Monia Gaita POESIE SCELTE da “Madre terra” “Dal niente”, “Mio padre” “Mi mancherà”, “In questa terra”, “Sono lontana”, ” Io straripai”, “Io non so come accadde”  (Passigli, 2015) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

foto Brigitte Bardot foto anni sessanta

Brigitte Bardot foto anni sessanta

Monia Gaita è nata a Imola (BO) il 7-11- 71 ma vive da sempre a Montefredane, paese d’origine in provincia di Avellino. Tra le sue pubblicazioni: Rimandi, Ferroluna, Chiave di volta, Puntasecca, Falsomagro, Moniaspina e Madre terra. Giornalista e critico letterario, organizza eventi culturali nella sua Irpinia, tra i quali Primavera in reading. Promuove con la Pro Loco di Montefredane il Premio di Poesia e Giornalismo “Giuseppe Pisano”. Collabora a Gradiva, rivista italo-americana di poesia fondata da Luigi Fontanella. E’ presente in numerose antologie e la sua scrittura si connota per un uso libero della lingua che punta a coniugare lessemi ricercati e parole attinte al quotidiano in  felice e originale mescidanza.

foto nudo di salle

nudo di spalle davanti allo specchio

Commento di Giorgio Linguaglossa

Direi che l’abito linguistico di Monia Gaita è fin troppo adiacente e speculare all’«io» di cui questa poesia è ricca come una folta vegetazione equatoriale. La poesia è vista come espressione di una femminile confessione di verità laica. E qui sta il punto critico della poesia della Gaita. In generale, possiamo affermare che la poesia è una maschera che rivela la propria identità più fedelmente di quanto non possa fare un abito stretto alla vita. La poesia ama indossare maschere e trucchi posticci, e réclame, e luci psichedeliche, prossimità ed adiacenze (come ci dice sempre Adam Vaccaro). Forse è qui il limite di fondo di questa poesia, che non stacca il volo verso la meta-poesia quando dovrebbe. La poesia della Gaita si dirige, forse con un eccesso di timidezza, verso la dimensione del discorso poetico sentimentale, evita di abbassare i toni e il registro linguistico, forse per un gesto riduttivo o di misura. Non che non ci sia un registro stilistico composito: alcuni sintagmi di matrice culta e  antica («La luce si espanse», «un eschimo di stelle», «estuò», ) si  alternano con dizioni proprie della lirica primo novecentesca («E nel poligono di viole (…) rivive il cuore»); altrove ci sono incipit alla Pavese («la morte, pensavo, / non ci ha diviso»); c’è una ostensione del discorso lirico che l’autrice spezza con interruzioni e stacchi bianchi. Ma l’appunto inevitabile che ne consegue è che qui che la «poesia lirica» di Gaita accusa un, come dire, arretramento ad un, direi  equivoco e controverso, concetto di poesia inteso come lirica «antica».  C’è un sentimento antico in questa poesia di Monia Gaita, che vuole essere fedele alla tradizione lirica della poesia femminile recente di cui si intuiscono i nomi (Antonella Anedda, Silvia Bre, Mariangela Gualtieri etc.) in un mondo che si è, purtroppo, o per ventura, sliricizzato e volgarizzato e ridotto in frantumi. Ecco come la Gaita tratta l’anima bella della poesia:

Tiziana
il tuo dolore è un campo coltivato,
sopra non vi maturano i frutti
e il vuoto congiunge il proprio centro
sui secondi

Un’acquerugiola di niente
si riproduce per metastasi
sul cuore

Con un sentimento del tempo più vicino al cuore che alla ragione, la poesia della Gaita procede sovente in modo «sentimentale» («Scrivere / e rompere l’involucro d’uguale / alle giornate»), con le scarpe strette della lirica in un mondo che non sa più che farsene di essa. In questa inconseguenzialità vive questa poesia, tra una «metastasi» e «un farmaco di pace». Si avverte l’attesa estatica di una epifania. L’«io» resta in attesa, sospeso, in bilico «con i morti e con i vivi», tra le due dimensioni, sta come in attesa e ruota attorno a se stesso.

Monia Gaita volto

Monia Gaita

 Monia Gaita, Poesie

Dal niente

Scrivere
e rompere l’involucro d’uguale
alle giornate,

trovare una parola,
guardarla aprirsi un varco
nel fascio di una frase

ed intonarla nell’insieme
come cornice al quadro.

Non so da dove sgorghi

se dall’intimità di viscere
del cielo

o dove il polso della Terra
s’interpone
tra l’ossigeno
e la sete.

Tutti i millenni la cavalcano:

ne serrano il respiro
raspando nell’indugio

che dal poroso giglio di un’insegna
un raggio affiori

e cali a piombo nelle vene
dal niente

una misura.

.
Mi mancherà

Ho pensato
a tutte le morti che sono state,
a quelle che sono,
a quelle che saranno,

a quell’enorme portone spalancato
che accoglierà i viventi
senza sprecar parole.

Rotto ogni patto con il mondo,
calpesteremo un altro pavimento
e abbracceremo i fari della pace

prosciolti dalla colpa,
illesi dall’infermo.

Ma fin dal principio
di quella nuova storia di perfetto,

mi mancherà
quel ponte indocile
lasciato alle mie spalle,

l’amore dai disastri irreparabili,
l’inutile richiesta d’un perché

che spiuma
in gridi appesi e intirizziti,

dentro l’acqua.

Monia Gaita 2

Monia Gaita

Mio padre

Mio padre
comprime parassiti,

converte in dolce
l’acre delle piante,
coniuga i suoi pensieri
alle lumache.

Consacra al cielo
il giallo delle prugne,
congrega moli mortuarie
ai calabroni,

disèreda malerbe
e crescite di stento

dal suo campo.

E a sera,
prima che il buio divori la ragione,

cala una particella di purezza
in fondo agli occhi,

goccia di fedeltà,
disputa di fatica
ad una svolta,

senso abitato e aperto
lungo il caos.
In questa terra Alla Calabria e al mio amico
Domenico Cara

Il mare ha scaglie bianche
sotto lo schematismo fisso
delle rocce

dove schiarisce
la fronte d’un mistero
senza tempo.

Il sole,
coi denti a sciabola,
si scinde in più correnti,

scioglie la comitiva delle nuvole,
scola sul collo di bottiglia
d’una palma.

Compare e scompare una nave
all’orizzonte
mentre sconfino

nei pascoli a matita
delle forme.

In questa terra
l’insonnia è antica
al fuoco della notte,

nel debito cresciuto a dismisura
dentro i sassi,
disposti in fila e a dune

dopo me.
Monia Gaita Madre-terra-100x160

monia-gaita 3

monia gaita foto di Rino Bianchi tutti i diritti riservati

Sono lontana

Ho provato a cercarti
mio Dio
e ho creduto di vederti
dove l’argine d’un fiore
alla furia delle acque
diviene opuscolo di remi

per risalire
all’origine dei cieli,
a quell’orlo di tetto,
orma profonda e prima,
da cui siamo caduti.

Ma la conca d’oro
dal pendolo che oscilla
si è spezzata
e crescono le ortiche adesso
al tentativo.

Sono lontana
dalla sostanza ossea del tuo dire
mentre rimargino
ferite e disinneschi
al poco avere.

Sei nell’insegna provvisoria
di questo vento che m’assedia.

Sei la pupilla d’irrisolto
che dilata,

la tavola di ombre
che s’allunga
nella sera.

Monia Gaita 2

monia gaita foto Rino Bianchi tutti i diritti riserfvati

Io straripai

Io straripai nel tuo letto stellato

dove anche il variare più innocuo
sapeva di fine, di trauma,
di piaga.

Io contai la tua solitudine:

erano fionde e collane incostanti
che traboccavano
da una trapunta di anni.

E qualche tralcio d’edera
ancora piove arcobaleni
sulla mano.

Con lingua spedita
mi parla di te
e si attorciglia ai miei mattini.
Li sferza una voragine di brame.

Quanto t’ho amato in silenzio!
Quanto spergiuro di tempo
ritolto dal legno…

E quanti inutili calici ti porsi!

Tutto inghiottito nel nulla,
in un grumo,
in un tonfo.

Io non so come accadde

Io non so come accadde,
semplicemente accadde
che congiungesti la tua
alla mia riva,

un brivido, un ringhio
dentro il fermaglio d’un secondo.

Io non so come accadde,
una sera come tante
che la tua voce
si fece compatibile alla mia,

compilò un codice di fiamme,
di salice, di sangue.

Io non so come entrasti
nel mio intreccio complesso di nodi.

Io non so come tu,
intruso, genuflesso,
componesti il dissidio,

ubriaco fradicio di me
fino alle ossa.

E adesso temo che crolli
il muro di noi due,
che frani la cima,

che il fremito di mare del tuo fondo
la traccia divori

nella crepa.

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11 commenti

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11 risposte a “Monia Gaita POESIE SCELTE da “Madre terra” “Dal niente”, “Mio padre” “Mi mancherà”, “In questa terra”, “Sono lontana”, ” Io straripai”, “Io non so come accadde”  (Passigli, 2015) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. versi duri, brevi e taglienti, come piacciono a me a delineare drammi, disagi, memorie dal sottosuolo. Questa signora, che non conoscevo, sa scrivere secondo me

  2. Salvatore Martino

    Concordo con Almerighi anche se non travolgenti come stile questi versi nascono dal profondo, da una sedimentazione stratificata negli anni, con violenza drammatica, una asciuttezza non molto frequente nei giovani. Monica Gaita riesce in qualche modo a sfiggire ad una poesia troppo autoreferenziale, dove governa l’Io più personale, anche se abbandona il colloquio con l’Altro. E il suo disagio nel mondo in qualche misura ci coinvolge.

  3. Gino Rago

    Ipertrofia dell’ “Io”, sguardo lirico sulla condizione umana, “sentimento antico” sono la cifra che Giorgio Linguaglossa segnala come il limite dei componimenti di Monia Gaita, oggi proposti. Condivido. Eppure, “il sole coi denti a sciabola”, “la comitiva delle nuvole” e poi lumache, calabroni, prugne, mare a scaglie sono immagini-metafore che sussurrano un’ansia d’accordo con il ritmo della vita (come lascia intendere Almerighi nel suo breve commento). In questo flusso, che non si fa labirinto di parole, mi sento in calda compagnia.
    Gino Rago

  4. antonio sagredo

    Non è assolutamente un limite la ” Ipertrofia dell’ “Io… “, anzi consiglio l’insistenza fino all’esplosione totale, assoluta… dopo di che si ricomincia…
    un consiglio – è non una offesa alla poetessa – è quello di leggere e ri-leggere i versi di Marina Cvetaeva fino allo sfinimento… se ne esce rigenerati… per ricominciare senza rinnegare il passato… e dunque vada avanti Monica e non si ponga alcun limite, specialmente quelli suggeriti.
    a. s.

  5. ubaldoderobertis

    Più di un elemento mi fa elogiare queste poesie di Monia Gaita a cominciare dal modo di legare certe parole in una sorta di magnetismo tra di esse, la presenza qua e là di “sintagmi di matrice culta e antica, come rileva G. Linguaglossa nel commento, ben inseriti, io credo, all’interno della composizione avvincente tanto sul piano dello stile, della pura espressione, quanto sul piano del contenuto.
    Ubaldo de Robertis

  6. Va bene, lo ammetto, ho voluto fare l’avvocato del diavolo, accetto tutte le rimostranze dei commentatori che si sono spesi in favore della poesia di Monia Gaita, che sa risaltare proprio per la apparente semplicità del dettato e per la capacità di omogeneizzare il lessico ad un piano basso, quasi bisbigliato della dizione. Se si leggessero a voce alta queste poesie, se ne ricaverebbe un bel modulato, senza asprezze o inversioni o interruzioni di respiro, un lento fluire della dizione verso la sua conclusione naturale: il pensiero dominante dello svanire di tutte le cose… Complimenti quindi all’autrice.
    Altra cosa è invece leggere un poeta di lungo corso, classe 1940 come Salvatore Martino che, oserei dire, appartiene a una civiltà letteraria ormai scomparsa, una generazione che proveniva dalle lotte civili e ideologiche ma la cui poesia non mostra certo i segni del tempo, anzi, sembra travalicare il tempo, scavalcarlo…

    • Mi susciti ben più di una perplessità. Perché questo confronto forzato tra due autori così diversi? Come dire meglio le pere o le mele? La Gaita ha una sua buona personalità, talento e capacità, ma perché confrontarla con l’autore di oggi? Che senso ha? Mi sembra ingeneroso quanto scrivi.

  7. Monia Gaita

    Voglio pronunciare con affetto un grazie ai commentatori per le riflessioni alla mia scrittura. E un grazie di profonda gratitudine a Giorgio Linguaglossa per aver dato fiducia, pur rifuggendo la baia del lirismo, ai miei versi. E vorrei precisare una cosa: non ho mai scritto per piacere a qualcuno, per essere alla moda o per farmi colloquiale. Se volessi essere discorsiva scriverei prosa, non poesia. E non amo le distinzioni di genere. Per me la poesia, quando ha un nucleo, non ha una data di scadenza e non è un reato soggetto a prescrizione. Un quadro del Caravaggio non è mai inattuale…Un abito di Valentino del 1970, se riprodotto identico, non perde nulla della sua bellezza solo perchè magari oggi i ragazzi indossano pantaloni a vita bassa e scarpe a foggia di carro armato. Per me non esiste la poesia femminile e la poesia maschile, la poesia del Nord e la poesia del Sud, la poesia elementare e la poesia complessa, la poesia aristocratica e la poesia plebea. Esiste la poesia. Solo la poesia.

  8. a Moina Gaita dirò che accetto il suo dolce e gentile rimbrotto : ma allora, mi chiedo, i critici a che servono? Se non a fare categorie e suddivisioni? –

    all’amico Flavio Almerighi dico che non volevo fare alcun paragone tra la Gaita e Salvatore Martino, troppo diversi i due autori che però pedalano insieme su per la lunghissima salita dopo la quale si arriva al traguardo…

    • Monia Gaita

      No Giorgio, non è un rimbrotto…Sacrosanto il diritto del critico a fare dei versi ciò che ritiene. Io ho voluto solo esprimere la mia ratio. Il critico non deve subire attentati alla sua libertà…quella va rispettata. Che poi sia condivisibile o meno, e’ un’altra questione

  9. bruno galluccio

    Ho apprezzato fin dalla prima lettura questo libro di Monia Gaita, mi ha portato luce e coinvolto per come l’autrice sa trattare con misura ed eleganza, ma senza semplificazioni, stati d’animo che sono al fondo di ciascuno di noi; anche con una sorta di pudore che è stata sempre la cifra dominante della sua poesia. Condivido in pieno alcune precisazioni dello stesso Linguaglossa nel commento alla sua recensione e in particolare quelle che si riferiscono al “bel modulato” che si apprezza quando questi testi si leggono ad alta voce o, meglio ancora, si ascoltano nella lettura dell’autrice

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