Adam Vaccaro POESIA Inedita:  Lezioni norvegesi con  Note a margine del fare poesia oggi dell’autore

Patrick Caulfield

Patrick Caulfield

Adam Vaccaro nasce a Bonefro nel 1940 per stabilirsi in giovinezza a Milano.  Nel 1978 esordisce con La vita nonostante, cui seguirà Strappi e frazioni (1997), La casa sospesa (2003) e Labirinti e capricci della passione (2005). Poesie scelte dai quattro libri si trovano in La piuma e l’artiglio (2006).

 Adam Vaccaro Note a margine (del fare poesia oggi)

Sono stato spinto a queste note, a partire dalla poesia sotto proposta, cercando di toccare qualche punto del fare poesia oggi. Il primo punto riguarda l’indefinibilità e l’interminabilità della poesia, come diceva Giuliano Gramigna. O, in versi memorabili, Roberto Sanesi: “Perché portare a termine/ quando nessuno, in giardino,/ ha mai visto il mio glicine concluso”. La bellezza, anche in poesia, oscilla dunque per me su una tensione di apertura e di interminabilità, che comporta la sospensione del senso, tanto da titolare un mio libro “La casa sospesa”.  Conclusione che però rimane aperta a serie di domande, oltre che sui sensi e significati specifici di un testo, sul perché e per cosa fare poesia oggi.

Domanda quest’ultima necessaria, ancor più davanti alle mille forme, più che dell’albero, della foresta della poesia contemporanea. Domanda, alla quale chi pretende di farla, credo debba dare qualche risposta.

Un glicine e ogni albero, come ogni altro singolo essere vivente, ha inscritto in sé il destino della propria morte, necessaria co-autrice della vita più ampia della specie o della foresta di cui fa parte.

E la foresta, come ogni altro universo, è anche intreccio di lotte tra e dentro le specie, in cui le più forti e vincenti non è detto siano le migliori o le più auspicabili. Come insegna Darwin, il risultato migliore non è sempre garantito.

Patrick Caulfield

Patrick Caulfield

Anche nella foresta della poesia, si affermano oggi malanni deleteri di supponenze, interessi familistici e di gruppi con contrapposizioni inappellabili e logiche monoteistiche di una deità che nulla deve dire o giustificare del proprio fare. La molteplicità si articola in somma di chiusure di un mondo a parte, i cui sensi e significati tendono a rimanere sospesi indefinitamente nell’alto dei cieli. Che pare rozzo e patetico interrogare da parte del Resto.

L’insieme tende a enucleare due rive, una che estremizza la sua inutilità mercantile, fino a declinarla in termini assoluti e antropologici. È la riva che chiamo dell’iperdeterminazione del significante, appagata di sé o, se vogliamo, autoreferenziale e deresponsabilizzata nei confronti del lettore/fruitore. Il quale non stia a porsi domande o a porre quella domanda all’Autore. Legga, ascolti i suoni inanellati e ne tragga, se è capace, piacere e sensi. È la riva che pone l’accento sui giochi di parole o del mito moderno dell’Altro della lingua che parla e crea il mondo, e non del contrario, della fascinazione o dell’effetto di meraviglia sonora. Il senso e i significati siano diafani e impalpabili, se non indecifrabili. Non meraviglia se poi non pochi possibili fruitori non vengano attratti dai libri e dalle letture pubbliche di poesia.

All’opposto, sull’altra riva, si apparecchia l’iperdeterminazione del significato, ornando al più di divertissements verbali la banalità o l’illusione di dire tutto, offrendo una pietanza cui nulla si può aggiungere. E che non può soddisfare la fame più acuta di cui oggi soffriamo. Della mancanza di speranza e della perdita del senso, di cui cercheremo di toccare qui qualche chiodo.

Tra le due rive, non saprei dire oggi quale prevalga. Da parte mia ricerco quella che ho chiamato terza riva, che tenda a coniugare complessità e transitività, adiacente alla totalità del Soggetto Scrivente e del mondo, ricca di sensi e domande sospese ma anche di risposte e aperture rispetto al contesto chiuso e senza speranza che i poteri in atto ci offrono.

È un contesto dominato dall’ideologia neoliberista e infarcito di giochi di parole nel mare di menzogne ammannite con parole-mantra – riforme, cambiamento, crescita, civiltà, democrazia – col fine della conservazione dell’esistente. Una costante azione lobotomica e di inebetimento politico e tecnologico, di cui sono immagine adeguata i felici imbecilli esposti della pubblicità.

Non meraviglia se poi i più fuggono da ogni ritualità democratica, nauseati dal suo livello di falsità e corruzione. Si è parlato di catastrofe antropologica e basta vedere l’immonda tragicommedia cui stiamo assistendo rispetto agli immigrati, tra critiche xenofobe e cialtronismi buonisti che spesso (in Italia) si intrecciano con organizzazioni criminali.

Patrick Caulfield (1936-2005) was one of the pioneers of British Pop Art, his work is my favourite from a British artist and I actually bought, 'I've only the ...

Patrick Caulfield (1936-2005) was one of the pioneers of British Pop Art, his work is my favourite from a British artist and I actually bought, ‘I’ve only the …

Penso che la poesia non debba fuggire in un suo alveo neoparnassiano, ma ricercare energie per fare un ben altro verso, innervato in una visione libera e critica, arduo ossimoro capace di riaprire orizzonti diversi di un’utopia umana che pare irrimediabilmente uccisa dalla realtà attuale. Per questo credo in vitali segni di canto incisi tra le rughe della barbarie in atto.

E per farlo, ho auspicato anni fa l’immagine di una sua oscillazione tra stanza e strada, modalità che trovo sia nei poeti italiani che più mi interessano, sia in alcuni poeti residenti in America, che da decenni svolgono anche una funzione di promozione della poesia italiana contemporanea (vedi De Palchi, Fontanella, Valesio).

Concludendo queste brevi note, concordo con chi afferma(va) – come Antonio Porta – che la poesia è, come ogni altra attività umana, parte del mondo, e che quindi è solo qui che può cercare modi e forme per essere presente, riuscendo a transitare e a muovere (come dice Alfredo De Palchi) i sensi del fruitore. Che non scappa se trova parole che, a partire dall’esperienza di chi scrive, sappiano dire e misurarsi con gli abissi comuni, con il bisogno di condivisione e di amore, di bellezza e canto, corpi (come diceva Gramigna) della fame acuta che oggi sentiamo di parole capaci di fare speranza.

È il senso e il rischio assunto dal tentativo di poesia che segue. Un testo nato da un viaggio in Norvegia, dove è inevitabile fare confronti con lo Stato-nonstato italiano. In Norvegia le tasse sono alte, ma lo Stato rende l’evasione impossibile e restituisce servizi sociali per cui i cittadini si sentono ripagati. La prassi dell’etica sociale è tale per cui fenomeni di corruzione e livelli di privilegi osceni delle classi dirigenti (politici e non) sono scarsi. Questo consente, ad esempio, di dare un assegno di 200 € al mese per ogni figlio, fino al 18esimo anno di età. O di rendere gratuiti i servizi scolastici e sanitari. La scoperta dei giacimenti petroliferi nel mare del Nord non si è tradotta in ruberie e arricchimenti privati, ma ha consentito di costituire riserve per le future generazioni. Non hanno perciò avuto alcun bisogno di entrare nella macchina oligarchica e neoliberista dell’Euro.

In sintesi, un’isola di capitalismo meno feroce, che appare già utopica e che chiede al corpo sociale responsabilità attiva rispetto alle rappresentanze e alle strutture direttive.

 (settembre 2015)

adam vaccaro

adam vaccaro

Adam Vaccaro
Lezioni norvegesi

Oslo è un occhio aperto sul mio e un altro mondo di
Spiegato sotto il sole che illumina oltre l’obelisco e
Le statue del giardino-museo di Gustav Vigeland.
L’aria contiene un’ancora più invisibile trama contraria
A quella che mi porto dalla sgualcita Italia – trama

Che pare ora d’argento e beffarda utopia di civiltà. In
Tanto le statue dipanano le loro evoluzioni di natura e
Commedia umana, protese e delimitate da un cerchio
Della Vita nitido ma scevro di hybris ossessa dalla Fine
Necessaria a ridare più vita alla vita qui e ora. Sono con

Chris in un gruppo di occhi dilatati dietro una guida che
Porge gioioso il suo sapere di italiano, qui a bere linfe luci e
Nuovi Orizzonti con la ragazza Norna1) – Beatrice al fianco, che
Dice, qui i giardini sono sempre aperti, anche quelli della Casa Reale.
Lui, rondine che viene da Udine, svola sui segni di un sogno im

Possibile ma confessa, ho quasi pianto, pensando alle nostre
sbarre a custodia di giardini e tutte le altre cose come
Fossero tesori di pirati. Qui vedete anche i cimiteri
Sono giardini aperti tra le case, senza croci nei prati
Fraterni degli umani che ci hanno preceduto. Ascolto e

Forse barcollo tra i raggi del sole complici di Beatrice che
Non tace i suicidi e i lunghi inverni affogati nella birra. Ma
Affondano gli arpioni nei sogni rimasti sogni dentro quel bi
Sogno che non muore seppure immerso nelle melme italiote. Poi
lui ride: non ho visto santi ma qui è ardua per i ladri ed impossibile

Evadere, tasse e altri doveri, perché lo Stato c’è e ridà quanto prende.
Ricami di vertigini tra visceri e cuore che pompa a vuoto nel corrotto caos
Italiano. Ma sento ululati di lupi sotto il sole e le Scale montanti all’Obelisco
Umano di Vigeland, che alitano nello stesso cerchio di speranza delle bellezze im
Mense dell’Italia dei Grandi, così palpitanti negli occhi della giovane guida e di Chris.

  1. Nome di divinità della mitologia scandinava che, similarmente alle Parche, determinavano il destino umano.

Agosto 2015

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15 commenti

Archiviato in poesia italiana contemporanea

15 risposte a “Adam Vaccaro POESIA Inedita:  Lezioni norvegesi con  Note a margine del fare poesia oggi dell’autore

  1. Più che poesia è una lunga, raffinata, riflessione da pagina di diario su quello che è l’Italia non più Italica ma italiota di oggi trasportata su un fiordo scandinavo. Penso che se invece di continuare a piangerci addosso e a rotolarci nel nostro stesso letame, facessimo veramente qualcosa per sovvertire un sistema che è irriformabile, forse sarebbe meglio. E’ evidente in questa stalla italiota ci stiamo bene, poi ogni tanto andiamo a respirare una boccata d’aria all’estero (occhio a respirare lo scarico di certi diesel made in >Germany) e ci accorgiamo che l’odore di letame è solo un po’ più tenue. In realtà il sistema ci va bene, perché è l’unico che conosciamo, e a parte dire che non va bene, sappiamo benissimo di non conoscerne uno alternativo.

  2. Profonda riflessione etica di un poeta che sa vedere con lucidità il reale e non teme di scrivere ciò che pensa. La preferirei scritta senza “a capo” perché non è poesia, ma elegante prosa.

    Giorgina Busca Gernetti

  3. Ritengo anch’io questa poesia di Adam un pezzo scritto in piacevolissima prosa (con degli a-capo anche ben assestati), una prosa, un appunto saggistica. Mi si dirà che gran parte della poesia del Novecento è una poesia saggistica. Sì, è vero, c’è la poesia saggistica di Pasolini de “Le ceneri di Gramsci”, ma quel tipo di poesia non fa testo, non è entrata nel patrimonio della tradizione italiana; c’è la poesia saggistica di “Laborintus” di Sanguineti, (un diverso tipo di poesia saggistica). Insomma, voglio dire che non sempre i nostri buoni propositi siano una ragione sufficiente a farci produrre buona poesia, piuttosto, sono i tempi avversi che possono produrre, per reazione, della buona poesia. Ma la poesia è diversa dalla prosa, quello che puoi dire con una bella prosa ordinata, in poesia appare fuori luogo. Che la democrazia italiana sia una democrazia gravemente imperfetta e infetta, io la ritengo una ottima base di partenza. E chiedo: Come è accaduto che la più grande poetessa degli Anni Settanta, Helle Busacca, fa fatica ancora oggi ad essere riconosciuta? Ve lo dico io il perché, perché lei ha scritto la più grande invettiva contro il “sistema Italia” che sia mai stata scritta dall’unità d’Italia ad oggi. E l’Italia degli anni Settanta era una pessima Italia non meno di quella di oggi. E perché tutta la claque letteraria italiana continua a suonare il piffero alla poesia di Patrizia Cavalli mentre si guarda bene dal riconoscere il valore e la grandezza di una Helle Busacca? Il problema, caro Adam, è politico, solo politico, e i letterati fanno politica anche se non lo sanno (o non lo vogliono sapere), perché fa comodo stare con la propria falsa coscienza a posto…

  4. Ricevo alla mia email e trascrivo lo scritto di Adam Vaccaro:

    Questo “tentativo di poesia”, come l’ho definito, è stata una scommessa prima di tutto per me stesso, che ho scritto testi poetici prevalentemente diversi (come sa chi li conosce, a cominciare da Giorgio, Almerighi e Gernetti, sempre preziosi e acuti lettori). E’ un tentativo di ricerca, pressato in tutta evidenza da ragioni etiche, dominato da quell’area mentale che la mia ricerca critica chiama Mod-Superìio – senza la quale non avrei mai scritto nulla. E’ un’Adiacenza quindi “sbilenca”, rispetto a un ipotetico equilibrio della totalità (semplificando: aree mentali relative a testa, pancia, cuore) di un soggetto scrivente.
    E con questo rispondo anche a chi mi chiede, come l’amico De Palchi, ma chi te lo fa fare? L’importante è rispondere a se stessi, altrimenti è meglio fare i pagliacci.
    Rispetto a questo testo, ero e sono conscio di tutto questo, e non sono riuscito a tacere. Ringrazio perciò commosso i commenti adeguati qui fatti, che hanno colto caratteri, pregi e limiti del tentativo.
    Commenti intelligenti e non supponenti, come tanti mancati premi nobel, che per questo ho apprezzato molto.

    Adam Vaccaro

  5. silvana baroni

    caro Adam, ho ripreso tra le mani il tuo -La piuma e l’artiglio -, un corposo libro di vere e intense poesie, ma anche di una raffinata ricerca stilistica di quegli anni. Penso si definisca -poeta contemporaneo- chiunque non voglia e non possa sottrarsi a una nuova ricerca, a tentare di dare nuove risposte a più recenti vissuti personali o collettivi che siano, a creare forme espressive che meglio esprimino questa immersione più o meno faticosa nel contemporaneo. Ogni poeta è eterno nel trattare tematiche eterne, ma è anche un uomo che non può sottrarsi alle leggi del divenire. Lungo questo divenire è pacifico che molti non ci riconoscano o non abbiano il tempo sufficiente da dedicare a riconoscerci.

  6. Ricevo da Adam Vaccaro il seguente messaggio :

    Cara Silvana,
    le tue parole e i tuoi scambi sono sempre stati profondi e consonanti e mi piacerebbe avere più possibilità, oltre le preziose e felici occasioni avute. Ti sono grato di questa memoria di percorso, che implica qualche interrogazione su questo testo, che tenta di sperimentare oltre certe tensioni narrative che pure sono emerse in precedenza. Vedi nello stesso “Seeds” e oltre.
    Ma sono tante le domande che, come sai, mi pongo sempre sul mio e altrui sperimentare (altrimenti non lo sarebbe). E che, anche in forme lontanissime dalle mie, mi lascia sempre stimoli e alimenti da rielaborare (provenendo dalla civiltà contadina, ho usato la metafora dissacrante che del maiale non si butta via niente). Ti scriverò comunque per email e ne parleremo. Mi interessa, come dici, essere presente, che vuol dire innovare, ma in rapporto a, e non dentro una scatola ideologica avanguardistica. In rapporto ai cambiamenti linguistici e di ogni genere che il Resto produce ridicolizzando le pretese rivoluzionarie di tanti scriventi, che credono di essere motori di cambiamento accumulando metafore e metonimie, sineddoche e figure oggettuali o sinuose e fascinose sonorità, che possono sconcertarci o farci sorridere per un momento e condurci entro loro ghirigori inattesi abissali e barocchi, ma poi non dicono. O dicono poco.
    Credo che lo sconcerto maggiore e l’inatteso più sconvolgente ce lo dia ciò che accade, al di là di ogni nostro intento o esercizio. Poi ci sono i Giganti capaci di misurarsi con esso e restituirci il senso complesso che ci sfugge e ci lascia spesso boccheggianti. Ho chiamato questa capacità Adiacenza, che a volte è stata letta superficialmente e assimilata a vicinanza, mentre invece (quando il miracolo riesce) è frutto della molteplicità di lingue di cui siamo fatti. Che, se viene coinvolta, produce il bello anche parlando di letame e orrori. Produce una sorta di messa a fuoco ed esplosione di sensi, di altra conoscenza e di condivisione.
    E tra le molteplicità necessarie di cui parlo, c’è quella “Grande visione” di cui parla ad esempio Linguaglossa. Che anch’essa da sola non basta. Da sola produrrà un carretto di retorica e ideologia, che lascia indifferenti la gran parte di noi stessi. La fame eterna che abbiamo è il coinvolgimento della nostra totalità, è questo il bagliore di sensi e d’amore inesausto che attendiamo e che è ovviamente raro e difficile centro rincorso dall’arte e dalla poesia, che a me perlomeno interessa.
    E’ questa la ragione forte e l’utilità antropologica della poesia in ogni epoca, pre o post moderna o capitalistica che sia. Pre o post Auschwitz. Gli orrori dei poteri ci sono sempre stati e continueranno. A me interessa chi è capace di mettere in comune il senso umano che ci si misura, nonostante tutto (la mi prima raccolta era infatti “La vita nonostante”), cercando in tal modo lampi di paradiso qui e ora, che ci aiutano a procedere.
    Grazie perciò del tuo commento e a presto

  7. Valerio Gaio Pedini

    PONZIO PILATO è INVASO DA COMMENTI XD

  8. Valerio Gaio Pedini

    MA IL PONZIO è REDENTO

  9. Annamaria De Pietro

    Credo che in questo testo di Adam Vaccaro legame, viatico e via maestra oltre il bivio fra una poesia autoreferenziale che dice solo sé stessa (ma è poi possibile dire solo sé stessi stando nel mondo, nel quale comunque e inevitabilmente chi scrive sta?) e poesia attenta a restituire e rielaborare il mondo e i suoi malanni stia nella falcata, che è lunga, attraversante, ininterrotta. Segmenti descrittivi, segmenti di pensiero, segmenti di discorso diretto, segmenti d’amore (verso mondi confrontabili, oltre e malgrado le differenze, e verso la presenza di Chris, che guarda e chiude il testo in fedeltà obbligante) si susseguono senza soluzione di continuità, si propagginano in una lunga catena, armonica e forte.
    L’aria dunque è percorribile, è percorsa, e lo sconforto nascente dal confronto non vince, non chiude, non suggerisce disperazione, perché il passo che declina la misura del testo osa uno slancio e un entusiasmo che rappresentano, e sono, etica affidata alla forma, alla sua intavolatura visiva, uditiva, ampia e dominante.
    In parole povere, il marchio di un testo, la sua collocabilità nell’una o nell’altra area di parola nel mondo non sta nel tema e nel problema che vengono detti ma nel modo in cui vengonon detti. Qui viene detto il viaggio, esplorazione attenta e volitiva, presenza attiva, buon farmaco a rilascio prolungato.

  10. A mio parere quella di Vaccaro è poesia. Si pone il consueto dilemma cos’è poesia e cosa non lo è. Nel caso di Vaccaro si deve considerare il dato estetico poiché la versificazione troppo estesa si avvicina al prosimetro. Benché personalmente io preferisca l’aspetto aforistico, alcuni passi del testo di Vaccaro sono ammirevoli, per esempio: “svola sui segni di un sogno” (allitterazione) o “Ricami di vertigini”.

  11. Ricevo e trascrivo da Adam Vaccaro il seguente commento :

    Sì, Annamaria, è vero che siamo tutti al mondo e non possiamo non farci riferimento, ma conta anche qui il come: ci si può stare con capacità critica, cultura e occhi accesi, oppure immersi nella nebbia che in mille modi viene immessa da chi comanda la baracca, cioè per dirla con un termine obsoleto, alienati.
    Ma tu sei conscia di questo, sei lucida e non confondi certo Socrate con Ponzio Pilato.

  12. La cifra stilistica della poesia di Adam Vaccaro può essere condensata dalle parole di un suo titolo. “La piuma e l’artiglio”, l’estrema leggerezza e delicatezza della piuma e l’estrema ferinità e offensività dell’artiglio che offende e lacera. Nel concetto di “Adiacenza” di Adam Vaccaro vedo la sua appassionata ricerca di una “adiacenza” al reale, la ricerca di un mondo doppio di quello reale, un concetto importante che io tenderei a tradurre nel mio linguaggio di “Una Grande Visione”, per riprendere l’aforisma del capo indiano Tachka Whitka denominato Cavallo pazzo, In sostanza, un grande poeta è simile a un grande generale, deve avere una “Grande Visione” in vista dello scontro militare, soltanto questa “Grande Visione” gli può consentire la vittoria. Anche lo scontro che si ha in poesia è ragguagliabile a uno scontro militare; per far prevalere la propria “Grande Visione” occorre una esatta capacità di osservazione e valutazione delle forze del nemico e una esatta dislocazione e collocazione delle proprie forze.

  13. Giuseppe Panetta

    Ho ascoltato recitare Adam Vaccaro qualche anno fa a Firenze in occasione del memoriale a Pablo Neruda. Ho letto qualcosa anche io. Di solito a questi rari appuntamenti sono l’ultimo ad arrivare e il primo a lasciare, non ho quindi colloquiato con Adam che conosco abbastanza attraverso le sue poesie. In questa mi colpisce l’ architettura dei versi, una prosa poetica che però segna alcuni punti d’eccellenza, non solo nel corpus.
    Non capisco l’associazione a Ponzio Pilato, mi sembra più Orazio, oppure Giovenale… forse.

  14. Ricevo alla mia email e posto il seguente commento di Laura Cantelmo:

    Versi o forse soltanto prosa poetica? La risposta direi che poco interessa. Si tratta di qualcosa che viene dal cuore, ma che non ha preso forma nel ricordo, bensì da una sana indignazione suscitata da un’esperienza recente, forse ancora pulsante sotto i suoi occhi mentre scriveva. Adam ha sempre saputo esprimere molto bene la sua rivolta di carattere etico – ora questa sgorga lucidamente da un confronto diretto con una cultura lontanissima da noi, ma non impossibile da proporre come modello. Benché il parlar sia indarno (sembra di leggere tra le righe) Adam non rinuncia a gridare la sua disperazione per la irresponsabile dissipazione nel nostro paese di una ricchezza artistica e di un passato immensi, come ha sempre fatto osservando senza pietà ciò che avviene da noi (e non solo: vedi la Germania, atteggiatasi a maestra di vita e poi…).

    Sono riflessioni che non hanno nulla a che fare con il diario intimo, eppure finiscono per esserlo, perché vissute in modo quasi carnale dall’Autore. Il poeta Adam, come egli stesso teorizza da tempo, non si allontana mai dalla visione disincantata del mondo esterno, perché si sente nel mondo, vi partecipa e non si abbandona al rimpianto dell’utopia del passato, ma crede ancora che l’utopia non sia un acchiappar nuvole (come si è detto, con molti sorrisetti, di Pietro Ingrao) ma una necessità concreta e insopprimibile per un possibile cambiamento.

    Oso dire che forse la sua poesia, in questa forma scarna, impetuosa come al solito, ma non scevra da momenti lirici e commossi, rappresenti l’inizio o l’integrazione di un suo personale Zibaldone.

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