Luigi Celi HAIKU OCCIDENTALI – inediti con un Commento di Giorgio Linguaglossa

 L'empereur_Minghuang_regardant_Li_Bai

L’empereur_Minghuang_regardant_Li_Bai

Luigi Celi è nato in Sicilia, in provincia di Messina, ha insegnato per trent’anni nelle scuole superiori di Roma. Esordisce con un romanzo in prosa poetica L’Uno e il suo doppio, e un breve saggio filosofico/letterario, La Poetica Notte, per le edizioni Bulzoni (Roma, 1997). Pubblica diversi libri di poesia: Il Centro della Rosa, Scettro del Re, Roma, 2000; I versi dell’Azzurro Scavato Campanotto, Udine, 2003; Il Doppio Sguardo Lepisma, Roma, 2007; Haiku a Passi di Danza (Universitalia, 2007, Roma); Poetic Dialogue with T. S. Eliot’s Four Quartets, con traduzione inglese di Anamaria Crowe Serrano (Gradiva Publications, Stony Brook, New York, 2012. Quest’ultimo testo, già tradotto in francese da Philippe Demeron, è in pubblicazione a Parigi. Per la sua opera poetica ha avuto riconoscimenti, premi e menzioni.

Sue poesie edite e inedite e suoi testi di critica si trovano su Poiesis, Polimnia, Studium, Gradiva, Hebenon, Capoverso, I Fiori del Male, Pagine di Zone, Regione oggi, Le reti di Dedalus ( rivista on line). Ha in pubblicazione nel mese di febbraio 2014 un saggio filosofico-letterario su Kikuo Takano per l’Istituto Bibliografico Italiano di Musicologia.

Giulia Perroni con Luigi Celi

Giulia Perroni con Luigi Celi

Presente in numerose antologie, tra gli studi critici a lui dedicati ricordiamo: Cesare Milanese su Il Centro della Rosa, nel 2000; Sandro Montalto, sulla rivista internazionale di letteratura Hebenon, nel 2000; Giorgio Linguaglossa, su Appunti Critici, La poesia italiana del Tardo Novecento tra conformismi e nuove proposte Scettro del Re, 2002; La nuova poesia modernista italiana Edilet, 2010; Dante Maffia in Poeti italiani verso il nuovo millennio, Scettro del Re, 2002; Donato Di Stasi su Il Doppio Sguardo, nel 2007; Plinio Perilli, per Poetic Dialogue. Hanno scritto di lui tra gli altri: Domenico Alvino, Lea Canducci, Antonio Coppola, Philippe Démeron, Luigi Fontanella, Piera Mattei, Roberto Pagan, Gino Rago, Arnaldo Zambardi. Con Giulia Perroni ha creato il Circolo Culturale Aleph, in Trastevere, dove svolge attività di organizzatore e di relatore dal 2000 in incontri letterari, dibattiti, conferenze, mostre di pittura, esposizioni fotografiche, attività teatrali. Ha organizzato incontri culturali al Campidoglio, un Convegno su Moravia, e alla Biblioteca Vallicelliana di Roma.

cinese donna con gonnaCommento di Giorgio Linguaglossa

È nota la problematica tra il pieno ed il vuoto trattata da Lacan, il quale fu influenzato dalla teorizzazione di François Cheng. Nel suo studio “Il vuoto e il pieno” il poeta e critico cinese si sofferma sul concetto di vuoto «all’interno di un sistema binario Yin/Yang, per il quale il Vuoto costituisce il terzo termine Tao, che in cinese significa contemporaneamente separazione, trasformazione e unità». In questo solco di pensiero, Lacan recupera il concetto di Tao, che in cinese significa «la via» e il «parlare», la voie e la voix.

Secondo il Tao, prima dell’Uno c’è il Vuoto supremo, il Soffio primordiale, e soltanto successivamente si generano lo Yin e lo Yang, che interagiscono tra loro grazie a un Vuoto mediano. Il Vuoto, quindi, è ciò che insieme lega e separa ed è solo grazie ad esso, sul suo sfondo, che il «soggetto» può apparire. Un tipico esempio di ciò è evidente nelle opere di Shitao, pittore cinese del XVII secolo. Lacan sottolinea che l’Unico Tratto di Pennello, il tratto di cui parla Shitao rappresenta un taglio, un’incisione. In un articolo del 1971 intitolato “Lituraterra” Lacan discetta sul fatto che la lettera è ciò che urta la catena significante, generando la scrittura, la quale, a sua volta è la principale via verso la personalizzazione. La lettera incide il soggetto lasciando delle impronte irripetibili, delle tracce. Queste tracce, così come il tratto di pennello di Shitao, connettono il vuoto e il pieno, in quanto rappresentano la forza della singolarità che si staglia, che urta contro l’universalità della catena significante. La vita del «soggetto» pulsa nel momento in cui esso di scorre come non-Tutto, come buco, come resto, come vuoto all’interno di un pieno. Gli haiku di Luigi Celi ci mostrano appunto l’istante di tempo nel quale accade il satori, in termini occidentali, la sospensione della temporalità, ovvero, la visione, che deriva dalla diretta osservazione delle cose. È il vuoto, il nihil originario che crea la possibilità della soggettivazione. È proprio il fatto di essere una manque-à- être, un objet petit a, a rendere il soggetto desiderante, ad aprirlo verso la possibilità della visione e della sospensione del tempo proprio della visione. La visione negli haiku di Luigi Celi prende forma dallo sfondo del vuoto che fa da fondale alla visione stessa. È una vera e propria esemplificazione di quella che in termini moderni può essere definita estetica del vuoto; è propriamente essa che qui ha luogo, e non è un caso che sia stato proprio Luigi Celi, uno studioso della poesia di Kikuo Takano e della filosofia orientale a scrivere questi mirabili haiku, con una sensibilità tutta occidentale per il «contrasto» presente tra le cose all’interno delle singole visioni. Celi fa in modo che il contrasto accada, di conseguenza il «soggetto» si ritira, si nasconde dietro la visione.

cinese drago Si racconta che nei tempi antichi, in Cina, quando arrivava un'eclissi di sole, si usasse battere i tamburi per cacciar via il dragone che si stava ...

cinese drago Si racconta che nei tempi antichi, in Cina, quando arrivava un’eclissi di sole, si usasse battere i tamburi per cacciar via il dragone che si stava …

tre ballerine
in vampe di rubini
fuoco d’estate
*
la ballerina
le ali alle caviglie
farfalla gialla
*
sensuose danze
in margini d’azzurro
il sole a picco
*
lievi ragazze
in sinfonia di verde
foglie screziate
*
liete un po’ pazze
su tremulo fogliame
guizzano in danze
*
foglia di tiglio
rigoglio di lusinga
cupida voglia
*
la nuda foglia
dall’occhio concupita
sentiva caldo
*
da rami alati
si librano su note
piume d’uccello
*
raggio caduto
sull’abito succinto
l’ombra del sole
*
dolce era il fico
famelico s’incurva
becco d’uccello
*
uva matura
la terra sa di miele
l’erba di mosto
*
livido tango
languore di ragazza
coppia d’ebbrezza

*
languide danze
bagnate anche un po’ pazze
s’innalza il pino
*
ballano mute
in forme indefinite
anime nude

ideogramma cinese Bellezza

ideogramma cinese per Bellezza

stanno sul palco
baccanti redivive
e non lo sanno
*
per la più bella
il verso si fa luce
in poche righe
*
s’inarca in danza
sul palco della luna
un raggio ombroso
*
sulle azalee
il sole si riposa
mute formiche
*

selvosi colli
il mosto è quasi vino
febbrile il canto
*
le ballerine
le nubi sotto i piedi
ali nell’alba

ideogramma cinese Poetry

ideogramma cinese Poetry

il lieve piede
sul palco non si posa
l’aria lo sposa
*
nude le gambe
l’origano profuma
rorida luna
*
tele d’autunno
intessono le danze
fili di ragno
*
danza di fuoco
in corpo di passione
buio s’accende
*

fino al mattino
la luna nella vasca
danzano pesci
*
farfalle gialle
in punta di volare
ridda nell’aria
*
mimési in alto
e l’alba dona un volto
a un sole umano
*
non ti ingannare
non bastano le danze
per farti amare
*
pioggia d’umori
danzano sopra il palco
bagnate pazze
*
un raggio d’alba
affonda tra le zolle
è duro il leccio
*

luna smarrita
tremula tenue luce
gerani d’ombra
*

ideogramma cinese della parola Te'

ideogramma cinese della parola Tè

fuoco s’impiglia
ardono gridi e gigli
giardino in fumo
*
i seni al vento
melissa e citronella
giugno profuma
*
tamburi a ritmo
fiore d’anturio rosso
danzano avvinti
*
sirene in danza
tra liete spume d’onde
mostrano i seni
*
luna d’estate
il caldo la denuda
noi non guardiamo
*

danza il vigneto
il corpo sa di mosto
tosto si sfrena
*
salice piange
il tronco e i rami freddi
non c’è l’amore
*

ideogramma cinese nomi vari

ideogramma cinese nomi vari

mi turba molto
la danza non si placa
rotto ogni accordo
*
la vita in arte
un modo d’inventarsi
un’altra vita
*
la melagrana
ha succo di passione
smania di rosso
*
gaie pupille
scrutano senza sosta
fremito d’api
*

stella vampira
il latte sugge all’alba
il sangue a sera
*
gerani in fiamme
a spasmi di natura
senza ritegno
*
taglia la notte
la falce della luna
apre alla luce
*
ha la farfalla
l’incendio sulle ali
arde i ciliegi
*
fior di narciso
si specchia in una fonte
muore nell’acqua
*

goccia di pioggia
affonda blu nel mare
non sa nuotare
*
dorme la luna
sul seno d’una donna
è selva oscura
*
ride la brezza
su un pube di ragazza
e si trastulla
*
non danza stanco
il corpo che s’adagia
nepeta verde
*
freme in giardino
il bianco gelsomino
il corpo è nudo
*
le ballerine
sospese in un sol passo
corona al mimo

donna con ventaglio

donna con ventaglio

non dirmi nulla
dei mandorli fioriti
preme l’asfalto
*
morbido raggio
affonda tra le ghiande
d’un duro leccio
*
i seni al vento
accendono sul palco
occhi di fiamma
*
luna d’autunno
tra l’ali si denuda
dei passerotti
*
occhi sgranati
scrutano senza sosta
api frementi
*
le ballerine
calpestano viole
e corpi nudi
*

fruscii di danze
nel vuoto di conchiglie
memoria arcana
*
baciata in bocca
la maschera di carta
sembra animarsi
*
olio d’amore
scivola dal suo seno
aperto grembo
*
come una chiave
la mano dell’amore
schiude il suo cuore
*
bevendo vino
ballano le baccanti
senza alcun velo
*

ciò che sovrasta
è anche il sottostante
gioco di specchi
*
un terremoto
ci ignora totalmente
è deprimente

paesaggio

paesaggio

un’incertezza
sovrasta l’esistenza
nulla s’arresta
*
gioco di neve
da un seno di tepore
un bimbo snida
*
il blu del mare
assembla tra le spume
refoli e vele
*
grandine estiva
precipita nel seno
di nudi gigli
*
non ho parole
se a garrule viole
manca l’odore
*
tra i gelsomini
l’aria che si respira
sa di liquore
*
ogni mattina
in me devo salvare
Abele il mite
*
nell’uomo il dio
alata una presenza
oltre l’assenza
*

la storia avanza
ha nome di progresso
anche il suo inverso
*
un doppio passo
ma tremano le gambe
se t’innamori
*
fotografare
il vuoto delle cose
piena è la luce
*

drago cinese

drago cinese

è nel silenzio
il misterioso suono
il più profondo
*
è nel profondo
la misteriosa voce
quasi silente
*
cose mortali
evocano nel profondo
cose immortali
*

nude di giorno
le chiare margherite
più non sfogliare
*
farfalla sogna
il bozzolo setoso
il suo groviglio
*
semi di canti
in vulve di natura
turgidi versi
*
è notte fonda
il sonno si fa sogno
e mi rapisce
*
lieta farfalla
nel volo ha liberato
l’antico sogno

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17 commenti

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17 risposte a “Luigi Celi HAIKU OCCIDENTALI – inediti con un Commento di Giorgio Linguaglossa

  1. Questi Haiku di luigi Celi, mi hanno portato a rileggere, la poesia Tang-Wang, da te, Giorgio, portata alla conoscenza dei lettori con il tuo excursus di lettore e di critico.

  2. chiara moimas

    Piacevolissimi. Concatenati uno all’altro, raccontano.

  3. Gino Rago

    Calogero – Transtromer – Mazzocchini – Celi: registri e sensibilità differenti ma con un unico filo rosso: l’adozione delle immagini come simboli, come
    fantasmi, come correlativi, come suono delle parole. Immaginazione acustica ( marcata in Calogero e Mazzocchini, più inclini al suono che al significato della Parola): dall’estetica del vuoto (Giorgio Linguaglossa) all’estetica della sconfitta,
    con gli oggetti che appena nominati rivendicano una propria autonomia, quasi accendendosi di vita…Negativo e positivo, pieno e vuoto, vero e falso, come nel tardo Montale del Quaderno di quattro anni, annullano le distinzioni nella indifferenza, nella impossibilità di scegliere una direzione
    nella propria esistenza ( “il troppo pieno simula il troppo vuoto…/
    e la distanza/ di quanto più s’accorcia s’allontana…)
    Quattro incontri poetici destinati a lasciare un segno.

  4. Giuseppe Panetta

    Interessanti. Metrica rigorosa e le stagioni presenti in modo ciclico. Alcuni riusciti, soprattutto quelli che osano nelle immagini e si occidentalizzano nel dettato. Complimenti.
    GP

  5. Gli haiku rendono evidente quanto già sostenuto da un Gruppo di avanguardia degli anni Settanta secondo cui «la parola poetica si squalifica come atto comunicativo. Di fatto, essa non comunica nulla, o meglio non comunica che se stessa». Gli haiku di Luigi Celi sono delle presenze, vogliono comunicare la propria presenza, e nient’altro. La poesia che vuole comunicare qualcosa o qualcosa di simile a un messaggio, cade nella propria ambiguità che vorrebbe dissimulare, per il semplice fatto che l’unico messaggio che può comunicare la letteratura è la propria sostanza fatta di immagine, una immagine..

  6. Impeccabili nella forma, ma quando incomincia la poesia a fare sul serio?

    • O dovrei scrivere così?

      Impeccabili nella forma
      ma quando incomincia la poesia
      a fare sul serio?

      • Giuseppe Panetta

        5-7-5, non è la tombola, caro Lucio, ma il rigore della forma Haiku.
        Però concordo con la tua domanda che è una richiesta, quasi un appello ” a fare sul serio”.

        • Sappiamo della partitura, ma cosa si può dire del termine Occidentale accanto agli Haiku? Che manca lo zen, manca pensiero, filosofia, metafisica; che si scattano fotografie e la poesia interviene come tocco di photoshop? Dal momento che poesia c’è, in queste di Luigi Celi, perché limitarsi all’aspetto, alla grazia…floreale, all’estetica del momento?
          Com’è interessante!
          Anche questa primavera
          vedo il cielo del viaggio.
          (Bashō )

  7. Poeti e ballerine

    I poeti assomigliano a ballerine

    esercitano i passi con fatica

    e le labbra contano pochi numeri

    ripetono insaziabili le orme della perfezione

    estenuando pignole le dita della musica

    e girano e volteggiano e piegano

    per tutta la vita su piedi incantati

    che vogliono volare baciando la terra

    Le ballerine assomigliano ai poeti

    vezzosi ed eleganti tenaci ed ostinati

    esercitano con leggerezza i versi dei passi

    contati e strabilianti con i piedi malati e stanchi

    librano sulle nuvole sognando la terra

    e sudano e tempestano parole mute

    sommuovono visioni e terre spaccate

    irrompono sul palco ignavi di sguardi

    Le ballerine danzano nella testa dei poeti

    spensierate e consensienti

    I poeti parlano nelle gambe delle ballerine

    muscolosi e invadenti

    I poeti e le ballerine

    sentono l’affanno e l ‘orgoglio

    e stremati attendono la prossima scrittura.

  8. Questi haiku mi ricordano un celebre gruppo musicale pop degli anni Sessanta, i Monkees. Destavano attenzione, ma la Musica veniva suonata da altri.

    • A Flavio

      Io non sono esperta di questo genere di musica ma ho compreso bene ciò che intendi dire. Infatti, negli “Haiku Occidentali” non c’è l’Oriente, dove sono fioriti con quello spirito che è molto diverso da quello occidentale.
      Credo che non basti la metrica uguale o almeno simile per creare qualcosa che faccia pensare a Basho.

      Giorgina BG

  9. trascrivo la parte iniziale sull’haiku di un saggio di Luigi Celi:

    Caro Giorgio
    ho letto, sul tuo blog, interessanti commenti ai miei haiku. Ringrazio tutti, a prescindere. Un grazie particolare a Gino Rago, lo stimo molto anche come poeta!, e complimenti a chi si ispira ai miei haiku per comporre un suo testo; si fa ermeneutica in tanti modi, anche con le risonanze. …Poi ci sono la tue preziose Note. Che dire? La poesia dovrebbe poter esistere per sé, come tu scrivi, non comunicare altro “messaggio” che se stessa, il mezzo nelle società mediatiche diventa il fine, e dovrebbe valere sia che rispetti i canoni sia che li insidi e destabilizzi. Nel caso, è proprio del Satori Zen – come scrive Barthes, l’intento “di prosciugare il chiacchiericcio irrefrenabile dell’anima” e produrre anche una sorta di “sospensione panica del linguaggio”, quel “bianco che cancella in noi il regno dei Codici”. Se dopo aver studiato l’haiku non ho rispettato del tutto certi criteri tradizionali è perché sono convinto della natura in certo modo eversiva della poesia. Anche se so che chi non può sopportare gli eretici, li manderà al rogo. Zanzotto e G. Manacorda scrivevano, a proposito dell’haiku in occidente, che “bisogna stare in guardia” da ogni “iperortodossia, che potrebbe rischiare i pericoli dell’isterilimento”. Ma quelli erano poeti e critici fatti di una pasta del tutto particolare. Quello che tu chiami “sospensione della temporalità” nel suo nesso con il Satori (citando Barthes) si verifica nell’ “istante” in cui l’haiku stesso icasticamente si produce quasi a voler fissare il “divenire”; e come se l’haiku dicesse all’ “attimo” – con Goethe – “fermati sei bello!”. Tuttavia la prospettiva di fondo dell’haiku, e dei miei haiku occidentali o orientali che siano (io vorrei proporre di considerare la poesia territorio di dialogo) resta quella del “Mondo fluttuante” (Ukiyo-e), della “impermanenza” di tutte le cose, come ci ricorda un’esperta di letterature comparate, Rosalma Salina Borello. La studiosa cita tra l’altro un libro di Carlo Calza “Stile Giappone” (Einaudi Torino 2002) per sostenere una tesi che mi corrisponde. Scrive che è proprio il “femminile” ad attrarre e significare quanto vi sia di “illusorio e lieve e impermanente” nel vivere: “l’iki di cui sarebbe custode e depositaria, al massimo grado, l’oiran, la cortigiana d’alto rango (l’unica figura femminile (…) cui fosse consentito possedere caratteri di visibilità e un qualche margine di ben contenuta e ritualizzata autonomia)”.

  10. La spiegazione è pertinente, e corretta. In fatto di meditazione ho un’esperienza ventennale, inoltre ho partecipato per tre volte a ritiri di pratica zen lavorando sui koan, quindi so cosa significa avere un satori. L’esercizio del koan, proprio perché attinente all’uso della parola, ha molto a che vedere con l’haiku. Si tratta di discipline complesse, che richiedono tempo perché mirano alla trasformazione della mente, al rilascio dei meccanismi di pensiero che le sono soliti. Il koan ti trasforma e pulisce; dopodiché, volendone scrivere, l’haiku arriverà più facilmente. Per queste ragioni dubito che una mente occidentale possa scrivere haiku, liberamente e con sufficiente profondità. Lo zen non è teoria, saperne molto è come sapere niente: lo zen si pratica, altrimenti non esiste. L’haiku piace in occidente, ai poeti occidentali, perché ne colgono facilmente gli elementi estetizzanti. Con questo non voglio dire che manchi l’onestà, o nel caso di Luigi Celi che manchi di poesia, ma si resta alla superficie. Non si tenta una trasformazione: basta dire all’attimo “fermati, sei bello”. E chi più ne ha, ne scriva.

  11. Dire all’attimo “sei bello!” – a parte Goethe (che non è superficiale), e al di là dei limiti intrinseci ad una ri-creazione occidentalizzata dell’haiku – equivale ad esprimere una potenzialità intrinseca alla poiesis, all’atto poietico tout court: ciò che è impermanente, che passa, viene colto nella sua folgorazione, come in un lampo. A prescindere poi dai discorsi di genere – … la teoria dei “generi letterari” oggi è abbastanza contestata nella critica, perché tra l’altro soffre dei limiti della sua rigidezza dogmatica – l’haiku strutturalmente e perché no, storicamente, serve a fissare sulla pagina con il rapido gesto di un ideogramma kanji (neppure in tre versi) la realtà nella sua presunta semplicità. Per altro si coglie una emozione legata alla natura nel tempo, ecco il perché del riferimento stagionale o kigo. La lingua nipponica faceva questo in un solo rigo discendente, senza consapevole scissione di esterno/interno, e forse mirava a far emergere – secondo Heidegger – più profondamente il Koto:- ciò che originariamente dice -. In epoche più recenti, sotto gli influssi dell’Occidente, nella lingua nipponica abbiamo l’adozione degli alfabeti sillabici, hiragana e katakana. Il passaggio dal tanka all’haiku nella sua struttura sillabica in versi, sottrae al tanka due settenari. Questioni, queste, solo in apparenza formali, perché investono la relazione con l’Occidente. Forse però ho preteso troppo nel definire i miei testi Haiku occidentali; troppo anche dalla pazienza dei miei interlocutori. Un’altra questione attiene l’uso originario del pennello per la scrittura e la pittura. Così, secondo Barthes, far prevalere col pennello la scrittura in bianco e nero, sulla pittura, ha una ricaduta culturale, direi quasi filosofica, non secondaria. Questo denudare la realtà dai suoi elementi pittorici, dalla policromia della scuola buddhista classica, come sottolinea anche Akakura, ci pone di fronte alla relazione con lo zen e ci induce a riflettere sul koan. Direi che quest’aspetto della questione – la prevalenza della scrittura sulla pittura nella lingua nipponica – induce in qualche modo taoisticamente alla spoliazione della mente da orpelli e barocchismi. Tuttavia, la cosa non è così semplice, la cultura nipponica è sincretista, non discende solo dal taoismo, ma anche dal buddhismo, dallo shintoismo, dal confucianesimo, e la storia dell’haiku, come in generale del waka, ne subisce i contraccolpi. Se l’haiku dipendesse solo dalla tradizione taoista dovremmo pensare che tutti gli elementi di sensibilità – colori, sapori, suoni – dovrebbero essere espunti dalla versificazione e diventerebbe difficilissimo scrivere degli haiku che non fossero altro che dei koan, dei non sense. La mia riflessione induce prima di tutto me stesso ad essere prudente nella pretesa di aver compreso la complessità dell’haiku. Occorre intendere come, la poesia e l’arte nipponica si dibattessero tra opposti orientamenti filosofici, estetici, religiosi, civili. C’è tra l’altro un’evoluzione sociale e culturale, una trasformazione nel modo di concepire l’“impermanenza”, nel nesso con l’Ukyo. Già nel XVII secolo, nel tempo in cui si afferma l’haiku, c’è la doppia valenza, una meditativa, se pensiamo a Bashō, alla sua scelta monastica, e un’altra che si connette a una sorta di secolarizzazione laica della cultura. Qui non mi inoltro…, per quanto potrei spiegare anche come non me la sia inventata io l’occidentalizzazione dell’haiku; questo fenomeno è avvenuto in Giappone, anche sotto l’influsso dell’Occidente! Io ringrazio Lucio Mayoor Tosi delle sue critiche. Ha ragione c’è presunzione in chi si accinge a scrivere in una forma poetica così lontana dalla nostra tradizione. Ma io ho consapevolezza che l’eresia ha anche una sua storia e poi so di essere io stesso un eretico! Ritengo che tutta la storia dell’arte e della poesia sia segnata dall’eresia, da airesis, (nell’etimo) “scelta”, ma anche “conquista”. Ho scritto una lunga mail a Giorgio Linguaglossa in cui spiegavo non i miei haiku – la poesia non va spiegata, né giustificata – ma il perché e come avessi concepito questi testi brevi. Ho scritto a Giorgio per discutere in generale di questioni complesse che mi interessano e che sono in qualche modo attinenti alla mia (forse improvvida) decisione di pubblicare versi strutturati in forma chiusa. Ho indossato una armatura che però mi ha liberato in una occasione sensuosamente e filosoficamente irripetibile, che testimonio nella mia mail. Se Giorgio vorrà pubblicare per intero il mio documento forse sarà possibile discutere su una base un po’ meno approssimativa.

  12. gabriele fratini

    Non è facile scrivere haiku in italiano, secondo me una lingua (e una cultura) che pochissimo si addice a questa forma. Ho trovato interessanti alcune soluzioni con assonanze e musicalità, e nel complesso gradevole la lettura. Tuttavia specie nel finale diversi haiku mi sembrano un po’ forzati, perdere di vitalità, quasi dei testi riempitivi di una silloge. Al di là della parziale riuscita di questi componimenti resto convinto che l’italiano abbia bisogno decisamente di maggiore spazio per esprimere il suo potenziale.
    Un saluto.

  13. Sono contento sia dei positivi riconoscimenti sia della critica di Gabriele Fratini (… anche degli altri; ringrazio tutti). La critica mi fa riflettere.
    Il terzo verso è il più difficile nell’haiku, nella tradizione dovrebbe rompere con il senso, ribadire le antinomie; creare – ma non sempre avviene – un effetto straniante. In poesia – lo ribadisco – non ci sono regole vincolanti, ed esse, se ci sono, vanno rispettate e violate. L’importante è che chi lo fa, lo faccia consapevolmente. Se si opera cercando l’effrazione del senso ci si avvicina al koan zen, che però – e do qui ragione a Lucio Mayoor Tosi – va praticato, vissuto. Il koan non è un genere poetico, l’haiku invece lo è; esso ha nella complessità della sua storia, nelle evocatività ancestrali del suo proporsi e riproporsi nel tempo e nello spazio la sua ragion d’essere. Di solito, negli haiku occidentali (ma non solo), e non importa chi sia a scriverli, si cerca una soluzione coerente, una sintesi delle opposizioni dei due Ku, e allora gli haiku fluiscono come un unico respiro. Avviene così anche in certi haiku antichi e ancor più in quelli recenti anche di giapponesi. Alcune volte l’effetto è di sincope, un groppo, un nodo che non si scioglie, altre volte ancora la conclusione è prosastica. L’haiku spesso è antilirico e nel mio essere a volte lirico mi richiamo a qualche grande eretico giapponese. Sono convinto che nessuna soluzione, nessun tipo di scrittura, in questo genere, resti soddisfacente. Per conto mio in alcuni haiku ho ignorato qualunque regola della tradizione che non fosse quella delle diciasette sillabe in tre versi, tenendo così conto di un profilo possibile, neppure dell’unico, per scrivere haiku in Occidente ed evocare in forma chiusa l’illimitato abisso che esso nasconde. Certo mi interessa molto la poesia, ma non nei suoi effetti estetizzanti, Qualche volta ho obbedito alla necessità interiore di creare degli stridori…
    Grazie. Un saluto.

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