Velemir Chlebnikov nella poesia di Gennadij Ajghi (1934-2006) traduzione a cura di Paolo Statuti e Presentazione di Dmitrij Aleksandrovič Paškin

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Questa è la mia traduzione di un articolo del musicista e storico della letteratura russa Dmitrij Aleksandrovič Paškin, nato nel 1977. L’articolo è del 2002. (Paolo Statuti)

Presentazione di Dmitrij Aleksandrovič Paškin

…Tra gli autori che hanno dedicato i propri versi a Velemir Chlebnikov troviamo anche Gennadij Ajghi, uno dei poeti contemporanei più interessanti. In occasione del centenario della nascita di Chlebnikov, nel 1985 egli scrisse un saggio, pubblicato in Russia soltanto nel 1994, dal titolo Foglie al vento della festa, inserendovi un ciclo di sette strofe basate su un tema unico, con una propria valenza creativa e una profonda autoanalisi. Fanno da contrappunto a questi versi l’immagine degli occhi azzurri: “…e risplende l’anima dagli occhi azzurri…”, “…innumerevoli e solitari – gli occhi di Velemir…”. Tutto il testo del ciclo si tinge di azzurro, fin dalla prima strofa. Una delle fonti di questa immagine la troviamo nella biografia di Chlebnikov: la maggior parte dei contemporanei, descrivendo i lineamenti del poeta, invariabilmente si soffermavano su questo dettaglio degli occhi azzurri; basta ricordare il famoso paragone di David Burljuk “occhi come un paesaggio di Turner…” Per Ajghi gli occhi di Velemir sono limpide stelle; questa comune metafora assume un accento sorprendente, quando il discorso cade proprio su Chlebnikov. Questa profondità, purezza, qualcosa di primordiale, gli era insito, come a nessun altro; persone così diverse tra loro come Nadežda Pavlovič, Anatolij Marienhof, Vadim Šeršenevič, Ivan Gruzinov, – tutti vedevano nei suoi occhi come lo splendore dell’eternità o, più esattamente, una certa atemporalità. V. Šeršenevič: “Chlebnikov fissa lo spazio con i suoi occhi abbagliati”; N. Pavlovič: “Era sorprendente. Proprio gli occhi di un bambino e di un chiaroveggente”…Ma in Gennadij Ajghi gli occhi costantemente si trasformano e assumono i lineamenti del volto…: “e sempre più luminosa è l’immagine, sempre più diafana…” Ciò che colpisce è che il volto di Chlebnikov risulta in qualche modo anche il volto di Ajghi. “In ogni sua pagina-quadro appare il volto del mondo, il volto di Dio…”, scriveva V. Novikov. E nella seconda strofa del ciclo dedicato a Chlebnikov, egli dice: “anch’io sono un po’ il volto!” – Ajghi guarda Chlebnikov e vede se stesso; il poeta a un tratto mostra non semplicemente l’affinità creativa o la comunanza delle concezioni, no, Ajghi vede in sé e in Chlebnikov lo stesso Volto: quello della Poesia, dell’Universo, l’immagine dell’infinito…In Ajghi troviamo un gran numero di richiami a concrete creazioni di Chlebnikov. Un altro refrain del ciclo è rappresentato dalle parole ripetute due volte: “ferito dalle pallottole assonnate di Chlebnikov”… La profondità dell’immagine si decifra soltanto attraverso un richiamo a un contesto storico. Ajghi come studioso era sicuramente a conoscenza della reazione di Majakovskij (riferita da Roman Jakobson), dopo aver letto un frammento del poema Sorelle-folgori di Chlebnikov: “Ah, se sapessi scrivere come Vitja!..” Per Majakovskij una confessione decisamente fenomenale, unica, assolutamente priva di analogie! E ciò fu detto a causa dei seguenti versi di Chlebnikov: “Dalla strada dell’alveare//Pallottole come api.//Vacillano le sedie…” Da queste pallottole risultò ferito anche Ajghi: egli fece esattamente eco alle parole sfuggite a Majakovskij, stendendo attraverso decenni il filo del riconoscimento e dell’entusiasmo per l’acutezza e la precisione della frase poetica di Chlebnikov. Ma il refren conduce oltre; nel finale del ciclo sono indicate le circostanze e il luogo dell’azione: la periferia di Mosca e la necessità di alzarsi il giorno dopo alle nove del mattino. Organizzando con questa indicazione un particolare cronotopo, Ajghi sposta il testo in una realtà del tutto diversa, nel mondo del sonno, gettando un ponte dalla realtà del lavoro notturno, finché è buio, al mondo ultraterreno e sonnolento dell’ispirazione poetica…

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Il tema del sonno occupa nella poesia di Ajghi un posto del tutto particolare, è uno specifico stato della coscienza, è la chiave per capire tutta la sua creazione; egli stesso dice: “Il sonno per me è un genere…” Nel ciclo Foglie al vento della festa, non possiamo non rilevare la parola “дорози” (strade) dell’antico slavo, anziché “дороги” (strade) del russo moderno, usata da Chlebnikov nella sua poesia O Rus’, sei tutta un bacio nel gelo.. (1921) e ripresa due volte da Ajghi nella seconda strofa del ciclo tra virgolette. Anche qui egli mostra in primo luogo ancora un’altra fonte chlebnikoviana del suo “colorito” poetico e, in secondo luogo, si serve di un tratto tipico della poetica di Chlebnikov: l’amore per i termini del vecchio slavo, per l’antico russo. Non a caso appare anche la frase sulle “leggi del tempo” e l’immagine della struttura del verso, così importante per la tarda creazione di Chlebnikov.

Il ciclo del giubileo è non solo un omaggio al Budetljanin, ma anche una riflessione sulla creazione poetica nella sua categoria superiore, una riflessione sulla eterna e creativa auto espressione dell’anima. Svelando di poesia in poesia tutti i nuovi tratti della creazione di Chlebnikov, Ajghi al tempo stesso mostra il suo ritratto e il colloquio acquista qualitativamente un’altra dimensione: il discorso si avvia subito in nome di due anime affini che contemplano l’eternità: in nome di Ajghi-Budetljanin, in nome del Poeta. Immergendosi interamente nella propria creazione, Ajghi, come Dante dietro a Virgilio, procede dietro a Chlebnikov – guida, esamina l’occulto, dove trova non tanto un alleato, quanto le stesse profondità dell’Io. “E i suoi sogni – sogni di beatitudine”, scriveva l’autore a proposito di Chlebnikov. Tale beato e puro suo sogno di Velemir, sogno di se stesso e, in fin dei conti, dell’Anima cosmica, primordiale, traspare dai versi di Gennadij Ajghi, asceticamente parchi, ma brucianti come acido cloridico, vaghi e irritanti , come il ricordo dei sogni dell’infanzia. 

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Presentazione di Paolo Statuti

     Gennadij Nikolaevič Ajgi, il poeta nazionale della Ciuvascia, nacque il 21 agosto 1934 nel villaggio di Šajmurzino nella Repubblica dei Ciuvasci. Trascorsa l’infanzia nella sua terra natale, è rimasto sempre legato alla cultura ancestrale e alla lingua ciuvascia. Fino al 1969 il suo cognome fu Lisin. Uno degli antenati del poeta pronunciava la parola “chajchi” (“quello”) senza la prima lettera, e così si formò il soprannome di famiglia “Ajgi”. Egli cominciò a scrivere poesie in ciuvascio e pubblicò i suoi primi versi nel 1949. Dal 1952 visse stabilmente a Mosca. Dal 1960 cominciò a scrivere poesie anche in russo, grazie soprattutto all’incoraggiamento di Boris Pasternak, da lui conosciuto anni prima e che diventò suo grande amico. Ma per la sua poesia innovativa Ajgi fu accusato di formalismo e dichiarato persona non grata nella sua Ciuvascia, i cui campi e boschi pervadono la sua creazione. Per dieci anni lavorò al Museo Majakovskij, ciò che gli permise di approfondire la sua conoscenza dell’avanguardia russa della prima parte del XX secolo. La moderna poesia francese (soprattutto Baudelaire) ebbe anch’essa su di lui un’influenza determinante, ma il suo personale panteon includeva anche Nietzsche, Kafka, Norwid, Kierkegaard e molti scrittori religiosi.

Nel 1972 vinse il premio dell’Académie Française per la sua antologia della poesia francese in ciuvascio. Durante gli anni di Brežnev visse in condizioni precarie, mantenendosi con i magri compensi per le traduzioni. Grazie alla perestrojka la sua vita cambiò radicalmente. Gli fu permesso di pubblicare in patria e fu riconosciuto come una figura chiave della neoavanguardia russa. Cominciò a essere tradotto in molte lingue e a partecipare a diversi festival e congressi internazionali di poesia. Visitò quattro volte la Gran Bretagna, sentendo una particolare affinità con la Scozia, dove fece un pellegrinaggio alla tomba di Robert Burns, e con Londra, la città del suo amato Dickens. Sei volumi delle sue poesie sono stati pubblicati in inglese.

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Gennadij Ajgi anni Settanta

Gennadij Nikolaevič Ajgi

Ajgi è rimasto una figura controversa. Scrivendo come tra il sonno e la veglia, egli creò una poesia piena di silenzi, che suggerisce visioni, ansietà e gioie, e che può essere diversamente interpretata. La sua poetica è pacata e semplice, rifiuta la ricchezza del lessico e la retorica di alcuni suoi contemporanei, inoltre è intensamente orale – il pubblico era affascinato dalla sua potente dizione. E’ il poeta del silenzio e della luce. Una delle sue raccolte porta una epigrafe attribuita a Platone: “La notte è il tempo migliore per credere nella luce”.

Tradusse in ciuvascio molta poesia russa, francese, ungherese e polacca e i sonetti danteschi, mentre le sue poesie sono state tradotte nella maggior parte delle lingue europee. Ha ricevuto diversi prestigiosi premi internazionali e nel 2000 è stato il primo a ricevere il Premio Boris Pasternak. Scrive Damiano Rebecchini: “Pur vicina alla lirica francese del Novecento, la poesia di Ajgi è profondamente radicata nella tradizione poetica russa, ispirandosi in particolare all’opera di Osip Mandel’štam e di Boris Pasternak. Caratterizzata da un intenso impressionismo lirico, essa accoglie spesso dalla natura suoni e suggestioni che generano un tessuto fonico e ritmico accentuato dal verso libero, e a volte si muove verso un originale sperimentalismo, in alcuni casi orientato a esplorare la dimensione del sogno”.

“Col passare degli anni è cambiata la mia definizione della poesia, – disse il poeta in una delle interviste. – Prima dicevo: è la gravità della parola, adesso dico: la poesia è il respiro e l’uomo è il respiro. Respiro e ispirazione provengono dalla stessa radice… La poesia è il respiro di Dio. Noi fioriamo / soltanto per un tocco / di un’altra forza benevola e pacata, – ricorda Ajgi, – e l’essenza della poesia è questo tocco… La poesia è eterna… Essa come la neve – esiste dappertutto. Si scioglie, di nuovo cade, ma essa…è. La poesia è la neve. La poesia essenzialmente non cambia. Essa si autocustodisce. Ciò che in essa passa – è un’altra faccenda. E in questo senso la poesia non ha né ieri, né oggi, né domani”.

In italiano alcune poesie di Ajgi sono incluse nelle raccolte Poesia russa contemporanea da Evtušenko a Brodskij, a cura di G. Buttafava (1967) e Antologia ciuvascia. I canti del popolo del Volga, a cura di A. Scarcia (1986). Gennadij Ajgi è morto a 71 anni il 21 febbraio 2006. Come di consueto pubblico qui alcune sue poesie nella mia versione.                                

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Gennadij Nikolaevič Ajgi

Gennadij Ajghi

 Foglie al vento della festa

(Nel centenario di Velemir Chlebnikov)

1

il fuoco come esclamativo di Chlebnikov

2
con l’azzurro dell’anima di Velemir
tagliano infantili – candide
con suono innocente strade *
è la voce di un bambino e il saggio
sguardo di un contadino! e le strade
nello stesso Campo – Russia
si uniscono e divergono:
con l’immagine lontana di Velemir!
anch’io sono un po’ il volto! talvolta
come se dal dolore già quasi musorgskiano!
e tagliano – come curano – la tristezza in taciti campi
nelle strade del volto chinato – in questo minuto
dall’azzurro celato – le strade *

3

ferito dalle “pallottole assonnate” di Chlebnikov
sussulto – visibile
dagli angoli – creati con impulsi
dalla frana del sonno! – schiarendosi
di bianchezza – interrotta da una quantità
di immagini dell’anima dalla profondità dell’oblio
penetranti – senza volti

4

ma le stelle

limpide (ed eterne saranno
se
il Tempo si annullerà) limpidi
innumerevoli e solitari –
gli occhi di Velemir
l’Ultimo
il Primo

5

“l’intelaiatura io ho posto” tu stesso dicevi
delle poetiche travi
di tronchi di metafore che splendono – solide
con suono vasto – naturale
come l’aria – nel tempo della messe!
puro legname “da lavoro”
più del novantapercento
nel quale il tritume degli obbligatori “poetismi”
non c’è – come non c’è il lusso
in una casa di contadini

6

e risplende l’anima dagli occhi azzurri
dalla rete delle illusorie “leggi del tempo”
e sempre più luminosa è l’immagine: sempre più vicina
e più trasparente che ha amato la spiga come un bambino

7

ferito dalle “pallottole assonnate” chlebnikoviane
finisco di dire – sussultando
per le estremità e i distrutti centri
del sonno che vede e del sonno
che non vede – disperdendo – me
e l’operazione – svegliarsi
il 29 alle 9
di mattina a Mosca – in periferia

23-29 settembre 1985, Mosca

* Nel testo russo: „дорози”, anziché “дороги”.
(Versione di Paolo Statuti)

Poesia di Velemir Chlebnikov

O Rus’, sei tutta un bacio nel gelo!

O Rus’, sei tutta un bacio nel gelo!
Azzurreggiano le notturne strade. *
Da un lampo azzurro le labbra sono fuse,
Azzurreggiano insieme quello e quella.
Di notte un lampo si sprigiona
A volte dalla carezza di due bocche.
E le pellicce a un tratto avvolge agile,
Azzurreggiando, un lampo senza sensi.
E la notte splende saggiamente e nera.

Autunno 1921

* Nel resto russo: “дорози”, anziché “дороги”

20 commenti

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20 risposte a “Velemir Chlebnikov nella poesia di Gennadij Ajghi (1934-2006) traduzione a cura di Paolo Statuti e Presentazione di Dmitrij Aleksandrovič Paškin

  1. Salvatore Martino

    Da queste scarne poesie per giunta tradotte da una lingua così lontana dalla nostra non mi raggiunge nessuna emozione, nessun commovimento, tanto strettamente personali sono e quasi modeste nella loro presuntra concretezza, che scivola sempre nell’astrazione. Mi domando che senso abbia caro Linguaglossa, pubblicare questi versi, che a me sprovveduto lettore appaiono superbamente banali, e ignorare invece tanti nostri poeti del secolo scorso ignoti ai molti, come altrove dicevo, ignoti soprattutto ai giovani. Non voglio elencarli perchè tu naturalmente li conosci meglio di me. Salvatore Martino

    • Mi permetto di osservare che spesso in questo tipo di commenti mancano due parole: “secondo me”. Con questa premessa, che dimostra apertura mentale e modestia, si potrebbe anche prendere in esame l’opportunità di iniziare un dialogo con l’autore del commento. Purtroppo però in questo caso, a parte il “secondo me”, manca proprio la base per una discussione seria e utile, e cioè la conoscenza della letteratura russa e della sua importanza nel quadro della letteratura mondiale.

    • Salvatore Martino

      Caro Statuti quando mi autodefinisco sprovveduto lettore credo di esternare il mio”giudizio” strettamente personale riguardo ad un poeta, che magari non posso leggere nella sua lingua..e questo cambia totalmente le carte in tavola, considerando che la traduzione, anche la più straordinaria, possiede i germi del tradimento. Lei è un grandissimo traduttore, ma io continuo a pensare che i versi di Gennadij Ajghi non raggiungono nessuna particella del mio mondo anche segreto. Ma certamente è una mia mancanza. Sono anch’io convinto dell’importanza della letteratura russa nell’ambito delle vicende universali, straordinari scrittori e poeti si sono succeduti dal XIX al XX secolo, l’elenco sarebbe lunghissimo. Nella mia adolescenza e prima giovinezza ho “divorato” i capolavori della Santa Russia e dell’Unione Sovietica, e nei miei viaggi in quell’oriente quando facevo parte della gioventù comunista, ho apprezzato la loro arte riassunta magistralmente da Rublov.Questo non mi impedisce di esternare le mie perplessità circa le poesie proposte. Salvatore Martino

  2. ubaldoderobertis

    Stavo studiando l’opera di Debussy e pensavo alla Poesia di Mallarmè poiché i due artisti si erano incontrati con risultati eccellenti principalmente per la musica ricca di riflessi di queste poesie.
    Oggi sull’Ombra mi assale l’azzurro degli occhi di Velemir Chlebnikov che fa tingere d’azzurro le poesie di Gennadij Ajgi:
    “Azzurreggiano le notturne strade. Da un lampo azzurro le labbra sono fuse! Azzurreggiano insieme quello e quella./ Azzurreggiando, un lampo senza sensi.”
    E subito ho pensato a: L’Azur ! l’Azur ! l’Azur ! l’Azur ! Je suis hanté,
    Sono ossessionato dall’azzurro, cantava Mallarmé. A parte la ribellione, ironia, del poeta francese, l’azzurro è diventato prevalente nella musica di Debussy. E, pur non riuscendo ad uscire da bagno del colore azzurro, dominante anche nello stemma della mia famiglia, torno a Gennadij Ajgi. Ai versi qui presentati riconosco il carattere di lievità, quasi surreale che l’autore ha voluto imprimere alle sue poesie. Ringrazio il bravo Palo Statuti che mi ha fatto conoscere il poeta nazionale della Ciuvascia.
    Ubaldo de Robertis

  3. Secondo me, in questa poesia volutamente semplice nel dettato e nel lessico (ma chissà com’è nella lingua originale!), Gennadij Ajgi .ha saputo creare immagini delicate e similitudini icastiche tanto da suggerire al lettore di un mondo diverso la fantasia e i sogni del suo mondo, innocente e puro, in cui l’anima è azzurra (come in una mia poesia intitolata “Azzurrità”), i lampi sono azzurri, persino le strade notturne “azzurreggiano”.
    E’ evidente che il colore azzurro è come il “mot-clé” di alcuni poeti, oppure l’ossessione di altri. La musica russa, per esempio quella di Mussorgskij, ben diversa da quella del francese Claude Debussy (mio amore), diviene persino un aggettivo tanto è insita nell’animo del popolo russo.
    In breve, la poesia in esame offre al lettore attento un’esperienza emozionante nella spiritualità russa.

    Giorgina Busca Gernetti

  4. caro Salvatore Martino,
    il problema che tu poni è il problema della nostra spiritualità, quella spiritualità che si è creduto per tutto il Novecento italiano che non dovesse mai abitare la Lingua poetica. Falso. Nettamente falso. In realtà non ci può essere poesia di alto livello se non c’è una nuova forma di spiritualità. Il problema è vasto e complesso ma qui lo si può abbozzare. Ti chiedo: quanta poesia si è fatta (e si fa) nel Novecento e dopo il Novecento pensando che essa fosse un composto verbale, addirittura si è arrivati a parlare di “scritture poetiche”, di “materiali verbali” etc. con siffatte locuzioni si intendeva e traspariva un concetto mortuario della lingua poetica e della lingua di relazione, si è pensato per troppi decenni che la lingua poetica fosse una cosa che si poteva costruire con gli alambicchi privati che ciascuno si era fatto in casa propria, o in quegli alambicchi pubblici che sono stati i falsi sperimentalismi del secondo Novecento. Una buona volta lo si deve dire a chiare lettere, no? Ebbene, a mio avviso, noi non possiamo capire un poeta come Gennadij Ajghi, un poeta ciuvasco nutrito di grande ed altissima spiritualità; del resto anche la lingua italiana, questa lingua che ci passiamo tra le mani, è diventata una meretrice, una prostituta, falsa, bigotta, sentenziosa, immorale, fedifraga. Ed è con questa lingua che noi oggi abbiamo a che fare, una lingua Falsa, anestetizzata, glaciale, incapace di ospitare lo spirito, la spiritualità. E lo dico io da materialista, dico queste cose perché me lo posso permettere in quanto ateo, materialista e anche marxista, se me lo permettete, marxista perché oggi c’è di nuovo bisogno di un pensiero critico, e un pensiero critico bisogna costruirselo come Leopardi si era costruito il suo. Senza pensiero critico si possono scrivere soltanto dei versi falsi e posticci. Senza una nuova spiritualità si possono scrivere soltanto pensierini di carta e di pasta frolla…

    • Giuseppina Di Leo

      Leggo ora il tuo commento Giorgio, e condivido quanto dici, convinta come sono che la spiritualità è parte integrante di noi. Hölderlin, per dire, ne era pienamente cosciente e mi arrischio a dire che lo è stato fino alla fine, nello stato di cosiddetta ‘incoscienza’, ma citazioni di poeti se ne potrebbero fare a iosa.

    • Caro Giorgio,
      tu hai scritto: “… noi non possiamo capire un poeta come Gennadij Ajghi, un poeta ciuvasco nutrito di grande ed altissima spiritualità!”.
      Perché non possiamo capirlo? Ciascuno lo comprende secondo il suo livello di acume intellettivo e di sensibilità poetica, ma non mi sembra che il poeta Gennadij Ajghi sia così ostico e così imperscrutabile.
      Mi piacerebbe conoscere il tuo pensiero a tal proposito.
      Grazie

      Giorgina

  5. Giuseppina Di Leo

    In questi versi il poeta Velemir Chlebnikov, morto d’inedia a soli 37 anni, come apprendo dalla rete, viene in qualche modo consegnato all’eternità grazie a Gennadij Ajghi che dipinge paesaggi con l’azzurro dei suoi occhi. Dalle immagini ipnagogiche del poeta il tempo stesso viene annullato, come il poeta ci dice nella densa metafora della neve.
    Un grazie a Paolo Statuti per questo dono.

    “e risplende l’anima dagli occhi azzurri
    dalla rete delle illusorie “leggi del tempo”
    e sempre più luminosa è l’immagine: sempre più vicina
    e più trasparente che ha amato la spiga come un bambino”

    GDL

  6. ubaldoderobertis

    Secondo Marcello Costa* il superamento della dicotomia dello spirito e della materia e’ già a buon punto. Ed io spero che sia vero. Il prof. Costa prevede quindi il crollo definitivo del presupposto che la conoscenza del mondo fisico sia prerogativa della scienza, mentre la conoscenza dei pensieri e della mente umana, il cosiddetto spirituale, sia prerogativa della religione e della filosofia.
    Continuo con le parole del Costa. “Il mondo materiale fatto di oggetti e fenomeni e il mondo spirituale che comprende tutte le attività mentali, sono parte dello stesso universo a cui si può accedere solo mediante la mente pensante dell’uomo. Il desiderio di spiritualità va visto come un’esigenza fondamentale della vita umana. Tale ricerca non va confusa con un ritorno alle religioni. Il problema è come dare spazio all’esigenza di spiritualità senza cadere nel fondamentalismo religioso. La morale e l’etica hanno una radice profondamente biologica. Il sentirci parte dell’evoluzione della vita ci da anche un senso profondo di appartenenza comune ad una terra, piccolo granello nell’universo. La possibilità di essere una specie che potrà finire come tutte le altre ci da’ un profondo senso di umiltà. La ricerca di una spiritualità più robusta e adatta al mondo moderno e post-moderno richiede quindi uno sforzo di apertura concettuale non indifferente. La spiritualità è troppo importante per lasciarla alle religioni.”
    Ubaldo de Robertis

    * Marcello Costa E’ professore di Neurofisiologia presso la “School of Medicine” della Flinders University ad Adelaide (Australia).

    http://matematica.unibocconi.it/articoli/spiritualit%C3%A0-e-realt%C3%A0-una-visione-umanistica-e-scientifica-del-mondo

  7. Credo proprio di dover ringraziare P. Statuti che ci regala la traduzione di un saggio importante di Dmitrij Aleksandrovič Paškin, e che presenta tra gli autori che hanno dedicato i propri versi a Velemir Chlebnikov Gennadij Ajghi, uno dei poeti contemporanei più interessanti, il poeta nazionale della Ciuvascia: ci fa conoscere un poeta da noi, almeno da me, che pur sono interessata in particolare al futurismo russo, sconosciuto.
    O. Mandel’stam scriveva: «Chlebnikov è cittadino di tutta la storia, di tutto il sistema del linguaggio e della poesia. Una specie di Einstein idiota, il quale non sappia distinguere se sia più vicino un ponte ferroviario o il Canto della schiera di Igor’. La poesia di Chlebnikov è idiota nel senso autentico, greco, non offensivo della parola».
    Consonanze importanti tra i due poeti: “…Col passare degli anni è cambiata la mia definizione della poesia, – disse il poeta in una delle interviste. – Prima dicevo: è la gravità della parola, adesso dico: la poesia è il respiro e l’uomo è il respiro. Respiro e ispirazione provengono dalla stessa radice… La poesia è il respiro di Dio. Noi fioriamo / soltanto per un tocco / di un’altra forza benevola e pacata, – ricorda Ajgi, – e l’essenza della poesia è questo tocco… La poesia è eterna… Essa come la neve – esiste dappertutto. Si scioglie, di nuovo cade, ma essa…è. ..Essa si autocustodisce. Ciò che in essa passa – è un’altra faccenda. E in questo senso la poesia non ha né ieri, né oggi, né domani”. Splendide e profonde osservazioni.
    M.Grazia Ferraris

  8. alessanfro vassalli

    il provincialismo e lo sciovnismo beceri sono la malattia immortale della pooesia italiana: già Dante aveva messo in guardia… Leopardi affonda il suo stiletto… : non c’è nulla da fare; per fortuna che ci sono i poeti-traduttori.

  9. Pubblico il commento ricevuto stamane da Antonio Sagredo:

    Caro Salvatore Martino,
    la miscomprensione di altre culture è semplicemente un errore, anche se culture considerate “minoritarie” a torto – E uno “sprovveduto lettore” si può anche perdonare. – Ritenere poi comunemente Oriente –

    Parlare di “Santa Russia e Unione Sovietica” – è altro endemico errore di chi non conosce a fondo la storia dei popoli slavi! (che l’Oriente c’entra fino ad un certo punto ma per altri motivi che qui non sono trattati). — E poi scrive il Martino: “ho apprezzato la loro arte (cioè) degli scrittori e poeti si sono succeduti dal XIX al XX secolo <) riassunta magistralmente da Rublov" ???? – cioè "l'arte della Santa Russia e l’Unione Sovietica, riassunta magistralmente da Rublov quot;????… "l'arte dell'Unione Sovietica, riassunta magistralmente da Rublov quot; ???? – (fra l’altro si scrive: Rublёv). –

    Qui è altro che conta, e cioè la totale incomprensione di cose e vicende slave! Se c’è qualcosa di orientale nella Russia, viene spiegata dallo slavista Ripellino (leggi più sotto), come un “qualcosa” di orientale che è entrato nel comportamento e nel modo di intendere la cultura dei moscoviti a differenza dell’occidentale Pietroburgo, e tutto ciò a causa dello scambio culturale che è sempre esistito fra popolazioni di lingue e culture diverse, in ogni parte del mondo. – Ma scrive convinto il Martino: “nei miei viaggi in quell’oriente quando facevo parte della gioventù…” è un errore imperdonabile; si deve sapere che è sempre esistita una “Russia Europea”, e non orientale!, sia geograficamente, politicamente e culturalmente! E poi, ne ho conosciuto a centinaia di ragazzi appartenenti a quella “gioventù”… assolutamente ignoranti delle vicende storiche del secolo (e mi limito al secolo XX, qui) che vivevano (meglio dire che: non vivevano nel loro primitivo giovanile entusiasmo!). ——– Comunque mi autocito (1974-75):

    “Termina, lo slavista Ripellino, questo corso su Mandel’štam con altri versi dedicati alla metropoli Pietroburgo, e precisamente alla poesia intitolata “Ammiragliato”, quasi a completare un ciclo, e simbolicamente a far comprendere agli studenti come l’esistenza di questo poeta sia stata del tutto dipendente da questa città – e non dalla “sonnolente e buddistica Mosca” – che pure ebbe tanta importanza per Mandel’štam, ma non cantata con la stessa passione e disperazione riservate alla città di Pietro.” ———- Riguardo il poeta Chlebnikov consiglio ancora una volta di leggere il saggio di Ripellino “Poesie di Chlebnikov “ Einaudi; saggio di non facile
    lettura specialmente per chi (non) è sprovveduto; ritenuto (e non solo da…) da Roman Jakobson (massimo linguista del secolo trascorso) il più grande poeta del secolo XX… che tra l’altro gli fu amico e fra i pochi che subito comprese le operazioni del poeta (la Tavola Periodica della Parola pensando (era un matematico il poeta ) alla Tavola Periodica degli Elementi di Mendeleev); le operazioni di Pound sulla lingua al confronto di quelle di questo poeta russo, fanno sorridere! E so bene di cosa parlo! ——————– Riguardo ai nostri poeti consiglio in effetti di “ignorare invece tanti nostri poeti del secolo scorso ignoti ai molti”… essi lo meritano e la stragrande maggioranza per fortuna della POESIA sono già nel dimenticatoio! Sono appena una decina coloro che superano il secolo XX, indico qualche nome: Palazzeschi, Campana, Villa, Ripellino, Helle Busacca, Zanzotto… qualcuno ora mi fugge, (e ognuno ci metta quel che vuole!), ma non certo sono compresi in questa mia decina la stramaledetta triade: Ungaretti, Quasimodo e Montale e la loro discendenza! —————- E ancora un problema: la traduzione non è tradimento: questa concezione della traduzione che tradisce è antiquata e fuorviante, purtroppo ancora persiste come una peste!

    • Salvatore Martino

      Grazie per la tua lucidissma lezione caro Antonio; è chiaro che con Rublev mi riferivo all’arte figurativa. Non voglio addentrarmi nel tuo specifico campo di interessi, dove sei maestro, ma parlare di Oriente per la Russia non mi sembra una bestemmia. Qui poi non si tratta di poesie ci Chlebnikov che sono spesso capolavori, ma qui scrive un poeta che si ispira a lui. Per quanto riguarda Ezra Pound non ho elementi per posporlo al poeta russo, so soltanto della straordinaria influenza che egli ha avuto su tutla poesia del secolo scorso in Europa e nel mondo. Comunque tu la giri per quanto riguarda la spinosa “Questio” delle traduzioni si tratta innegabilmente della perdita in esse della sonorità della parola, del ritmo. le cadenze musicali, la pregnanza stessa di una parola ,che a mio avviso non trova il preciso corrispettivo in un lingua diversa dal modello originale. So bene che il mio parlare ti suonerà criticamente modesto, ma io non mi perito di essere un critico, bensì un lettore che divora poesia da più di cinquant’anni.Salvatore Martino.

  10. A confronto, in segno di ammirazione, il poeta celebratore e il poeta celebrato, entrambi baciati dall’azzurro, il primo nei suoi versi, il secondo nei suoi occhi splendenti:
    .
    “e risplende l’anima dagli occhi azzurri
    dalla rete delle illusorie “leggi del tempo”
    e sempre più luminosa è l’immagine: sempre più vicina
    e più trasparente che ha amato la spiga come un bambino”
    (Gennadij Nikolaevič Ajgi)
    *
    O Rus’, sei tutta un bacio nel gelo!
    Azzurreggiano le notturne strade. *
    Da un lampo azzurro le labbra sono fuse,
    Azzurreggiano insieme quello e quella.
    Di notte un lampo si sprigiona
    A volte dalla carezza di due bocche.
    E le pellicce a un tratto avvolge agile,
    Azzurreggiando, un lampo senza sensi.
    E la notte splende saggiamente e nera.
    (Velemir Chlebnikov)
    Autunno 1921
    .
    Giorgina Busca Gernetti

  11. antonio sagredo

    Il poeta Ajgi omaggia profondissimamente Chlebnikov poi che ne riconosce il valore universale, tra l’altro subito già evidenziato dai grandi critici formalisti (e non ) russi, e prima di questi (anticipati temporalmente di poco) da tutti i grandi poeti russi e non solo quelli dell’avanguardia storico-futurista… vivente Chlebnikov elargisce le sue strabilianti conoscenze filologiche-linguistiche perfino agli artisti, in specie ai pittori che fonderanno insieme ai francesi le nuove arti figurative europee… e allora come non essere grati forse all’ultimo dei poeti, Ajgi, che riprende l’insegnamento di Chlebnikov, che tra l’altro non ha bisogno di essere “consegnato all’eternità grazie a Gennadij Ajghi” (scrive la Di Leo)… il Poeta si era già consegnato da se stesso alla storia della poesia mondiale e le parole di Mandel’stam (riportate dalla Ferraris) sono uno dei tantissimi riconoscimenti, lui vivente, che tantissimi poeti gli riservarono… la fama di Chlebnikov (matematico di primo ordine) si dilatò tanto da superare i confini russi, credo prima i francesi lo elessero come a uno dei padri della appena nata poesia moderna ai primi del secolo XX°. Ajghi moltissi anni dopo riprende l’insegnamento di Chlebnikov consegnadolo ai posteri arricchito dalla conoscenza di altri poeti e filosofi… vengono citati Nietzsche, Kafka, Norwid, Kierkegaard e molti scrittori religiosi, ma sono tanti altri ancora… il primo di questi è il padre putativo di tantissimi simbolisti e futuristi russi (non dico degli altri europei poi che è ovvio!). e non poteva essere diversamente tantissima è la passione divorante che trasmette alla cultura tutta europea dalla fine dell’800 e che fino a noi adesso ancora non si spegne!
    Giudicare Ajghi dai pochissimi versi qui pubblicati è un assurdo, come è assurdo da qualche anno a questa parte e lo sarà in futuro chi sa per quanto tempo giudicare i miei versi dai pochissimi componimenti che ho pubblicato qua e là: questo è un destino comune e tanto consueto che fa sorriddere!
    Non mi interessano dunque i giudizi critici, mi interessa di più la qualità dell’incontro tra i poeti e tra due culture o più culture, la loro reciproca influenza… e sull’incontro un grande filosofo ateo polacco Andrzej Nowicki ha fondato la “incontrologia”, da cui risultati di dirama tutta la cultura, come dice lui, alta e profonda che si sparge ovunque e essere capace di superare le chiacchiere da cortile dei popoli…
    Grazie
    nb. qui in Italia bisogna attendere gli anni 60′ lo stupendo saggio di A. M. Ripellino sul Poeta per poterlo conosce a fondo; certo vi furono sporadici studi e traduzioni di altri slavisti, ma questo meraviglioso slavista pone un punto fermo e fondamentale, tanto che non si può procedere avanti la conoscenza della poesia russa se non si legge dapprima il saggio e le poesie tradotte, e pubblicati.

    • Salvatore Martino

      Carissimo Sagredo ( poi un giorno mi spiegherai la ragione che ti spinge a non usare il tuo vero nome) continui a scrivere come se io avesssi messo in dubbio la grandezza di Chlebnikov ( ho scritto nome corretto ‘? se no tu mi dai ancora dell’ignorante ). Per quanto riguarda la Russia non Oriente concordo per quanto riguarda San Pietrburgo, la sua Corte dove si parlava correttamente il francese, i suoi palazzi così italiani, e la Bielorussa e in parte l’Ucraina. Ma esistevano già nell’immenso corpus zarista tutte le province di origine mongola successivamente arabizzate. Certo Samarcanda culmine di codesta civiltà è nata sulle rive del Reno.. o del Danubio? Basta guardare i suoi monumenti per capire che siamo nell’estremo occidente. Comunque anche Mosca con le sue chiese scorre lungo le rive dell’Atlantico. Persino i grandi musicisti russi, che hanno atteso a piene mani dalla musica popolare, trascrivono melodie tipicamente provenienti dai nostri climi (Tchaikovsky lo fa davvero). Tutto questo non è Oriente, ma nei miei viaggi tale mi apparve.
      Per quanto riguarda le traduzioni, necessarie peraltro per la conoscenza importantissima dei poeti stranieri, resto della mia opinione che comunque c’è se non proprio un tradimento, certamente qualcosa di profondamente diverso dall’originale. Difficile trasferire in altra lingua le cadenze, la musica, la pregnanza di quella parola che è quella e non può che essere quella….e questo avviene soprattutto nelle forme chiuse e magari rimate. Persino il traslato da lingue affini per derivazione alla nostra, come francese e spagnolo o portoghese, accade che ci sia una discrepanza : penso ai sonetti di Baudelaire, a Pessoa ortonimo, a J.L. Borges. Ne “La Villeggiatura” del portoghese leggo::”Com o zumbido ou murmùrio monotono de nada/ Sob o céu sardento de estrelas, /Com o ladrar dos caes polvilhando o sussego de todo! Che in una splendida traduzione suona così: “Col sussurro o mormorio monotono di nulla/ sopra un cielo lentigginoso di stelle/col latrare dei cani che spolvera la quiete di tutto”…bellissimo e fedele ma pur sempre diverso dall’originale. O ancora per restare nell’ambito neolatino “El alquemista” di Borges: “Y mientras cree tocar enardecido/ El oro aquel que matarà la muerte/ Dios que sabe de alquemia lo convierte/ En polvo en nadie, en nada, y en el olvido”… e in italiano :”E quando ebbro crede di toccare/ L’oro che avrà la meglio sulla morte/ Dio, supremo alchimista lo converte/ in polvere, in nessuno, in nulla e oblio/…splendida anche questa traduzione, che fa tornare persino gli endecasillabi, ma pur sempre diversa dal suono delle parole, dalla musica dell’originale.
      E per finire carissimo Antonio, se almeno questo è il tuo vero nome, confuto decisamente il tuo giudizio sulla tanto vituperata triade alla quale fai un incauto riferimento:Montale, Quasimodo, Ungaretti.
      E. Montale : “Portami il girasole ch’io lo trapianti”, “Arsenio”, “Notizie dall’Amiata”, “Il Carnevale di Gerti”, “Dora Markus”, La casa dei doganieri”, “Non recidere forbici quel volto”. Etc…
      S.Quasimodo: “Vento a Tindari”, “E la tua veste è bianca”, “Ride la gazza, nera sugli aranci”, “Strada di Agrigentum”, “Il falso e il vero verde”, “Lettera alla madre”, “Tempio di Zeus ad Agrigento”. Etc…
      G.Ungaretti : I ventisette stasimi de “Gli ultimi cori per la terra promessa”, Etc…e qui parlo non solo del poeta Ungaretti che ho avuto l’onore di frequentare talvolta , ma anche dell’uomo affascinante che abitava
      il suo corpo.
      Io credo francamente che se tu avessi scritto solo qualcuna di codeste poesie saresti un poeta certamente di altra statura che non quella che ora possiedi.Sinceramente tuo Salvatore Martino, privo di pseudonimo:

  12. Giuseppina Di Leo

    Sagredo, cerchiamo di capirci, nella mia frase, da che cosa deduci l’intento svalutativo nei confronti del poeta Valemir? Semmai dico esattamente il contrario.
    GDL

  13. antonio sagredo

    Cara Giuseppina,
    nessun “intento svalutativo”, anzi rafforzo quanto scrivi e riconfermo; ma è nota la figura: quanto più nego, affermo; e il contrario.
    serene festività

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