Francesca Perlini POESIE SCELTE da “Dire casa” Commento di Danilo Mandolini

 

Bello albrecht Durer ex-libris 1516

Albrecht Durer ex-libris 1516

Francesca Perlini (1969) vive a San Costanzo (PU).  Prima di partire (Sigismundus, 2013) è la sua raccolta di versi d’esordio. Nel 2015 pubblica Dire casa (Arcipelago Itaca edizioni, 2015), silloge in due sequenze composta da Gonne e L’amore non s’immagina, si abbandona.

 dalla Prefazione di Danilo Mandolini

Salta innanzitutto all’occhio la misura breve data alla quasi totalità delle liriche. Qui il bosco è ancora presente ma si offre come frammento, quasi lembo, di una natura più silenziosa (forse più spettatrice), una natura che i versi di questa specifica prova – calibratissimi anche quando sono di più ampio respiro e per questo sempre incisivi – cer­cano come di umanizzare («pendono appesi come rami i rami /-gonne al vento-»; «vestiremo nebbie come gonne ad agosto. / ogni goccia scivolerà madre / e vedremo di che corpo siamo fatti.»); meglio: tentano come di “femminizzare”. L’indumento femminile per eccellenza – la gonna, appunto, che nel testo in questione è preminentemente espresso al plurale – è infatti il vero attore principale di queste poesie (le parole gonna e gonne sono incluse in tutti i componimenti di questa parte). Non si può non notare, inoltre, come vicino ad un “tu” – che compare a dire il vero non di frequente – sembra spesso prevalere l’idea di un “noi” che quando è più intimo viene soprattutto rivendicato al femminile. Ed è perciò indubbia e … la percezione di trovar­si di fronte ad una vera e propria testimonianza dell’essere al mondo nella versione… la più femminile. Una visione, un punto di vista sulla vita e sul vivere, un esempio di umanità alto e profondo al contempo che pare essere, esattamente, prima di donna e poi di poeta. Nel contesto evidenziato si rivela davvero grande la capacità della Perlini di esprimere, anche grazie ad una pronuncia straordinariamente votata alla sospensione, i molti e differenti modi di manifestarsi del sentire femminile e, tra questi, l’istinto che porta a continua­re a credere, sempre, nell’esistere ad ogni costo. Questa spe­cifica indole è sorprendentemente descritta, in qualche modo proprio sancita, nel penultimo componimento di Gonne, quello in cui si parla del babbo della dedica del volume e nel quale si prepara «…il viaggio che ci ha visti padre e figlia».

Francesca Perlini Cover DIRE CASAPoesie di Francesca Perlini

che la brezza ci assista
tramando via l’acqua dalle gonne appese
in questo viaggio fatale.

*

torno a casa prima di partire,
pendono appesi come rami i rami
-gonne al vento-
brezze direzioni, chiusi nei cassetti i frutti
che raccoglierò a destinazione.

*

cammineremo dentro gonne ampie
con gambe di foglie. mani d’ali
seguiranno vie lasciate aperte
da chi cucì le trame dei sentieri.

*

stendemmo gonne gonfie a terra,
eravamo gambe della stessa sostanza.
ci tirammo su -seduti-
che potessimo avere occhi.

*

cuciremo trame, come gonne
per entrare nell’inverno dell’acqua –
che i sentieri, già di foglie,
sorvegliano l’umano.

*

                                        a Nadia Campana e Antonia Pozzi

aprirono i sentieri
le ragazze dalle gonne giovani.
strenue nell’ardore
scalarono verticali versi sino alla vette
per non ridiscendere mai.
un filo di calma, conta
i centimetri a risalire, dove
vi terrò un tempo più lungo, qui.

*

con tre gonne
torneranno le voci – collane
dai grani vicino all’orecchio
a chiudere il cerchio
che snatura il tempo in pace.
senti come fruscia la perla nel fitto bosco,
infilata come ago, quarantasette nodi
sciolgono il mistero e sei mano che sa.

 

Francesca Perlini volto

Francesca Perlini

*

nell’atto di stendere
voci nei lavatoi sciacquano
l’umano esistere. gonne affiancate
strusciano un mormorio immerso
nel buio del blu. su e giù
fuori a fondo
sgocciola sempre in basso l’appeso.

*

il limite è colmo. cadrà la gonna
dai fianchi delle montagne
in un mare che ha perso la superficie.
ciò che svela l’onda circolare.

*

stendo la mia gonna
svuotata è il sudario
in cui appoggio la guancia.
entro nello spacco che apre il vaso
dei segreti nati morti.

*

A Nadia Agustoni

stringeremo aria fra di noi
scenderanno vallate, nelle pieghe delle gonne in festa.
lasceranno scivolare gli appena nati
ampie madri dell’umano che
atterrerà tra l’orlo e la pianura.

*

soffiano sulla superficie acquosa voci giovani.
la gonna aperta sostiene i corpi
di chi è andato a fondo credendo
di trovare la speranza.

*

e non resta che una solitudine avvizzita, tremenda.
nei giorni in cui il ritorno prende forza dal natale
non c’è un luogo – non c’è mai stato –
dove casa chiuda la porta dietro di me,
con il freddo fuori dalla gonna nera.

*

sotto la gonna c’è una spina
nasconde lungo il suo flusso dorsale
la natività che spunta dalla coda,
chiude le gambe la donna -un coltello un coltello-
taglia la – taglia la – taglia!
dall’ultimo anello invece – nascerà luce.

*

chiuderanno ali bianche,
dentro il battito della gonna nata attenta.
solleveranno in voli
ciò che nel suono cade
come un’eco il cuore.

*

nelle stanze rosse
mani vergini allungano gonne sul principio di nascere – cucite
sotto un cielo denso
che non avrà più bisogno di case.

*

vestiremo nebbie come gonne ad agosto.
ogni goccia scivolerà madre
e vedremo di che corpo siamo fatti.

*

schiude segreti di gonne il dito
che segue le trame della pagina inferiore
ancora bianca di parole.

*

quale erranza,
inquieta come la verità cercata,
di gonne Sufi aprirà bianco il Dio umano?

*
moda maschera 1

l’alba nel cassetto
scricchiola luci, voci fioche
dal cuneo di luce, socchiuse
a spiraglio, dove ventagli di gonne
apriranno al fiato -siamo casa.

*
se non fosse stato per la magia
la nostalgia non avrebbe trovato pieghe
in cui cucirsi stracci. non sono forse gonne lucenti
i nostri incontri? imperfetti e giusti
nel loro cadere sui fianchi.
*

te lo dico ancora, vieni
vieni qui. accanto al limitare del mio volerti
dove svolta l’angolo in piega che hanno preso le cose.
guarda, guarda come rivolto la gonna aperta
sul punto del tuo arrivo.

*

adagiavamo gonne semplici
sul bagnato delle attese mattutine. schiume,
questo moto racchiuso nel mistero dell’onda
immerso cosmico del dito sceso
a darci vita,
nostalgia verso l’umano e il ritorno a casa.

*

sale limpido dalla terra a maggese
il vapore che non può scendere
dove nasci, sotto il calpestio del bastone
stretto fra due mani che non sai
se legno o argilla
se fiamma o forma
del dubbio succhi l’arrivo e la fame
dove abuela solleva un lembo
dopo il primo un secondo momento
prima di scivolare
ti tiene come nodo annodata alla gonna.

*

dopo,
vestirò il silenzio della gonna solitaria,
dove cantano ascensioni
bianche betulle –
della loro corteccia sfaldata
il bosco dissolve in chiarità.
camminerò sprofondando tra humus e libri antichi
se cercherò risposte
le pagine sapranno chiudersi schiudendosi passi leggeri,
ancora uno avanti all’altro.
se mi perderò – e mi perderò –
chiamerò un nome e
la terra su cui avrò posato l’ultimo piede
sarà il primo passo nel posto giusto.
e quando i corpi s’incontreranno nel loro limitare
i canti verranno all’unisono cantati per noi.
preparo il viaggio che ci ha visti padre e figlia
esplorando vie che indirizzeranno solo me.
là,
ovunque accadrà,
il tempo avrà perso la forza di far male,
coinciderà.

 

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16 commenti

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16 risposte a “Francesca Perlini POESIE SCELTE da “Dire casa” Commento di Danilo Mandolini

  1. un eccessivo frusciar di gonne

  2. Gino Rago

    Versi che interpellano i sensi del lettore nella consapevolezza della Perlini che se è vero che il mistero del vivere dai sensi non può essere compreso,
    è vero che dai sensi può essere percepito. La gonna come metafora della condizione umana al femminile va percepita come la valigia per il viaggio. Ad alta concentrazione morale ed emotiva i versi per Antonia Pozzi e per Nadia Campana, voci poetiche da me assai amate al di là delle suggestioni indotte dalle loro fini.

  3. Io direi due cose.
    – C’è una tendenza all’elegiaco regionale, il che può sembrare inattuale, o attuale, a seconda dei punti di vista, o operazione ingenua (con strascico di vesti femminili in eccesso), o operazione extranovecentesca (con tutti i limiti e i pericoli che ne conseguono);
    – Visione delle cose al femminile (antecedente all’espressione poetica la cui applicazione opera a posteriori).
    In qualche modo la Perlini sfugge al registro elegiaco, ma non può sfuggire, data l’impostazione iniziale, allo scavo psicologico, all’ossessione (non linguistica ma psicologica) che tende a diventare un ostacolo allo sviluppo stilistico e linguistico di questa poesia. Si percepisce che lo stile è ancora in via di perfezionamento e di maturazione, ma non si capisce né si intuisce dove la poesia della Perlini possa andare a parare, insomma in quale direzione essa vorrebbe muoversi…

  4. Gino Rago

    Sulle possibilità di sviluppi linguistico-stilistici della ricerca poetica della Perlini, Giorgio L. ha pienamente ragione, da interprete competentissimo della poesia moderna e contemporanea, quale ha sempre mostrato d’essere. Anche perché mi pare ancora assai densa
    l’influenza sulla poesia della Perlini proprio della Nadia Campana di “Verso la mente”. Ma resta l’incanto per questo nuovo incontro da Giorgio L. proposto.

  5. Achille B.

    Leggendo i testi ed il resto vengono spontanee due considerazioni su altrettanti “fronti”.
    1) La “sospensione” alla quale ci si riferisce nell’estratto dalla prefazione sembra essere parte davvero rilevante della pronuncia dell’autrice. Forse già connotazione stilistico-linguistica da offrire al lettore attento che non deve “capire” ma soprattutto “percepire” (forse questo è l’incanto di cui parla Gino Rago).
    2) Si parla, nel secondo dei primi due commenti usciti, di “giudizio”… Beh. I primi due commenti non sono né giudizi, né commenti e, probabilmente, neanche annotazioni. Se un testo non “passa”, non colpisce (e può non passare o non colpire per un’infinità di motivi, così come, a distanza di tempo e dopo successive letture, lo stesso può passare o colpire per altrettanti, infiniti motivi) esiste sempre l’opzione di tacere. Questo non tanto per rispetto ad un autore di versi ma per rispetto proprio alla poesia, che è forse – oggi più che in passato – forma di espressione artistica la cui fruizione è tra le più soggettive; verrebbe da dire: soggettiva per antonomasia.

    • Scusi, di quale poesia sta parlando?

    • Io, Giorgina Busca Gernetti, autrice e firmataria con sigla GBG del “secondo commento” (che in realtà non è un commento), trascrivo qui il significato di “giudizio” secondo l’uso che ne ho fatto nel mio brevissimo scritto (Vocabolario Treccani on line, n. 2 b):

      “Nel linguaggio com., qualsiasi affermazione, verbale oppure scritta, la quale non sia una semplice constatazione di fatto, ma esprima un’opinione sulle qualità, il valore, il merito di persona o cosa; spesso quindi sinon. di parere, opinione, avviso e simili”.
      Poiché ho condiviso le parole di Flavio Almerighi, primo commentatore, mi permetto di affermare che tali parole, pur ellittiche di un verbo reggente (per esempio: ” Penso che, ritengo che..”), esprimano un “giudizio” secondo quanto recita il Vocabolario Treccani.
      Saluti

      Giorgina Busca Gernetti

  6. Achille B.

    Che bello incontrare persone che sono così certe delle proprie verità. Tanto certe da esprimersi così… Non so dire nemmeno io come… Mi stia bene, signor Almerighi.

  7. antonio sagredo

    infine sono tutte nipotine della Cvetaeva!

  8. Salvatore Martino

    Essendo io un uomo e non scozzese è chiaro che non posso avere dimestichezza con le gonne e quindi mi è difficile comprendere questi versi. Forse io non sono all’altezza di una performance poetica come quella della Perlini, ma mi sfugge il suo tracciato, non capisco dove vada a parare, e la non comprensione non viene aiutata almeno da una qualche emozione, che talvolta arriva anche da versi incomprensibili. Una immagine almeno, una cadenza musicale, solo un frusciare di gonne come dice Almerighi, come conferma Giorgina Busca Gernetti. Fa bene Linguaglossa ad inserire nel blog testi di autori che ancora non sono poeti ma forse lo diventeranno, è molto educativo.

    • Gentile Salvatore Martino,
      sono sicura che lei (tu), non essendo scozzese, non abbia mai indossato una gonna. Però, nella sua vita, avrà pur avuto accanto a sé un lieve frusciar di gonna, perciò la gonna in sé, come metafora della condizione femminile o dell’essere donna, potrebbe risultare chiara.
      Però è la continuità persino assillante di questa metafora che risulta poco chiara nell’economia di queste poesie,
      Inoltre la gonna poteva essere metafora della condizione femminile un secolo fa, quando solo le più audaci osavano indossare i pantaloni dando scandalo. Ma oggi c’è alternanza nell’uso della gonna e dei pantaloni da parte delle donne occidentali secondo i gusti, gli usi, le abitudini, le stagioni etc. Anche la moda offre un continuo ritorno ciclico degli uni e dell’altra, tanto per cambiare, sicché non mi sembra che la metafora, oggi, riesca a centrare il tema della condizione femminile.
      Qualche decennio fa, nel 1989, uscì il romanzo di Lara Cardella intitolato “Volevo portare i pantaloni” come ribellione alle vedute ristrette del padre-padrone.
      E’ questo il senso della metafora? Però rimane l’eccessiva presenza della parola “gonna”, quasi fosse il “mot-clé” delle poesie.
      Cordiali saluti

      Giorgina Busca Gernetti

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