Nazario Pardini SEI POESIE da Radici (2000), Laterza – “Ottobre”, “Lo stradone di scuola”, “Immagini”, “Il colore marrone della terra”, “Alla foce”, “Era l’estate” con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

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Nazario Pardini è nato ad Arena Metato (PI). Laureatosi prima in Letterature Comparate e successivamente in Storia e Filosofia all’Università di Pisa, è inserito in Antologie e Letterature: “Delos” (Autori contemporanei di fine secolo), edita da G. Laterza, Bari, 1997; Antologie Scolastiche “Poeti e Muse”, edite da Lineacultura, Milano, 1995, 1996; Antologie “Blu di Prussia”, E. Rebecchi Editore, Piacenza, 1997 e 1998; Antologia Poetica “Campana”, P. Celentano, A. Malinconico, e Bàrberi Squarotti, Pagine Editrice, Roma, 1999; G. Nocentini, “Storia della letteratura italiana del XX secolo”, a cura di S. Ramat, N. Bonifazi, G. Luti, Edizioni Helicon, Arezzo, 1999; “Dizionario degli autori italiani contemporanei”, Guido Miano Editore, Milano, 2001; “Dizionario degli autori italiani del secondo novecento”, a cura di Ferruccio Ulivi, Neuro Bonifazi, Lia Bronzi, Edizioni Helicon, Arezzo, 2002; “L’amore, la guerra”, a cura di Aldo Forbice, Rai – Eri, Radio Televisione Italiana, Roma, 2004. È fondatore del blog “Alla volta di Lèucade” (nazariopardini.blogspot.com). Il 9 maggio 2013 gli è stata conferita la Laurea Apollinaris Poetica dalla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università Salesiana Pontificia di Roma. Ha pubblicato 26 opere fra poesia, narrativa e saggistica, ultima: Lettura di testi di autori contemporanei, The Writer Edizioni, Milano, pagg. 776.

 Fayyum ritratto femminile (120-140 d.C.)

Fayyum ritratto femminile (120-140 d.C.)

Commento di Giorgio Linguaglossa

 Ci sono autori di “città” e autori apolidi, autori “urbani” e autori di “campagna”, autori “nuovi” e autori “antichi”; possiamo dire che Nazario Pardini fa parte delle seconde serie, la sua è una appartenenza non solo geografica  o di storia della geografia quanto una appartenenza dell’anima ad un mondo «antico» che è scomparso, o in via di disparizione. Il suo è un canto ottobrino, autunnale ed estivo, si nutre dei colori dell’autunno e dell’estate, la sua è una poesia che poggia sulle sinestesie e su un endecasillabo dalla classica positura piuttosto che sulla riforma prosastica del verso che ha egemonizzato la poesia italiana del tardo Novecento e dei nostri giorni. Forse ha ragione Pardini: non c’è nulla di nuovo sotto il sole, esauritesi le avanguardie e le mode letterarie, è bene che la poesia ritorni ad essere un canto «antico» che ci parla delle nuvole e delle siepi «di tasso e di verbena», di «spighe» solari, di «barbagli», di «trifoglio reciso», di «cromatici oleandri», tutto un universo del paesaggio che sembra essere sprofondato nell’oblio. Ma non è così, e Nazario Pardini costruisce sopra questa certezza un castello di endecasillabi, una casa per abitarvi durante l’inverno. Del resto, la poesia è la casa dell’autenticità, almeno mi sembra che questa sia l’idea di Pardini, che non ci può essere autenticità senza una casa di parole, di «parole antiche», di parole usate, consumate e quindi «illustri». Poesia neoclassica, dunque, restauratrice di un mondo antico che sembrerebbe scomparso a giudicare dal modernismo ipermoderno di alcuni e dagli espressionismi che abbondano nella pratica di massa della poesia di altri. Ma Pardini va per conto suo, come i gamberi, cioè, all’indietro, ha lo sguardo rivolto al passato e la fedeltà della speranza rivolta al futuro. È un poeta stabilmente piantato nella «terra», nei suoi umori, nei suoi frutti e nei suoi fumi, che ci parla delle stagioni, come se la modernità fosse passata in un lampo, come se non esistesse o fosse superflua per le sorti dell’anima. Un poeta «antico», dunque, che a lungo andare, forse si rivela più moderno dei moderni.

 Fayyum, ritratto

Fayyum, ritratto

Nazario Pardini da “Radici” (Laterza, 2000)

Ottobre

Era d’estate quando della vita
riflessero i barbagli. Allora vissi
la fantasia che esplose lucentezza.
Poi giunto è ottobre a mietere le foglie
di una stagione che ha reciso il sole.
La vigna saccheggiata lascia i resti
dell’ultimo raccolto. Muta e scarna
nei suoi colori morti mi dà il senso
di un suo perpetuo addio
(l’autunno mio trabocca di ricordi
che evadono invecchiati all’imbrunire).
Niente di più vicino, ora che freme
sulla distesa vana del mio piano
il tramonto del gelso, a me risulta
che il palpito ottobrino. Scorre languida
dei riflessi marciti sotto il platano
l’acqua che è sonnolenta. Va a scurire
all’ombra della volta abbandonata
del suo vecchio mulino. Il frutto cade
del giorno ormai maturo ed è la notte.

.
Lo stradone di scuola

Sono i solchi carrabili sbilenchi
che incidono il tuo corso anche se pieni
delle spoglie giallastre del settembre.
Lo stradone di scuola. Eppure perdi
le verdi scaglie come un serpe obliquo
in cuore alla campagna e mi dilati
i cigli luccicanti di rugiada
per rivestirmi il seno del fruscio
della carta di un libro. Mormorava,
con la voce un po’ rauca dei suoi righi,
parole che levavano lo sguardo
sul volto del maestro. Sempre primo
colla bici coperta di fanghiglia
e i gancetti alle balze, mi rapiva
da quello scantinato padronale
che gocciolava sogni sopra il banco.
Giungevo infreddolito, ma la porta
chiudeva fuori sguardi sulle zolle
verdeggianti di aprili anche a dicembre.
Che lanciavamo sassi ti ricordi?
Erano così veloci che anche i falchi
restavano di stucco nel sentirli
sibilare nell’aria. Si sperdevano
e ancora non li ho visti ricadere.
Senz’altro hanno percorso un bel tragitto
se dura più del tempo di una vita.
Bella gara. Presa proprio di petto.
Depredavamo i pioppi di forcelle
per fionde che affondavano radici
nel terriccio dell’anima. Mi provo,
quando nessuno vede, ad impugnare
un cimelio di fionda. Da un tuo ciglio
miro dritto alle cime e scaglio il sasso,
ma guardo attorno e quasi mi vergogno
per come vola basso e poi ricade.
E pensare, ricordi, che riuscivo
a silurare il cielo colle pietre
convinto di bucare anche le nubi.

.
Immagini

Si stagliava massiccia l’ostensione
del panciotto verdastro e del cappello
di feltro per scolpirsi dentro il sole
colorato di sera. Lo guardavo
dal ciglio, ove di solito sedevo
ad arrossarmi di luce, mio padre.
I suoi moti sempre uguali scorticavano
quella palla procace se roteava
con ritmi sinuosi le sue braccia
nodose e brune per falciare i fremiti
dei rigonfi maggesi. La fragranza
del trifoglio reciso mi sarebbe
rimasta per la vita dentro l’anima
a germogliare immagini. Ricordo
che quando il sole per metà si ergeva
sopra la curva verde delle avene,
la sua testa sovrastava il cerchio rosso
frammentato da svoli. L’ho davanti
quell’immagine sacra come icona
che t’infigge lo sguardo negli occhi
ovunque tu li volga. Poi saltavo
quando un pezzo di prato era falciato
dalla lama lucente sul tappeto
affollato di frulli. Si perdevano
i suoni di velluto in fondo a un cielo
attorcigliato in funi di mattone
che annodavano rame. E solo quando
l’astro era caduto in seno ai rovi
generosi di gemme, si faceva
incontro alla mia vaghezza giovanile
per dirmi due parole: – Anche stasera
ci porteremo dietro un po’ di campo
per le mura di casa. – Raccoglieva
dei frutti ormai irrorati dalla guazza
serale e riponeva tutto nella
sporta di paglia; la sua mano, sporca
di un grigioverde di gramigna e terra
delle gravide prode, stropicciava
rudemente il mio capo. Ci avvolgeva
la bruma un po’ turchese quando tardi
avvinti ad un falcione si tornava.

 città di Fondi, ritratti muliebri

città di Fondi, ritratti muliebri

Il colore marrone della terra

Eravamo nei giorni in cui la terra
riprese a colorare i suoi crinali
di gemme e di fiorite. Ma guardava
ancora con sospetto i cirri in cielo
quasi fossero gli aerei che dal ventre
(da troppo poco tempo fu la pace)
scaricarono filze di proiettili
per i piani divelti.
Che magia!
Invece dei bengala riapparirono
le luci delle stelle nell’azzurro.
Al posto dei singulti di mitraglie,
il crocidare dei corvi ed il gre-
grè di rane dai fossati a ventilare
odore d’erba nuova. Non fu poco
rivedere le braccia di quei padri
che avvinghiavano i solchi. Né da meno
il sorriso delle madri sulle danze
dei candidi lenzuoli profumati
del sargasso corrente del mio Serchio.
Era tornato fiume. Immaginate
le nostre brighe in corsa sui carretti
costruiti con i resti della guerra
(cuscinetti e detriti di lamiere
con gli stampi alleati). In mezzo ai campi
ritornarono a crescere i bei frutti
maturati da un sole ormai sereno
e intento solo a rallegrare gli alberi
arzilli e appesantiti. Era sortito,
anche lui, dal glaciale e tormentato
silenzio avvolto in polvere di piombo
nera come la pece. E noi gioiosi
(un po’ perplessi agli inizi. Avevamo
davanti agli occhi i tre amici decenni
che saltarono in aria per tre spighe)
devastammo di nuovo da banditi
i sicuri pianori. Dei forzieri
pieni zeppi dell’oro della pace
porto ancora il sentore delle pesche
di pasta gialla. E l’urlo di mio padre:
– Non andare in quel campo! È abbandonato! –
Mi sembrava impossibile: il mio orto
era tornato a schiudere dal seno
gli umori antichi. I maggesi, forzati
e confusi da scarpe chiodate, evadevano
le coccole sprunate ad occhieggiare.
Rinacquero i marrobbi
sul marrone della terra a respirare.

.
Alla foce

Sui cromatici oleandri, il cui respiro
si amalgamò con gli orizzonti azzurri,
vibrano ciuffi fervidi tra siepi
di barbagli di cielo e sopra agli aghi
lisciati dai salmastri le cicale
inviano il frinire al tremolio
del nascosto sentiero. Giù dai tronchi
grondò il sangue del bosco e irrorò denso
voglie di ninfe e odori giovanili
di gentili percorsi. Più lontano
si affollano i colori sopra i cigli
gonfi di luci: arrossisce il papavero;
giallo il narciso freme a fianco al candido
pane del biacco, ed acuto all’olfatto
dolce sentor di mammole perviene
ed alla vista il gracile pallore
delle primule schive. Tra le rive
il Serchio ristagnava sonnolento
e sotto i salici
fletteva i bianchi grani del sambuco
e gli invadenti rami dell’acacia.
Sempre piccante addensa la presenza
del crescione e del farfaro che primo
roseò la primavera. E in basso i giunchi
si rovesciano alle lame fangose
coi tepali color verde rossiccio
sui parasassi che (quasi farfalle
vibranti nella notte) ora formicolano
numerosi sui chiari. Se frusciava
tra l’assenzio, l’amarella e il millefoglio
lo strisciante colubro, scendevamo
a cogliere radici della rustica
saponaria sul fosso ove immetteva
magre acque nel corso. Dagli antichi
ci venivano gli usi – mi dicevi –
di detergere i panni. Ancora agosto
affolla sulla riva tife achene
e lunghe e scarne code cavalline.
Sopra di me qui volano ad incudine
i cormorani (buoni pescatori
per le genti orientali). Si posavano
coll’ali semiaperte, guance bianche,
nerastri ai nostri sguardi che curiosi
attendevano i tuffi. Qui maestoso
ancora l’airone batte le ali
lente e profonde all’aria del maestrale
tra il Serchio e la pineta. Nel tramonto
stagliavano giganti l’arco immenso
che ingollò l’acqua dolce del mio fiume.

Fayyum, ritratto maschile Mummy 120-140 d.C.

Fayyum, ritratto femminile Mummy 120-140 d.C.

Era l’estate

Era l’estate. A serpe la sentivo
crepitare sul piano e sulle foglie
riarse di calura. Penzolavano
sopra il solco sonore allo svolare
delle siepi dell’ali. Mi accostai
ai suoi folti capelli profumati
di tasso e di verbena. Biancheggiavano
le spighe al secco fiato del maestrale
asciutto dalle stoppie. Che fulgore
e potenza. Incedeva e poi sensuale
seduceva qual donna che si abbronza
seminuda sul mare. Oltre indagai.
Si pose sopra l’argine irridente
l’astro verticale come se
niente potesse sulle infiorescenze
cromatiche di mammole, di bocche
di lupo, di denti di leone,
di campanule perla di vilucchio.
Straboccavano i garriti alle golene
sul maturare delle pigne brune
alle balze di creta ed il crescione
m’invitava piccante a inumidire
la fronte alla chiaria. Le attastai
l’odorosa carnagione e mi donò
vermiglie lune al gusto di sapore
succulento e gentile. Ho ancora zeppo
alle papille il succo della pesca
e il giallo saporito del melone.
Mi salutò sommerso il millefoglio
dall’acqua sonnolenta ed esalò
sgradevole l’arancio di fusaggine
tra l’inodore fulvo del giaggiolo
dalle foglie prolunghe. Per la mano,
ora turgida e calda, ora dai tigli
ventilata, ora dai salici, la presi
e a piedi nudi insieme tra le dune
movemmo verso il mare.
Lasciava il suo sospiro sulla battima
che tremolante le lambiva l’anima
ansimante dal viaggio, mentre i flutti
argentavano rotti la sua voce
nei becchi delle sule e degli aironi.

Non ebbi più la forza di aspettare
che la sera venisse ad indorarla
con veste voluttuosa, ed io mi immersi
nel caldo fresco del suo salso ventre.

Nazario Pardini

Nazario Pardini

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24 commenti

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24 risposte a “Nazario Pardini SEI POESIE da Radici (2000), Laterza – “Ottobre”, “Lo stradone di scuola”, “Immagini”, “Il colore marrone della terra”, “Alla foce”, “Era l’estate” con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. Queste poesie sono la prova concreta che una buona poesia non ha età. Nazario Pardini, a mio modesto avviso, brilla di grandezza.

  2. Lucia Gaddo Zanovello

    Che meraviglia! Una cornucopia che trabocca ininterrotta fra le quinte essenze vegetali, arboree, esemplari della botanica specialistica e voci di colore del floreale quotidiano; si avvertono i profumi e gli odori della vita agreste sì, ma anche nei viali e nei giardini delle città piccole e grandi sopravvivono così, per intero, le stagioni, quella autunnale per eccellenza.
    Uno scenario attuale, ma inciso dalla Storia, anche dolorosamente, popolato delle numinose creature dell’aria, degli stagni e della terra.
    Splendido.

  3. ubaldoderobertis

    Sempre più sensibile, Nazario Pardini, ascolta, guarda la realtà, e sembra maggiormente avvertire la bellezza di certi richiami idillici, il tenero abbandono ai ricordi, ed anche alle memorie che costano. Ne esce il suo ritratto di uomo. Uno dal respiro lieve, che predilige specchiarsi in acque chiare, anche quando la vita presenta il suo carico pesante. Pardini, guidato da un sublime gusto letterario e da una profonda riflessione, non si lascia andare al facile sfogo, alla teoria dei rimpianti. Di strofa in strofa inventa sempre qualcosa di sorgivo, fresco, leggero sentimento del tempo.
    Ubaldo de Robertis

    Lo stradone di scuola
    E pensare, ricordi, che riuscivo
    a silurare il cielo colle pietre
    convinto di bucare anche le nubi.

  4. Pasquale Balestriere

    Come già ho avuto modo di scrivere altrove, Nazario Pardini racconta in versi di indicibile grazia la vicenda della vita. Di una vita, la sua. Di tante vite, la mia, la nostra. Per esperienze comuni e diverse che vivono, sempre e comunque, nell’ampio petto della poesia. Racconta, Pardini. S’inventa bellezza, se ne ubriaca. E i suoi splendidi versi di campi e d’affetti, di persone e di memorie, di parole e di gesti, di infinita e generosa natura, ritagliano tempi e spazi e magnificamente si effondono, oltre ogni barriera, nelle praterie dell’anima. Con fidente discrezione, con perfusa grazia, con toscana vivezza di lingua. Qui rivivono i miti della fanciullezza e dell’adolescenza, qui si compongono in assorta e un po’ mesta dolcezza i momenti dell’età pienamente matura sotto il profilo biografico e artistico, qui insorgono in balzi i sentimenti, cristallizzati poi da un’accensione lirica e creativa che incatena il lettore all’irripetibile emozione, al trepidante affetto . Ma, soprattutto, la poesia di Nazario si fa amare perché il nostro poeta e amico canta con pienezza di cuore. E questa condizione, così autentica e indispensabile alla vera poesia, oggi è -per nostra sfortuna- del tutto rara.
    Ma non in Pardini, per buona fortuna.
    Pasquale Balestriere

  5. Leggere queste poesie scelte dal libro “Radici” (2000) e immediatamente riconoscerne l’autore è come ascoltare tre sole note musicali e poter dire subito: “È Chopin! È Mahler”. Lo stile del Poeta Nazario Pardini è inconfondibile, che si tratti di poesie del 2000 o di composizioni più recenti. Ciò non significa che egli ripeta costantemente gli stessi stilemi, il medesimo lessico, il ritmo classico mai abbandonato, ma piuttosto che resti tenacemente fedele alla tradizione della vera poesia, con un personale sigillo che lo rende unico pur nel solco di molti.
    La tradizione classica è l’autentica patria di Nazario Pardini, se così si può dire. La Bellezza è il suo mito. Il ritmo fluente dell’endecasillabo, talora franto dall’agile settenario (non in queste liriche), caratterizza da sempre la sua Poesia dalle composizioni ampie e sapientemente strutturate, in cui risuona un elegante linguaggio che si avvale di un lessico ricco e soprattutto “alto”, lontano dal parlare quotidiano così di moda in questi tempi.
    La tessitura del dettato è ricca di parole “antiche” ma non stantìe, di “callidae iuncturae”, di sinestesie, di “enjambement”, di tutto ciò che un poeta classico sa amalgamare per esprimere poeticamente sentimenti, memorie, nostalgie senza facile commozione, ma, anzi, con quella pacatezza che è propria dell’uomo Nazario Pardini.
    Ne emergono, in una visione evocativa/emotiva, stagioni soprattutto estive ed autunnali, paesaggi campestri, vigne, prati, campi arati di color bruno acceso, piante in una varietà non artificiosa ma tipica del Senese, il fiume, il mare, uccelli, suoni, colori, vicende sbarazzine con gli amici ragazzi come lui e ricordi familiari, sempre legati a quell’ambiente di campagna non lontana dal Tirreno. Il mito della fanciullezza è cantato sapientemente.
    Nelle poesie “Alla foce” ed “Era l’estate” Nazario Pardini evoca non la campagna ma la foce del suo bel fiume Arno e poco lontano il mare: sole estivo, colori vivaci, uccelli della foce come l’airone, il frinire delle cicale, gorgheggi, il “salso ventre” del Tirreno.
    Sarebbero tanti i versi da menzionare per la loro bellezza, ma più di altre liriche emoziona “Immagini”, un accorato ricordo del padre raffigurato nei vari gesti del suo lavoro nei campi e nei prati, sotto lo sguardo attento e affettuoso del figlio bambino.

    ” (…) Ricordo
    che quando il sole per metà si ergeva
    sopra la curva verde delle avene,
    la sua testa sovrastava il cerchio rosso
    frammentato da svoli. L’ho davanti
    quell’immagine sacra come icona
    che t’infigge lo sguardo negli occhi
    ovunque tu li volga.”

    In queste poesie “Ottobre”, “Lo stradone della scuola”, “Immagini”, “Il colore marrone della terra”, “Alla foce”, “Era l’estate”, il Poeta usa sempre il verbo al passato perché rievoca tempi lontani, però nelle “immagini” del padre scrive “Ricordo” e “L’ho davanti”. Non è una questione grammaticale, ma un saper rendere vivo dinanzi agli occhi suoi e del lettore chi non c’è più e se n’è andato molto presto, ma si erge sempre massiccio come allora, con il suo “panciotto verdastro” e “la mano sporca di gramigna e terra” che gli accarezza il capo di bambino.

    Giorgina Busca Gernetti

    • Pasquale Balestriere

      Solo per amore di precisione e di verità, gentile Giorgina Busca Gernetti, sento il dovere di puntualizzare che il fiume “di” Pardini non è l’Arno ma il Serchio; e la campagna è quella pisana, non senese. Ma questo non toglie né aggiunge nulla alla bellezza della poesia pardiniana; e neppure al Suo attento e indovinato commento.
      Pasquale Balestriere

      • Gentile Pasquale Balestriere,
        la ringrazio molto per le precisazioni geografiche. Poiché so che Nazario Pardini vive ad Arena Metato in provincia di Pisa (così è l’indirizzo), mi è sembrato logico che la foce del fiume dove anche un altro poeta andava a bagnarsi prima di lui fosse quella dell’Arno, vicino a Marina di Pisa. Inoltre certi nostri ricordi ciascuno del proprio fiume (anch’io ho un fiume molto amato) lo facevano parlare dell’Arno e della splendida chiesa di Santa Maria della Spina, che è a Pisa, non a Siena. Ecco la fonte del mio errore. So che il Serchio scorre molto vicino a Pontasserchio e ad Arena Metato però io ho seguito le suggestioni dei nostri discorsi e di ciò che ho scritto prima sulla foce dell’Arno. A proposito della campagna senese, questo è effettivamente un refuso perché io avevo originariamente scritto “tipica del Pisano e del Senese”, ma per qualche mio movimento maldestro con il mouse si è tagliato il Pisano, lasciando all’amico Pardini solo il Senese che è purtuttavia magnifico.
        Spero che Nazario non me ne voglia.
        Grazie di nuovo, Pasquale Balestriere, ma per favore non mi scriva più “indovinato” commento.
        Cordialità

        Giorgina Busca Gernetti
        ,

        • Il Serchio, giunto nella piana di Lucca, dove raccoglie anche le acque del torrente Freddana, volge a ovest dove, attraverso la stretta di Ripafratta, entra in provincia di Pisa scorrendo nei comuni di San Giuliano Terme e Vecchiano, fino a terminare il suo corso gettandosi nel Mar Tirreno, nella zona del Parco di San Rossore, pochi chilometri a nord di Pisa.
          Questa vicinanza di luoghi (Arena Metato e San Giuliano Terme) e di foci (del Serchio e dell’Arno) può causare un equivoco in chi non sa di preciso dove andasse a bagnarsi Pardini da ragazzo.

          GBG

        • Pasquale Balestriere

          E perché mai, gentile Giorgina Busca Gernetti, non dovrei usare “indovinato”, quando il verbo “indovinare” ha tra i suoi significati fondamentali (e positivi) “cogliere nel giusto, nel segno, azzeccare, scoprire, intuire” e nella forma participiale/aggettivale significa ” (che è) ben riuscito, ben fatto, azzeccato; che ha riscosso successo; fortunato, molto appropriato” (G.D.L.I.)?
          Per una Sua preferenza personale o perché reputa un errore l’impiego di quel termine?
          Comunque, visto che me lo chiede con tanta cortesia, non mi servirò più della forma “indovinato” in scritti che dovessero, in qualche modo, riguardare Lei.
          Pasquale Balestriere

          • Gentile Pasquale Balestriere,
            un errore Lei, mai!
            Piuttosto tale termine, come ha ben intuito, non è tra i miei preferiti in quest’accezione, così come “azzeccato”, “fortunato , “che ha riscosso buon successo”. Ma solo in questo contesto, perché in altri mi piacerebbe. Questione di gusti, non di correttezza lessicale.
            Comunque grazie se il mio scritto Le è parso così: “molto appropriato”!
            Cordialità

            Giorgina Busca Gernetti

    • CORRIGE:
      *** il Pisano, la Garfagnana e il Senese, NON il Senese.
      ***Arno (o Serchio?)
      GBG

  6. antonio sagredo

    Un OK per Pardini! … che mi fa ritornare volentieri e per nostalgia a certi temi che mi furono tanto cari nella prima giovinezza: ma non è affatto facile scrivere così, poi che il fondamento è l’aver vissuto con passione assorbente tutti gli eventi naturali e in modo direi innocente, per questo la semplicità di Pardini mi estasia… no, non è affatto facile scrivere in quella maniera e dunque il mio plauso… talvolta quando cedevo alla Natura il mio scrivere naturale di lei, riuscivo a una identità, a una simbiosi, ad una osmosi che mi felicitava il corpo, per fortuna, non certo l’anima! Quesi momenti non sono più tornati e ora scrivo delle mostruosità di cui volentieri ne farei a meno per scrivere come il Pardini: ma non mi è possibile! l’età della innocenza è trascorsa, ora vivo una età che non so cosa è!
    Mi associo di certo con piacere agli interventi, ma quello di Linguaglossa mi pare centrato, specie verso la fine della crirtica.
    a.s.

  7. Pasquale Balestriere

    Per Giorgio Linguaglossa
    “Poesia neoclassica, dunque, restauratrice di un mondo antico…”, “Ma Pardini va per conto suo, come i gamberi, cioè, all’indietro…” No, caro Linguaglossa, non condivido affatto la scelta di questa terminologia, anche se temperata e meglio spiegata dal seguito del tuo discorso. Aggiungo che, per il resto, trovo giusto e vero, in buona sostanza, tutto ciò che scrivi. Ma quel “restauratrice” è assolutamente infelice, così come pure quei “gamberi” che vedrei meglio su una tavola imbandita. E quel “poesia neoclassica”, espressione con la quale si giubila (spesso operando una vera e propria “deminutio”) un certo tipo di poesia che fa dell’armonia, della misura e della grazia, oltre che della intensità emotiva, della partecipazione affettiva e della potenza (ri)evocativa, la sostanza stessa del suo esistere, quel “poesia neoclassica” mi è proprio indigesto.
    Pardini può rimemorare, recuperare sentimenti e ricordi, ma -l’hai detto tu stesso- guarda avanti, è solidamente piantato nella vita. Di oggi, non di ieri. I neoclassici, con l’unica eccezione del Foscolo, peraltro neoclassico a modo suo (e questo fu il segno della sua grandezza), i neoclassici -dico- fecero quello che tutti sanno: imitarono, spesso pedissequamente. Per questo penso che l’aggettivo “neoclassico”, riferito a Pardini, ne diminuisca il valore, come pure l’infelice termine “restauratrice” ed anche la storia dei “gamberi”. Nonostante ogni successivo chiarimento.
    Pasquale Balestriere

  8. Giuseppina Di Leo

    Nelle poesie i ricordi vivono oltre il tempo, condivido lo sguardo di Balestriere. Ed è un lavoro per nulla semplice quello che Pardini mette in pratica in queste sue poesie: il tempo suo vive come le stagioni che lo hanno visto crescere. Così, in Pardini il presente è sempre attraversato da quelle storie piene di musica e di colori e, in quegli spazi e odori, ogni altro elemento della memoria trova spazio in maniera direi naturale e senza nessuna forzatura. E, poi, c’è tanto amore per la vita.

  9. caro Balestriere,
    con il termine affibbiato alla poesia di Nazario Pardini di “restauratore”, come di chi fa il passo del “gambero”, volevo non dimidiare il livello delle poesie ma indicare il percorso, a mio avviso, seguito dall’autore, un percorso “all’indietro”, il che non significa, né volevo significare equivalente a “retrogrado” o “retrodatato” quanto un percorso che facendo un passo indietro si ritrova, come per magia, ad aver fatto un passo in avanti rispetto alle scritture poetiche più moderniste e modernisteggianti. intendevo, appunto, questa operazione di Pardini, di qui la sua poesia “neoclassica” il cui significato è dato dal contesto del mio discorso che non vuole affatto, appunto, dimidiare la poesia di Pardini, quanto invece di mettere in evidenza la sua solitudine stilistica oggi in Italia. Un altro poeta che negli ultimi 30 anni ha avuto fortuna e visibilità è stato Giuseppe Conte il quale ha avuto l’astuzia di fare una operazione di restaurazione però qualificandola come una operazione di vera avanguardia… di qui il successo… Insomma, come sempre nel nostro mondo mediatico, la fortuna di un poeta la fa anche la sua capacità registica e gli attori che intervengono sulla scena.

  10. Pasquale Balestriere

    Ma io avevo capito benissimo il senso dell’intervento, che ho in buona parte condiviso. Tuttavia ritenevo (e continuo a ritenere) alcune espressioni inappropriate, se non addirittura fuorvianti per chi non conosce la poesia di Pardini.
    Pasquale Balestriere

  11. nazariopardini

    Un ringraziamento sentito di cuore a tutti gli amici che hanno avuto la pazienza di leggere i miei testi e di stilare delle vere recensioni a me estremamente vicine. E un grazie particolare a Giorgio Liunguaglossa per avermi dato la possibilità di apparire sul suo prestigioso blog.
    Nazario

  12. antonio sagredo

    Navigazione costiera
    mi riferisco con questi antichi versi a ciò che ho detto su Pardini
    e dunque arrivederci!
    a. s.

    ——————————————————————
    Credetemi
    fu la visione di occhi cantori
    e raffiche di suoni, e di boschi, e mari,
    e rive agonizzanti, e dissonanze di luci…

    Storditi da rifrazioni di mattini insidiosi
    ascoltavo sulle pietre salate
    i lamenti dei remi, e i tramonti in fuga,
    e dalle città-necropoli i polmoni slacciati
    a perdifiato…

    Gesti di tufo, e parole di gesso crollarono
    come muraglie, i miei passi di cartapesta
    sui crocicchi, e tutto il mio secco rifiuto dei passati!

    Disinvolto viandante stampavo i ricordi
    di zucchero, e maschere di deserti in fiamme,
    e non un verso in dono, ma il Canto degli Occhi!

    a.s.

    Roma, dicembre 1969-gennaio 1970

  13. C’è presenza oscura, come buio che esalta la luce. Così, per contrasto, l’amarezza si accompagna alla bellezza che, verso dopo verso, non smette mai. Sovrastante. A mio parere la scelta di vocaboli esatti ma belli ( non desueti o eccentrici) lo contraddistingue nella modernità da quei, pochi, altri che vanno per questa via; tra tutti Luigi Manzi, che mi pare non essergli distante nei luoghi e nelle vicende umane. Li separa evidentemente l’ampiezza dello sguardo, che in Manzi tocca altre vette, filosofiche ed esistenziali; e forse quel tanto di regia a cui Linguaglossa fa cenno, rispettosamente.
    Grazie, è poesia altissima. Pare di stare agli Uffizi.

  14. Grazie a te, gentile Nazario, e tante scuse se, per non conoscenza precisa delle tue abitudini private circa il fiume alla cui foce ti bagnavi e per un “taglio” di alcune parole provocato dal mouse in un giorno in cui ho bisticciato con il PC in avaria (come ti scrissi quel mattino), risulta un po’ cambiata la tua geografia.
    “Ma questo non toglie né aggiunge nulla alla bellezza della poesia pardiniana” ha scritto Pasquale Balestriere.
    Infatti le inesattezze si riflettono sul MIO scritto, non sulla TUA bellissima poesia da me commentata.
    Con affetto
    Giorgina

    • da “Meriggio” di Gabriele D’Annunzio
      (seconda strofa in omaggio a Nazario Pardini)

      La foce è come salso
      stagno. Del marin colore,
      per mezzo alle capanne,
      per entro alle reti
      che pendono dalla croce
      degli staggi, si tace.
      Come il bronzo sepolcrale
      pallida verdica in pace
      quella che sorridea.
      Quasi letèa,
      obliviosa, eguale,
      segno non mostra
      di corrente, non ruga
      d’aura.La fuga
      delle due rive
      si chiude come in un cerchio
      di canne, che circonscrive
      l’oblío silente; e le canne
      non han susurri. Più foschi
      i boschi di San Rossore
      fan di sé cupa chiostra;
      ma i più lontani,
      verso il Gombo, verso il Serchio,
      son quasi azzurri.
      Dormono i Monti Pisani
      coperti da inerti
      cumuli di vapore.
      .
      (la foce, come si evince dai versi, è quella dell’Arno)

      Giorgina Busca Gernetti

      • nazariopardini

        Grazie, carissima Giorgina, di avermi fatto ri-leggere questi immortali versi che dipingono, alla perfezione, quei tratti di marina che, dall’Arno al Serchio, mi hanno visto giocare spesso sguazzare da giovane.

        • nazariopardini

          …. mi hanno visto sguazzare spesso da giovane
          Nazario

          • Infatti, caro Nazario, ero quasi sicura che tu andassi lì, a sguazzare in quella marina limpida tra i due fiumi dei poeti, dove friniscono le cicale nella Pineta (Parco) di San Rossore. Gabriele D’Annunzio, che aveva buon gusto per i luoghi e altro, trascorse l’estate di “Alcyone” proprio lì.

            Giorgina

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