Lidia Gargiulo “Itinerari dell’esilio. I grandi temi della divina Commedia” LA COMMEDIA DI DANTE COME OPERA DELL’ESILIO

dante alighieri 4Lidia Gargiulo ha vinto il Premio Speciale per la Critica Letteraria con “Itinerari dell’Esilio” (Edilet) al Concorso Nazionale “Terzo Millennio”. Il premio le sarà consegnato oggi, sabato 24 ottobre 2015 alle ore 16 nel corso di una cerimonia che si terrà nel Palazzo Massimo alle Terme di Roma (Largo di Villa Peretti, 1 – Roma, nei pressi della Stazione Termini)

01 COP DANTELidia Gargiulo Itinerari dell’esilio. I grandi temi della Divina Commedia EdiLet, Roma, 2013 pp. 236 € 18,00

Dante Alighieri

Dante Alighieri

 Nota critica di Giorgio Linguaglossa

Affrontare «i grandi temi della commedia» come fa Lidia Gargiulo in questo libro non era una impresa scontata, tante le difficoltà: ad iniziare dalla straordinaria complessità del viaggio dantesco nei tre regni dell’oltretomba, le stratificazioni delle interpretazioni analogiche, allegoriche e filosofiche che la gigantesca costruzione del poeta fiorentino ha fatto sì che si siano accavallate nel corso dei secoli; le modificazioni dei significati lessicali, la ricostruzione minuziosa della rete dei riscontri storici e filologici dei personaggi e degli episodi rappresentati nella Commedia. Tante difficoltà, dunque, tante sfide che l’autrice, nota poetessa, ha risolto con brillantezza e una prosa agile e precisa, aliena da complessità accademiche o lemmi burocratici. La Gargiulo coglie, con una sensibilità tutta moderna, con precisione l’aspetto caratteristico della Commedia, la quale «è un sistema compiuto e coerente, autoreferenziale in quanto regolato da proprie leggi interne. Per accedervi il lettore deve pre-disporre la mente e lo sguardo su un mondo diverso dal suo: questo poema infatti non racconta solo una straordinaria esperienza individuale, ma documenta anche una civiltà». (p. 26)

Dante Alighieri e Guido Cavalcanti

Dante Alighieri e Guido Cavalcanti

«Già nella Vita Nova Dante rivendicava ai poeti il diritto di usare l’allegoria» e riporta l’esempio di Ovidio: «quando Ovidio racconta che Orfeo ammansiva le belve col suono della cetra, vuole dire che la musica addolcisce i cuori crudeli»; ma nella lettera a Cangrande Dante distingue fra “allegoria dei poeti” e “allegoria dei teologi”. Distinzione importantissima perché introduce il concetto della libertà del poeta di costruire le sue allegorie pur restando convinto che solo la fede dà senso alla libertà degli uomini. La Commedia è dunque una allegoria del viaggio, ed il viaggio è visione dei luoghi dell’aldilà, quel posto che non è occupato dagli abitanti della Terra e distinto in Inferno, Purgatorio e Paradiso. È proprio questo grandioso scenario quello che permette a Dante di narrare la storia più meravigliosa che un poeta abbia mai narrato: la storia di un viaggio nell’oltretomba che si fa nel presente. La Gargiulo inquadra, con grande ricchezza di particolari e di dettagli storici e filologici, la struttura dell’opera dantesca entro il quadro della filosofia tomistica di San Tommaso, e non poteva essere diversamente in quanto quella era la filosofia adottata dalla Chiesa che consentiva di unire il sistema teocentrico del cristianesimo con il sistema cosmologico tolemaico in una sorta di perfetta architettura cosmologica, filosofica, teologica e simbolica.

Dante Alighieri 2La Gargiulo mette in evidenza il rovesciamento del modello classico: mentre per i pagani «inferno» è semplicemente un «luogo infero», sotterraneo, a cui approdano tutti i morti, l’«inferno» cristiano  il contrario di «paradiso», è il luogo privo di stelle dei condannati per l’eternità;  «man mano che il Viaggio procede, l’idea di governo e di libertà evolve da un modello di ispirazione aristotelica a un modello di ispirazione platonica, da forme dinamiche di convivenza… a forme via via più statiche che assorbono la libertà individuale in un disegno superiore pre-visto e pre-ordinato». (p. 43) I  capitoli dello studio si dipartono da quello centrale che mette a fuoco la questione della «Commedia», dei suoi requisiti formali e sostanziali. Nell’Inferno non ride nessuno, tranne Francesca da Rimini quando racconta che dal «disiato riso» di Ginevra nascerà la perdizione di Francesca da Rimini. Rifacendosi ai precetti della Poetica di Aristotele, laddove il filosofo greco la rifà alla imitazione di soggetti non nobili, ossia di basso ceto, per cui la commedia deve rivolgersi agli aspetti più modesti della realtà, quelli della vita di tutti i giorni, quindi anche la sua forma sarà dimessa. Così del «riso», secondo Aristotele c’è quello sguaiato e quello pacato da allegrezza diffusa. Ne consegue che l’Inferno è certamente ridicolo, cioè comico, nel senso che quanto avviene in esso deriva da una deformazione e una deviazione dall’ordine, in quanto originato dal baratro di una caduta; «sofferenza senza riscatto, deposito a fondo perduto del male», commenta l’autrice; il dolore non produce cambiamento, il «tristo ludo» dell’Inferno ha il suo fondamento nella immobilità del cosmo, di quella parte del cosmo che è stato escluso dalla visione di Dio comune a tutti i dannati, e il contrappasso è il regolo del castigo che viene comminato a tutti gli abitanti di quella dimensione.  «Molti dei mostri infernali (Caronte, Minosse, Cerbero, Pluto, le Erinni, i Centauri, i Giganti..) provengono dalla mitologia classica e dall’Erebo pagano… ma nella Commedia essi sono ribaltati dal tragico al comico, dalla sacralità degli inferi pagani alla sconcezza dell’inferno cristiano». (p. 58)

Dante Alighieri

Dante Alighieri

Il punto importante messo in luce dalla Gargiulo è che la Commedia è la prima opera dell’esilio. Nel 1301 l’espulsione dei Guelfi Bianchi e il ritorno dei Neri significarono per Dante l’imputazione di falsario e barattiere, l’esclusione a vita dalle cariche pubbliche e la multa di 5.000 fiorini. Ma nella Commedia la parola «esilio» non si incontra mai, non è un caso, è una parola rimossa ma è la parola chiave che mette in modo l’opera.

«L’ultima occasione di far ritorno fu la promulgazione nella Firenze dei Neri, di un Ordinamento di Perdono agli esuli Bianchi (1315), ma Dante Alighieri rifiutò»; (p.83) non è questa la via per un ritorno onorevole di Dante in patria, meglio l’esilio a vita. «Ma nella scelta di essere ‘fuori’ maturava un altro modo di essere ‘dentro’» commenta la Gargiulo. Dante è il primo poeta dell’età moderna: inventa la poesia dell’esiliato e dell’esilio, del disconosciuto in patria; da allora il tema dell’esilio sarà centrale nella poesia europea; fino a Leopardi, Holderlin, Milosz, Brodskij, Mandel’stam, Zagajevski. È il tema centrale che ha occupato le menti dei migliori poeti della nostra epoca. Mi sembra questo il significato attuale di questo libro, la Commedia dantesca viene letta da questo particolare punto di vista.

Lidia Gargiulo

Lidia Gargiulo

Lidia Gargiulo vive a Roma. Sue pubblicazioni:
 Dalla selva alla rosa – sulla Commedia di Dante
Insegnare il Novecento -1994
Duetto per Clodia – poesia
Penelope classica e jazz – poesia
Di chi è il bambino – poesia
I segni di Proserpina – poesia
Le rose di Sirmione – poesia
Solubile – poesia
L’invenzione del paradiso – romanzo
Le dita nell’inchiostro – diario-reportage sulla scuola
Ossovage – romanzo
Nacchere – romanzo
Solubile – poesia
Dall’Est – racconti
Dall’Est 2 – racconti
Versi e racconti pubblicati su periodici e riviste (Malavoglia, Tuttestorie, Insegnare, Pagine, Fermenti, Ecole…); è possibile leggere suoi racconti nei taccuini del  sito WWW.cittaelestelle.it

Collabora alle riviste : Ecole, Echi di psicoanalisi, Treccani Scuola online. Premi: Magna Laus al Concorso internazionale di poesia latina Certamen Catullianum  di Verona (1990); Segnalazione speciale al Concorso Internaz. di poesia Eugenio Montale (1992); Finalista al Premio Narrativa Inedita Italo Calvino (2002).

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7 commenti

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7 risposte a “Lidia Gargiulo “Itinerari dell’esilio. I grandi temi della divina Commedia” LA COMMEDIA DI DANTE COME OPERA DELL’ESILIO

  1. “E quella a me: “Nessun maggior dolore
    che ricordarsi del tempo felice
    ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore. 123

    Ma s’a conoscer la prima radice
    del nostro amor tu hai cotanto affetto,
    dirò come colui che piange e dice. 126

    Noi leggiavamo un giorno per diletto
    di Lancialotto come amor lo strinse;
    soli eravamo e sanza alcun sospetto. 129

    Per più fïate li occhi ci sospinse
    quella lettura, e scolorocci il viso;
    ma solo un punto fu quel che ci vinse. 132

    Quando leggemmo il disïato riso
    esser basciato da cotanto amante,
    questi, che mai da me non fia diviso, 135

    la bocca mi basciò tutto tremante.
    Galeotto fu ’l libro e chi lo scrisse:
    quel giorno più non vi leggemmo avante”. 138
    *
    Dante Alighieri fa parlare così Francesca da Rimini nel V Canto dell’Inferno: “come colui che piange e dice”.
    Mi permetto di chiedere in che senso “Nell’Inferno non ride nessuno, tranne Francesca da Rimini quando racconta che dal «disiato riso» di Ginevra nascerà la perdizione…” .

    Leggerò senza dubbio questo libro perché ogni studio sul divino Poema suscita in me un profondo interesse.

    Giorgina Busca Gernetti

  2. lidiagargiulo

    GRAZIE! MOLTO BELLO, DA VERO E GENEROSO AMICO

  3. mi sarebbe piaciuto commentare però ahimè sono sempre in viaggio come i peggiori stronzi/italiani/poeti, ma grazie infinite per un dettaglio nell’immagine del dipinto di dante e cavalcanti per un mio bozzetto squallido in bianco e nero. ciao

  4. antonio sagredo

    dal corso su O. Mandel’stam di A. M. Ripellino del 1974-75, traggo da una mia nota 126 (al commento di Ripellino) quanto segue a proposito dell’esilio dantesco e di Mandel’stam, [e la frase della Gargiulo :«Ma nella scelta di essere ‘fuori’ maturava un altro modo di essere ‘dentro’>>) s’incolla perfettamente all’esilio interno di Mandel’stam!]
    ——————————————————————————————-
    Di Dante, Osip disse subito che era la cosa più importante di tutte in letteratura .
    Da allora non se ne separò mai e due volte la portò con se in prigione. Nel pensare ad un possibile arresto, e ci pensavano tutti quelli che conoscevano Mandel’štam, scovò una Divina Commedia di piccolo formato e se la portò sempre in tasca. (A. M. Ripellino)
    —————————————————————————————
    dalla mia nota 126 p. 42.
    ” L’extraterritorialità della letteratura del nostro pianeta di Donald E. Pease (2001-2002 ?), che analizza un saggio di Wai Chee Dimock, dove si afferma nelle pagine dedicate a Mandel’štam, che la letteratura è uno degli agenti della denazionalizzazione, la quale permette di violare la sovranità dei territori dello Stato (esempio di globalizzazione); e a proposito è esemplare l’atto realizzato da Mandel’štam che affronta il potere dello Stato autoritario sovietico di Stalin; e che lo supera nel tempo e nello spazio, portandosi con se, mentre va incontro all’esilio verso il lager, la Divina Commedia di Dante; e che questa opera diviene il simbolo di superamento di tutti i poteri autoritari che si sono succeduti nella storia umana.
    Quindi la Commedia è manifestazione della potenza di una letteratura planetaria, che non conosce barriere cronologiche e che è un continuum metastorico contro tutte le barriere autoritarie spaziali e temporali. Con Dante, Mandel’štam rafforza il suo potere di dissenso contro lo Stato stalinista, e sono inutili gli sforzi compiuti da questo Stato per sopprimere la scrittura del poeta. Due esili che si comprendono a distanza di secoli… comunque sintetizzando: “È stata la extraterritorialità della scrittura di Mandel’štam la condizione-chiave che gli ha permesso di sopravvivere e il suo essere radicato fisicamente- paradosso- nel territorio ha fornito al poeta il pretesto di deterritorializzare con la letteratura lo Stato autoritario che opprimeva lui e chi all’interno del suo spazio riusciva a sopravvivere”.
    Conclude il critico l’analisi al saggio del Dimock, dichiarando la “poesia come forma più duratura della corporeità e – che – mentre era in esilio Mandel’štam ha inventato una forma di scrittura che ha preso il posto della Russia da cui era stato bandito, fornendogli una forma di sopravvivenza biologica”. Donald E. Pease non manca di rilevare che: “Dimock tende a perdere di vista il modo in cui Mandel’štam torna a scrivere… – dopo il primo arresto – come la materializzazione di una forma alternativa di territorialità… che i suoi scritti sulle letture di Dante sono prima del suo (ultimo) – esilio…”, e che se ha portato con sé Dante è non per strumentalizzarlo, ma per affermare un’altra scrittura sotto esilio e dice: ”vorrei proporre che era lo status extraterritoriale della scrittura che Mandel’štam là ha prodotto che costituisce il tratto fondante della letteratura planetaria”. E, infine, chiude affermando che è stata questa extraterritorialità scritturale che ha permesso al poeta di ancor più appartenere e di occupare più fisicamente il territorio e di resistere e di sopravvivere ai terribili atti che là si compivano. Furono inutili dunque gli sforzi del potere sovietico di “dislocare il corpo” di questo grande poeta!, che scrisse, sembra, la sua ultima poesia il 4 maggio del 1937, secondo la sua musa Nataša Štempel” . – segue nota 126 > “A Samaticha invece, oltre alla Divina Commedia , Mandel’štam, “aveva portato con sé Chlebnikov, un volumetto di Puškin redatto da Tomaševskij, e un volume di Ševčenko…” in L’epoca e il lupi di Nadežda Mandel’štam, ed. Mondadori, 1971, p. 428. La completa traduzione della Divina Commedia fu realizzata fra il 1939 e il 1945 da Michail Lozinskij, amico della Achmatova (vedi p. 31, nota 84). Il 18 maggio 1939 parlando l’Achmatova con Lidja Čukovskaja (che le chiede se conosce l’italiano) afferma: ”È tutta la vita che leggo Dante”; Lozinskij le aveva portato in quei giorni la traduzione dell’Inferno. In Lidja Čukovskaja,
    Incontri con Anna Achmatova, 1938-1941, Adelphi 1990, p.40”.

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