Duška Vrhovac DUE POESIE inedite “In città con Bukovski”, “Liberazione a via del Corso” e altre poesie tratte da “Quanto non sta nel fiato” (2015) traduzione di Isabella Meloncelli con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 

cockail di immagini femminili

cockail di immagini femminili

Due poesie inedite di Duška Vrhovac

Commento di Giorgio Linguaglossa

Uno dei problemi comuni che la poesia e il romanzo europei hanno di fronte oggi è l’eccesso di realtà, l’iperrealtà, o di ciò che la maggioranza intende sia la «realtà» e il «realismo» che ne consegue. C’è in giro oggi in Eurolandia il timore dell’infezione della realtà, il timore di essere infettati dalla realtà, di non poterla raggiungere o di non volerla raggiungere, di non poter aggiungere nulla a quanto è stato già detto e scritto. Il romanzo e la poesia del Novecento sono ormai alle spalle, cos’altro resta da fare ad un poeta europeo di oggi che parla e scrive in una lingua di un piccolo popolo come Duska Vrhovac che scrive in serbo?. Il problema è tanto più grande quanto più la comunità dei parlanti di un poeta si restringe, e Duska Vrhovac è un poeta particolarmente sensibile a questa problematica, lei che appartiene ad un piccolo popolo guarda all’orizzonte europeo. Problematica ben viva in Europa tanto più in quanto oggi la poesia è chiamata a svolgere non più un ruolo di «supplenza», «specifico», diciamo, di «nicchia» entro le coordinate stilistiche delle letterature di appartenenza, quanto invece un «ruolo assente», «una funzione inesistente». Ed appunto questa, credo, è la sua funzione, che la poesia non corrisponde mai ad una espressione esistenziale immediata, ma è data sempre nella mediazione delle mediazioni. Voglio dire, e la Vrhovac lo dice con me, che anche una «funzione inesistente» ha, per paradosso, una sua legittimità ed un suo valore. Oggi in Europa accade che alla poesia non venga conferita alcuna funzione socialmente identificabile, ma questo, credo, è anche la sua forza. Anche i Dipartimenti di letteratura contemporanea se ne stanno alla larga dalla poesia. Accade che nell’epoca del disincanto e della stagnazione economica e spirituale oggi non si chieda più nulla ad un poeta. E il poeta, per contro, non chiede più nulla al lettore È questa la crisi, di ruolo e di identità, che un poeta europeo di oggi deve affrontare. Duska Vrhovac ne è consapevole, lei che si muove tra Belgrado e Roma, avverte come l’eco di una minaccia: che la più grave accusa che si muove oggi alla poesia è che essa sia una attività onanistica, turistica, olistica. Accusa non del tutto infondata a giudicare dalla poesia che viene prodotta oggi in Europa, poesia che ha il timbro e il sapore di una saponetta, con tutti gli ingredienti e i profumi eufuistici al loro posto. Ecco spiegata una poesia come quella che Duska Vrhovac scrive passeggiando per le strade di Roma: una poesia fintamente turistica, che narra degli «sconvolti turisti» che passeggiano a «via Del Corso». La composizione comincia in sordina, come una poesia simil turistica del tipo di quella che si scrive in Eurolandia; man mano che la poesia progredisce si cambia il colore, si alza il tono, si amplia l’orizzonte, si cambia discorso, si assume un lessico quasi sacrale. Da un minus ad un majus. Fino al peana finale che sembra quasi una partitura di parole per un coro, una sacra rappresentazione, l’incitamento a scrivere poesia perché non ancora tutto è perduto. C’è un’ultima possibilità, un’ultima tenzone da affrontare. Poesia virile, dunque, questa di Duska Vrhovac, che ha alle spalle non solo la tradizione della poesia serba, ma quella europea, rivissute in modo singolare. Ed è questo, forse, il vantaggio di un poeta serbo rispetto alla nostra disincantata e disillusa tradizione poetica del presente, dove va di moda una cultura dell’ironizzazione, dello scetticismo e del disincanto,Duska, invece, rilancia: «I poeti sono i miei soli veri fratelli». (D.V.)

Duska Vrhovac Miami Airport 2008

Duska Vrhovac Miami Airport 2008

Liberazione a via del Corso

Questo viola, come indurita goccia di dolore
fuggita dal pennello del pittore stanco,
cade sulle mie pupille annebbiate
e nella misteriosa veste del crepuscolo
avvolge Via Del Corso

Come mai qui, fra gli sconvolti turisti,
che, come la serpe la propria coda,
pescano se stessi sui resti dell’altrui storia,
vedo questi sodali di Kéri
dai visi con le tracce delle doglie
negli sguardi sguerci e agli angoli delle labbra?

Che siano diretti all’incontro segreto
con il Don Chisciotte di Farinelli
che in questi giorni mi sta alle costole
ripetendo all’infinito la stessa domanda:
come elevarsi in perpetuo e irreversibile volo
se come albero con le radici
con i tuoi fragili artigli sei incarnito nel suolo?

Passano degli Arabi, offrono meraviglie da poco
un gruppo di giovani emozionati con gli smartphone
fotografa una nota truccatrice
come passasse in persona Dante Alighieri.
Esaltata dal loro fervore
io dimentico il soffitto bucato
della mia casa belgradese
e leggera come il primo verso di un canto nascente
piano, recito a me stessa:

Salve a te Kéri László!
Salve Ezio Farinelli!
Questi esseri di sangue e carne
che portano i nostri nomi sono usurati
scompaiono, il che ci perseguita,
ma non siamo noi questi, amici miei,
noi siamo le nostre tele indistruttibili
e quei libri incombustibili e lettere, versi
come manciate di colori gettate sul viso del mondo.

Contro di noi nulla possono tutte le fabbriche del male
che lavorano non-stop
né i loro incendi o alluvioni
a scadenza infinita!
Con l’immagine e il verso, noi nonostante tutto
penetreremo tutti i bozzoli e le armature
come il guscio dell’uovo cosmico
da cui torneremo a rinascere.
Salve, a te Roma!

(Roma, 15 luglio 2015)

Duska Vrhovac Cop

In città con Bukowski

Tutt’intorno carne
ossa
sangue
collegati da nervi assottigliati.

In alto
nell’arco del cranio
un’energia
che un tempo fu mente.

Nel vuoto
del torace
fischia il respiro stentato
dell’anima consunta.

Incallite le dita
sui secchi rami delle mani
battono
battono, battono.

Manca la gola
manca la voce
mancate voi
manco io.

Andiamocene altrove, Charles
le discariche cittadine sono colme
i manicomi sono al completo
anche al cimitero si stenta a trovare un posto.

*

Credo che per comprendere una poesia come quella della balcanica Duska Vrhovac sia importante partire da questa sua affermazione:

«Io vengo dallo spazio “buio” dell’Europa dove ad ogni generazione è garantita almeno una guerra ogni 20-40 anni; tutto il resto è incerto. E quindi la cultura è agli estremi margini. Per questa ragione anche il rapporto con la cultura era migliore in quello stato marcio e ormai distrutto, inadeguato e chiamato “comunista”, di quanto non lo sia in questo stato democratico che si sta arrampicando sugli specchi per raggiungere gli standard europei che l’Europa ha già superato, distruggendo se stessa nel senso culturale e culturologico».

Ovviamente, qui ci troviamo di fronte ad una diversa prospettiva. Una vera e propria deangolazione prospettica (almeno dal nostro punto di vista italiano) La Vrhovac guarda alla poesia da questo particolarissimo punto di vista, fatto di negatività e di positività, consapevolezza di provenire da una storia di guerre che si sono succedute ad intervalli regolari di tempo, e consapevolezza che alla poesia debba essere richiesta una parola (non di conforto, certo) positiva, esortativa, parenetica. Sta qui, credo, in questo dualismo e in questo spettro la posizione di partenza della poesia della Vrhovac. Sarebbe errato andare a cercare nella poesia della Vrhovac ciò che non c’è, caro Antonio Sagredo, nella sua poesia non ci sono e non ci saranno mai i giochi di parole, le acrobazie millimetriche della poesia che si fa qui in Occidente, nel nostro mondo disincantato e fuggitivo (sfuggente, fitto di vuoto a perdere). Con le sue parole:

Non devo più andare da nessuna parte,
tutti i viaggi possono cessare,
le fughe, le ricerche, ogni cammino…

*

Il diavolo ha da tempo compiuto il suo lavoro

*

Non più solo la morte ha occhi vuoti.
Anche la nostra vita ha ora occhi vuoti.

*

A questa mia unica vita
piccola e personale
quando penso
di rado
potrebbe andare molto bene
sarebbe anzi bella:
un po’ di primavera
erba
fiori
amori
una casetta
dei figli
un marito
un amante
dei parenti
amici
un grammo di carriera
bagliori
un briciolo di talento
giochi di parole
un anno dopo l’altro
occhiali sempre più forti
e anche se
la morte è certa
questa è la vita
qui sono
qui sono stata
ho intessuto un nido
e gli uccellini poi
il canto festivo
ed è così umano
gradevole
caldo
che quasi ti viene da piangere.
Eppure
caro mio
a questa mia vita
piccola e personale
quando ci penso
e mi fermo a guardare
tolti gli occhiali
mi lascio un po’ trasportare
e copro gli occhi con le mani
non mi aiuta neppure la morte certa:
da quando l’uomo esiste
caparbio e abile
mente a se stesso.

*

Inatteso
come un segreto
o una vendetta
per tutta la notte qualcuno
ha martoriato la mia anima
fredda la mano
ruggine il palmo
gli occhi vuoti
non terreni
come se non intuisse
che non sono morta abbastanza:
non lo sono
e non penso
di aprire gli occhi umidi
anche se è buio
e non si vede
né quello che sono
né quello che non sono.

*

Quando gli occhi s’incontrano
e si fissano
dimmi allora
la parola
che ti è rimasta in gola.

Sarà
che sono sfuggita alla morte
come se ci fossimo
riconosciuti ancora.

*

Non sei venuto.
Lo testimoniano il pane
il vino e la voce fievole,
il tavolo su cui tutto freme
nel suo restare confuso
davanti alla porta chiusa,
mentre mi consumo io,
e non la candela.

*

Vorrei scriverti una lettera
comincio e ci rinuncio
tu sai bene da quando.
Mi sembra sempre
che io stessa abbia
una conoscenza incerta
e pallida di ciò che vorrei dirti.
Per cui non dice nulla
ovvero niente di quanto desidero
che tu sappia veramente.
Sulla carta la parola è dura
ma io vorrei che tu la sentissi
ammorbidita, avvolta nel respiro.
Sulla carta ho paura che tu
non mi riconosca affatto
e ancor più che tu comprenda
il mio non saperti dire nulla.

da Quanto non sta nel fiato, (2015)

Duska Vrhovac

Duska Vrhovac

Duška Vrhovac, poeta, scrittrice, giornalista e traduttrice è nata nel 1947 a Banja Luka (Bagnaluca), nell’attuale Repubblica Serba di Bosnia-Erzegovina, e si è laureata in letterature comparate e teoria dell’opera letteraria presso la Facoltà di filologia di Belgrado, dove vive e lavora come scrittrice e giornalista indipendente, dopo aver lavorato per molti anni presso la Televisione di Belgrado (Radiotelevisione della Serbia).

Con 20 libri di poesia pubblicati, alcuni dei quali tradotti in 20 lingue (inglese, spagnolo, italiano, francese, tedesco, russo, arabo, cinese, rumeno, olandese, polacco, turco, macedone, armeno, albanese, sloveno, greco, ungherese, bulgaro, azero), è fra i più significativi autori contemporanei di Serbia e non solo. Presente in giornali, riviste letterarie, e antologie di valore assoluto, ha partecipato a numerosi incontri, festival e manifestazioni letterarie, in Serbia e all’estero.

È autrice di tre volumi di racconti per bambini e per la famiglia dal titolo Srećna kuća (La casa felice) e anche ha pubblicato sei libri in traduzione serba: due libri di prosa e quattro libri di poesia.

Membro, fra l’altro, dell’Associazione degli scrittori della Serbia, e dell’Associazione dei traduttori di letteratura della Serbia, è attuale vicepresidente per Europa del Movimento Poeti del Mondo e ambasciatore in Serbia. Ha ricevuto premi e riconoscimenti importanti per la poesia, tra cui:

Majska nagrada za poeziju – Maggio premio per la poesia – 1966, Yugoslavia;
Pesničko uspenije – Ascensione di Poesia – 2007, Serbia;
Premio Gensini – Sezione Poesia 2011, Italia;
Naji Naaman’s literary prize for complete works – Premio alla carriera – 2015, Libano e il Distintivo aureo assegnato dal massimo Ente per la Cultura e l’Istruzione della Repubblica di Serbia.

Ha pubblicato i seguenti libri di poesia:
San po san (Sogno dopo sogno), (Nova knjiga, Beograd 1986)
S dušom u telu (Con l’anima nel corpo), (Novo delo, Beograd 1987)
Godine bez leta (Anni senza estate) (Književne novine i Grafos, Beograd 1988)
Glas na pragu (Una voce alla soglia), (Grafos, Beograd 1990)
I Wear My Shadow Inside Me (Forest Books, London 1991)
S obe strane Drine (Sulle due rive della Drina), (Zadužbina Petar Kočić, Banja Luka 1995)
Žeđ na vodi (Sete sull’acqua), (Srempublik, Beograd 1996)
Blagoslov – stošest pesama o ljubavi (Benedizione, centosei poesie d’amore), (Metalograf, Trstenik 1996)
Knjiga koja govori (Il libro che racconta), (Dragoslav Simić, Beograd 1996)
Žeđ na vodi (Sete sull’acqua) edizione ampliata, (Srempublik, Beograd 1997)
Izabrane i nove pesme (Le poesie scelte e nuove), (Prosveta, Beograd 2002)
Zalog (Il pegno), (Ljubostinja, Trstenik 2003)
Zalog (Il pegno), edizione bibliofilo (Ljubostinja, Trstenik 2003)
Operacija na otvorenom srcu (L’ operazione a cuore aperto), (Alma, Beograd 2006)
Za sve je kriv pesnik (La colpa è di poeta), (elektronsko izdanje 2007)
Moja Desanka (Lа mia Desanka), (Udruženje za planiranje porodice i razvoj stanovništva Srbije, Beograd 2008)
Postoje ljudi (Ci sono persone), edizione dell’autore (Belgrado 2009)
Urođene slike / Immagini innati (edizione bilingue), (Smederevo, 2010)
Pesme 9×5=17 Poems (poesie scelte in 9 lingue), (Beograd 2011)
Savrseno ogledalo (Lo specchio perfetto), (Prosveta, Beograd 2013)
Quanto non sta nel fiato, poesie scelte, (FusibiliaLibri 2014)

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12 commenti

Archiviato in Crisi della poesia, critica dell'estetica, critica della poesia, Poesia serba

12 risposte a “Duška Vrhovac DUE POESIE inedite “In città con Bukovski”, “Liberazione a via del Corso” e altre poesie tratte da “Quanto non sta nel fiato” (2015) traduzione di Isabella Meloncelli con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. antonio sagredo

    versi come foto in serie

  2. “Contro di noi nulla possono tutte le fabbriche del male”
    così, come:
    “I poeti sono i miei soli veri fratelli”

    ed ecco che è ancora quella coscienza collettiva ad attrarmi, nella poesia di questa interessante poetessa serba. Ancora, quello che manca qui, in Italia.

  3. Credo che per comprendere una poesia come quella della balcanica Duska Vrhovac sia importante partire da questa sua affermazione:

    «Io vengo dallo spazio “buio” dell’Europa dove ad ogni generazione è garantita almeno una guerra ogni 20-40 anni; tutto il resto è incerto. E quindi la cultura è agli estremi margini. Per questa ragione anche il rapporto con la cultura era migliore in quello stato marcio e ormai distrutto, inadeguato e chiamato “comunista”, di quanto non lo sia in questo stato democratico che si sta arrampicando sugli specchi per raggiungere gli standard europei che l’Europa ha già superato, distruggendo se stessa nel senso culturale e culturologico».

    Ovviamente, qui ci troviamo di fronte ad una diversa prospettiva. Una vera e propria deangolazione prospettica (almeno dal nostro punto di vista italiano) La Vrhovac guarda alla poesia da questo particolarissimo punto di vista, fatto di negatività e di positività, consapevolezza di provenire da una storia di guerre che si sono succedute ad intervalli regolari di tempo, e consapevolezza che alla poesia debba essere richiesta una parola (non di conforto, certo) positiva, esortativa, parenetica. Sta qui, credo, in questo dualismo e in questo spettro la posizione di partenza della poesia della Vrhovac. Sarebbe errato andare a cercare nella poesia della Vrhovac ciò che non c’è, caro Antonio Sagredo, nella sua poesia non ci sono e non ci saranno mai i giochi di parole, le acrobazie millimetriche della poesia che si fa qui in Occidente, nel nostro mondo disincantato e fuggitivo (sfuggente, fitto di vuoto a perdere). Con le sue parole:

    Non devo più andare da nessuna parte,
    tutti i viaggi possono cessare,
    le fughe, le ricerche, ogni cammino…

    *

    Il diavolo ha da tempo compiuto il suo lavoro

    *

    Non più solo la morte ha occhi vuoti.
    Anche la nostra vita ha ora occhi vuoti.

    *

    A questa mia unica vita
    piccola e personale
    quando penso
    di rado
    potrebbe andare molto bene
    sarebbe anzi bella:
    un po’ di primavera
    erba
    fiori
    amori
    una casetta
    dei figli
    un marito
    un amante
    dei parenti
    amici
    un grammo di carriera
    bagliori
    un briciolo di talento
    giochi di parole
    un anno dopo l’altro
    occhiali sempre più forti
    e anche se
    la morte è certa
    questa è la vita
    qui sono
    qui sono stata
    ho intessuto un nido
    e gli uccellini poi
    il canto festivo
    ed è così umano
    gradevole
    caldo
    che quasi ti viene da piangere.
    Eppure
    caro mio
    a questa mia vita
    piccola e personale
    quando ci penso
    e mi fermo a guardare
    tolti gli occhiali
    mi lascio un po’ trasportare
    e copro gli occhi con le mani
    non mi aiuta neppure la morte certa:
    da quando l’uomo esiste
    caparbio e abile
    mente a se stesso.

    *

    Inatteso
    come un segreto
    o una vendetta
    per tutta la notte qualcuno
    ha martoriato la mia anima
    fredda la mano
    ruggine il palmo
    gli occhi vuoti
    non terreni
    come se non intuisse
    che non sono morta abbastanza:
    non lo sono
    e non penso
    di aprire gli occhi umidi
    anche se è buio
    e non si vede
    né quello che sono
    né quello che non sono.

    *

    Quando gli occhi s’incontrano
    e si fissano
    dimmi allora
    la parola
    che ti è rimasta in gola.

    Sarà
    che sono sfuggita alla morte
    come se ci fossimo
    riconosciuti ancora.

    *

    Non sei venuto.
    Lo testimoniano il pane
    il vino e la voce fievole,
    il tavolo su cui tutto freme
    nel suo restare confuso
    davanti alla porta chiusa,
    mentre mi consumo io,
    e non la candela.

    *

    Vorrei scriverti una lettera
    comincio e ci rinuncio
    tu sai bene da quando.
    Mi sembra sempre
    che io stessa abbia
    una conoscenza incerta
    e pallida di ciò che vorrei dirti.
    Per cui non dice nulla
    ovvero niente di quanto desidero
    che tu sappia veramente.
    Sulla carta la parola è dura
    ma io vorrei che tu la sentissi
    ammorbidita, avvolta nel respiro.
    Sulla carta ho paura che tu
    non mi riconosca affatto
    e ancor più che tu comprenda
    il mio non saperti dire nulla.

    da “Quanto non sta nel fiato”

  4. Pingback: una poesia di Duška Vrhova | il sasso nello stagno di An Gre

  5. Pingback: una poesia di Duška Vrhovac | il sasso nello stagno di An Gre

  6. Poesia che ha tutti gli ingredienti, estremi di povertà e ricchezza. Ricerca di un’epica del pensiero, più che dell’azione. E’ forse questo ciò che caratterizza la poesia centro europea? Ho letto con interesse, con emozione ma forse sì, con scarso appagamento estetico.
    Ci deve essere un refuso di traduzione nel verso “Salve, a te Roma!”. La virgola non dovrebbe stare qui? “Salve a te, Roma!”

  7. ubaldoderobertis

    Il problema di un autore che proviene da un piccolo paese e scrive in una lingua poco diffusa, la nostra Duska Vrhovac in parte lo ha risolto dal momento che alcune sue opere sono state tradotte in venti lingue incluse quelle “principali”:inglese, spagnolo, francese, compreso il cinese.
    La sua poesia esprime il bisogno di raccontare in modo realistico le vicissitudini della vita con non poche illuminazioni creative. Colgo anch’io come Giorgio Linguaglossa nella Vrhovac la coscienza di giungere da una storia di guerre e che avverte la necessità di conferire alle parole poetiche un che di esortativo e di positivo, con un colore di lucida malinconia.
    Canta con voce ferita (mentre il cuore trabocca di sentimento):
    “Sulla carta ho paura che tu
    non mi riconosca affatto
    e ancor più che tu comprenda
    il mio non saperti dire nulla.”

    In bocca al lupo per l’odierna presentazione.

  8. antonio sagredo

    Di certo non volevo essere severo, ho soltanto fatto caso alla successione degli eventi come se fossero delle foto in serie, e in questo non c’è n ulla di negativo, anzi!,…. connotati prosastici hanno la meglio perciò sull’estetica del verso poi che forte è il bisogno di spiegare, e questo perché la poetessa ci giunge da una esperienza bellica terribile… sono secoli che si combattono nei balcani le tribù e i villaggi di varie etnie senza trovare pace! Tribù? Beh, qualche volta mi fanno pensare a questo! – che una volta emancipatisi tutti da un potere totalitario che li dominava controllando le passioni nazionalistiche-tribali, ecco che sentitesi liberi non sanno far uso ancora oggi della libertà, perchè di questa ne hanno paura…. dunque la poetessa, poi che è tale, sa benissimo discernere le diverse realtà che dominano quelle infelici terre… la sua poesia si offre come collante anche epico oltre che come tratto d’unione che possa legare i vari poeti di diversi popoli, che se affrancati dal folclore nazionalistico-religioso possono sperare in una realtà sovrannazionale democratica: e questo è l’augurio di tutti. A me Pare che la questione è senza soluzione!
    E ancora una volta è la religione che addormenta le coscienze e non le fa progredire… l’oppio dunque deve ancora vincere e inquietare!?

  9. Due poesie: sufficienti per capire. Un linguaggio diretto, con alcuni tratti memorabili (per esempio il finale di Liberazione). A mio parere la scrittura è una fuga dalla realtà, poiché se si scrive non si vive. A cosa serve poi la poesia? Cito Fortini: “La poesia non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi”.

  10. Gino Rago

    Che prova il lettore di poesia di fronte ai versi di “Termopili” di Kavafis?
    Non sono una lezione morale? Un invito stretto alla necessità del dovere,
    qualunque sia l’esito d’una battaglia? Certo, l’estetica prima dell’etica, secondo Brodskij; ma forse aiuta anche l’estetica della percezione…

  11. antonio sagredo

    Ieri sera, all’Ambasciata serba, tra i relatori c’era anche Plinio Perilli: poveretto, fa di tutto per meritarsi la saccenteria… ne diceva di cose che nulla avevano a che fare con i versi della poetessa… prolisso si attorceva nei suoi ragionamenti senza capirci egli stesso nulla! Davvero sconforrtante sentirlo ciarlare di lettearura (scomodato Joyce!) e filosofia (perfino Kant!) per quasi mezz’ora… per concludersi in un risultato senza capo né coda! S’è messo pure a commentare le poesie infine soffermandosi su alcuni versi che lo mandavano in visibilio (soltanto lui però!)… insomma avremmo fatto a meno della sua presenza, volentieri!
    Sono dovuto uscire… non comprendo come costui possa avere a che fare anche minimamente con la Poesia!

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