Guglielmo Aprile DIECI POESIE da “L’assedio di Famagosta” LietoColle, 2015 con un Commento di Giorgio Linguaglossa

Il gioco dell'Altro

Il gioco dell’Altro

Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. Ha pubblicato diverse raccolte di poesia, tra cui Il dio che vaga col vento (Puntoacapo Editrice, 2008), Nessun mattino sarà mai l’ultimo (Zone, 2008) e L’assedio di Famagosta (LietoColle, 2015); è presente nell’antologia Il miele del silenzio (Interlinea, 2009). Collabora da anni con periodici specializzati attraverso saggi e recensioni.

Commento di Giorgio Linguaglossa

 Il 17 agosto 1571 avviene la capitolazione della fortezza di Famagosta. La difesa di Famagosta fu una della pagine più epiche mai scritte dalle armi veneziane. Il veneziano Marcantonio Bragadin, prefetto civile, e il perugino Astorre Baglioni, capitano di ventura, ingegnere militare e comandante delle truppe cittadine, tennero contro un esercito nemico immenso, facendo pagare alla Sublime Porta un prezzo sproporzionato per una vittoria amara. Ma la loro sorte fu terribile, indicibile addirittura quella di Bragadin il quale, dopo torture indicibili, fu scorticato vivo. Alla fine 500 soldati veneziani infliggeranno agli ottomani forti di un esercito di duecentomila soldati, ben 52mila morti. La battaglia di Famagosta resterà una delle pagine di gloria della repubblica veneziana nella sua guerra infinita contro le sovrastanti forze degli ottomani.

Ma perché Guglielmo Aprile ha intitolato così il suo libro di poesia? Qual è il significato recondito di questo titolo?

venezia 5

 Il tema dell’Altro o dell’Estraneo pone la necessità di chiederci se «il posto che occupo come soggetto del significante è, in rapporto a quello che occupo come soggetto del significato, concentrico o eccentrico».1 La risposta di Lacan sarà che il luogo del soggetto è radicalmente eccentrico in quanto esso nasce come campo dell’Altro. Luogo della catena differenziale dei significanti, il soggetto nasce con il significante, nasce diviso. Il soggetto che si costituisce a partire dall’Altro, è sempre un soggetto alienato, separato. Una struttura analoga la si ritrova in Heidegger, dove l’Ereignis (l’evento appropriante) è insieme e indissociabilmente Enteignis (espropriazione). L’Altro di Lacan è innanzitutto l’Altro del linguaggio come catena significante, così come per Heidegger il linguaggio è la «casa dell’essere» e «il modo più proprio  dell’Ereignen», dunque l’ambito stesso in cui accade l’appropriazione reciproca di uomo ed essere. Questo rapporto si sostiene sulla priorità e autonomia del linguaggio rispetto all’uomo: come Heidegger afferma che innanzitutto «il linguaggio parla» e non l’uomo e che l’uomo è uomo in quanto è all’ascolto e corrisponde a questo linguaggio che sfugge al suo potere, così per Lacan «è il mondo delle parole a creare il mondo delle cose […]. L’uomo parla dunque, ma è perché il simbolo lo ha fatto uomo».

In secondo luogo, e come già accennato, il soggetto mantiene la traccia di questa sua etero-costituzione, nel suo stesso essere e in tutta la sua esperienza. Il «soggetto» per Lacan è caratterizzato da una essenziale mancanza-a-essere, in quanto affetto non da una mancanza determinata («ontica», nei termini di Heidegger), ma da una mancanza ontologica, costitutiva del suo essere, perché è un soggetto che si istituisce originariamente come diviso e scisso nel campo dell’Altro. Proprio perciò il soggetto lacaniano è un soggetto desiderante e «il desiderio è la metonimia della mancanza ad essere»2: il desiderio nel suo carattere eccentrico è l’espressione di questa mancanza-a-essere, di questa negatività che attraversa il soggetto e gli impedisce di essere fondante e fondato. Questi motivi sono all’opera potentemente anche nell’analitica esistenziale, dove alla mancanza-a-essere lacaniana corrisponde l’essere-gettato dell’esserci e soprattutto le conseguenze ulteriori che Heidegger ne trae nella seconda sezione di Essere e tempo.

venezia cortigiane

Il gioco dell’Altro

 

Questo libro di Guglielmo Aprile si presenta come una vera e propria indagine sulla fenomenologia dell’Altro, dell’Estraneo. Il «compagno di culla», il «pupazzo dal berretto rosso e le bretelle», il «tiranno… in livrea», il «re spodestato», l’«arlecchino», il «venditore di zucchero filato» etc., una sorta di figure che oscillano tra il gusto dell’orrido e del familiare, del regno infantile dello spirito e del regno onirico, «re» e «uccello bianco», «merlo» e «bambola sventrata». L’estraneo, questo sosia riottoso e irriverente, viene indagato nella sua complessità ontologica ed esistenziale. Si verifica una lotta furibonda tra il soggetto in via di disparizione e l’Altro, una sfida infinita nella quale l’Altro assume le sembianze più inverosimili e diverse e il soggetto è ossessionato, colonizzato da fobie e ossessioni. L’angoscia e la paura che si dipanano  sono il significante del soggetto, la traccia della sua sconfitta e della sua disparizione. Libro della disparizione, quindi, del soggetto che si eclissa lasciando un buco vuoto, uno spazio occupato dai significanti onirici e iconici. Un assedio dunque, non meno sanguinoso di quello che avvenne alla fortezza di Famagosta difesa eroicamente dai veneziani al comando di Marcantonio Bragadin, meno di mille unità combattenti che inflissero agli ottomani cinquantaduemila uccisioni durante gli asperrimi combattimenti.

Scrive Guglielmo Aprile: «Gli Dei, dopo il loro tramonto con la fine dei paganesimo, hanno lasciato delle tracce: e queste sono da rinvenire nel linguaggio; tuttavia il vuoto da loro lasciato brucia, per cui la loro mancanza e’ analoga alla cicatrice causata da una ustione. Ma gli Dei abitano nelle lande più antiche della psiche Dell uomo moderno; sono soltanto addormentati, eppure la loro presenza si lascia percepire, anche in forme non consapevoli, in alcuni oggetti, che si fanno loro emissari e messaggeri, assurgendo a simboli: ecco allora le irruzioni del numinoso nella nostra vita, che sconvolgono e stupiscono, e di fronte alle cui epifanie ci sentiamo spiazzati e temiamo di rasentare gli stati pericolosi del delirio e dell’allucinazione, ossia del disordine mentale. In fondo il mio libro enumera una serie di figure riconducibili tutte al perturbante freudiano: prima fra tutte quella del “bambino”, che è però spogliato di innocenza rousseiana, in quanto è selvaggio, vicino alla dimensione dei progenitori arcaici, e proietta in sé le pulsioni istintuali dell’Es e i corollari schemi difensivi che l’Io adotta per reazione al dilagare di questi; volevo quindi riprendere il tema Dell Ombra, ma risemantizzandolo in direzione psicoanalitica, rispetto ai connotati di ‘copia imperfetta di un modello ideale’ che gli attribuiva il platonismo».

 1 Id., Le séminaire. Livre XI. Les quatre concepts fondamentaux de la psychanalyse (1964), Seuil, Paris
1973 ; tr. it. di A. Succetti, Il seminario. Libro XI. I quattro concetti fondamentali della psicoanalisi
(1964), a c. di A. Di Ciaccia, Einaudi, Torino 2003, rispettivamente p. 193 e p. 194
2 Id., La direzione della cura e i principi del suo potere, in Scritti, vol. II, p. 618

Guglielmo Aprile fotoPoesie di Guglielmo Aprile

A cinque anni, il mio compagno di culla
era un pupazzo dal berretto rosso
e le bretelle; avevo il terrore di lui.

A volte mi ricompare davanti
nei vicoli più bui delle giornate,
dagli angoli di cassapanche
non chiuse bene, dal fondo di camere
in cui non spolvero da tempo;
non dice niente, mi osserva solo
con quell’espressione che tanto mi angosciava una volta.

È lui che stacca pezzi di ruggine
dalle cancellate ancora da verniciare,
che soffia polvere di gesso
sulle teste della gente alla fermata.

Non posso nulla
per impedire il suo arrivo, solo far finta
di ignorarlo, quando in autobus
o in un outlet, di nascosto, ammicca
rivolto a me con strani, terribili
cenni, e grazie a Dio gli altri
non se ne accorgono.

*

Il tiranno indossa
una livrea variopinta, che smentisce
l’ombrosità di certe sue occhiate torve,
il pallore delle sue veglie.

Ogni giorno stupisce la corte
inventandosi un’altra, più originale
assurda voglia da soddisfare:
a un suddito comanda
di sodomizzare una porta, ad un altro
di passare attraverso un’inferriata
fino a slogarsi una spalla, oppure
di sfilare in pubblico imitando una capra;
e ce ne vuole, perché i più pazienti
dei suoi consiglieri lo distolgano
da certi paradossali capricci.

Così lo hanno messo al bando su un’isola
fuori da ogni giurisdizione,
ma lui neanche se n’è accorto, e insiste
a covare le uova nere
delle più mostruose fantasie
mentre a sua insaputa lo tengono
incatenato a un letto, in attesa che prenda sonno.

*

Il re spodestato, rinchiuso
nella torre più alta, da solo,
sentitelo come delira!

Non ha con chi parlare, e sono mesi
che ha rinunciato al sonno; e quante volte
l’uccello bianco della follia, con la sua risata atroce,
gli è balenato dinanzi! E lo tenta
a strangolare mentre dormono i suoi parenti,
a versare liquido verde nei pozzi,
a bruciare vivi senza giustificazione
gli ambasciatori giunti a informarsi della sua salute;
a tenerlo a bada è solo
l’efficiente turnover dei carcerieri.

Lo hanno dovuto rinchiudere, si dice,
perché fuori controllo, e il suo spettro
viene ancora evocato per far paura ai bambini,
anche se in tanti
non l’hanno mai visto in faccia, e pensano persino
che sia il frutto di una superstizione.

Il re, come delira
dall’alto della sua torre! Fatelo tacere,
vi prego, fatelo tacere
o l’intero regno cadrà nello sconquasso,
diverrà ingovernabile.

*

Guglielmo Aprile

Guglielmo Aprile

Inverecondo arlecchino,
tutto imbrattato di feci e di sangue,
si annida
dietro l’abito bianco delle villette a schiera,
medita i suoi sabba tempestosi
nei sottopassaggi della stazione,
rievoca in fondo a un garage
i fiori neri delle orge babilonesi,
sembra quasi ci provi gusto
a offendere, a scandalizzare
appassionati di bird-watching
e mansueti collezionisti di farfalle
con i suoi turpi sillogismi.

Mi rimbocco le coperte
della palude, per non lasciarmi irretire
dalle sue provocazioni, ma non è facile
convivere con gli strampalati schizzi
sparpagliati ovunque in camera
che attestano le sue velleità come architetto

ed esorcizzare in continuazione
date e segni
dei suoi improbabili eppure preoccupanti
oroscopi.

*

C’è una bambola sventrata
nella cantina umida, per quanto
io cambi indirizzo o mi dia assente al telefono
o fornisca generalità false ai poliziotti
lei è lì, e mi aspetta
con il suo atavico conto da chiudere.

C’è una bambola sventrata
che penzola alla spalliera, con le braccia in croce
e il sorriso guasto, simile a un ragno morto;
dovrò disfarmene un giorno o l’altro,
prima che tutta quella paglia si rovesci
dalle ferite delle sue cuciture;

e intanto, ad ogni risveglio, nuovi, mostruosi
peli neri si moltiplicano formicolanti
sulle sue braccia di raso.

*

Fuori dalle finestre, c’è da anni
un merlo che resta ore e ore
ad insultarmi; ignoro quale colpa
mi rinfacci, e perché tanto astioso
accanirsi contro di me, in quel suo
farneticare. Forse la sua voce
così falsamente melliflua, subdola
e così aperta alle più varie e libere
esegesi, non è
che l’indizio, la crepa
nell’impalcatura che scricchiola,
il definitivo strappo nel filo
che tiene insieme libri e suppellettili
ognuno al posto proprio sulle mensole,
il collasso astrale e lo sbriciolarsi
degli specchi. Sprangate ante e balconi,
parlate a voce più alta, non voglio
più sentirlo, quel canto, il suo presagio
catastrofico, il suo annuncio che schianta
agli astrologhi assiri i pugni sulle tempie.

*

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Mi sfianco a camminare nei mercati,
per non far caso
al chiodo che stride
sulla piastra che gira, gira
senza posa.

Il venditore di zucchero filato
esorta alla temperanza dei sensi
file di bambini pensosi e muti
stretti in cerchio, composti;
badanti filippine
annotano sui loro quaderni gialli
soluzioni audaci
ad antichi dilemmi teologici.

E intanto, l’Arrotino, all’angolo
dove tutte le strade s’incrociano, persevera
nel suo lavoro, chino
e silenzioso sulla piastra
che gira monotona e intride
del suo pianto in sordina
l’aria di ogni mattina.

*

Nei corridoi un confuso
groviglio di voci di vecchi
che biascica sempre la stessa
formula ottusa. I passi

tentano le strade
meno battute, pur di scrollarsi
del rumore che loro stessi fanno
calcando la polvere. Cerco

quel prato fuori città, dove
dicono ci sia un albero
dalle ciglia violette
alla cui ombra

dormire.

*

Popolazioni sordide,
dalla parlata scurrile,
dedite a culti feroci,
le vesti stracciate, escono
dai tuguri, a una certa ora
della notte, e dilagano

nei quartieri pavimentati di marmo
dove vecchi diplomatici in gilet bianchi
con gesto lento e solenne
abbeverano canarini;

si abbandonano ad ogni
genere di intemperanze, poi
rientrano nei loro
covi sotterranei, come l’acqua
al termine di una piena;

e tutte le strade tornano sicure,
tranne una, alle spalle della stazione:
non ci ho mai messo piede lì
perché dicono ci sia nascosto

un ragno enorme.

*

Ho cercato di procrastinare
quell’incontro
fino all’ultimo, nascondendomi
per ore nei portoni,
con l’ostinazione di chi
pur di rinviare la propria morte,
di chiedere proroghe all’inevitabile
fitta sotto lo sterno,
esagera con il caffè
e incendia ogni arcipelago
sull’agenda delle proprie giornate;

ma mi ha ghermito alle spalle
quando credevo di averlo seminato:
mi può far suo (questo vuole provarmi)
come e quando gli pare.

L’errore del giardiniere
è nel metodo: le erbacce più le combatte
con cesoie e diserbanti,
più istiga il loro proliferare
pervasivo e incontrollato.

21 commenti

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21 risposte a “Guglielmo Aprile DIECI POESIE da “L’assedio di Famagosta” LietoColle, 2015 con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. c’è nella poesia di Guglielmo Aprile un aspetto misterico e nel contempo inquietante, tutta quella gente senza faccia e abbozzata per quel che è una caratteristica nell’aspetto: trovo la sua poetica estremamente intelligente e scritta con buon talento, per esempio il tanto celebrato Kobarid del sopravvalutatissimo poeta Matteo Fantuzzi, che trovo fin dal titolo affine a quest’opera, è molto più esile e molto meno riuscito (sulla base di quanto ho letto in questo post) del lavoro di Aprile. Quindi un forte apprezzamento per il lavoro di questo ottimo poeta. Bravo Aprile!

  2. guglielmo aprile

    Lo so: la gente senza faccia a cui alludi rientra nelle gallerie degli spettri di cui l’ombra junghiana si serve per far sentire la sua presenza sullo scalcinato teatro della psiche; io ho una paura dannata dell inconscio, sede di rivelazioni ma del pari di incubi: e l inconscio adatta anche gli oggetti del mondo esterno a proprie figure, ne fa dei simboli dei propri contenuti altrimenti non rappresentabili secondo i canali della logica. In fondo io chiedo solo che le ombre del bosco non pesino fino a soffocarmi sul delicato equilibrio su cui è improntata la mia povera esistenza

  3. Poesie inquietanti, popolate di incubi (così mi appaiono), tormentate da paure infantili personificate. Per tutto questo sono fascinose.

    Giorgina Busca Gernetti

  4. Nella mia presentazione ho scritto: «in quanto affetto non da una mancanza determinata («ontica», nei termini di Heidegger), ma da una mancanza ontologica, costitutiva del suo essere, perché è un soggetto che si istituisce originariamente come diviso e scisso nel campo dell’Altro. Proprio perciò il soggetto lacaniano è un soggetto desiderante e «il desiderio è la metonimia della “mancanza ad essere»”: il desiderio nel suo carattere eccentrico è l’espressione di questa mancanza-a-essere, di questa negatività che attraversa il soggetto e gli impedisce di essere fondante e fondato…» Ora, in questa etero-condizione cui è condannato il «soggetto», il soggetto è costretto ad avere a propri interlocutori le proprie Ombre. Ma che cos’è l’Ombra? E le parole che noi usiamo non sono forse Ombre della parole pienamente significative e piene in sé stesse che furono un tempo la Lingua degli dèi? Dunque, Guglielmo Aprile si muove in una poetica dell’Ombra; e quale luogo più consono alla sua poetica di un luogo che si chiama “L’Ombra delle Parole”? In realtà noi abbiamo a che fare con le Ombre tutti i giorni. Questa mancanza a essere è, propriamente, una delle condizioni in cui si esplica la poetica del vuoto (o la poetica dell’Ombra, se preferite), di cui tanto abbiamo discusso in questi ultimi post.

  5. guglielmo aprile

    Gli Dei, dopo il loro tramonto con la fine dei paganesimo, hanno lasciato delle tracce: e queste sono da rinvenire nel linguaggio; tuttavia il vuoto da loro lasciato brucia, per cui la loro mancanza e’ analoga alla cicatrice causata da una ustione. Ma gli Dei abitano nelle lande più antiche della psiche Dell uomo moderno; sono soltanto addormentati, eppure la loro presenza si lascia percepire, anche in forme non consapevoli, in alcuni oggetti, che si fanno loro emissari e messaggeri, assurgendo a simboli: ecco allora le irruzioni del numinoso nella nostra vita, che sconvolgono e stupiscono, e di fronte alle cui epifanie ci sentiamo spiazzati e temiamo di rasentare gli stati pericolosi del delirio e dell’allucinazione, ossia del disordine mentale. In fondo il mio libro enumera una serie di figure riconducibili tutte al perturbante freudiano: prima fra tutte quella del “bambino”, che è però spogliato di innocenza rousseiana, in quanto è selvaggio, vicino alla dimensione dei progenitori arcaici, e proietta in sé le pulsioni istintuali dell’Es e i corollari schemi difensivi che l’Io adotta per reazione al dilagare di questi; volevo quindi riprendere il tema Dell Ombra, ma risemantizzandolo in direzione psicoanalitica, rispetto ai connotati di ‘copia imperfetta di un modello ideale’ che gli attribuiva il platonismo

  6. guglielmo aprile

    Adotta per reazione al dilagare di questE (pulsioni, nel commento mio precedente)

  7. gabriele fratini

    Poesie godibili e suggestive, mischiano vari linguaggi e varie epoche della storia. Molto apprezzate.

  8. «Gli Dei, dopo il loro tramonto con la fine dei paganesimo, hanno lasciato delle tracce: e queste sono da rinvenire nel linguaggio; tuttavia il vuoto da loro lasciato brucia, per cui la loro mancanza e’ analoga alla cicatrice causata da una ustione», così scrive Guglielmo Aprile. Condivido questo pensiero, gli dèi si sono rifugiati negli oggetti più trascurabili, negli oggetti invisibili, invisibili anche per la loro eccessiva visibilità data dai media. E questi oggetti sono diventati Ombre. Ecco perché ritengo che una poesia dell’Ombra, o una poesia del Vuoto, sia la tematica centrale del nostro epigonico tempo. Dobbiamo scuoterci di dosso il facile cinismo e l’ironia piccolo borghese che taccia tutto ciò di intellettualismo.

  9. giuseppe Frontella

    Non saprei giudicare se il libro sia riuscito o no, ma mi pare che i segni di un disturbo ossessivo in piena regola ci siano tutti, ma in codice, nel personale gergo dell’autore : Il giardiniere dell’ultimo testo può chiaramente riferirsi allo sforzo del super-io che cerca a vuoto di neutralizzare la mala erba dei pensieri ossessivi, facendoli però dilagare ancora di più…ma il libro è pieno di rimandi alle dinamiche edipiche, o al connesso tema del complesso di castrazione, espressi però in una forma, cioè camuffati metaforicamente come avviene nel linguaggio dei sogni; il perturbante la fa da padrone: gigante dal volto di pietra, testa di cavallo mozza che spunta da una valigia, neve nera sulle sopracciglia di un viaggiatore tornato da un luogo sconosciuto, gente affacciata ai balconi per una disgrazia, fortezza turrita che il vagabondo crede gli sia addosso ovunque vada, alberi dalle braccia protese, note minacciose anche nei gorgheggi degli uccelli, tarantola che un bambino si diverte a ingoiare viva, luce gialla che inspiegabilmente spunta in strada, macchia rossa sul vestito della ballerina, lettera ‘h’ che sembra scritta sulla superficie di ogni cosa, crepa nel muro… Insomma, se la pagina fosse il lettino, di spunti un ipotetico Freud in ascolto ne troverebbe parecchi, anche perché l’inconscio qui trova sbocco e tracima: e’ di volta in volta risacca di tamburi, marea contro il cui avanzare chi vive sulla costa.prova ad alzare dighe, cavallo finito in un pozzo e la cui voce e’ irrecuperabile, grotta in cui non si può entrare, latitante che si nasconde nei sobborghi, fuga di gas dalle.condutture di un impianto in disarmo, nave in avaria per un guasto che non si trova o scomparsa dai radar, sornione Attila della giungla, o Ammit, una delle più tenebrose figure dell’escatologia egizia… Se il senso e’ ambiguo, evidente e’ invece il tremore che le parole fanno provare a pelle in sede di lettura, come riflesso di un pericolo da fine del mondo incombente, che converte il dato patologico in rivelazione estetica, l’impronta di una soggettività che concepisce se stessa assediata da forze demoniache e irrazionali, risalenti dal più nero sostrato dell’umanità primordiale, quella che per prima guardò nudi gli archetipi… Dott. Giuseppe Frontella

  10. Condivido il precedente commento di Giuseppe Frontella, però ne arguisco che il fatto che l’autore di queste poesie, Guglielmo aprile le abbia scritte, significa che è un bravo poeta che ha saputo trovare dei simboli universali, delle metafore adeguate e un linguaggio poetico proprio… che, insomma, non sia semplicemente una persona affetta da disturbi dell’inconscio (come molti di noi, credo) ma una persona che ha saputo tradurre in un linguaggio universale i suoi fantasmi e i suoi abissi. In fin dei conti, fare poesia significa dialogare con i propri fantasmi, parlare la lingua dei fantasmi (e non quella degli uomini)..Ecco, parlare con i fantasmi e, come diceva Mandel’stam, “inviare segnali su Marte”. Anzi, invito Guglielmo Aprile di mandare al blog altre sue poesie inedite magari.

  11. Dalla mia veloce lettura in una pausa da altro impegno trovo che s’avveri in “L’assedio di Famagosta” la conversione in poesia di uno squisito trattato di psicoanalisi: ossia dire con immagini simboli e metafore, nella struttura e cadenza del verso, di un argomento pertinente alla psicologia del profondo. Non importa a chi appartengono i fantasmi, importa come il loro “ospite” li fa emergere, avanzare secondo passo di danza o andatura marziale, li colloca nel posto loro accreditato così che governarli sia opera di comprensione e risoluzione. C’è un tracciato di singole storie che configurano un disegno più ampio, una sorta di mappatura per l’archivio del profondo, e tutto ciò mi ricorda “Liber Novus” di C. G. Jung e anche i “Septem Sermones ad Mortuos” dove si viene messi di fronte alla complessità del mistero e della creatura.

  12. Alfredo Rienzi

    L’Autore realizza una pervicace indagine sul tema antinomico dell’ospite e del carceriere, del custode e dell’invasore, e quindi, metonimicamente, dei conflitti tra ombra e luce, follia-inconscio e ragione. Nella sua accezione più diretta: dell’io e dell’altro.
    Chi sono i duellanti? Chi assedia e chi è assediato?
    L’ospite è presenza inestirpabile e un multiforme Hyde che è, di volta in volta, «il re spodestato», «il tiranno dalla livrea variopinta», «l’antenato dalle piume di struzzo», «il pupazzo dal berretto rosso», il «folle, piccolo clown», «il lupo nel sottoscala») e la sua valenza identitaria è ripetutamente sancita («inquilino», «intruso», «ombra», «fratellastro idiota»). È soprattutto il «barbarico bambino», che (ci) abita.
    L’indesiderato alter ego, «il gemello», occupa una stagnante inferità, si annida in un asfittico labirinto sotterraneo, in senso narrativo e psichico: «all’ingresso della grotta», «relegato nella torre di sicurezza», in
    «stive» e «sentine», «nei sottopassaggi della stazione», in «sottoscala», «sgabuzzini», «cantine», «al piano di sotto», « nel buio in agguato», «dal fondo di camere», «negli angoli, dietro il termosifone», «dietro le finestre socchiuse», ecc. Meno allegoricamente: «dentro di me, in agguato».
    Il conflitto non può essere pacificato, nonostante le strategie di convivenza, lo strano caso dell’uomo sdoppiato è qui, in realtà, un necessitante stato di inconciliabilità con la bestia.
    Centrale è, nello sviluppo del racconto, il rapporto tra l’io e l’altro, che si sviluppa sostanzialmente sui binari di una reciprocità, di una coesistenza forzosa, di una fatale guerra intestina. In questo scenario la serpe
    nera del caduceo ermetico avvicina la bocca al suo congenere bianco, non per il mistico bacio ma per sibilare e mordere.
    Il componimento a p. 64 («Molesto inquilino, è da un po’/ che con discrezione ha preso possesso/ dei piani bassi e, appena/ prendo sonno approfitta/ per affacciarsi; […] ) non è tra i più eleganti o vividi per forza
    di immagini o inventiva verbale, ma esemplarmente richiama gli invarianti dei testi (la creatura – i luoghi inferi– le soglie del sonno – le manifestazioni barbariche dell’invasore – la presenza ancestrale – il rapporto
    di forze con la stessa…).

  13. Giuseppe Frontella

    Non avevo la pretesa di fare diagnosi online, ma le mie competenze professionali in campo terapeutico applicate alla lettura del libro mi consentono un giudizio dotato, credo, di una qualche fondatezza; scorrendo tra le pagine di questo assedio ho letto una sorta di confessione cifrata, che però a un occhio clinico avvezzo per lavoro ad interagire con dinamiche nevrotiche di un certo tipo evidenzia da subito le sue strutture; poi il parere artistico e’ questione che, come medico, mi tocca solo in un secondo momento, mentre ciò che per prima cosa mi ha colpito e’ stata la rappresentazione martellante di un ritmo ossessivo, per la quale la fantasia dell’autore sembra trovare una galleria inesauribile di emblemi (non so fino a che punto originali oppure, come suggerito da un commento precedente, mutuati da una certa frequentazione della letteratura junghiana, specie in alcune immagini vagamente allusive ai mandala tibetani…) Dott. Giuseppe Frontella

  14. Noto con piacere che questo blog è frequentato anche da psicologi, spero non psichiatri. Mi era sfuggita la poesia di Aprile in questo post, sicuramente una voce diversa, un criminal-specimen che in fondo mancava nella tassonomia della recente poesia italiana.

    • Giuseppe Frontella

      Egregio Panetta, la frequentazione di un blog letterario potrebbe non essere appannaggio esclusivo degli autori di libri di poesia: ebbene? La cosa le crea forse inquietudine? Credo che sarebbe opportuno un approfondimento delle ragioni inconsce di un simile timore…; mi pare che per troppo tempo la professione psichiatrica sia stata oggetto di uno stigma sociale ormai obsoleto, che marchia indebitamente coloro che si rivolgono al sostegno degli specialisti sulla base di discriminazioni ispirate a gretto pregiudizio, quando invece il ricorso ad ausili psicoterapeutici fornirebbe benefici in special modo a coloro che vantando una propria presunta sanità tradiscono maggiormente il bisogno degli stessi. Non considero il carattere scientifico della mia formazione un fattore che precluda una mia facoltà di approccio a testi di tipo letterario, sia perché ritengo di disporre di strumenti di analisi pur non avendo patenti rilasciate da alcun circolo di massoneria letteraria, sia perché contrario a una idea onanistica della pratica letteraria ad uso e consumo dei suoi fautori. Spero che non ci sia bisogno di ricordarle che esistono orientamenti nella critica letteraria ispirati direttamente alla psicoanalisi, e che da Svevo in avanti il riconoscimento della malattia ha funzione prodromica per avviare il cammino della guarigione.
      Giuseppe Frontella

  15. Pregiatissimo Frontella, lei è uno psichiatra, lo avevo intuito ed è per questo che l’ho provocata. Mi riesce bene questa pratica.
    Non ho nulla in contrario alla frequentazione di psicologi e psichiatri a un blog di letteratura, anzi, ben vengano simili professionisti.
    Nella vita reale mi occupo di Bisogni Educativi Speciali, faccio formazione in tal senso, e di psicologi e psichiatri ne frequento tanti. Presuntuosamente dico che la wish III e IV me le faccio da solo.
    Per il resto del suo sfogo sono sue considerazioni e quindi suoi problemi di percezione e auto percezione.
    Saluti.

  16. La vita è volte può essere molto orribile
    Ma è solo questione d’abitudini…I nostri
    Demoni interiori ….Basta solo domarli.
    Noi siamo i donatori che schivano i tori
    dell’ esistenza.

  17. La vita è volte può essere molto orribile
    Ma è solo questione d’abitudini…I nostri
    Demoni interiori ….Basta solo domarli.
    Noi siamo i donatori che schivano i tori
    dell’ esistenza.

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