Antonio Sagredo POESIE MOSTRUOSE (Inediti) con Commenti di Giorgio Mannacio e di Laura Canciani

 

Laboratorio gezim e altri

Laboratorio lillaAntonio Sagredo (pseudonimo di Alberto Di Paola), è nato a Brindisi nel novembre del 1945; vissuto a Lecce, e dal 1968 a Roma dove  risiede. Ha pubblicato le sue poesie in Spagna: Testuggini (Tortugas) Lola editorial 1992, Zaragoza; e Poemas, Lola editorial 2001, Zaragoza; e inoltre in diverse riviste: «Malvis» (n.1) e «Turia» (n.17), 1995, Zaragoza.

La Prima Legione (da Legioni, 1989) in Gradiva, ed.Yale Italia Poetry, USA, 2002; e in Il Teatro delle idee, Roma, 2008, la poesia Omaggio al pittore Turi Sottile. Come articoli o saggi in La Zagaglia:  Recensione critica ad un poeta salentino, 1968, Lecce (A. Di Paola); in Rivista di Psicologia Analitica, 1984,(pseud. Baio della Porta):  Leone Tolstoj – le memorie di un folle. (una provocazione ai benpensanti di allora, russi e non); in «Il caffè illustrato», n. 11, marzo-aprile 2003: A. M. Ripellino e il Teatro degli Skomorochi, 1971-74. (A.   Di Paola) (una carrellata di quella stupenda stagione teatrale).

Ho curato (con diversi pseudonimi) traduzioni di poesie e poemi di poeti slavi: Il poema :Tumuli di  Josef Kostohryz , pubblicato in «L’ozio», ed. Amadeus, 1990; trad. A. Di Paola e Kateřina Zoufalová; i poemi:  Edison (in L’ozio,…., 1987, trad. A. Di Paola), e Il becchino assoluto (in «L’ozio», 1988) di Vitězlav Nezval;  (trad. A. Di Paola e K. Zoufalová).

Traduzioni di poesie scelte di Katerina Rudčenkova, di Zbyněk Hejda, Ladislav Novák, di Jiří Kolař, e altri in varie riviste italiane e ceche. Recentemente nella rivista «Poesia» (settembre 2013, n. 285), per la prima volta in Italia a un vasto pubblico di lettori: Otokar Březina- La vittoriosa solitudine del canto (lettera di Ot. Brezina a Antonio Sagredo),  trad. A. Di Paola e K. Zoufalová. È in uscita, per Chelsea Editions di New York, Poems Selected poems di Antonio Sagredo.

Testata politticoCommento di Giorgio Mannacio  

 Caro Sagredo,

parliamo – dunque – secondo promessa, dei versi che mi ha gentilmente inviato. Non si tratta di assolvere un dovere ma di contemplare il dono e di coglierne l’essenza. Esso si arricchisce ,poi, dell’invio dei “materiali“. Questi ultimi, oltre ad essere molto interessante in sé,  confermano alcune mie intuizioni  sulle caratteristiche della sua opera poetica. La definisco singolare in senso stretto sia nella forma che nei contenuti (pongo questa distinzione solo euristicamente ). L’aggettivo è assunto proprio letteralmente come denotativo di una originalità assoluta. Essa investe, come le anticipavo, sia le scansioni formali che la materia investita da esse. Il testo è davvero suo e solo suo.

1.

Mi ha colpito – quanto alle prime – la costruzione secondo un ordine che è contrappuntistico:

ad ogni quartina corrisponde altra quartina secondo un ritmo quasi responsoriale e salmodico, inusitato nell’esperienza contemporanea. E’ questa periodizzazione- che fa di ciascuna quartina un “tempo“ e che è pensata e costruita con cura e dotata di una interna coerenza – a scandire poeticamente la sua scrittura . Non si assiste ad una rappresentazione di fatti ordinati secondo una cronologia del prima e del dopo degli eventi ma ad una oscillazione tra essenze mentali (esperienze interiori ) che debbono essere colte nella loro unicità “attraverso la contemporaneità“ del dettato. Ciascun frammento è consonante.

Ho immaginato, di fronte a tali evidenze  un teatro (ecco l’importanza anche ermeneutica dei suoi materiali) in cui si muovono ( nella declamazione ) personaggi e vite e istanze diverse. Ed ho “visto “una rappresentazione“ drammatica in cui la parola., altrimenti fuggitiva, deve essere necessariamente gridata, scagliata e dunque impressionante perché se non è così non si coinvolge alcuno. Nel teatro bisogna colpire forte anche se in modo “ ingiusto “.

Si, penso ai suoi versi come a un “coro“ nel quale si debbono individuare sia i singoli protagonisti sia le singole esperienze  a costoro proprie e – alla fine – trarne un senso comune

(il senso del testo nel suo complesso). Non mancano riferimenti oggettivi ad un spazio per così dire teatrale. Colonne, padiglioni, ponti, teatri in lacrime. Credo che alla sua poesia si debba – prima di tutto – assistere e abbandonarsi.

2.

Quando ho manifestato una certa insofferenza per l’ideologia, ho inteso – propriamente – rifiutare, almeno preliminarmente, ogni classificazione che si legittimi attraverso di essa

( ateo devoto, astorico etc. ). Da tempo penso che ogni individuo finisca per essere una individualità universale e, dunque, ogni esperienza del singolo riflette l’intero. Perché non assumere di fronte a ciascuno un atteggiamento di “ rispetto “ che è – nella sostanza – l’accoglienza sia del simile che del dissimile ? Come le anticipavo la sua è una poetica ardua, difficile. E’  da scandagliare in tempi lunghi e frazionati che ne scompongano il tessuto (nodi su nodi, fili su fili, un tessuto composito di figure enigmatiche) e lo ricompongano secondo ciò che ciascuno porta con sé . Ogni figura umana è – alla fine – un piccolo o grande enigma che – come in un rebus – si esprime nei volti, nei gesti, negli accostamenti bizzarri ma, alla fine, carichi di senso. In questa direzione la sua è una poesia essenzialmente visionaria.

Alcune connessioni – imposte con la necessaria “ violenza del testo “ – sono palesi. Vi sono figure reali che solo la “ lontananza“ rende leggendarie (penso a Helle Busacca richiamata da qualche suo verso); vi sono metafore che, all’opposto, vanno ridefinite in figure o situazioni reali (streghe, vergini: gli eretici sono coloro che bruciano o i bruciati ?). E alla fine la conclusione- amara ma inevitabile -si esprime nell’ultimo verso

( l’in-emendabilità della Storia ?)

I vari punti di domanda che pongo e che le pongo sono segnali delle difficoltà che incontra il lettore (lo spettatore) e che in alcune critiche che le sono state fatte vengono catalogate quasi come “colpe morali. “Perché Sagredo non sta assieme a noi, perché è così sdegnoso ?

Certo, anch’io gradirei – ma nel senso di una maggior comprensione – l’aiuto per superare certi passaggi, a volte angusti e a volte librati nel vuoto, che i suoi versi costantemente propongono. Ma si è sdegnosi in diversi “modi“. Si riconduce tutto, allora, ad una analisi di coerenza e adeguatezza del pensiero alla parola,  o sbaglio ?

Se c’è un pericolo in questo che a me sembra un “teatro di maschere” –  e se è legittimo segnalarlo- è quello della “fissità“. La maschera cela volti diversi e li rende eguali sfociando, alla fine, nel manierismo.

3.

Debbo, in chiusura, confermarle che l’avventura o la sfida (la partita a scacchi de Il settimo sigillo) che lei affronta mi coinvolge più di quanto desidererei. Ma ciò non è forse segno di una ulteriore misura di novità e ricchezza ?  Credo che lei abbia attraversato e continui ad attraversare esperienze invidiabili e che queste – inevitabilmente – influiscono sulla sua scrittura complessa. Spero di non fare un proposta “ oscena “. Perché non arricchisce i suoi testi di un commento nel senso strettamente oggettivo di note di richiamo e di esplicazione di tempi, luoghi, situazioni anche mentali ? Che c’è di male in questo?

La sua intervista mi ha riportato alle mie letture di Ripellino, un autore che mi affascina. E dunque grazie anche di questo.

Un cordialissimo saluto.

Fayum ANTINOOPOLIS is the site of some of the most spectacular portrait art ever found in Egypt.

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Commento di Laura Canciani (Poliscritture, 8 settembre 2015)

Gentili locutori del blog,
vorrei eccepire qualcosa circa la “comprensibilità” della poesia di Antonio Sagredo. Innanzitutto, non esiste una comprensibilità assoluta, come non esiste una incomprensibilità assoluta. Per intendere la poesia sagrediana dobbiamo necessariamente uscire dalla tradizione recente del Novecento italiano e dai mini canoni che hanno imperversato in questi ultimi decenni. E’ lo stesso Sagredo che ci mette sulla retta via quando ci parla di una poesia che deve ripartire dallo stadio zero; il poeta ci vuole dire che ha tagliato tutti i ponti di collegamento con la tradizione italiana. E’ questo il distinguo che fa da fondamento alla sua poesia. Indicarlo come uno “stolto” o come un “superbo” significa non aver compreso il lavoro di raschiatura compiuto da Sagredo. Dirò di più, Sagredo è più che “stolto” e “superbo”, è anche autoritario e dittatoriale, la sua poesia si pone come un assoluto di estraneità, come un anacronismo vivente, tende alla assoluta alterità. Ma questo dato di fatto è, di fatto, un punto di enorme vantaggio della poesia sagrediana rispetto a quella dei poeti che scrivono alla maniera della poesia maggioritaria di oggi, quello sì un gergo insignificante e, in quanto tale, comprensibile a tutti. Ma in questo caso si tratta di una comprensibilità che non buca che il presente, la comprensibilità del banale e del quotidiano. La poesia di Sagredo ha il suo centro di gravità, la sua base, il suo fondamento nella “immagine”, è questa la chiave per entrare dentro i suoi meccanismi segnaletici molto complessi e sfuggenti. E’ come se si volesse capire Tranströmer senza fare riferimento alle sue fittissime reti di immagini. La poesia di Sagredo non può essere compresa se non si entra all’interno del suo sistema segnaletico e del suo sistema semaforico, entrambi sistemi basati sulla polimorficità della “immagine”. Ergo, l’io del poeta passa in secondo piano, ridotto com’è ad un sistema di specchi che rimandano l’un l’altro, un caledoscopio di immagini che impongono all’io poetante di ritrarsi sullo sfondo, di sottrarsi. Insomma, ritengo la poesia sagrediana come una delle cose più interessanti che si scrivono oggi in poesia in Italia proprio per la sua capacità assumere un vestito linguistico assolutamente singolare e irriconoscibile…

 

Antonio sagredo teatro politecnico-1974

teatro Politecnico 1974, Antonio Sagredo

Prove mostruose

(6)

Si svegliò sui gradini di un sacrario, le ossa forzavano il midollo ad un zigzagare
e a precipizio nei labirinti scorrevano i gridi angolari dei corvi e delle cornacchie.
Io sapevo che gli specchi anche nelle profondità ossute di Psiche erano pelosi,
come gli sguardi di Narciso che invano una selce barbarica radeva perché la

parola fosse circoncisa dalla Storia nel suo originario decantare. Il dubbio acheronteo
era uno stillicidio per le onde e per le anime migranti che la Morte per acqua temevano
più delle loro lacrime – per questo sghignazzava un verdastro Vodník su uno scoglio simile
al dente del giudizio – e beffava di Orfeo la maschera cartapestata e lacrimosa,

e il suo rifiuto alla proposta scellerata del voltarsi indietro: il miserabile era un portoghese,
non poteva traghettare il proprio corpo evanescente che si sbriciolava davanti ai furori delle
braci… negli occhi-uncini di Diomede! – il panico si sciolse in sogni speranzosi: tornare, forse?! –
ma il battello andava, errante… sulla riva le orme erranti degli sguardi sbigottiti!

e la marina… ondosa di sessi vaganti… di risacche – di gemiti!, e sfinimenti… arenosi.

Campomarino-Maruggio
26 giugno 2015
(un notturno sul molo dall’ora terza alla quarta)

Prove mostruose
(7)
a Antonio Dattis

Questa sera ho stretto la mano di Antonio e ho fatto una salto dal medioevo al settecento!
Mi sono arroventato le mani al contatto e i legni smaniosi hanno sragionato per tallonare
il suo ingegno! Non avevo che da rimproverarmi la precisione del mio cerebro e il calibrato
furore delle mie mani, e delle dita che lo guidavano… non possedevo che quest’arte, io!

E alla malora il Tempo e il Labor che non volevano finire: chiedevano un’assemblea plenaria
ai gesti, agli strumenti, ai disegni, ai pizzicati suoni… a che le corde fossero stonate perché
mai la fine accadesse tanto presto, e supplicare così la durata della passione divorante nel laboratorio…
la testimonianza ricordava quello del Padre mio fra trucioli e colla cervone…

Io, bambino, l’ammiravo…

ma qui, al savese, dobbiamo un inchino immortale, e non lo sconforto dell’anonimato!

Sava/Campomarino, 5 luglio 2015

 città di Fondi, ritratti muliebri

città di Fondi, ritratti muliebri

Prove mostruose
(8)

La gorgiera di un delirio mi mostrò la Via del Calvario Antico
e a un crocicchio la calura atterò i miei pensieri che dall’Oriente
devastato in cenere il faro d’Alessandria fu accecato…
Kavafis, hanno decapitato dei tuoi sogni le notti egiziane!
Hanno ceduto il passo ai barbari i fedeli inquinando l’Occidente
e il grecoro s’è stonato sui gradini degli anfiteatri…

Miris è davvero morto!

E quella rosa d’inverno come mi ricorda le mie Rose conquistate!
Rose di Praga fra la neve imminente… rose di Keplero e di pietra!
Annamaria è un Vesuvio di rose! Rose di lava vesuviana!
Lingue di lava di rose! Rose che vincono tutte le battaglie!
Dialetto rossolavico di rose rosse invernali e… non so che dire… altro…
Rose dei crocicchi, dei trivi, rose sfogliate e invogliate, rose – su tutto!

Così cantavano i miei passi, le orbite volate via!… e su tutti i ponti gli occhi e le visioni
di un’altra creatura che mi tallonava… accanto – e mi assillavano le sue letanie
di voler esistere come un refrain la mia vita su un arazzo sfilacciato:
come è artificiale questo sole che infine si riposerà e modellerà i nostri volti
con una maschera gelata!

E dopo il gelo, che saremo? Chi di noi sarà come prima, mostruosa Poesia !

Campomarino, 13 luglio 2015
(notte, marina, all’ora terza)

 Fayyum, ritratto

Fayyum, ritratto maschile

Prove mostruose
(10)

Ti ho sentito
piangere dalla camera dove non ci sei
Helle Busacca

Erano una vigilia pagana le sei colonne corinzie, e come un santo sui padiglioni
miravo il volto tumefatto della Supplica e fra movenze cardinali s’inceppava il mio
passo, ma nel suono dei sandali gli accesi ceri invocavano la cadenza di un ordine…
la povertà su uno stendardo disegnava ecumeniche e sordide denunce.

Attraversavo la soglia dei miei passi che mi chiedeva udienza sul banco dei pegni
scellerati, l’assise era smaniosa perché fosse plenaria la condanna della Sapienza,
e ti sentivo piangere dalla cella dove non c’eri… l’istanza vagava fra le navate come
un alato magistrale cerebro sulle cattedre, l’assise era plenaria sui cartoni e disegnava

il Perdono della Misericordia… mi chiese udienza presso le sei colonne corinzie…
passavo e cinguettavo un motivetto come il poeta sul Ponte delle Legioni e le mie
lagrime erano sospese come quelle degli Impiccati, degli Arsi Vivi, delle Streghe-
Vergini, ché Amore fu un rosario d’elissi in fiamme indulgenti… teatri in lagrime

di legno! Una vigilia pagana le sei colonne corinzie, la soglia dei miei passi
declinava sonore udienze… non sapevo le istanze o le condanne sottratte ad una
colpa recidiva! Il tribunale mi chiese se le mie lagrime come quelle delle sante
fossero vergini come le navate mai percosse dai voli di candide colombe e se con

gli occhi ecumenici nell’indulto mostravano ai tribuni le loro dita grasse come vermi…
e che ogni esecuzione per loro era una cuccagna… per questo i roghi erano una gioia
incontrollata, un carnevale approntato perché la santità degli atti fosse un sigillo o un
sacrificio cretienne, e mi chiedevo se lo stile pagano fosse stato meno – crudele!

Maruggio/Campomarino, 12 sett. 2015
(all’ora sesta)

Prove mostruose
(11)

Se ne tornava coronato di nastri funebri da un banchetto nuziale, l’idea fissa
di scalare le immagini perlacee dietro le quinte lo tallonava come un segugio,
si staccava dal moccolo con lo schiocco della sua lingua mercuriale… lordogravido
di ex-voto infine salpò con la gorgiera gonfia al vento verso Citera, l’irraggiungibile!

C’era una fittizia tempesta, cartonata! Ahimè, l’ancora fu scordata sul palco,
il suggeritore era in pianto più o meno dirotto, il molo sussultava come una prateria
in fiamme, il battello convulso come la bellezza secondo Tommaso-Riccardo indifferente
agli stermini… io raccoglievo le parti, confondevo le trame e le scene:

il raccapriccio non era previsto!. La polena-drago se la rideva attorcendo la prua
come un viticcio! Era di cartapesta la barocca ira di uno spiritato elfo che con una
celeste madonna danzava il foxtrot.. si leggenda che in un’alcova sotto le travi i complici amanti giocavano agli astragali i propri destini erogeni, violacee le ugole… e

chissà dove le aiuole rosse della platea erano le poltrone rivestite di polpa di donne…
Il pianto aizzava le lagrime a deglutire gli affanni e i tormenti, qualcuno indicava
sulla carta moschicida i puttini in volo… io sul molo, irreale, come in un patio miravo
Platero che ragliava davvero, e Ramon e Federico con le orbite in panne – delle vele!

Maruggio-Campomarino, 14 sett. 2015
(dall’ora 16esima alla 17esima)

Prove mostruose

(12)

La Troia-Santa dagli occhi turriti mi vietò il tributo della veglia,
la sua assoluzione disattesa aveva i capelli corvini,
reclamava la mia barbarie, ma la sua risposta non era la
condanna della innocenza.. le maschere si somigliano

sentenziò il poeta nel prologo immortale. Questo presente
è sconnesso davanti alle aurore degli stermini, gli albori
io vedo che sono nelle nostre ossa, la carne scarnificata
dalla tolleranza occidentale… le esequie inseguono i feretri!

Ero sul lastrico per la fama di un dio in divenire, il ritorno
non più eterno, le rotazioni una finzione delle stelle, la lettura
dei testi primordiali un fallimento delle umane storie…
interdetto dai secoli avevo per rifugio un umido sottoscala

pietroburghese… e capivo le tue grida antelucane e le nerastre
ombre, la tua passione dantesca e i latini amori, i ceppi ora sono
qui a vegliare l’immortalità, la pedantesca oscillazione degli orologi
marini, le sesse oleose che mi ammalano il cerebro d’accidia!

Sui merletti della torre se ne veniva danzando, come un ectoplasma
gelatinoso, la Santa Troia dagli occhi turriti che il tributo di una veglia
mi donava, a me, l’insonne eccelso, l’artigiano di versi sublimi,
sollevando l’ostensorio, come uno sfilacciato, monotono stendardo – di cartapesta!

Maruggio-Campomarino, 16-17 sett. 2015
(all’ora 23-esima e ottava)

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42 commenti

Archiviato in critica della poesia, poesia italiana contemporanea

42 risposte a “Antonio Sagredo POESIE MOSTRUOSE (Inediti) con Commenti di Giorgio Mannacio e di Laura Canciani

  1. VERSO UNA NUOVA ONTOLOGIA ESTETICA
    Trascrivo un mio Commento già apparso in questo blog in occasione di altre poesie di Antonio Sagredo:
    https://lombradelleparole.wordpress.com/2015/09/17/antonio-sagredo-poesie-mostruose-inediti-con-commenti-di-giorgio-mannacio-e-di-laura-canciani/comment-page-1/#comment-9133
    La poesia di Antonio Sagredo è un atto irriducibile che si inserisce nel mondo. Un atto che per incarnarsi deve pescare nelle profondità dell’Estraneo in quanto «le maschere si somigliano».La sua è una poesia che si assenta da questo e quello, dagli oggetti storici, sembra quasi vivere in un limbo a-storico. Come ho scritto altre volte, l’impiego degli aggettivi (mai dimostrativi o qualificativi di una sostanza) è volto a stravolgere e a sconvolgere la sostanzialità e la stanzialità del discorso poetico. Sarà bene dire subito che la poesia di Sagredo non è poesia pura, non riposa sull’atto poetico in sé, non abbandona mai i significati particolari delle parole nemmeno quando alza il diapason della significatività fino agli orli dell’incomprensibile e dell’indicibile.
    Scrive Octavio Paz ne “L’arco e la lira”: «Un’opera poetica pura non potrebbe esser fatta di parole e sarebbe, letteralmente, indicibile. Nello stesso tempo, un’opera poetica che non lottasse contro la natura delle parole, obbligandole ad andare oltre se stesse e oltre i loro significati relativi, un’opera poetica che non cercasse di far loro dire l’indicibile, risulterebbe una semplice manipolazione verbale. Ciò che caratterizza un’opera poetica è la sua necessaria dipendenza dalla parola tanto quanto la sua battaglia per trascenderla».
    La parola poetica di Sagredo è fondatrice di un mondo, un mondo surrazionale e incipitario, vuole fondare l’arché, il principio, si pone all’origine della Lingua come se dovesse modellarla secondo nuovi bisogni, seguendo la logica perlocutoria dell’atto fondativo, ma per far questo essa paga un altissimo pedaggio di indicibilità e di incomunicabilità. Sarebbe incongruo chiedere all’atto fondativo sagrediano di porsi nella secondarietà della comunicazione, in essa non c’è comunicazione ma fondazione, non c’è mediazione tra un destinatore e un destinatario ma un atto, come detto, incipitario del senso.

    C’è un insieme ballerino e convergente:
    sono i numeri dei versi e i versi dei numeri,
    curvatura dei versi, curvatura dei numeri.
    Sublime finzione l’infinito! La sua maschera… finita!

    Solitudine della logica: punto del non-ritorno.
    Solitudine del paradosso: punto del ritorno.
    Da punto del non-ritorno al punto del ritorno,
    dal ritorno del punto al non-ritorno del punto.

    Solitudine del punto.
    Solitudine del ritorno.
    Solitudine della linea.
    Solitudine dell’insieme.

    L’inizio non ha fine all’inizio della fine!

    È un atto poetico che vuole situarsi all’inizio della costruzione della Lingua, in una solitudine assoluta ed eroica. È un atto maniacale e spasmodico, incipitale e magmatico.

    Ogni atto «incipitario» è un «atto fondativo». La poesia di Sagredo va letta in quest’ottica: come ogni fondazione di città, traccia il decumano e il cardo e le innumerevoli vie trasversali che li attraversano, anche nella poesia sagrediana si pone il medesimo problema di disseminare i sensi e le direzioni di senso ai fini dell’orientamento nella città del Verbo. Sagredo sa bene che in ogni atto fondativo di parola si cela il teatro della rappresentazione, un rito, un altare (divelto), un logos (rimosso), un messaggio (tradito) ove il parlante è contraddetto e contraddistinto dalla parola parlata. La parola sagrediana assume la forma di una erotecnica, è sospinta da un desiderio di parola che vuole rimettere la parola al centro della scena della rimozione e del tradimento (di qui l’abbondanza nella sua poesia di armi bianche, di scene di tradimento, di sanguinamenti, di oltraggi etc.). La poesia sagrediana è una rappresentazione teatrale di un teatro finto, posticcio, bislacco, è una parola di cartapesta che la abita, una parola consunta e infingarda che guarda con orrore e dispetto al discorso poetico che crede ingenuamente di risolvere il conflitto tra il conscio e il rimosso, tra il tradimento e la fedeltà con il semplice ricorso ad una parola referenziale che tradisce un concetto federativo tra discorso poetico e reale (visto come una serie di oggetti che stanno di fronte al parlante).

    Primo intento di Sagredo è quindi rompere il patto federativo che lega la parola al referente e la parola al significante, il tacere al parlare, il parlare al tacere visti come soluzioni non accettabili ed insufficienti; secondo intento è rimescolare l’ordine e il disordine delle parole, considerate quali frattaglie algebriche della impossibilità di attingere un senso o una direzione di senso nella Città del Verbo. Lo scompaginamento, lo scassinamento e il caos verbale che ne conseguono sono il diretto risultato di un atteggiamento quasi donchisciottesco del poeta che si rivela impagliatore di frasari, fustigatore di parole, allibratore di scommesse perdute… Oltraggiatore di quisquilie, posteggiatore di improperi, fustigatore di imperatori. È l’irruzione nel Discorso della ragione Poetica, dell’Estraneo, dell’Alterità, del Simbolico, dell’Immaginario direbbe Lacan, della barra in-significante, della traccia perduta e dimenticata. Forse Antonio Sagredo è più prossimo ad Amleto di quanto si immagina, discetta sulla orditura del cosmo nel mentre che prepara il suo delitto di cartapesta. Forse, l’Utopia di Sagredo è un sogno, il sogno della uccisione del totem del Padre, sopprimere l’Estraneo…

  2. Antonio Sagredo, trombone immenso, ideatore di ottimi spartiti e a suo modo geniale.

    • Sagredo è il “Barcellona” della poesia: confrontarsi con lui è un privilegio da campioni e pareggiarci è un “miracolo”, come l’As. Roma ieri sera. 🙂 Scherzi a parte, è un poeta incontenibile e inclassificabile, e questo va (quasi) completamente a suo vantaggio. Ha una personalità poetica senza eguali in Italia, e non solo. Vessato da una Musa dispotica e “smerigliato” da interferenze astrali, Sagredo è uno straordinario artefice di parole, un mago di alchimie, un cavallo pazzo che sconfina attraverso le energie dei multiversi. E’ provvisto di una macchina linguistica che rimpasta materiali dall’abisso e batte senza posa monete di nuovo conio, spandendo a pioggia le sue ricchezze verbali, seminando prodigiose “fortune”, a getto di cornucopia. E’ un gigantesco “emporio” di fonemi che articola in sintassi dell’esistibile le infinite grammatiche della realtà: da questa fornace incandescente emerge una poesia autocentrica, autologica, dittatoriale, che impone le sue regole e non tollera discussioni eteronome. Se leggi Sagredo devi venirci a patti, devi lasciarti coinvolgere, altrimenti resti fuori. E’ una poesia che non cerca consensi e non si “preoccupa” di comunicare, di entrare in empatia col circostante. Sagredo è un mare autistico e intelligente, che però non conosce le sue stesse profondità. Attrae come il mare caraibico del suo Salento (Campomarino di Maruggio, provare per credere), ma quando ti immergi nel suo azzurro puoi essere travolto dall’onda anomala del barocco che lo tormenta, e lo costringe a opporre la mostruosità al bello, la maschera al vuoto, la parola al silenzio, il gioco alla tragedia. Per giocare compiutamente al suo sublime “trastullo”, infatti, deve assecondare la natura “cialtronesca” che lo porta ad essere, anche nella vita, istrionico e metamorfico come un acrobata sul filo dell’intelligenza – sospeso a non si sa quanti metri dal suolo della luna. L’attitudine di Sagredo è il gioco del rovescio: la visione tragicomica del mondo gli permette di smontare i meccanismi, di creare liberamente come un bimbo che pasticcia con la sabbia in riva al mare. E’ il suo modo personalissimo di interpretare il dramma sconfinato e senza tempo: quello di essere nati e, dunque, un giorno di dover morire…

      • Giuseppe Panetta

        Quando Marco Onofrio si libera di certi retaggi critici tardo novecenteschi, con schemini accademici di una critica vecchia come il cucco, e si lascia andare rapito dalla profondità e dall’originalità, dall’assolutezza, beh, ci piace!

        • Gentile Panetta, non giudicare gli chef dai panetti imbottiti che preparano con la mano sinistra! Quanti libri miei di critica – dei 6 che ho pubblicato – hai letto per sapere qual è il mio “modo”? Dei miei presunti “schemini accademici di una critica vecchia come il cucco” (vuoi pungermi? ti sto antipatico?) non ce ne frega un cacchio, qui si parla di Sagredo e si prega di non divagare. Grazie 🙂

          • Giuseppe Panetta

            Mi sei simpatico, gentile Marco. Un po’ meno quando bacchetti tutti che dobbiamo per forza stare sul pezzo e non divagare. Take it easy.
            Il mio, comunque, era un complimento.
            Io firmo con la destra (oramai si scrive con gli “indici” e i pollici), ed uso la sinistra per tutto il resto anche nell’imbottire le pagnotte.

            Considero Sagredo uno tra i migliori poeti viventi italiani, l’ho scritto più volte.

        • A me piace Marco Onofrio (come scrittore in senso lato, ben s’intende!) e non ho assolutamente trovato in nessuna sua pagina critica da me letta gli “schemini accademici di una critica vecchia come il cucco”. L’espressione “come il cucco” è moderna? Io l’ho sentita anche da bambina, secoli fa.

          GBG

  3. antonio sagredo

    Vorrei soltanto sottolineare per correttezza e lealtà verso due blog che ammiro, che la sesta, la settima e l’ottava “mostruosita” sono già state pubblicate da “Poliscritture”, il fatto che vengono qui riproposte mi fa piacere, come spero per entrambi i blog. Non agisco per creare conflitti, ma solo in nome della POESIA, disinteressata a tutto a cominciare dalle vicende umane, anche se devo ammettere che la POESIA deve essere letta da tutti… se con meno o più compartecipazione è altro fatto.
    Grazie, a . s .

  4. Valerio Gaio Pedini

    SONO FELICE CHE LAURA,POETESSA DI UN MISTICISMO Più CHE INTERESSANTE E CRITICA EDOTTA, MA NON PER QUESTO EDUCATA ED IPOCRITA COME LA CRICCA ITALIANA ABBIA FATTO UN COMMENTO SIGNIFICATIVO AL MASTER SAGREDO XD. QUESTE POESIE MOSTRUOSE SONO A DETTA MIA LE OPERE Più COMPLETE E Più LARVALI DI ANTONIO, UNA POESIA CHE RITORNA INDIETRO PER ANDARE AVANTI, UNO STACCO INDIETRO ED UNO SCACCO AVANTI,PER QUESTO RISULTA ESSERE A ME SQUISITA. SI HA LA SENSAZIONE NON CHE IL TEMPO SIA GIUNTO AL TERMINE, MA CHE NON SIA MAI NATO.QUESTO FA LA POESIA DI SAGREDO ETERNA, PROPRIO Perché DEPRIVATA DEL TEMPO.

  5. Giuseppe Panetta

    A Sagredo non si può che rispondere facendo il Sagredo, perciò, Pater, beccati questa, che peraltro conosci.

    Acquafredda

    Come una rosa rossa che nelle carni
    Dei petali matura foglie e spine
    Scempiaggine della brina che scende
    Sul tarlo acquoso per turiboli
    Sulla brace del silenzio condito
    Di pulviscoli che prendono il consenso
    Delle parti smosse a bottarga e tranci
    Di mattanza sullo scalino del tordo.

    Sul commento di Laura Canciani mi pronuncio dicendo che non molto tempo fa ne lessi uno a proposito di Sagredo per niente positivo, sempre su questo blog (non ho voglia né tempo di ritrovarlo nei meandri dell’Ombra) e ricordo ben altre parole che queste “merle” lette sulla poesia di Sagredo.
    Walt Whitman scriveva, “Mi contraddico? Sì, mi contraddico!”
    Brindiamo, allora, alle contraddizioni e alle conversioni sulla strada di Damasco del bel dipinto del Caravaggio.

    • Valerio Gaio Pedini

      GIUSEPPE, NON SEI L’UNICO A RICORDARSELO.

      • Giuseppe Panetta

        Però anche tu, Valerio, una bella slappettata l’hai fatta nel proemio del tuo intervento.
        Sarà che sono un uomo d’altri tempi…e con una memoria d’elefante.

        • Valerio Gaio Pedini

          non avevo voglia di complicare la mia posizione. Evidentemente Laura avrà cambiato idea. E poi onestamente si era detto che Sagredo era sempre uguale a sé e rischiava di sembrare monotono, poiché privo di tematizzazione. E avevo detto a Laura di non cianciare.

  6. annamaria favetto

    A quanto mi risulta ancora non vi è una qualità cririca capace di penetrare
    la poesia del Sagredo. Si cade spesso nella conflittualità insensata. E per capacità critica intendo anche riuscire a scovare le fonti che generano i suoi versi; eppure alcuni segnali sono chiari specialmente in due poesie qui pubblicate. Sagredo in una di questa fa riferimento esplicito a Watteau (l’imbarco a Citera) e in un’altra a Mandel’stam. Posso dire, poi che Sagredo lo conosco da ben 40 anni, che non vi è sua poesia che dia qualche segnale di riconoscimento! Penso che, tranne qualche eccezione, la cultura di molti qui lascia a desiderare parecchio! Ed è ritenuta oscura la poesia di Sagredo poi che vi restano oscuri le fonti, da cui si parte per comprenderlo meglio e in maniera precisa. Non la sua Poesia è oscura e complessa, siete Voi ad esserlo. In un blog Sagrtedo è considerato “fratello lontano”. Lontano? Come poetica? Non credo; è invece lontanissimo in spazio e tempo da tutti Voi: Vi ha lasciati indietro e lui è invece così avanti che non Vi rendete conto. Vi ringrazio dell’attenzione.
    prof.ssa Anna Maria Favetto

  7. Leggiamo una breve poesia di Antonio Sagredo:

    La gorgiera di un delirio mi mostrò la Via del Calvario Antico
    e a un crocicchio la calura atterò i miei pensieri che dall’Oriente
    devastato in cenere il faro d’Alessandria fu accecato…
    Kavafis, hanno decapitato dei tuoi sogni le notti egiziane!
    Hanno ceduto il passo ai barbari i fedeli inquinando l’Occidente
    e il grecoro s’è stonato sui gradini degli anfiteatri…

    La poesia parla di una «gorgiera» (elemento di una vestizione seicentesca che appariva immediatamente sotto il collo maschile, simbolo di nobiltà e di elevato censo sociale); ma la «gorgiera» è un attante di specificazione di un’altra parola chiave del testo: «di un delirio». Qui, subito all’inizio, troviamo una sineddoche, si nomina una parte del tutto per indicare il tutto; è quindi «il delirio» il centro del motore simbolico della poesia, ma appena leggiamo le parole seguenti del primo verso, ci accorgiamo che «la gorgiera» è diventata il soggetto che mostra che «la Via del Calvario Antico», qui si tratta di un accenno semantico alla crocifissione di Gesù, ma è appena un accenno, perché subito dopo si parla di «un crocicchio» dove «la calura» fa una cosa strana, Sagredo usa il verbo neologismo «atterò» (che non sappiamo che cosa possa significare ma che richiama alla mente una serie di accezioni semantiche secondarie). Dunque, siamo arrivati alla metà del secondo verso e già le cose si presentano maledettamente complicate. Ma che cos’è che «attera» (forse nel senso di atterrare, azzerare, sopprimere) «i miei pensieri»?. E qui di nuovo riemerge l’io spodestato dalla «gorgiera» del primo verso la cui presenza viene sottintesa nella declinazione alla prima persona dell’io poetante: «i miei pensieri». A questo punto veniamo informati che «che dall’Oriente […] «fu accecato» «il faro d’Alessandria». Il «faro d’Alessandria» si capisce subito dopo che è «Kavafis»…
    Insomma, la poesia procede a zig zag, mediante espedienti del senso che straniano in continuazione il senso del testo, lo straniano appunto introducendo delle deviazioni continue. Il testo si presenta come una serie continua di deviazioni da una immagine, da una simbolica all’altra. La procedura sagrediana è questa: un infinito adeguarsi del senso. Sagredo fa con la mano sinistra quello che con la mano destra disfa; fa e disfa la tela di Penelope. È un falsario, un imbonitore e un rivoluzionario al tempo stesso, procede per tradimenti del senso e dell’orizzonte di attesa del lettore. Una instancabile ricerca di una traccia in direzione di una archi-traccia. Che non verrà mai trovata. Che non può mai essere trovata. Un Salvator Dalì della poesia italiana.
    Nelle poesie di Sagredo, noi sediamo in platea mentre sulla scena ha luogo una recita (non dimentichiamoci che Sagredo è stato attore ed è stato un ammiratore della poesia attoriale di Ripellino); nella recita Sagredo recita a soggetto. Ha in mente soltanto un canovaccio, sa a memoria soltanto alcune battute ma, al momento dell’entrata in scena, il canovaccio viene tradito, consegnato al pubblico e tradito. Sul palco del teatro si annuncia una messinscena, si allestisce uno spettacolo, si allestisce un parricidio simbolico che si risolve in un ossessivo, maniacale, spostamento degli oggetti e della suppellettile della casa paterna. Sagredo fa nella sua poesia ciò che Shakespeare ha fatto nell’Amleto, crea, e mentre che crea sente il bisogno di distruggere ciò che crea. È un cerchio simbolico che qui ha luogo. Un assassinio del Totem, sempre ripetuto e sempre rinviato. La poesia sagrediana diventa così un atto liturgico, regredisce a rito apotropaico. Sagredo decostruisce il testo nel momento in cui lo mette in scena o, almeno, nel momento in cui tenta di metterlo in scena.

    • letizia leone

      …curvature, ripiegamenti, flessioni non fanno che confermare lo spirito “complicato” e “distorto” di un’idea di prospettiva barocca, quella “curvatura variabile che ha perduto ogni centro”, il prospettivismo come affermazione della relatività della verità. …La verità della poesia magari… o dei suoi lemuri…la “troia-santa” che in queste fosforescenti quartine sembra apparecchiare la sua festa funebre immaginifica e incantatoria.
      Giorgio Linguaglossa con la sua dissezione stilistica ha messo in evidenza l’assoluta contemporaneità di questa poesia. Penso che Sagredo collocandosi nella post-storia sia un poeta “rivoluzionario” come già è stato detto, al di là delle più o meno implicite intenzioni anacronistiche, al di là della rottura con il linguaggio standardizzato di molta poesia attuale. E poi il Barocco è stato inividuato quale modo di evoluzione genetica della poesia: “La poesia è sempre barocca in quanto si riproduce analogicamente”(Giò Ferri) e penso anche alle feconde riflessioni sul Barocco come categoria del moderno, al saggio “La piega” di Deleuze, ad esempio.
      Per ciò che mi riguarda nella lettura dei versi di Sagredo vengo rapita “per incantamento” come è poi nella finalità di questi supefacenti congegni verbali: “riportare la parola circoncisa dalla Storia nel suo originario decantare”. Non a caso una delle epifanie della prima quartina è quella del vates leggendario Orfeo, “poeta-teologo” che dovrebbe forse riscattare l’aura sepolta della poesia e dell’arte.
      Compito gravoso, una prova mostruosa certo , se non si fosse supportati dal senso ludico e dall’ aristocratica ironia…

  8. Il caso vuole che le poesie qui presentate abbiano un aspetto diverso rispetto alle stesse, pubblicate su Poliscritture. Ciò è dovuto a ragioni tecniche, alla diversa giustezza dei due impaginati: dico bene? Ora, osservando la differenza tra le stesure di Prove mostruose 11 e Prove mostruose 12, perché accostate, notiamo che la diversa lunghezza dei versi fa sì che, nella 11, gli a-capo vadano a finire dopo un rientro. Questo crea degli intervalli salutari (per il lettore) che, a mio avviso, possono facilitare la comprensione dei testi di Sagredo, già resi impegnativi dall’uso frequentissimo della metafora, oltre che dalla densità e l’intensità espressiva del suo dettato. Almeno così pare a me, che certo appartengo alla schiera di quanti mancano di quella capacità critica superlativa di cui parla Annamaria Favetto. E poi non mi va di leggere con timore quanto mi viene offerto.
    Bisogna considerare che spesso i versi lunghi, anche quelli di Sagredo, finiscono solitamente ciascuno col bastarsi; mentre invece, i versi disposti fittamente, comportano una continuità di senso che non prevede pause, e qui potrebbero non essere sempre necessari. Sagredo ne tiene conto perché vedo che pone una spaziatura, grossomodo, dopo ogni quartina. Mi chiedo se questa modalità sia la più adatta ad una poesia ‘ di scena’ , qual’è questa, di Sagredo.

  9. Nelle poesie di Sagredo, noi sediamo in platea mentre sulla scena ha luogo una recita (non dimentichiamoci che Sagredo è stato attore ed è stato un ammiratore della poesia attoriale di Ripellino); nella recita Sagredo recita a soggetto. Ha in mente soltanto un canovaccio, sa a memoria soltanto alcune battute ma, al momento dell’entrata in scena, il canovaccio viene tradito, consegnato al pubblico e tradito. Sul palco del teatro si annuncia una messinscena, si allestisce uno spettacolo, si allestisce un parricidio simbolico che si risolve in un ossessivo, maniacale, spostamento degli oggetti e della suppellettile della casa paterna. Sagredo fa nella sua poesia ciò che Shakespeare ha fatto nell’Amleto, crea, e mentre che crea sente il bisogno di distruggere ciò che crea. È un cerchio simbolico che qui ha luogo. Un assassinio del Totem, sempre ripetuto e sempre rinviato. La poesia sagrediana diventa così un atto liturgico, regredisce a rito apotropaico. Sagredo decostruisce il testo nel momento in cui lo mette in scena o, almeno, nel momento in cui tenta di metterlo in scena.

  10. Perdonatemi questa mia invadenza, ecco cosa scrive Osip Mandel’stam nel “Discorso su Dante”… sembra quasi che parli a proposito della poesia di Antonio Sagredo :

    « È magnifica la fame versificatrice degli antichi italiani, il loro adolescente, animalesco appetito per l’armonia, il desiderio sensuale di rima: il disio.
    La bocca lavora, il sorriso muove il verso, le labbra intelligenti e allegre rosseggiano, la lingua si stringe fiduciosa al palato.
    L’immagine interiore del verso è inscindibile dall’infinità varietà di espressioni che guizzano sul viso del narratore mentre parla e si emoziona.
    L’arte del parlare altera il nostro viso, sconvolge la sua quiete, ne rompe la maschera.
    Quando ho iniziato a studiare la lingua italiana e ne conoscevo appena la fonetica e la prosodia, capii di colpo che in essa il baricentro dell’attività fonica era spostato: più vicino alle labbra, si sposta verso l’esterno della bocca. La punta della lingua assurge ad improvviso onore: Il suono si precipita verso la barriera dei denti. Un’altra cosa mi colpì: la puerilità della fonetica italiana, il suo bellissimo infantilismo, la vicinanza ad un melodico balbettio, un qualche dadaismo originario:

    e, consolando, usava l’idioma
    che prima i padri e le madri trastulla:

    Favoleggiava con la sua famiglia
    de’ Troiani, di Fiesole e di Roma.

    (Paradiso, XV, 122-126)

    Volete familiarizzare con il vocabolario delle rime italiane? Prendete il vocabolario intero e sfogliatelo a piacere. Qui tutto è rima. Ogni parola si presta alla concordanza »

    I saggi “Contro il Simbolismo” di Osip Mandel’stam sono di prossima uscita in volume con le edizioni EdiLet di Roma, con una mia prefazione, nella traduzione di Donata De Bartolomeo

  11. Gino Rago

    Nella immensità dei versi sagrediani s’annega il pensier mio. E il naufragar
    m’è dolce nel suo mare…

  12. Io la metterei così: che Sagredo è poeta appartenente ad un’epoca indefinibile in quanto non si descrive, se non con l’io, che è la parte di noi che sta immediatamente dietro gli occhi. Quindi non vede se stesso; ma guardandosi attorno, tra costernazione e meraviglia, ci parla con parole d’altro tempo. Un po’ come farebbero Otello, Macbeth o Amleto, se qui tornassero a vivere per davvero.

  13. Cari amici,
    adesso basta con gli elogi sperticati, attendo con ansia una stroncatura…

    Io, ad esempio, preferire mettere così un suo verso:

    «La gorgiera di un delirio mi mostrò la Via del Calvario Antico» (A.S.)

    « la Via del Calvario Antico mi mostrò il delirio della gorgiera» (versione mia)

    « la Via del Calvario Antico mi mostrò la gorgiera di un delirio» (seconda versione mia)

    • La gorgiera di un delirio è una metafora; il delirio della gorgiera, scusami Giorgio, ma non ha alcuno senso…
      Poi, io una stroncatura l’avrei anche pronta: è quella che scrissi su poliscritture. Ma ora mi pare fastidiosamente sentenziosa… per quanto, qualche aspetto irrisolto lo solleva. Eccola:

      Io credo che si dovrebbero scrivere poesie comprensibili. Per questo non amo molto il fare poetico di Sagredo; non che non gli riconosca una forza espressiva notevole, solo ritengo che sia su una strada sbagliata. L’esasperazione metaforica, condotta fino ai limiti dell’enigma più astruso, rivolta a chi può interpretare e agli altri una fumosa bellezza… sembra l’opera di un artista geniale. Peccato però, vivere nell’eclisse! proprio mentre la mente dei contemporanei sta mutando in direzione della concretezza ( più cultura, più disagio sconomico, più bisogno di sicurezza, di praticità), noi poeti andiamo a proporre ( con Sagredo, ma non è l’unico), il non plus ultra della rottura con la modernità: l’uso sconsiderato e reiterato della metafora, una delle più grandi complicazioni della semantica. E scommettere sul fatto che l’autore festeggerà il suo compleanno allo scadere di ogni secolo. Invece potrebbe trattarsi di uno sbandamento intellettualistico nel periodo di passaggio tra un’epoca e un’altra, tra moderno, post-moderno e post-post-moderno; di cui non resterà quasi traccia, se non su qualche volumetto per le Università ( se va bene). Socialmente parlando, un fatto insignificante.
      Gentile Sagredo, spero troverà abbastanza ampia anche la mia visione del tempo e dello spazio ( di cui la storia sarebbe la parte dell’inferno): non solo riesco a vedere la sfera luminosa della poesia, ma anche quel che c’è attorno.
      Io credo che si dovrebbero scrivere poesie comprensibili, nelle quali la metafora torni a fare il suo servizio; perché oltre una certa misura ( vedi Bertoldo) il linguaggio diventa astrazione, pura emotività. E dunque cosa ci aspettiamo? Che la poesia si dissolva in un fremito, e quindi ci mostri il suo vero volto? Oppure decidiamo di voler parlare alle menti in evoluzione che abbiamo intorno?

    • Giuseppe Panetta

      Gentile Giorgio, io credo che i versi non si debbano toccare. Il poeta è responsabile dei suoi versi, nel bene e nel male.
      Però colgo la tua provocazione (ci vuoi prendere per il naso?) e rimando: nei versi di Sagredo (compreso il verso che citi) qual è la figura retorica principale la sineddoche o la metonimia?

      La “gorgiera” è elemento costitutivo di Sagredo, ritorna spessissimo nei suoi versi, elemento barocco (?), forse, ma io credo che la gorgiera nasconda altro. Il fatto è che Sagredo vela nei suoi versi, qui e là, segreti, citazioni, oggetti che apparentemente possano sembrare riconducibili all’oggetto stesso ma sono in realtà metafore, semplici visioni, rimandi storici e letterari, bizze, incurvature. Chi lo può dire di preciso? Forse nemmeno lo stesso Sagredo.
      E la gorgiera delirante è quella che si indossava nelle armature per proteggere la gola, oppure il tessuto pieghettato che avvolgeva il collo delle donne (apparsa in Italia con il dominio di Carlo V)?
      Gorgiera delirante che mostra (indica o fa vedere?) la Via del Calvario. Antico. Quale? Quest’aggettivo, siamo sicuri che riguardi quel calvario che la storia ci ha consegnato?
      Pone domande la poesia di Sagredo.
      Invidio a Sagredo la “gorgiera” così come Lui si stupisce del mio “lupo”. Ma l’unico verso che trovo nei miei appunti riguarda la pappagorgia che la gorgiera, in effetti, dovrebbe contenere.
      La maglia a collo alto è la versione fashion dell’antica gorgiera.

      Perché mai la poesia dovrebbe essere facilmente comprensibile? Esiste una Poesia facilmente comprensibile?
      Veramente, Lucio, pensi che la tua poesia sia facilmente comprensibile? E le maiuscole che infarciscono i tuoi testi (comprensibili?) sono l’unico escamotage che complica, oppure sono l’elemento che interroga e pone domande (perché?) al lettore?

      • Comprensibile al cuore e alla mente. E poi io, quel facilmente non l’ho scritto. Milosz è poeta coltissimo e affronta sempre argomenti impegnativi, eppure parla chiaro: è comprensibile, dove non capisci puoi sempre informarti. Con Sagredo è impossibile.
        Il giudizio, o le questioni che ho posto sulla sua poesia, nascondono anche il mio disagio nel poter accogliere e districare la sovrabbondanza di marchingegni stilistici contenuti in ogni suo verso. Sagredo fa il gioco stretto: “La gorgiera di un delirio mi mostrò la Via del Calvario Antico”, contiene ben due metafore in un solo verso, risolve cioè una metafora con un’altra metafora. Hai voglia te, a seguitare in un simile barocchismo!
        E comunque, mi sbaglierò, ma tutto si gioca sulla metafora. Altre sottigliezze non ne vedo. Ogni tanto sembra atterrare su qualche immagine riconoscibile a noi tutti, come si stesse rendendo conto, come per concedere anche a se stesso un respiro d’aria inquinata…
        Vedi che un po’ sto capendo? Il vero giudizio (personale) potrebbe nascere a questo punto: dopo aver superato la fase del primo rigetto. Sagredo comunica con linguaggio tutto maiuscolo; alza il tono del verso, e chissà che in qualche modo non se ne abbia bisogno, di questi tempi. In fondo, anche le mie maiuscole vorrebbero essere delle fiammelle. Non è facile smuovere un perché. Poi però ci vogliono anche le risposte.

  14. Gino Rago

    “Era di cartapesta la barocca ira di uno spiritato elfo che con una celeste madonna danzava…” E’ forse la taranta (o pizzica) del Salento a dettare i versi ad Antonio: il Salento, terra di sole, di mare, di vento.

  15. Non occorre cercare tanto, basti un verso a caso:
    La Troia-Santa dagli occhi turriti mi vietò il tributo della veglia
    ma come parla? sembra un fantasma, un personaggio di Fantasmi a Roma (1961, di Antonio Pietrangeli).

  16. anna maria favetto

    Signor Mayoor, giungeranno a Roma lunedì prossimo i primi 30 volumi dell’edizione americana Chelsea Edition delle poesie di Sagredo; basta chiedere l’indirizzo al signor Linguaglossa. Sagredo, mi ha riferito per telefono, che questi primi 30 libri sono stati già prenotati compreso quello per se stesso! Questo lo scrivo per chiunque ne voglia uno. Grazie.
    AMF

  17. caro Lucio,

    il tuo pezzo non è una stroncatura ma una rispettabile critica, del tutto pertinente da un certo punto di vista, quello della «comunicabilità» e della, se ho capito bene, «artificiosità» della versificazione sagrediana, so che molti letterati formulerebbero questo rilievo in modo ben più perspicuo e severo di quanto tu non abbia fatto. Ma il fatto rimane che la poesia di Sagredo, come quella di un Lorenzo Calogero che abbiamo ospitato pochi giorni or sono su questo blog, sono delle cose del tutto indigeribili per gli stomaci della poesia italiana che predilige la poesia di un Buffoni (il nuovo astro nascente);. è certo che tra un Buffoni e un Sagredo non ci potrà mai essere, non dico della amicizia ma neppure un caffè in comune. Certo, un Sagredo pone dei problemi testuali e interpretativi molto complessi, e provoca delle revulsioni immediate… è un ircocervo…

  18. attanasio cavalli

    Buffoni, chi?

  19. ubaldo de robertis

    Antonio Sagredo trae dal proprio mondo questo donativo “mostruoso” che io, pur tra tante difficoltà, mi sento di definire “prezioso”. Le difficoltà cominciano da quei versi che trovo abbacinanti, popolati da enigmi, particolari richiami spesso a me oscuri, diversioni, ecc. Non credo di rivelare nulla di pregiudizievole riportando alcuni passaggi tratti da una lettera che l’autore in questione mi ha inviato tempo fa: “… quantunque abbia più volte scongiurato la Poesia di lasciarmi in pace o di farsi da parte, invece mi tallona, è una femmina molto scaltra e ammaliatrice che non chiede denaro ma sul banco del gioco o in pegno desidera o fa richiesta della vita dei Poeti!”- Il tragico viene quando A. Sagredo fa cenno alla mia scrittura:….// “la tua semplicità è un’arte a me ignota, mi fa tenerezza leggere cose che a me sono negate!”- e alla fine della lettera conclude-: “per Te l’auspicio di buon lavoro e di creazione poetica.”
    L’auspicio rivolto a me appare, questo si: mostruoso! E’ fatto da un poeta che con la sua scrittura si propone di licenziare un’intera epoca e di fare un rogo, (tipo il suo Tolosae Combustum) della poesia in larga misura comprensibile.
    Buon lavoro, Antonio, continua così.
    Ubaldo de Robertis

  20. Ho letto con interesse tutti i commenti sulle poesie di Sagredo. Raramente intervengo, perché conosco i miei limiti come critico. Come traduttore della poesia posso dire che essa può essere comprensibile o incomprensibile (lapalissiano!). Entrambe hanno diritto di esistere e hanno i propri sostenitori. Come “poeta” io sono candidamente e forse esageratamente comprensibile…Come traduttore sono per la poesia che si comprende, per ovvi motivi: devo capire il senso per non rischiare di prendere lucciole per lanterne. Con la poesia polacca e russa, sia vecchia che nuova, generalmente non ho problemi. Tornando al caro amico Sagredo, posso solo dire che nella sua incomprensione è in buona fede, e getta generosamente a piene mani intorno a sé le perle strane e lucenti del suo “sano delirio”! Qualcuno ha già detto che si tratta di vera poesia. E forse ha ragione…

  21. Marco Colombo

    Pessimo, Antonio Sagredo! Un pasticcione che non controlla i nessi e finisce nel puro arbitrio. Visionario senza genio, pura gratuità. Dilettante della poesia. Un po’ Campana e un po ‘Rimbaud, un epigono senza merito e senza nome.

    Marco

  22. Marco Colombo

    Sagredo copia Riccardo Panaccione, ma senza il suo genio. Un epigono.

  23. Valerio Gaio Pedini

    ONORIO, NON FARE IL FURBASTRO, SO CHI SEI- IL LEONE E IL GIAGUARO DOMINANO E TU NON PUOI FAR ALTRO CHE PROSTRARTI.

    • marconofrio1971

      GAIO NON FARE L’ASINELLO E LEGGITI IL MIO COMMENTO AL GRANDE SAGREDO DEL 17 SETTEMBRE ORE 20.02! MARCO COLOMBO OVVIAMENTE NON SONO IO. CHI SONO, INVECE, IL LEONE E IL GIAGUARO DIANZI A CUI DOVREI “PROSTRARMI”? TI CONSIGLIO DI PORTARMI PIU’ RISPETTO, CHE’ NON SAI NULLA DI ME. GRAZIE

  24. annamaria favetto

    a quei due ignobili attacchi contro il poeta Antonio Sagredo a firma di un fantomatico o fantasmatico personaggio M. C., si risponde ai lettori di questo blog così: a chi voglia possedere questo volume non ha che da far richiesta a:
    Chelsea Editions
    Box 125, Cooper tation
    NEW YORK, NY 10276-0125
    ———————————————–
    http://www.chelseaeditionsbooks.org

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