PASQUALE BALESTRIERE, GINO RAGO e GIORGIO LINGUAGLOSSA – COLLOQUIO A TRE su “la cartografia della poesia italiana del Novecento”, La vexata quaestio Dino Campana”, “La componente innica e quella elegiaca del Novecento secondo Gianfranco Contini”

Umberto Eco, Edoardo Sanguineti, Furio Colombo

umberto eco edoardo sanguineti e furio colombo

 Riprendiamo uno stralcio dell’ampia discussione che ha avuto luogo in questo blog tra il 21 e il 29 dicembre scorso sulla vexata quaestio de “La componente innica e quella elegiaca del Novecento secondo Gianfranco Contini” e “la cartografia della poesia italiana del Novecento”  sempre secondo Gianfranco Contini, perché a nostro avviso è qui che si concentrano, come in nuce, tutte le questioni e tutte le questioni come linguaggio, stile, canoni, modelli rappresentativi che avranno una ricaduta sulla poesia italiana del secondo Novecento determinandone gli esiti, fino ai giorni nostri.
(n.d.r.)

giorgio linguaglossa

21 dicembre 2015 alle 11:42 Modifica

«Tra le cartografie della poesia italiana del Novecento, ve n’è una che gode di un prestigio particolare, perché è stata stilata da Gianfranco Contini. La caratteristica essenziale di questa mappa è di essere incentrata su Montale e sulla linea per così dire “elegiaca” che culmina nella sua poesia. Nel segno di questa “lunga fedeltà” all’amico, la mappa si articola attraverso silenzi ed esclusioni (valga per tutti, il silenzio su Penna e Caproni, significativamente assenti dallo Schedario del 1978), emarginazioni (esemplare la stroncatura di Campana e la riduzione “lombarda” di Rebora) e, infine, esplicite graduatorie, in cui la pietra di paragone è, ancora una volta, l’autore degli Ossi di seppia. Una di queste graduatorie riguarda appunto Zanzotto, che la prefazione a Galateo in bosco rubrica senza riserve come “il più importante poeta italiano dopo Montale” (…) Riprendendo un cenno di Montale, che, nella recensione a La Beltà, aveva parlato di “pre-espressione che precede la parola articolata”, di “sinonimi in filastrocca” e “parole che si raggruppano per sole affinità foniche”, la poesia di Zanzotto viene definita nello Schedario nei termini privativi e generici di “smarrimento dell’identità razionale” delle parole, di “balbuzie ed evocazione fonica pura”; quanto alla silhouette “affabile poeta ctonio”, che conclude la prefazione, essa è, nel migliore dei casi, una caricatura. (…)
L’identificazione di una linea elegiaca dominante nella poesia italiana del Novecento, che ha il suo culmine in Montale, è opera di Contini. Di questa paziente strategia, che si svolge coerentemente in una serie di saggi e articoli dal 1933 al 1985, l’esecuzione sommaria di Campana, il ridimensionamento “lombardo” di Rebora e l’ostinato silenzio su Caproni e Penna sono i corollari tattici. In questo implacabile esercizio di fedeltà, il critico non faceva che seguire e portare all’estremo un suggerimento dell’amico, che proprio in Riviere, la poesia che chiude gli Ossi, aveva compendiato nell’impossibilità di “cangiare in inno l’elegia” la lezione – e il limite – della sua poetica. Di qui la conseguenza tratta da Contini: se la poesia di Montale implicava la rinuncia dell’inno, bastava espungere dalla tradizione del Novecento ogni componente innica (o, comunque, antielegiaca) perché quella rinuncia non apparisse più come un limite, ma segnasse l’isoglossa al di là della quale la poesia scadeva in idioma marginale o estraneo vernacolo (…) Contro la riduzione strategica di Contini converrà riprendere l’opposizione proposta da Mengaldo, tra una linea “orfico-sapienziale” (che da Campana conduce a Luzi e a Zanzotto) e una linea cosiddetta “esistenziale”, nella polarità fra una tendenza innica e una tendenza elegiaca, salvo a verificare che esse non si danno mai in assoluta separazione. »

Sono parole di Giorgio Agamben (in Categorie italiane, 2011, Laterza p. 114). Tra gli stereotipi più persistenti che hanno afflitto i geografi (e i geologi) della poesia italiana del secondo Novecento, c’è quello della ricostruzione dell’asse centrale del secondo Novecento a far luogo dalla poesia di Zanzotto, già da Dietro il paesaggio (1951) fino a Fosfeni (1983). Di conseguenza, far ruotare la poesia del secondo Novecento attorno al «Signore dei significanti» come Montale ebbe a definire Zanzotto, dal punto di vista di fine secolo può considerarsi un errore di prospettiva. Ma se rovesciamo il punto di vista del secondo Novecento con cui si guarda alla geografia del primo, Campana appare come il poeta nella cui opera vengono a confluire i due momenti: quello innico e quello elegiaco…*

* Giorgio Linguaglossa Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea (2000-2013) 2013 Società Editrice Fiorentina, pp. 148 € 14.

montale e il picchio

eugenio montale e il picchio

Gino Rago

21 dicembre 2015 alle 16:31 Modifica

L’invito alla lettura di Campana fa onore a Pasquale Balestriere e a L’ombra che lo ospita e lo propone. Dalla ricerca incentrata sui Canti Orfici (1914), si avverte in tutto il suo tragico incanto il senso di una sostanziale fusione fra l’artista e l’uomo, fra una vocazione d’arte e la parabola di una esistenza. Così come rumoreggia fra le parole di Pasquale Balestriere la storia d’un singolare “déraciné”, fratello spirituale dei poeti maledetti francesi, amante ed esperto di Wagner, di Masaccio, di Giotto, della grande tradizione plastica toscana, ma con l’occhio, ben educato all’arte, rivolto anche a De Chirico, ai futuristi, ai cubisti.
La precisazione di Giorgio Linguaglossa, estratta dal suo Dopo il Novecento. Monitoraggio della poesia italiana contemporanea, è quanto mai opportuna nel suo carico di verità… Neanche Gianfranco Contini, fra gli altri, comprese la grandiosa scommessa campaniana di sporgersi oltre la musica e la plastica, per giungere in quel luogo misterioso dove suono e visione si fondono per farsi una cosa sola. Sibilla Aleramo, amandolo fino alle soglie della follia, aveva chiara in sé, nel teppismo, nel nomadismo di Dino Campana, la forza d’un uomo disposto a varcare monti e a solcare oceani nel coraggio supremo della fedeltà alla poesia, senza preoccuparsi né del pane né dell’avvenire, ma guardando al fanciullo di Whitman come mito segreto a chiudere i Canti Orfici “…erano tutti stracciati e coperti dal sangue del fanciullo.”
Una pagina indimenticabile. Grazie Pasquale, grazie Giorgio.
Gino Rago

giorgio_caproni

giorgio caproni, foto di Dino Ignani

Pasquale Balestriere

29 dicembre 2015 alle 0:56 Modifica

E pensare, gentile Gino Rago, che Gianfranco Contini, peraltro finissimo lettore e notevolissimo rappresentante in Italia della critica stilistica, ha addirittura etichettato Campana come un poeta “visivo, che è quasi la cosa inversa” rispetto a “veggente” e a “visionario”!
Stupisce constatare come l’acuto Contini non veda con chiarezza (come pur dovrebbe) una cosa elementare, lapalissiana, e cioè che il dato visivo (quando c’è, la qual cosa accade -a dire il vero- piuttosto spesso) non è mai fine a se stesso ma è solo iniziale, propedeutico e funzionale allo sviluppo torrenziale dell’impeto creativo di Campana che si concretizza e trova la sua maturazione nella fase del poeta veggente e/o visionario. Contini, insomma, si ostina a negare l’evidenza di un atto poetico di rara potenza, che trova la sua più evidente realizzazione e conclusione in un deragliamento sensoriale nel quale, quasi miracolosamente, si compongono in meraviglioso concento le percezioni più diverse della vita (spazio, tempo, suoni, colori, forme, rumori, voci…).
E spiace anche che Contini, nella sua visione riduttiva della poesia campaniana, non abbia tenuto conto dei pareri positivi di altri illustri critici, come Boine, De Robertis, Cecchi, Solmi e dello stesso Montale, per non dire di altri, contemporanei e successivi.
Pasquale Balestriere

Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti

giorgio linguaglossa

29 dicembre 2015 alle 8:27 Modifica

Caro Pasquale Balestriere,
il problema della forbice tra la componente «innica» rappresentata da Dino Campana e quella «elegiaca» impersonata da Montale, è una visione tattica e strategica di Contini, il quale era interessato, per motivi “politici” a privilegiare la seconda componente e a dimidiare la prima. Ma il problema è che questa visione dualistica è stata architettata da Contini proprio per obbligare a schierarsi o di qua o di là, ma non corrisponde al vero, o, almeno, non esaurisce il problema della conflittualità che afferisce alle linee portanti della poesia italiana del Novecento.

Il punto di vista di Contini, non è da privilegiare, ma da ribaltare. Ed è quello che io ho tentato di fare con il mio libro titolato”La poesia italiana 1945-2010. Dalla lirica al discorso poetico” (EdiLet. 2011), di cui sto preparando la seconda edizione che conterrà molte novità e approfondimenti. A mio parere la poesia del secondo Novecento (e, di conseguenza anche del primo) va vista da questa prospettiva: la progressiva trasformazione della “lirica” in “Discorso poetico”, ergo l’abbassamento del linguaggio poetico al piano del parlato e lo spostamento delle tradizionali tematiche paesaggistiche in direzione delle tematiche urbane, psicologiche ed esistenziali.

Applicando questa prospettiva alla poesia italiana del secondo Novecento, vedremo dissolversi la linea cosiddetta «elegiaca» di continiana memoria. Ecco come Agamben riassume la questione: «L’identificazione di una linea elegiaca dominante nella poesia italiana del Novecento, che ha il suo culmine in Montale, è opera di Contini».

L’identificazione di una Linea dominante è un atto critico che si può, anzi, si deve ribaltare nell’altra Linea da me proposta: dalla lirica al discorso poetico. In questa prospettiva, vedremo che i valori assodati da Contini vengono ad essere modificati, come quel giudizio di Contini di Zanzotto considerato come il più grande poeta dopo Montale. Dal mio punto di vista, invece, Zanzotto è valutato come il più grande rappresentante dello sperimentalismo del secondo Novecento e nulla più, che trova il suo apice ne “La beltà” del 1968. Dopo quella data lo sperimentalismo italiano entra in crisi irreversibile e si produce un fenomeno di dislocazione delle «isoglosse» di continiana memoria, avviene che non sarà più possibile identificare una Linea dominante perché si assiste alla polverizzazione dei «modelli», ad una disseminazione dei linguaggi poetici e dei «canoni». Fenomeno questo postmodernistico che sarà bene tenere a mente quando si affronta il problema della valutazione della poesia del tardo Novecento.

Al momento, ritengo che siamo ancora dentro questo grande rivolgimento dei linguaggi poetici, all’interno del più grande rivolgimento costituito dal villaggio globale. Insomma, per farla breve, credo che non sia un caso la disseminazione dei linguaggi poetici e che essa sia avvenuta in contemporanea con l’emergere di una economia planetaria interdipendente tra tutti i paesi del globo. Il Logos poetico non può non avvertire al suo interno questo gigantesco processo extralinguistico.

campana_dino1

Dino Campana

Pasquale Balestriere

29 dicembre 2015 alle 13:55 Modifica

Sono sostanzialmente d’accordo con quanto sostieni, caro Giorgio Linguaglossa, soprattutto nella parte finale del tuo intervento. Quello invece che da tutti i critici, ma in particolare da uno del livello di Contini, mi sento di pretendere è la totale onestà intellettuale, messo da parte ogni motivo “politico” o anche qualsiasi teoria precostituita o presunta, finalizzata a raggiungere uno scopo predeterminato. L’atto critico deve essere operazione aperta, senza altro limite che non sia richiesto dalla competenza e dalla serietà dell’indagine.
Pasquale Balestriere.

 

 

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11 commenti

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11 risposte a “PASQUALE BALESTRIERE, GINO RAGO e GIORGIO LINGUAGLOSSA – COLLOQUIO A TRE su “la cartografia della poesia italiana del Novecento”, La vexata quaestio Dino Campana”, “La componente innica e quella elegiaca del Novecento secondo Gianfranco Contini”

  1. gabriele fratini

    Molto interessante. Mi permetto di indicare il momento topico dell’opera zanzottiana in Galateo in Bosco più che nel sopravvalutato La Beltà che di fatto è una prosecuzione-sviluppo delle IX Ecloghe. Un saluto.

  2. Heidegger con la sua riflessione sull’«oblio dell’essere» ha avuto una influenza non proprio positiva sulla poesia italiana del Novecento, ben pochi tra i poeti hanno letto le pagine di Essere e tempo. I più hanno solo orecchiato dei filosofemi passati di seconda mano. Il problema dell’essere ha portato, qui da noi, alla de-fondamentalizzazione della forma-poesia; e di qui alla dismetria e alla distassia del linguaggio poetico il passo è stato breve. È avvenuto così che il Novecento ha lasciato in eredità alla poesia italiana la positivizzazione e la sproblematizzazione dei linguaggi poetici, che sono sortiti fuori come funghi, ingessati, febbricitanti, privatizzati, ionizzati da un massiccio bombardamento di poesia performativa, talqualismo e di chatpoetry, showpoetry, slampoetry. E chi più ne ha più ne metta.

    L’antologia curata da Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli Il pubblico della poesia (1975), rivelava una nuova identità dei poeti-massa i quali «avevano in comune alcune caratteristiche: «il venire “dopo” l’impegno politico e la neo-avanguardia, dopo l’informale e il formalismo, dopo il Sessantotto, che non una serie di intenzioni e propositi. Si trattava (spesso genericamente) di semplice “riscoperta della poesia” dopo e contro i numerosi “processi alla poesia” istruiti precedentemente da poeti-critici o critici-poeti come Franco Fortini e Edoardo Sanguineti, per fare solo due nomi fra i più autorevoli. Salvo alcuni postumi, la febbre autocritica già nella seconda metà degli anni Settanta tendeva a sparire e non ricomparve più in seguito… l’idea e il mito della poesia ricominciarono a vivere una vita felice.»1

    1 A. Berardinelli Casi critici Dal postmoderno alla mutazione Quodlibet 2007 p. 305

    • Nella sezione conclusiva di “Essere e Tempo”- per quel che ne è rimasto nella mia memoria- Heidegger prospetta una via di accesso al senso dell’Essere, non più attraverso la filosofia, che nella sua indagine sul senso dell’Essere ne rimane sconfitta, ma proprio attraverso la Poesia. Nelle battute conclusive della sua opera, in un linguaggio suggestivo e velato che richiama già quello poetico perché sembra andare oltre se stesso, ma soprattutto nella domanda densa di mistero che fa da chiusa al libro: “Il Tempo si rivela forse come l’orizzonte dell’Essere? pare indicarci un misterioso accesso a un piano di realtà altra, trascendente.
      E’ come se volesse aprirci una nuova porta, un nuovo varco che possa, non mostrarci interamente l’Essere, ma una via d’accesso ad esso, alla sua Luce. Via troppo ardua, imperscrutabile per il pensiero e per la riflessione filosofica, ma tale da poter schiudere un barlume di realtà nuova e mettere finalmente in comunicazione l’uomo con il senso stesso della realtà intera, con l’Essere, che il filosofo ravvisa nella Trascendenza.
      Il discorso, appena accennato, da Heidegger, che volutamente rimane in penombra, preludio di una possibilità e di un’attesa non mai certa, ma ancora caratterizzata da un punto interrogativo carico di stupore e di attesa e di mistero, è, in realtà, una riconferma e una riproposizione del ruolo conoscitivo e quasi sacrale della poesia stessa, per la quale si suppone l’accesso ad una realtà altra, e così alta, che la riflessione filosofica non riesce ad attingere.

  3. leggevo in un altro articolo circa il linguaggio poetico:

    “[…] L’articolazione geodetica e geopoetica, sia la latitudine che la longitudine, “colloca” il linguaggio poetico (Brodskij) nell’ambito della storia e contribuisce a cambiare la Lingua e il linguaggio poetico.”

    (da https://lombradelleparole.wordpress.com/2015/04/19/per-una-carta-poetica-del-sud-manifesto-del-post-meridionalismo-il-16-aprile-a-roma-la-presentazione-della-antologia-il-rumore-delle-parole-poeti-del-sud-curato-da-giorgio-linguaglossa/)

    • ancora, dalla già citata fonte in questo blog – da cui traggo, in virtù del mio essere meridionale – si possono rilevare i mutamenti, i cambiamenti della poesia e della scrittura poetica:

      Nel “(In questo) contesto storico che dista anni luce dalla linea meridionale degli anni Cinquanta, sia Letizia Leone che Linguaglossa si sono soffermati sul rapporto tra scrittura e il territorio, individuando la forza di questi Autori (del Sud) nell’aver digerito lo scandalo della storia, quello dell’essere poeta oggi, di non sapere più a chi si rivolga la scrittura poetica. Così, la figura del poeta è ragguagliabile a quella di un esiliato, il poeta è un de-territorializzato, de-istituisce più che istituire qualcosa, s-fonda più che fondare quella cosa che chiamiamo la Lingua poetica; gli Autori accomunati nell’Antologia sembrano voler quantomeno invertire questa tendenza, vogliono recuperare l’esercizio del pensiero, sentono di abitare un senso della storia dove la parola poetica è dolore della mancanza della parola; a tal proposito la Leone ricorda Quasimodo il quale ricordava che la nascita di un poeta è sempre un atto di disordine.”

  4. Al Signor Giorgio Linguaglossa,
    apprendo dal suo ultimo scritto nel blog che oggi, 5 gennaio 2016, alle ore 10.21, lei era vivo e cosciente. Me ne compiaccio.
    Come mai non si accorge di non fare una bella figura di amministratore/intestatario del blog se il suo comportamento denota l’uso di “due pesi e due misure” nel cancellare o mantenere i commenti non consoni all’argomento del post che, nel caso che mi riguarda, era la poesia di Lucio Mayoor Tosi? Come mai i commenti di argomento strettamente personale restano se di una certa persona mentre vengono cancellati se di un’altra?
    Ossequi

    prof.ssa Giorgina Busca Gernetti

  5. antonio sagredo

    Cara Giorgina, da domani si rivolga a marco Onofrio, perchè Giorgio sarà in viaggio verso l’India non più misteriosa

    • Grazie, gentile Antonio.
      l’india non è più tanto misteriosa per chi ne ha visitata almeno una piccola parte. Non voglio affatto disturbare Marco Onofrio per un comportamento scorretto di Giorgio Linguaglossa. Ciascuno deve lavarsi da solo i calzini, non scaricarli sugli altri (modo di dire settentrionale).
      Il problema deve essere risolto oggi, non domani

      GBG

  6. antonio sagredo

    Bene, e che si risolva subito! Dobbiamo dare a ciascuno di noi quel che è di ciascuno di noi. Onofrio non sarà turbato né disturbato, ma credo sarà all’altezza di rispondere e dire la sua indipendentemente dal Linguaglossa.
    Ora è necessario affrontare questo anno con determinatezza e dire questo vale e questo non vale niente. Cosa che già scrissi moltissimi mesi fa. Linguaglossa fa il suo mestiere e ha il senso della bilancia che talvolta oscilla troppo! Quel che dice Giorgina non è del tutto errato. Ma vi prego di non cadere… a me ciò che interessa è che la critica deve essere specialista al massimo, tecnicamente quasi perfetta: conoscenza delle correnti critiche del secolo trascorso e chi è capace riprenderle e andare avanti, sperando di dire qualcosa di interessante e… più o meno nuovo.
    Affermare che zanzotto è il maggiore dopo Montale è una bestemmia, poi che Montale non è così grande come ci ha propinato una critica di cortile… non lo è stato mai, sopravvalutato anmche all’estero (e il Nobel troppi ha ingannato, e l’inganno maggiore fu il Quasimodo!): poeti questi due di seconda fila e non determinanti se non per i seguaci-pecorelle. Bisogna una volta per tutte alcuni poeti considerarli defunti poi che mai furono vivi!
    Il livello della poesia italiana del secolo trascorso è troppo basso per competere con tanti poeti di primo ordine… a stento si salvano il Campana,
    il Villa, il Ripellino (che distrugge il provincialismo poetico italiano), e tra le donne Maria Rosaria Madonna, Helle Busacca si staccano dalle altre.
    Insomma mi sono stufato delle italiane lamentazioni poetiche novecentesche e mi sono stufato di tanti acclamati critici nostrani (due o tre le eccezioni) giunti troppo tardi a concorrere coi grandi critici europei: nessuno di loro al pari di Viktor Sklovskij, p.e.
    Non voltiamo la pagina, la bruciano, e basta!

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