Gennadij Nikolaevich Ajgi (1934-2006) POESIE SCELTE: L’ovario, Il cammino, Un acero nella periferia della città, La neve, Finestre su piazza Trubna in primavera, Da 28 variazioni su canti popolari ciuvasci e udmurti. Traduzione e Presentazione di Paolo Statuti (Inediti in italiano) con un Appunto di Giorgio Linguaglossa

Gennadij Ajgi anni Settanta

Gennadij Ajgi anni Settanta

da https://musashop.wordpress.com del 2 ottobre 2015

Appunto di Giorgio Linguaglossa

“La notte è il tempo migliore per credere nella luce” (Gennadij Ajgi)

 Sono particolarmente felice che l’intuizione di Steven Grieco (il quale aveva letto in russo e nella traduzione inglese la poesia di Gennadij Ajgi negli anni novanta), di tradurre e pubblicare in italiano la poesia del ciuvascio Gennadij Ajgi sia stata accolta da Paolo Statuti il quale ha tradotto questi inediti in italiano di un poeta di grande importanza per la storia del modernismo europeo, perché è indubbio che le radici della poesia di Gennadij Ajgi siano moderniste e affondano nell’humus della cultura poetica russa e sovietica. Così, anche in terra sovietica, si è manifestata la crisi della ragione come crisi del soggetto poetante. Gennadij Ajgi prende atto, in specie nelle poesie della maturità degli anni ottanta e novanta, della  crisi del punto di partenza che unifica la nostra concezione del mondo, quella crisi che determinerà la frammentazione del logos e della narrazione incentrata sul presupposto dell’io lirico. La ragione occidentale si muove verso la crisi, e Gennadij Aji ne prende atto e la racconta con i suoi mezzi espressivi. Entra in crisi il soggetto cartesiano del Cogito, la cui funzione, ricordiamolo, è di essere il fuori-questione di ogni domanda possibile in quanto è essa stessa, la crisi, ad essere non nominata in quanto fuori-questione del «soggetto». Ma il «soggetto» è in crisi in quanto la crisi costituisce il fuori-questione. Appunto questo determinerà l’approdo alla poesia popolare ciuvascia e udmurti di Gennadij Ajgi, come tentativo di aggrapparsi all’io lirico passando per il «noi» della poesia popolare. Ma saranno gli esiti ultimi di questa crisi a determinare il movimento della poesia di Gennadij Ajgi verso la rappresentanza del «noi» piuttosto che verso quella dell’«io».

Gennadij Ajgi con il figlio

Gennadij Ajgi con il figlio

 Presentazione di Paolo Statuti

     Gennadij Nikolaevič Ajgi, il poeta nazionale della Ciuvascia, nacque il 21 agosto 1934 nel villaggio di Šajmurzino nella Repubblica dei Ciuvasci. Trascorsa l’infanzia nella sua terra natale, è rimasto sempre legato alla cultura ancestrale e alla lingua ciuvascia. Fino al 1969 il suo cognome fu Lisin. Uno degli antenati del poeta pronunciava la parola “chajchi” (“quello”) senza la prima lettera, e così si formò il soprannome di famiglia “Ajgi”. Egli cominciò a scrivere poesie in ciuvascio e pubblicò i suoi primi versi nel 1949. Dal 1952 visse stabilmente a Mosca. Dal 1960 cominciò a scrivere poesie anche in russo, grazie soprattutto all’incoraggiamento di Boris Pasternak, da lui conosciuto anni prima e che diventò suo grande amico. Ma per la sua poesia innovativa Ajgi fu accusato di formalismo e dichiarato persona non grata nella sua Ciuvascia, i cui campi e boschi pervadono la sua creazione. Per dieci anni lavorò al Museo Majakovskij, ciò che gli permise di approfondire la sua conoscenza dell’avanguardia russa della prima parte del XX secolo. La moderna poesia francese (soprattutto Baudelaire) ebbe anch’essa su di lui un’influenza determinante, ma il suo personale panteon includeva anche Nietzsche, Kafka, Norwid, Kierkegaard e molti scrittori religiosi.

Nel 1972 vinse il premio dell’Académie Française per la sua antologia della poesia francese in ciuvascio. Durante gli anni di Brežnev visse in condizioni precarie, mantenendosi con i magri compensi per le traduzioni. Grazie alla perestrojka la sua vita cambiò radicalmente. Gli fu permesso di pubblicare in patria e fu riconosciuto come una figura chiave della neoavanguardia russa. Cominciò a essere tradotto in molte lingue e a partecipare a diversi festival e congressi internazionali di poesia. Visitò quattro volte la Gran Bretagna, sentendo una particolare affinità con la Scozia, dove fece un pellegrinaggio alla tomba di Robert Burns, e con Londra, la città del suo amato Dickens. Sei volumi delle sue poesie sono stati pubblicati in inglese.

Gennadij Nikolaevič Ajgi

Gennadij Nikolaevič Ajgi

Ajgi è rimasto una figura controversa. Scrivendo come tra il sonno e la veglia, egli creò una poesia piena di silenzi, che suggerisce visioni, ansietà e gioie, e che può essere diversamente interpretata. La sua poetica è pacata e semplice, rifiuta la ricchezza del lessico e la retorica di alcuni suoi contemporanei, inoltre è intensamente orale – il pubblico era affascinato dalla sua potente dizione. E’ il poeta del silenzio e della luce. Una delle sue raccolte porta una epigrafe attribuita a Platone: “La notte è il tempo migliore per credere nella luce”.

Tradusse in ciuvascio molta poesia russa, francese, ungherese e polacca e i sonetti danteschi, mentre le sue poesie sono state tradotte nella maggior parte delle lingue europee. Ha ricevuto diversi prestigiosi premi internazionali e nel 2000 è stato il primo a ricevere il Premio Boris Pasternak. Scrive Damiano Rebecchini: “Pur vicina alla lirica francese del Novecento, la poesia di Ajgi è profondamente radicata nella tradizione poetica russa, ispirandosi in particolare all’opera di Osip Mandel’štam e di Boris Pasternak. Caratterizzata da un intenso impressionismo lirico, essa accoglie spesso dalla natura suoni e suggestioni che generano un tessuto fonico e ritmico accentuato dal verso libero, e a volte si muove verso un originale sperimentalismo, in alcuni casi orientato a esplorare la dimensione del sogno”.

“Col passare degli anni è cambiata la mia definizione della poesia, – disse il poeta in una delle interviste. – Prima dicevo: è la gravità della parola, adesso dico: la poesia è il respiro e l’uomo è il respiro. Respiro e ispirazione provengono dalla stessa radice… La poesia è il respiro di Dio. Noi fioriamo / soltanto per un tocco / di un’altra forza benevola e pacata, – ricorda Ajgi, – e l’essenza della poesia è questo tocco… La poesia è eterna… Essa come la neve – esiste dappertutto. Si scioglie, di nuovo cade, ma essa…è. La poesia è la neve. La poesia essenzialmente non cambia. Essa si autocustodisce. Ciò che in essa passa – è un’altra faccenda. E in questo senso la poesia non ha né ieri, né oggi, né domani”.

In italiano alcune poesie di Ajgi sono incluse nelle raccolte Poesia russa contemporanea da Evtušenko a Brodskij, a cura di G. Buttafava (1967) e Antologia ciuvascia. I canti del popolo del Volga, a cura di A. Scarcia (1986). Gennadij Ajgi è morto a 71 anni il 21 febbraio 2006. Come di consueto pubblico qui alcune sue poesie nella mia versione.

 

Gennadij Nikolaevič Ajgi Poem

Gennadij Nikolaevič Ajgi Poem

Poesie di Gennadij Ajgi tradotte da Paolo Statuti

 L’ovario

(Dall’omonimo poema ciuvascio)

Ad R. A.
che io sia tra di voi
come polverosa moneta trovata
tra fruscianti banconote
in una lubrica tasca di seta:
potrebbe risonare a piena voce
ma non ha niente su cui battere

quando rombano i contrabbassi
e quando si rammenta
come nell’infanzia il vento fumava
di pioggia in un mattino autunnale –

che io sia
un’attaccapanni verticale
sul quale si possono
appendere non solo cappotti
ma si può appendere anche qualcosa
più pesante di un cappotto

e quando non crederò più in me stesso
che sia viva la memoria
per ridarmi la tenacia
per sentire di nuovo sul viso
la pressione dei muscoli degli occhi

1954

Il cammino

Quando nessuno ci ama
cominciamo
ad amare le nostre madri

Quando nessuno ci scrive
ricordiamo
i vecchi amici

E le parole ormai pronunciamo solo perché
tacere ci spaventa
e i movimenti sono pericolosi

Alla fine – in fortuiti parchi trascurati
piangiamo per le penose trombe
di penose orchestre

Un acero nella periferia della città

quanto silenzio
c’è nell’albero
come se nel mondo intero
ci fosse solo questo acero di settembre!
oh no c’è di più – come una presenza:
tu – davanti a una porta
taci e sai: solo ciò che è «là»
conta più dei concetti
senza una spiegazione… – entrare è possibile
(partenza – pace – oblio)
a un prezzo solo: non vedere più
questo acero di settembre

La neve

Vicino alla neve
i fiori sul parapetto sono strani.

Sorridimi almeno perché
non dico parole
che non capirò mai.
Tutto ciò che posso dirti:

sedia, neve, ciglia, lampada.

E le mie mani
sono semplici e lontane,
e le cornici delle finestre
sono come ritagli di carta bianca,

e là, dietro di esse,
intorno ai lampioni,
turbina la neve

dalla stessa nostra infanzia.

E turbinerà, finché sulla terra
ti ricordano e ti parlano.

E questi bianchi fiocchi una volta
li vidi essendo desto,
e chiusi gli occhi, e non posso aprirli,
e turbinano bianche scintille,

e fermarle
io non posso.

1960

Gennadij Nikolaevič Ajgi

Gennadij Nikolaevič Ajgi

Finestre su piazza Trubna in primavera
A V. Ja.

con gli oscillanti quadrati
della fioritura e del suono
di tutte le mie infanzie, note
alle diafane città abbandonate,

io le toccherò, e le nozze verginali
lo stesso dureranno
senza musica e senza porte;

ardono le profondità
verdastre e cupe,
e piangono là, dietro di esse,
i macellai sporcati dalla pioggia,
caduti su mucchi di pesci;

e di nuovo calpestio e passi –
io sono qui, io sono qui;

calpestio e passi –
una volta per sempre –

come una campana nella nebbia –

– e come pretitoli di acatisti –
io sogno una rossa lacerazione e concentrazione

1961

Silenzio

1.
nell’invisibile bagliore
di polverizzata malinconia
conosco l’inutilità come i poveri l’ultimo vestito
e i vecchi mobili
e so che questa inutilità
al paese è necessaria e me la chiede
fidata come un patto segreto:
tacere come la vita
per tutta la mia vita

2.
Il tacere è un tributo – ma il silenzio è per me.

3.
abituarsi a tale silenzio
come il cuore in azione non si sente
come anche la vita
come qualche suo posto
e in questo io sono – come la Poesia è
e io so
che il mio lavoro è arduo e solo per se stesso
come nel cimitero della città
l’insonnia del guardiano

Da 28 variazioni su canti popolari ciuvasci e udmurti

XVIII

Io canto, ed è come se tra le lacrime

qualcosa balenasse nel fuoco del tramonto, –
io che vado nel vecchio campo
col mio cavallo.

XIX

E nella nebbia
la verde quercia
non ha niente più forte di un ramo
per stormire.

XX

Queste mani e questa testa
resteranno morte in terra straniera
il fumo della locomotiva ci colpisce la faccia,
per perdere la memoria una volta per sempre.

XXI

E a un tratto – quiete, come se
io, per questo, fossi solo al mondo,
e la tormenta fuori, la tormenta nell’orto,
la tormenta nei campi.

XXII

E il giorno s’è quietato, come se
qualcosa fosse morto in esso,
e la volpe dorme ai piedi del monte,
coperta dalla rossa coda.

La morte

Senza togliersi il fazzoletto dalla testa
la mamma muore,
ed è l’unica volta
che io piango alla vista
del suo abito di tela grezza.
Oh, come sono placide le nevi,
come se le avessero spianate
le ali di un demone di ieri,
oh, come sono ricchi i cumuli,
come se sotto fossero celati
mucchi di sacrifici
pagani.
E i fiocchi
cadono senza sosta portando sulla terra
i geroglifici di Dio…

1960

Il silenzio

Ad A. Chuzangaj

ma che fa egli nel bosco?
mormora come un ramo… no è più inutile di un ramo
e con un motivo inferiore
di un ramo… –
non un segno non un’azione… –
ed esiste in lui
soltanto ciò che possiede
del Paese-Soglia… (più avanti – il fuoco)… –
e là
una certa ora
mostrerà la predestinazione
della fine… –
(ma la presenza qui – è illusoria!.. –
e – non c’è una sensazione
che possa risonare
come “paese”)… –
egli è qui – senza la pienezza e senza il tacere del bosco…
soltanto il silenzio – del passato… e qui il suo fruscio –
la sua ultima apparizione… soltanto – un’eco… –
(tutto – nel vuoto… senza fuoco… e perfino –
escludendo tutta la vastità – del bosco)

1975

Paolo Statuti è nato a Roma il 1 giugno 1936. Nel 1963 si è laureato in Scienze Politiche presso l’Università di Roma. Nello stesso anno è stato assunto come impiegato dalle Linee Aeree Italiane Alitalia, che ha lasciato nel 1980. Nel 1975, presso la stessa Università romana, ha conseguito la laurea in lingua e letteratura russa ed altre lingue slave (allievo di Angelo Maria Ripellino). Nel 1982 ha debuttato in Polonia come poeta e nel 1985 come prosatore. E’ autore di numerose traduzioni letterarie pubblicate (prosa e poesia) dal russo, ceco e soprattutto dal polacco nella lingua italiana. Ha collaborato con diverse riviste letterarie polacche e italiane. Nel 1987 ha pubblicato in Italia due libri di favole: Il principe-albero e Gocce di fantasia (Edizioni Effelle di Marino Fabbri). Una scelta di queste favole è uscita anche in Polonia con il titolo L’albero che era un principe (”Drzewo, które było księciem”, Ed. Nasza Księgarnia, Warszawa, 1989).

   Dal 1982 al 1990 ha lavorato presso la Redazione Italiana di Radio Polonia a Varsavia, realizzando molte apprezzate trasmissioni prevalentemente letterarie. Nel 1990 ha ricevuto il premio annuale della Associazione di Cultura Europea – Sezione Polacca, per i meriti conseguiti nella divulgazione della cultura polacca in Italia.

   Negli anni 1991-1997 ha insegnato la lingua italiana presso il liceo statale “J. Dąbrowski”di Varsavia ed ha preparato l’esame scritto di maturità in questa lingua, a livello nazionale, per conto del Provveditorato Polacco agli Studi.

   A gennaio del 2012 ha creato un suo blog: musashop.wordpress.com, dedicato a poesia, musica e pittura, dove pubblica in particolare le sue traduzioni di poesia polacca e russa. Recentemente sono uscite in Italia nella sua versione raccolte di poesie di: Małgorzata Hillar, Urszula Kozioł, Ewa Lipska, Halina Poświatowska, K.I. Gałczyński  Anna Kamieńska; sono in corso di stampa Anna Świrszczyńska e Tadeusz Rozewicz. Pratica anche la pittura (olio e pastello) ed ha al suo attivo 9 mostre personali in Polonia, dove risiede da molti anni.

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29 commenti

Archiviato in critica della poesia, Poesia ciuvascia, poesia russa

29 risposte a “Gennadij Nikolaevich Ajgi (1934-2006) POESIE SCELTE: L’ovario, Il cammino, Un acero nella periferia della città, La neve, Finestre su piazza Trubna in primavera, Da 28 variazioni su canti popolari ciuvasci e udmurti. Traduzione e Presentazione di Paolo Statuti (Inediti in italiano) con un Appunto di Giorgio Linguaglossa

  1. Un sentito ringraziamento a Paolo Statuti per la traduzione delle poesie di Gennadij Nikolaevič Ajgi, altrimenti per me incomprensibili.
    “La neve” mi affascina forse più delle altre perché… mi affascina la neve.
    Il giuoco di parole può chiarire la ragione di questa mia preferenza. Fin dall’infanzia ho giuocato con la neve e in una mia composizione ho scritto: “… mangiavo manciate di neve / da bambina”. La neve è strettamente legata alla mia infanzia, quando nevicava molto più di ora, soprattutto nella mia città natale.
    Nella poesia “La neve” di Gennadij Nikolaevič Ajgi leggo:
    “(…)
    E le mie mani
    sono semplici e lontane,
    e le cornici delle finestre
    sono come ritagli di carta bianca,

    e là, dietro di esse,
    intorno ai lampioni,
    turbina la neve

    dalla stessa nostra infanzia.

    E turbinerà, finché sulla terra
    ti ricordano e ti parlano.

    E questi bianchi fiocchi una volta
    li vidi essendo desto,
    e chiusi gli occhi, e non posso aprirli,
    e turbinano bianche scintille,

    e fermarle
    io non posso.

    La neve è reale e metaforica, è fonte di suggestioni oniriche, rende strani persino i fiori sul parapetto (vv. 1-2), suscita il desiderio di un sorriso da parte di un “tu” non definito, rende rare le parole che il poeta può dirle (do per scontato che il “tu” sia una donna):

    “sedia, neve, ciglia, lampada.”

    Questo è il fascino della neve e soprattutto de “La neve” di Gennadij Nikolaevič Ajgi

    Giorgina Busca Gernetti

  2. ubaldoderobertis

    Ringrazio anch’io Paolo Statuti per il lavoro di traduzione. Per lui che scrive ottime interessanti poesie da anni (e che possiede esperienza di traduttore da quasi mezzo secolo) penso che ormai intenda la traduzione come un altro modo per fare poesia.
    Nelle poesie di Ajgi trovo ci sia la ricerca di essenzialità e di stringente purezza:
    “Io canto, ed è come se tra le lacrime/ qualcosa balenasse nel fuoco del tramonto,
    io che vado nel vecchio campo/col mio cavallo.”
    Parole senza reticenze:”Queste mani e questa testa/resteranno morte in terra straniera/
    il fumo della locomotiva ci colpisce la faccia,/per perdere la memoria una volta per sempre./
    Ajgi usa forme e soluzioni espressive chiare e precise. Un altro autore che ho potuto conoscere
    grazie a L’ombra delle parole.
    Ubaldo de Robertis

  3. antonio sagredo

    La poesia di Ajgi l’ho incontrata quando mi capitò per le mani la traduzione di Buttafava, credo fosse il 1974. Devo dire, per onestà, che allora non detti che una occhiata superficiale alla sua poesia e dimenticai il suo nome. Quando decisi di curare i corsi di Ripellino, diversi anni fa, (e che ora “la cura” è terminata, mancano alcune fonti), dovetti rileggere l’epistolario che Pasternak ebbe con alcuni poeti georgiani che tra l’altro tradusse(Majakovskij è georgiano, ma è altra cosa il rapporto stretto che ebbe con Pasternàk); per me questo fu lo stimolo per andare a cercare altri poeti diciamo “lontani” … fra questi ritrovai Ajgi. L’attenzione di Steven Grieco per questo poeta mi fa estremamente piacere e mi ha sorpreso e la traduzione di Statuti non può che rendermi felice.
    La poesia “la Neve” fu scritta nel 1960, (lo stesso anno della morte di Pasternàk, 30 maggio), per questo ho la sensazione che Ajgi (26 –enne) gliela abbia dedicata, poi che vi sono degli indizi in essa che mi fanno riflettere, per cui chiedo a Paolo Statuti se conosce quale mese del 1960?; di certo, dopo maggio?
    Sappiamo pure che iniziò a scrivere poesie in russo dal 1960 (D. Rebecchini)
    Ai pioneri Buttafava , A. Scarcia , A. Trevisan… la nostra stima.
    ——
    caro Ubaldo, mi hai preceduto di qualche secondo!

  4. Steven Grieco

    Sono felice di questo post, grazie alla infaticabile curiosità intellettuale di Giorgio Linguaglossa, e dell’ottimo traduttore Paolo Statuti.
    Adesso aspettiamo altre traduzioni, forse in un post futuro su questo blog, delle poesie della maturità di Aygi. Sono poesie certamente difficili, poiché Aygi è quasi sempre stato un poeta essenzialmente “sperimentale”.
    Tra l’altro egli, come poeta maturo, si butta a capofitto in una radicalissima “sfida” ai parametri tradizionali della poesia russa, indicando una possibile strada per uscire dalla forma metrica del verso russo, che già negli anni 60 appariva costrittiva.
    Come nota il traduttore inglese (nonché suo amico da sempre), Peter France, In Gennady Aygi, Selected Poems, Northwestern University Press, 1997, non è che Aygi (scusate la grafia inglese del suo nome, sono più abituato a scriverlo così) sovverta i ritmi naturali della lingua russa, semplicemente egli opera radicali cambiamenti sulla lunghezza del verso e sulla sua collocazione della poesia sulla pagina.
    Viene fuori un’esperienza completamente nuova del verso in lingua russa.
    Per quanto riguarda il suo comporre poesia “tra sonno e veglia”, cito qui da una intervista che gli fece il giornalista yugoslavo Nikola Vujčić il 25 settembre 1985:

    Domanda: Può dire qualcosa dello sfuocarsi del limite tra veglia e sonno nella sua poesia?

    Aygi: Per quel che ricordo – per più di un quarto di secolo, ormai – quasi tutta la poesia che ho visto intorno a me è stata poesia diretta, “impegnata”, molto spesso di un tipo piuttosto terra terra. E’ sempre stata la poesia dell’azione, dell’ “agire”. Nel modo in cui questi “atti” erano volti in una certa direzione, io non riuscivo a intravedere nessuna verità poetica, nessuna verità viva o “reale”.
    Di conseguenza, se volevo trovare una verità poetica, la verità della esistenza umana (o per dir meglio, della “sopportazione di vita” dell’uomo), dovevo guardare dentro me stesso, dentro la mia memoria e dentro il mio modo di vedere e capire il mondo. Non dovevo cimentarmi in “atti” che fossero “poetici” o di “vita-vera” (e infatti tali “atti” non erano secondo me necessari a nessuno; – c’erano altri che “agivano” in poesia, e lo facevano meglio di me).
    Iniziai pian piano a contrastare la poesia degli “atti” in un modo diverso. Non si trattava esattamente di contemplazione. No, era una cosa differente, una crescente immersione in una sorta di “unità di auto-conservazione” di ciò che potrei descrivere come un qualcosa di “inesausto-dimorante”, un qualcosa da cui l’intervento umano non aveva ancora fatto scaturire il fenomeno chiamato “atto”.
    Mi sembra che il tema del “sonno” sia gradualmente ed impercettibilmente emerso da questa mia “situazione letteraria”. Sonno-come-fenomeno, ma anche sonno-come-atmosfera, diventarono per me l’ “immagine-sonno” di un certo mondo, un mondo-sonno in cui si poteva tendere verso “isole”, verso frammenti di un “letto-di-fiume” che costituiva la sopportazione-di-vita di una persona; – vi era il senso che nel dolore e con il dolore – in una sorta di fuoco-mirato – io toccassi le cangianti manifestazioni dell’essere nel mondo di un’unica esistenza-destino.
    In questa situazione, feci grande uso del “sonno” in sé come immagine. Il rifiuto dell’ “azione” naturalmente prese anche la forma del “silenzio”, e “quiete” diventò il simbolo della continua sopportazione della vita. In breve, c’era un unico mondo-sonno, che comprendeva entrambi il sonno e la veglia. In questi casi, è ovviamente difficile distinguere tra veglia e sonno. Io so soltanto che “veglia” talvolta mi viene dentro la poesia quando io “esco da me stesso”, e in arte ciò mi sembra un segno negativo, distruttivo (così come nella vita è meglio non essere “fuori di sé” dalla rabbia).

    L’intervista, da cui ho tratto questo piccolo brano, si trova nel volume “Field-Russia”, Gennady Aygi, translated by Peter France, New Directions Books, 2007.
    Mi sembra di sentire, in tutto questo, una forte reazione all’atmosfera oppressiva che il poeta e l’artista respiravano in Unione Sovietica negli anni 50 e 60 e 70 del secolo scorso. Questo fu il suo modo di reagire a tale clima soffocante, e ne nacque una poesia russa “nuova”, ma radicata nei più antichi valori russi.

    • “Mi sembra che il tema del “sonno” sia gradualmente ed impercettibilmente emerso da questa mia “situazione letteraria”. Sonno-come-fenomeno, ma anche sonno-come-atmosfera, diventarono per me l’ “immagine-sonno” di un certo mondo, un mondo-sonno in cui si poteva tendere verso “isole”, verso frammenti di un “letto-di-fiume” che costituiva la sopportazione-di-vita di una persona; – vi era il senso che nel dolore e con il dolore – in una sorta di fuoco-mirato – io toccassi le cangianti manifestazioni dell’essere nel mondo di un’unica esistenza-destino.
      In questa situazione, feci grande uso del “sonno” in sé come immagine. Il rifiuto dell’ “azione” naturalmente prese anche la forma del “silenzio”, e “quiete” diventò il simbolo della continua sopportazione della vita. In breve, c’era un unico mondo-sonno, che comprendeva entrambi il sonno e la veglia.”
      E’ molto interessante ed efficace questa parte dell’intervista rilasciata da Gennadij Nikolaevič Ajgi; direi illuminante della poesia scaturita dalla situazione sonno-veglia-quiete-silenzio.
      Che venga presto il prossimo post sulla sua poesia!
      Grazie e un cordiale saluto a Steven Grieco

      Giorgina Busca Gernetti

      • Steven Grieco

        Grazie, Giorgina Busca-Gernetti, mi sorprende questo suo interessamento al poeta Aygi.
        Ci sono due correnti metafisiche nella poesia russa, quella ultraterrena e profondamente religiosa di Solovev e di Blok, in cui tutto diventa simbolo di una realtà superiore; e quella di un Pasternak, che odora di terra, è palpabile e tangibile.
        Aygi appartiene semmai a questa seconda: nella sua poesia avvertiamo il continuo sfuggire dell’inafferrabile dentro la palpabile concretezza del mondo.
        Aygi è il poeta del “non nominare l’innominabile”: ecco perché nella sua poesia il mondo nasce e rinasce senza posa.
        Per sensibilità, Aygi è molto più vicino ad un Arseny Tarkovsky e ad altri poeti russi di quanto non appaia. Bisogna leggerlo bene per sincerarsene.
        Ma come poeta-sperimentatore egli è vicino soprattutto ad un Rozewicz: laddove “poesia” diventa radicale negazione e impossibile superamento della parola “già detta, già sentita”.
        Se in Italia non si è potuto recepire l’importanza di Aygi, ciò è dovuto sicuramente anche a presentazioni incomplete di questo poeta. Bravo Sagredo, per aver citato il libro di Buttafava, che in quei lontani anni sembrò essere una importante chiave per aprire la porta della nuova poesia sovietica, e che invece avrebbe dovuto dare più importanza a Aygi, allora unico vero innovatore nel contesto della poesia russa. In quei tempi, si sa, imperava Brodsky, salutato come voce nuovissima, oppositore dell’ortodossia sovietica, ma che negli anni si rivelò essere uno dei poeti più conservatori fra i russi e gli europei.
        Anche per l’italiano ci sarebbe voluto un interprete e traduttore geniale di Aygi come Peter France, o come il suo traduttore francese (di cui adesso non ricordo il nome).
        Con queste prime traduzioni di Statuti, ecco che anche qui la porta inizia ad aprirsi.

        • La ringrazio per queste precisazioni e utili informazioni. Non si meravigli del mio interesse verso la poesia di Aygi. La mia cultura, come si è potuto vedere di recente, spazia nel mondo greco-latino, italiano, francese inglese tedesco, spagnolo, ma purtroppo della poesia russa conosco solo i più noti, mentre della narrativa moltissimi, vorrei dire tutti ma sarei presuntuosa.
          Ecco che queste traduzioni mi giungono utilissime per conoscere meglio il mondo russo che mi affascina da sempre (ho letto “Anna Karenina” a 12 anni!) .
          Un caro saluto
          Giorgina BG

  5. Che la poesia non debba limitarsi alla rappresentazione del mondo della veglia, del mondo della coscienza, del mondo visibile mi sembra ovvio, il modernismo europeo ci ha insegnato questo. Il mondo è più complesso e sfuggente di quanto una concezione neopositivista ci vorrebbe far credere, taluni addirittura mettono in discussione che l’arte e la poesia debbano “rappresentare” qualcosa. Certo, nel concetto di “rappresentazione” c’è un elemento spaziale che viene indagato da un punto di vista, ma ogni movimento del punto di vista modifica inevitabilmente il “rapresentato”. Quindi, ci sono tante rappresentazioni quanti sono i punti di vista in movimento, non c’è una rappresentazione univoca, oggettiva, che vale per sempre. Da queste considerazioni, possiamo capire l’importanza della rivalutazione del sonno di Gennadij Ajgi per ottenere una rappresentazione più vasta e profonda dell’oggetto.

  6. AL SONNO

    Q sonno, o de la queta, umida, ombrosa
    notte placido figlio; o de’ mortali
    egri conforto, oblio dolce de’ mali
    sì gravi ond’è la vita aspra e noiosa;
    .
    soccorri al core omai, che langue e posa
    non have, e queste membra stanche e frali
    solleva: a me ten vola, o sonno, e l’ali
    tue brune sovra me distendi e posa.
    .
    Ov’è ’l silenzio che ’l dì fugge e ’l lume?
    E i lievi sogni, che con non secure
    vestigia di seguirti han per costume?
    .
    Lasso, che ’nvan te chiamo, e queste oscure
    e gelide ombre invan lusingo. O piume
    d’asprezza colme! o notti acerbe e dure.
    .
    Giovanni Della Casa (1503 – 1556)

    GBG

  7. Carissimi, mi sembra di aver capito che devo ancora tradurre questo straordinario Ghennadij Ajghi (come sapete in italiano va pronunciato così). Lo farò con piacere e prenderò in considerazione eventuali proposte editoriali. Molto interessanti i commenti. Grazie a tutti per l’apprezzamento del mio lavoro, e un grazie particolare a Giorgio per la sua ospitalità.

    • Steven Grieco

      Sì, assolutamente. Una sua poesia, che non ha ancora la complessità dello stile maturo, ma che è bellissima, è Смерть, alla madre che sta morendo. E anche Тишина!
      E concordo pienamente anche con l’analisi di Giorgio.

  8. Anzitutto come non ringraziare Paolo Statuti per il lavoro di intensa filologia che svolge nei confronti di questi poeti altrimenti dimenticati o sconosciuti? E’ una poesia estremamente semplice, che entra subito, francamente me ne infischio se non ha la complessità dello stile maturo.

  9. antonio sagredo

    Non erra Steven Grieco quando giudica Josef Brodskij: fu ottimo saggista, come poeta “russo” mi lascia un po’ indifferente; fra laltro inquinato moltissimo dalla poesia occidentale poi che smarrì del tutto della poesia russa l’humus stilistico ed invano si giustifica in qualche suo scritto! Invano… il suo Nobel come tantissimi ha sapore di operazione politica! Come giudicatore di poeti commise molti sbagli, a cominciare da Auden che considera il più grande poeta del ‘900?!?! – Di fronte a Chlebnikov è un nano! –

    • Steven Grieco

      Certo, noi tutti abbiamo le nostre opinioni sui poeti, e sono opinioni in fin dei conti. Ma non posso non concordare con Sagredo per quanto riguarda Brodskij. C’è in quest’ultimo troppo odore di Eliot e della restaurazione dei “grandi valori tradizionali” dell’era pre-moderna.

  10. Vi informo che ho aggiunto nel mio blog le due poesie suggeritemi da Steven Grieco, cioè “La morte” del 1960 e “Il silenzio” del 1975. Grazie Steven per la segnalazione.

    • Gentile Paolo Statuti,
      mi sono permessa di copiare qui le due poesie annunciate.
      Se ho fatto male, le farò cancellare.
      GBG
      ***

      La morte

      Senza togliersi il fazzoletto dalla testa

      la mamma muore,

      ed è l’unica volta

      che io piango alla vista

      del suo abito di tela grezza.

      Oh, come sono placide le nevi,

      come se le avessero spianate

      le ali di un demone di ieri,

      oh, come sono ricchi i cumuli,

      come se sotto fossero celati

      mucchi di sacrifici

      pagani.

      E i fiocchi

      cadono senza sosta portando sulla terra

      i geroglifici di Dio…

      1960
      *

      Il silenzio

      Ad A. Chuzangaj

      ma che fa egli nel bosco?

      mormora come un ramo… no è più inutile di un ramo

      e con un motivo inferiore

      di un ramo… –

      non un segno non un’azione… –

      ed esiste in lui

      soltanto ciò che possiede

      del Paese-Soglia… (più avanti – il fuoco)… –

      e là

      una certa ora

      mostrerà la predestinazione

      della fine… –

      (ma la presenza qui – è illusoria!.. –

      e – non c’è una sensazione

      che possa risonare

      come “paese”)… –

      egli è qui – senza la pienezza e senza il tacere del bosco…

      soltanto il silenzio – del passato… e qui il suo fruscio –

      la sua ultima apparizione… soltanto – un’eco… –

      (tutto – nel vuoto… senza fuoco… e perfino –

      escludendo tutta la vastità – del bosco)

      1975

      (C) by Paolo Statuti

  11. Grazie Paolo,
    ho già aggiunto le due poesie. Un abbraccio. giorgio

  12. cara giorgina,
    hai fatto benissimo a copiaincollare le due poesie. Grazie. Melius abundare quam deficere. Perdonami il latino maccheronico. un abbraccio.

  13. Siete impagabilmente poetici! 🙂

  14. antonio sagredo

    Caro Steven,
    io ho conosciuto in due occasioni Brodskij di persona,e abbiamo parlato due minuti: gli riferii quanto pensavo di lui: prima e dopo la Russia, ed è quanto ho scritto nel mio intervento… una sera in una cena da una amica slavista, a Roma, non ne potetti più della sua alterigia (gli rinfacciai che di Majakovskij e Pasternàk sapeva poco e male,e di Mandel’stam ne sapeva troppo!… troppo da smarrirsi negli elogi!) e abbandonai tutti, quasi sbattendo la porta! Questo l’ho fatto perché fedele al mio carattere e al mio pensiero: parlo coi poeti sia quando sono vivi sia quando sonoi morti… alla stessa maniera! – Riguardo il confronto con Chlebnikov devi sapere che tutti i poeti russi (indistintamente!) hanno un grande debito, e che dopo la sua morte sia Majakovskij che Pasternàk non si comportarono bene con il loro Maestro!; il primo si disinteressò di una sua pubblicazione postuma, credo una antologia (Achmatova); il secondo cercò sempre di negare una sua influenza: inutilmente poi che i suoi versi lo testimoniano… come pure quelli di Majakovskij.
    a.s.

    • Steven Grieco

      Caro Antonio,

      io non voglio essere troppo duro con Brodskij. Non so se me lo posso permettere. Intendo dire, che un grande poeta, che a me piaccia o no, rimane un grande poeta.
      Perché, come diceva Eliot, il vero valore di un poeta di distilla di solito 50 anni circa dopo la sua morte. Per il momento Brodskij è un Nobel, quindi va lasciato stare…
      Quanto alla grandezza di Chlebnikov, non ho dubbi. Ahimè, però, egli è un altro Aygi, ossia un poeta difficile! Sarebbe bello se come guardiamo un pittore cubista e lo capiamo, così potessimo leggere un poeta difficile. Purtroppo non è così. La poesia è più spinosa.

  15. antonio sagredo

    Caro Steven,
    così non va. Se Eliot diceva così, diceva una sciocchezza, e se è una cosa seria va presa per una seria sciocchezza! Che è peggio!
    Quanto al fatto di mettere sulla stessa linea Chlebnikov e Ajgi perché sono entrambi “difficili” non ha senso. Intanto il secondo non è difficile affatto, e se lo è non presenta la stessa qualità di difficoltà che presenta invece il primo.—- Basta leggere il saggio di Ripellino su Chlebnikov per rendersi conto (questo vale anche per chi ha poco dimestichezza con la poesia in generale) che Ajgi non può essergli messo in alcun modo accanto, cominciando proprio dal “difficile” ; Ajgi sa bene che Chlebnikov è un suo lontano Maestro (non ereditando affatto quel “difficile” che Steven Grieco
    invece, come dire, gli appiccica su) – poi che i più vicini al Maestro furono Pasternàk, Majakovskij, Mandel’stam, Esenin, Achmatova, Cvetaeva e tutti gli altri “minori” che erano pur grandi poeti, e che ne subirono influenza grande. Poi personalmente non capisco cosa significhi “poeta difficile” e “poeta non difficile”: questa distinzione, ripeto non ha senso, e se ha un senso è un senso insensato… insomma si può dire all’infinito… ha forse senso dire p.e. che Eliot è poeta difficile e Pasternak non difficile? – Oppure il contarrio, oppure entrambi “difficili”, oppure entrambì “non difficili”. No! non ha alcun senso! Non è il metro adatto.
    D’altra parte quando Ajgi conosce Pasternàk, questi da moltissimo tempo ha abbandonato il sentiero sperimentale delle avanguardie avviandosi verso la “chiarezza” delle immagini: Ajgi dunque ha erediatto da Pastenàk
    la “chiarezza”. Cvetaeva definiva la poesia di Pasternàk come un “acquazzone luminoso”, e tanto basta!

  16. Steven Grieco

    Ho letto questa di Sagredo, e ho deciso di non commentare per evitare sterili e stridule polemiche. L’unico consiglio: Sagredo legga meglio Aygi: da come parla, capisco che non lo conosce affatto.

  17. Ho trovato in internet: La ferita-verbo parla attraverso il viso – Poesie di Gennadij Ajgi. Poesie tradotte da Giovanna Pagani Cesa, tratte da: Il Pomerio – Antologia Poetica, Biblioteca in forma di parole, libro VII, Reggio Emilia, Elitropia Edizioni, 1983. pagg. 580-599.

  18. Steven Grieco

    Sì, questo è un libro che mi capitò tra le mani negli anni novanta. Perché prima di conoscere Ajgi attraverso i suoi curatori inglesi (fra cui l’americana Sarah Valentine, che però mi convince meno), lo conobbi appunto attraverso questa scelta, e altre traduzioni di singole poesie sparse qua e là….
    Comunque adesso, con le traduzioni di Paolo Statuti, è iniziato un nuovo capitolo Gennadij Ajgi, tradotto in lingua italiana.

  19. Caro Steven, grazie. Ora non resta che trovare un editore interessato, da parte mia sono pronto.

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