Simone Bachechi VENTUNO POESIE INEDITE “Queste parole tengo nascoste nel mio cuore”, con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Velazquez Las Meninas

Velazquez Las Meninas

Simone Bachechi. Omissis

 Commento di Giorgio Linguaglossa

Poesia caratterizzata da un impianto formale, ad un tempo, di tipo «conservativo» e «innovativo». Voglio dire che si trova a metà del guado tra le due opposte sponde della forma-poesia, almeno come l’abbiamo conosciuta in Italia. Il pensiero poetante e il pensiero poetato sono i due poli entro i quali scocca il discorso poetico di Simone Bachechi, che oscilla tra le «parole [che] tengo nascoste nel mio cuore», tra natura e cultura (che non può più ridiventare natura). Dentro questa ossessione, dentro questa antinomia del cuore, che non può diventare mente, coscienza,  il percorso dell’autore pistoiese appare già segnato tra la «vertigine» e «i gesti dello sguardo», all’interno della forbice di una poesia dello sguardo di magrelliana memoria e un pensiero poetante vedovo di una filosofia dell’arte che tenta di bucare la forma lineare puntando sul quotidiano. Su questo piano inclinato proprio delle scritture poetiche odierne avviene che la scrittura poetica non abbia più alcuna «chiusura»; voglio dire che oggi le scritture poetiche sono scritture osmotiche, bucherellate, detritiche, filamentose rispetto al mare magnum dei linguaggi mediatici, tendono a risolversi nelle superfici delle scritture mediatiche e a inseguire le loro superfici riflettenti. E questa ancillarità o sussidiarietà la si può riscontrare anche nelle scritture (instabili) che vorrebbero inseguire l’instabilità di superficie delle scritture serventi  degli spot pubblicitari. Il che si traduce in una scrittura, diciamo, di servizio, di servizio alla comunicazione secondo un equivoco paradigma dell’imperialismo della comunicazione – Sul piano stilistico, restando al livello «conservativo», sia la struttura ipoendecasillabica che quella ipermetrica sono orientate verso il rallentamento del verso mediante numerose spezzature interne e pause tra le parole; anche nelle poesie dove il metro breve (preferibilmente quinario e ottonario) prolifera possiamo notare una accentuazione della marcatura della falsa rima e una chiusura a fine verso che riprende la linea versale in funzione di un ritorno all’indietro all’inizio del verso seguente.

edward hopper-office-night

edward hopper-office-night

Queste parole tengo nascoste nel mio cuore
Come seme che non si disperde
In segreto un musico verrà a trarle
Ne farà un diadema di dolci note
Per parlare alla mia amata
Dei nostri incontri, di pensieri e di apocalisse
Dopo anni, cheti, bui e marcescenti nelle foglie bagnate
Risponderà un eco, il rumore vano del mondo che le consolerà
*

Alcune volte accade il miracolo
esser se stessi, non essere stati
non volere, non sarà così e poi altro
cose con il loro nome monti con i loro
propri contorni, luce alla sera
acqua soffiata dal vento come erba umida prima che piova
*

Detto fatto che il gran burattinaio
Qui anche oggi tira questi fili
Ieri stesso un piccione mi guardava
Fisso in camera, grande invasivo
Quasi spavento nei miei occhi
Anche oggi nessuna chiamata
Nessuna risposta
E il burattinaio ascolta e
Tace, muto,
come il telefono in attesa di te

*

Super tecniche per vederti

Un anfratto, shaboo, si respira con una cannuccia e si fa festa in compagnia, come in uno stetoscopio, uno specchio sul corso ondulato della fistola, ma questo non è vederti, sono solo cristalli, sopravviene un anima malinconica.
Illusione ottica….
*

ieri pensavo a mio padre che non c’è più
poi indefettibile è apparso
la mattina dopo al mio risveglio
insomma nel dormiveglia
fa sempre così e mi dice delle cose
per la giornata, per la vita in genere, dei consigli, come ha sempre fatto
così’ da qualche parte lui svolge sempre il suo lavoro
non so dove cercarlo
ma funziona così
non si può spiegare
mi vien di salutarlo

*

Rimo per vedere quel buio echeggiare
Nel ventre molle della terra
Questa sera a rimando di nomi di lato
Cercati invano, ricordi e sospiri

edward-hopper-gas-1940

edward-hopper-gas-1940

La banlieue

Rochelin viveva nella banlieue
Tornava la casa a sera dal lavoro sfatta su un treno nella banlieue
Marie Louise aveva gli occhi rossi nella banlieue
La sabbia sporca e la polvere della banlieue
I palazzi glabri fatti di compensato della banlieue
E i vetri sgombri, metallici, gli stormi e i palazzi come rondini nella banlieue
La vita di provincia dimenticata da tutti nella banlieue
Le ambulanze sfrecciano ai semafori nella banlieue
Non dimenticatevi questo
Ancora come canto stentoreo questa musica che sa di rivolta nella banlieue
E un giorno prima di morire venite a vivere nella banlieue

.
Richiamo di Buddha

Non sentire niente, non vedere niente, ascoltare no
il buio più buio del buio mai visto
sentimento e psicopatologia della buddità.
Avvicinati tu fingi che io mi fingo di incontrarti
E pur che oggi che le mie parole divennero romite e strane
Allor mi tacqui come ora mi taccio.

*

La sfilata perfetta si svolge così presto ed ha la forma questa volta del primo treno della mattina che scorre come un sonnambulo nelle ultime ombre della notte fin dentro il suo cono di luce figure lente e sinuose di donne in affari si stagliano semoventi e vanno nella carrozza chissà a cercar cosa come mummie eppur suadenti uomini traditi tristi e addormentanti nelle loro selvagge sedute di bluse spelacchiate mentre i due treni sui binari paralleli quasi si sfiorano si toccano un sincrono della meccanica ferroviaria che lascia sfilare quel film malinconico dietro i vetri grigio blu di luci a neon pallide e taglienti come spire di un serpente d’argento una vita che sfila davanti con i suoi clown un mondo al rallentatore in una bolla d’acquario che sfila davanti all’occhio vitreo dentro il tubo meccanico del regionale superandolo ammiccando quasi a sfiorare la livida guancia del lussuoso convoglio prima che tutti e due si accostino si salutino e si allontanino di un addio per sempre entrando in stazione dove i loro morbidi e dormienti protagonisti se ne calino fuori come gusci verso il giorno che sta arrivando a rincorrere tutte le loro bugie.

Edward Hopper room in New York.

Edward Hopper room in New York.

Ti hanno dato
(l’albero della vita)

Ti hanno dato un nome
Ti hanno dato un capo
Miracolo e dovere del camminare eretti
Visione di Dio essere vicini al Dio
Un Dio lontano e sconosciuto
Dei per come ci hanno raccontato
Ti hanno dato due gambe per muoverti
Negli spazi per percorrerli
Due braccia ti hanno dato per trasformare
In te e fuori di te
il peso della farfalla
Ti hanno dato un anima
Una sola per te unica ed irripetibile
Ti hanno dato tutto e molto altro per trarti dall’indistinto
Mare liquido seminale originale nel cavo dell’onda
Ma poi ti hanno dato o tu stesso dimentichi
che ti hanno dato un cuore
Per dimenticare tutto quello che ti hanno dato
E ancora ti hanno dato un cuore e l’indistinto
e ancora e ancora…..

Il mondo è pieno di te, ovunque vado
Ovunque siedo, ogni luce che passa, ogni soffio, ogni pensiero,
non sei poi così distante, fuggita via, ci hanno tolto le connessioni
la nostra distanza strappata a forza dai vasi sanguigni
gocce che lacrimano,
perdona gli occhi che non vedono, rimani ancora un po’ ricordo
ci siamo sempre corsi troppo addosso
abbiamo respirato troppe mattine
temporanee bieche immagini che non sono
non mi ritengo presente mentre ti ascolto

*

Guarda che qui è tutta una grande giostra, stasera al video noleggio ci stava proprio una coppia di giovanotti, lui e lei, in versione estiva e lei spudoratamente con le cosce all’aria e che cosce due cose così animali da non sembrare vere, ma così’, buone da mangiare, niente mare nelle sue cosce ed era il cuore di un estate e guardava lui e poi un po’ qua un po’ là, hanno dovuto fare l’abbonamento alla video teca, la tessera, ci hanno messo sette otto minuti si è creata una fila spaventosa di tutti gli abbonati già che volevano passarsi una serata a noleggio con un film da guardarsi nelle loro assurde famiglie oppure da soli, tristissimamente. Lui era così orgoglioso di lei, adesso mi commuove, al momento lo ho maledetto, lei continuava a guardare negli scaffali i titoli o anche lei faceva finta, indifferente con i suoi short che non nascondevano le sue enormi gambe, lui appoggiato osceno e come un divo ubriaco del passato di poco e niente conto al banco a dare i suoi dati anagrafici convinto così’ di essere qualcuno, sarebbero tornati ai loro nidi avrebbero visto il loro film e più tardi forse avrebbero fatto l’amore, i due limicoli.

*

Argumenta anche se non si dicembre,
non a dicembre
argumenta si direbbe e trovi altri che sono arrivati
prima in poesia chi primo arriva prima scrive
quanti amici c’erano ieri sul ponte di domani che porta all’oggi
oggi come ieri mi sono smarrito un po’ sbiadito
argumenta,
arguimenta se vuoi tu impreziosire il verso,
versami il buon vino Pimenta
Carretteria portoghese sempre prima dell’alba
Tenace e canterina non argumenta, chi mi pensa mi segue
Ho fatto una sintesi, una sintassi, una prolissi
Arrivando, tornando facendo un viaggio, masticando
Arugmenta tu che io sono stanco tanto che
Sono arrivati tutti prima di questa poesia
E attento ragazzo chi tocca si muore.
*

Cercando la parola giusta, lo slap il freak
Lo slang, inciampa il tempo ieri su prima di oggi meno di domani
Non sottrae più niente quello che già manca, cercando nelle pause, nei silenzi delle battute incomplete sequenze del ragtime su una sillaba strappata
Tempo scorre come flip flop tenace ostinato battito
Vola via nella pancia della musica

Colored Folks Corner

Colored Folks Corner

Cervino

Non è mica che ci troviamo se non ci sforziamo di riconoscerci
Cervino che te ne sta con il tuo perenne cappello di nuvole
Eterna parodia più in là la Svizzera, rachida
Bianco disperso a gradoni fino dove arriva il punto neve
Uova di donna, tremola carcasse stella del nord
Nel manto di scheletri tana dei fulmini
Aquile condensate che furono fumo,
ora colori di stelle filanti i bambini che giocano
tirano il monte così per sé i bambini si sa
domani covile, presto oracolo di mirabolanti ascese e tenui sconfitte di ghiaccio

*

Lo dico a voi allitterati scusate l’ortografia
Sono venuto spesso ai vostri plutei di ottone
E vi ho osservato, come cipresso sono venuto

Non a farvi ombra sono mi son recato
Stasera abbiamo deciso di mangiare insieme, divoriamoci addosso
Cose inutili come parole, revanche di libro

Aprili cielo, oddio mio marito

Vi siete trovati smarriti….
Traditi da me, come polvere negli armadi
Gufi, devozioni domestiche incompiute

scavava e scavava un libro di preghiere
C’è una strada polverosa nel deserto ed è lì allitterati
Epoche di millenni l’antica Sumer e la polvere di giorni
A voi sono venuto

Postiglioni di mansuetudine scagliata via, destinata e incorrisposta
Questa amata civiltà si è dissolta come acqua al sole
Solo vapore le parole e le valigie vuote che hanno lasciato.
Collezione di bosse oggi il menu dice:
cotolette alla milanese:
rotolette, impanate, inpilate a file di dieci in dieci
mira, disotterrate, oggi non va nemmeno il lavoro
la triste la vita dei recessi di provincia.
Dovresti riuscire a vivere

Dovresti riuscire a vivere con gli affetti familiari
senonfintantoche non arriva il limbo
la macchina guasta il telefono scarico pioggia sui muri

*

E come che ci troviamo poi a metà pomeriggio ai falò di copertoni che bruciano
*

Vivo nella bus stop
Parlo con la mala
Non trovando scontato
Il ritmo e la ragione
del ridere
scrivo, atto e declamo
…….nell’attesa
*

I battaglioni in muta schiera
Come orde languivano nella fossa

*

Una strada deserta, io faccio questo lavoro
Mia sorella ha male a un dente….
Cronopatia si direbbe. Qualcosa
Impedisce fuggire dal bosco, ora….
Sempre

.
Luce

E sia luce, priva luce sia sui tombini dei contatori del gas
Stipita e privata luce fu sarà sulla vita pensata
Luce sarà sulle soglie domestiche cuore cavo, ferita nel genere
Starà pallida scorta magniloquente e serena
Crepita in una forma di flamba vampa
Il poeta è uno sciamano di parole non morte
Ma carpite nel vento terse case misteriose, assolute
Luce, maculata forse
Indice del parallasse o poco più non ha dentro né fuori
Questa stanza senza più pareti e sarà ancor di più
Luce non lice e non si indice se poi mai si decide
Indice deicida della luce bossolo scarificato
Semplice sembiante rassomiglia a te una tenue bolla
Affittata per poche mute miti

E luce sarà sulle riprese dei tavolini di formica
Gli astrati rigurgiti della voce che non si dice
Un giorno solo chiedesi ligure e stremato
Tien di conto poco la falesia inalescente
Rimane niente di sé nella peristaltica follia
Renana azzurra e libera,
frenesia di altari, campanili e mori
Si appoggia nelle scanalature, rende giorno ai davanzali
Recando a sé tenui sparuti chiudendo la ferita
Ridendo della lacrima a zig zag
che l’acquea forma ricrea nella sua luce

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15 commenti

Archiviato in critica della poesia, poesia italiana contemporanea

15 risposte a “Simone Bachechi VENTUNO POESIE INEDITE “Queste parole tengo nascoste nel mio cuore”, con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. non è che buttare qua e là “che” fuori posto rappresenti un’innovazione, più che altro è un malinconico nulla

  2. Non so se tutto convince, nella poesia di Bachechi, ma indubbiamente ci sono lampi di sicuro splendore:come quelle “aquile condensate che furono fumo”,che fa pensare a certi piccoli miracoli che accadono, tra cielo e terra,senza che noi riusciamo a focalizzarli; a certi suggerimenti poetici che la natura,talvolta, ci offre attravesrso il messaggio misterioso delle sue creature
    ANNA VENTURA

  3. “Mia sorella ha male a un dente….”
    No, decisamente no.

    Giorgina Busca Gernetti

  4. Io invece apprezzo il coraggio di un autore il quale scrive: “Mia sorella ha male a un dente….” senza tema di incappare nelle invettive di altri. Il punto è stabilire quando un poeta usa il discorso diretto e il truismo in modo significativo e quando invece il discorso diretto e il truismo cadono nella insignificanza. La riuscita di una poesia sta tutta lì. Rozewicz docet.

  5. gentile Giorgina Busca Gernetti,

    con il termine “invettive” non mi riferivo a te ma, in genere, ai pareri liquidatori che spesso sono dati nel blog. Certo, di qualsiasi poeta è possibile estrapolare una frase dal contesto e stigmatizzarne l’efficacia semantica, e in Simone Bachechi ci sono senz’altro dei passaggi sui quali è possibile nutrire dei dubbi estetici, ma il fatto che mi ha colpito in questo autore del tutto inedito è la dimostrazione di una grande sicurezza nel dettato, nel lessico e nelle torsioni delle frasi, frutto non di spericolati narcisismi o di perizia tecnica messa in bella mostra, quanto di una sana concezione dell’arte poetica che non deve abbandonarsi alle consultazioni del cuore e alle perifrasi della mente… ecco il senso del mio discorso sulla medietà tra “conservazione” e “innovazione” entro la quale anche questa poesia di Bachechi sta, e non potrebbe non stare se intendiamo lo svolgimento della poesia come un discorso in progress che un autore dopo l’altro fa prendendo in eredità il testimone da un poeta precedente o contemporaneo. È una corsa ad ostacoli lunghissima, dove però interviene il Tempo in qualità di arbitro che getta nel dimenticatoio tutto ciò che non vale la fatica di ricordare.

    • Caro Giorgio,
      leggo solo ora, dopo aver risposto a Lucio, il tuo gentile chiarimento.
      Ripeto ciò che ho scritto a Lucio. E’ il mal di denti che non mi piace come oggetto di poesia (figurati poi nella realtà!), Emoticon
      Un caro saluto
      Giorgina

  6. Una voce costante, che si mantiene anche nelle descrizioni più astratte, è segno di un viaggio iniziato ( non più allo sbando). Non capisco dove stia andando, se componga o si stia ricomponendo; toglie e mette, fa delle prove. Tappe di un viaggio che potrebbe essere molto lungo. Tutte cose che capisco molto bene. Tanto non c’è arrivo, alla peggio si smette. Certo, se lungo la strada incontri Giorgina, son problemi. Meglio tenerne conto ( va bene, niente emoticon su l’Ombra).

    • No, Lucio caro, non ti ci mettere anche tu!
      Inoltre, tornando al mio commento lapidario (non “sassata”), il mio “no” assoluto non riguardava lo stile del “tu” che anch’io uso molto spesso specialmente nei dialoghi con il mio “alter ego” o con un interlocutore immaginario, ma il dente, il mal di denti.
      Un caro saluto, Mayor

      Giorgina

  7. Steven Grieco

    Un poeta che dà l’impressione di muoversi con la dinoccolata libertà di chi (forse) ha gli strumenti ma li usa in modo maldestro.
    Ma io farei attenzione, perché molto probabilmente li sta usando in questo modo proprio per aprire una porta che non riconosciamo.
    Avete notato? Proprio quando stiamo per dire, “no, questo punto proprio non va, è maldestro, è un’accozzaglia che non significa niente,” arriva qualcosa che apre il senso, lo riscatta, lo illumina.
    Attenzione non solo alla dissonanza-discordanza sonora, ma quella che sottilmente sta alla radice dello stesso dire poetico.
    Può darsi che sbagli. Soprattutto bisogna vedere dove il poeta andrà da qui.

  8. Ecco, se mi posso permettere, direi che forse nelle poesie di Bachechi c’è una quantità eccessiva di giochi di parole… forse, un consiglio che mi sento di dare all’autore è quello di sfrondare i testi dai giochi di parole in eccesso. Ma, in fin dei conti, cosa sono i giochi di parole? Sono degli inciampi del linguaggio, sono degli espedienti per buttarla a ridere su certe questioni che sono il sintomo di una crisi più profonda nella coscienza che gli uomini hanno del linguaggio; è una spia della loro cattiva coscienza, che diventerà sempre più invasiva, nel romanzo, nella psicologia, in poesia, in pittura, in musica, etc.(…) Forse il gioco linguistico sta nella sproporzione tra l’evoluzione della coscienza dell’uomo moderno e la inadeguatezza del linguaggio a rappresentare la situazione di dolore interiore…

  9. pancrazi salvatore

    Io un tempo pensavo
    i libri si fanno così:
    arriva il poeta,
    lievemente disserra le labbra
    e d’improvviso si mette a cantare il sempliciotto ispirato.
    Prego!
    Ma risulta che prima
    che cominci a cantarsi,
    dolcemente sguazza nella melma del cuore
    la stupida tinca dell’immaginazione.

  10. Non era proibito pubblicare le proprie poesie? Forse ricordo male…
    GBG

  11. Giuseppe Panetta

    Apprezzo moltissimo i versi di Pancrazi Salvatore, “la stupida tinca dell’immaginazione”.

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