Sabino Caronia “Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi”, romanzo (EdiLet, Roma, 2009) lettura di Marco Onofrio 

Layout 1Sabino Caronia, critico letterario e scrittore, romano, ha pubblicato le raccolte di saggi novecenteschi: L’usignolo di Orfeo (Sciascia editore, 1990) e Il gelsomino d’Arabia (Bulzoni, 2000); ha curato tra l’altro i volumi Il lume dei due occhi. G.Dessì, biografia e letteratura (Edizioni Periferia, 1987) e Licy e il Gattopardo  (Edizioni Associate, 1995). Ha lavorato presso la cattedra di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università di Perugia e ha collaborato con l’Università di Tor Vergata, con cui ha pubblicato tra l’altro Gli specchi di Borges (Universitalia, 2000). Membro dell’Istituto di Studi Romani e del Centro Studi G. G. Belli, autore di numerosi profili di narratori italiani del Novecento per la Letteratura Italiana Contemporanea (Lucarini Editore), collabora ad autorevoli riviste, nonché ad alcuni giornali, tra cui «L’Osservatore Romano» e «Liberal». Suoi racconti e poesie sono apparsi in diverse riviste. Ha pubblicato i romanzi L’ultima estate di Moro (Schena Editore, 2008), Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi (Edilazio EdiLet, 2009), La cupa dell’acqua chiara (Edizioni Periferia, 2009) e la raccolta poetica Il secondo dono (Progetto Cultura, 2013).

jim morrison

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Lettura di Marco Onofrio

Sono passati 44 anni dall’ultima fiammata del suo “fuoco indimenticabile”, ed è forse opportuno (parlo di opportunità creativa, di occasione dell’anima) mettersi ancora una volta sulle tracce di Jim Morrison, non prima di averlo riconosciuto come uno degli artisti più eversivi e carismatici del secolo scorso. Ed è interessante farlo accompagnati, non per caso, dalla voce di uno tra gli scrittori più originali e colti del nostro tempo, Sabino Caronia, lasciandosi avviluppare dalla sua sinuosa e sommessa affabulazione (Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi, EdiLet, 2009, pp. 100, foto a colori, Euro 12), sempre in bilico tra narrazione e saggistica, tra scrittura di prima mano e critica letteraria, tra limpidezza tangibile e complessità labirintica. E occorre giocoforza ritrovarsi a Parigi, dove Morrison si rifugia nell’imminenza del processo intentatogli contro a Miami (lui, leader dei Doors, emblema degli eccessi della musica rock), sull’onda di una campagna moralistica sostenuta da Nixon: Parigi dove, ventisettenne famoso e solo, muore di infarto alle 5 di mattina del 3 luglio 1971, al numero 17 di rue Beautreillis, dentro una vasca da bagno.

Un “americano a Parigi”, dunque, nel cuore della vecchia Europa: ed ecco le peregrinazioni solitarie e meditabonde, i luoghi-simbolo (il Cafè Deux Magots, la Place des Vosges), e la musica, gli artisti di strada, i colori, gli aromi variegati e cangianti della città. E, ancora, il sacchetto bianco dei magazzini Samaritaine che si porta dietro, con dentro due taccuini a spirale dove appunta i suoi scritti (poesie, canzoni, pensieri, ricordi, visioni).

«Miami, il processo e il proposito di scrivere un libro sul processo, quel libro che con l’andare del tempo doveva divenire un diario e insieme un’autobiografia, un diario-autobiografia che recuperasse persone e fatti della propria vicenda privata, evocati quasi in una sorta di kafkiano processo, un processo più interno che esterno».

sabino caronia

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Lo raccoglie Caronia quarant’anni anni dopo, questo proposito, e prova a interpretarlo anch’egli sotto forma diaristica e autobiografica. Una biografia che si fa autobiografia: sottotraccia e in controluce, in un modo che diventa, pagina dopo pagina, sempre più evidente. Si assiste, infatti, ad un continuo scambio osmotico/empatico fra “io” e “altro”: l’io vissuto come altro e l’altro, parallelamente, come io. Il processo di immedesimazione è, così, complementare a quello di assimilazione: da una parte l’oggettivazione del soggettivo («Le mie sensazioni sembravano confondersi con le sue»); dall’altra la soggettivazione dell’oggettivo («E mi sembrava che non fossi più io a recitare la sua parte ma egli la mia»). Jim Morrison, radiografato alla luce del retroterra culturale – nonché del contesto storico – di cui si nutre e da cui emerge come artista (rock, poesia, letteratura), si configura per Caronia alla stregua di un personaggio per l’attore: una cartina tornasole, un alter ego, uno specchio emblematico di esperienze, ricordi, emozioni, giorni da rivivere e pensare. E può farlo perché è uno scrittore dotato di grande memoria, ha una mente-spugna che assorbe e poi rilascia «ogni minimo particolare». Da qui l’importanza dei dettagli, che trattengono/rivelano il “dio nascosto” delle cose. L’habitat più congeniale alla scrittura caroniana, vale a dire la spaziatura tipica del suo orizzonte, è segnato dai confini transitabili dell’intertestualità: ha il demone del citazionismo, ma non per sterile erudizione, o narcisistica smania di esibizione. Pratica un concetto vivo di cultura come “chiave” per aprire porte. Si legga – tanto per intendersi –, dal bellissimo racconto Lighea, “quel” Tomasi di Lampedusa di cui Caronia è uno dei più accreditati e raffinati interpreti:

«Lo studio aveva cessato di essere una fatica: al dondolio leggero della barca nella quale restavo lunghe ore, ogni libro sembrava non più un ostacolo da superare ma anzi una chiave che mi aprisse il passaggio ad un mondo del quale avevo già sotto gli occhi uno degli aspetti più maliosi».

jim morrison

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È proprio questo il metodo caroniano: stabilire cortocircuiti creativi, in dinamiche di continuità e, anzi, di progressivo approfondimento, fra le dimensioni archetipiche della realtà e quelle dei relativi “specchi” culturali (quando la cultura fa appunto da specchio moltiplicante, non da filtro o da schermo opaco). Non a caso Caronia stabilisce la fondamentale «equazione tra il vedere con gli occhi e l’amore, la realtà dell’amore che dipende dal vedere e dall’essere visti». C’è, in tutto il libro, una continua mitizzazione dell’immagine, focalizzata sul vedere e sul vedersi, che sembra funzionale alla sua stessa struttura affabulante, basata sulla ripetizione variata. Uno stile circolare, concentrico, ondivago, intessuto di ricorrenze, di riprese, di agganci del discorso. La scrittura si configura come un cerchio magico e ipnotico di suggestioni, di concrezioni e condensazioni simboliche, intorno ad alcuni fondamentali poli di attrazione che hanno scelto, fra gli altri, il cantante dei Doors per manifestarsi. Era senza dubbio “predestinato” ad essere visitato dall’Energia, dal Duende, dallo spirito della musica. Così emerge, dal ritratto-autoritratto di Caronia: un po’ clown e folletto, un po’ sciamano, capace di accendere e governare certi fuochi. Ovvero, la perfetta fusione tra le sue origini celtiche (testimoniate peraltro dagli zigomi) e l’anima dell’indiano che dovette entrare in lui, avendo assistito da bambino a quel tragico incidente nel deserto (si veda la scena nel film The Doors, di Oliver Stone). Appunto come uno sciamano, Morrison voleva aprire le “porte della percezione” (oltre le quali tutto apparirebbe com’è: infinito), infilando il “varco” per andare “dall’altra parte”. William Blake? certo; ma anche Aldous Huxley.

jim morrison

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Quali sono, per l’appunto, i “mitologemi” di Jim Morrison, le sue “costellazioni” magnetiche di senso? Caronia individua principalmente questi:

–  il sentimento oceanico di dissoluzione dell’io nella molteplicità, che è voluttà di scomparire, di non essere più nessuno. «Andiamo giù, giù». La tentazione di Narciso, l’andare oltre, l’annegamento nella fonte-specchio. Aprirsi all’alterità, al rischio del caos (per noi che lo vediamo dal di qua): cioè, del cosmo indifferenziato. «Solo attraverso la più radicale separazione è possibile raggiungere la più intima fusione col tutto»;

– il richiamo ancestrale della luna, cioè il desiderio di abbandonarsi all’infinito, di andare al di là dell’orizzonte per raccogliere la luce. Ed ecco la leggenda di Connla: la morrisoniana barca di cristallo (The Crystal Ship) che si allontana in una scia di luce sull’oceano verso il sole al tramonto, finché svanisce con l’ultimo bagliore della sera;

– il nostos, il viaggio alla ricerca delle origini, che per Jim virano addirittura verso il Marocco (Morrison: “figlio dei Mori”);

–  la nostalgia della casa, la ricerca del luogo abitabile (come Tiffany per Holly – nota Caronia – in Colazione da Tiffany) per dare nomi alle cose. «Vorrei scrivere una canzone in cui la sensazione sia quella di essere completamente a casa»;

–  la candela e la vita (la morte alla fine della candela): il senso di precarietà, l’ombra di fumo che noi siamo, che ogni cosa è;

–  il richiamo delle acque materne. Circola in tutti i testi morrisoniani (così come nel libro di Caronia) una potente simbologia dell’acqua: le sirene sinuose come serpenti, «quella sensualità circolare, quella uterina dolcezza di donna spiata nell’intimità del sonno, rannicchiata in posizione fetale», e quindi il richiamo del grembo materno, i nove mesi del “beato soggiorno” intrauterino, archetipo di ogni paradiso: nove mesi magici «di parole sconosciute e onde magnetiche antiche»;

la nave che attraversa le acque (la nave dei folli, The Crystal Ship, le bateau ivre di Rimbaud). La vita di Jim Morrison interpretata come “viaggio per acqua”, fino alla vasca da bagno (navicella immobile che prefigura la tomba). Ed ecco la dimora ultima del Père Lachaise: e Caronia, dinanzi alla tomba di Jim, raccoglie un seme «come simbolo di morte e di rinascita», perché nascita e morte sono porte girevoli, e noi siamo particelle di ciò è stato prima e di ciò che sarà dopo. Ecco allora perché Parigi: città-battello (“par”, in antico dialetto gallico), città-nave (nello stemma e nel motto: “fluctuat nec mergitur”). Parigi-“Lutetia” (acquitrino). L’Ile su cui sorge Notre Dame. E la sirena sotto la statua di Notre Dame. E, ancora, Parigi città di rinascita (anche per Caronia), con la sua «luce rosa che rasserena tutte le tragedie», fatta apposta per attrarre i tormentati, gli allucinati, i maniaci dell’amore;

–  il ritorno alla foresta (contrapposta alla corte come il sogno alla realtà), cioè, in ultima analisi, il ritorno al paradiso terrestre, al giardino prenatale, alla terra del risveglio;

–  il fuoco indimenticabile (the unforgettable fire): sentirsi accesi, sentirsi vivi, come per aver raggiunto il momento più alto;

–  la ricerca spasmodica dell’essenza, dello “zero assoluto”;

–  lo sguardo orfico: «fisso a quel punto in cui l’oscurità che precede la nascita sfiora da vicino l’oscurità che accompagna la morte, con il volto girato e gli occhi rivolti all’indietro». E, dunque, l’arte come unico baluardo da opporre alla morte.

jim morrison

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Sono i mitologemi di un’intera generazione, che ha sondato le proprie verità sperimentandosi “oltre”, nel “cuore di tenebra” del rock (cultura dionisiaca della dissipazione, dell’oltranza alimentata dalle droghe – tre nomi su tutti: Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison). La generazione ribelle e inquieta dei “cavalieri nella tempesta” (Riders on the Storm). Jim, come tanti altri ma con rara intensità, diede voce a chi voleva immaginare un mondo nuovo (come si fece a Woodstock nell’agosto del ’69): sognare la realtà per realizzare il sogno. La sua morte chiude, insieme all’impronta umana sulla luna (sverginata per sempre), il decennio inaugurato nel 1961 da Moon River di Henry Mancini (celebre tema musicale di Colazione da Tiffany). Ma la morte in Jim Morrison, anche quella fisica, è sempre un preludio di rigenerazione: una chiusura che apre, una fine che comincia, una notte che illumina. Per questo lo chiamavano il “Re Lucertola” (King Lizard): simbolo di rinascita (la coda che ricresce se mozzata) e, nell’immaginario dei pellerossa, portatrice della dimensione onirica (al di là dello spaziotempo): animale anacronistico superstite del diluvio, forse il più pronto a sopravvivere a un prossimo diluvio. Così come gli innamorati: «Solo gli innamorati sopravviveranno», scrive Caronia alla fine del suo percorso di parole e di emozioni. E Jim? Lui era più che innamorato, perché l’amore stesso era innamorato di lui. Per questo è un mito trans-generazionale che sopravviverà, così come ha fatto sinora, per quarant’anni, ben oltre i fasti celebrativi e in fondo accidentali di un anniversario. E quanto ciò sia vero lo testimonia questo piccolo, intenso, affascinante libro con cui Sabino Caronia ha, da par suo, fermato “i migliori anni” della propria e della nostra vita, attraverso un’icona che, nel bene e nel male, li rappresenta tutti, fino alla più riposta e misteriosa essenza.

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971.  Ha pubblicato 21 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (Sovera, 2002), Autologia (Sovera, 2005), D’istruzioni (Sovera, 2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (EdiLet, 2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (EdiLet, 2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (Edizioni della Sera, 2011), Ora è altrove (Lepisma, 2013) Ai bordi di un quadrato senza lati (Marco Saya, 2015). La sua produzione letteraria è stata oggetto di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). Nel 1995 si è laureato, con lode, in Lettere moderne all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

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13 commenti

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13 risposte a “Sabino Caronia “Morte di un cittadino americano. Jim Morrison a Parigi”, romanzo (EdiLet, Roma, 2009) lettura di Marco Onofrio 

  1. La scorsa primavera mia figlia è andata a Parigi, e l’ho pregata di andare a Père Lachaise a salutarmi Jim Morrison. lei nemmeno sa chi era, ho provato a farle sentire qualcosa dei Doors, dice che “fanno dormire”, certamente se non fossero evergreen sarebbe musica molto datata. Mi ha inviato una foto della tomba di Jim, mi ha detto che ora è recintata e non ci si può svvicinare, ma che tutto attorno c’è un’atmosfera “magica”. Se detto da lei che è nata un quarto di secolo dopo la morte del grande artista allora ci si può credere. I giovani sono molto più intuitivi di noi, che non sappiamo più nemmeno annusare l’aria. Non ho letto il saggio/romanzo di Caronia, ma cercherò di procurarmelo, ma se i mitologemi fondamentali di Morrison sono quelli elencati in questa nota di Marco Onofrio, allora è stato “dimenticato” quello fondamentale.

    ““vidi un camion rovesciato per un incidente stradale, c’erano decine di indiani morti sparsi sulla strada….gli spiriti di molti di quegli indiani sono entrati dentro di me, sono ancora lì…”.

    Il re Lucertola è nato così, sarebbe un’incredibile dimenticanza.

  2. Caro Flavio, il “dettaglio” cui accenni non è stato dimenticato né da Caronia né da me: cfr.«l’anima dell’indiano che dovette entrare in lui, avendo assistito da bambino a quel tragico incidente nel deserto (si veda la scena nel film The Doors, di Oliver Stone)».

    • Non è un “dettaglio”, è il momento fondativo di Jim Morrison così come ogni fruitore di musica e cazzate lo conosce: 1/3 artista originale, 1/3 sciamano e posseduto, un 1/3 drogato marcio. Secondo lui (Morrison non Caronia) se quel “passaggio” non fosse avvenuto, avrebbe seguito come il padre la carriera militare.

      • marconofrio1971

        Sì, non dicevo “dettaglio” per dire “poco importante”. Ti invitavo a rileggere, perché non era stato dimenticato come sostieni tu.

  3. Lettura molto attenta e puntuale di un libro più che interessante su un “mito” per i cultori di tale genere di musica. I ” mitologemi” di Jim Morrison, presentati in modo così chiaro, direi quasi utilmente schematico ma nel contempo approfondito, mi hanno spinta a una specie di analisi interiore: il sentimento oceanico di dissoluzione dell’io, il richiamo ancestrale della luna, il nostos, il viaggio alla ricerca delle origini, la nostalgia della casa (per ma città natale), la nave che attraversa le acque, lo sguardo orfico (ne ho volutamente tralasciati due) non mi sono estranei, se ripercorro tutti i miei libri di poesia alla ricerca dei miei mitologemi. E’ una bella scoperta per chi ascolta prevalentemente Mozart e Chopin!

    Giorgina Busca Gernetti

  4. Sono sempre rimasto estraneo ai miti della mia generazione, quando imperversava il 68, e anche negli anni seguenti sono sempre rimasto scettico nei riguardi di tutti i miti orchestrali e cantautoriali delle giovani generazioni che si sono susseguite… poi, verso i 40 anni, ho smesso del tutto di ascoltare musica, qualsiasi musica… per un paio d’anni ho ascoltato soltanto il requiem di Mozart. All’epoca, quando ero molto giovane ero un comunista, pensavo che soltanto mediante la dittatura del proletariato si potessero modificare le cose, poi, sotto il servizio militare lessi “Empiriocriticismo” di Lenin, libro che mi deluse, e iniziai a sospettare che ci fosse del marcio in Danimarca. Jim Morrison quindi non mi dice nulla e nulla ha significato per me. Ero troppo critico a quel tempo, quando si è giovani e non si è disposti a scendere in trattative con il nemico di classe. Oggi il mondo è cambiato, addirittura abbiamo un papa che fa il comunista e che dice alla Chiesa di dover pagare le tasse allo Stato. Roba da matti. Io credo che papa Francesco finirà come l’Imperatore Giuliano l’apostata, finirà sotto il tiro di una congiura di cristiani, è questa la fine di tutti i riformatori, di coloro che vogliono migliorare il mondo mediante la imposizione dall’alto. Oggi non abbiamo più un nemico di classe, è questo il punto, e quindi non si può essere più comunisti, però io credo che di alcune categorie marxiane non ne possiamo fare a meno se vogliamo capire il mondo. Quando guardo la sinistra di oggi mi viene da ridere… ma penso ancora, sotto sotto, che Jim Morrison sia stato un mito per una generazione che aveva bisogno di credere ai miti. Io personalmente non ho mai avuto alcun mito. E vivo bene.

  5. Jim Morrison per me è stata una scoperta di ieri. Come avevo scritto, mi sono sempre dedicata a un altro genere di musica, avendo io studiato al Conservatorio musicale. Non sono mai stata sessantottina, anzi, poiché io, giovane insegnante di liceo, ero apertamente, “a viso aperto”, contraria alle idee del Sessantotto, il mio cognome è comparso spesso sui muri esterni del liceo, insieme a quello di pochi altri colleghi, con la scritta “servi dei padroni”, nemici di classe” e altre che non voglio trascrivere perché volgari.
    Sono sempre andata dritta per la mia strada con un grande mito che tengo per me. La consonanza con alcuni temi di Jim Morrison non significa che io abbia fatto parte di quel mondo. E’ una pura coincidenza. Non sono mai stata comunista nemmeno in un’infinitesima parte del mio essere. Tanto lo si sarebbe potuto capire facilmente!

    Giorgina Busca Gernetti

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