Giorgio Caproni (1912-1990), dal “suicidio di Dio” all’“antistoria”. Lettura di Marco Onofrio e un Appunto di Giorgio Linguaglossa “Il problema dello stile in Giorgio Caproni”

Roma trinità dei monti anni Sessanta

Roma trinità dei monti anni Sessanta

Commento di Marco Onofrio

Il mondo poetico di Giorgio Caproni sviluppa la capacità di tenere insieme liquidità melodica ed esattezza visiva, pathos e intellettualismo, sentimento e ragione; ed è coerente con il suo modo generale di guardare alle cose, giacché egli «è dall’inizio e resterà fino alla fine un decostruttore, sia o meno questo carattere in rapporto con una percezione del mondo come giustapposizione di fenomeni che il soggetto non sa né vuole sintetizzare, e via via frantumi, schegge» (Mengaldo). In lui convivono spinte centrifughe e centripete, e da questa dialettica emerge il tracciato vettoriale di una poetica capace di “astrazioni” assolute così come, per via agglutinante, di «appercezioni esattissime di frammenti della realtà». L’astrazione porta all’“ontologia negativa”, per comprendere la quale si ricorra – più che alle acrobazie da “Dio che gioca”, in Res amissa – alla semplice pregnanza di “Squarcio” (da Il Conte di Kevenüller):

Viltà d’ogni teorema.
Sapere cos’è il bicchiere.
Disperatamente sapere
che cosa non è il bicchiere,
(…)

La concretezza plastica in Caproni si connota spesso in senso fortemente sensuale: vuole tradurre la “quiddità” delle cose tangibili e, soprattutto, la tenera flagranza creaturale dei corpi, e dunque il calore fisico delle donne. Ma è l’olfatto il senso che prevale: Caproni è il poeta degli odori. Odori, per esempio, di rancio, rifresco, pioggia, cipria, aria, barche, pesce, notte, erbe, mare, acqua, orina, capelli, alito, sudore e, somma sintetica di ogni altro, l’«odor di vita viva» (“L’ascensore”, da Il passaggio d’Enea). Caproni ricorda, durante una conversazione in radio del 1988, l’odore di sudore – ferino e conturbante – che emanavano le ragazze di un tempo, un sudore non coperto da ipocriti profumi, segnaletico della loro calda e corporea realtà, legato alla presenza naturale del corpo.

Ma tra parole e cose si insinua una progressiva, irraggiungibile distanza. Le metropoli moderne sono scenari alienanti dove l’uomo è sacrificato sull’altare dell’individuo-massa. L’ottusità amorfa e burocratica della società consumistica spegne lo spirito man mano che acceca il potere dei nomi, ovvero la capacità di afferrare e comprendere le cose. Lo smarrimento del soggetto si esprime per delega attraverso elementi e luoghi «insieme reali e irreali» (Mengaldo). Allo stesso modo il linguaggio poetico dimagrisce vistosamente, penetrando nella musica mentale del pensiero e asciugandosi fino ai bordi dell’afasia.  Da qui emerge la radice del dialogo sui “massimi sistemi” che conduce Caproni alle contorsioni filosofiche con l’Altro, l’Infinito, la Morte, Dio, il Nulla. La “delusione” che vivere a Roma ha nel complesso rappresentato per Caproni, rispetto agli entusiasmi del primo impatto con la Città, gli fa capire che, come nota Italo Calvino, «ciò a cui il nulla si contrappone non è il tutto: è il poco», che dunque «ciò che è, è poca cosa, mentre il resto (il tutto, o quasi) è ciò che non è, che non è stato, che non sarà mai». L’assottigliarsi progressivo del segno e del senso delle cose contribuisce ad aprire lo scenario del silenzio di Dio (l’afasia delle parole che nominano il mondo), e dunque agevola l’emersione della “teologia negativa” con cui culmina il percorso umano e poetico di Caproni. La ricerca, metafisica e insieme a-teologica, si manifesta nelle istanze delle ultime opere, dove lo stile di Caproni si affila in senso lapidario e ilarotragico: Il franco cacciatore (1982), Il Conte di Kevenhüller (1986), Res amissa (postumo, 1991).

Anita Ekberg La Grande Bellezza della Poesia anni Sessanta

Anita Ekberg La Grande Bellezza della Poesia anni Sessanta

Probabilmente il disgusto per la realtà prodotto dalla deriva consumistica della società italiana risulta infine decisivo nel percorso che porta lo sguardo di Caproni ad abbracciare l’oltranza di quelli che lui chiama «luoghi non giurisdizionali» (“L’ultimo borgo”, da Il franco cacciatore), abbandonandosi ai “campi” sconfinati che proseguono lo spazio della vita, dopo i “territori” statuiti dal consorzio.

I CAMPI

«Avanti! Ancòra avanti!»
urlai.
Il vetturale
Si voltò.
«Signore,»
mi fece. «Più avanti
non ci sono che i campi.»

La verità del mondo non si esaurisce con le realtà antropizzate (di cui una metropoli rappresenta il non plus ultra), irte di regole e convenzioni riduzioniste; è anzi – nella sua parte più autentica – qualcosa di molto più complesso, che travalica ogni tentativo di semplificazione. Occorre dunque uno sguardo “aperto” e spregiudicato, capace di sbordare dai limiti assegnati, dagli schemi razionali, dalle croste dell’abitudine, trovando zone di contatto con l’ignoto invisibile attraverso prospettive inusuali. Anche quando si trova nel pieno dei «lidi cementizi», tra il grigiore degli squallidi casamenti, l’occhio di Caproni cattura allo sguardo le aperture improvvise nell’agro, cioè i luoghi estremi della forzata urbanizzazione, laddove finiscono le strade e cominciano i prati incolti.

Ora tu porta all’Agro
sgominato di maggio
questo Caffè – l’acquario
tanto tremulo, il fresco
che negli specchi ha un miraggio
inutile ai belletti
sul volto in maschera, vario
d’improntitudini. A morte
eterna, nel sanguinario
forno dei fiori, al sole
arroventato dall’erba
tu sperdilo, nel semenzario
torrido d’aria e di spazio
che urla impalato, acceso
dai papaveri. Il laccio
allora tu avrai compreso
del mio sgomento – la piena
enorme della paura
che sale, così impietrita
sale, e quanto aliena
da me atterra la vita!

[poesia del 1942, rimasta inedita]

Elsa Martinelli film di Elio Petri La decima vittima 1965

Ursula Andress film di Elio Petri La decima vittima 1965

    

È lì che riaffiora l’erba, altrove soffocata dall’asfalto. Poiché la Vita è invincibile e irriducibile, ed è comunque più forte della Storia (con le sue “maschere” infinite); anche se talvolta è la Storia che sembra momentaneamente prevalere. La Storia, infatti, è determinata dagli uomini, e gli uomini sono ospiti del pianeta e dunque, in quanto tali, soggetti alle leggi di natura. Caproni conosce bene questa verità, e la fa sua al punto di porsi come poeta dell’antistoria. Basta l’odore conturbante che emana dai vestiti di una «calorosa ragazza» a far andare in tilt la Storia, ovvero le strutture razionali che presiedono alla logificatio del mondo in “realtà”.

ODOR VESTIMENTORUM

Calorosa ragazza
che avanzi tra la verzura:
i tuoi acri rossori
son tenebra, non paura.

Sono acuta ignoranza
viva e provocatoria:
son la veemente baldanza
del sangue. L’antistoria.

Colpito in pieno dal vento
fondo del tuo vestiario,
oh il ciclista che a stento
ha attraversato il binario.

Sul tema del caldo, languido, sdilinquente «odore» che emana dalla donna, si leggano anche i primi versi de “I ricordi” (Congedo del viaggiatore cerimonioso):

Te la ricordi, di’, la Gina,
la rossona, quella
sempre in caldo, col neo
sul petto bianco, che quando
veniva ogni mattina
a portar l’acqua (eh! Il Corallo
allora non aveva ancora
tubazione) lasciava
tutto quello stordito
odore?…

film fotogramma Elio Petri Ursula Andress e Elsa Martinelli

film fotogramma Elio Petri Ursula Andress e Elsa Martinelli

La ragione non basta più, e allora spetta alla poesia il compito di allargare lo spettro delle percezioni, infilando l’acume dello sguardo negli interstizi, nell’invisibile del vuoto, nelle fessure oniriche, nell’irrealtà. La materia ha dentro di sé la scintilla di una sconosciuta intelligenza creatrice, e la natura stessa trabocca di mistero, manifesta l’«Altro che cerchiamo / con affanno» (“Il delfino”). Tutto questo produce sgomento, ma chiama la conoscenza alla sfida di una nuova, meravigliosa avventura. La condizione dell’uomo contemporaneo è quella dell’esule, ma è una condizione che, invece di prostrarlo, deve farlo più forte di questo vivere «senza centro»: «L’uomo» ‒ così dichiara Caproni nell’intervista concessa ad Aurelio Andreoli per «Il Secolo XIX» poco prima di morire ‒ è ormai «privo delle speranze trascendenti» e «richiamato alle proprie responsabilità in terra»; ma proprio per questo «è soprattutto un uomo libero». Nell’“Inserto” in prosa posto dopo le prime sedici poesie de Il franco cacciatore, Caproni mette a fuoco con precisione chirurgica l’esito di questa sua sofferta ricerca sui limiti metafisici della realtà che compete all’uomo:

«Vi sono casi in cui accettare la solitudine può significare attingere Dio. Ma v’è una stoica accettazione più nobile ancora: la solitudine senza Dio. Irrespirabile per i più. Dura e incolore come un quarzo. Nera e trasparente (e tagliente) come l’ossidiana. L’allegria ch’essa può dare è indicibile. È l’adito – troncata netta ogni speranza – a tutte le libertà possibili. Compresa quella (la serpe che si morde la coda) di credere in Dio, pur sapendo – definitivamente – che Dio non c’è e non esiste».

L’esito della dispersione a-centrica non è una cupa disperazione ma, paradossalmente, l’ebbrezza illimitata della libertà, il potere del possibile creativo.

giorgio caproni, foto di Dino Ignani

giorgio caproni, foto di Dino Ignani

Poesie di Giorgio Caproni

L’OCCASIONE

L’occasione era bella.
Volli sparare anch’io.
Puntai in alto. Una stella
o l’occhio (il gelo) di Dio?

BENEVOLA CONGETTURA

Non mi ha risposto.
Gli ho scritto tante volte.
Non mi ha mai risposto.
Io credo che sia morto. Non penso
che si tenga nascosto.

BIGLIETTO
LASCIATO PRIMA DI NON ANDAR VIA

Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.

Il mio viaggiare
È stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

COROLLARIO

Leone o Drago che sia,
il fatto poco importa.
La Storia è testimonianza morta.
E vale quanto una fantasia.

.
SAGGIA APOSTROFE
A TUTTI I CACCIANTI

Fermi! Tanto
non farete mai centro.

La Bestia che cercate voi,
voi ci siete dentro.

.
ALL’OMBRA DI FREUD

1.

Verità inconcussa.
La riva vulvare: la porta
cui, chi n’è uscito una volta,
poi in perpetuo bussa.

.

ALZANDO GLI OCCHI

In aria tutto un brulichio
di punti neri…
Uccelli?
Lettere stracciate?

O – forse –
soltanto dispersi brandelli
(gli ultimi) di Dio?…
*

Non c’è il Tutto.
Non c’è il Nulla. C’è
soltanto il non c’è.

CONFIDENZA

Ecco a cosa penso.
Al senso della ragione.
Al senso della dissoluzione.
Al senso del non senso.

SENZA TITOLO

Pensiero triste:
la Storia non esiste? …

Alberto Moravia scrittore dell'esistenzialismo

Alberto Moravia scrittore dell’esistenzialismo

Giorgio Linguaglossa: Il problema dello stile in Giorgio Caproni

Il problema dello stile del tardo Caproni di Il franco cacciatore (1982), Il Conte di Kevenhüller (1986) e Res amissa (1991), va inquadrato nella problematica via di uscita dalle secche degli stili del tardo Novecento. Giorgio Caproni, della generazione degli anni Venti, si trova improvvisamente, nel breve giro di due decenni, gli anni Settanta e Ottanta, impaniato nella necessità di rinnovare il suo stile e nella difficoltà di uscire dallo schema stilistico  che aveva maturato nel corso di una intera vita di poesia. Nell’ultimo Caproni è vivissimo il segnale di una «maniera» che tende a sostituirsi allo stile maturo per tentare di decostruirlo, quella «maniera [che] registra un inverso processo di disappropriazione e di inappartenenza. È come se il poeta vecchio, che ha trovato il suo stile e, in esso, ha raggiunto la perfezione, ora lo dimettesse per accampare la singolare pretesa di caratterizzarsi unicamente attraverso un’improprietà. […] Così, in storia dell’arte, il manierismo “presuppone la conoscenza di uno stile cui si crede di aderire e che invece si cerca inconsciamente di evitare” (Pinder)1

La speciale secondarietà dello stile del tardo Caproni rivela qui il suo carattere non transitivo perché tende a bloccare l’elemento prosodico prosastico entro la chiusura di uno schema metrico fisso facendo con ciò scoccare sì scintille ed attriti ma anche rilevare l’impossibilità dell’elemento frastico a rompere gli schemi rigidi dei rondò e delle canzonette cantarellanti che vorrebbero sminuire e dimidiare lo stile maturo acquisito. Si tratta di un blocco dello stile entro uno schema chiuso. È qui, a mio avviso, il momento di stallo della poesia del tardo Caproni, la sua non completa emancipazione dal suo precedente stile e il suo mancato approdo ad una poesia compiutamente post-modernistica che verrà, quando verrà alla luce una nuova generazione di poeti libera dal pondus della tradizione metrica neoermetica e metterà in bacheca nuove tematiche e nuovi oggetti, penso a quei poeti che nasceranno negli anni Quaranta che avranno davanti un mondo che si era già liberato della tradizione neoermetica e guardavano allo sperimentalismo come ad un fatto del passato remoto, ad un fenomeno che faceva ormai parte della storia letteraria.

 1 Giorgio Agamben in Giorgio Caproni Tutte le poesie Garzanti 1999 pag. 1023

Marco Onofrio legge emporium 2012

Marco Onofrio legge emporium 2012

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Ha pubblicato 21 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (Sovera, 2002), Autologia (Sovera, 2005), D’istruzioni (Sovera, 2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (Lepisma, 2013) Ai bordi di un quadrato senza lati (Marco Saya, 2015). La sua produzione letteraria è stata oggetto di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). Nel 1995 si è laureato, con lode, in Lettere moderne all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

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8 commenti

Archiviato in critica della poesia, critica letteraria, poesia italiana del novecento

8 risposte a “Giorgio Caproni (1912-1990), dal “suicidio di Dio” all’“antistoria”. Lettura di Marco Onofrio e un Appunto di Giorgio Linguaglossa “Il problema dello stile in Giorgio Caproni”

  1. antonio sagredo

    Devo confessare la mia “relativa” ignoranza della letteratura italiana del secolo scorso; non ho la conoscenza dettagliata e puntigliosa sia di Linguaglossa che di Onofrio, i quali sono dei conoscitori superbi e difficilmente superabili; questa mia “relativa” ignoranza nasce da un confronto diretto che facevo fra i maggiori poeti italiani di allora con i poeti slavi, specie russi e cechi, che più delle volte ne uscivano “vincitori” sui colleghi italiani! questa mia convinzione non mi ha lasciato più e credo per sempre; fra i poeti italiani vi sono due o tre eccezioni – nel senso che possono ben figurare e forse in temi specifici, meglio dei poeti slavi, come Campana, Emilio Villa, lo stesso Ripellino, (forse Pasolini se non fosse per l’aggravante ideologico che dava ai suoi versi) e fra le donne la Helle Busacca e la M.R. Madonna (recentissime mie scoperte per merito di Luinguaglossa) e qualche altra che ora mi sfugge. Dunque Caproni: come tanti altri, come p.e. Alfonso Gatto, lessi con disinvoltura e quasi noia: non mi piaceva la loro dolorosa ironia e angoscia non supportata da alcuna novità linguistica… questi due e altri della loro epoca, compresi i tre Nobel italiani, mi davano un senso di asfissia, e mi dissi: meglio 100 volte Palazzeschi!!!!!
    a. s.

  2. Che cosa potrei mai scrivere sulla poesia di Giorgio Caproni dopo la pregevole, acuta e puntuale lettura offerta da Marco Onofrio in questo post, in cui ha dato prova di una conoscenza del poeta profonda ed empatica?
    E che cosa scrivere sullo stile dopo Giorgio Linguaglossa?
    Mi limito a qualche notarella.

    “… nel semenzario
    torrido d’aria e di spazio
    che urla impalato, acceso
    dai papaveri. ” (1942, inedita)

    Trovo in questa immagine, estrapolata da una poesia tutta significativa, una potente forza icastica, tale da trasportare chi legge nell’Agro, lontano dal cemento e dall’alienazione della grande città, in una campagna in cui gli umili papaveri, grazie alla penna di Caproni, ‘accendono’ tutto il luogo con il loro rosso fiammante. Questo nel 1942.
    Molti hanno uno dei cinque sensi più acuto degli altri. C’è chi è più attento ali colori, chi ai suoni, chi al gusto, chi al tatto, chi ai profumi, con l’immensa risorsa poetica della sinestesia.
    In Giorgio Caproni non c’è sinestesia nelle poesie sulla donna proposte in questo articolo. C’è il profumo/odore tanto forte da prevalere sull’immagine femminile che pure è descritta per accenni fisici, suscitando in chi legge un senso di propensione del poeta per la carnalità calorosa/accaldata della donna, in un clima di calura estiva che accende gli odori, anche di sudore.
    C’è Dio? Lascio che risponda Giorgio Caproni:

    L’OCCASIONE
    L’occasione era bella.
    Volli sparare anch’io.
    Puntai in alto. Una stella
    o l’occhio (il gelo) di Dio?

    Oppure, in ALZANDO GLI OCCHI
    (…) O – forse –
    soltanto dispersi brandelli
    (gli ultimi) di Dio?…

    Giorgina Busca Gernetti

  3. Mi permetto di far notare che l’attrice ritratta nella seconda fotografia è Ursula Andress, mentre Elsa Martinelli, bruna con la frangetta, compare nella terza fotografia assieme alla Andress (bionda).

    GBG

  4. ubaldo de robertis

    – In tanti siamo tornati dove non eravamo mai stati, e nulla era cambiato…– sono versi di una mia breve composizione dedicata a Caproni. Mi aveva conquistato con il tema del viaggio. Un viaggio che porta in nessun luogo, nella terra di nessuno. – Il mio viaggiare è stato tutto un restare…- afferma il poeta. – Una poetica capace di “astrazioni” assolute-, leggo nell’ottimo condivisibile commento di Marco Onofrio.
    Viaggi a parte apprezzo l’ intera opera sino al tardo Caproni, anche se il perspicace Giorgio Linguaglossa ne “individua i momenti di stallo, e il mancato approdo ad una poesia compiutamente post-modernistica.” A me piace quel carattere popolare, nel senso più genuino del termine, e nel contempo intellettualistico che trovo nella poesia di Giorgio Caproni. La tradizione colta unita alla spontaneità popolare, e per quell’idea di Caproni,, nient’affatto peregrina, che “ciò a cui il nulla si contrappone non è il tutto, ma il poco.”
    Ubaldo de Robertis

  5. Sono poesie diverse, secondo me caproni era avanti e ha continuato a esserlo tutta la vita. Qui l’uomo sopravvive al suo brutale omicidio

  6. Salvatore Martino

    Lucido profondo commovente questo parlare di Onofrio intorno a quel poeta straordinario che è stato Giorgio Caproni. In lui si coniugavano il pensiero tagliente, le immagini spesso folgoranti, e soprattutto la musica che accompagnava il suo dettato, che scaturiva peraltro dall’essere egli stesso musicista. Ringrazio Onofrio per averci ricordato l’esistenza di un vero poeta lirico ed epico a un tempo. Lascio a Sagredo tutti i suoi slavi, ma mi addolora questo suo pensiero sopra un poeta così rappresentativo della seconda metà del secolo scorso.Credo che sia vero per tutti noi intraprendere un viaggio che arriva al punto in cui siamo partiti

  7. gabriele fratini

    Per me il maestro del secondo Novecento, Caproni, inventore del versicolo post-ungarettiano e capace di conciliare ironia e filosofia come pochi. Creò prima un suo stile, poi lo ribaltò creandone un altro. Geniale e ancora poco noto rispetto al suo valore. Un saluto.

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