono di passare,
Trasporta fino a cento fantaccini
Di un rito bizantino slavo.
Il culto si era diffuso
Nelle province ecclesiastiche oltre Sava
Con la madonna al centro della pala,
La tovaglia stesa ad asciugare
E su un riquadro rosso ad ombreggiare
La marca tedesca di una radio.
«Sono ostriche, comandante?»
Chiese guardando il cesto
Il giovane tenente,
«Venti chili di occhi di serbi,
Omaggio dei miei uomini»
Rispose sorridendo il colonnello.
Li teneva in ufficio
Accanto al tavolo.
Strappati dai croati ai prigionieri.

Domanda: Secondo lei come può il movimento poetico italiano uscire dall’impasse in cui si trova?

Risposta: Pubblicando gli ottimi poeti contemporanei che pur ci sono e che abbiamo pubblicato nel blog lombradelleparole.wordpress.com

Domanda: Esiste, secondo lei, una critica poetica degna di questo nome?

Risposta: No, non esiste.

giorgio linguaglossa scettico

giorgio linguaglossa 2011

Giorgio Linguaglossa è nato a Istanbul nel 1949 e vive e Roma. Nel 1992 pubblica Uccelli e nel 2000 Paradiso. Ha tradotto poeti inglesi, francesi e tedeschi tra cui Nelly Sachs e alcune poesie di Georg Trakl. Nel 1993 fonda il quadrimestrale di letteratura «Poiesis» che dal 1997 dirigerà fino al 2005. Nel 1995 firma con Giuseppe Pedota, Lisa Stace, Maria Rosaria Madonna e Giorgia Stecher il «Manifesto della Nuova Poesia Metafisica», pubblicato sul n. 7 di «Poiesis». È del 2002 Appunti Critici – La poesia italiana del tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte. Nel 2005 pubblica il romanzo breve Ventiquattro tamponamenti prima di andare in ufficio. Nel 2006 pubblica la raccolta di poesia La Belligeranza del Tramonto.
Nel 2007 pubblica Il minimalismo, ovvero il tentato omicidio della poesia in «Atti del Convegno: È morto il Novecento? Rileggiamo un secolo», Passigli, Firenze. Nel 2010 escono La Nuova Poesia Modernista Italiana (1980 – 2010) EdiLet, Roma, e il romanzo Ponzio Pilato Mimesis, Milano Nel 2011, sempre per le edizioni EdiLet di Roma pubblica il saggio Dalla lirica al discorso poetico. Storia della Poesia italiana 1945 – 2010. Nel 2013 escono il libro di poesia Blumenbilder (natura morta con fiori), Passigli, Firenze, e il saggio critico Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000 – 2013), Società Editrice Fiorentina, Firenze. Nel 2015 escono La filosofia del tè (Istruzioni sull’uso dell’autenticità) Ensemble, Roma, e Three Stills in the Frame Selected poems (1986-2014) Chelsea Editions, New York. Ha fondato il blog lombradelleparole.wordpress.com  – Il suo sito personale è: http://www.giorgiolinguaglossa.com

e-mail: glinguaglossa@gmail.com

Flavio Almerighi foto

Flavio Almerighi

Flavio Almerighi è nato a Faenza il 21 gennaio 1959. Sue le raccolte di poesia “Allegro Improvviso” (Ibiskos 1999), “Vie di Fuga” (Aletti, 2002), “Amori al tempo del Nasdaq” (Aletti 2003), “Coscienze di mulini a vento” (Gabrieli 2007), “durante il dopocristo” (Tempo al Libro 2008), “qui è Lontano” (Tempo al Libro, 2010), “Voce dei miei occhi” (Fermenti, 2011) “Procellaria” (Fermenti, 2013). Alcuni suoi lavori sono stati pubblicati da prestigiose riviste di cultura/letteratura (Foglio Clandestino, Prospektiva, Tratti)

 

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21 commenti

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21 risposte a “Flavio Almerighi interroga Giorgio Linguaglossa  – “Question time sulla poesia nazional popolare”. “Due esempi di linguaggio poetico nazional popolare: Valerio Magrelli e Franco Buffoni”. “Una Domanda: Esiste, secondo lei, una critica poetica degna di questo nome? Risposta: No, non esiste.”

  1. “[…] oggi gli scrittori e i poeti sembrano degli acchiappafarfalle, corrono dietro il mercato muniti di un magico acchiappafarfalle.”

    “[…] Gli scrittori e i poeti vanno ognuno per proprio conto alla ricerca del successo e della visibilità, degli appoggi politici con i partiti e con le istituzioni pubbliche e private.”

    Ho già letto questa intervista sulla fan-zine dove è stata pubblicata qualche giorno fa (motivo per cui non intercorre un abisso di tempo tra l’ora di pubblicazione e l’ora del mio commento e anche perché io mentalmente lavoro meglio dall’alba a mezzogiorno) e già alla prima e seconda lettura mi ero soffermata sui punti riportati ad inizio commento. Ovviamente me ne guardo bene dall’entrare nel discorso “critica della poesia”, ma, mi permetto di esprimere una opinione sulla parte di intervista che sento più “vicina”, evidenziando quei punti sui quali mi farebbe piacere sentire anche altre opinioni, sperando di non essere travolta dall’ondata di fango derivante dagli esiti infausti del crollo fisiologiche di dighe che hanno ingabbiato fiumi per troppo tempo. A proposito, condivido la nuova linea del blog di lasciare ben visibili i commenti di tutti (di tutti, sottolineo), ottimo “sistema educativo” oserei dire, poiché in questo modo ciascuno, rileggendo le proprie parole realmente si può rendere conto di cosa ha reso pubblico.

    Tornando all’intervista (complimenti ad entrambi i protagonisti della stessa), caro Giorgio, leggo: “Con il fascismo la società dei poeti e degli scrittori diventa un corpo a parte, separata dal resto della società. Questo è stato il guasto più grande prodotto dal fascismo sulla nostra letteratura e sulla nostra vita nazionale (di cui facciamo le spese ancora oggi), che ha approfondito i caratteri di separatezza e di distinzione della società letteraria dalla società italiana, e l’ha relegata in un limbo artificiale e artificioso.”

    ecco, penso che il primo passo da fare sia proprio quello di far capire alle persone prima di tutto e ai poeti (mi interessa questa categoria) che fare classe, fare casta, chiudersi nel proprio orticello non è cosa utile, non è cosa che possa sussistere ancora oggi, dove addirittura nei blog si rivede il fare di quello che un tempo veniva chiamato “circolo” e dove si pepetra, per rimanere in ambito fascista, il “chi non è con me è contro di me”.
    Caro Giorgio – mi rivolgo a te, perché nell’immenso caos in cui mi sono ritrovata negli ultimi giorni dentro e fuori L’Ombra, sei stato l’unico che ha sempre ascoltato e mai giudicato le mie argomentazioni, dicendomi che ne avevi rispetto in quanto mie (non è poco) e dicendomi che non ci vuole la laurea per essere un poeta – oggi occorre capire che il libero scambio non è solo un mezzo economico, ma un valore, se attuato con onestà e senza egocentrismi; che il reciproco confronto, anche quando assume toni appassionati, è utile a tutti e che non servono più muri e trincee, anche quando l’Europa arretra come in questi giorni e dimentica la sua Storia. E qui credo che si possano ben legare le due citazioni dall’intervista con cui ho aperto questo commento (che come gli altri verrà bypassato, ma ormai non ci faccio più caso).

    Anche dagli articoli che hai presentato qui in questo inizio di 2016, ho notato il chiaro messaggio del “cambiamento”, qualcosa difficile da realizzare, ma che almeno si deve essere consapevoli, esiste. Cambiamento non solo “dalla lirica al discorso poetico”, mutuando una tua espressione che mi piace molto, ma cambiamento profondo del modo di vedere e di agire e di rapportarsi. E magari anche di scrivere, aggiungerei, ma di fatto qui siete tutti poeti con uno stile consolidato e, quindi, quest’ultimo cambiamento lo auspico solo a me, che ancora sto “imparando” a fare poesia.

    AnGre

  2. Giuseppina Di Leo

    Interrogarsi sulle ragioni dello scollamento tra società e cultura come fanno qui Giorgio Linguaglossa e Flavio Almerighi è utile se non addirittura indispensabile per comprendere questo mondo, a tratti fatuo, della poesia. E in effetti occorre riflettere su questi temi. Un punto di partenza importante non può però prescindere dalla critica in primo luogo su se stessi, anche per meglio comprendere le ragioni del protagonismo di cui spesso siamo vittime inconsapevoli. Il problema, caro Giorgio, non sono Magrelli o Buffoni, la cui poesia a dire il vero non mi dispiace, il vero problema è l’assenza di cultura: un’ignoranza che spaventa. Possibile, mi chiedo, che dai tempi del fascismo non siamo mai usciti?
    GDL

  3. “L’Ombra delle Parole”
    RESPONSABILITA’ (stralcio)

    Commenti offensivi, lesivi della persona o facenti uso di argomenti ad hominem verranno automaticamente cancellati.
    Kamau Brathwaite
    Predrag Matvejevic
    Valentino Campo
    Alfredo De Palchi
    Marco Fazzini
    Andrea Gazzoni
    Steven Grieco
    Gëzim Hajdari
    Giorgio Linguaglossa
    Letizia Leone
    Marco Onofrio
    Antonio Sagredo

    • Dalia

      E’ stata cancellata una parte di questo post. Comunque va bene anche così perché vi si dimostra che il Regolamento accettato da queste pregevoli persone non viene affatto applicato circa le offese contro di me.

  4. Ho scorso l’intervista di Almerighi a Linguaglossa che presenta un excursus in chiave storico-filosofica delle tendenze letterarie, e conseguentemente, della critica letteraria, dalla prima metà del Novecento ai giorni nostri.Un attraversamento diacronico che offre numerosi, interessanti spunti per la riflessione. Ma ciò che mi ha turbato e inquietato lasciandomi dentro una perplessità come da enigma aporetico, sono le battute conclusive dell’intervista, laddove viene chiesto:-Esiste, secondo lei, una critica poetica degna di questo nome?
    E la risposta, non elusiva e disarmante, e che viene da un critico che io considero con grande ammirazione, è: No, non esiste.
    E questo “sic et simpliciter” mi è sembrato raggelante. E’ esattamente la risposta che ci aspettavamo… ma che non avremmo voluto udire.

  5. Arturo con l’elmo parte e va in guerra. Uno scolapasta in verità, ma lui non lo sa.
    Arturo però spara per davvero, nei vicoli di Napoli, sulle piazze della locride, anche a Milano, Artuto spara con lo scolapasta in testa, sognando le spiagge di Procida.
    Chi è Arturo?
    Se lo interroghi Arturo dirà che spara perché è solo questo che sa fare. Qualcuno glielo ha insegnato e da allora spara sempre. Spara, anche parole, sibilline, senza accorgersene però, perché quelle non fanno rumore e non lasciano traccia di polvere da sparo sulla pelle delle mani.
    Ho rivolto ad Arturo la stessa domanda dell’articolo: esiste una critica letteraria, oggi? Arturo ci ha pensato, poi ha risposto, no! Non fa rumore, non è come lo sparo, non c’è il tuono e nemmeno il lampo.

  6. Steven Grieco

    Cari amici,
    vi scrivo dall’India dove al momento mi trovo, in compagnia di Steven Grieco e scrivo dalla sua postazione, e ripenso al piccolo, piccolissimo blog che ha dei lettori anche in questa parte del mondo, e vi dico, con candore e disarmante sincerità, che la critica non esiste più da tempo, almeno da quando sono morti Pasolini (1975) e da quando è morto l’ultimo degli intellettuali che praticava anche la critica: Franco Fortini (1995). Da allora, dagli anni Ottanta, si è assottigliato e scomparso il pubblico, quel pubblico numericamente esile che in qualche modo seguiva la poesia e i suoi problemi; da allora sono rimasti oggi pochi “uomini di fede”, come li definisce Berardinelli, persone che amano la poesia e che la trattano come un atto di fede, come un credente può trattare la propria fede. Ma, è ovvio che da allora, anche la critica che viene professata è simile, molto simile ad un atto di fede, le si crede nella misura in cui ci racconta la storia che volevamo sentire udire; ma non le si crede nella misura in cui ci racconta cose che non ci fanno comodo. La critica così è diventata una utility, una utilitaria che ciascuno usa come e quando vuole, è una specie di sterzo che ciascuno usa come vuole. E’ questa la ragione per cui un critico come Berardinelli, di sicuro valore, ha abbandonato la lettura della “poesia”, e da suo punto di vista lui ha perfettamente ragione: perché e per che cosa spendere tante energie per una cosa che non ha alcun senso perché manca a questa branca di attività quella che i britannici chiamano la Verificazione. Non c’è verification, quindi non ci può essere una critica degna di questo nome. Ciascuno argomenta secondo la propria ragione, ed ha ragione. Ciascuno scrive belle introduzioni ai libri di poesia, che, come dice Berardinelli, potrebbero trasmigrare e valere per tutti o quasi i libri di poesia. La cosiddetta critica è davvero diventata una prostituta a basso, bassissimo costo di produzione, di conseguenza ciascuno la frequenta secondo il proprio piacere e tornaconto. E forse è giusto così. Dunque, perché raccapricciarsi per la mia risposta alla domanda se la critica oggi esista o no? La critica è oggi diventata una idea del passato, del lontano passato. E nulla più.
    Best wishes to all.
    Giorgio Linguaglossa

  7. Steven Grieco

    commento di Steven Grieco: Se la critica della poesia (quasi) non esiste più, ci si può anche chiedere di “quale” poesia. Oggi non si capisce più di cosa parliamo quando parliamo di poesia. Possiamo dire che tutta la poesia è bella, e tutta la poesia è inutile.

    • accetto la tua provocazione Steven, in effetti la poesia non ha una sua utilità pratica, trasforma infatti un arnese utile a comunicare quale il linguaggio e lo trasforma in poesia regalando significati nuovi a un tessuto altrimenti prosastico: hai mai notato come riluce il manto dei gatti al sole? A cosa serve? A niente, però è bello.

  8. Steven Grieco

    Caro Steven,
    sì, credo che possiamo anche parafrasare la tua affermazione così: che tutta la poesia è brutta e che è inutile per un critico parlare della poesia brutta. O meglio, non me ne vogliano Franco Buffoni e Valerio Magrelli se ho presentato la loro poesia come poesia “brutta”, in realtà non era mia intenzione infilare la loro “poesia” nello spillo del collezionista di farfalle, in realtà la loro poesia può essere definita (ed è stata definita, forse anche a ragione da alcuni critici e da utenti di questo stesso blog come “bella”). Ma ciò non cambia il nocciolo del mio argomentare. Che la poesia che si scrive oggi in Occidente da parte degli autori più in voga sia in realtà una poesia da make up internazionale, credo che sia una frase non offensiva, ma che ci permette di mettere a fuoco la nostra condizione di persone che vivono in Occidente. Io ho partecipato in questi giorni ad un incontro Internazionale di poesia che si è tenuto a Calcutta, con realtiva Antologia dei poeti di tutto il mondo e, in particolare, dei poeti dell’area indiana, ebbene vi dirò che tutte le poesie contenute nella Antologia non fanno altro che scimmiottare penosamente ciò che si scrive in Occidente; appunto quella scrittura di superficie e di scarsa profondità che fanno qui da noi i Magrelli e i Buffoni e i loro epigoni. Ne deriva, caro Steven, che quello che si dice dei poeti dianzi nominati può essere detto per qualsiasi poeta che scriva cose analoghe in altre parti del nostro smisurato globo. Ecco il significato di quello che dico quando asserisco che un critico posto nella latitudine di Roma può essere clonato da un critico posto nella latitudine e nella longitudine di Calcutta o di Boston. La cosa può apparire ridicola se ci pensiamo un attimo, ma non è così, perché come vi è un gergo poetico internazionale così vi è anche un gergo critico internazionale che dice le medesime insulsaggini. Ecco la mia risposta, caro Steven: di che cosa parliamo quando parliamo di poesia? Di quale poesia parliamo? Tu, giustamente poni il dito sulla piaga; ed io, molto modestamente, ti rispondo andando a rimestare il dito nella medesima piaga. Non c’è modo di uscirne, credimi, per questa via.
    Best wishes to all.
    Giorgio Linguaglossa

  9. Steven Grieco

    No, Giorgio, io non intendo dire che tutta la poesia è brutta, bensì che la poesia non è più “criticabile”, “verificabile”. Insomma, non si capisce più cosa sia la poesia in genere, perché tutti i parametri della poesia sono scomparsi, non si sa proprio più cosa sia la poesia. Io non sono in nessun modo un nostalgico. Penso che il fatto che i tempi abbiano spazzato via questi parametri sia la notizia più bella per la poesia. Può sembrare che oggi tutti scrivano per epigonismo, ed è vero, ma solo perché c’è un vuoto fra due epoche. Io sono profondamente convinto che una nuova concezione della poesia stia nascendo fra di noi, a Calcutta come a Parigi o a Roma, ma spesso non abbiamo gli occhi per vederla.

  10. Steven Grieco

    caro STeven,
    possiamo dire che c’è un oggetto qui davanti a noi che noi chiamiamo “poesia” ma che se andiamo a vedere che cosa essa contiene, essa ci apparirà come una “scatola vuota”. Tutto ciò che è “nuovo” oggi, nel nostro tempo, denominato Dopo il Moderno, ci appare come “vuoto”, non parla se non del vuoto e nel vuoto. Perché dall’altra parte c’è la poesia della “chiacchiera” del bisticcio delle parole e dei significanti. Poesia della superficie riflettente. Ecco, su questo siamo d’accordo, che quella poesia che qui da noi nel secondo Novecento ha avuto i suoi maggiori interpreti in Montale e in Zanzotto, quella poesia, dicevo, è morta e sepolta e non può essere altrimenti. L’odierno minimalismo internazionale in realtà è una superficie smisurata che attraversa tutte le latitudini e le longitudini, tutte le lingue e tutti i paesi, intenet in questo senso ha facilitato l’epigonismo internazionale con i suoi messaggi che hanno una “comunicazione immediata” in pochi istanti in tutto il mondo. Però bisogna anche dire, e con la massima nettezza, che quella poesia che si confeziona in Occidente è una pseudo-poesia, una poesia che si offre supinamente e acriticamente alla clonazioe in migliaia e migliaia di esemplari in tutto il mondo. Provate a clonare le poesie di Kavafis. E’ impossibile. Provate a clonare le poesie di un Mandel’stam, è inutile non ci riuscirebbe nessuno perché è impossibile clonarle. Provate a clonare una poesia di Magrelli o di Buffoni, ed ecco che spuntano in ogni parte del globo miriadi di pseudo poeti che scrivono pseudo poesia in milioni di esemplari!
    Allora, che cos’è che volevo dire? Volevo dire appunto questo, che non c’è via di uscita dall’epigonismo e che se si vuole fare una poesia autentica occorre rischiare qualcosa, scrivere qualcosa che non era stato scritto prima e scontare magari una solitudine; bisogna prepararsi ad una solitudine. E la mia modesta attività di critico ha senso e significato soltanto entro questi parametri: illuminare la solitudine in cui la nuova poesia è costretta a vivere e a scontare il suo peccato di essere all’altezza del proprio tempo se vuole sopravvivere.

    Giorgio Linguaglossa

  11. Steven Grieco

    Caro Giorgio, sono perfettamente d’accordo con te riguardo a solitudine e rischio. Unica via d’uscita dall’epigonismo.

  12. Heidegger con la sua riflessione sull’«oblio dell’essere» ha avuto una influenza non positiva sulla poesia italiana del Novecento, ben pochi tra i poeti hanno letto le pagine di “Essere e tempo” *1935*. Il problema è un altro: la dismetria e la distassia dei linguaggi poetici del tardo Novecento che il Novecento ha lasciato in eredità alla poesia italiana: di qui la positivizzazione, la sproblematizzazione dei linguaggi poetici novecenteschi, che sono sortiti fuori come funghi, come ingessati, febbricitanti, privatizzati, ionizzati da un massiccio bambardamento di talqualismo, di showpoetry, di chatpoetry. Si è pensato è si e fatta una poesia unilineare, discorsiva, del parlato, degli oggetti, senza avere una idea di come inserire il discorso nella forma/poesia, senza avere una idea di come inserire il parlato dentro la forma/poesia, senza avere alcuna idea di come inserire gli oggetti dentro la forma/poesia. Si è andati a caso, a tentoni, alla cieca, armati di acchiappafarfalle e pentoloni. Ci sono stati, e ci sono tuttora, per fortuna, numerose eccezioni: il grande vecchio Alfredo De Palchi, e poi Roberto Bertoldo, Luigi Manzi, Anna Ventura, Annamaria De Pietro e tanti altri che non posso nominare in questo luogo.

    C’è una «domanda fondamentale» che muove la poesia. È la domanda che interroga la Crisi. Che cos’è la Crisi? (Mi chiedo quanti poeti si sono posti questa domanda, che ritengo una delle domande fondamentali alla quale si deve in qualche modo rispondere); direi che la Crisi è la modalità con cui si manifesta dinanzi a noi la difficoltà di porre la «domanda fondamentale», quella domanda che consente di aprire il campo di indagine mediante la scoperta di altre domande nascoste, soggiacenti, che stanno sotto il tegumento dei discorsi a vanvera del positivismo di questi anni *il positivismo della poesia unilineare e unidimensionale*. La poesia contemporanea puo essere ragguagliata ad una superficie, «la pista di pattinaggio del post-contemporaneo», una superficie piatta, unidimensionale dove tutte le scritture poetiche si assomigliano, sono interscambiabili, non delimitano alcun «oggetto», sono orfane, prive di «tradizione», non hanno nulla dietro di sé e, davanti, si estende la pista di pattinaggio dell’«ignoto», sono delle zattere che vanno alla deriva delle correnti del mare dell’«ignoto», senza un progetto, una idea di poetica, una idea dell’oggetto da rappresentare. Da questo punto di vista è alquanto disutile discettare di poesia degli oggetti se non si ha una salda visione di come inserire gli oggetti nella forma/poesia, anche gli oggetti presunti si sono dissolti e dislocati, stanno altrove da dove pensavamo di trovarli, non se ne sono stati li fermi ad attendere la venuta del poeta degli oggetti. Hanno traslocato. Di qui la solitudine del poeta contemporaneo che non voglia inseguire le scritture epigoniche e che voglia mantenere una coscienza critica della funzione della poesia nel nostro tempo della stagnazione…

    Nel mio ultimo libro di critica (Dopo il Novecento) ho chiamato questa situazione della poesia contemporanea italiana «La partenza degli argonauti» riferendomi alla mitica partenza degli argonauti alla ricerca del vello d’oro. Leggendo la poesia contemporanea ho sempre la sensazione di una partenza di massa verso il traguardo del successo e della visibilità. In questa analisi della poesia contemporanea ho sempre avuto la netta sensazione della scomparsa della «domanda fondamentale»: perché si scrive poesia, e per chi?; in assenza di questa domanda preliminare oggi si scrive poesia in base ad una pulsione corporale, ad un bisogno personale, ad un calcolo di visibilità, certo psicologicamente comprensibile, ma che non può dar luogo che a risultati irrilevanti. Spesso si ciarla di dimensione etica dell’estetica proprio da parte di chi insegue lo stesso obiettivo perseguito dalla razionalità del mercato e dell’etica monetaria: il successo e la visibilità. Si scrivono i libri di poesia come si scrivono i romanzi: si tende al successo, se non delle vendite almeno a quello della vetrina della visibilità.

    Sì, la «domanda fondamentale» può anche scomparire per intere epoche, per decenni o per secoli se qualcuno non la ripesca dal mare dell’oblio: Mnemosine (la memoria) non è la madre delle Muse?, e la poesia non è un prodotto delle Muse?; la poesia ha, secondo me, il compito di porre delle «domande», altrimenti è ciarla, chiacchiera da bar dello sport o spot televisivo.

  13. Caro Giorgio, ho seguito quest’ultima parte del tuo discorso e lo trovo profondamente etico, coraggioso. E’ quello che ci si dovrebbe aspettare dalla cosiddetta critica militante che è stata, invece, scompaginata dal mutare sempre più vorticoso della realtà (soprattutto di certa realtà) intorno a noi, e ridotta, ormai, a navigare in cattive acque. Il compito, di certo arduo, che spetta alla critica onesta, oggi, ha come rovescio della medaglia il suo destino di solitudine, che come dici bene, è speculare a quello della stessa poesia. E’ un assunto assai importante che hai mirabilmente individuato. Sei, un grande, in ogni occasione!

  14. giorgio linguaglossa

    Grazie Rossella per la tua condivisione, pero io sento il dovere di dire che non sono un critico, perche la critica e un fatto del passato, che non posso esserlo, e che ritengo che il mio compito sia molto piu modesto, sia quello di un autore del contemporaneo che osserva e valuta il contemporaneo, cioe sono un contemporaneista, una specie di ircocevo o di unicorno, un incrocio tra un topo e una tigre, un serpente ed un uccello, una persona che sta a disagio sia nel Presente che nel Passato, e che probabimente starebbe a disagio ancor piu nel Futuro se cio fosse possibile. Ed e da questa sensazione di disagio che puo prendere inizio l-osservazione, che non puo nascere che da uno spaesamento, una estraneazione, da un frmmento della nostra esistenza, da un frammento di uno specchio che ci resituisce l-immagine della nostra esistenza dove tra il nostro essere/qui e essere/altrove non v e poi molta differenza… come del resto fai tu che ci parli nella tua poesia di cose che sono state apparentemente sepolte dal quel signore importuno che chiamiamo Passato.

  15. Pur attraverso l’immagine imprecisa che inevitabilmente posso avere della tua realtà e del difficile compito ad essa collegato, ho la percezione di un cammino cieco, senza chiare prospettive e quasi senza via d’uscita. Mi si affacciano -seppure in maniera più nebulosa di quanto non avvenga a te che hai, soprattutto in questo specifico campo, idee più chiare e definite di quelle di chiunque altro- i contorni di una realtà troppo caotica, troppo fumosa e imprecisa e snaturata. E soprattutto la percezione che un tale marasma si sia ingenerato in così breve margine di tempo mi provoca la sensazione di una valanga d’acqua che, all’improvviso, qualcuno ti riversi addosso lasciandoti senza respiro. Così, dal mio punto di vista, appaiono i mille interrogativi che si affacciano alla mente nel tentativo di fare chiarezza, e il naufragio mi pare profilarsi a qualunque livello della nostra realtà, quasi fosse la prospettiva più prossima del nostro futuro. Comprendo pertanto- per quanto, poi, è lecito ad ognuno di noi di comprendere l’altro- comprendo il senso del tuo spaesamento che tu estendi all’attività critica in generale, o quantomeno a quella che opera, innanzi tutto, su se stessa, interrogandosi per trovare, nel suo operato, una coerenza interna su cui radicarsi. Comprendo che un tale spaesamento, il sentirsi fuori posto e fuori tempo, è giustamente speculare alla poesia che parallelamente naviga le stesse burrascose acque.
    Per quel che riguarda il passato, noi certo non possiamo archiviarlo o cancellarlo come qualcosa che più non ci appartiene o non ci interessa. Il passato vive in noi, inesorabilmente, che noi lo vogliamo o no. Vive nelle cellule del nostro corpo, e nella nostra anima e nella nostra mente. Il nostro presente ha la sua matrice in esso, ogni nostro gesto o pensiero lo presuppone e ripropone, e la nostra temporalità, heideggerianamente parlando, abbraccia passato, presente e futuro. Noi siamo quello che siamo in virtù del nostro passato, e del passato di tutta l’umanità, della memoria storica che fa cumulo in noi.La nostra realtà origina dalla compresenza di questi tre poli che solo lo schematismo astratto della nostra mente può isolare e considerare separatamente. E se in qualche modo accettiamo l’idea che in noi sia presente il barlume di una realtà superiore, un quid che ci riconnetta a quella condizione che definiamo trascendenza, bene, allora non dovremmo stupirci della nostra temporalità, che è in noi perché, prima di tutto, è di Dio (che forse realmente ci hai voluti a sua immagine e somiglianza) un Dio, appunto, il cui Tempo abbraccia e riconnette tutti i tempi, così come il suo essere Uno riconnette e abbraccia ogni frammento e brandello di realtà. La partizione che noi facciamo del tempo è un gioco artificioso che origina dalla capacità logistica della nostra mente che, per economia, attua schemi e sinossi che ci permettono di orientarci in un mondo che altrimenti sarebbe il caos. Il pensiero è Zeus che soppianta Crono, è l’ordine che viene a instaurarsi nel Caos per l’utilizzazione stessa delle cose di questo mondo: orologi e calendari e tutto ciò che scandisce e misura,che attua divisioni,classificazioni, gerarchizzazioni è, forse, ciò che ci allontana e separa da quell’origine, che, in virtù (o a causa) del pensiero (soprattutto di quello logico-deduttivo) è divenuta Trascendenza. Ed ecco il senso di quel “peccato originale” (perché sta all’origine dell’attuale configurazione della realtà, per noi) che ci ha allontanato da Dio -che è diventato trascendenza- (originando quella che è da molti definita la malattia dell’Occidente, il male di vivere, ecc,) e non più immanenza. Ecco perché, anche dallo stesso Heidegger, nella Poesia, ovvero nelle capacità intuitive -non nel pensiero logico-deduttivo- è indicata la possibilità di una svolta (e del pensiero e del linguaggio che aderisce ad esso) che possa condurre in presenza della verità e dell’Essere. Ed ecco, così, eternata anche la teoria dei “Corsi e Ricorsi” del tempo e della Storia: il ritorno del trait d’union tra Poesia e Filosofia come era stato in un lontano, lontanissimo passato.

  16. cara Rossella,
    tu scrivi: «i contorni di una realtà troppo caotica, troppo fumosa e imprecisa e snaturata. E soprattutto la percezione che un tale marasma si sia ingenerato in così breve margine di tempo mi provoca la sensazione di una valanga d’acqua che, all’improvviso, qualcuno ti riversi addosso lasciandoti senza respiro. Così, dal mio punto di vista, appaiono i mille interrogativi che si affacciano alla mente nel tentativo di fare chiarezza, e il naufragio mi pare profilarsi a qualunque livello della nostra realtà, quasi fosse la prospettiva più prossima del nostro futuro».
    Da Jaipur, in India, dove ora mi trovo, ti scrivo questo semplice pensiero:
    Credo anch’io che oggi viviamo in Italia un momento di passaggio, di transizione tra il vecchio mondo che è scomparso e il nuovo che non vuole ancora apparire, di qui il senso di grande confusione che ci colpisce tutti, chi più chi meno, e questa confusione è aggravata dal fatto che il nostro paese è stato irrimediabilmente colpito da una Crisi di stagnazione non solo economica, che ha pervasivamente invaso la nostra vita quotidiana, le nostre certezze (se ne avevamo) e i nostri progetti. Questa non è soltanto una Crisi dello sguardo, quindi una crisi ottica, ma è una Crisi sostanziale che l’Italia non potrà fare a meno di affrontare prima o poi. Ormai sono venuti al pettine i nodi che impediscono a questo Paese di crescere, e questi nodi sono ben visibili anche nella stagnazione di idee e di progetti di cui soffre la letteratura. Ma, a volte, le Crisi si rivelano utili. Come la prima guerra mondiale ha abbattuto come un castello di carte il Simbolismo russo, così io penso che questa Crisi di Stagnazione finirà per abbattere i piccoli lavori dei letterati di questi anni, le loro poesie e i loro romanzetti prefabbricati non interessano a nessuno, sono acqua fresca che passa sotto i ponti, e perciò occorre porre mano alla ricostruzione del Paese e della letteratura, occorre munirsi di un Grande Progetto, sollevare le Grandi Questioni nazionali, occorre avere il coraggio di gettare alle ortiche i piccoli fraseggi fatti di opportunismo e di bilancismo. Insomma, ritengo che dalla Crisi si possa uscire, ma occorre coraggio e un Grande Progetto. Ma, probabilmente, occorrerà ancora percorrere un bel tratto di strada in salita, sarà necessario che molti rami secchi vengano tagliati e che la Crisi economica e spirituale del nostro Paese percorra fino in fondo il suo cammino distruttivo sì, ma anche benefico.

  17. Caro Giorgio, condivido quanto hai detto. Ma per una tale operazione, per un tale innovativo, coraggioso e Grande Progetto occorrono qualità non comuni (oggi pressoché scomparse): la fedeltà ai principi e il coraggio dell’onestà, che insieme all’ampia e approfondita conoscenza del panorama letterario e culturale dei nostri giorni, tu possiedi in sommo grado. Ho grande fiducia in te, e grande speranza..

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