Armando Patti (1914-1997) “Nel labirinto poetologico” – con una Scelta antologica delle poesie da Avanguard’aria (1977), Terra d’uomo (1978), Il gaio corpo (1995) e da Poemetti ipostatici (1996) Commento di Donato di Stasi e un Appunto di Andrea Zanzotto

Le Trou Noir, lithographie et dessin (1992) de Jean-Pierre Luminet

Le Trou Noir, lithographie et dessin (1992) de Jean-Pierre Luminet

Armando Patti (Catania 1914 – Roma 1997) ha esercitato la professione medica nella città natale fino al 1985. Ha pubblicato: Nelle ore mobili  (Firenze 1972),  Avanguard’aria (Roma 1977), Terra d’uomo  (Padova 1978), Un punto fuori pagina (Manduria 1983), L’ora intemporanea (Firenze 1990), Il gaio corpo  (Roma- Catania 1995-2002), Poemetti ipostatici (Roma 1996), Essere viaggio (Catania 2003), postumo.

 karel-teige-collage-1937-1940 1

karel-teige-collage-1937-1940 1

Commento di Donato di Stasi

Fedele al giuramento ippocrateo, pensatore positivista-contingentista, poco innamorato della parola innamorata, accreditatosi per restituire processualità alla poesia percepita dai più come istituzione archeologica, Armando Patti se ne sta appartato per anni con le sue intermittenze imprevedibili che balzano dalla polvere lirica e dai regesti medici in un mélange così metaletterario e così acutamente personale: un poeta pensante che oscilla tra le altezze del metafisico e le orizzontalità dell’empirico, sempre tirando a sé il filo rosso di una calibrata e scardinante ironia. Il lessico leggero e la musica sfumata delle sue composizioni lo apparentano a una tradizione medico-poetico-filosofica di ascendenza medievale e rinascimentale.

A scorrere i suoi libri si capisce come l’industria delle parole non accenda solo i tabloid  e gli schermi televisivi, al contrario essa può riepilogare una fitomemoria ancestrale, una biosfera crepitante  e vitale, il tondo dell’eterno ritorno che svolge  e riavvolge la progressione verso l’Inconnu, verso la polpa di un esistere consapevole (“solo carnale di memorie algali/adolesceva già Biogea/(…) voglie/di polpa nuova./Non so quanti fotoni vorticarono,/da quanti antea, quanta/attimità” da L’ora intemporanea).

Il quanto di energia fondamentale indivisibile (il fotone), nella sua doppia natura ondulatoria e particellare, strappa la poesia alla sua paleografia e la scaglia turbinosamente nel futuro, introducendolo a furia di numerosi presentimenti. Natura e Cultura, Ancestralità e Modernismo, l’idillio teocriteo del III sec. a.C. e la rivoluzione scientifica novecentesca di Max Planck definiscono gli estremi, il limes di una scrittura mobile, enigmatica, saltellante, capace di smontare le gabbie prosodiche tradizionali per liberare un quantum di significati inusitati (attimità), di inconsuete spinte esistenziali (“voglie/di polpa nuova”).

Spettatore interessato di un mondo irriflesso e incosciente di sé, Armando Patti dissemina i suoi versi di indizi semantici precisi (carnale, pelle, erbe, minuto-luce, fotoni), ribadendo che l’oggetto recalcitrante e, all’apparenza muto, della poiesis va ravvisato nel Tempo (quando, antea, attimità), ossia nella dimensione bifronte, divaricata per una parte verso l’eterno, per altra parte verso la contingenza, regolata dal metronomo di una monotona e soffocante quotidianità.

Nel citato L’ora intemporanea del 1990 il medico-filosofo catanese osserva gli orologi vuoti dei passanti, si rende conto (per noi) del modo in cui la temporalità si stratifica, si ingarbuglia in uno gliommero gaddiano, includente realtà, virtualità, potenzialità, possibilità, probabilità, casualismo: segmenti di tempo si addossano l’uno all’altro, si sovrappongono, autodistruggendosi, annichilendo la propria essenza di contenitori metareale di enti. Non  può che derivarne una versificazione disperatamente e sarcasticamente ellittica, acquartierata nella polisemìa, nel prospettivismo più aperto e libertario (“Questi arboricoli che non ne opossum più/vederli pendere alle glorie delle code in quel pallore/sbieco delle notti d’Orse/-in la maggiore in la minore- e le pupille più insettivore che/corrono in un’orbita (piuttosto orbastra) a caccia di/mammiferi padriferi di qualche pollo od ofidi di paradisi lutulenti vermi/di mele originarie…!…ET OMNIA NOMINALIA” da Avanguard’aria).

Cadavre exquis André Breton, Frédéric Mégret, Suzanne Muzard, Georges Sadoul, gouache sur papier noir daté du 10 janvier 1929.

Cadavre exquis André Breton, Frédéric Mégret, Suzanne Muzard, Georges Sadoul, gouache sur papier noir daté du 10 janvier 1929.

Armando Patti risolve la crisi di rappresentatività del discorso letterario, appigliandosi ai frammenti di senso ancora disponibili. Questo giustifica l’alternanza di tempi veloci e lenti, i marcati cambiamenti di atmosfera, il tono teatrale e seduttivo dei recitativi, il fervore dei pensieri ariosi, magnificamente sostenuti dal basso continuo di una graffiante malinconia di fondo (“in tutta la sua essenza della pelle attonita sulle ossa     e vol/ta a volta av/volta dalla leggerezza spinta di non/so che nudo vento e”, Avanguard’aria).

Dai numerosi contrasti di registri alti (essenza) e bassi (ossa) scaturiscono i pieni orchestrali, melodicamente fluenti, ritmicamente marcati in una mescidanza concertante in cui il Nostro accasa la sua peculiarità di poeta (“Persone-passi./O cose-passi/se le cose come pare avanzano nello smottamento di tutto verso altro   altro tutto./Le cose che ci passano una dopo l’altra una dentro l’altra” da Poemetti ipostatici).

Se l’amico-sodale Andrea Zanzotto destruttura i significanti, affondando il calamo nelle pastoie dell’inconscio individuale e collettivo, Armando Patti monta la sordina di piombo ai significati per renderli a un tempo più opachi e più squillanti. Ritiene che attraverso pause improvvise, cariche di tensione, si possa ancora spartire e isolare le parole fino a farle deflagrare in urticanti epifanie.

La sequenza dei significati, ovvero la cornice linguistica assemblata e ornata, allude a un barocco ammonitorio, in sostanza uno stile segnato da volute astrattezze e ornati, allo scopo di racchiudere tutto il grottesco  e la ferocia immedicabile della vita. Il poeta siciliano cammina con la sua croce conciliare nella bufera infernale del quotidiano, issa i suoi vessilli visionari e non si preoccupa della speranza, inscritto com’è ogni evento nel cerchio della necessità.

Se le mie preferenze vanno indubitabilmente a Avanguard’aria, per la dinamicità e la potenza ustionante della scrittura, tra le opere destinate a rimanere segnalo Il gaio corpo, un curioso atlante allegorico, una stramba tavola metaforica sospesa tra la corruttibilità degli organi e l’incorruttibilità del pensiero che esercita scetticismo e disincanto alla maniera della Gaia Scienza di nietzscheana memoria.

Nel gaio corpo la vita fluisce per frammenti e per schegge, incanalandosi in un ordinato labirinto di funzioni vitali, scorporate una a una secondo la dinamica verticale alto-basso (il pendolo della testa e i piedi abbarbicati come radici alla terra), segue l’intermezzo degli altri organi presentati come dramatis personae di una sapida commedia metafisica dal tono leggero e elegiacamente vibrante (“Attimo. Soffio/Parola magica alla creta./Fra le banali concretezze – testa coda/enzimi alle budella – dolce/al  sangue/il suono/d’insulina/o l’ondoso silenzio di/kallicreina/che evoca l’inizio/a corsa nelle arterie della gaia Bellezza”, il pancreas).

Un pensiero poetico forte (poetante in senso leopardiano) riporta la scrittura alla dimensione che le si acconcia maggiormente, id est la luce, inoltre torna a bussare come Parmenide alla porta della dea Dike (la giustizia), lasciando il lato dell’adikìa (l’ingiustizia) ai veneratori dell’Impero del Falso.

Armando Patti prega e impreca con la stessa spina nella carne di Kierkegaard: sa dell’inutilità per i più della poesia, prosciugata da canzonettari e sottoacculturati, sa anche dell’impossibilità di fare a meno di quel pungolo che tiene desta la coscienza e le impedisce la diffusa catatonìa.

Non siamo all’eroico furore del Nolano bruciato a Campo dei Fiori, non c’è bisogno di iconoclastia e di sovvertimento della tavola dei valori, ci basta questo furore della retorica, questa padronanza delle tecniche di scrittura per ascrivere Armando Patti tra le voci degne della nostra migliore storia letteraria, tra coloro che hanno saputo stabilire con leggerezza d’animo e profondità di pensiero una netta cesura fra verità e menzogna.

Nereidi, 19 ottobre 2015                                                               Donato di Stasi

Citazione di Andrea Zanzotto da nota introduttiva a “The eye inside the wind. Selected Poems” Gradiva Publications, N.Y, 1999

C’è nell’opera di Armando Patti, come si è venuta configurando in questi ultimi decenni, un particolare valore di presenza, anche nel suo volersi appartata e defilata. È un porsi davanti in un «punto fuori pagina», come suona il titolo di una delle sue opere, uno sporgersi oltre il sapere dato per rilanciarlo nel campo aperto dell’ascolto, fino all’apparizione dell’«altro», cui risulta partecipe, in un gioco di identificazioni e smascheramenti continui, lo stesso lettore. Patti muove da una attenzione all’elemento materico, in cui le strutture fisiche, il corpo vengono messi in rilievo nelle loro grandiose ed irritanti paradossalità, su una linea sperimentale e ludica che include Marinetti e risente delle esperienze artistiche attraverso Dada, Mirò, ma anche Kandinskij fino al più crudele Burri. egli aggredisce, ma con ironia, le strutture linguistiche, scorticandole perché appaia il proprio identikit e lasciando le parole raggelate e trafitte ma pur rinnovate nel «vuoto» del loro «suono» per «sterminati pori».

Ma esiste in questo poeta anche una tensione opposta che lo spige ad una meditazione verso l’analogia e il mistero. Si pensa soprattutto a Poemetti ipostatici, dove la pagina diventa il luogo di un’interrogazione profonda sul generarsi del senso e dove è la lingua a cercare l’io, «sparpagliato e capovolto», sperduto nel labirinto delle parole come abisso della più pura astrazione, tra Parentesi, Sillabe, ellissi, Concavità e Covnessità, Cotangenze. È un universo che può ricordare il divertente mondo a due dimensioni di Abbott Abbott. Flatlandia, non fosse per le forze originarie da cui è premuto e deformato. Fatto di coaguli e punti luce, esso ha la densità e insieme l’incanto epidermico di meditazione tra esistenziale e analogica, seconda anta di una bipartizione di stile e temi. Affacciato al baratro del proprio corpo e insieme sul vuoto cosmico Patti ci appare quindi come in un «femo bilico»

armando patti

armando patti

Armando Patti
ANTOLOGIA

Anche riponga tutti i cocci in aria,
non saprò mai che fu sentirti gli occhi
che finivano
senza palpebre accanto.
Solo un immenso plenilunio intorno.
Chissà che grande entrò nelle tue vene
l’ultima luna,
a un cielo sbotolatosi.
Ti basterà per il tuo buio?
Le mani aperte.
E corse incontro a un precipizio nelle mani aperte
tanta terra

(“Icaro” da Nelle ore mobili)

*

Questi arboricoli che non ne opossum più
vederli pendere alle glorie delle code in quel pallore
sbieco delle notti d’Orse
-in la maggiore in la minore – e le pupille più insettivore che
corrono in un’orbita(piuttosto orbastra) a caccia di
.e originarie………!……….ET OMNIA NOMINALIA…………….
Come opossum fare
a non vederli appesi ad esili “specchietti”
di stelle lontanissime galassie notti fonde a dondolare e
gocciolare con le scaglie d’aria che tintinnano nel muco mucido ai marsupi assurdi
IN VACUITATE MAXIMA
marsupi-bocche centenarie che centellinano
sdegnosamente sdentatamente dei neo-nulla sibili brandelli di
quel VERBO –CARNE che fa solo ombra del SUO nome……..
……..come se non portaste giocolieri dell’oggioco nelle animule ancestrali il peso
del vostro pelo dilaniato
alle pelli ferite in simulate vene senza nessi senza
il corso rosso delle sillabe che pieghino i ginocchi al vostro enorme sacro nome
OPOSSUM
che penzola agli uncini nudi ruvidi di rami senza foglie a quegli
uncini muti di significanti che non ne opossum più che dondolano un
INSIGNIFICAT
di plurisignificazione là tra il lusco e il brusco//o losco e bosco?//
in un groviglio intricone
di peli elettrici di fili impercettibili di megavolts
in supertensione

(INSIGNIFICAT da Avanguard’aria)

*

Galli al buio
galli di solitudini
sgolate lontananze agli angoli
sbattute ricadute a un’eco
senza requie. Galli
di là da ieri
da domani
albe non nate
all’improvviso vive
in un ultimo collo che si stira
che si strozza
nel pozzo di silenzio delle notti
senza fondo

(“Galli notturni” da Terra d’uomo)

*

Aprire questa teca l’osso
delle memorie che mi capovolgono nell’ondulo
del passero
che mi spiava
su un filo di metafora
(di metà nuvole di metà sole)
ariosa ellisse
con le tue ciglia curvisillabe
con la tua arcuata
metà riso
arioso nido ariosa
mia metafora
di metà tu di metà io nello scivolo
delle mie dita che
si sparpagliavano
nel volovento
dei sensuosissimi tuoi passeri-capelli

(“Passeri-capelli” da Un punto fuori pagina)

*

Patrick Caulfield (1936-2005) english pop artist anni Sessanta

Patrick Caulfield (1936-2005) english pop artist anni Sessanta

Supina, occhi socchiusi, appena
accesa, di magnesi dentro,
solo carnale di memorie algali,
adolesceva già Biogea
a una penombra, a un tondo quando
in cui senti alla pelle una verde prurigine. Erano erbe.

Beveva luce e sensi
minuto-luce per minuto
e le montavano silenzi a tratti, crepiti,
fitoansie,
tutto un fondale di presentimenti notti
voglie
di polpa nuova.

Non so quanti fotoni vorticarono,
da quanti antea, quanta
attimità
negli orli d’un archetipo di cerchi scesi
a incellularsi, a riciclarsi,
da un foro o globulo
di lontananze
e cosmici crepuscoli.

Le lune modulavano
ellissi sotterranee, ombrate epifanie.
Sentiva avvolgersi turgori Bio,
incontenibili contorni, aprirsi
a bocca assorta
a giri di vertigine di anelli,
a compitare già le prime sillabe
del libro (sicut
erat intus),
farfugliando nel vento
ampolle, pollini.
Un giorno di passaggio in piena nelle vene,
sorpresasi in flagranza
di nude labbra schiuse,
le ricoprì con quella foglia orlata
di malizia
che ventilando ammicca

(“Supina occhi chiusi” da L’ora intemporanea)

*

Forse in principio era il suo nome.
Pronuncia d’incantesimo. Amplia
Lo spazio, dentro, il tempo
in quell’intuito panico
del tutto
attonito
della cosa creante.
Attimo. Soffio.
Parola magica alla creta.
Fra le banali concretezze – testa coda
enzimi alle budella – dolce
al sangue
il suono
d’insulina
o l’ondoso silenzio di
Kallicreina
che evoca l’inizio
a corsa nelle arterie
della gaia Bellezza.
E la materia?
Un’apparenza un simulacro
della mente
se ci risuoni dentro
la cavo eco panica

“PANCREAS” (Il pancreas da Il gaio corpo)

*

Camminare fra passi.
Persone-passi.
O cose-passi
se le cose come pare avanzano nello smottamento di tutto verso altro altro tutto.
Le cose che ci passano una dopo l’altra una dentro l’altra
dentro tutte le figure della mente apparse e sparse come niente. Equilibrarsi a un sequen-
za di segni metronomi di una distesa senza termine bifronte.

Ancora passi dietro.
Anonimi di folla solitaria
contorni mutilati che inseguono arrancano per tenersi nel cerchio della carne.
O del suo nome.
O delle immagini che nascono già innanzi per un identico stampo.
Passi senza pelle. Passi senza tempo.

Non posso scrollare me-passi.
Queste presenze assenti
su una medesima orma.
Che può essere un granello
dentro l’occhio.
O una goccia dentro l’occhio.
O un vento dentro l’occhio.
O l’occhio dentro il vento

(“Camminare fra passi” da Poemetti ipostatici)

*

Quel volto se ne va.
Senza sapere niente
dei gesti propri, intimi
vissuti entro il viaggio estraneo
nella mia mente.
Eppure resta. Anche così a metà
d’un attimo di transito
sospeso ora in cornice
che già sa d’antico. L’occhio
sfuggito va dritto
verso un Duemila sfatto. Il pizzo
-mistero della vita viva
nel suo viaggio-,
staccatosi dal quadro,
chissà mai dove ancora
starà agitandosi
come una coda mozza di lucertola

(“Quel volto se ne va” da Essere viaggio. Inediti)

Donato Di StasiDonato di Stasi è nato a Genzano di Lucania, ha viaggiato a lungo in Europa Orientale e in America Latina prima di stabilirsi a Roma dove è Dirigente Scolastico del Liceo Scientifico “Vincenzo Pallotti” dal 1999. Ha studiato Filosofia a Firenze, interessandosi in seguito di letteratura, antropologia e teologia. Giornalista diplomato presso l’Istituto Europeo del Design nel 1986, svolge un’intensa attività di critico letterario, organizzando e presiedendo convegni e conferenze a livello nazionale e internazionale.

Ha pubblicato articoli per il Dipartimento di Filologia dell’Università di Bari, per l’Università del Sacro Cuore di Milano e per l’Università Normale di Pisa. In ambito accademico ha insegnato “Storia della Chiesa” presso la Pontificia Università Lateranense. Attualmente collabora con la cattedra di Didattica Generale presso l’Università della Tuscia di Viterbo. È Consigliere d’Amministrazione della Fondazione Piazzolla, è stato eletto nel Direttivo Nazionale del Sindacato Scrittori. Per la casa editrice Fermenti dirige la collana di scritture sperimentali Minima Verba. Ha pubblicato «L’oscuro chiarore. Tre percorsi nella poesia di Amelia Rosselli», «II Teatro di Caino. Saggio sulla scrittura barocca di Dario Bellezza» (1996, Fermenti) e la raccolta di poesie «Nel monumento della fine» (1996, Fermenti)

Annunci

4 commenti

Archiviato in Antologia Poesia italiana, critica della poesia, poesia italiana del novecento

4 risposte a “Armando Patti (1914-1997) “Nel labirinto poetologico” – con una Scelta antologica delle poesie da Avanguard’aria (1977), Terra d’uomo (1978), Il gaio corpo (1995) e da Poemetti ipostatici (1996) Commento di Donato di Stasi e un Appunto di Andrea Zanzotto

  1. antonio sagredo

    Non posso che essere d’accordo con Di Stasi in questa analisi – che già ascoltato in diìverse occasioni di presentazioni di libri di poeti, (mi) colpisce per la sua chiarezza dialettica senza smarrirsi in periferiche citazioni culturali che nulla hanno a che fare con la poesia che sta trattando…

  2. Scrivevo nella Introduzione del n. 25 di “Poiesis” dedicato ad Armando Patti:

    «È bene dire subito che A.P. è un poeta strategicamente importante nell’ambito della crisi della post-avanguardia, perché segna l’esaurimento della proposta di poetica della neoavanguardia, certifica la crisi interna alla post-avanguardia non più reversibile né risolubile. Con Patti termina la spinta propulsiva che, in qualche modo, la neoavanguardia ha lasciato in eredità alla poesia italiana del Novecento. Dopo il 1977, ovvero, dopo la pubblicazione di Avanguard’aria, abbiamo chiara cognizione che gli istituti stilistici predisposti dalla neoavanguardia sono diventati, di colpo, istituzioni archeologiche. Dopo il 1977 appare sempre più chiaro che non può più continuare ad esistere una “avanguardia” che si auto designa a guardare in avanti verso la processualità incombente del futuro. E Patti, che con la prima opera, Nelle ore mobili (1972), si presentava come un poeta che utilizzava gli istituti stilistici precedenti, quelli della neoavanguardia, con Avanguard’aria, cambia di colpo la propria posizione strategica: assume mimeticamente tutto l’assetto e l’armamentario neoavanguardista per rovesciarlo parodisticamente dall’interno e mostrarne la ormai completa inutilizzabilità. Agisce come una scheggia impazzita entro le truppe letterarie della post-avanguardia, si stacca dalle sue retrovie per operare uno svuotamento degli istituti stilistici dell’avanguardia divenuta ormai Opposizione permanente dell’arco costituzionale letterario…»

  3. antonio sagredo

    io che non nulla da spartire con qualsiasi ante-avanguardia, avanguardia, postavanguardia e altre diavolerie di correnti, movimenti, cricche e cricchette, gruppi e gruppetti, partiti e partitini, e così via… fino a giungere nell’anonimato più completo e assoluto e che mi divertivo ad ascoltare quali fandonie accalamate venivano pubblicate fino a girarmi tutto coi miei tacchi voltare le spalle e andarmene via, via! (e questo ho fatto per 50 anni!) ho sempre guardato con occhio bieco e sinistro questo dimenarsi e avvilupparsi di vermi-poeti noti, non-noti-notissimi e così via… insomma da questo baillamme poetico se ne venivano fuori soltanto due o tre rappresentanti “seri”… più lontano ero e più mi ritrovavo nella mia Poesia!
    Il Patti si dimenava nella sua “versificazione disperatamente e sarcasticamente ellittica, acquartierata nella polisemìa, nel prospettivismo più aperto e libertario” e si diversificava a giusta ragione, ma era troppo avvinghiato e artigliato per potersene uscire tutto e indenne!
    La Busacca e la Madonna (scoperte da me qualche anno fa) ne avevano da vendere di talento in quegli anni, ma anche esse stritolate dai quattro scazacani di poeti che dominavano la scena.
    Il Ripellino, il meno provinciale dei poeti italiani era insofferente, e il Villa, aristocratico dormiva sotto i ponti del Tevere, se ne stavano lontano dal chiassume: loro coi loro poeti amati guardavano sdegnosi la deriva…
    io ancora più sdegnoso me ne andavo verso Saturno per ossrevare quel puntino che chiamiamo Terra! E di questa sapevo la historia che in versi
    cercavo di imitarne le storture.

  4. gabriele fratini

    Molto apprezzato. A parte l’illeggibile Insignificat probabilmente frutto della moda di quei tempi, gli altri testi toccano profondità che non mi lasciano indifferente, e anche formalmente mi colpisce una certa ricchezza e arditezza lessicale. Un saluto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...