Czesław  Miłosz “Orfeo ed Euridice”, DUE VERSIONI A CONFRONTO di Francesco M. Cataluccio e Paolo Statuti con un Appunto di Giorgio Linguaglossa e DUE POESIE sul tema “Orfeo ed Euridice” di Annamaria De Pietro e Antonio Sagredo

De Chirico la metafisica

Giorgio De Chirico la metafisica

Su Sollecitazione di Antonio Sagredo, pubblichiamo di seguito due versioni della celebre poesia di Czesław  Miłosz “Orfeo ed Euridice” non al fine di stabilire quale sia la traduzione migliore ma allo scopo di mostrare come ogni versione di una poesia non può che rispecchiare la personalità intellettuale, i gusti personali e la sensibilità di ciascun traduttore, in quanto la lingua della traduzione è  un linguaggio di ricezione, di trasbordo da una lingua ad un’altra, di un “contenuto” estraneo alla lingua di ricezione. Operazione utilissima alla lingua di ricezione perché ne amplia le possibilità e le potenzialità denotative e connotative. Operazione utilissima, anzi, direi indispensabile anche per le sorti dei linguaggi poetici e narrativi i quali potranno trarre vantaggio da questo lavoro di trasbordo.

Per l’occasione, pubblichiamo anche due poesie di Annamaria De Pietro e di Antonio Sagredo sul tema di “Orfeo ed Euridice”.

Giorgio Linguaglossa

Czeslaw Milosz 1

Czesław Miłosz

Czesław Miłosz
Orfeo ed Euridice
(trad. Francesco M. Cataluccio)

In piedi sui lastroni del marciapiede all’ingresso dell’Ade
Orfeo si piegava nel vento impetuoso,
che sbatacchiava il suo cappotto, sollevava gomitoli di nebbia,
si rivoltava tra le foglie degli alberi. Le luci delle auto
a ogni soffio di nebbia si smorzavano.

Si fermò di fronte alle porte a vetri, incerto
se gli bastassero le forze per quest’ultima prova.

Ricordava le sue parole: «Tu sei buono».
Non ci credeva poi tanto. I poeti lirici
hanno di solito, come sapeva, un cuore freddo.
È questa in fondo la loro condizione. La perfezione dell’arte
non si ottiene senza questa menomazione.
Soltanto il suo amore lo riscaldava, lo umanizzava.
Quando era con lei, aveva anche un’altra opinione di sé.
Non poteva deluderla ora, che era morta.

Spinse la porta. Percorse il labirinto dei corridoi. Ascensori
La luce livida non era luce, ma crepuscolo terreno.
Cani elettronici lo superavano senza un fruscìo.
Scendeva un piano dopo l’altro, cento, trecento, all’ingiù.
Sognava. Aveva la sensazione di trovarsi nel Nulla.
Sotto migliaia di secoli raggelata,
su una traccia cinerea ove le generazioni arsero,
questo regno sembrava non avere né fondo né limite.

Lo circondavano volti di ombre in ressa.
Alcuni li riconobbe. Sentiva il ritmo del proprio sangue.
Sentiva forte la propria vita assieme con la sua colpa
ed ebbe paura di incontrare quelli a cui aveva fatto del male.
Ma loro avevano perso la capacità di ricordare.
Guardavano altrove, indifferenti.

Per difendersi aveva la lira a nove corde,
nella quale portava la musica terrestre contro l’abisso
che seppellisce ogni suono col silenzio.
La musica lo dominava. Era allora privo di volontà.
Si abbandonava alla dettatura della canzone, come rapito.
Come la sua lira, diventava solo uno strumento.
Finché non giunse al palazzo dei signori di quella terra.
Persefone, nel suo giardino di peri e meli rinsecchiti,
nero di rami nudi e di fuscelli bitorzoluti,
ascoltava dal suo lugubre trono di ametista.

Cantò il chiarore dei mattini, i fiumi nel verde.
La fumante acqua della rosea alba.
I colori: cinabro, carminio,
terra di Siena, azzurro,
Il piacere di nuotare in mare vicino alle scogliere di marmo.
Banchettare sulla terrazza affacciata sul chiasso di un porto di pescatori.
Il sapore del vino, del sale, dell’olio, della senape, delle mandorle.
Il volo della rondine, del falco, dello stormo
di pellicani sopra la baia.
Il profumo del mazzo di lillà sotto la pioggia estiva.
Il fatto che aveva composto sempre parole contro la morte
e nessun dei suoi versi glorificava la ricerca del nulla.

Non so, disse la dea, se l’amavi,
ma sei venuto fin qui, per salvarla.
Ti sarà restituita. A una condizione però.
Non ti è permesso parlare con lei. E nella strada del ritorno
voltarti, per vedere se ti stia dietro.

Ed Ermes portò Euridice.
Il suo volto non era quello di sempre, completamente grigio,
le palpebre abbassate, e, al di sotto, l’ombra delle ciglia.
Avanzava rigidamente, guidata dalla mano
del suo accompagnatore. Di pronunciare il suo nome
aveva una gran voglia, di risvegliarla da quel sonno.
Ma si trattenne, sapendo di aver accettato la condizione.

Si mossero. Prima lui, e dietro, ma non subito,
lo scalpiccio dei sandali del dio e il leggero calpestio
delle gambe di lei strette dal vestito come da un velo funebre.
Il ripido sentiero sotto la montagna fosforeggiava
nelle tenebre, come le pareti di un tunnel.
Si fermava e ascoltava. Ma anche loro
si arrestavano, l’eco si affievoliva.
Quando riprendeva il cammino, allora si sentiva il loro duplice passo,
a tratti gli sembrava più vicino, poi di nuovo lontano.
Nella sua fede aumentò il dubbio
e si avvinghiò a lui come una fredda edera.
Incapace di piangere, pianse sulla perdita
dell’umana speranza nella resurrezione dei morti.
Perché adesso era come un qualsiasi mortale,
la sua lira taceva e nel suo sogno era senza difesa.
Sapeva che doveva aver fede e non ne era capace.
Così rimase per quello che sembrò un tempo interminabile
contando i suoi passi nel torpore semicosciente.
Albeggiava. Apparve un anfratto roccioso
sotto l’occhio luminoso dell’uscita sotterranea.
E avvenne ciò che aveva intuito. Quando voltò la testa,
dietro di lui sul sentiero non c’era nessuno.

Sole. E cielo, e là le nuvole.
Soltanto ora esplose dentro di lui il grido: Euridice!
Come farò a vivere senza di te, o mio conforto.
Ma l’erba profumava, ronzavano basse le api.
E si addormentò, con la guancia sulla tiepida terra.

 

Czeslaw Milosz called Marek Hlasko “the idol of Poland's young generation in 1956.”

Czeslaw Milosz called Marek Hlasko “the idol of Poland’s young generation in 1956

Czesław Miłosz

Orfeo ed Euridice
(Versione di Paolo Statuti, 26/29 novembre 2012)

Sulle lastre del marciapiede all’ingresso dell’Ade
Orfeo era piegato dal vento impetuoso,
che gli tirava il soprabito, faceva roteare matasse di nebbia,
si agitava nelle foglie degli alberi. I fari delle auto
ad ogni afflusso di nebbia si smorzavano.

Si fermò davanti alla porta a vetri incerto
se le forze lo avrebbero sorretto in quell’ultima prova.

Ricordava le parole di lei: “Sei un uomo buono”.
Non lo credeva molto. I poeti lirici
hanno di solito, pensava, un cuore freddo.
E’ quasi un limite. La perfezione dell’arte
si ottiene in cambio di tale imperfezione.

Soltanto il suo amore lo riscaldava, lo rendeva umano.
Quando era con lei, diversamente pensava di sé.
Non poteva deluderla, adesso che era morta.

Spinse la porta. Percorreva un labirinto di corridoi, di ascensori.
La luce livida non era luce, ma oscurità terrestre.
I cani elettronici gli passavano accanto senza frusciare.
Scendeva un piano dopo l’altro, cento, trecento, sempre più giù.
Sentiva freddo. Era consapevole di trovarsi nel Nessunluogo.
Sotto migliaia di secoli rappresi, nel cenerume di putrefatte generazioni,
quel regno sembrava senza fondo e senza fine.

Lo circondavano i volti di una calca di ombre.
Alcuni li riconosceva. Sentiva il ritmo del proprio sangue.
Sentiva con forza la sua vita insieme con la sua colpa
e temeva d’incontrare quelli cui aveva fatto del male.
Ma essi avevano perso la capacità di ricordare.
Guardavano altrove, indifferenti a lui.

Come sua difesa aveva la lira a nove corde.
Portava in essa la musica della terra contro l’abisso,
che addormenta tutti i suoni col silenzio.
La musica lo dominava. Allora era remissivo.
Si arrendeva al canto imposto, in estasi.
Come la sua lira, era soltanto uno strumento.

Finché giunse al palazzo dei governanti di quel regno.
Persefone, nel suo giardino di peri e meli seccati,
nero di nudi rami e di grumosi rametti,
e il suo trono, funereo ametista – ascoltava.
Egli cantava il chiarore dei mattini, i fiumi nel verde.
L’acqua fumante di un riflesso rosato.
I colori: cinabro, carminio,
siena bruciata, azzurro,
i piaceri di nuotare presso gli scogli di marmo.
Il convito sulla terrazza nel chiasso del porto dei pescatori.
Il sapore del vino, del sale, delle olive, della senape, delle mandorle.
Il volo della rondine e del falco, il solenne volo
di uno stormo di pellicani sul golfo.
Il profumo di fasci di lillà nella pioggia d’estate.
Cantava che componeva le sue parole contro la morte
e che nessuna sua rima lodava il nulla.

Non so, disse la dea, se tu l’ami,
ma sei giunto fin qui per riprenderla.
Ti sarà restituita. A una sola condizione.
Non ti è permesso parlarle. E sulla via del ritorno
di voltarti, per vedere se ti segue.

Ermes portò Euridice.
Il suo volto era diverso, affatto grigio,
le palpebre abbassate, sotto di esse l’ombra delle ciglia.
Avanzava come irrigidita, condotta dalla mano
della sua guida. Ah, come voleva pronunciare
il suo nome, svegliarla da quel sonno.
Ma si trattenne, sapendo che aveva accettato
la condizione.

Si avviarono. Prima lui, e dietro, ma non subito,
il battito sonoro dei sandali e quello tenue
dei piedi di lei impediti dalla veste come sudario.
Il sentiero in salita era fosforescente
nell’oscurità, simile alle pareti di un tunnel.
Si fermava e restava in ascolto. Ma allora
anche essi si fermavano, una fievole eco.
Quando riprendeva a camminare, risonava il duplice battito,
una volta gli sembrava più vicino, poi di nuovo lontano.
Sotto la sua fede cresceva il dubbio
e lo avvolgeva come freddo convolvolo.
Non sapendo piangere, piangeva per la perdita
delle speranze umane nella rinascita dei morti,
perché adesso era come ogni mortale,
la sua lira taceva e sognava senza difesa.
Sapeva di dover credere e non sapeva credere.
E a lungo doveva durare l’incerta veglia
dei propri passi contati nel torpore.

Albeggiava. Apparvero i gomiti delle rocce
sotto l’occhio luminoso dell’uscita dal sottosuolo.
E accadde ciò che aveva presentito. Quando girò la testa,
dietro a lui sul sentiero non c’era nessuno.

Il sole. E il cielo e le nuvole su di esso.
Soltanto ora sentì gridarsi dentro: Euridice!
Come vivrò senza di te, o consolatrice!
Ma profumavano le erbe, durava basso il ronzio delle api.
E si addormentò, con la guancia sulla calda terra.

*

Antonio sagredo teatro politecnico-1974

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

Antonio Sagredo
Prima stazione e seconda stazione

prima stazione

Ritornava a casa…
e sognava di ritornare a casa senza la sua Euridice,
i vortici delle foglie non avevano nulla di geometrico candore,
né un sognato giuramento o un qualsiasi invito a una danza,
ma lungo il viale agonizzavano sotto i platani i suoi propositi
avvizziti dal freddo e dal gelo…
mi tallonava il sangue dei suoi occhi equini!
Le sue tasche erano rattoppate e gonfie per i fallimenti della storia.
Raccoglieva in buste di plastichina,
come dopo un omicidio o uno sterminio,
avanzi di candelabri, croci e scimitarre.
Ovunque un pus epatico precedeva il suo cammino!
Ma quali i suoi pensieri, in un attimo, nel suo cervello arcaico
dopo tre milioni di anni tutti vissuti nel secolo trascorso?
O erano soltanto gli ultimi lamenti di rancidi tramonti,
o gli amori pagani dell’ippocampo esplosi
con gioia irripetibile in emozioni da leggenda inavvertita,
prima che il dolore della cognizione generasse muraglie
di coscienze e di credenze per fermare una evoluzione?
E con lei ritornavo da un martirio di gesti non compresi,
mano nella mano, immobili!
E su tutto la maledizione terrestre… che ci univa!
Ritornavamo verso le nostre orme,
calchi di fango, marce foglie e torbidi liquami ci guidavano,
ma gli alti concetti sulla spugnosa creazione
ci lasciavano interdetti e, per noi, splendidi eretici,
da tempo erano caduti in prescrizione l’esistenze di un dio qualsiasi
e di un nulla in quei giorni della fatale Pentecoste…
e lei, la compagna già infedele,
corrosa dall’ansietà dei miei sguardi si era indispettita,
come un’acida zitella affetta da erogene nevrosi taurine.
seconda stazione
Ritornava, in versi, a casa…
non cantava più in versi
e, a occhi aperti, lungo il viale dei platani
dopo aver visto il secolo trascorso in un istante,
come accade prima di morire…
per quel poco di vissuto ch’era rimasto
e per il resto dei suoi limpidi pensieri aveva già bruciato
gli avanzi di tre fedi passate in giudicato,
ma le scarpe erano già corrose come le sue parole dal salmastro.
E con lei ritornavo dal supplizio di parole non comprese,
mano nella mano, ammutoliti!
e su tutto la maledizione pagana… che ci univa!
Ritornava, e già spargeva le ceneri di generazioni non nate,
proclami e parole intorno alle rauche medaglie delle foglie…
dove appuntarle se non nel vuoto o sul nulla
se non c’erano né corpi e bare, alberi, case e altari?!
La sua lira stonava le note estreme di un requiem non scritto ancora!
Lacrimosa…
Lui, rovinato, dalle sue lacrime!
Lacrimosa…
E danzava Euridice il suo canto di tarantola,
imitava il suo stesso oblio,
mimava la nostalgia di quello sguardo che ancora non giungeva –
dai suoi occhi!
Non si stancava di ridere.
Non si stancava di morire.
Non si stancava di morire del rider ch’io feci!

*

annamaria de pietro 2010 febb

annamaria de pietro 2010 febb

Annamaria De Pietro
Prosopopea di Orfeo (*)

Da fiume a fiume lei fluì – Euridice –.
Da serpe a serpe discese e scendeva
– ed io a ponente scesi, e giù strisciai
e lacerai la veste contro il sasso
dello stipite in fumo, e la bagnai
contro un’acqua che al sasso discendeva,
e io non sapevo donde avesse passo.
Ma scendeva, e io scendevo a grado basso
sempre più al basso, alla casa indecente
dei senza sguardo, dei senza radice.
E tesi corda agli occhi, e lei riottenni,
occhi di vetro accecati ai millenni,
dei senza ascolto, dei senza dove.
E parlarono: non ti volterai
se non con danno e perdita –. Di fronte
e ovunque dritto a me di acqua che piove
io vidi al basso, giù, mentre pioveva
lo specchio nero dell’acqua cadente.
Il lago d’acqua dritta fu Euridice –
e per non più vederla io mi voltai.
Forse una vela, o un albero di altrove,
o la sua stessa veste alba e ponente
rapì girando la forma felice,
forse il pilone umido del ponte.

La stella mi spezza le mani calando le spranghe
i rocchetti dei raggi di ferro voraci valanghe
io batto alle porte di Hamelin pugni di sangue
io stanco insistendo le scolte che sognano stanche.
Buttateli dentro la terra questi vostri bambini
io poi ci provo suonando a portarveli indietro.
Ho infilato gli anelli d’argento su tutte le dita
che fanno dei suoni alle corde, che sono argentini –
e la polvere entra nei sandali, e la sabbia di vetro.
Io suono la musica e ditemi quando è finita.

(*) Da Venti fusioni a cera persa, Piero Manni, Lecce 2002.

Annamaria De Pietro è nata a Napoli, dove ha vissuto fino all’adolescenza, da padre napoletano e madre lombarda. Vive da tempo a Milano. Ha cominciato a scrivere non occasionalmente, ma sempre, in età matura. La sua prima pubblicazione in versi risale al 1997: Il nodo nell’inventario (Dominioni Editore, Como 1997). Sono seguiti Dubbi a Flora (Edizioni La Copia, Siena 2000), La madrevite (Manni, Lecce 2000), Venti fusioni a cera persa (Manni, Lecce 2002). Nel 2005 pubblica un libro in napoletano, Si vuo’ ‘o ciardino (Book Editore, 2005), col quale paga il suo tributo alla città d’origine, poco amata, mai più visitata. Nell’ottobre del 2012 esce Magdeburgo in Ratisbona (Milanocosa Edizioni, Milano, 2012). Ultima pubblicazione Rettangoli in cerca di un pi greco. Il Primo Libro delle Quartine (Marco Saya Edizioni, Milano 2015).

Antonio Sagredo (pseudonimo Alberto Di Paola), è nato a Brindisi nel novembre del 1945; vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove  risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: «Malvis» (n.1) e «Turia» (n.17), 1995, Zaragoza.; la Prima Legione (da Legioni, 1989) in Gradiva, ed.Yale Italia Poetry, USA, 2002; e in Il Teatro delle idee, Roma, 2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile.

Come articoli o saggi in La Zagaglia:  Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in Rivista di Psicologia Analitica, 1984, (pseud. Baio della Porta):  Leone Tolstoj – le memorie di un folle. (una provocazione ai benpensanti di allora, russi e non); in «Il caffè illustrato», n. 11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74. (A.   Di Paola) (una carrellata di quella stupenda stagione teatrale).

Ho curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema :Tumuli di  Josef Kostohryz , pubblicato in «L’ozio», ed. Amadeus, 1990; trad. A. Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi:  Edison (in L’ozio,…., 1987, trad. A. Di Paola), e Il becchino assoluto (in «L’ozio», 1988) di Vitězlav Nezval;  (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová). Traduzioni di poesie scelte di Katerina Rudčenkova, di Zbyněk Hejda, Ladislav Novák, di Jiří Kolař, e altri in varie riviste italiane e ceche. Recentemente nella rivista «Poesia» (settembre 2013, n. 285), per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar Březina- La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Ot. Brezina a Antonio Sagredo),  trad. Antonio Di Paola e Katerina Zoufalová. È stata pubblicata l’Antologia, per Chelsea Editions di New York, Poems di Antonio Sagredo.

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64 commenti

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64 risposte a “Czesław  Miłosz “Orfeo ed Euridice”, DUE VERSIONI A CONFRONTO di Francesco M. Cataluccio e Paolo Statuti con un Appunto di Giorgio Linguaglossa e DUE POESIE sul tema “Orfeo ed Euridice” di Annamaria De Pietro e Antonio Sagredo

  1. Non solo le traduzioni rispecchiano personalità, gusto e sensibilità di chi le scrive, come giustamente rilevato nell’introduzione da Giorgio, ma oggi credo che verranno istintivamente alla luce anche i gusti dei lettori, perché il lavoro di confronto odierno è davvero molto utile ed interessante! Al di là dell’argomento Orfeo – Euridice di per sé coinvolgente (forse, perché ci ritroviamo tutti un po’ negli episodi della loro storia?) personalmente trovo i versi di Sagredo molto utili per una poesia “futura”, ricchi di quell’originalità e capacità di “spiazzamento” di cui è abbastanza carente la poesia che mi circonda… Ma, ripeto, il tutto legato unicamente a gusti e sensibilità personali. Un caro saluto a tutti.

  2. antonella zagaroli

    Grazie Antonio!

  3. gabriele fratini

    Non c’è un vero confronto… il capolavoro di Milosz è un macigno che oscura tutto. Poesia d’altissima quota. Un saluto.

  4. Non era ovviamente intenzione dell’autore del post di fare confronti neanche impliciti. Cmq, le poesie di Annamaria De Pietro e di Antonio Sagredo, sono delle belle composizioni, non c’è dubbio. Anzi, dirò di più, quando Sagredo riesce a tematizzare una poesia i risultati si vedono, come in questo caso. Le due traduzioni della poesia di Milosz sono entrambe belle.
    Intenzione della redazione era quella di sollecitare gli autori di poesia a cimentarsi con tematiche vere e ad abbandonare le poesie liriche o non liriche che ruotano intorno all’io, che francamente non se ne può più. Un saluto a tutti.

  5. Fratini è piuttosto categorico. In questa sua affermazione non lascia spazio a illusioni. Il testo da tradurre è un “macigno” che spezza “i denti” agli incauti
    traduttori, e Fratini ammonisce…o forse ho interpretato male il suo pensiero?

  6. Orfeo ed Euridice”, Czesław Miłosz e Paolo Statuti.
    io vedo leggendo e sento meditando solo questi personaggi, mitici o reali.

    Giorgina Busca Gernetti

  7. Grazie Giorgina…repetita iuvant…:)

  8. antonio sagredo

    Fratini come al solito massimalizza ed è soggetto (direi succube) alla critica ufficiale; non conoscendo il polacco si avventura in giudizi arbitrari e inutili;
    ha ragione Statuti anticipandomi: un macigno non oscura se mai ti crolla addosso e ti schiaccia e non è il caso del poema di Milosz, che non mi crolla addosso e tanto meno mi schiaccia!; è più che categorico il Fratini, credo che ignori come stanno le cose, e poi insomma non sa fare critica letteraria: gli mancano gli strumenti e pure conoscitivi!;
    è necessario affrontare i testi verso per verso e parola per parola e poi strofa per strofa (che qui come ha composto Linguiaglossa non compaiono nel mio poemetto); è noto che Milosz compose il suo poema all’indomani della morte della consorte e quindi sotto l’effetto di una emozione incontrollabile che è rugginosa fra le righe; D’altra parte al Fratini difetta pure non riconoscere le visioni escatologiche (in Sagredo) e gli spezzettamenti linguisitici dapprima e poi contenutistici (in de Pietro): troppo difficile per lui! —- A Angela Greco vorrei dire che ha centrato una delle mie ossessioni (hanno quasi 50 anni!) e preoccupazioni quando scrive > ” personalmente trovo i versi di Sagredo molto utili per una poesia “futura” < – un saluto dunque alla sua Massafra che conosco fin da giovanissimo.

  9. antonio sagredo

    Gentile Fratini, infatti Lei è più importante di me, direi che non c’è confronto: è un bene per tutti e per la poesia che sia così e di ciò Le sono immensamente grato.
    a. s.
    —————————–

    “Nessuna meraviglia
    se dopo gli attori casti
    spuntano con le corna gli iconoclasti:
    di certo i migliori tra i peggiori
    di certo i positivi fra i negativi.”

    1970

  10. ubaldoderobertis

    Tanta roba oggi sull’Ombra!
    Comincio con un doveroso apprezzamento della poesia di Czesław Miłosz, a detta di Heaney uno dei più grandi poeti europei del ventesimo secolo. In omaggio a Miłosz riporto la poesia che Rózewicz dedicò alla sua memoria.

    Elegia. In memoria di Cz. M.

    all’ultimo minuto!
    mi chiedo
    la scriverai tu mai un’ Elegia
    sul pane e il vino?
    ah cavarmela con una rima
    ribattere “In cielo e così sia!”
    invece per vergogna
    fin sotto terra piombo giù e rovino
    come talpa ora io meno la vita
    né più rammento
    cosa sia il canto
    il vino e anche la donna
    le nere montagnole
    sui prati verdi
    miei monumenti
    nostalgici di sole
    sono i soli ricordi
    di un’opera infinita
    e di noi che sarà?
    e le nostre dispute
    amiche?
    sei morto tu non puoi più domandare
    che ne è di me … io certo getterò le antiche
    forme vesti
    e non Orfeo sarò
    ma pala per scavare.

    Mi ha colpito il fatto che Rozevicz, al culmine della propria vita, confessa di non rammentare più cosa sia il canto poetico, e che menziona Orfeo spogliato a cui il canto non può più offrire ritorno. “Non Orfeo sarò ma pala per scavare” Come fa la talpa. In questo senso, senza minimamente voler operare una distinzione di merito, la poesia proposta da Sagredo mi sembra più vicina al lavoro di scavo che si proponeva di fare Rozewicz, l’uomo che più di tutti ha influenzato la produzione poetica polacca, e non solo.
    Ritorna Sagredo con i suoi avanzi di candelabri, croci e scimitarre, gli amori pagani, gli splendidi eretici, e su tutto la maledizione terrestre… che ci univa! Come si fa a non farsi investire e travolgere dalle visioni, dalla singolare(originale) vena poetica di questo poeta pugliese? Bella e ben composta la poesia della De Pietro. Mi piacciono particolarmente i versi di esordio, senza voler togliere valore a tutto il resto, i primi sette, riuscitissimi, eleganti, musicali.
    E vengo alle traduzioni. Premetto che non conosco la lingua originaria. Ad ogni modo non ho avuto bisogno di stampare le versioni per metterle a confronto e nemmeno di farci un segno per distinguere l’autore. Paolo Statuti, mi dicevo, non avrebbe mai scelto termini quali: “sbatacchiava il suo cappotto”, e poi il passo su: I poeti lirici, lo Statuti non scrive: “La perfezione dell’arte non si ottiene senza questa menomazione”.
    Ma:
    “La perfezione dell’arte si ottiene in cambio di tale imperfezione”

    mi fermo qui. Questione di sensibilità…

    Ubaldo de Robertis

  11. Gino Rago

    Nel discorso per il Premio Nobel del 1987, Josif Brodskij dal podio, davanti agli accademici svedesi, così concludeva: “…Chi scrive una poesia la scrive soprattutto perché l’esercizio poetico è uno straordinario acceleratore della coscienza, del pensiero, della comprensione dell’universo.” Chi si trova in uno stato di dipendenza “…rispetto alla lingua è, suppongo, quello che chiamano un poeta”. Il poeta è il mezzo di cui la lingua si serve per esistere o, per dirla con Auden (amatissimo da Brodskij)
    “il poeta è colui in cui e per cui la lingua vive.” Leggendo parola per parola
    le poesie di Sagredo e De Pietro, da Giorgio Linguaglossa proposte accanto al capolavoro di Milosz – magistralmente reso in italiano sia da Statuti sia da Cataluccio – proponendo anche questa volta una pagina di alta densità poetica, Sagredo e De Pietro confermano la cifra di voci autentiche di poesia. In entrambe le voci circolano e coabitano quelli che anche per Brodskij sono i tre modi di cognizione fondamentali: il modo analitico, il modo intuitivo e quello della rivelazione.

  12. caro Antonio,
    lasciamo stare le punzecchiature, e passiamo ad altro. La tua poesia è, tra quelle che ho letto in questi ultimi anni, una delle migliori, e tra le migliori in assoluto della tua produzione. Peccato che tu non l’abbia inserita nella Antologia americana edita da Chelsea Editions. I raffronti con la poesia di Milosz sono assolutamente fuori luogo. Credo che in tutto il Novecento italiano faremmo fatica a trovare un’altra poesia che possa avvicinarsi al livello della poesia di Milosz. Complimenti anche alla raffinatissima poesia di Annamaria De Pietro, tutta costruita su un endecasillabo che slitta continuamente nell’endecasillabo successivo creando così dei vortici ritmici e semantici con le rime e le assonanze che non sai se drammatiche o dilemmatiche. Una costruzione di altissima competenza ritmica e frastica.
    Il mio intendimento, che ho colto al volo quando Sagredo me lo ha suggerito, era quello di offrire ai lettori una poesia dove l’io non c’è o se ne è andato fuori scena. Inoltre, la tematica è tale da far venire i brividi solo ad pensarla…

  13. Gentile Giorgio,
    non ho preso parte, se non con una dichiarazione di preferenza, a quello che si negava fosse un confronto mentre lo è apertamente. Allora mi sembra non equilibrato paragonare due eccellenti traduzioni di una poesia non presente in lingua originale (che pochi conoscono) e due poesie originali. il tutto sul tema di Orfeo ed Euridice.
    Ciò premesso, mi sento un poco tirata per la giacca (con i bottoni di madreperla!) per le tue affermazioni qui sotto citate, di cui le prime due riguardano proprio la poesia lirica in cui l’ “io” è il fulcro, il fondamento, il centro di tutte le (mie) composizioni :
    – “abbandonare le poesie liriche o non liriche che ruotano intorno all’io, che francamente non se ne può più.”
    – “offrire ai lettori una poesia dove l’io non c’è o se ne è andato fuori scena”.
    *
    – “tutta costruita su un endecasillabo che slitta continuamente nell’endecasillabo successivo”
    Quanto alla terza affermazione sulla pregevole poesia di Annamaria De Pietro, potrei chiederti che cosa intendi dire?.
    E’ tutta in endecasillabi fino al verso “forse il pilone umido del ponte.”. Il resto è in versi di quindici sillabe, molti dei quali rimati. Ma che cos’è questa costruzione metrica: “un endecasillabo che slitta continuamente nell’endecasillabo seguente”? Non c’è l’ “enjembement” in questi versi di 15 sillabe. Non sono nemmeno “versi martelliani”.
    La mia domanda è mossa da reale interesse conoscitivo.
    Grazie.
    Un saluto e vive congratulazioni a tutti

    Giorgina Busca Gernetti

  14. Annamaria De Pietro

    Magnifico il testo di Miłosz, articolato in sequenza attraverso quattro diverse zone e significanze di suono, più, al mezzo, la cerniera Persefone:
    1. la citazione della frase di Euridice (“Tu sei buono” – “Sei un uomo buono”, nelle due diverse traduzioni), frase consolatoria ma non credibile nel tribunale della coscienza di Orfeo come poeta lirico, come tale dotato di un cuore freddo; solo il suo amore lo scaldava, lo umanizzava;
    2. il suono della lira che lui suona negl’infiniti corridoi, negli ascensori infiniti dell’Ade (al quale, noto di passata, si accede attraversando le porte a vetri – la porta a vetri, come quella di un bar, confine ultimo della trasparenza), e la suona provvisoriamente confidente in una provvisoria capacità salvifica della sua musica, per non deludere lei;
    3. il suono deciso del passo di Ermes e il suono impacciato e tenue del passo di Euridice che lo seguono assecondando le sue soste e il suo andare, come fa l’eco, cosa tua che non ti appartiene;
    4. il nome, il nome, Euridice, che finalmente gli scoppia dentro esclamando quando lui è già fuori, tutto finito, tutto, tranne il grido, ma dentro.
    Al centro, a cerniera fra la voce amorosa (di Euridice) e la musica (la sua) da un lato e dall’altro lato il silenzio (il suo) e la voce implosa di Euridice suonano le parole di Persefone che dal suo rinsecchito giardino d’inverno, dal suo trono di ametista quel silenzio impone, solo cariato da una seguace, derisoria eco.
    Una postilla a margine: la noce spaccata di ametista assomiglia a una melagrana spaccata. Questi i gioielli del corredo funebre di Persefone.

    Testo magnifico di scenari mutanti, magnifico d’intensissima sprezzatura, primavera e inverno, dentro e fuori, uno sprofondo che può essere detto Nulla – Nessunluogo, e un cappotto – soprabito sbatacchiato – tirato dal vento nella città notturna di nebbia e macchine, e il mondo morto fatto non di stanze (luoghi dello stare) ma di passaggi, corridoi, ascensori, collegamenti procrastinati lungo la minuziosa, puntigliosa negazione (o sfiducia) di un luogo di arrivo. Tale non è il giardino morto di Persefone (sappiamo da onniscienti mitografi che poi, nell’angoscia dell’eterno ritorno, diventerà un giardino verde, al varco al fuori dall’antro). Ma neanche questo è un luogo di arrivo: è solo il luogo dal quale lui si volta, cancellando, spazzando all’indietro ogni suono. Qui lui non può che addormentarsi, ronzando fuori le api, sbraitando dentro Euridice. E forse ha un senso chiedersi: Quale fu il sogno?; quale sarà?

    Due traduzioni, entrambe esteticamente, espressivamente belle da leggere, a tratti forse più leggera, più astratta quella di Statuti. Ma preferire l’una o l’altra? No. Non conoscendo, non potendo in alcun modo conoscere il testo originale, e non potendosi accontentare di un così esiguo campione. Come di fronte a una qualunque traduzione si può solo apprezzarne la portata espressiva, sapendo bene che il testo che si legge in traduzione è del traduttore, è un testo nuovo, altro rispetto a quello di partenza, e non solo per la diversità delle due lingue. Basta una sequenza minima di millimetri per moltiplicare senza fine la distanza fra due voci applicate a un medesimo riscontro, a uno specchio irraggiungibilmente bugiardo. E meno male. Impossibile un beato rispecchiamento, insopportabile anche la pura ipotesi. Solo si può tentare un approssimato richiamo delle proprietà organolettiche del testo di partenza, dei suoi suoni e ritmi, dei suoi odori e sapori, del morbido e del duro, del chiaro e dello scuro, ma è più facile dirlo che farlo, anche perché suoni e ritmi e tutti i meccanismi testuali, tutti i registri sono inestricabilmente fusi ai significati, e questo deriva, risalendo indietro, da diversi modi di costruire il pensiero, di privilegiarne tratti e sottintesi, di percepire e leggere e soprasegnare il mondo coi propri segni condivisi e insieme solitari; un tale carico di cultura e storia da far venire le vertigini. Ci sono sì degli elementi plateali che abbastanza facilmente si possono approvare o riprovare, come a fulgido esempio i trattini sottratti a Emily Dickinson o a Marina Cvetaeva, ma al di là di questo il discorso è molto più sottile. e, fondamentalmente, è soggettivo. Un piccolo esempio: nel testo in esame Cataluccio traduce cappotto, Statuti soprabito. Perché? La risposta potrà essere trovata, anche, negli usi linguistici abituali dei due traduttori, potrei dire nella loro storia di famiglia, forse, nella loro età, forse, nella loro appartenenza territoriale, forse, e ancora forse, e poi forse. E nella parola originaria, non so perché, non so per chi, o semplicemente nel vocabolario, quell’indumento che mal difende Orfeo dal vento è più un cappotto o più un soprabito? Bisognerebbe chiedere ad Orfeo, ma temo che la strada sia impraticabile. Infine (per modo di dire) c’è il lettore, che è il terzo incluso, e tutti e tre, autore di partenza, traduttore, lettore sono, mi si scusi il termine, intraducibili. Ma vengono tradotti, devono essere tradotti, l’uno nell’altro, in una reciprocità che è ascolto e parola. Per questo la traduzione è una sfida affascinante, vivaio di propagginazioni impreviste, talee, all’azzardo feroce della filologia.

    Passando al pregevolissimo testo di Sagredo, mi era già noto perché pubblicato due anni fa sul blog “poesia e moltinpoesia” di Ennio Abate. Era la prima volta che leggevo Sagredo, lo apprezzai grandemente e scrissi un commento sul blog. Per chi volesse leggerlo, il link è
    https://moltinpoesia.wordpress.com/2013/10/11/annamaria-de-pietroancora-su-una-poesia-di-antonio-sagredo/#comments

    A questo punto non mi resta che ringraziare Giorgio Linguaglossa di avere accolto anche il mio Orfeo in questo illustre parlatorio di poeti lirici.

  15. cara Giorgina,
    scrivendo di un endecasillabo che slitta sull’altro, intendevo riferirmi non tanto e non solo all’enjambement (tecnica talmente usata ed abusata che si può archiviare come una tecnica di archeologia della poesia). La De Pietro è troppo abile e scanzonata per cadere nel facile impiego dell’enjambement, lei preferisce utilizzare metodi molto meno vistosi ma ben più efficaci. Ad esempio, l’uso dei verbi (che sono quelle parti del discorso che hanno l’onere più pesante, quello di esprimere una azione e quindi di imprimere un cinetismo alla versificazione), da notare anche la loro dislocazione strategica all’interno del verso (spesso alla fine o all’inizio del verso). Se osserviamo con attenzione l’impiego del verbo “scendere” con tutti i derivati stretti e lontani dei primi versi sarà più chiaro quello che voglio dire. Leggiamo:

    Da fiume a fiume lei fluì – Euridice –.
    Da serpe a serpe discese e scendeva
    – ed io a ponente scesi, e giù strisciai
    e lacerai la veste contro il sasso
    dello stipite in fumo, e la bagnai
    contro un’acqua che al sasso discendeva,
    e io non sapevo donde avesse passo.
    Ma scendeva, e io scendevo a grado basso
    sempre più al basso, alla casa indecente
    dei senza sguardo, dei senza radice.

    Ecco i verbi a seguire che sottolineano l’azione di scendere con fatica (discese, scendeva, scesi, strisciai, lacerai, bagnai, discendeva, avesse passo, ma scendeva, e io scendevo, a grado basso, sempre più basso…), con tutte le famiglie di derivati verbali in funzione aggettivale e modale che convogliano il discorso e l’azione del protagonista della poesia verso il “basso”. Insomma, l’autrice fa intendere chiaramente al lettore che il protagonista sta scendendo in “basso” sempre più “in basso” e che tale discesa è faticosa e pericolosa, ma non può fare altro che scendere… La perizia linguistica e metrica della De Pietro è qui fuori discussione. Tutta la struttura frastica è indiretta, si porge al lettore per indizi e sottintesi semantici che rafforzano il messaggio semantico principale. Gli indizi secondari rafforzano il messaggio principale. Da notare che il perfetto equilibrio dell’endecasillabo dell’inizio della poesia offre uno strumento metrico davvero eccellente alla abilità lessicale e testuale dell’autrice. Lo strumento nobile dell’endecasillabo che ospita la vicenda viscida e perigliosa del tragitto in discesa di Orfeo nelle viscere della terra…

    • Caro Giorgio,
      mi spiace doverti dire con cortese franchezza che non hai capito nulla di quello che ti ho chiesto circa la terza tua affermazione. L’enjambement. peraltro, è tutt’altro che archeologia. Ma io chiedevo altro.
      Domani, a mente fresca, rileggi la mia domanda e, se vuoi rispondere, mi farà piacere leggerti, altrimenti lasciamo perdere perché è inutile!
      Buona notte

      Giorgina

  16. Annamaria De Pietro

    Gentilissima Giorgina,
    m’inserisco nel suo dialogo con Giorgio per quanto riguarda la metrica del mio Orfeo. È vero, i versi sono endecasillabi fino al pilone umido del ponte. Poi diventano versi prevalentemente di quindici sillabe, e ce n’è anche qualcuno di sedici. È vero, non sono martelliani, perché non sono formati da due settenari, ma da serie di quaternari o versi più brevi che procedono a blocchetti rigidissimi. Quindi sarebbe improprio anche definirli martelliani ipermetri.
    Questo blocco finale è a sé stante: nel testo pubblicato sul blog si è persa un’interlinea bianchissima fra la prima parte in endecasillabi (l’avventura di Orfeo che scende e fallisce) e la seconda parte in cui Orfeo, privato della coscienza del canto, cioè della coscienza tout court, si è trasformato nel pifferaio di Hamelin, improponibile resuscitatore di bambini, e subito dopo (da stregone a saltimbanco il passo è breve) in un cantante pop che chiede a chi ascolta di dirgli quando la musica che lui suona è finita. Qui il martellare (non martelliano) dei versi esprime una coazione a ripetere tutta buttata in avanti, protrusa, cercante, giambica, anapestica, disperata. I primi quattro versi sono monorimici,o quasi (spranghe, valanghe, sangue, stanche). È la “mania” espressa appunto nella coazione a ripetere per rifinire fino a un impossibile fondo lo sfondamento estremo che lo ha succhiato giù. Non ci sono enjambements, certo: ogni tessera sta chiusa con le sue sodali, piccole, brevi, in una misura murata, un verso lungo ma concentrato e chiuso in sé stesso. Non si va più da nessuna parte.
    Quell’interlinea svanita è la vera del pozzo nel quale discende tutto il discendere della prima parte: Orfeo, le rocce, l’acqua cascata specchio verticale nel quale si specchia la retrostante Euridice, e lui, nell’illusione di giocare la morte, si volta per non vederla. Per non vedere l’immagine riflessa: il trucco di Persefone. E la cannella attraverso la quale l’acqua e tutto il resto cala nel pozzo interlinea è una pausa che io accentuo quando leggo questo testo, una cesura fra pilone e umido. Questo naturalmente posso saperlo solo io. Ma mi piace dichiararlo, aggiungendo che nel calcare quella pausa, o cesura, è come se mi stessi ingoiando le tonsille. E’ uno strappo, dopo il quale tutto è perso, lo sparagmòs si compie, non esiste più una distinzione efficace fra la cosa e la sua immagine, non esiste più una funzione dell’arte, e dopo è solo un ramingo, sarcastico, velleitario, cinico cantante in sandali e senza patria quello che fu Orfeo, il cantore.

    Dunque le sono grata della sua acuta precisazione: mi ha offerto l’occasione di ragionare su un “dato”, mio nella fattispecie ma non è indispensabile che lo sia. E questa è in ogni caso un’assai gradita, assai preziosa offerta.

    Ma ecco che, prima di pubblicare il mio commento, trovo la risposta di Giorgio, come sempre fulmineo.
    Lo ringrazio delle sue osservazioni, acute, analitiche, precise.
    E, sempre più stimolata al ragionare, ho notato rileggendo il mio caro Orfeo che tutto il testo è quasi privo di enjambements, anche la prima parte; e, andando oltre, osservo che questa è una caratteristica prevalente in tutto il libro da cui il mio caro è tratto, Venti fusioni a cera persa, nel quale persone mitologiche pronunciano le loro disperate prosopopee. È un po’ un tratto distintivo di questo libro. Ma devo aggiungere che in genere io pratico abbastanza quell’attrezzo, perché è come una caduta laterale dai tacchi, uno sberleffo, ma ben calibrato, a quel bustrofedico andare e venire fra nero e bianco che definisce l’intavolatura di un testo poetico. E quindi potrei vederlo come uno fra gli attrezzi sconcertanti l’ordine, ordine metrico e ritmico, ma anche, e insieme, e prima, e dopo, anche ordine di pensiero. Un cappello sulle ventitré. Non credo che sia un vecchiume degno di archiviazione, Giorgio. Penso semplicemente che, come tutti gli attrezzi, debba essere usato là dove serve, e perché serve, premettendo sempre che tale necessità si rivela dopo, non prima.
    E allora grazie sia a Giorgio che a Giorgina, grazie con allegria.

    • Gentilissima Annamaria,
      sono io che ringrazio lei per l’analisi cosi precisa del suo scritto e per la spiegazione acribica di quell’interlinea, mancante nella pagina del blog, di cui io sentivo la presenza nel cambiamento di ritmo.
      Ci voleva così poco a comprendere quello che chiedevo?
      Quanto alla risposta di Giorgio, converrà con me (ma non le conviene) che egli non ha assolutamente capito il mio dubbio, forse supponendo che io tentassi di demolire la sua bellissima poesia usando il mezzo della metrica.
      Sono troppo limpida per usare certi mezzucci.
      Molte grazie di nuovo e serena notte

      Giorgina

  17. antonio sagredo

    dal 2° poema (di un) idota

    OSSESSIONE ORFEO

    ——————————————
    Ho ripreso fiato
    nel ritorno attivo.
    Sapersi vivi dal nulla
    – fortunato Orfeo!
    in ciò che è ripresa
    ma nulla vedo nel passato
    e così poco ci manca
    felice d’essere un niente
    che io ritorni
    se non fosse soltanto per gioco.

    L’assurdo monologo
    è un povero gioco
    per oggetti o per testoline ribelli:
    due parole
    due parole soltanto – per costruire!

    Io costruisco con – poco ci manca –
    una grande poesia
    e poco ci manca
    che esista soltanto per gioco, allora…
    e poco ci manca.

    a.s.
    Roma, 1969-70
    ——–
    Ti saluto e addio,
    nella notte, io, non sono un Orfeo
    qualsiasi!

    1976
    ——–
    Nel cimitero io vidi gli occhi-rospi di Shakespeare brillare,
    più gelosi sul cranio d’Otello, ma l’ultimo attore recitò:
    io non sono nato da madre! in me stesso è… l’origine!
    Saffo si è impiccata
    e Orfeo – ha pianto!

    1981
    ——————–
    Non so, se Orfeo
    o sacra Prostituta!

    1986
    ———–
    Morire non è un sogno, Ofelia!
    Hai rosicchiato l’occhio di Orfeo
    non l’evanescente sorella Euridice,
    l’amante fumista dei presagi e delle trappole.
    IDIOTA!

    1999
    —————
    La sinistra si volse indietro, offesa, come un Orfeo!
    Anna, dolore! dolore!…
    e si chiuse sull’altra, come un’ostrica innaturale,
    serrando l’Ecclesiaste, le pietre di Alessandro,
    e i guanti – neri!

    2003
    —————-
    Compagni di strada : Cristo e Orfeo
    la Croce e il Canto

    2005
    ——————
    Lo sguardo di Orfeo con tutto il suo squallore
    era quella ruggine in noi che corrodeva i cardini,
    celebrava i fasti mascherando il suo rancore
    la dolce corsa che stancava e fiaccava i tendini.

    2007
    ———————-
    Ofelia, sai, quello stronzo di Orfeo
    ancora mi sbircia dopo tanto vagare,
    non si stanca, è proprio testardo e scemo:
    io non posso e non gliela voglio dare!

    Così Euridice argomentava i suoi desideri,
    e sul dilemma dell’altro finto e nero amante
    consolava l’amica, dicendo: non ti fidare di lui,
    l’esistenza di Dio, di certo, è meno importante!

    Amleto e Orfeo hanno strani comportamenti…
    ehi, voi, che fate nella nicchia sotto il palco!

    2007
    ——————–
    La sacra finzione e l’ostia avete barattato con la cecità di Orfeo!

    2011
    ————————–
    Non doveva chiamarti per una sciocchezza d’amore l’amata Věra
    e tu non dovevi voltarti indietro come un qualsiasi Orfeo innamorato,
    lo sguardo non terminò l’ottica angolare, il nero asfalto
    conobbe il volto sorridente, e il grido di lei superò quello di Marina!

    Praga quel giorno era più nera del solito e Pierrot imitò l’urlo tra le mani!
    La Moldava era gelosa di nerezza come mai nei suoi fluidi secoli.
    Tu le eri accanto con passo lungo e sorridevi nella foto – sulla strada.
    E lei col vestito a fiori, con cappello e occhiali… e sorrideva sulla strada.

    2012
    —————————–
    . Il dubbio acheronteo era uno stillicidio per le onde e per le anime migranti che la Morte per acqua temevano più delle loro lacrime – per questo sghignazzava un verdastro Vodník su uno scoglio simile al dente del giudizio – e beffava di Orfeo la maschera cartapestata e lacrimosa,

    e il suo rifiuto alla proposta scellerata del voltarsi indietro: il miserabile era un portoghese: non poteva traghettare il proprio corpo evanescente che si sbriciolava davanti ai furori delle braci… negli occhi-uncini di Diomede! – il panico si sciolse in sogni speranzosi: tornare, forse?! – ma il battello

    andava, errante… sulla riva le orme erranti degli sguardi sbigottiti!
    e la marina… ondosa di sessi vaganti… di risacche – di gemiti!, e sfinimenti… arenosi.

    26 giugno 2015
    (un notturno sul molo dall’ora terza alla quarta)
    ——————————————————-

  18. Cara Giorgina,
    tu mi chiedi :

    «per le tue affermazioni qui sotto citate, di cui le prime due riguardano proprio la poesia lirica in cui l’ “io” è il fulcro, il fondamento, il centro di tutte le (mie) composizioni :
    – “abbandonare le poesie liriche o non liriche che ruotano intorno all’io, che francamente non se ne può più.”
    – “offrire ai lettori una poesia dove l’io non c’è o se ne è andato fuori scena”».

    Ti rispondo : sì, la mia personale convinzione è che continuare a fare poesia dell’io psicologico significa non aver capito nulla da quando il Cogito ergo sum di Cartesio è entrato in crisi. Ma questa è una mia posizione personale, ci possono essere autori (chiamarli poeti mi sembra fuori luogo) che continuano a fare poesie dell’io psicologico. Franco Buffoni ne è un esempio. Va bene per loro. Io ritengo che quella sia una poesia nata già morta… magari può essere anche ben scritta, con ottimi enjambement, con gli a-capo regolari, con tutte le retorizzazioni a posto, ma tutto ciò non basta a fare una poesia di rilievo. E dico di rilievo quando indico la poesia di Milosz “Orfeo ed Euridice”, quello è il mio personale obiettivo, e a quello aspiro. Poi, come si dice, chi si accontenta gode.
    Di recente, a una giovane poetessa che mi chiedeva perché non poteva scrivere poesie dell’io, le ho risposto che se leggeva tutto “Essere e Tempo” di Heidegger si sarebbe accorta che il pronome personale “io” non era mai scritto. Questo, le ho detto, vuole dire qualcosa, o no? – E ho finito la mia tirata così: chi fa poesia dell’io fa una cosa in capo ad un cadavere, perché l’io è morto tanto tempo fa. E chi non se ne è accorto, è morto (culturalmente) anche lui. Tutto qui.

  19. a mio avviso Paolo Statuti fa un lavoro di recupero e proposta degno veramente di riconoscimento ufficiale, tant’è prezioso. Molto suggestiva la poesia di Anna Maria De Pietro, poetessa di grande spessore cui va la mia profonda ammirazione. Sagredo è un grande istrione.

  20. cara Giorgina,

    tu non sei morta, per fortuna! e noi siamo ancora vivi… per fortuna!. Ma bando agli scherzi. Io credo che si possa fare poesia psicologica, tutti hanno il diritto di fare poesia psicologica. Ma allora, io mi chiedo perché non scrivere romanzi psicologici alla maniera della “Coscienza di Zeno”! – il romanzo è una forma ben più capace di ospitare materie psicologiche. Per la poesia moderna io penso che resteranno quelle opere che non sono state scritte per compiacere l’«io», come “Le ceneri di Gramsci” (1957), ma anche l’ultimo libro di Fortini “Composita solvantur” (1995); ma anche il trittico sulla morte degli anni Settanta di Helle Busacca non fa mai nessuna concessione all’io; così anche il libro postumo di Giorgia Stecher “Ultime foto per Album”, tanto per fare qualche nome. Insomma, voglio dire che se si leggono i libri di Herbert, Milosz, Rozewicz e altri poeti di rango ci si accorge che la loro poesia non parla mai dell’io e dei suoi problemi psicologici, i quali saranno pure importanti per l’io ma non per noi che dobbiamo leggere tali poesie. Insomma, io dico solo che ci sono ottime poesie nate già morte. Potrei fare i nomi e gli esempi tra i contemporanei, ma non vorrei sollevare una bufera, chiunque abbia del senno può andare a leggerli. Io dico semplicemente che una cultura dell’io collima perfettamente con l’apologia dell’io così com’è e coopera, anche inconsapevolmente, a lasciare il mondo come lo abbiamo trovato, e vuole accontentare il lettore dicendogli: “vedi? io e te abbiamo gli stessi patemi d’animo, le stesse problematiche!”.

    Per quanto riguarda gli ultimi brani qui postati di Antonio Sagredo, ribadisco quanto già detto altre volte: nella sua poesia ci sono perle disseminate un po’ dappertutto in mezzo a concime e detriti e il poeta ci si smarrisce, si smarrisce in mezzo alle parole che fuggono da tutte le parti e lo tirano per la giacca e gli pestano le scarpe…

    • gabriele fratini

      Sì ma una civiltà dove rimane un solo tipo di poesia è una civiltà povera. La cultura latina ha espresso contemporaneamente sei o sette generi diversi e tutti ad altissimo livello, dal poema alla satira alla favola al teatro alla lirica all’epigramma alla poesia religiosa… alcuni li ha ripresi dai greci altri li ha inventati. Trovo autolimitante un discorso selettivo a priori su ciò che è o non è poesia. I grandi fanno tutto, le grandi civiltà fanno tutto, e inventano anche cose nuove, i piccoli fanno solo una cosa.

    • Non sono né P.P. Pasolini, con tutto il rispetto e la stima; non sono Helle Busacca; non sono Franco Fortini. Modestamente, sono Giorgina Busca Gernetti,
      Non voglio accontentare nessun lettore, tanto meno consolarlo o blandirlo. Tu scrivi: “per noi che dobbiamo leggere tali poesie”; Non leggetele. Chiudete il libro. Gettatelo nel cestino della carta!
      “Insomma, io dico solo che ci sono ottime poesie nate già morte”(GL).
      Ecco che io mi firmo “la fu Giorgina che vive tra i morti e scrive poesie nate già morte”.
      Non sai che tasto doloroso hai involontariamente toccato parlando di morti !

      la fu Giorgina

      • cara Giorgina,

        ma io non stavo affatto parlando di te o della tua poesia! Credo che questo sia chiaro. Parlavo in generale di tutti gli autori che ci propinano poesia psicologica travestita da “poesia”, e dico loro che sarebbe preferibile scrivere un romanzo anziché continuare a coltivare il piccolo orto concluso dell’io.E non voglio affatto impedire a nessuno di scrivere e pubblicare libri di “poesia”, ci mancherebbe!, anche perché danno lavoro ai tipografi. Certo, una sana civiltà letteraria dovrebbe garantire anche a chi scrive in modo diverso di essere considerati. Anzi, io dico proprio questo: che chi non scrive come indicano le istituzioni letterarie maggioritarie non sono presi in considerazione. Dico e scrivo proprio il contrario di ciò che mi attribuite di aver scritto..

  21. Milosz si pone sulla disperata soglia che separa il reale dal metafisico, e conclude amaramente:
    “Quando voltò la testa, / dietro di lui sul sentiero non c’era nessuno” (Cataluccio)
    “Quando girò la testa, / dietro a lui sul sentiero non c’era nessuno” ( Statuti)
    A parte che quel “nessuno” dà le vertigini per quanto sia… emblematico, mi soffermo su quei Voltò e girò… pare niente ma la differenza, riscontrabile anche in molti altri passaggi delle rispettive traduzioni, pone Statuti in miglior rapporto col linguaggio contemporaneo.
    Sagredo e De Pietro non sono paragonabili, né tra loro né con Milosz. Tuttavia entrambi si pongono di traverso, forse nel nobile intento di voler complicare il libero accesso al mito dell’amore eterno: perché divenuto ormai popolare al punto da sembrare una fiaba; come a dire che all’amore, o all’assoluto distacco, servirebbe del disincantato. Ma nel modo in cui lo scrive Milosz, questo accade con maggiore coerenza formale, vale a dire senza lirismo.

  22. Salvatore Martino

    Così anche questo bellissimo frammento generato intorno alla grande poesia di Milosz, con interessantissime “diatribe” tra i commentatori è sparito dopo un giorno dai titoli di testa. Non condivido questa scelta dell’amico Linguaglossa di un’alternanza rapidissima di situazioni, ma certamente avrà le sue buone ragioni per condurre in tal modo il blog del quale è l’anima. Dell’Orfeo di Milosz ho scritto qualche modestisma mia considerazione, dettata più che altro dall’impatto emotivo che questo capolavoro ha trasmesso a tutto il mio essere corpo,e anima e cervello.In una recentissima occasione su questo stesso blog. Quanto alle traduzioni qui proposte , non conoscendo io la lingua madre, posso esprimere un giudizio assolutamente incompleto: mi appaiono eccellenti a giudicare dall’espressione nella nostra lingua. Sagredo finalmente lo trovo comprensibile, mi comunica qualcosa il suo versificare, anche se , a mio avviso, un labor limae più sorvegliato gioverebbe , senza nulla togliere alla pregnanza dei suoi versi, alla sua violenza barocca, a quel tanto di volutamente oscuro che comunque viaggia nella sua poesia. Gli eviterebbe alcune cadute tipo : un’acida zitella affetta da erogene nevrosi taurine. Non mi convincono i frammenti aggiunti salvo l’ultimo del giugno 2015.
    Confesso, ed è forse una mia mancanza, di non conoscere affatto la poesia di Annamaria De Pietro, quindi il mio “giudizio” è quanto mai arbitrario. Se si restringe il campo a quest’unico componimento osservo che si tratta di un poeta che ha grande conoscenza della tecnica, e riesce a immettere nel suo testo uno straordinario andamento musicale con i martellanti endecasillabi che poi si distendono in un versificare lungo, quasi che da un allegro si scivolasse in un largo. Molto bello l’incipit con un senso di mistico abbandono al momento felice dell’attesa, ma anche a quello disperante del ritorno nell’Ade.
    Certo è una bella scommessa per entrambi gli autori di oggi misurasi con Monteverdi e Gluck, con R.M. Rilke oltre che con il grande poeta poeta polacco.

  23. Dopo le diatribe di ieri e di questa mattina, mi sento in dovere di scrivere qualche parola sui quattro testi proposti nel “post” pubblicato ieri.
    Magnifica la poesia di Czesław Miłosz, che purtroppo non so leggere in lingua originale. Per ciò che si evince dalle traduzioni, il Poeta offre il mito di Orfeo ed Euridice in una trasposizione moderna in cui non porte oscure e sentieri tortuosi verso l’Ade, ma ascensori e altri elementi del mondo odierno popolano l’ambiente in cui avviene la catabasi e poi l’anabasi di Orfeo, dal buio alla luce-poesia..
    Non è cosa nuova poiché anche i melodrammi ottocenteschi in certe regie moderne sono trasposti in epoche novecentesche o persino nell’oggi (ad es. “La Walchiria” di Wagner” alla prima della Scala di Milano qualche anno fa). Ciò che conta è il significato del mito che in Czesław Miłosz è presente in tutta la sua drammatica poeticità.
    Eccellenti le due traduzioni. Ho data la mia preferenza a quella di Paolo Statuti per varie scelte lessicali e certi stilemi, naturalmente in lingua italiana.
    La poesia di Antonio Sagredo affascina per l’illimitata fantasia del Poeta e l’estro (certe volte un po’ stravagante) nelle “callidae iuncturae”. In altra occasione avevo espresso il mio apprezzamento del Barocco in sé e in Antonio Sagredo, purché non diventi Barocchismo. Orfeo ed Euridice si sentiranno un poco frastornati ritrovandosi in questo “furor” irrefrenabile di parole, però la poesia offerta da Sagredo in questo post è veramente bella, ma di una bellezza molto, molto particolare.
    Di Annamaria De Pietro che dire se non bene?
    Il mito è svolto con estrema levità, empatia, sensibilità, con moltissime espressioni che dovrebbero essere citate per le raffinate scelte lessicali. La musicalità percorre tutta la composizione con una evidente conoscenza non solo della metrica in tutte le sue varianti, ma anche della tecnica compositiva in musica. Se non è conoscenza è virtù innata. Il cambiamento di metro da una parte all’altra della poesia, pur con una regolarità di “ictus” notevole, penso che otterrebbe un ottino esito nella lettura ad alta voce che Emerico Gachery ama e consiglia sempre.
    Congratulazioni a tutti e quattro, anzi, cinque.

    Giorgina Busca Gernetti

    • Ad Annamaria De Pietro
      (trascrivo, staccandolo dal commento d’insieme, questo individuale per utilità della destinataria)
      .
      Di Annamaria De Pietro che dire se non bene?
      Il mito è svolto con estrema levità, empatia, sensibilità, con moltissime espressioni che dovrebbero essere citate per le raffinate scelte lessicali. La musicalità percorre tutta la composizione con una evidente conoscenza non solo della metrica in tutte le sue varianti, ma anche della tecnica compositiva in musica. Se non è conoscenza è virtù innata. Il cambiamento di metro da una parte all’altra della poesia, pur con una regolarità di “ictus” notevole, penso che otterrebbe un ottino esito nella lettura ad alta voce che Emerico Giachery ama e consiglia sempre.

      Giorgina Busca Gernetti

  24. Leggendo la sequenza dei commenti, a parte imparare tante cose che un istituto tecnico mi ha precluso e delle quali ve ne sono grata, mi accorgo che il problema, come maggiormente eclatante risulta essere da sempre nell’Arte, è una sorta di “difesa” (ma direi senza dubbio “mancanza di accettazione”) da quello che viene definito moderno [dal lat. tardo modernus, der. dell’avv. modo «or ora, recentemente»] e che per definizione (Treccani) “appartiene o si riferisce al nostro tempo o ai tempi più vicini”, sostenendo strenuamente la difesa di quello che è “antico”, passato, classico. Secondo me, ma si badi è solo il punto di vista dell’ultima arrivata in questo luogo, lo stile conservatore da sempre ha conferito maggiore sicurezza a chi lo segue, perché altri hanno rischiato al posto dell’ultimo fruitore; a differenza di chi propone e auspica uno stile moderno che, di contro, implica un rischio nettamente maggiore, poiché non va incontro all’abitudine, al giudizio positivo consolidato, all’opinione, come definirla?, comune, quella insomma che fa prendere il battimano di tutti. La poesia, sottolineiamo che scrivo quello che penso, la mia opinione, ho sempre creduto essere la visione che ciascuno ha del mondo, elaborata in base alla propria esperienza. Di conseguenza, ciascuno di noi pur parlando dello stesso argomento, come di fatto avviene in poesia, lo esterna in maniera differente. Dunque, è palese che nei versi l’IO così strenuamente difeso ci sia, anche senza per forza raccontare il fatto personale, l’episodio meramente inerente la propria persona, come tanta poesia odierna fa. Allora, se l’esperienza del poeta comunque viene trascritta nei suoi versi, che senso ha reiterare quanto accaduto alla propria persona, aspettando i lettori che in essa vi si ritrovino come all’appuntamento giornaliero con le tele novelas? Meglio sarebbe nel corso del proprio percorso poetico, partire da sé e attraccare ad una riva più ampia, che possa essere spiaggia non solo per chi ha la stessa sintomatologia, ma soprattutto, attracco, ovvero punto di riferimento per i tempi e le generazioni successive. E’ vero che questi sono i tempi dell’individualismo esasperato, ma chi scrive poesia non può non sentire la responsabilità del futuro e, di conseguenza, sentire il bisogno di allargare man mano il cerchio dall’ego ad un “noi” ed utilizzare la poesia come mezzo di coscienza collettiva, come spesso ho letto nei poeti dell’est. Parodiando il mio amato Shakespeare – e sperando che non mi venga definita trenodia anche questo intervento, sorridendo sempre spero! – mi viene da dire che “è la tradizione che ci fa vigliacchi tutti”.

    • Cara Angela,
      “Thus conscience does make cowards of us all,”
      “Così la coscienza ci rende tutti codardi,”
      “W. Shakespeare. Amleto, I scena del III atto. monologo di Amleto “Essere o non essere”).
      .
      “Coscienza”, non “tradizione”
      .
      Se anche fosse stato “è la tradizione che ci rende tutti vigliacchi”, la frase, estrapolata dal contesto, perde o muta il suo significato.
      Per inciso, io seguo la tradizione ma non sono e non sarò mai vigliacca, codarda. Seguo la tradizione non certo per non rischiare con il nuovo e assicurarmi gli applausi, anzi, proprio seguendo la tradizione rischio i fischi e le critiche negative.

      Giorgina

      • in effetti io facevo la parodia alla celebre frase shakesperiana!
        e, soprattutto, “ogni parola potrà essere usata contro chi la pronuncia” credo sia un modo di fare da polizia televisiva e non da poeti. Suvvia, mi includo anche io per non “toccare” nessuno, vogliamo compiere uno sforzo in più e iniziare a pensare che quando si replica sui blog ci si riferisce in senso lato?????

        A me, cara Giorgina, la tua poesia piace e la trovo coerente con la tua generazione. E la coerenza per me è una grande dote per chi la possiede. Io sono nata nel 1976 e credo sia legittimo da parte mia cercare una scrittura poetica più consona alla mia, di generazione. E poi, per natura, per carattere, per esperienze pregresse io preferisco il futuro al passato (che già conosco). Serena serata a tutti!!!

        • Cara Angela,
          1) Io non ho mai risposto a te con una frase poliziesca del tipo di quella citata da te. E’ piuttosto ovvio che, anche fuori dal Commissariato di Polizia, dal Comando dei Carabinieri e dalle Aule dei Tribunali, per la critica spicciola o di eccellenza o accademica, una parola o una frase, estrapolate dal contesto, muta o stravolge il suo.
          2) So da sola di avere un’età per cui potrei essere tua madre. Ciò non ti consente di attribuirmi la prerogativa di seguire la tradizione perché più consona alla mia epoca. Ci sono poeti più anziani di me che innovano in ogni senso e altri invece giovani che seguono la tradizione, cosa che, secondo il tuo ragionamento, non sarebbe consona né all’epoca dei vecchi né a quella dei giovani.
          Tu parli della poesia come della foggia degli abiti. E’ naturale che io non mi vesta come mia figlia, benché non mi vesta proprio da vecchierella con la crocchia come un tempo.
          3) Non è vero che nei blog si replica sempre in senso lato. Il verbo stesso “replicare” dimostra che si risponde a qualcuno o a tutti, secondo i casi. In questo blog ci sono i rientri apposta per replicare a una persona ben precisa e gli “a capo” per parlare in generale. Inoltre c’è l’uso di scrivere: “Caro X; gentile Y” per far comprendere che si replica a uno e non a tutti. In senso lato, poi, è ancora diverso.
          4) “A me, cara Giorgina, la tua poesia piace e la trovo coerente con la tua generazione”. In buona fede, ne sono certa, mi hai dato della vecchia ammuffita, seppure con termini più raffinati. Che ti piaccia o no la mia poesia, ora non mi importa proprio più.
          Io sono anziana e mi pregio della mia. Tu sei giovane e ti pregi della tua.
          .
          Mai toccare il tasto dell’età!!!
          .
          Buona serata

          Giorgina

  25. Angela Greco ha espresso un concetto molto importante: il poeta di rango fa poesia per le generazioni future, cioè offre una tastiera, un binario entro i quali la poesia del futuro possa incanalarsi.
    Il problema è questo, quando è che un poeta apre al futuro, e quando è che chiude al futuro? Formuliamo il problema in altri termini. Chi è stato il poeta italiano o chi sono stati i poeti italiani che nel secondo Novecento hanno aperto la poesia alla strada del futuro? E quali sono stati i poeti che invece hanno vissuto, in modo parassitario, sulle spalle della tradizione senza apportarle sostanziali novità?
    Ecco, mi piacerebbe conoscere il parere dei lettori in proposito. Grazie.

    • Caro Giorgio,

      per ora rileggi, per favore, la risposta di Angela a me e la mia a lei.
      In seguito scriverò altro. Ora sono stanca e devo curare un malato.
      Buona serata anche a te

      Giorgina

    • gabriele fratini

      Opere fondamentali e innovative al tempo stesso (quindi non le più belle in assoluto). Nel secondo Novecento nessuna. Nel primo Novecento L’allegria e Ossi di seppia, Acque e terre.
      Se proprio devo individuarne qualcuna, Le ceneri de Gramsci, Il franco cacciatore, Galateo in bosco.

  26. antonio sagredo

    “non ho dunque aspettato l’aurora per vedere la luce”

    • Gentile Antonio Sagredo,
      per sua comodità le ho trascritto qui il mio breve scritto sulla sua poesia. sopra unito a quello sugli altri poeti.
      .
      La poesia di Antonio Sagredo affascina per l’illimitata fantasia del Poeta e l’estro (certe volte un po’ stravagante) nelle “callidae iuncturae”. In altra occasione avevo espresso il mio apprezzamento del Barocco in sé e in Antonio Sagredo, purché non diventi Barocchismo. Orfeo ed Euridice si sentiranno un poco frastornati ritrovandosi in questo “furor” irrefrenabile di parole, però la poesia offerta da Sagredo in questo post è veramente bella, ma di una bellezza molto, molto particolare.

      Giorgina Busca Gernetti

  27. antonio sgaredo

    “non ho dunque atteso l’aurora per vedere l luce”

  28. Cara Giorgina,
    credo che Angela Greco non volesse esprimere alcun apprezzamento men che positivo nei confronti della tua poesia, la frase da lei usata non voleva in alcun modo offendere nessuno, tanto meno te. Figurati che la Greco mi aveva inviato, precedentemente alla pubblicazione il pezzo chiedendomi se poteva pubblicarlo, e io, dopo la lettura le risposi di sì. Credimi, io non ho letto nel commento della Greco nessun elemento che potesse essere inteso come mancanza di tatto o di bon ton. Semmai, nelle parole dell’autrice del commento, si può leggere una scarsa frequentazione del linguaggio critico ma non mai una scarsa considerazione della tua poesia o di altri.
    In particolare la Greco intendeva rispondere al quesito da me posto, lo ammetto, in forma anche capziosa. Ma il problema da me posto credo che esista, ma non come differenza generazionale tra le generazioni di poeti, questo principio classificatorio lascia ovviamente il tempo che trova, io intendevo riferirmi a quei pochi grandi poeti che nel corso di un secolo o due APRONO la poesia a ulteriori sviluppi, e a quei poeti, pur molto bravi, (come il Montale di “Satura” che, da una parte chiudono con la stagione della precedente poesia), e dall’altra aprono alla poesia del futuro… Insomma, una questione schiettamente critica, molto controversa, di cui oggi non si parla mai, segnale dimostrativo di una certa carenza di idee in circolazione… Tutto qui.
    Credimi, se c’è stata una negligenza, quella è da addossare semmai a me per la mia imperizia ad individuare la frase contestata come un possibile casus belli. Cordiali saluti.

    Ho inserito stamane un post che riguarda questioni molto grandi, e forse lontane, ma che ritengo abbiano un grande riflesso sulla poesia che si fa oggi nel mondo. Mi piacerebbe conoscere gli avvisi dei lettori del blog. Grazie e arrivederci

    • grazie per il chiarimento, Giorgio. La questione generazionale è stata da me chiamata in causa con scarsa frequentazione del linguaggio critico, perché io non sono un critico, soltanto per differenziare due estremi di un medesimo argomento, la Poesia, in maniera assolutamente estranea ai singoli casi. Imparerò anche a tacere nei casi specifici. Grazie, comunque, della libertà d’espressione che consenti in questo blog. Un caro saluto.

  29. COMUNICAZIONE DI SERVIZIO. LA REDAZIONE HA CANCELLATO ALCUNI COMMENTI DI CARATTERE PERSONALE IN OSSEQUIO AL PRINCIPIO CHE I COMMENTI PERSONALISTICI NON SONO CONSENTITI E CHE IL BLOG È UN LUOGO CHE OSPITA COMMENTI DI CARATTERE E DI INTERESSE PUBBLICO SU QUESTIONI LETTERARIE E FILOSOFICHE –

  30. Gentile Giorgio,
    se finora ho frequentato con piacere il blog “L’Ombra delle Parole” la ragione sta nella difesa dei principi che regolano la civile convivenza tra persone che scrivono poesie con gusti e stili diversi ma rispetto reciproco, indipendentemente dalla generazione cui appartengono.
    Il consueto caro saluto

    Giorgina
    .

  31. antonio sagredo

    Devo ringraziare Giorgina B. G. per le parole misurate, mai fuori, dico in maniera sconsiderata, nei miei rriguardi; credo che il blog farebbe bene a tenersela cara poi che è persona seria e capace: p. e. conosce di metrica molto più di me e di tanti altri e quando spiega o chiarisce non è mai pedissequa o rindondante; p.e. ho apprezzato il duetto Gernetti-De Pietro… queste due donne, ognuna a suo modo, non possono far che bene alla Poesia. – La “nuova” Angela Greco è persona entusiasta e credo che ami la Poesia semplicemente e cerca di dire o affermare la sua idea di Poesia, ma non credo abbia trasceso con chicchessia…- passando ad altro comunico che spero di iniziare col nuovo anno un nuovo ciclo poi che le mie “poesie mostruose” mi hanno stancato: ho anticipato tanto di ciò che è successo negli ultimi tempi, come dimostrano anche i mie versi lontani degli anno ’70 e ’80. E allora sia la Poesia Beata con Parole Beate… che già Mandel’stam affrontò (non si comprenderà mai abbastanza quessto Poeta se non si ha chiara la sua idea di Poesia Beata – capisco che è roba da slavisti, come capisco la difficoltà di chi non lo è), comunque spero umilmente di riuscirci.
    grazie. a. s.
    p.e. – il mio verso su citato è un esempio di beatitudine..

    • caro Antonio Sagredo non vedo l’ora di leggere (anche) le nuove poesie. Sempre con entusiasmo!!

    • Gentilissimo Antonio,
      non posso che ringraziarti con animo commosso per le lodi che mi hai rivolte con generosità e parole sincere.
      Attendo con grande interesse e trepidazione dello spirito le tue nuove poesie. Mi chiedevo, infatti, di chi mai fosse quel verso che, per quella delicata atmosfera aurorale, mi ricordava un certo fiorentino di nome Dante.
      Di nuovo grazie e un cordiale saluto

      Giorgina

      P. S. – Non chiamarmi più “la Gernetti”, per favore!
      Lo facevano i miei allievi liceali soprattutto quando avevano da lagnarsi per i voti non graditi!

  32. antonio sagredo

    Cara Giorgina,
    chiedo scusa, ma ho scorso tutti gli interventi miei, qui, e l’articolo “la” non l’ho trovato. E l’unico “la” trovato è nel Tuo:
    “Ecco che io mi firmo “la fu Giorgina che vive…”
    — a meno che io non sia cieco come Omero!
    saluti
    a. s.

    • Caro Antonio,
      mi spiace che tu abbia perso tempo nella ricerca del “la”. Comunque è il mio secondo cognome, usato da solo per nominarmi, che mi ricorda i momenti sgradevoli di quegli anni “gloriosi”. Ero convinta che ci fosse l’articolo prima del cognome, o forse era l’eco della voce dei miei ragazzi: “La Gernetti m’ha dato 2 in latino!”
      Ti ringrazio per la sollecitudine e ti saluto caramente

      Giorgina
      .

  33. Annamaria De Pietro

    Desidero ringraziare tutti coloro che hanno espresso un giudizio lusinghiero sul mio sperso Orfeo.
    E in particolare ringrazio Giorgina perché ha voluto replicare il suo giudizio, sottolinearlo con cura.
    E’ davvero molto piacevole chiacchierare così, fra conoscenza e conoscenza, attenzione e attenzione.
    Saluto tutti.

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