Salvatore Martino POESIE VARIE da “La metamorfosi del buio (2006-2012)”, “Libro della cancellazione (2004)”, ora comprese in “Cinquant’anni di poesia (1962-2013)” Roma, Edizioni Progetto Cultura 2014 pp. 1008 € 25 “Nel mio locus amoenus interrogando” “Il messaggio dell’imperatore”, con un Commento di Giorgio Linguaglossa

roma Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

Salvatore Martino è nato a Cammarata, nel cuore più segreto della Sicilia, a mezza strada tra Palermo e Agrigento, il 16 gennaio del 1940. Attore e regista, vive in campagna nei pressi di Roma. Ha pubblicato: Attraverso l’Assiria (1969), La fondazione di Ninive (1977), Commemorazione dei vivi (1979), Avanzare di ritorno (1984), La tredicesima fatica (1987), Il guardiano dei cobra (1992), Le città possedute dalla luna (1998), Libro della cancellazione (2004), Nella prigione azzurra del sonetto (2009), La metamorfosi del buio (2012). Nel 2015 esce l’opera completa del poeta in Cinquant’anni di poesia (1962-2013). È direttore editoriale della rivista di Turismo e Cultura “Belmondo”. Dal 2002 al 2010  ha tenuto un laboratorio di scrittura  creativa poetica presso l’Università Roma Tre, e nel 2008 un Master presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli

roma Fayyum ritratto di uomo

Fayyum ritratto di uomo

Commento di Giorgio Linguaglossa

Non ho letto I Dodici di Blok o le poesie di Herbert per sapere qualcosa di più sui loro autori: semplicemente, volevo sostare in quell’aura, in quella leggerezza, in quell’atmosfera, o insania. È un paesaggio, la scrittura, che non va a finire da nessuna parte, è lì e basta. Respirare in quel paesaggio la sua atmosfera è tutto quello che si può fare. C’è una trama?, c’è uno sviluppo?, c’è un senso?. No, in poesia non c’è nulla di tutto ciò. Possiamo leggere questo libro di Salvatore Martino come possiamo stare seduti su una sedia a dondolo all’ombra di un albero a goderci un paesaggio, nell’aria pulita del mattino. Ora, provate per un attimo a smettere di dondolarvi. Non è la stessa cosa, vero? L’atmosfera di un bel libro è il dondolio della sedia. Nient’altro. E il vento che ricompone l’erba di quel campo, lo scorrere delle nuvole che proietta ombre passeggere sugli alberi. Quel volo d’un uccello e, in alcuni casi, il rumore delle foglie di un albero o quello di un treno che passa lontano sui binari. L’atmosfera di un libro di poesia è tutto ciò : ciò che vive della scrittura dopo che essa è morta, scritta in un linguaggio morto perché fissato nel tempo e dal tempo. È ciò che rende quella scrittura vivente. È l’increspatura sulla superficie dell’acqua.

Il solo motivo per cui si legge un libro di poesia è perché quel libro ci consente di sostare in un luogo in una atmosfera particolare e irriducibile, respirare quell’aria, quel profumo singolarissimo differente da ogni altro profumo e che c’è solo lì e non in nessun altro libro.

Recentemente, una poetessa contemporanea, Laura Canciani ha scritto: «il libro di poesia ha lo svantaggio di dover fare a meno della “trama” rispetto al romanzo e al giallo; ha lo svantaggio di non poter prendere il lettore per il colletto e trascinarlo nel luogo del delitto che ha deciso il narratore di thriller; il libro di poesia è inerme, non ha alcun potere sul lettore, non il potere della seduzione da risultato né quello di seduzione da abilità che ha invece il romanzo (e in specie il thriller). Il libro di poesia non ha alcun potere sul lettore. Questo è il suo più grande limite ma è anche il suo più grande pregio. I modesti poeti allora tentano dei surrogati: la fibrillazione e l’estroversione dei palpiti dell’io con esagerazioni dionisiache verbovolanti. I poeti di livello superiore invece non ricorrono ad alcuna di queste “seduzioni”, si limitano a disegnare un’atmosfera, un profumo, un minimo rumore di parole…».

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Fayyum-Portrait- 120-140 d.C.

Nello stile di Salvatore Martino ci sono, soggiacenti, come in vitro, tutte le contraddizioni e le antinomie che stanno al fondo della poesia di questi ultimi decenni: Da La Bufera (1956) di Montale in poi,  quella particolare ingessatura dei linguaggi poetici che derivavano la propria prassi artistica dalla filosofia del presente, dalle “occasioni” (che non svelano più alcun simbolo, tantomeno metafisico, anzi, che non svelano nient’altro che un segno), dal lacerto di memoria, dal lapsus, dal commento a una notizia di cronaca o di storia o di geografia o di botanica etc..

Dalla fonte dell’Erlebnis, dalle zattere della temporalità, dalla Lingua degli angeli e da quella del Mito siamo arrivati a quella «cosa» che si è fatta in questi ultimi decenni di tutto e per tutti. La poesia si è democratizzata. Si è creduto così di fare una «cosa» democratica, di portare la poesia alla mensa delle masse dei lettori. Ma ci si ingannava. Nel frattempo, con l’invasione della cultura di massa, il mondo si era imbarbarito e la poesia, in risposta aveva tentato di inseguirlo diventando sempre più democratica, demagogica, seduttiva e permissiva.

Salvatore Martino, in una certa misura, avverte tutto ciò e tenta la risalita, tenta di andare contro corrente, di ritornare indietro, di fare una poesia «difficile», elitaria, solistica, forse presuntuosa come può essere presuntuoso parlare di sé, dell’io, del dramma della morte che si è dovuto affrontare, come se ciò potesse veramente interessare a qualcuno; alza il tono, alza l’asticella delle difficoltà, tenta di sfondare il pentagramma lessicale e sonoro, cambia spesso la chiave di violino. Ma tant’è, Martino traccia la sua dritta via nella selva oscura della democrazia dispiegata e va dritto per la strada tracciata:

Ancora una volta
una lunga degenza in ospedale
e stavolta davvero
ho guardato l’abisso
e l’abisso ha guardato dentro di me
Sono disceso come Odisseo nell’Ade
e mani d’amore
mi hanno trascinato fuori
dal gorgo dove ero scivolato
come chi dorme si abbandona ai sogni

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Fayyum Portrait (120-140 d.C.)

È una poesia che nasce dal fondo oscuro della coscienza «In my beginning is my darkness (…) In my darkness is my beginning», forse con un eccesso di reminiscenze classiche. Continua l’autore:

Angelo atterrito
che abiti le caverne del mio fiato
tieni lontana
dall’orma del mio piede dall’approdo
la bianca figura dell’Isola dei morti
riportala nel gorgo della sua tela
con l’alito atroce della tua parola

È un libro che nasce dall’esperienza della morte toccata con mano dopo una lunga malattia. Un’esperienza terribile. Ma è grazie ad essa che la poesia è tornata ad abitare nella casa di Salvatore Martino. Di questo libro preferisco le poesie in cui l’autore commenta le proprie esperienze di vita con parole semplici, dirette:

Dopo mesi d’insperato silenzio
è tornata a inquietarmi
la poesia
con le sue beghe e le ambiguità
le sue maledizioni
la consueta tirannia della parola
la sua equivoca trascendenza

Credevo di averla confinata
in una stanza priva di finestre
senza il sospetto
di una impossibile sortita

Invece è ancora qui
a colmare di sangue
la nostra liturgica ferita

roma Fayyum portrait d'homme

Fayyum portrait d’homme (120-140 d.C.)

Scrivevo in una recensione pubblicata sulla rivista “Poiesis” nel 2004 a proposito del libro di Salvatore Martino Libro della Cancellazione Roma, Le Torri, 2004:

“Il poeta siciliano Salvatore Martino, nato ad Agrigento nel 1940, fa parte di quella generazione di poeti che intorno agli anni Ottanta e Novanta ha percorso la strada di una ristrutturazione del discorso poetico. Per Martino, poeta eminentemente e modernamente lirico, la strada da seguire era quasi obbligata: la sliricizzazione della poesia e il tono understatement, il piano basso del linguaggio, con abbandono del terreno eminentemente novecentesco delle pratiche di «ironizzazione» del reale e di «supponenza» dell’io.

Con il senno del poi, possiamo guardare agli anni Novanta come un percorso ad ostacoli nel quale era già stata tracciata la direzione da seguire: una poesia «dopo l’età della lirica»: da alcuni ipotizzata come una sorta di generica poesia narrativa, da altri invece preconizzata come una ripresa dei modelli poetici novecenteschi rivisitati e opportunamente ristrutturati.

Clausura e restrizione, esperienza del limite e della soglia e conseguente angoscia di non poter attraversare la soglia della propria contemporaneità. È la problematica centrale attorno alla quale ruota la poesia di Salvatore Martino. Quello che si intende genericamente per poesia «moderna» è una sorta di «cancellazione», una sorta di tabula rasa che l’ultimissima poesia sembra volerci comunicare, in un contesto di eterna «belligeranza» (vedi la poesia «E lotteranno sempre l’angelo-dèmone e il bambino») e di ripiegamenti al privato, ad un privato depurato di ogni narcisismo cronachistico. Quanto a Salvatore Martino potremmo, fra tutti, citare l’esempio dei tre autoritratti («Autoritratto a punta secca», «Autoritratto su carta pergamena», «Autoritratto in sanguigna sopra carta di riso»), dove la ricerca ruota attorno alla condizione del soggetto che scrive il proprio autoritratto. È ancora possibile il ritratto? E l’autoritratto? È ancora possibile stabilire il binomio: ritratto-verità? È ancora possibile intendere lo spazio poetico come il luogo della verità? E, infine, l’ultima domanda: È ancora possibile lo spazio poetico? Ecco, il libro di Salvatore Martino tenta una risposta a tutte queste istanze. E già averlo tentato è motivo di grande considerazione. Innanzitutto il «viaggio», turisticamente attrezzato, polisticamente computerizzato e stilisticamente standardizzato.

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Fayyum ritratto femminile (120-140 d.C.)

Perché sia chiaro che per Salvatore Martino chi parla di «viaggio» o è un laudatore tempore acti o è un furbo o un baro, un prestigiatore, un falsario che tenta di spacciare la moneta falsa del «viaggio» per quella vera con il ritratto, o meglio, l’autoritratto del poeta in effigie. La strada che Martino percorre è l’esoterismo, a metà tra il triviale e il sublime, che è la replica, in negativo, di «Oswald’s Restaurant» di Cattafi («la vermiglia rete che ci tiene») in una suite così ricca di cromatismi quale è «Partenza da Greenwich», per non parlare di certo Cendrars, con le sue trasvolate oceaniche in altri continenti. Leggasi la poesia «Quella ragazza-dèa del Guatemala» ecco un colore che chiude, pur con la sua controllatissima tinteggiatura: «Ricordo una ragazza creola / nel bananeto presso Quiriguà / rideva imprecava si esibiva / contro una ciurma oscena d’individui / Non ho mai visto una bellezza uguale / perduta in un totale smarrimento». Mi sembra degno di nota che la serie intitolata «Dobbiamo imparare ad amare le nostre tenebre / anch’esse hanno bisogno dell’amore», consacrata più delle altre al dilatato sapore dell’avventura nel mondo fuori di casa, venga a culminare nella stanza di «Mi ricordo una notte in Amazzonia», àmbito circoscritto di per sé, cella senza confini, tempio della fantasia, continente della libertà fissato in una «sospensione temporale». Il tema del viaggio, paradigmatico e diaristico insieme, vi potrà far posto alla descrizione d’una temperie spirituale, ma più volentieri il perimetro formale sarà quello d’un luogo all’aperto, distante dalla stanza dove si svolge l’autoritratto del poeta. Fino alla sezione finale del libro, che così suona: «Alla radice al pozzo che risuona / alla dolce risacca torneremo / limpidamente oscuri d’ogni traccia», dove la borgesiana esibizione metaforica risulta ben orchestrata in contrappunto con una metessi metonimica. È la sezione forse più alta e concentrata del libro, il luogo dove si assembrano e si consumano tutte le linee di forza della sua poesia. Esemplare è il componimento «Il messaggio dell’imperatore» dove il re dei re, il morente Dario, sussurra disteso sul campo di battaglia, ad un soldato superstite, le parole che dovrà riferire all’orecchio del vincitore Alessandro il macedone. Forse, il senso ultimo della poesia di Salvatore Martino è questo: comunicare all’orecchio del lettore l’ultimo messaggio di una civiltà morente. L’ingresso nel Tramonto, il Libro della Cancellazione.

Salvatore Martino in pensiero

Salvatore Martino

da Salvatore Martino da Cinquant’anni di poesia (1962-2013) Roma, Edizioni Progetto Cultura 2014 pp. 1008 € 25

Da Libro della Cancellazione (2004)

Questa partita che non sai giocare

Chissà? Sono gli dei
a muovere il bianco e il nero
della nostra partita?
O forse sono gli uomini a sognare
i movimenti alla scacchiera
questa battaglia con la sorte

I giocatori inseguono la mossa
inventano quelle successive
non conoscono il volto
il freddo e l’efficienza la paura
dell’avversario cieco
dalla parte opposta del quadrato
Tentano di spostare torri alfieri
di attaccare il re con le pedine
prestano il fianco ai cavalli
tendono l’agguato alla regina
sul piano fatalmente in due colori

Siamo i pezzi d’avorio?
O gli uomini? O gli dei?
Tutti ingabbiati Tutti senza uscita

Chissà se Dio la gioca la partita?
Se distratto ci muove col pensiero?
O anch’Egli è mosso
da una pedina ancora più lontana?

Come diventa strana questa storia
un calcolo e condiziona tutto il gioco
Io lo vorrei incontrare questo fuoco
questa divina conoscenza
in una stazione di periferia
nella hall di un albergo fatiscente
in una folle corsa in autostrada

Ma è veramente nata
questa sciocca contesa che viviamo?

Mestamente abbandono
i quadrati perfetti
dove le schiere si fronteggiano
in cromatica fuga
sul letto fatalmente in due colori
la verità e l’inganno
nell’alba e nel sogno ricomposti.

.
La moneta di ferro

Angelo dell’inizio e della fine
segreto mormorio del mio destino
sorvegli il respiro della casa
ogni mio movimento familiare

Come un serpente
scivolato all’alba
o nell’ora più atroce
prima dell’ultimo duello
tra la notte e il mattino
prepari l’imboscata

Indovino i tuoi trucchi
i sortilegi
l’ombra evocata dallo specchio
Del mio corpo e dell’anima
conosci ogni dettaglio
della mente

Ma io non ignoro
il tuo tremore
io come te la vedo l’avventura
che percorriamo insieme
in questo letamaio

Dèmone bianco
che baci il mio cuscino
quasi assetati di vergogna
senza una lira in tasca
in questo viaggio
dimenticammo l’armatura
in un campo di ortiche
e stranamente i cavalli
erano uno

Portami sulle spalle all’altra riva
un rosso fazzoletto di saluto
l’occhio giallo perduto nell’addio

Salvatore Martino guarda

Salvatore Martino

Non puoi non farlo

Neri cespugli coprono
il teatro in rovina
la maschera lasciata in camerino
il pane raffermo sulla tavola
la minestra gelata nell’acquaio
Perfetta si chiude la moneta
in entrambe le facce

Anch’io ti porterò
ai campi di narcisi in fiore
che l’isola nostra ha custodito
laggiù saremo
una bianca risacca
una canzone
un’alga perduta nella spuma

.
Le candele della notte si sono consumate

Sopra le balze di tufo
Machu Picchu domestico
che forse mi appartiene
il verde dilaga a primavera
il raffinato canto degli uccelli
Qui persino il vento
assume un andamento circolare

In questo paradiso ricercato
come un lontano appuntamento
dovrebbe sorridermi la vita
l’ansia distendersi sul volto

Incubi invece i miei pensieri
s’insinuano tra i muri
come morti giganti
Si fermano talvolta sulle soglie
sugli stipiti sbattono la fronte
agitando le chiavi

Dormono al mio fianco
affondano la testa sui cuscini
respirando a bocca spalancata
Usano il bagno schiuma
le mie saponette profumate
si radono la barba nello specchio
sussurrano parole
alitano vendette sulle spalle
s’infilano persino le mie scarpe
Attraccati alla sedia
guardano con sospetto
la macchina da scrivere
e questa d’improvviso
incomincia a battere da sola

Frugano la dispensa
negli armadi
senza testa né piedi
i vestiti passeggiano da soli
come svuotati di pensieri

Invece sono là questi nemici
spiaccicati negli angoli
aspettano pazienti
un passo falso
un alibi una resa
come tentacoli di seta
protendono le braccia
e la domanda accesa
dentro l’occhio cavo
mi arriva dentro l’occhio
sempre la stessa
e non avrà risposta

Sono divenuti familiari
complici di scalate nell’abisso
L’orologio commenta questo imbuto
dove qualche volta c’infiliamo
per addestrarci a non sentire
il rumore ostinato del silenzio

Li vedo sparire nella doccia
ma l’acqua non bagna i loro corpi
non raggiunge la bocca
non diviene fontana
sembra che trascini i loro piedi
come un fiume infernale senza uscita
simile a quelli nella piana di Olimpia
un’estate lontana
nel clamore di un’assurda vittoria
purificammo il corpo nell’Alfeo
prima di naufragare nel profondo

.
Intorno a quel che intendo di poesia

Io non credo sia giusto
come tu asserivi
dolcissimo De Libero
nella casa al quartiere Flaminio
in una Roma ormai dimenticata
che la poesia può essere creata
solo coi ritagli
sfuggiti al macellaio

Del mio stile caotico parlavi
oscuro nel mare di parole
Ma io dovevo camminare quella strada
verso una meta di semplicità
ascoltando il magma informato
che dormiva dentro

Ricercare il volto dell’enigma
questo è per me la poesia
la risposta che non puoi trovare
la follia dello specchio
la musica il silenzio l’armonia
quella capacità di penetrare
il palazzo segreto
di colmare il distacco dalle stelle
la beata innocenza della luna

È l’angelo caduto la poesia
ma possiede l’orecchio del Signore
è il fanciullo che incendia
la tenebra infinita

È il custode del viaggio
il faro circolare
quella fatalità mai presagita
il lampo dell’aurora
è quella ingannevole storia
che vanamente e dolce ci possiede

Autoritratto in carta pergamena

Vieni a bruciare questo male oscuro
l’astuto tradimento dell’aurora
dèmone bianco ma dal volto oscuro
con dolcezza confondi la memoria

Fossilizzati nella tua dimora
i tentativi di ferire il muro
non fummo costruiti per la gloria
ch’è solo un’illusione del futuro

C’incontreremo a un varco desolato
voce che mi perseguiti al mattino
sarò di lancia di pistola armato

C’incontreremo forse in un giardino
il caso il sogno l’hanno disegnato
t’annienterò con l’occhio di bambino

Salvatore Martino in tralice

Salvatore Martino

Un racconto ascoltato a tarda notte

Il letto ora sembra più vuoto
l’odore del fumo nella stanza
Raccoglie a fatica
il libro aperto sopra il pavimento
Non ricorda se ieri l’ha sfogliato
sempre quel numero
sempre quella pagina
che porta una dedica sbiadita
Prende una sigaretta
non l’accende
quel gesto è l’immagine di lui
il sapore crudele della bocca

– Andrò a vivere altrove
lascio questa città
senza rimpianto
forse ti scriverò
se mai hanno senso le parole
è stato bello a volte –

Da allora non ha avuto sue notizie
si augura che sia un po’ felice
si saranno ingrigiti i suoi capelli
forse più consapevole lo sguardo

Come dimenticare la sua faccia
la forza delle mani
il corpo disegnato all’abbandono?
Il letto ora è più solo
il libro chiuso
sopra il pavimento
una dedica ancora più sbiadita

Tutto era bianco

Le macchie rapprese sui lenzuoli
un corpo levigato tra le braccia
l’inquietante risveglio dopo il sesso
un bacio rubato in un vagone
il respiro a mordere le labbra
a violare di sangue la saliva

Ho lasciato socchiusa la finestra
perché le ombre possano tornare
i gesti le parole
la bianca giovinezza

.
Autoritratto non finito

Questa maturità che oggi mi tiene
non ha trovato quello che cercava
il sogno liberato dall’angoscia
la parola di luce

Chissà se all’ultima fermata
incontrerò i frammenti del mio specchio
come in un gioco assurdo ricomposti
e avranno finalmente la mia faccia

Sulla porta ti aspetta un cavaliere

Questa sera che il tempo
asserragliato carcere discute
se concedermi l’atroce libertà
il respiro mi agghiaccia
dell’orbita spietata
del suo occhio cavo
che massacra
ogni mio tentativo di fuggire
Ordina ai clarinetti di trovarla
la variazione in sol minore
la sarabanda che mi cancellerà
Si affida ai contrabbassi
ai violoncelli soli
per colpirmi alla gola
per aprirmi nel petto una ferita

Ma la musica vince
disegna sul suo volto la sconfitta
forse soltanto una dilazione

La prossima giocata
la inventerai in uno scalo merci

in uno specchio che non ha memorie

roma Fayyum fratelli

Fayyum, ritratto di fratelli

Preghiera al limitar dell’alba

Salito a deturpare
con la luce l’inganno
astro che ragiona della notte
la magia del rimpianto
quella solare della cancellazione

Il dio non parla
nell’ambigua dimora
ogni vendetta sua è una speranza
ogni mia ribellione un obbedire

Treccia di neve liquefatta
mi chiami dall’oracolo perduto
a quale segno mi trascini?
Come vanificare il tradimento?

Vuoto artificio
che soccorri i naufraghi
astro gelato dei mattini
crocifero dell’ansia
col tuo mantello celi la paura
nella voce sicura fioriscono
tutti i tradimenti

Quando potremo sconfinare il mito
e consacrare al vento la saliva
come una cantilena di silenzi?

Vieni a confondere le menti
dèmone bianco
a circondare i passi dell’uscita

.
Ballata del cavaliere

Vieni a inquinare
il giardino ferito dalle rose
cavaliere smarrito senza lancia

Un ronzino scheletrico
la tua cavalcatura
un pronosticato fallimento

Avrai compagno il vento di grecale
il viaggio sarà verso l’oriente
solo un ragguaglio ti hanno suggerito
una crepa scavata nella faccia
la sparizione
senza lasciare traccia
di quello che non siamo

Contro la piccola trincea
la lancia acuminata del nemico
spera di annientare il soffio
l’alito la mente

non sa

è indifferente
lottare cedere o morire

Il giardino dei sentieri che si biforcano

Mi ritirai nel giardino
a scrivere poesia
per consegnare agli altri un labirinto
una mappa divorata dal tempo
che conducesse in un secondo altrove
Un giardino pensato all’italiana
un gioco di armonia
immagine speculare della vita
Mi ritirai a scrivere a poesia
ritornando bambino
in un sogno da un altro già sognato

Perché la fine del viaggio è ritornare
al punto esatto da dove sei partito
e saranno le rughe del tuo volto
la carta del disegno iniziale
a segnalare il punto dell’arrivo
la fanciulla che attende sulla porta

.
Viaggia con i serpenti della notte

Un altro ramo si è spezzato
un altro uccello è volato via
e io non so
dove il ramo sia caduto
verso quali orizzonti
l’uccello s’è involato

La vita è una carezza
la follia di credere al destino
è la gioia di crescere e morire
di ritornare al cerchio
e come una farfalla
scomparire

roma Fayyum femme 5

Fayyum, ritratto

Il messaggio dell’imperatore

L’avanguardia macedone avanzava
a fatica
dimenticato il clamore
dell’ultima battaglia

Cercavano Dario che fuggiva

All’estremo orizzonte
d’improvviso
appena visibile
poi sempre più vicino
quello che restava
dell’esercito persiano

E staccato da esso
ancora più lontano
un solitario carro trascinato
da due vacche ferite

Un anonimo soldato si avvicina
a quello che era stato
il Re dei Re
disteso e morente
il suo cane soltanto
lo guardava
Immagino che l’uomo
in un sacro silenzio
abbia accostato alle sue labbra
un bicchiere di vino
un ultimo segno di follia
e accarezzando il cane
nel gesto antico della fedeltà
abbia ascoltato
le ultime parole del sovrano

– Ti prego
di al tuo Re
che mi incontrasti
nell’ultimo bagliore della vita
ti prego
devi dire ad Alessandro
quando una sera di giugno lo vedrai
poi sempre più vicino
quello che restava
dell’esercito persiano

E staccato da esso
ancora più lontano
un solitario carro trascinato
da due vacche ferite

Un anonimo soldato si avvicina
a quello che era stato
il Re dei Re
disteso e morente
il suo cane soltanto
lo guardava

Immagino che l’uomo
in un sacro silenzio
abbia accostato alle sue labbra
un bicchiere di vino
un ultimo segno di follia
e accarezzando il cane
nel gesto antico della fedeltà
abbia ascoltato
le ultime parole del sovrano

– Ti prego
di al tuo Re
che mi incontrasti
nell’ultimo bagliore della vita
ti prego
devi dire ad Alessandro
quando una sera di giugno lo vedrai
disteso e morente a Babilonia
che il suo impero di sabbia
si scioglierà nell’acqua

Quello che fu il mio impero
ritroverà il passato splendore

Così nella mia morte
il mio sogno ritorna
nella sua discende nell’oblio –
Da “La metamorfosi del buio” (2009-2013)

Nel mio locus amoenus interrogando

I
E una farfalla grande
così rara nei nostri climi
azzurra maculata di rosso
volò ondeggiando
tra le camelie
e il muro giallo della casa
e non cercava fiori
certo appagata della sua libertà

Chissà
forse era la stessa che Elena
vide lungo le rive dell’Eurota
navigare sulla scorza di un albero
che si era scortecciato da solo
Anche lei creatura dell’aria
scivolava libera sull’acqua

Può darsi sia arrivata da me
traversando il mare
malgrado il vento e la bonaccia
risalendo il Tevere
fino al mio giardino

No

Quella farfalla nera
striata d’arancio
siede sulla riva del suo fiume
nell’attesa di ripetere
per l’ultima volta
quel viaggio impossibile e felice

II

Sdraiato sull’amàca
tra le due grandi querce
che a settentrione vegliano la casa
il calore del mio cane sul ventre
e il fischio lontanissimo
del treno della Nord
il telefono a portata di mano
un richiamo una voce che interrompe
questa solitudine voluta

Chissà perché mi viene in mente Aiace
in quell’ultima alba sopra il mare
e spera d’incontrare un uomo
e parlare con lui almeno un po’
prima di gettarsi sulla spada amica

e mi sorprende
il coraggio virile di affrontarla
quest’unica vita che ci è data

III
Immersi nel giallo
sotto un cielo velato col suo sole
un primo pomeriggio
che il terrore ci appare
un’ immagine lontana
quasi appartenesse ad altri
la scalata dell’ansia che c’insegue
perché crollate le difese
i dèmoni sotterrano
la lira del Cantore
che non trafigge quel buio
dall’assurda miniera delle anime
non mi trascina il corpo nella luce
IV

Come è volato in casa questo fiore?
Lo guardo che sembra un’orchidea
e allo stessa maniera lo coltivo
quasi lo fosse veramente
nel vaso ho messo una torba leggera
scaglie di corteccia
e nei giorni prefissati
uno specifico concime

L’ho custodito
al centro della mia finestra
perché la bacia soltanto
il sole del mattino

Che importa s’è venuto dal campo
se non ricorda tropici e foreste
portato qui dal vento
o chissà quale uccello
se come credo si svelerà un inganno

Così nel mio delirio
invento
che come la farfalla dell’Eurota
anch’esso sia quel fiore che Elena
mostrandosi quasi nuda sotto i pepli
sugli spalti di Ilio
mentre Achei e Troiani
avevano sospeso
la loro interminabile battaglia
per ammirarla nella sua bellezza
lascia cadere dalla bocca
con gesto di sublime degnazione
come il suo terzo fiore
il primo l’aveva lanciato dal seno
l’altro dai capelli
questo proprio dalla bocca
per rivelare
a quei guerrieri insensati
l’eterno sorriso della libertà

roma Fayyum donne romane

Fayyum ritratti di donne romane 120 – 140 d.C.

Il giovane bello si guarda nel suo stagno

In una delle Metamorfosi di Ovidio
la terza se ricordo bene
si narra di una ninfa
si chiamava Eco
che non parlava mai per prima
ripeteva la chiusa di una frase
lunghissima magari
Vide Narciso vagare per i campi
e se ne innamorò perdutamente
Seguiva di nascosto i suoi passi
lo spiava dietro un albero o un cespuglio
ma non poteva rivolgergli
per prima la parola
raccoglieva ogni suono
che usciva dalla sua bocca
lo trasformava in parole nuove

A Narciso capitava spesso
di perdere per strada i suoi compagni
C’ è forse qualcuno?
Ed Eco rispondeva- Qualcuno-
Stupito lascia vagare lo sguardo
da ogni parte gridando a gran voce
– Dove siete che ancora non venite?-
e la ninfa richiama al suo chiamare
– Venite –
Si gira di nuovo ma non viene nessuno
Perché fuggite? e lei ripete
le stesse parole appena dette
Ma Narciso è ingannato dallo scambio
che riverberano gli alberi e le pietre
Riuniamoci dice
E lei –Uniamoci – risponde

Esaltata da quello appena detto
esce dal bosco
e quasi l’abbraccia
in un volo di felicità
Narciso fugge come inorridito
e fuggendo le grida

Via quelle mani non toccarmi
meglio morire che concedermi a te 
Lei risponde soltanto
Cedermi a te

Forse anche noi siamo soltanto
un’eco del nostro pensiero
una frase incompiuta della nostra storia
un racconto narratoci una sera
mentre la luce cadeva in altra luce
e io morivo dal sonno
e diventavo un’eco di quelle parole
che giungevano vuote al mio sentire

Un’ eco chissà delle nostre gioie
un’allegoria dei nostri desideri
una spia implacabile
delle nostre speranze calpestate
l’illusione di vincere sul tempo
di sfuggire alla morte

 

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49 commenti

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49 risposte a “Salvatore Martino POESIE VARIE da “La metamorfosi del buio (2006-2012)”, “Libro della cancellazione (2004)”, ora comprese in “Cinquant’anni di poesia (1962-2013)” Roma, Edizioni Progetto Cultura 2014 pp. 1008 € 25 “Nel mio locus amoenus interrogando” “Il messaggio dell’imperatore”, con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. ubaldoderobertis

    Forse questa volta non era il caso di dilungarsi nel preambolo e nella presentazione, le poesie esposte sono tante e si commentano da sole. Mezzo secolo creativo per un autore che ha attraversato intere epoche di “mode” poetico- letterarie, saggiato i propri mezzi espressivi, e che ora probabilmente guarda il suo percorso come da uno specchietto retrovisore. Qui c’è di tutto. Il dono di scrivere denso e lieve, tocchi improvvisi e abbaglianti, il rispetto della forma e dello stile. Il poeta fa della conoscenza letteraria e storica l’arnese per scardinare il proprio tempo, conscio di poterla trasformare in conoscenza artistica. Martino ha saputo/sa assimilare analizzare le diverse esperienze lasciando che fosse/sia la propria sensibilità ad ordinare pensieri sentimenti ed emozioni.
    Da coetaneo di Salvatore Martino lo saluto con un pensiero, anche se terribile, di Luzi:«presto l’occhio non serve più, rimane / la conoscenza per ardore o il buio»
    Ubaldo de Robertis

  2. Indovino i tuoi trucchi
    i sortilegi
    l’ombra evocata dallo specchio
    Del mio corpo e dell’anima
    conosci ogni dettaglio
    della mente

    una summa di mezzo secolo dei lavori di questo valente poeta è utilissima. Poesia affascinante, anche e soprattutto per quel suo alone misterico, per quel che dice e non dice.

    • Salvatore Martino

      Carissimo de Robertis sono confuso dalle sue parole che mi colpiscono al profondo lanciando una cometa di luce in questi miei giorni così oscuri e dai quali sto tentando con tutta la forza della mia anima di fuggire. Mi sembra che malgrado l’esiguità dei testi proposti (comunque molti per un blog) lei abbia colto i tratti fondamentali della mia poetica. Un saluto affettuoso e grato Salvatore Martino

    • Salvatore Martino

      Almerighi lei vuol farmi commuovere con le sue parole…è vero più di cinquanta anni di dedizione totale alla poesia aiutato anche dai miei maestri e dalla mia professione di attore che mi ha permesso di girovagare per l’Italia e l’Europa. Perchè la poesia nasce dalle tue esperienze di vita, vissute con amore ,con disperazione, con angoscia, con paura, con gioia. Salvatore Martino

  3. Gino Rago

    Illuminato il commento di Ubaldo d.R. Dal laboratorio di Salvatore Martino escono ordegni d’alta qualità, manufatti poetici d’artigianato fine, che mai sporcano la pagina bianca con le lacrime delle cose, neanche con quell’alga “sperduta nella spuma.”
    Giorgio Linguaglossa,poi, riesce a toccare nella sua nota critica talune corde segrete dell’anima quando, con semplicità e icasticità disarmanti, sussurra che forse il senso ultimo “della poesia di Salvatore Martino è comunicare … l’ultimo messaggio di una civiltà morente…” Qualcuno affermò che ormai, dopo Celan, se la poesia resta, resta come documento dell’impossibilità di fare poesia. Di fronte ai versi di Salvatore Martino credo che oggi Sergio Quinzio si ricrederebbe.
    Gino Rago

    • Salvatore Martino

      Sono sgomento di fronte a tutte queste manifestazioni di stima, che arrivano con sincerità da poeti che anch’io stimo…certo quello che lei afferma del dopo Celan mi colpisce particolarmente. Dormirò più sereno questa notte

  4. “Forse anche noi siamo soltanto
    un’eco del nostro pensiero
    una frase incompiuta della nostra storia
    un racconto narratoci una sera
    mentre la luce cadeva in altra luce
    e io morivo dal sonno
    e diventavo un’eco di quelle parole
    che giungevano vuote al mio sentire
    .
    Un’ eco chissà delle nostre gioie
    un’allegoria dei nostri desideri
    una spia implacabile
    delle nostre speranze calpestate
    l’illusione di vincere sul tempo
    di sfuggire alla morte”
    .
    Poesie tutte luminose di bellezza nel corso degli anni di dedizione alla Musa.
    Le mie più vive congratulazione a Salvatore Martino

    Giorgina Busca Gernetti

    • Salvatore Martino

      Dolcissima Giorgina ormai il tu non mi sembra più azzardato sono felice tu abbia apprezzato la luminosità dei miei versi,citando Narciso che appartiene di diritto alla serie dei miti che sconfinano nel quotidiano così frequenti nella mia poesia.Salvatore Martino

  5. antonio sagredo

    Caro Salvatore,
    Ti dedico – col mio vizietto – una strofa del mio nuovo corso… ho deciso di chiamare le poesie del prossimo anno (e questi versi, qui, sono un buon antipasto!- spero anche per TE): > POESIE BEATE < (nel senso mandel'stamiano di poesie viaggianti, e anche da viaggio).
    Questi versi che Ti dedico includono parte della commozione che mi facesti provare quando presentasti quel Tuo volumone… e Tu leggesti i Tuoi versi stessi stupemdamente, mentre io ancora sono in cerca di un grande attore che sappia i miei versi recitare, ma ahimè, lui non c'è più. ma sono speranzoso…
    un abbraccio affettuoso
    antonio

    —————————————————————–
    E voltai lo sguardo mio verso me stesso – sarebbe stato meglio non vedersi, dentro!
    per non giocare più coi loro spiriti di cartapesta
    e ricordai i miei versi che su Saturno trovarono un rifugio… amato,
    e mi insegnarono loro di non mirare più la Terra,
    di scordare la sua storia che da tempo non era più la mia,
    di scordare infine – e qui io piansi – la mia progenie
    Padre mio! Madre mia!
    e i fiori tutti da cui oramai non attendevo nulla…
    le lagrime mie non erano più cose umane!
    Quel che ero stato prima, lo ero ancora!
    I tradimenti non si addicono ai condannati della parola!
    E nemmeno la mia identità abbandonai come fosse un truciolo!
    Tutti i cari affetti mi si fecero intorno – i miei solitari idoli!
    Tutti gli anelli mi circondarono teneramente…
    ero un agnello di zucchero che non sapeva lo scioglimento
    del Tempo e che pure la Morte lo adorava risentita,
    come se avesse la mia sostanza sottratta a lei l’immortalità!

    a. s.
    25 novembre 2015

    • Salvatore Martino

      Gentilissimo Balestriere lei ha toccato alcuni temi fondamentali della mia poesia. Ovviamente ce ne sono altri data la ormai più cinquantennale dedizione alla poesia stessa. Anche stilisticamente non sono sempre stato sempre lirico, anzi l’epicità mi ha condizionato per tanti anni, e in alcuni testi sono stato molto influenzato da Pound e da Eliot, con una scrittura decisamente lontana da quella dell’ultimo periodo. La ringrazio per le sue belle parole. Salvatore Martino

      • Pasquale Balestriere

        Gentilissimo Salvatore Martino,
        la mia valutazione non può essere che parziale visto che di tutta la Sua produzione poetica ho letto solo i componimenti riportati qui sopra. Quanto poi alla poesia lirica, che tanti oggi sminuiscono al rango di poesia per donnette, storcendo il naso, cercando di eradicarla dal contesto dell’arte e additandola come il male maggiore della poesia in generale, sono fermamente convinto che essa possa avere in sé, oltre alla ricchezza emozionale che le è propria, anche la potenza oplitica di certa poesia epica o tragica. Occorrono solo interpreti di spessore, poeti degni di tal nome. E tutte le chiacchiere di certi critici tardonovecenteschi si scioglieranno come neve al sole. Perché io non conosco poesia che possa prescindere dall’io, dichiarato o sotteso, evidente o nascosto, espresso o mimetizzato.
        Se è approdato al lirico e ci si trova bene, continui pure tranquillamente, gentilissimo Martino. Essere lirico non è certo una colpa, ma una (per me felice) condizione poetica. E poi l’unico dovere del poeta è di seguire il suo dàimon artistico. Per qualunque strada lo porti. Non altro.
        Pasquale Balestriere

    • Salvatore Martino

      I tuoi versi sono molto belli ma non mi sembra siano di commento alle mie poesie. Affettuosamente Salvatore

  6. Gino Rago

    Caro Salvatore Martino,
    ho voluto scomodare Paul Celan per lodare i tuoi versi per le parole che un poeta da poco scomparso pronunciò per l’autore di Seelied (Canto marino):”…Celan rappresenta la realizzazione di ciò che non sembrava possibile: scrivere poesia dopo Auschwitz ma scrivere dentro queste ceneri, arrivare a un’altra poesia piegando questo annichilimento assoluto,
    rimanendo in certo modo nell’annichilimento…La sua poesia mette in crisi
    qualunque ermeneutica.” E non è davvero poco.

  7. Salvatore Martino

    Carissimo Rago spesso mi capita di leggere le mie poesie come fossero scritte da un altro, ma non l’Altro da me, mada un individuo che conosco appena, forse soltanto dai suoi versi. Così le sue parole, così toccanti, mi sembrano rivolte ad un individuoche forse un giorno ho incontrato in vagone ferroviario o in cima ai tanti vulcani da me visitatiin questo interminabile viaggio.Grazie davvero.

  8. Dopo aver letto mi resta il sonoro, la presenza di un sentimento che non so definire… ma nemmeno un verso ricordo, non uno. E quand’anche ne trovassi sarebbe un verso detto, non scritto. Salvatore Martino è attore? ah, strane creature…

    • Salvatore Martino

      Carissimo Rago che bell’intreccio di poesia e vita la tua epigrafe che ci accompagnerà lo spero fino al giorno dell’incontro col nostro specchio finalmente raggiunto.Salvatore Martino

    • Salvatore Martino

      D’altra parte caro Tosi difficilmente un poeta può raggiungere tutti i suoi lettori e capisco che i miei versi non abbiano raggiunto la sua sensibilità. Va bene così. Però mi deve spiegare che cosa intende dire con: Salvatore Martino è attore? ah, strane creature… con una notazione che ha un vago sapore tra la stravaganza e il disprezzo. Devozioni Salvatore Martino

      • E’ solo il mio modo di vedere, o se preferisce il risultato di un’indagine. Tra l’altro capita tra alcune considerazioni che mi sto facendo, sulla poesia, proprio in questi giorni: sulla metrica e il ritmo nella scrittura; ed è possibile che domattina mi ricreda. Nessun disprezzo, gliel’assicuro, al contrario, spero lo prenderà come uno scambio sincero con un lettore che non ha dimestichezza con il linguaggio della critica.
        Rileggere quel che si è scritto aiuta a smussare, levigare, armonizzare; questo fa bene al verso libero ma in qualche nodo lo riconduce al verso strutturato, metrico, dove la forma comanda e non si può sgarrare: così che i versi non possono essere grida perché tutto diventa canto.
        Che lei sia attore e regista l’ho letto nelle note biografiche. E’ per me un indizio. E comunque l’ho scritto, che sono versi detti, non scritti. In fondo la scrittura poetica è recente, fino al ‘900 era canto. Una scrittura scritta, che non dipenda da musicalità, è ancora lontana da venire. Se accade scandalizza e pare brutta. Ho accennato al sentimento che accompagna i suoi testi, e ho dato ad intendere che mancano sorprese, forse perché in buona sostanza si tratta di prosa. Questo non me lo dice il dettato, che arriva all’emotività, ma l’improvviso di una rivelazione, anche qualsiasi, che non ho scorto. Sono certo che altri saprebbero spiegare meglio, e forse anche illuminarmi. Ricordo di avere letto altre sue poesie su questo blog, ma a bene vedere la mia resta una prima lettura, e il mio parere è certamente condizionato da gusto personale. Cordialità.

        • Salvatore Martino

          Caro Tosi la ringrazio per la sua lunga dissertazione per me assolutamente rivelatrice : che la mia poesia tenda all’oralità è assolutamente condivisibile, ma che sia prosa mi sembra davvero una forzatura. Grazie comunque al di là di atteggiamenti non condivisi da entrambi. Salvatore Martino

  9. Pasquale Balestriere

    Mi trovo a leggere per la prima volta liriche (ché di questo si tratta) di Salvatore Martino e m’imbatto immediatamente in un rovello esistenziale che si fa poesia invadendo lo spazio bianco del foglio (in questo caso virtuale) con fervido sentire e quasi con febbrile desiderio di rivelarsi. E mi pare che tale poesia proceda con lo stesso silenzioso tumulto del sangue che scorre nelle vene, e proponga, con sofferta misura e con nitida riflessione, il dubbio esistenziale, la domanda senza risposta, il senso dello scacco, la scoperta del trucco, dell’inganno e, infine,la constatazione dolorosa della precarietà e della vanità della vita. Temi novecenteschi, se vogliamo, propri di un’epoca orfana di un’idea filosofica unificatrice e, in quanto tale, rasserenante. Sicché ogni singolo uomo è chiamato all’arduo cimento con la vita quasi disarmato, o forse munito di armi rudimentali e provvisorie, allestite da lui stesso (e per sé stesso). Così fa Martino che estrae dal fondo della vita la sua poesia e la permea con un acceso alito di passione. Facendosene anche scudo, terapeutica difesa.
    Pasquale Balestriere

  10. Gino Rago

    Caro Salvatore,
    per quando sarà, ecco l’epigrafe che mi seguirà (i vivi restanti già lo sanno):

    ” Io non celebro la vita
    nei miei versi.
    La poesia è stata
    ed è
    quella parte di me
    negata
    alla vita
    ma che si è fatta
    e si fa vita
    soltanto in poesia ”
    Che pensi? Gino Rago

  11. sabino caronia

    Tanto nomini nullum par elogium!
    Sabino Caronia

  12. La valutazione di un testo poetico è sempre difficile. Fatta salva in questo caso la qualità linguistica, viene da chiedersi se spesso la valutazione possa dipendere da una inclinazione del gusto.

  13. Giuseppina Di Leo

    La nudità del poeta si esprime in versi, è questo il messaggio che percepisco dalle poesie di Salvatore Martino, d’altra parte la stessa immagine ‘svestita’ può essere indicata come un simbolo, e credo che la scelta iconografica non sia stata casuale. Molto belle. Per la misura della loro profondità. Tra tutte però preferisco la vicenda narrata dell’innamoramento non corrisposto della ninfa Eco, forse per una certa analogia (da me inteso sul piano dell’avvertire) con una mia vecchia poesia (edita) che mi permetto di trascrivere:

    *
    Vivo il mio tempo
    come un sentimento lontano
    per quella luce di un giorno
    inseguo il cammino;

    intendo la realtà
    nel sogno più vicina la sento
    come in amore, legati:
    un semplice canto
    o un passo sospeso
    nel vuoto, verso fragili appigli
    per altri cortili, un’eco
    nelle parole io sento.
    GDL

  14. Luciano Nanni scrive:
    «La valutazione di un testo poetico è sempre difficile. […] viene da chiedersi se spesso la valutazione possa dipendere da una inclinazione del gusto».

    È appunto qui il problema: che non ci può essere «gusto» senza critica del «gusto», il concetto di gusto può essere appiattito ad un concetto biologico, ma questo è evidentemente un metro assolutamente inadatto alla valutazione di opere d’arte. Il «gusto» individuale ci porta sempre fuori strada, il «gusto» sociale o collettivo ci porta anch’esso fuori strada perché ci massifica al gusto comune o al gusto maggioritario, tutti concetti quantitativi, numerali e quindi privi di valore filosofico. Da Kant in poi sappiamo che non ci può essere «gusto» senza critica del gusto, e io ritengo che dobbiamo imparare a prendere le distanze dal gusto e orientare la nostra valutazione sul concetto di critica estetica per metterci dentro quanta più critica possibile, perché, in fin dei conti parlare di un’opera d’arte è un esercizio, una pratica addestrativa per fare della critica della critica, cioè una critica al quadrato. L’opera d’arte serve a questo, questa è la sua utilità maxima: che ci ricorda che ciò che sapevamo fino ad ora era fallace e lacunoso, che dovevamo osservare l’oggetto con altri occhi, con occhi che non avevamo…

  15. Salvatore Martino

    Al sacerdote , alla Pizia della poesia il nostro madre spirituale amatissimo Giorgio il mio affetto più che ventennale, la mia stima, soprattutto in difesa dei valori poetici e della critica più onesta. Già! il gusto critico kantiano che tutti ci dovrebbe guidare. Salvatore Martino

  16. sabino caronia

    Intelligenti pauca

  17. Steven Grieco

    “Le candele della notte si sono consumate”: bella poesia. Par di sentire in queste poesie un piglio più forte, uno stile e un pensiero che evocano un grande uccello che forse si librerà in aria.
    Anch’io, tanti anni fa, ho parlato dei frantumi della mia immagine speculare in una mia poesia inglese. Dev’essere un malinconico, questo poeta. I malinconici inseguono per sempre la loro immagine fuggente, a meno che qualcosa non sbarri loro la strada, un bel giorno, con una potenza sovrumana, liberandoli così dalla loro prigionia.

  18. Sarei tentato di chiedere al critico Sabino Caronia dei lumi sui suoi assiomi latini ma so che lo tirerei per la giacca, così, non chiederò dei lumi, né tanto meno di accendere delle candele, né delle lampade ecologiche, il critico ha tutto il diritto di rinserrarsi dietro l’indicibile del linguaggio, o dietro la propria ritrosia, o oltre il dicibile, manifesta così il suo scontento, è il suo modo di stare in mezzo e nel mezzo di una grande confusione (che non può che contagiarlo). Ed è certo che la poesia di Salvatore Martino, vista nell’insieme di uno sviluppo cinquantennale, mostra tutti i segni delle varie epoche che si sono succedute, dalla industrializzazione imprevista e improvvisa dell’Italia, per il mezzo degli anni di piombo fino all’ultimo ventennio di stagnazione politica e spirituale. È probabile che i critici del futuro rubricheranno gli ultimi vent’anni della nostra storia nazionale come l’Epoca della Stagnazione, sarà in quest’ottica che essi leggeranno le nostre opere letterarie, tutto quello che non rientrerà in questa lente di ingrandimento verrà cestinato, buttato via come prodotto irrisorio e apologetico della società di massa.
    Ben pochi, credo, saranno i poeti e i romanzieri che riusciranno a passare attraverso queste strettissima griglia interpretativa.
    E adesso chiedo ai lettori quali saranno, a vostro giudizio, gli autori e le opere che bucheranno quel filtro ermeneutico, insomma le opere rappresentative dell’Epoca della Stagnazione.

    • Salvatore Martino

      Come quasi sempre carissimo Giorgio non posso che apprezzare e condividere le tue lucidissime considerazioni Salvatore Martino

  19. Gino Rago

    Caro Giorgio,
    sulla sfida-invito che lanci sento in me poche certezze, ancorché chiare:
    a- non bucheranno il filtro ermeneutico di cui parli le espressioni del minimalismo meneghin/lombardo e romano e gli appartenenti alla “scuderia” (chiusa per fallimento) de “Lo Specchio”; b- bucheranno quel futuro filtro molti dei poeti presenti nel tuo sito (www.giorgiolinguaglossa.com), già da te iperselezionati e “criticati”, nel senso vero di “critica”; c- finalmente, oltre lo stesso filtro, troveremo, restando ai poeti italiani, Campana – Rebora – Sbarbaro ri-considerati nei loro valori di autentici poeti “moderni”, in compagnia di Saba e di Montale…. Gino Rago

  20. paola di vittorio

    tutti i poeti citati… tutti dietro Campana e di parecchie lunghezze!
    “poeti moderni”: spiegatemi voi che siete poeti cosa siognifica?!

  21. Salvatore Martino

    Mi sembra comunque un onore essere la retroguardia anche se lontana parecchie lunghezze di un grande poeta come Dino Campana. Quanto alla spiegazione che lei richiede sulla significanza di essere poeta appare leggermente offensiva, comunque credo che la risposta possano darla la Pizia o la Sibilla, forse l’oracolo di Siwa, o qualunque fascio di luce divinatorio compaia sulla terra. Magari la strada di una agnizione ce la può indicare lei dalla collina della sua sapienza. Salvatore Martino

  22. gentil.ma Paola di Vittorio,

    mi metto in coda anch’io pur di stare accanto ad un poeta come Dino Campana e ad uno del calibro di Salvatore Martino…

  23. Salvatore Martino

    Ma come non posso adorarti ,Giorgio, per le tue straordinarie parole.Salvatore

  24. Gino Rago

    a Paola di Vittorio
    (…) queste cose/ furono un giorno/ ricordi cui venne,/ una a una, una fine.//
    La memoria,/ amica come l’edera alle tombe,/ cari frammenti ne riporta
    in dono…”
    Un esempio breve di poeta moderno in cui opera quell’arcana grazia d’uno spirito e di una voce che eventi, cose, persone amate e travolte dai vortici del tempo consegna alla memoria degli uomini e anche alla Sua, su quella collina di cui parla Salvatore Martino. Gino Rago

  25. paola di vittorio

    Scusatemi, non intendevo offendere alcuno di Voi: la mia era una domanda ingenua o se volete innocente,poi che si danno tante denominazioni alla Poesia, e quando sento parlare di “poesia moderna” vado in tilt, e non ci capisco più nullae questo me lo speiego così: i poeti dell’inizio del ‘900 furono detti moderni, e va bene; poi vien pubblicato, oggi, un poeta noto di 35 0 40 anni, e si parla di poesia moderna; e allora mi dico: siamo ritornati indietro!
    Comunque, ringrazio egualmente
    P.D.V.

  26. Gino Rago

    Gentile Paola d.V.,
    “i poeti dell’inizio del ‘900 furono detti moderni”, parole Sue. Le segnalo
    davvero sommessamente che, per esempio, la raccolta “Rimanenze” di Sbarbaro vide la luce nel 1955…
    Infine, il postmoderno è stato inteso, nella storia della poesia italiana contemporanea, come “sperimentalismo neoclassico”. Buona serata, Gino Rago

  27. donato di stasi

    Ci siamo conosciuti ai tempi del LIBRO DELLA CANCELLAZIONE e non ci siamo più artisticamente e empaticamente lasciati. Sono seguiti altri libri, ma soprattutto il werk,il magnifico regesto di cinquant’anni e oltre di devozione alla poesia. Salvatore Martino ha attraversato tutti i paradisi e tutti gli inferni del secondo Novecento e dei primi due decenni del Duemila: ha amato Petrarca e Pound, Kavafis e Ritsos, ha meditato rielaborato e riattualizzato un’intera tradizione. Al di là dei generi ha trovato nel respiro epico la sua modalità straordinaria di canto: la sua non è poesia scritta o detta, semplicemente è poesia, destinata a rimanere..

    • Salvatore Martino

      Le parole di un grande conoscitore della poesia come Donato di Stasi enfatizzano il mio narcisismo e forse la convinzione non peregrina che talvolta quasi miracolisticamente io sia stato sfiorato dalla “musa”.

  28. marzia spinelli

    la poesia si è arrampicata addosso a Salvatore Martino, lo ha braccato e si é lasciata braccare; é il suo specchio, il suo Narciso, il suo doppio e la sua ombra. da un impianto classico, per provenienza e formazione, Martino ha saputo modulare una personale modernità, epico-lirica se posso permettermi,
    che arriva al cuore, quello che si ha tanta paura di nominare, e alla pelle, al corpo, di cui tanta grande poesia é costituita.
    non si nasconde mai Martino, va libero per la sua strada

    La vita è una carezza
    la follia di credere al destino
    è la gioia di crescere e morire
    di ritornare al cerchio
    e come una farfalla
    scomparire

    sento vicini questi versi. credo che in Poesia conti alla fine solo questo.

  29. Salvatore Martino

    Marzia che grande gioia accampa nella mia anima per quanto scrivi sulla mia poesia, che da tanti anni frequenti. Davvero come dice Ritsos i poeti si riconoscono tra loro, da accenni affatto banali, da una commozione che nasce da un tentativo di sincerità. Salvatore Martino

  30. Letizia Leone

    Rara e preziosa la testimonianza poetica di Salvatore Martino. I suoi “Cinquantanni di poesia” sono la summa sofferta di un’inflessibile meditazione “poietica” e di un corpo a corpo con la parola che s’aggroviglia alle radici dell’Essere pur restando dentro “l’inferno ossessivo della storia”, per citare un suo verso dal “Libro della cancellazione”. La forma classica da una parte (con la predilezione per la metrica e forme chiuse come il sonetto, ad esempio) e lo spirito contemporaneo dall’altra sono realtà che si integrano nell’alta musicalità dei versi…si, perché l’opera di Martino parte alla riconquista della musicalità della parola poetica nel contesto degradato della comunicazione contemporanea; una ricerca inesausta sulla parola che affonda anche nella grande esperienza del teatro di prosa, e si profila ad uno sguardo retrospettivo come una forma di resistenza. Molto è stato detto e approfondito nei commenti critici e non posso che aggiungere che ogni volta che apro a caso le mille pagine del libro e leggo una poesia mi colpisce sempre l’ardore che circola nei versi…rendendo questa lettura (questo ascolto) inesauribile…

  31. Salvatore Martino

    Rispondere a questo “Elogio de la sombra” quasi citando Borges del quale mi rende partecipe Letizia Leone , poeta e autore di teatro, mi è decisamente difficile . Mi pare comunque che tu abbia toccato alcuni “capisaldi” diciamio immodestamente della mia poetica.Il teatro, la musica, la commistione tra antico e contemporaneo, la ricerca della parola esatta in un ossessivo labor limae. Ma certo la considerazione che tu ritieni questa lettura ineauribile mi colpisce al profondo, e rfletto: forse questi cinquanta anni di poesia non sono stati vissuti invano.Salvatore Martino

  32. Maria Rosa Nuvoletta

    Salvatore Martino è il mio Maestro.
    Lo è diventato subito quando nella sala Principessa dell’Università Suor Orsola Benincasa (Master di Scrittura creativa) sollecitava in noi allievi lo scrivere in versi. E’ diventato subito il mio Maestro, dicevo, perché, lo ricordo bene, il suo parlare mi ispirava, risvegliava i vulcani spenti delle parole e invitava ad usare come inchiostro il magma dei nostri crateri sotterranei. Con lui non potevi star fermo,dovevi varcare la tua soglia oppure aprire la porta della tua prigione, ficcare le mani nel dolore e mischiare gli ossimori, le metafore e gli opposti. Nelle sue lezioni si coniugavano i verbi essiccare e decantare perché le parole non fossero né troppe né poche e meno che mai uno sterile o presuntuoso esercizio tecnico. Il mio Maestro ci iniettava nelle vene l’arte essenziale e dolorosa del verso, poi ci faceva provare il desiderio, l’aspirazione e anche l’ossessione del trovare le parole per dirlo. In questo ho riconosciuto in lui il Poeta, nel farmi innamorare della poesia, io che non concepivo altro che la prosa, nel far ricercare a ognuno “l’Angelo dell’inizio e della fine”.
    Le parole del mio Maestro sono per me il corpo che s’incontra nell’anima, fanno musica, melodia e si rotolano nel bianco e nero di uno spartito o di una partita a scacchi. Quando lo leggo devo avere tempo, il tempo dello sprofondare, dello spaesamento, quasi una terapia che non ti fa dire “sto meglio” ma solo “ci sto provando”. E ci proverò sempre.
    Grazie mio Maestro.

    • Salvatore Martino

      Questo tuo ricordo carissima maria Rosa mi riporta a un periodo nostalgicamente felice della mia vita. Insegnare per me è stata , non esagero, una missione che mi ha coinvolto nel mio specchio più profondo, dove si cascondevano Io e il suo Doppio. Attraverso l’insegnamento della scrittura poetica, dovendomi inventare un itinerario avulso dai libri, ho cercato di sperimentare tutto il mio vissuto, la techné che in decenni di applicazione maniacale, ho professato, il filo rosso che collega il magma del nostro mondo infero, e la maniera di riportarlo alla luce in simbiosi con il mondo coscienziale : era necessario per restituire agli altri un barlume di insegnamento.Sono orgoglioso che alcuni di voi allievi abbiano prodotto poesia e romanzi e persino fondato una rivista letteraria vissuta alcuni anni: linfera. Io non mi arrendo in questo crepuscolodella memoria storica dell’Arte e della Poesia continuo a sognare , persino nella mia età avanzata, un colore diverso da questa stagnazione di crete. Salvatore Martino

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