Letizia Leone, Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015 – Teatro di poesia: Ultimo monologo impossibile del Battista di Letizia Leone da Rose e detriti – Con un estratto dalla nota al libro di Giuseppe Napolitano

Salomè con la testa del Battista, Tiziano (circa 1515), Galleria Doria Pamphilij, Roma.

Salomè con la testa del Battista, Tiziano (circa 1515), Galleria Doria Pamphilij, Roma.

Letizia Leone è nata a Roma. Ha insegnato materie letterarie e lavorato presso l’UNICEF. Ha avuto riconoscimenti in vari premi (Segnalazione Premio Eugenio Montale, 1997; “Grande Dizionario della Lingua Italiana S. Battaglia”, UTET, 1998; “Nuove Scrittrici” Tracce, 1998 e 2002; Menzione d’onore “Lorenzo Montano” ed. Anterem; Selezione Miosotìs , Edizioni d’if, 2010 e 2012; Premiazione “Civetta di Minerva”).

Ha pubblicato i seguenti libri: Pochi centimetri di luce, (2000); L’ora minerale, (2004); Carte Sanitarie, (2008);  La disgrazia elementare (2011); Confetti sporchi ,(2013); AA.VV. La fisica delle cose. Dieci riscritture da Lucrezio (a cura di G. Alfano), Perrone, 2011; la pièce teatrale Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015.

Un suo racconto presente nell’antologia Sorridimi ancora a cura di Lidia Ravera, (2007) è stato messo in scena nel 2009 nello spettacolo Le invisibili (regia di E. Giordano) al Teatro Valle di Roma. Ha curato numerose antologie tra le quali Rosso da cameraVersi erotici delle poetesse italiane- (2012). Attualmente organizza laboratori di lettura e scrittura poetica.

solario_andrea_514_salome_with_the_head_of_john_the_baptist_1506

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Giuseppe Napolitano: Del sogno che è la vita. Una impossibile guarigione.

 …Quanto ha goduto e quanto vorrebbe farci godere della sua scrittura, Letizia Leone, e quanta vita – sognata, immaginata o riflessa, raccontata – ci ha messo, in questo sogno straziante delle ultime ore di Giovanni il battista, anzi: delle prime ore dopo la sua morte? nel raccontare cioè in una sua forma teatrale (ma in versi) una vicenda stranota e stra-raccontata svariate volte, in forme le più svariate?

E quanto vale, per chi vale, a cosa, la poesia? Continuiamo – in tanti (qualcuno dice troppi, addirittura) – a scrivere e a pubblicare (“scrivere a questo mondo bisogna – disse Svevo –, pubblicare non occorre”) del più e del meno che ci capita o vorremmo ci capitasse o non abbiamo saputo evitare che capitasse proprio a noi… e lo diciamo perché altri, ma chi poi sono questi altri non è dato sapere, ci legga, ci ascolti, ci consoli, condividendo magari o solo venendo a conoscenza delle nostre più intime cose.
Cercare (e magari anche trovare) echi e suggestioni – riconoscibili, per quanto (magari anche) involontarie e inconsapevoli posano essere –, non rende comunque più facile definire questo libro lacerante e libidinoso di Letizia Leone. Ma così una prima definizione è già concepita: è un libro che si lacera nella libidine della parola (quella di chi scrive, e dei personaggi che vivono la vicenda presentata attraverso torrenti di parole, quasi monologando anche quando parlano tra di loro), invitando a delibarne ad libitum.

Libidine linguistica a cominciare dall’iniziale gioco dell’ossimoro, fin dal doppio ossimoro nella prima battuta (“luce umida” e “incendio freddo”, per non parlare della “festa buia”, nelle immediate vicinanze, e finire alla “fanciulla sfatta”): esaltazione di contrasti che si fondono per fondare una inquieta ridda rissa riffa di passioni e sentimenti, turbamenti e pulsioni. Attrazione e repulsione (e la “e” potrebbe tranquillamente essere accentata, a legare ancora di più i termini): in fondo è questo, è in questo sottile perverso eppure fascinoso gioco/giogo che si costruisce la pièce, animata dal contrasto continuo e risolta in una dichiarazione di impotenza (come se la fame e l’ingordigia, la voglia di piacere pur nello squallore di volgari attrazioni, finisca per divorarsi da sé e putrefarsi nello stesso alimentarsi da un banchetto succulento di vivande esiziali).

Letizia Leone rose-e-detriti cover5Le ascendenze – sempre a volerle ritenere tali, anche fossero citazioni inconsce – si vedono e non danno fastidio (un solo esempio: Salomè di Carmelo Bene). La stessa autrice non si nasconde: ha voluto provare a sfidare la conoscenza proponendone liberamente una sua visione, una “visione” (quasi di medievale discendenza…) ma librata nella sua mente.

Provoca un certo effetto straniante, per quanto accortamente definito “impossibile” nella didascalia introduttiva, l’ultimo monologo del Battista, che riempie metà del secondo episodio (bipartito, appunto, e decisamente equilibrato), perché nella seconda parte di quest’episodio c’è un altro monologo, quello di Erode, finora peraltro ben presente, ma nelle parole degli altri personaggi, il quale chiude la rappresentazione in un delirio di impotenza. Come delirante è l’orrida testa parlante, in terza persona peraltro, ad acuire ancora il distacco da una vita, rifiutata per eccesso di virtù.

Rose e detriti vuol essere, ed è, fin dal titolo di questo libro – scandaloso perché dedicato ad uno scandalo –, un proclama di libertà, rischio e azzardo in una spericolata scansione che insieme è del ritmo e del linguaggio. In bilico sempre tra sacro e profano, il linguaggio è di chi non ha paura dell’ovvio e sa come adattarlo al bisogno di un ritmo che al tempo stesso scatta e si rattiene, ancora secondo il bisogno dell’azione. In definitiva, pur leggendo un testo poetico, assistiamo ad una vera messa in scena, e siamo coinvolti in un torbido e turbinante eloquio, che non poco ci turba.

Salomé recibe la cabeza del Bautista, de Bernardino Luini

Salomé recibe la cabeza del Bautista, de Bernardino Luini

Quanto sia o possa davvero considerarsi attuale – in tempi di “bulimia consumistica” – discettare di lussuria e sacrificio, di esibizione della sessualità (anche priva di vero desiderio, poiché fine a se stessa, alla per nulla celata volontà di essere come si crede che si debba apparire – nemmeno sapendo più come essere chi si è), disquisire, anche in forma poetica, di massimi sistemi della morale potrebbe sembrare o dare l’impressione di velleitaria operazione narcisistica (nel fluire vorticoso del gusto, oggi, se ancora ha senso parlare di un gusto comune, oggi – se una volta aveva senso parlare di comune senso del pudore…).

Ma l’arte è tale, ancora e sempre, nel dire quel che normalmente si tace, nell’esprimere apertis verbis quanto – per abitudine, conformismo, timore o convenienza – si evita di manifestare. Allora è libertà anche lo sberleffo, o l’ironica fotografia di un reale che non ha il coraggio di guardarsi allo specchio. E qui sono speculari Erodiade e la sua schiava, la quale spesso le fa il controcanto, come un “doppio”, come a tirarle fuori il peggio che lei non riesce ad esprimere; e sono speculari Erode e il Battista: vittime entrambi – l’uno dell’altro!, e chi sa chi veramente ha perso la testa –, vittime soprattutto della femminile insaziabile violenza erotica. E, per carità… cambia poco davvero che l’abbia scritto una donna! cambia poco anche se dice molto: non ha sesso chi racconta la verità, chi costringe a leggere oltre la vita.
…Rose e detriti si chiude in un quadro da caduta dell’impero, con le milizie straniere alle porte, ma è la testa del Battista (“là sul vassoio ormai nero di mosche”) la bocca della verità, è la voce della coscienza (inascoltata, inascoltabile), è l’invito a razionalizzare la stessa foga (o la fuga) dei sensi, l’eruzione verbale, la smania (e la nausea) di un vivere oltre misura.

“Piccole cariche esplosive / grumi azzurri di pensiero”…

Non resta che raccogliere i cocci, i “detriti” di quelle “rose” che furono il passato splendore di un mondo appena posseduto.

Teatro di poesia: Ultimo monologo impossibile del Battista di Letizia Leone da Rose e detriti – Con un estratto dalla nota al libro  di Giuseppe Napolitano.

(Letizia Leone, Rose e detriti, FusibiliaLibriCollana: Palco -Collezione di teatro- 2015)

 

Lucas Cranach il Vecchio (1472, Kronach - 1553, Weimar), “Salomè

Lucas Cranach il Vecchio (1472, Kronach – 1553, Weimar), “Salomè

Voce fuori campo.
Descrizione

TESTA DI MORTO

È stato accertato con sicurezza:
nodose radici del collo
che pulite dal sangue brillano come cavi elettrici staccati
ma lacerati malamente
come se il capo fosse stato segato dal busto con un coltello corto
in una lotta feroce.

Le labbra? Un orlo di sangue.
Le chiome lunghe come si conviene agli invasati
o ai profeti perché si sa,
la forza del cielo si deposita sulle ciocche.

Tutti i capelli scomposti dal turbine delle parole
attraversati dal vento delle maledizioni
dai colpi caldi
dei godimenti inferiori
di una femmina di bastoni, tutti i nodi della tentazione

nel crine ferrigno e appiccicoso.
Quanto ha gridato quel Santo
con l’aria da sparo!
L’urlo gli usciva dalla coppa bucata a cui è ridotta
la bocca
questo blocco di terra rossa.

Che voluttà.
Quella donna tronfia della sua vergogna
di meretrice
gli si rivela – per tutti i giorni come pane quotidiano –
e senza stanchezza
cosi piena di grazia, lo assalta.
Lui, crocifisso alla sua croce invisibile;
lei si avvicina con pietà,
sempre più aderente alla pelle.
Una crociata contro anima e corpo:
certi spicchi di carne bianca gli ululavano
nella mente, nel cervello anzi, nel solo cervello
che l’anima, o la mente, o quello che di noi non ci
appartiene,
e in gravi preoccupazioni
ne si può dissipare
in gioia inutile… Gioia?!
Perché aveva usato quella parola?
Quando avrebbe dovuto dire diavolo? Maledetto
diavolo di donna e di odio.
La bastarda sconsacrata ammicca tutti i giorni
viscida cagna
senza sentimento. Lo aveva accarezzato
a sangue quella volta, quasi sfiorato,

ma per uno che e già morto da vivo
questi sono richiami, bruciature di tomba, tatuaggi
e la vertigine di un profumo è un oltraggio.

Si ripromise di combatterla
con bestemmie onnipossenti e
affogarla nelle ingiurie come si fa con le streghe
ingorde.

Ogni giorno la condannò
sebbene vacillante
larva del nulla ormai.
Era bastato lo sbandamento di una volta
per essere travolto dalla corrente
dei venti che ustionano il cuore.

Da allora inorridi nel vederla
mentre lei affinava le sue armi.

Il peso fossile di questo tormento
ha scavato segni sulla fronte
come solchi planetari
aperti da un ininterrotto brivido.

Ora pochi resti: una povera testa
tumefatta;
una palla da gioco
per una fanciulla sfatta che s’invola
sulle gambe, leggera Salomè
che ha voluto così
prima uccidere il poeta e poi il censore

ha voluto strappare gli occhi obliqui del santo
sempre pronti ad uncinare ogni desiderio
a spargere carbone,
a indurirla come un sasso
come sogno secco da non meritare… mai.

Poveri resti che parlate in modo chiaro
e confessate, inerti, i più cupi segreti
davanti a quest’orda
che festeggia il delitto.

Che dire dei lampi
rimasti accesi
dentro le pupille malgrado la morte?
Piccole cariche esplosive
grumi azzurri di pensiero
con dentro l’impronta
leggera di un ballo di seduzione

e nei timpani,
nel lago asciutto dell’orecchio
in un unico bozzolo di corno
i carmi degli incantamenti
o le canzoni allegre
note lanciate come mattoni
sui nervi. Tumefazioni.
Mentre nella camera più interna
nell’estremo padiglione soffia una ninnna nanna
suadente di Erodiade mamma:
“gioca bambino bello”… La falsa!

Si presentava con un amore casto
per cullare le ossa
all’uomo straziato dal buio e dalla fame
ma non era vero.
Una volta entrata nella cella del prigioniero
si strappava la maschera dell’amore celeste
e sussurrava
ne senti l’eco (se parli piano)
dell’implorazione:
“Si, toccami e anch’io ti tocco
a che serve vivere
dentro una voce, – (o dentro un foglio scritto) –
direbbe il poeta.
Sporcati, si anche con la mia mano
vellutata.
I miei seni…
ti faro togliere queste catene;
desisti dal continuo bestemmiare;
perché batti la testa e cerchi chiodi?”.

Sirena che indovinava i sogni.

Continua pure l’esplorazione,
leggi il racconto su queste pagine di carne
ulcerata:
guarda:
tanta saliva o bava a formare nel cavo della gola
più interna un lago
o forse uno specchio
se non una lacrima dove
(al microscopio) si direbbe e riflesso
un abbraccio,
anzi
il feroce amplesso di due bestie felici.

letizia leone

letizia leone

Giuseppe Napolitano, nato a Minturno (LT) nel 1949, risiede a Formia. Si è laureato in Lettere a Roma con una tesi sul teatro surrealista francese ed ha insegnato per trentatré anni, quasi sempre nei Licei. Ora si occupa a tempo pieno di promozione culturale: nel 2006 ha fondato una sua etichetta editoriale: “la stanza del poeta”, nella quale sono apparsi centoundici piccoli libri (suoi e di numerosi autori del bacino mediterraneo). La sua poesia è tradotta in quindici lingue, tra cui arabo, serbo, esperanto, estone, turco, armeno. Pubblicazioni più recenti: Antologia (poesie 1967-2007, a cura di Stelvio Di Spigno), 2008; Genius Loci (18 poesie per Normanno Soscia), 2009; Ditet e Naimit (premio “Venafro”), 2009; Tren po tren (Momento per momento, con traduzione in serbo di Dragan Mraovic), 2011; Pintar la luz /Dipingere la luce (traduzioni da Gustavo Vega), 2012; È questo un figlio?, 2012; A repentaglio, 2015; Cartoline da Gaeta, 2015; Seminari di lettura, 2015.

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4 commenti

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4 risposte a “Letizia Leone, Rose e detriti, FusibiliaLibri, 2015 – Teatro di poesia: Ultimo monologo impossibile del Battista di Letizia Leone da Rose e detriti – Con un estratto dalla nota al libro di Giuseppe Napolitano

  1. letizia leone

    Per gli amici del Blog allego una mia breve nota introduttiva inclusa nel libro:

    In fondo ci si può parlare solo per citazioni viene da dire, rubando le parole al drammaturgo Heiner Müller, consapevoli del fatto che la ri-scrittura di una
    Erodiade ulteriore sia progetto già fallito in partenza.
    Dopo le magistrali versioni di Mallarmè, Flaubert o Testori (per fare qualche nome) non rimane altro che prendere appunti per prove di scena.
    Ma qui la vocatio rimbomba dalle profondità geologiche della materia mitica dove dormono tutti i fantasmi del senso, Luciferi che come torce demoniche
    tentano di illuminare le nostre storie quotidiane.
    Erodiade, donna-archetipo che ci guarda e si lascia guardare riflessa nello specchio del mito, esprime tutto il violento delirio d’amore che insorge dal
    rifiuto di Giovanni Battista.
    Dove l’apoteosi della carne e il trionfo della lussuria specchiano la bulimia consumistica contemporanea, all’opposto l’ascesi distorce nel sacrificio e nella mortificazione ogni felicità e valore del corpo.
    Eccessi ideologici, errori di prospettiva, estremismi che generano spaesamento e malattia. L’alienazione che travolge un’epoca intera.
    Il testo destinato alla lettura teatrale è strutturato in due tempi: un primo episodio che cresce nel “dialogo monologico” tra Erodiade e la sua ancella; ed un secondo episodio che si sviluppa sul lamento di Erode e della testa mozzata del Battista.
    Una fiammeggiante apparizione di rose accompagna questi lemuri del fallimento, della solitudine e dell’abbandono.

  2. Il Battista era un oppositore politico di Erode, accusato di essersi occidentalizzato e quindi di essere un “infedele”, Battista radunava grande consenso negli ambienti e presso i ceti più popolari, quelli più sensibili alla sua predicazione ideologica. In Galilea, come nella Perea e fino a Gerusalemme; c’era una guerra strisciante contro Roma, una ostilità non dichiarata che montava nelle fasce di popolazione più ignorante e fanatizzata, una cieca ostilità contro l’imperialismo romano. In questa situazione di imminente pericolo di conflitto con la superpotenza romana la predicazione del Battista era un pericolo, pericolo di sommosse e di sedizioni popolari che sarebbero state foriere di conseguenze nefaste per le popolazioni. In questa ottica va rivisto il ruolo di pacificazione che ebbe Erode… la leggenda vuole che Erodiade chiese a Erode la testa del Battista, e così fu. La testa rotolò sul piatto d’argento e fu eliminato il pericoloso predicatore… La piéce teatrale di Letizia Leone affronta l’argomento con un linguaggio poetico vivissimo appena arcuato alle esigenze della recitazione e della oralità. E mi sembra ottimamente riuscito. Le guerre del futuro non si combatteranno più con i carri armati, né in tuta mimetica né in canottiera, le guerre del futuro prossimo si combatteranno per il cibo che scarseggia su scala planetaria. Il cibo sarà l’oro nero del domani prossimo venturo. Il cibo sempre più scarso e sempre più costoso (almeno quello di qualità).

    Le guerre del futuro si combatteranno per il cibo, non con le armi come per il petrolio, ma con tecniche più sofisticate come il cosiddetto “land grabbing”, con l’introduzione di colture non alimentari nei Paesi del Terzo Mondo e con l’utilizzo di strumenti finanziari. Il cibo è sia una necessità che un’arma. Molte nazioni, come la Cina, hanno inserito nel piano di sicurezza nazionale la sostenibilità alimentare, termine che comprende non soltanto la quantità del cibo, ma anche un prezzo del cibo accessibile dalle fasce più povere della popolazione. Bisogna cambiare la cultura del cibo e privilegiare un’alimentazione vegetariana. Per una bistecca di tre etti sono infatti necessari 4.650 litri d’acqua. Per la Cina il cibo è già oggi un fattore di sopravvivenza. La Cina ha il 19% della popolazione mondiale, il 9% delle terre arabili e il 6% dell’acqua dolce del pianeta, per questo sta facendo shopping di terreni nel mondo. La domanda di cibo mondiale sta superando l’offerta. Sempre più gente chiede cibo senza ottenerlo. Una ragione è l’aumento della popolazione mondiale passata da 1,6 miliardi dall’inizio dello scorso secolo ai circa sette miliardi di oggi e con una previsione di più di nove miliardi nel 2050. La scarsa alimentazione provoca il 45% dei decessi dei bambini sotto i cinque anni, pari a 3,1 milioni ogni anno.

  3. È stato accertato con sicurezza:
    nodose radici del collo
    che pulite dal sangue brillano come cavi elettrici staccati
    ma lacerati malamente
    come se il capo fosse stato segato dal busto con un coltello corto
    in una lotta feroce.

    Le labbra? Un orlo di sangue.
    Le chiome lunghe come si conviene agli invasati
    o ai profeti perché si sa,
    la forza del cielo si deposita sulle ciocche.

    Da questi pochi versi si può notare la brillante interpretazione che Letizia Leone fa della testa del Battista: frasi semplici, burocratiche, fredde, quasi da referto medico legale, con appena un acuto: “brillano come cavi elettrici staccati”, come un elettroencefalogramma piatto che però, improvvisamente, ha dei picchi acuti. È questo lo stile di scrittura di Letizia Leone, direi una scrittura Rozewicziana, che mescola con sapienza il banale all’orrifico, l’assurdo con il quotidiano in un mix di sicuro effetto estetico.

    Ah, dimenticavo di dire che tra Erode il pagano e l’invasato Battista, la mia simpatia è sempre andata ad Erode.

  4. ubaldo de robertis

    Proprio perché la vicenda storica è nota stranota resto meravigliato per come l’autrice sia riuscita con ricchezza di visione, direi con intelligenza, a riesaminarla con un’originale lettura poetico teatrale. C’era il rischio che le immagini risultassero raffreddate, affievolite, o inghiottite in improprie astrazioni, ma non è così. Letizia Leone è riuscita a creare, con “ quel torbido e turbinante eloquio” di cui parla Giuseppe Napolitano, e non poteva essere altrimenti visto che fa riferimento a qualcosa che ha destato nei secoli scalpore per l’intrigo di pulsioni, seduzione, eccitazione e passione, una coinvolgente opera letteraria.
    Ubaldo de Robertis

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