DIECI POESIE di Umberto Fiori da “Poesie” (Oscar Mondadori, 1986-2014) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

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Umberto Fiori è nato a Sarzana nel 1949 dal 1954 vive a Milano. È autore di saggi e interventi critici sulla musica (Scrivere con la voce, 2003) e sulla letteratura (La poesia è un fischio, 2007), di un romanzo, La vera storia di Boy Bantàm (2007) e del Dialogo della creanza (2007). Del 2009 è Sotto gli occhi di tutti, un cd di canzoni tratte dalle sue poesie, in collaborazione con il chitarrista Luciano Margorani. Il suo primo libro di poesia, Case, è uscito nel 1986 per San Marco dei Giustiniani. Sono seguiti, per Marcos y Marcos, Esempi (1992), Chiarimenti (1995), Parlare al muro (con immagini del pittore Marco Petrus, 1996), Tutti (1998) e La bella vista (2002). L’ultima raccolta è Voi (Mondadori, 2009), ora inclusa, insieme a tutte le sue poesie e ad alcuni inediti nell’Oscar Mondadori uscito nel 2014.

umberto fiori copertinaCommento di Giorgio Linguaglossa

Nella poesia di Umberto Fiori c’è un percorso che parte da Sereni de Gli strumenti umani (1965), attraversa Giovanni Raboni e giunge fino al De Angelis di Somiglianze (1976) e al Cucchi de Il disperso (1976); c’è un abbassamento tutto lombardo del lessico. È una poesia di sottotoni, c’è il parlato anonimo di un «io» che si sottrae dalla scena, che si nasconde. La poesia di Fiori, fin dai suoi esordi, è sempre stata ricca di figure segnaletiche di luoghi urbani indicati di scorcio, in tralice (mai in prospettiva); le figuralità sono intercambiabili, gettoni della anonimia della vita moderna («i palazzi», «la tangenziale», «un capannone», «sui viali»); ci sono poi le diciture  del tempo  atmosferico e cronometrico, per lo più dizioni intenzionalmente indistinte: «In piena notte», «un giorno…», «una volta», «Ogni mattina», «Quando», «come quando», «È come quando di nuovo…», «una certa fermata», «in giro», «per un paio di piani», «tra le case», «da qualche parte», «è stato ottobre, gennaio». Molto frequentati risultano i deittici: («qua intorno», «lì intorno», «Qui ora c’è questa rete / e al di là della rete / questo terreno», «Le cose sono lì…», «Giorno e notte, qua sotto», «ogni giorno son qua»), che indicano luoghi generici, indistinti, indeterminati e intercambiabili. Gli oggetti, i macchinari, gli strumenti sono anch’essi indicati da termini generici («le macchine si muovono a scatti»), sembrano non avere nessun rapporto con gli agenti umani, sembrano mossi da forze esogene, esterne, indipendenti dalla volontà degli umani; anche le parti del proprio corpo sembrano essersi liberate dalla dipendenza dell’io, sono pezzi meccanici che si sono sottratti alle leggi della fisiologia («Lo vedi questo piede, / quando mi siedo, come lo metto?»); il sintagma «gente» è impiegato in modo equivalente al sintagma «i tanti»:

In tanti vanno, lungo il marciapiede,
continuamente. S’incrociano e si scansano,
rallentano e poi avanti. Filano, scorrono
svelti e tranquilli

Le indicazioni di luogo non indicano mai in quale città si svolgano i «fatti»; le locuzioni stradali sono sempre asettiche, indeterminate, neutrali non sono serventi alla riconoscibilità dei luoghi; le figure non sono neanche tipizzate come simboli (di qui la distanza abissale dai simboli montaliani, dalle Dora Markus, da Clizia, da Arsenio etc.) ma sono anonime, indistinte, grigie, impersonali, impolverate, unidimensionali; la ricorrente frequenza di nomenclature toponomastiche: strade, viali, angoli di strada, tangenziali, semafori (sottopassaggi, tram, macchine, giardini, autosilo, piazzale, cantieri, scavi, asfalto etc.), indica località urbane intercambiabili, ci si può trovare a Milano ma anche a Genova o altrove. I verbi coniugati per la maggior parte al presente vogliono indicare questa anonimia di fondo dei luoghi, delle persone e del tempo, non illustrano mai azioni concrete, atti, volizioni, quanto piuttosto degli accadimenti estemporanei e intertestuali tra una poesia e l’altra, denunciano l’appiattimento sulla dimensione del presente. Non c’è una temporalità riconoscibile, c’è semmai una temporalità impolverata, opaca, indistinta, si avverte quasi l’odore dei muri scrostati, i fumi di scarico del traffico urbano, dei destini affetti da anonimia. Diversamente da Montale, non c’è mai alcun momento che introduce all’epifania, non c’è alcuna epifania. La poesia sliricizzata di Fiori prende atto, come un registratore, delle esistenze nelle metropoli dei nostri giorni, non si propone, né lo potrebbe, alcun antagonismo al simbolismo (come erroneamente è stato sostenuto da qualche commentatore), perché non c’è alcun simbolismo nella segnaletica dei segnali stradali o nelle nomenclature delle strade. Anche dal punto di vista stilistico e sintattico questa poesia accetta di sopravvivere nella latenza anonima del «parlato» e di un «dettato» in chiave mimetico-realistica. Paradossalmente, si realizza una poesia senza stile, peraltro non richiesto dalla materia trattata, anzi, si verifica addirittura un raddoppiamento delle istanze mimetiche, quasi un iperrealismo, quasi a voler compensare l’irrealtà e l’indistinzione dei paesaggi urbani: «Cancellate, ringhiere, / scale, colonne, cornicioni»; «Siamo lontani dalle cose vere / che abbiamo intorno. / Siamo in errore» (Pedone); «lì davanti li hai / e non li vedi ancora» (Tangenziale); «Vedi? Parlare ci separa» (Spiegarsi); «nessuno parla – o ascolta – veramente». (Il discorso e la voce I)

Umberto Fiori

Umberto Fiori

Umberto Fiori

Apparizione

Alte sopra la tangenziale, chiare,
due case con in mezzo un capannone.
È questa l’apparizione,
ma non c’è niente da annunciare.

Eppure solo a vederli
là fermi, diritti davanti al sole,
i muri ti consolano
più di qualsiasi parola.

Cancellate, ringhiere,
scale, colonne, cornicioni:
ha l’aria, tutto, come se qualcuno
dovesse veramente rimanere.

.
Allarme

In piena notte
sui viali scatta un allarme.
Si ferma, e poi ripete
due note acute, tremende, con la furia
di un bambino che gioca.
Nei muri bui dei palazzi lì sopra
le finestre si aprono, si accendono.

Tranne la strada
in mezzo ai rami, vuota,
niente si vede.
Si tirano le tende
e si rimane intorno a questo urlo
come si sta in un campo
intorno a un fuoco.

(da Esempi, 1992)

.
Di guardia

Mi conoscono bene, hanno ragione:
io sono come un cane,
una di quelle bestie nere che dormono
intorno ai capannoni industriali
e se passi, si avventano di colpo
sulla rete metallica
e più gli dici “Buono!”, più si sgolano.
Adesso, chi li consola?
Finché non hai girato l’angolo
gli bolle il sangue. Tirano tutti sordi.
Scoprono i denti, mordono
anche il filo spinato; ma sono gli occhi
che fanno più paura: sereni
e puri come quelli di un neonato
o di una statua.
Hanno imparato il compito: questo recinto
tenerlo sgombro. Sia senso del dovere
o invece solo istinto, non ti commuove
almeno per un attimo
la scena che -loro- sempre, tutta la vita,
li fa smaniare, li esalta
e li avvelena?
Io, per me, lo capisco
meglio di tutti gli altri che ho mai sentito,
questo discorso.
La riconosco bene la voce
fanatica, che sbraita per difendere
-così, alla cieca, per pura gelosia-
l’angolo dove l’hanno incatenata.
Tu non sai che cos’è, stare di guardia,
in ogni odore
sentire una minaccia
a quei tre metri di terreno,
urlare in faccia al mondo intero
fino a perdere il fiato, e non sapere
cosa c’è da salvare, a che cosa
veramente si tiene.

(da Chiarimenti, 1995)

Minitram anni Cinquanta

Minitram anni Cinquanta

Per strada

Se all’angolo una signora
– o magari un vigile –
si volta
con la faccia scavata dalla luce
della bella giornata
e parla –proprio a me,
a me, qui- del rispetto che si è perso
o del caldo che fa,
io mi sento mancare, come un santo
quando lo sfiora l’eternità.

Sento le piante crescere, sento la terra
girare. Tutto mi sembra forte e chiaro, tutto
deve ancora succedere.

(da Chiarimenti, 1995)

Strettoie

In tanti vanno, lungo il marciapiede,
continuamente. S’incrociano e si scansano,
rallentano e poi avanti. Filano, scorrono
svelti e tranquilli, finché
di qua c’è un mucchio di assi, di là
un rimorchio di camion.

Soltanto uno ci passa.

*

milano, il naviglio pavese in secca e palazzi residenziali del quartiere barona alla periferia sud --- milan, dry naviglio pavese channel and residence buildings of barona district at south periphery

milano, il naviglio pavese in secca e palazzi residenziali del quartiere barona alla periferia sud — milan, dry naviglio pavese channel and residence buildings of barona district at south periphery

Uno soltanto: ma chi?

Ogni volta ti incanti,
prima di entrare.
Rimani lì a pensarci
una vita.

Dall’altra parte la gente arriva spedita,
s’infila nella strettoia. Tu le fai ala
come una folla al suo sovrano.

*

Con un mezzo sorriso
ti fai da parte, lasci che sfili
un cane
che tira una signora,
poi un tizio che viene
dietro di lei, deciso; ti sporgi appena
e subito rientri,
fai largo a un altro con una moto.

Guardali come sono calmi, sereni,
mentre ti passano di fronte
senza parlare, con gli occhi fissi nel vuoto,
ognuno un sole che sorge.
Beati, indifferenti:
sembrano dèi.

Tu invece, lì sull’attenti,
mastichi amaro.

*

Cos’è, rancore
quello che ti prende
ogni volta? Che torto ti hanno fatto?
Passare tu, volevi,
al posto loro?

No, non è questo.

*

Né tu, né gli altri. In quel passaggio stretto
vorresti che nessuno avesse cuore
di penetrare;
che durasse per sempre
e per tutti quell’attimo di scrupolo,
di esitazione;
che soltanto a vederlo, questo sentiero
sacrificato, in mezzo a due transenne,
le persone restassero impietrite
da un infinito rispetto.

*

Allora, fermi a un imbocco
e all’altro della strettoia,
mille volte ripetere l’invito
– prego, si accomodi!-
e mille volte regalarci il mondo
con gli occhi e con le mani, e mille volte
rifiutare, e invitarci, finché l’asfalto
che ci separa, a furia di cerimonie
si spacchi, e l’erba lì in mezzo ricresca alta
come se mai
ci fosse passato un uomo.

(da Tutti, 1998)
*

Contatti

Lo vedi come sono
storto, contratto? Lo vedi questo piede,
quando mi siedo, come lo metto?
È tutto per lo sforzo, in tanti anni,
di non urtare le persone. Stretto
contro un sedile, dentro l’autobus pieno,
stare a posto, evitare
coi miei vicini
persino il minimo contatto.
Sulle panchine delle sale d’aspetto
o in treno, in corridoio, era una pena
ogni momento sentire sfiorarsi il buio
del mio ginocchio e del loro.
Ore e ore, giornate intere:
uno di fianco all’altro
stavamo, come i gusti del gelato
nel bar della stazione.
Di vero tra noi, di giusto,
lo spazio di due dita
era rimasto.

(da Tutti, 1998)

*

Eccomi

Dello sbuffo di polvere che si alza
tra le forsizie e le macchine,
di quest’aria di pioggia, di questi morti
alla televisione,
richiami di cornacchie, sirene
di ambulanze,
nessuno ci assicura.
Del baretto incendiato, dell’abbraccio
di una donna al suo dobermann
all’ombra, qui, del portone
– del loro male, del loro bene –
abbiamo perso la misura.
Facce, bottiglie rotte, rami fioriti:
il mare in cui nuotiamo
precipita
nei nostri occhi senza fondo.
Eppure quando mi chiamano
mi volto ancora – vedi? –
e rispondo.

(da La bella vista, 2002)

bruxelles-tram

bruxelles-tram

Diciotto e ventisette

Le macchine che si muovono
a scatti lungo il viale, poi restano
ferme in fila al semaforo,
non sono vuote.

Ogni volante, una testa. Come due uova
rimaste nel cestello di cartone,
il taxista e il cliente
guardano avanti.

È troppo nuova per te, questa scena?
Perché tremi? Cos’è, non l’hai mai visto
il suo broncio di pietra
venirti incontro? Non sei ancora pronto
a queste facce, a queste ruote?

Ancora ti sconvolgi, di fronte
all’autotreno che non si ribalta,
alle minacce che non arrivano, al cuore
strappato vivo
dal petto di nessuno
e stretto in mano, e sollevato in alto?

(da La bella vista, 2002)

.
[Insieme a voi]

Insieme a voi
ho visto il mare brillare, le case correre
sempre più grandi
sotto i carrelli del boeing.
“Che caldo fa oggi”, ho detto
quando era caldo.
Anche per me è stato ottobre,
gennaio. So cos’è un letto,
una stella, un autobus.
Ho riso, ho avuto sete.
La terza ho fatto, la quarta.
Non basta ancora? Quando
mi prenderete?
Potrò essere mai
dalla vostra parte?

.
[Le vostre accuse, i vostri]

Le vostre accuse, i vostri
rimproveri, di nuovo.
……………………………….Mentre li smonto
come posso, uno a uno,
citando fatti, nomi, date,
mentre riconto sulle dita i miei due,
tre, quattro meriti,
e vi abbaio sul muso la mia vita
non dite niente: mi guardate.

Le orecchie rosse, le vene
gonfie sul collo
– cosa guardate? Lo so, lo so che il bene
è diverso.

Ma non vi fa pietà
vedere come
ogni giorno son qua
a fargli il verso?

(da Voi, 2009)

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20 commenti

Archiviato in critica della poesia, poesia italiana contemporanea

20 risposte a “DIECI POESIE di Umberto Fiori da “Poesie” (Oscar Mondadori, 1986-2014) con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. Strettoie

    In tanti vanno, lungo il marciapiede,
    continuamente. S’incrociano e si scansano,
    rallentano e poi avanti. Filano, scorrono
    svelti e tranquilli, finché
    di qua c’è un mucchio di assi, di là
    un rimorchio di camion.

    Soltanto uno ci passa.

    *
    Condivido il commento introduttivo di Giorgio Linguaglossa e trascrivo per intero la stessa poesia, lì menzionata in parte. Mi pare, infatti, rilevante notare il titolo e l’ultimo verso, distanziato con uno spazio forse perché abbia maggiore evidenza.
    Ovvietà, null’altro che ovvietà.
    Mi spiace, ma la mia impressione è questa.

    Giorgina Busca Gernetti

  2. Lucia Gaddo Zanovello

    Una lettura molto, molto gradevole, tutta, compreso il commento.
    Per quanto riguarda i versi è avvincente ritrovarmi in tanta somiglianza, di situazioni, di percepire la transitorietà della vita e dell’umano nella fissità inalterata di certi scorci di una grande città, ma anche di riconoscermi nel sentire o in alcuni gesti, come in “Contatti”, dove mi ritrovo totalmente.
    “Di guardia” mi ha intimamente commosso.
    Un dettato franco e fluente, lieve e senza ostacoli, “stavamo, come i gusti del gelato”, un’immagine che, secondo me, fa centro pieno, in polisenso

  3. Bello il commento e belle le poesie. Vorrei aggiungere che queste poesie si completano fra loro, fanno corpo, e prese nell’insieme costruiscono un disegno che si vede appena accennato in ogni singola poesia, e appare invece assai nitido nell’insieme. Ci vedo un forte e antico moralismo lombardo, coniugato con un senso di fragilità tutto contemporaneo.

  4. Giuseppe Panetta

    Che poesia sciatta!
    Che sciatta poesia!
    Poesia che sciatta!

    Quindici buoni motivi per ignorarla…

  5. Altro che Milanodabere: Milano è forse la città più sofferente d’Italia! Ferisce la sensibilità ferita, quei centimetri che ti separano dall’altro. Ma è questione esistenziale, privata, intima. Socialmente rimane la locomotiva in corsa che conosciamo. E’ sempre stata così? Secondo me, no. Era così finché ha mantenuto l’aspetto di un villaggio cresciuto a dismisura; ora potremmo tentar di guardare alla metropoli, e non più dal basso verso l’alto ma inversamente: dal Cenacolo leonardesco agli snobbetti che frequentano la sala comando, in viaggio verso Marte. E’ arrivata la luce elettrica, finalmente le periferie si sono illuminate. I poveri fanno Jogging, Baggio è quasi un quartiere residenziale. I milanesi hanno risolto l’incomunicabilità con la tecnologia, primi tra tutti in Italia a cercarsi nell’etere (che gran soddisfazione!). Eppure ho visto anche persone abbracciarsi, poche a dir la verità, ma è segno che mentre tutto sembra cambiare, qualcosa cambia per davvero. Umberto Fiori è uomo sensibile, dentro gli batte il cuore e si sente. Erano così i milanesi. Sarà il freddo, chi lo sa, che li faceva stare col bavero alzato, un po’ chiusi e in apparenza malfidenti.
    Linguaglossa, nella sua introduzione, si astiene dal dare un giudizio di valore. Può sembrare. In realtà a me sembra che si limiti ad alcune riflessioni tecniche, anche se significative. Non ha fatto cenno all’insignificanza dei versi di Fiori, né alla loro ovvietà.

    • Anche tu, caro Lucio, trovi una certa insignificanza dei versi, al di là di ciò che descrivono, e un’ovvietà che io ho colto soprattutto nella poesia “Strettoie”? La metropoli è senza dubbio Milano, con la sua squallida periferia che pur ispirava il pittore Mario Sironi (pregevole), con il fastidio di stare stretti l’uno all’altro in tante situazioni quotidiane (sala d’aspetto, panchina, autobus) ben evidente nella poesia “Contatti”. Milano è così, anzi, era così quando è stata scritta quest’ultima poesia (1998).
      In questi ultimi anni è esploso l’ultramoderno, tanto che alcune zone non si riconoscono più.

      GBG

      • No, Giorgina, io l’ovvietà non ce la sento. Nella poesia Strettoie, c’è uno (chi? fa niente) che guarda, ma il realismo si presta a farsi metafora. Io sono rimasto più affezionato a Tirar mattina di Simonetta (anni ’60) che a Raboni, dove qualche (se non parecchie) ovvietà le ho trovate. Dico solo che è un tempo andato, ma perché ancora vicino avrebbe bisogno ora di riposare.

        • Caro Lucio,
          nella poesia “Strettoie” il realismo della scena descritta (oppure vista da qualcuno) quale mai metafora potrebbe nascere? Invece nella poesia “Contatti” io, anche dopo varie letture, sento sempre il fastidio della troppa vicinanza con la gente, non eventualmente la sofferenza nel percepire la distanza tra gli esseri umani, separati sempre da quei due centimetri di vuoto, reali o metaforici (a Milano è così).

          Giorgina.

          • Metafora e saggezza popolare, le due cose insieme. C’è del parlato, un lasciar dire che, secondo me, merita di essere scritto. Ma non insisto, piuttosto guarderei a quel fastidio per la troppa vicinanza ( fastidio non è sofferenza?), dovuto senz’altro all’educazione cattolica, poi divenuta regola di bon ton, che, certo, è anche cortesia e attenzione all’altro. Tuttavia se ne coglie la rigidità, il malessere, la mancanza di fiducia. Amore e solitudine in conflitto. E’ vero, a Milano è così. Ma questo è niente, è solo un esempio tra i tanti. Se ti andasse di ballare devi aspettare che aprano quegli strani locali che gli umani chiamano discoteche, in metropolitana è sconsigliato; mentre qualche bacio sì, ma grazie alla guerra di “liberazione”…

          • corrige: il realismo >>> dal realismo

  6. Caro Lucio Mayoor,
    nel mio commento critico non ho voluto esprimere valutazioni di ordine estetico perché in generale preferisco restare aderente al testo, credo che quando si fa critica occorre mettere in luce la poetica dai testi e non viceversa. Però occorre riconoscere che la poesia di Umberto Fiori è il corrispondente speculare della sua poetica. E se la sua poesia è priva di “affettività” e di “emozioni”, come qualcuno afferma, ritengo che questo appunto non possa e non debba essere indirizzato ad un poeta il quale non fa altro che raccogliere le parole dalla lingua corrente del suo momento storico e magari rielaborarle in un altro contesto linguistico. E qui, intendo nella poesia di Fiori, è il «contesto» che è importante, Milano, la città dove il poeta vive e dove si è formato. Voglio dire che la sua poesia non può non seguire le trasformazioni che in questi anni ha subito la capitale morale d’Italia, ne segue le tracce e ne porta le stigmate. In fin dei conti, la poesia dipende anche dalla longitudine e dalla latitudine dove essa nasce e si sviluppa, è esposta alle intemperie della sua patria d’origine. E mi sembra un fatto positivo che in questa poesia l’«io» si sia fatto da parte, sia stato costretto a traslocare in altri lidi.

  7. Quando io negli anni scorsi ho parlato di “Crisi della poesia” intendevo non solo una crisi interna alla forma-poesia, che pure c’era, ma anche una Crisi al di fuori della poesia, nella sfera della vita nazionale degli ultimi venti anni. Ecco, a me sembra che la risposta che Umberto Fiori dà a questa crisi con la sua poesia è significativa di un comportamento estetico e politico, una consapevolezza del rifiuto di impiegare in poesia tutta una serie di seducenti tropi retorici che hanno il solo scopo di abbellire il discorso poetico. In Fiori c’è questa volontà di muoversi a partire da uno stato zero del linguaggio poetico, di fare tabula rasa di tutti gli orpelli stilistici e ideologici, arrivare alla nuda verità delle cose…

  8. non memorabilissima, nel senso che se a questa voce se ne sovrappone un’altra la si dimentica subito, ma niente affatto male

  9. Pingback: POESIA DOMANI N. 138 | Il fruscio secco della luce

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