Giorgina Busca Gernetti – POESIE. “Il canto di Orfeo” “Il canto di Orfeo sulla terra”, “Il canto nell’Erebo”, “Il patto infranto”, “Il pianto di Orfeo”, “La morte di Orfeo”, “L’eterno canto di Orfeo”

orfeo-eurGiorgina Busca Gernetti è nata a Piacenza, si è laureata con lode in Lettere Classiche all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano ed è stata docente di Italiano e Latino nel Liceo Classico di Gallarate (Varese), città dove tuttora vive. Ha studiato pianoforte nel Conservatorio di Piacenza. Pur avendo composto poesie fin dalla prima adolescenza, ha iniziato tardi a renderle note. Ha pubblicato i libri di poesia: Asfodeli (Genesi, Torino, 1998, Prefazione di Sandro Gros-Pietro); L’isola dei miti (1999); La luna e la memoria (Genesi. Torino 2000); Ombra della sera (Genesi, Torino 2002); La memoria e la parola, (E.T.S., Pisa 2005. ); Parole d’ombraluce (Genesi, Torino 2006); Onda per onda (Edizioni del Leone, Spinea-Ve 2007); L’anima e il lago (2012); Amores (Youcanprint, Tricase-Le 2014. Introduzione dal “Fedro” di Platone); Echi e sussurri (Polistampa, collana “Sagittaria”, Firenze 2015 con un saggio di Marco Onofrio). Inoltre ha scritto il saggio su Cesare Pavese “Itinerario verso il 27 agosto 1950” (in “Annali del Centro Pannunzio”, Torino 2009; in estratto con Nota dell’Autrice, Youcanprint, Tricase-Le 2012) e i racconti “Sette storie al femminile” (in “Dedalus” n.1 a cura di Ivano Mugnaini, Puntoacapo, Novi Ligure- Al 2011); in estratto con Rassegna critica, Youcanprint, Tricase-Le 2013).

da Echi e sussurri Polistampa, 2015 pp. 114 € 10

orfeodechirico

Orfeo di Giorgio De Chirico

Sul mito di Orfeo. Didascalia

Orfeo, Figlio del re di Tracia Eagro e della Musa Calliope, fu il più famoso poeta e musicista mai esistito. Apollo gli donò la lira e le muse gli insegnarono a suonarla. Quando suonava e cantava, piegava gli alberi e muoveva le rocce, domava le bestie feroci e faceva deviare il corso dei fiumi, inducendo tutti a seguirlo. Orfeo, oltre ad essere un bravo musicista, era un ragazzo molto coraggioso, infatti decise di partire con gli Argonauti salpando con essi per la Colchide alla ricerca del vello d’oro. Al ritorno da questa avventura sposò Euridice. Un giorno, nei pressi di Tempe, nella vallata del fiume Peneo, Euridice incontrò Aristeo che cercò di abusare di lei, la ragazza cercando di sfuggire calpestò un serpente che la morse provocandole la morte. Il coraggioso Orfeo, disperato per la morte della sua amata, decise di scendere nel Tartaro con la speranza di ricondurla sulla terra. Arrivato nell’Oltretomba, non solo riuscì ad incantare Caronte il traghettatore, Cerbero e i tre giudici dei morti con la sua melodiosa e dolce musica, ma fece cessare le torture dei dannati riuscendo anche ad addolcire lo spietato cuore di Ade tanto da convincerlo a restituire Euridice al mondo dei vivi. Ade, però, pose una condizione, che Orfeo, durante l’ascesa del Tartaro non si voltasse indietro e non parlasse finché Euridice non fosse arrivata alla luce del sole. Per tutto il viaggio di ritorno la ragazza seguì il suono della lira di Orfeo, ma appena il ragazzo intravvide la luce, si girò per controllare se Euridice fosse con lui e fu cosi che la perse per sempre. Quando Dioniso invase la Tracia, Orfeo dimenticò di onorarlo, iniziando invece i suoi fedeli ad altri misteri e condannando i sacrifici umani. Ogni mattina si alzava per salutare l’alba dalla sommità  del monte Pangeo e affermava che Apollo era il più grande di tutti gli dei. Dioniso, irritato, incaricò le Menadi di vendicarsi per questo affronto. Esse raggiunsero Orfeo a Deio, attesero che i lori mariti fossero entrati nel tempio di Apollo e, impadronitesi delle armi, uccisero tutti gli uomini e fecero a pezzi Orfeo. Gettarono la sua testa nel fiume Ebro che galleggiò, sempre cantando, fino nell’isola di Lesbo. Le Muse addolorate seppellirono le membra di Orfeo a Libetra, ai piedi del monte Olimpo, dove si narra che il canto degli usignoli più dolce che in qualsiasi altre parte del mondo. Le Menadi tentarono di purificarsi del sangue di Orfeo nel fiume Elicona, ma il dio del fiume si tuffò sottoterra ed emerse quattro miglia più in là  con il nome di Bafira, cosi facendo evitò di divenire complice del massacro. Dopo la morte di Orfeo, il suo strumento divenne la costellazione della Lira. Altri danno un’altra versione della morte di Orfeo: dicono che Zeus lo uccise con una folgore perché colpevole di aver diffuso i misteri degli dei.

Jean Cocteau Il testamento di Orfeo

Le testament d’Orphée Film de Jean Cocteau

IL CANTO DI ORFEO

E ascese un albero. O puro ascendere!
Orfeo canta! O alto albero che nell’orecchio sorge!
E tutto tacque. Ma anche in quel tacere
Fu nuovo inizio, segno e metamorfosi

R.M. Rilke, Sonetti a Orfeo, I
IL CANTO DI ORFEO SULLA TERRA
.
Orfeo m’invita a rinnovare il canto
che narra la sua tragica sventura
d’amore e morte, d’arte, di poesia,
di musica dolcissima, d’incanto
che dalle corde dell’amata lira
sbocciano al lieve sfioro delle dita.
Sul suo bel capo volano gli uccelli
più vari nelle piume e nei gorgheggi
e dritti i pesci dal profondo azzurro
dell’acqua in alto guizzano, incantati
dal suo armonioso canto di sciamano
in un silenzio estatico, misterico.
.
Euridice vagava per i prati
sognando Orfeo, suo sposo innamorato
di lei, Nerèide splendida e gentile.
Rincorsa da Aristeo, pastore amante
dell’api sue ma più della Nerèide,
la fanciulla sull’erba alta correva
per sfuggire al pastore, alle sue brame,
e non s’avvide di un’orrenda serpe
tra l’erba, che la morse mortalmente.
Muore Euridice. Muore nel suo animo
privo di luce Orfeo, luce di vita:
l’amata sposa è spenta, ormai negli Inferi.
.
«Euridice, Euridice, mia Euridice!»
echeggiava dolente nella selva,
sulla sponda del fiume, in ogni luogo
ove i suoi passi senza meta e scopo
Orfeo piangente portano per giorni
tra le fiere feroci, ora ammansite,
piangenti anch’esse con gli uccelli e gli alberi
chini verso di lui per consolarlo
della sventura immane. Anche le pietre,
commosse anch’esse pur nel lìteo cuore,
muovono lenti passi, come lacrime
pietrificate dal dolore atroce.

IL CANTO NELL’ÈREBO

Orfeo cerca la luce, la sua luce,
la sua Euridice svanita nel buio
della morte crudele e immeritata.
Ma le funeste leggi d’Oltretomba,
nel regno d’Ade e della dea Perséfone,
nella luce il ritorno non consentono
a chi la soglia tenebrosa varca
tra la vita e la morte, buio eterno.
Orfeo canta e commuove le mostruose
fiere custodi nel regno del buio.
Ogni defunto punito nel Tàrtaro
si ferma attònito, vinto dal canto.
.
Inflessibile, Ade non ascolta,
ma la mite Perséfone rimpiange
la luce della vita sulla terra
spenta per lei nei mesi dell’inverno.
Si commuove all’amore di Euridice
per lo sposo distrutto dal dolore
che crea un dolce canto fin negli Inferi.
Frange l’orrenda legge che trattiene
nell’Èrebo le Ombre dei defunti.
Libera, Euridice può tornare
con l’amato alla luce della vita
risalendo dal tenebroso carcere.
.
Il luminoso dono ha un crudo prezzo.
Orfeo dinanzi e la bella Euridice
dietro di lui, compagno il divo Hermes,
possono risalire dalle tenebre
dell’Èrebo funesto a un ferreo patto:
mai voltarsi a guardarla, tanto amata,
dovrà Orfeo nel cammino verso il mondo
dei vivi, nella luce che ristora
l’animo dianzi afflitto e rende vita
all’Ombra vana della bella Ninfa,
preda innocente della morte gelida,
ora teneramente unita a Orfeo.

Giorgina Busca Gernetti legge Asfodeli foto di Massimo Bertari

Giorgina Busca Gernetti legge Asfodeli foto di Massimo Bertari

IL PATTO INFRANTO

«Bella Euridice, luce del mio animo,
saliamo insieme verso la felice
vita che l’aspra sorte ci ha rapita
il volto tuo stupendo rapinando
agli occhi miei bramosi d’adorarlo.
Come posso frenare il mio ardore
di rivederlo sùbito nel fioco
baluginare della luce diurna
ormai vicina nella vera vita?»
Si volge verso lei l’incauto Orfeo
ed Euridice ceu fumus in auras¹
nel buio d’Oltretomba via svanisce.
.
Invano Orfeo voleva trattenerla
le braccia sue tendendo verso l’Ombra
lieve fuggente verso il buio eterno
tra l’Ombre vane, dolenti nell’Ade,
Orfeo che molte cose a lei voleva
dire del suo amore incontenibile,
di quell’amore che causò sventura.
«Orfeo, Orfeo mio amato, Orfeo mio sposo
perché infrangesti il patto? Qual follia
ci perdette, mio Orfeo, Orfeo, Orfeo!»
L’amata voce fioca ormai si spegne
nel fitto buio dell’eterna notte.
.
1 – P. Virgilio Marone, Georgiche, IV v.499. Tutta questa parte del mito segue il testo di Virgilio, allontanandosi dalle versioni della vicenda cantate da Ovidio (Metamorfosi) e da Apollonio Rodio (Argonautiche).

IL PIANTO DI ORFEO

Che fare solo, dove mai andare
dove mai trascinarsi senza lei,
due volte a lui rapita, amata sposa?
Fredda, già navigava nella lieve
piccola barca stigia verso l’Ade.
Orfeo si lamentò per sette mesi
sotto una aerea rupe presso l’onda
del solitario Strìmone, negli antri
gelidi, con la lira e il triste canto
tigri ammansendo e trascinando querce
con l’angosciante, arcana sua poesia
di sciamano che incanta e smuove pietre.

Come dolente un usignuolo piange
nell’ombra fitta d’un frondoso pioppo
i figli suoi perduti, ancora implumi,
rapiti da un crudele zappatore
che li scoprì nel nido, i becchi aperti
in attesa del cibo e della madre;
essa piange la notte sul suo ramo,
di giorno il canto doloroso e il pianto
rinnova e riempie ogni luogo dintorno
di lamenti, così l’affranto Orfeo,
della lira le corde accarezzando,
canta dolente una mesta poesia.

orfeo

Orfeo suona la lira

LA MORTE DI ORFEO

Nessun amore più, nessun nuziale
canto commosse l’animo d’Orfeo.
Solo, vagava tra i ghiacci iperbòrei
e le nevi del Tanai, le regioni
della Tracia mai prive dell’inverno
piangendo la rapita sua Euridice
e l’inutile dono del dio Ade.
Dei Cìconi le madri, disprezzate
per quel rimpianto eterno d’Euridice,
sparsero Orfeo, smembrato a pezzi il corpo
fiorente, per i campi dove i riti
sacri agli dèi e l’orge celebravano
di Bacco, venerato nella notte.

Mentre l’Eàgrio Ebro trascinava
in mezzo ai gorghi dell’onde rapaci
il sacro capo dal collo divelto
candido come il marmo, anche allora
la voce stessa, ormai fredda la lingua,
Euridice chiamava. E mentre l’anima
ormai fuggiva, «Ah! misera Euridice!»
invocava e le rive riecheggiavano
per tutto il fiume: «Euridice, Euridice!».
Ogni campo, ogni prato, ogni pietruzza,
ogni fiore, ogni filo d’erba tenera
s’imbevve a fondo del sangue d’Orfeo
e s’impregnò di perenne poesia.

L’ETERNO CANTO DI ORFEO

Ovunque è poesia. Ovunque guardi
con animo commosso ed occhio attento
al più piccolo fiore tra le pietre
sbocciato a stento, ma con vital forza
d’aprirsi un varco, d’innalzarsi al cielo,
c’è poesia fiorente intorno ai petali
come intenso profumo in primavera.

Orfeo risorto, non mai morto Orfeo.
Perenne il canto suo nella natura,
nel cielo, nelle stelle, nella luna
piena, calante, oppure nuova e tacita
nella valle, o crescente sopra i colli
come sottile falce all’orizzonte.
Ovunque è poesia. Eterno è Orfeo.

***
Da Echi e sussurri, Polistampa, Sagittaria, Firenze 2015

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51 commenti

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51 risposte a “Giorgina Busca Gernetti – POESIE. “Il canto di Orfeo” “Il canto di Orfeo sulla terra”, “Il canto nell’Erebo”, “Il patto infranto”, “Il pianto di Orfeo”, “La morte di Orfeo”, “L’eterno canto di Orfeo”

  1. Ringrazio sentitamente Giorgio Linguaglossa per l’ospitalità offerta al mio poemetto “Il canto di Orfeo”.

    Giorgina Busca Gernetti

  2. ubaldoderobertis

    Con ricchezza di canto questo ritornare sullo stesso tema, e con tanta ricchezza verbale, parole disciolte in suoni che ti fanno agevolmente trovare la Poesia-Poesia. Io posso scegliere frammenti di eguale fascino e questo è di Giorgina Busca Gernetti lo stile e il dono.(Ubaldo de Robertis)

    IL CANTO DI ORFEO SULLA TERRA

    Anche le pietre,
    commosse anch’esse pur nel lìteo cuore,
    muovono lenti passi, come lacrime
    pietrificate dal dolore atroce.

    IL CANTO NELL’ÈREBO

    nella luce che ristora
    l’animo dianzi afflitto e rende vita
    all’Ombra vana della bella Ninfa,
    preda innocente della morte gelida,
    .
    IL PATTO INFRANTO

    L’amata voce fioca ormai si spegne
    nel fitto buio dell’eterna notte.

  3. Gino Rago

    Omogeneità metrico-tematica, scelte lessicali ad affrancarsi dal grigiore dell’imperante koinè massmediale: forze a elevare questi odierni versi di GBG ad architettura poematica in cui – più che altrove – dolce s’avverte il canto degli usignoli, come succede solo ai piedi dell’Olimpo. Ovunque
    poesia prilla, Orfeo vive… Anche questa volta Giorgio L. ha fatto centro.

  4. Fare poesia mitopoietica ci può aiutare tutti ad uscire dal ristretto schematismo di comporre poesia in base ad un concetto geometrico in senso euclideo della parola, ed è utile anche per fare una poesia più complessa, o con un maggiore grado di complessità, una poesia quadridimensionale.
    Oggi fare poesia è diventata una cosa troppo semplice, il numero degli onesti facitori di versi è aumentato a dismisura, molti scrivono bene, benino, insomma, in maniera passabile, ma questo non basta ovviamente a considerare una cosa scritta in forma poetica come poesia.
    Fare poesia mitopoietica credo che sia un ottimo esercizio per abituarsi alla complessità.
    Complimenti dunque al tentativo di Giorgina Busca Gernetti.

  5. Tentar non nuoce!
    Comunque, grazie per i complimenti

    Giorgina

  6. Mirko Miroslav Servetti, Alberto Mancini, Miguel De Souza, Paolo Ottaviani, Ninnj Di Stefano Busà, Alfredo Tamisari e Lorenzo Spurio hanno espresso in Facebook il loro apprezzamento. Grazie a tutti loro.

    GBG

  7. Ringrazio pubblicamente Angela Greco che, nonostante le nostre baruffe dei giorni scorsi, ha messo “mi piace” sotto le mie poesie, dando prova di onestà intellettuale e maturità umana.

    Giorgina Busca Gernetti

  8. L’amico greco Babis Kourtidis ha espresso il suo apprezzamento in FB (Amici della cultura greca e … non solo antica)
    Ευχαριστώ
    Γεωργίvα

  9. antonio sagredo

    Difficilissimo mutare in versi la cultura, la conoscenza, se dietro di sè non si ha la saggezza, l’umiltà, la capacità di agire… mutare in versi?… : direi meglio trasmutare più che tradurre il proprio bagaglio in parole-versi, in “parole-valigie (le parole beate) diceva Mandel’stam… le parole-valigie dunque viaggiano da autore ad autore, da cultura a cultura e questi passaggi (stazioni) più fluidi sono meglio è per la comprensione di un mito così fondamentale.. queste parole, in perpetuo viaggiare, la poetessa Giorgina G. B. sa ben amministrare anche dove non c’è mito… ma dunque è invece un rinnovato mito Orfeo-Euridice che noi leggiamo come se ci fosse un novello classicismo in atto… è tutto armonico in questo drammatico evento che fra terra e oltretomba si consuma, poi che, ripeto, le parole sono ben dosate e rispettano ognuna tempo e luogo… vi è dunque una differenza/distinzione linguistica/stilistica fra questi poemi presentati, al di sopra o al di là di essi sbalzano vivi e viventi e vincenti questi due personaggi, comunque… perciò più arduo il compito della poetessa G.B.G., e direi che ne esce vittoriosa, anche come esempio futuro.
    a. s.

    • Molte grazie, gentilissimo Antonio, per il commento così articolato e sapiente, di cui apprezzo l’analogia propria di Mandel’stam “parole-valigie”, le parole beate. Il mio, come tu hai ben compreso, è Classicismo, evocazione di un mito greco immortale, non “mitopoiesi” cioè creazione di miti.
      Il Mito in sé, oppure il mito di Orfeo ed Euridice è stato creato millenni fa, nell’infanzia degli Elleni, mentre io ne sono un’umile seguace in questa epoca.
      Sono onorata dalla tua approvazione e anche per l’accenno al futuro.

      Giorgina

  10. Maurizio Soldini, Patrizia Lorefice, Concezio Salvi e, su tutto il libro già letto, Silvia Ranzi hanno apprezzato in Facebook

  11. DONATELLA GIANGASPERO ha scritto in FB: “Grazie, Giorgina cara! Resta eterno il canto di Orfeo, come eterno è l’amore”

  12. Chiara Moimas

    Grazie Giorgina, in questo pomeriggio domenicale la dolcezza dei tuoi versi mi ha avvolto ed ho accompagnato Orfeo nella sua struggente ricerca estraniandomi da una realtà cruda che assilla e minaccia.
    “Ovunque è poesia”: che emerga con il canto!
    Chiara

  13. nazariopardini

    Far poesia non è certamente un compito facile, ma direi arduo, impegnativo, fortemente avvolgente. Dacché la poesia richiede connaissance, spontaneità, sentimento, musicalità, trasporto, memoriale, audacia, padronanza verbale, passione, e, ciò che non fa male, utilizzo di un mito a fini mitopoietici. Tutti elementi che si compattano in un mélange organico, moderno, e suadente nella poesia di Busca Giorgina Gernetti. Il suo canto non è mai scontato, si fa sempre nuovo e coinvolgente: un trait d’union perspicace tra la nostra più elegante e sana tradizione letteraria e ciò che del moderno conserva il BELLO.
    Nazario

    • Molte grazie, Nazario! Sempre fine lettore dei miei versi. Se, però, posso fare una piccolissima osservazione, in questo poemetto io evoco un mito immortale, creo una poesia mitologica senza pormi fini mitopoietici. La “mia” eventuale capacità mitopoietica, cioè non tanto di creare miti quanto di vedere miticamente, di mitizzare eventi, visioni, persino azioni, si estrinseca, per esempio, nella descrizione del mio raccogliere un mazzo di papaveri.
      Un caro saluto e di nuovo grazie

      Giorgina

  14. Gino Rago

    Quando Giorgio Linguaglossa, apprezzando il progetto poetico di Giorgina BG, invita a tentare una poesia più complessa, quadridimensionale, attraverso anche vie mitopoietiche, non escludo che si riferisca soprattutto
    al cubismo orfico di Dino Campana. E soprattutto a ” Genova “, forse la più possente esplosione di visionarietà della forza evocativa della parola poetica del Novecento, nella intera modernità espressiva dei Canti Orfici.

    • Lode a Dino Campana e ai suoi mirabili “Canti orfici”. Perfetta l’esortazione di Giorgio Linguaglossa, ma non proprio consentanea al mio poemetto mitologico in cui non ho assolutamente “tentato” di creare miti (mitopoiesi), bensì ho evocato un mito già creato da millenni nell’alba della Grecità.
      Grazie

      GBG

  15. Riappropriarsi del mito di Orfeo non è cosa semplice , ma questi versi sono il canto ritmato che riaccompagna il poeta nel luccichio del mistero e delle illusioni. Una poesia forte e registrata , una capacità di dire non indifferente , un bagaglio memoriale luminoso . Orfeo in persona torna fra noi per cantare senza sospensioni .

    • Carissimo Antonio,

      mi hai resa più grande di quanto io non sia, o creda di essere.
      “Orfeo in persona torna fra noi per cantare senza sospensioni” tu scrivi. Questo era appunto il mio intento: evocarlo con le mie parole per riportarlo nella luce della poesia eterna ed eternatrice.
      “Ovunque è poesia! Eterno è Orfeo!” (ultimo verso della poesia, del poemetto e del libro “Echi e sussurri”.
      Un grazie immenso e un abbraccio

      Giorgina

  16. Gino Rago

    Condivido la tua puntualizzazione, Giorgina; ma rimane intatta, così almeno a me pare, l’intenzione esortativa linguaglossiana che in me registra forte rimbombo.Intatta la emozionata mia lettura del tuo poemetto mitologico. Convinto l’apprezzamento del tuo arduo lavoro poetico. Gino Rago

    • Ho riletta la poesia “Genova” da te indicata giustamente. Magnifica visionarietà! Ti ringrazio per la indubitabile correttezza sia sull’esortazione di Giorgio Linguaglossa sia sulla lettura “emozionata” del mio poemetto che denomini giustamente “mitologico”.
      Grazie e buona serata

      Giorgina

  17. antonio sagredo

    Caro Rago Gino,
    da tempo immemore ho superato il prediletto Campana. A me tocca il supercalice della visionarietà: una amarissima coppa!
    Quando io morirò piangerete o riderete fino a piangere perché conoscerete tutta la mia Opera, di cui ora ne conoscete appena il 5%.
    Con grande gioia Vi annuncio la buona novella… che i miei versi viaggiano verso il Nord, verso la Svezia, e che da lì giungerà il riconoscimento universale e che tutto il mondo sarà sommerso dalle mie visioni!… esse sono tali che anche le campane a morto risorgeranno come Lazzari sonoramente… asini!
    nb. i versi della GBG nulla hanno a che fare con Campana, poi che mentre questi agisce sulla stessa nota da cui sorgono maniacalmente i “tortuosi gorghi”; i versi della GBG suonano diversi e altri tasti che appartengono ad una “chiara mitologia” che si distingue per evocazioni multiple dove la notte è bandita, ed è la prima volta che tale mito avviene in pieno giorno e ciò a causa di parole chiaramente e classicamente luminose.
    2- nb. scrivevo ancora quando sono stato preceduto tempisticamente dall’intervento di Spagnuolo, (a causa della brevità del suo intervento) che praticamente ribadisce e non anticipa il mio “luminoso”

  18. Annamaria De Pietro

    Da Orfeo ad Orfeo, cara Giorgina, ecco il tuo disteso racconto, il tuo poemetto forte e delicato, che spazia insistendo amorosamente fra i toni del suono, o canto (uccelli felici, uccelli piangenti – Orfeo felice, Orfeo piangente, nell’attimo assurdo di una perfetta consonanza sciamanica fra natura e arte) e, in corrispondenza sottile, i toni della luce. Sciabola in versi molto belli un “azzurro: “… volano gli uccelli / più vari nelle piume e nei gorgheggi / e dritti i pesci dal profondo azzurro / dell’acqua in alto guizzano, incantati / dal suo armonioso canto di sciamano / in un silenzio estatico, misterico.” Si noti qui l’enjambement che accompagna e dice il fluire degli elementi elastici e mossi, l’acqua, la voce. E si noti la pungente allitterazione “azzurro”-“guizzano”, frizzante, vitale. E ancora si noti la sequenza paranomastica in assonanza “estatico, misterico”, al mio orecchio blandamente narcotica, riducendosi l’apertura della tonica dal massimo della “a” di “estatico” nella sua susseguente “e” di “misterico”: le creature al canto di Orfeo si addormentano piano piano, il silenzio è silenzio un po’ alla volta.
    Inoltre,, in tutti i movimenti in cui Orfeo tenta l’Ade, o almeno cerca di tentarlo, e poi fallisce, ho contato sei occorrenze di “luce” più un “luminoso”, dieci occorrenze di “buio” e parole correlate per senso: “tenebrosa”, “tenebroso”, “tenebre”, “notte”. Ricorrenze in affannata rincorsa. E “nel fitto buio dell’eterna notte” si perde la voce, il tentativo di voce, di Euridice, in un verso che è sintesi perfettamente simmetrica, coi suoi aggettivi in parallelismo, sintatticamente, metricamente, geometricamente illacrimabile, casa conchiusa del fallimento. Fallimento raddoppiato, potrei dire, dal parlato di Euridice, una Euridice che, potrei ancora dire, , partecipa del mito di Orfeo, partecipa con le sue parole, non è solo sfondo, eco, premessa del fare e andare e disfare di lui.
    Si aggiunga che il “buio”, ma più debole, come ben si addice a larve inconsistenti, si stempera nella ricorrenza di “Ombra” e “Ombre”, che è sì designazione classica e in apparenza neutra, ma che in questa intonata tavolozza di contrapposti risucchia in sé, debolezza di adamante, il naufragio di ogni arcobaleno.
    Parole. significato. senso. Queste parole, questo significato, questo senso. Tutto in un mazzo, tutto insieme.

    Desidero sottolineare, ma si potrebbero fare altri esempi, la struggente, equilibrata passione, leggera, luminosa piano piano, della seconda parte de “Il canto di Orfeo”. È possibile (io non ne conservo ricordo) che riprenda un auctor, ma quello che m’interessa è come, qui e ora, la comparazione è espressa. Veramente vi spira un’aura classica, una mancanza d’impazienza, di ‘dover dire, dover fare’ in questo modo o in un altro per piacere a qualcuno, o, più insidiosamente, a un altro volto di sé medesimi; un agio nel procedere, a piccoli passi, srotolando adagio una tela dipinta in cui perfino “il crudele zappatore” per quell’attimo non sembra il sicario della morte. Anche qui l’”ombra”, ma è “l’ombra fitta di un frondoso bosco”, è un’ombra non contrapposta alla luce, bensì sua variazione complementare nel permanere dell’alternanza “notte”-“giorno”.

    Parlavo all’inizio di “disteso racconto”. Sì, questo per me è fondamentale: i miti sono racconti, racconti che si arricchiscono, si negano, si divaricano in varianti nella lunga storia del racconto dei miti. I miti sono ospitali, non tengono chiusa la porta di un’unica verità bloccata per sempre. E tutte le varianti sono vere.
    Non a caso l’incipit del poemetto suona: “Orfeo m’invita a rinnovare il canto / che narra la sua tragica sventura /…”. Rinnovare, questa è la parola.

    • Sono caduta in afasia di fronte a una simile analisi “totale”, in cui persino ogni mio respiro non è andato perduto.
      Veramente un grazie infinito e un affettuoso saluto, carissima Annamaria

      Giorgina

      • ubaldoderobertis

        Notevole la forma-commento di Annamaria De Pietro! Si è si messa al servizio dei testi poetici ed è riuscita ad avvicinarmi ancora di più a queste belle poesie di Giorgina Busca Gernetti

  19. Gino Rago

    Carissimo Antonio Sagredo, così ti rivedo imperiale/ su per l’erta tumultuante/ verso la porta disserrata…/ E dal fondo il vento del mare senza posa/ a Stoccolma ti gonfierà la corona di lauro/ depositata sul tuo capo dal Re./ Per l’ amore dei poeti , non per altro,/ vibro, o principe dei sogni segreti.

  20. antonio sagredo

    grazie, sono commosso, ma non in pianto per un Orfeo qualsiasi…. strano che l’Almerighi non interviene: deve star male… la Poesia è anche gioco e capriccio e coriandoli e trucioli ecc.

  21. Gino Rago

    Cara Giorgina BG, travolto dal rito propiziatorio a favore dell’assegnazione del Nobel per la Letteratura, da parte degli accademici svedesi, al lavoro poetico di Antonio Sagredo, non ho risposto al garbo del tuo ultimo commento. Buona serata anche te, colta Giorgina. Gino Rago

  22. Gino Rago

    E’ vero, caro Antonio. La poesia è anche trucioli, scherzo, coriandoli…Ma la poesia è soprattutto Poesia.

  23. Tomaso Kemeny, celebre poeta ungherese da anni in Italia, fondatore e cultore del Mitomodernismo, ha apprezzato il mio poemetto su Orfeo ed Euridice nel suo diario su Facebook. Grazie infinite al grande poeta

    Giorgina Buscs Gernetti

  24. Il mito di Orfeo ha affinità, per quel corpo tagliato a pezzi e disperso col mito di Osiride. Trovo il lavoro della prof. Gernetti, rigeneratore di quel mito e di quel corpo, con una poesia nitida, ben scritta e filologicamente precisa. Non si tratta certo di un semplice sfoggio di capacità compositiva, ma della capacità di saper raccontare un mito per rinnovarlo. Il mio plauso.

    • Grazie, caro Flavio, per la precisa lettura del mio scritto “il Canto di Orfeo”. Del resto il poemetto inizia proprio con i versi: “Orfeo m’invita a rinnovare il canto / che narra la sua tragica sventura…”
      Un caro saluto

      Giorgina

  25. Il tuo Orfeo, Giorgina, brilla di luce riflessa dal tuo specchio-Euridice e mi ha incantato con la sua musica e la sua poesia. Grazie!

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