UNDICI POESIE di Tomas Tranströmer – LA COSTRUZIONE DELLE IMMAGINI IN MOVIMENTO Commento di Giorgio Linguaglossa traduzioni di Enrico Tiozzo e Maria Cristina Lombardi

tomas transtromer 1Tomas Tranströmer, premio Nobel per la Letteratura nel 2011, è morto venerdì 27 marzo 2015 a 82 anni.
Poeta, quando vinse il Premio dell’Accademia era da undici anni stato colpito da un ictus che gli aveva inibito la capacità di parlare. A riferire della scomparsa è stato il suo editore, Bonniers.
Psicologo di professione, era il massimo esponente della generazione di intellettuali che si è affermata dopo la Seconda Guerra mondiale e punta a suggerire che l’esame poetico della natura offre intuizioni sull’identità umana e sulla sua dimensione spirituale, entrando spesso in territori metafisici. “L’esistenza di un essere umano non finisce dove terminano le sue dita”, ha scritto un critico svedese della sua poesia, definendo i suoi lavori “preghiere secolari”.
La sua notorietà nel mondo anglofono derivava dalla sua amicizia con il poeta americano Robert Bly, che ha tradotto gran parte del suo lavoro dallo svedese all’inglese, una delle 50 lingue in cui le sue poesie sono apparse.

Notizie sull’autore

Tomas Tranströmer, unanimemente ritenuto il maggiore poeta svedese contemporaneo, più volte candidato al Premio Nobel, è nato a Stoccolma nel 1931. Di professione psicologo, dopo aver lavorato alcuni anni all’Università, nonostante il successo della sua poesia, ha continuato a svolgere attività terapeutiche in centri di riabilitazione di varie città svedesi. Pianista di notevole talento, ha spesso composto i suoi testi ispirandosi a ritmi e forme musicali. Benché una grave malattia gli abbia provocato una dolorosa paralisi, non ha smesso di scrivere, come testimonia la sua ultima opera Sorgegondolen (La gondola a lutto), del 1996, e il volume di traduzioni di poeti europei e americani Tolkingar (Interpretazioni), del 1999. Ha pubblicato sinora dodici brevi raccolte: 17 Dikter (17 Poesie), 1954; Hemligheter på vägen (Segreti sulla vita), 1958; Den halvfärdiga himlen (Il cielo incompiuto), 1962; Klanger och spår (Echi e tracce), 1966; Mörkerseende (Colui che vede nel buio), 1970; Ur stigar (Fuori dai sentieri), 1973; Östersjöar (Mari Baltici), 1974;Sanningsbarriären (La barriera della verità), 1978; Det vilda torget (La piazza selvaggia), 1983; För levande och döda (Per vivi e morti), 1989; Minnena ser mig (I ricordi mi vedono), 1989; Sorgegondolen (La gondola a lutto), 1996.

tomas transtromer

tomas transtromer

Leggere la sua poesia non è un percorso lineare: è come entrare in una labirintica chiocciola. La concentrazione dei concetti in immagini conduce alla contrazione degli elementi connettivi, dei passaggi logico-sintattici, alla prevalenza dei sintagmi nominali. La capacità di realizzare densità poetica non è in Tranströmer tanto imputabile alla parola, al singolo lessema semanticamente pregnante, ma alla rete capillare di nessi che vengono a stabilirsi tra le parole. Tale sottile interazione, non facile a cogliersi immediatamente, dà spazio alla molteplicità interpretativa, alla pluralità del senso, lasciando spesso misteriosi i referenti delle metafore. Questa “oscurità”, comune a molta poesia contemporanea, in Tranströmer nasce dalla volontà di fuggire ai vuoti schemi della comunicazione massificata, di contrapporsi ai linguaggi pubblicitari, rifuggendo dall’univocità e proclamando la “polivocità” della parola.

(dalla prefazione di Maria Cristina Lombardi in Poesia dal silenzio, Crocetti editore, 2011)

Oct. 6, 2011, Swedish poet Tomas Transtromer poses for a photograph at an unknown location

Oct. 6, 2011, Swedish poet Tomas Transtromer poses for a photograph at an unknown location

Commento di Giorgio Linguaglossa

Con il Nobel nel 2011 per la poesia a Tomas Tranströmer, i membri dell’Accademia giudicante lo hanno riconosciuto come il poeta che ha avuto la più grande influenza sulla poesia occidentale.

Nato a Stoccolma nel 1931, dopo studi di psicologia nell’Università della capitale svedese, è entrato nell’amministrazione pubblica della cittadina industriale di Vasteras. Tranströmer è rimasto per lunghi decenni appartato e in solitudine fino al ritratto autobiografico che il poeta ha dato di se stesso nel libro Minnena ser mig nel 1993, tradotto tre anni dopo in italiano con il titolo I ricordi mi vedono.
Tranströmer parte sempre da esperienze personali (la casa nel popolare quartiere di Söder a Stoccolma, la figura del vecchio nonno pilota di rimorchiatori etc.) con un dettato essenziale, diretto alle cose, senza giri frastici, anzi abolendo del tutto congiunzioni e filtri letterari. Dal dato biografico Traströmer arriva a tratteggiare la cornice di un quadro di angoscia esistenziale e di disagio della società occidentale, l’incomunicabilità, la enigmaticità della condizione esistenziale degli uomini concreti posti in una determinata stazione storica: quella della Svezia del Dopo il Moderno, la violenza e la inautenticità nascoste dietro il velo dell’ipocrisia. Si può affermare che tutta l’opera del poeta svedese non è altro che un tentativo di squarciare il velo di perbenismo edulcorato che si nasconde dietro l’apparenza sociale. Tradotto splendidamente da Enrico Tiozzo, è apparsa in italiano SorgengondolenLa gondola a lutto pubblicata da Crocetti nel 1996; opera dettata alla moglie per via dell’ictus che colpì il poeta negli anni ’90 che lo ha ridotto all’afasia ma non alla interruzione della sua attività poetica. Così la moglie ha commentato la notizia del conferimento del Nobel al marito: «Non pensava più di sentire questa gioia un giorno».

Le poesie dell’esordio, con la raccolta 17 dikter – 17 poesie del 1954, gli valsero da parte della critica il nomignolo ironico di «re delle metafore» ma ciò non scalfì la collocazione di tutto rispetto tra i poeti degli anni Cinquanta per l’inconfondibile concentrazione del suo stile.
Le poesie sono sempre delle occasioni per una riflessione. Il poeta, come un minatore, scende nella profondità che sta celata appena dietro il velo dell’apparenza delle cose. Con uno stile classico e modernista, dietro il vestito metaforico della sua poesia, Tranströmer può essere qualificato, oggi, come uno dei maestri in ombra della poesia europea e occidentale. Il poeta svedese offre al lettore una nuova esperienza degli oggetti. Gli oggetti sono visti come immagini in scorcio, in collegamento ed in sviluppo; il lettore è chiamato in causa direttamente, a prendere posizione dinanzi alla ambiguità e alla «polisemia» delle «cose» viste da un preciso e determinato angolo visuale. Le «cose» equivalgono alle immagini in movimento ed in collegamento reciproco. Contrario ad ogni ipotesi di poesia sperimentale, Tranströmer ha sempre tenuto ben dritto il timone della sua investigazione poetica mantenendosi a cautelosa distanza da ogni ipotesi di poesia civile, impegnata o sperimentale, concetti da sempre ripudiati dal poeta svedese. C’è una certa distanza tra l’apparato reticolare delle metafore di Tranströmer e le «cose» del reale messe bene in luce in un saggio del critico Kjell Espmark che ha identificato i modelli del poeta in Hölderlin, Dante, Rilke. Alla fine degli anni Ottanta è arrivata per Tranströmer la definitiva consacrazione con la silloge För levande och döda – Per vivi e morti del 1989, concentrata sul tema della presenza della morte nel quotidiano. Tranströmer «fonda» il quotidiano, lo rimette in piedi da dove quel «quotidiano» era stato fatto ruzzolare dalle scaffalature impolverate dei «quotidianisti».
In Italia l’opera di Tranströmer è stata pubblicata da Crocetti che nel 1996 ha dato alle stampe alcune poesie nella Antologia della poesia svedese contemporanea e, nel 2008, il volume Poesia dal silenzio. Con il medesimo editore è uscito Il grande mistero l’ultima opera del poeta svedese, una raccolta di 45 haiku per 45 punti di vista. Alcune poesie del poeta svedese erano apparse nell’Almanacco dello Specchio Mondadori del 2007.

  1. Scrive Tranströmer sulla sua vita (da Poesia n. 265 novembre 2011)

    «”La mia vita”. Quando penso a queste parole vedo davanti a me una striscia di luce. Guardando più attentamente, la striscia di luce ha la forma di una cometa con una testa e una coda. L’infanzia e l’adolescenza formano l’estremità più luminosa, la testa. Il nucleo, la parte più compatta, è la primissima infanzia dove si decidono i tratti più importanti della nostra vita. Cerco di ricordarmi, cerco di farmi largo in quella direzione. Ma è difficile muoversi in queste regioni dense, è pericoloso, è come una sensazione di avvicinamento alla morte. Più indietro la cometa si dirada, è la parte più lunga, la coda. Si fa sempre più rada ma anche più larga. Adesso mi trovo molto avanti sulla coda della cometa, ho sessant’anni quando scrivo queste righe.
    Le prime esperienze sono per la maggior parte irraggiungibili. Cose riraccontate, ricordi di ricordi, ricostruzioni sulla base di atmosfere che improvvisamente si riaccendono.
    Il mio primo ricordo databile è una sensazione. Una sensazione di fierezza. Ho appena compiuto tre anni e si è detto che è molto importante che adesso sono diventato grande. Sono a letto in una stanza luminosa e poi scendo sul pavimento, conscio in modo inaudito del fatto che sto diventando adulto. Ho una bambola a cui ho dato il nome più bello che ho potuto inventare: KARIN SPINNA. Non la tratto maternamente. È più una compagna, oppure un’innamorata.»

    Scrive un critico della poesia di Tranströmer:

    Il tempo è anche una sorta di cammino che l’uomo può e deve percorrere in più direzioni e nel quale la sovrapproduzione di momenti del passato su quelli del presente, del futuro o viceversa, è assai spesso legata a un elemento spaziale che raccogliendo in unità un apparente contrasto riporta il discorso poetico verso il centro della riflessione. Per questo i momenti della vita sono racchiusi tutti insieme in uno spazio che concentra simbolicamente anche il tempo

    (“Si fece buio all’improvviso, come per un acquazzone. / Io stavo in una stanza che conteneva tutti i momenti ./ un museo di farfalle.”)

    La qualità essenziale del tempo e dello spazio poetico sarà dunque quella di potersi comprimere e dilatare, aprendosi a tutte le direzioni (verticali e orizzontali), una espansione cui si giungerà partendo da un punto focale di concentrazione, nel quale mondo interiore e quello esteriore si incontrano traducendosi – per il tramite dell’immagine poetica, magari della metafora – l’uno nell’altro. E qui sarà inevitabile sottolineare una affinità fondamentale: la possibilità di immaginare il tempo e lo spazio poetico come elementi musicali, suoni che si susseguono nel tempo e che si dilatano a coprire lo spazio del mondo e dell’animo…*

    Ho sognato che avevo disegnato tasti di pianoforte
    sul tavolo di cucina. Io ci suonavo sopra, erano muti.
    I vicini venivano ad ascoltare.

    *Saggio di Gianna Chiesa Isnardi in Sorgengondolen, Herrenhaus, 2003 pp.109, 110

    giorgio-linguaglossa-11-dic-2016-fiera-del-libro-roma.

    Appunto critico di Giorgio Linguaglossa

    Si dice spesso che l’evento principiale è il silenzio. Ma il silenzio è cosa diversa dal rumore (inteso come ciò che precede il linguaggio) ed è privo di significato. Il fare silenzio è una forzatura, è una imprecisione terminologica. A rigore, l’uomo non potrebbe sopravvivere nel silenzio, il silenzio lo dissolverebbe. Il silenzio (da non confondere con il vuoto), ovvero, l’assenza di suoni, non esiste. In realtà, le cose parlano, parlano sempre, e non possono che parlare in continuazione. L’uomo parla in continuazione anche quando si trova nella più aspra delle solitudini. Così, il vento parla quando passa attraverso le foglie di un bosco, quando incontra degli ostacoli; la pioggia ci parla quando trascorre attraverso l’atmosfera e incontra degli oggetti, e così via… il mare «fragoroso» ci parla attraverso il suo incontro scontro con la terraferma… è l’incontro con altre cose, con gli ostacoli, che fa parlare le cose, senza incontro non ci può essere né linguaggio né parola. Linguaggio e parola possono prendere vita soltanto attraverso l’incontro tra gli uomini e le cose.

    Sono le cose collegate in un insieme che fanno sì che siano esse a parlare. Il poeta deve soltanto porsi in posizione di ascolto. L’ascolto recepisce i suoni, le parole (e il silenzio è un altro modo di essere del linguaggio, quando il linguaggio diventa silenzioso), l’ascolto predispone il linguaggio a formarsi, e il formarsi del linguaggio significa predisporre il silenzio all’interno del linguaggio. In questo caso si può parlare propriamente del silenzio del linguaggio quale sua custodia segreta. Il poeta abita questa custodia segreta. Ma anche tutti gli uomini abitano questa custodia segreta. Non è una prerogativa del poeta quella di abitare il silenzio delle parole, chiunque può attingere il silenzio delle parole attraverso la lettura di una poesia. Il silenzio abita il linguaggio; l’uomo abita il linguaggio, ovvero, il silenzio delle cose, la loro lingua segreta. Tranströmer con la sua poesia fa parlare il silenzio, fa parlare le cose tra di loro, esplora le risorse linguistiche e sonore delle cose attraverso l’impiego della immagine. È questa la grande novità della poesia di Tranströmer. L’immagine è l’altra dimensione in cui può vivere la parola sonora. «Tutti gli oggetti hanno un’anima, bisogna solo scoprirla» ha scritto John Cage. Nulla di più vero. Per Tranströmer scoprire una relazione tra le cose è un processo molto complesso che ha il proprio segreto nell’ascolto delle cose. La poesia è per il poeta svedese lo spalancamento della illuminazione, dis-chiusura della coscienza avvezza al linguaggio ordinario, imprevedibilità della dis-chiusura delle cose, frattura della coscienza ordinaria, un nuovo modo di stare nel mondo che prevede l’incontro con l’illuminazione: la creazione di una immagine elicoidale in movimento, scoprimento di un linguaggio iconico. Il tempo forte del linguaggio poetico di Tranströmer è il tempo forte iconico che ha il sopravvento nei confronti del tempo debole metrico, piegando quest’ultimo alle esigenze di quello. Il tempo forte iconico disloca e dissolve il tempo forte metrico e lo assoggetta alla priorità dettata dal primo.

tomas transtromer

tomas transtromer

da 17 Poesie (1954)

Sotto il quieto punto volteggiante della poiana
avanza rotolando il mare fragoroso nella luce,
mastica ciecamente il suo morso di alga e soffia
schiuma sulla riva.
La terra è celata dalle tenebre frugate dai pipistrelli.
La poiana si ferma e diventa una stella.
Il mare avanza rotolando fragoroso e soffia
schiuma sulla riva.

*

L’albero della luna è marcito e si sgualcisce la vela.
Il gabbiano volteggia ebbro lontano sulle acque.
È carbonizzato il greve quadrato del ponte. la sterpaglia
soccombe all’oscurità.
Fuori sulla scala. L’alba batte e ribatte sui
cancelli granitici del mare e il sole crepita
vicino al mondo. Semiasfissiate divinità estive
brancolano nei vapori marini.

.
Storia fantastica

Ci sono giorni d’inverno senza neve quando il mare s’imparenta
con i tratti montuosi, accucciandosi in grigie vesti di piume,
un breve attimo blu, lunghe ore con onde che invano
come pallide linci cercano un appiglio sulla riva ghiaiosa.

In giorni come questo esce il relitto dal mare in cerca dei
suoi armatori, seduti al chiasso delle città, e gli equipaggi
annegati soffiano verso terra, più sottili del fumo di pipa.

(Nel nord vagano le vere linci, con artigli affilati
e occhi sognanti. Nel nord dove il giorno
vive in una caverna giorno e notte.

Dove il solo sopravvissuto può sedere
alla fornace dell’aurora boreale e ascoltare
la musica dei morti assiderati.)

.

Tomas-Transtromer

Tomas-Transtromer

Meditazione agitata

Un temporale fa girare all’impazzata le ali del mulino
nel buio della notte, macinando nulla. – Ti
tengono sveglio le stesse leggi.
Il ventre dello squalo è la tua fioca lampada.

Soffusi ricordi calano sul fondo del mare
e là si irrigidiscono in statue sconosciute. – Verde
di alghe è la tua gruccia. Chi va
al mare torna impietrito.

.
Elegia (1973)

Apro la prima porta
È una grande stanza soleggiata.
Un’auto pesante passa per la strada
e fa tremare il vasellame.
Apro la porta numero due.
Amici! Avete bevuto il buio
e siete diventati visibili.
Porta numero tre. Una
stretta camera d’albergo.
Vista su una strada secondaria.
Un lampione che scintilla sull’asfalto.
La bella scoria delle esperienze.

.
Volantini (1989)

La silenziosa rabbia scarabocchia sul muro in dentro.
Alberi da frutto in fiore,
il cuculo chiama.
È la narcosi della primavera. Ma la silenziosa rabbia
dipinge i suoi slogan all’inverso nel garage.
Vediamo tutto e niente,
ma dritti come periscopi
presi da una timida ciurma sotterranea.
È la guerra dei minuti. Il bruciante sole
è sopra l’ospedale, il parcheggio della sofferenza.
Noi chiodi vivi conficcati nella società!
Un giorno ci staccheremo da tutto.
Sentiremo il vento della morte sotto le ali
e saremo più dolci e più selvaggi che qui.*

.
* da Poeti svedesi contemporanei a cura di Enrico Tiozzo, Göteborg, 1992

.
Epilogo

Dicembre. La Svezia è una nave malandata
in missione. Contro il cielo del tramonto sta
il suo albero aspro. E il tramonto è più lungo
di un giorno – la via che porta qui è sassosa:
solo verso mezzogiorno esce la luce
e il colosseo dell’inverno si alza,
illuminato da nuvole irreali. Allora sale d’un tratto
vertiginoso il fumo bianco
dai villaggi. Altissime stanno le nuvole.
Alle radici dell’albero celeste fruga il mare,
distratto, come in ascolto di qualcosa.
(Invisibile viaggia sull’altra metà
dell’anima un uccello che sveglia
chi dorme con le sue grida. Così il telescopio
gira, cattura un altro tempo
ed è estate: mugghiano le montagne, gonfie
di luce e il ruscello solleva lo scintillío del sole
nella mano trasparente… sparito in quell’attimo
come quando la pellicola di un film si spezza al buio.)

Ora l’astro della sera brucia attraverso la nuvola.
Alberi, recinti e case aumentano, crescono
nella silenziosa slavina che precipita nel buio.
E sotto la stella ancor più si suscita
l’altro paesaggio nascosto che vive
la vita dei confini sulla radiografia della notte.
Un’ombra trascina la sua slitta tra le case.
Stanno in attesa.

(da Poesia dal silenzio, Crocetti Editore , 2001, trad. Maria Cristina Lombardi)

Tomas-Transtromer

Tomas-Transtromer

La coppia

Spengono la lampada e il suo globo risplende
un istante prima di sciogliersi
come una pastiglia in un bicchiere di tenebre. Poi si sollevano.
Le pareti dell’albergo si gettano nel buio del cielo.
I gesti dell’amore si sono acquietati e loro dormono
ma i pensieri più segreti s’incontrano
come quando s’incontrano due colori e l’uno nell’altro fluiscono
sulla carta bagnata di un dipinto infantile.
È buio e silenzio. Ma la città stanotte
si è avvicinata in fretta. A finestre spente. Le case sono qui.
Vicinissime, stanno serrate in attesa,
una folla di volti inespressivi.

.
Storia fantastica

Ci sono giorni d’inverno senza neve quando il mare s’imparenta
con i tratti montuosi, accucciandosi in grigie vesti di piume,
un breve attimo blu, lunghe ore con onde che invano
come pallide linci cercano appiglio sulla riva ghiaiosa.
In giorni come questo esce il relitto dal mare in cerca dei
suoi armatori, seduti al chiasso delle città, e gli equipaggi
annegati soffiano verso terra, più sottili del fumo di pipa.
(Nel nord vagano le vere linci, con artigli affilati
e occhi sognanti. Nel nord dove il giorno
vive in una caverna giorno e notte.
Dove il solo sopravvissuto può sedere
alla fornace dell’aurora boreale e ascoltare
la musica dei morti assiderati.)

.
Sfere di fuoco

Nei mesi oscuri la mia vita scintillava
solo quando ti amavo.
Come la lucciola si accende e si spegne, si accende e si spegne,
– dai bagliori si può seguire il suo cammino
nel buio della notte tra gli ulivi.
Nei mesi oscuri l’anima stava rannicchiata
e senza vita
ma il corpo veniva dritto verso di te.
Il cielo notturno mugghiava.
Furtivi mungevamo il cosmo e siamo sopravvissuti.
Pagina di libro notturno
Sbarcai una notte di maggio
in un gelido chiaro di luna
dove erba e fiori erano grigi
ma il profumo verde.
Salii piano un pendìo
nella daltonica notte
mentre pietre bianche
segnalavano alla luna.
Uno spazio di tempo
lungo qualche minuto
largo cinquantotto anni.
E dietro di me
oltre le plumbee acque luccicanti
c’era l’altra costa
e i dominatori.
Uomini con futuro
invece di volti.

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92 risposte a “UNDICI POESIE di Tomas Tranströmer – LA COSTRUZIONE DELLE IMMAGINI IN MOVIMENTO Commento di Giorgio Linguaglossa traduzioni di Enrico Tiozzo e Maria Cristina Lombardi

  1. gentili interlocutori del blog,
    devo confessare che mi trovo in grande difficoltà leggendo le ultime discussioni sorte sulla poesia di Gezim Hajdari. Capisco che non è semplice entrare dentro i meccanismi della poesia moderna e contemporanea, il Novecento ha visto tante e tali novità nel campo della poesia che il lettore di oggi rimane confuso sulla soglia della lettura dei poeti contemporanei; comprendo anche come sia ben più facile oggi capire, e assorbire una poesia che si muove sul piano del convenzionale, che non offre difficoltà di lettura, la ricezione è immediata, ma io mi permetto di dissentire, dissento e guardo con sospetto ogni testo di facile lettura; se comprendo subito un testo, vuol dire che non è un testo che offre “resistenza alla lettura”. Non c’è niente da fare, la poesia è qualcosa che non può essere delibata e apprezzata nell’attimo che scorre, occorre un lungo ascolto, un lungo apprendistato alle sue difficoltà, e, anche, lasciatemelo dire, alla sua “noia”. Se un testo ci incute “noia” vuole dire semplicemente che non siamo sulla lunghezza d’onda del testo. Anche la Divina Commedia può produrre in un lettore, anche intelligente, “noia”; anche la poesia di Tranströmer può produrre “noia”, ma qui si tratta di un problema di ricezione individuale, sociale, ideologico; insomma, nell’atto della lettura e della ricezione intervengono numerosissimi fattori interni ed esterni che possono disturbare la ricezione stessa. Così quando leggiamo una poesia di Gezim Hajdari, possiamo avvertire quello che un interlocutore del blog definisce “noia”, ma lo stesso si può dire anche della poesia di Tranströmer, da molti lettori anche intelligenti, definita noiosa. Personalmente, ritengo che se c’è la noia nell’atto della lettura di un testo, è come quando nei calcoli dei matematici spunta l’infinito, per i matematici quello è il segnale che i calcoli in qualche punto del loro svolgimento, sono sbagliati e che quindi occorre ricominciare tutto daccapo. Un processo analogo credo intervenga anche per la lettura della poesia: se c’è la noia, occorre ricominciare daccapo l’atto della lettura, azzerare tutti i nostri precedenti giudizi e ricominciare daccapo l’atto della intellezione. Lo stesso dicasi per un poeta ostico alla normale lettura, un poeta certo non magrelliano come Antonio Sagredo, che presenta enormi difficoltà di ricezione; lo stesso dicasi per la ricezione della poesia di Steven Grieco (per fare solo due nomi), entrambi poeti che presentano delle difficoltà di lettura e di ricezione, entrambi poeti che possono anche annoiare. Ma la noia è il sintomo di una malattia più profonda, più difficile da diagnosticare, che sta al fondo del nostro essere… Quindi, ripartiamo da Tranströmer, ripartiamo pure dall’ultimo poeta epico esistente in Europa oggi: Gezim Hajdari.

    • Ambra Simeone

      Caro Giorgio,

      senza voler entrare nel merito della poesia di Hajdari, vorrei dirti che la “noia” ha suscitato in molti poeti immagini e stati d’animo atti alla creazione di poesie indimenticabili (vedi Leopardi) poi per tutto ciò che concerne la tua spiegazione del fatto che la “noia” è un sintomo di non attitudine o meno alla lettura, vorrei dire che questa è una tua percezione completamente soggettiva, almeno quanto lo è quella di chi dice che la noia suscitata durante la lettura di tale o tal altro poeta è sintomo di non bravura del poeta stesso.

      Poi vorrei dirti che la facile lettura di un testo non implica affatto la conseguente non bravura di un poeta, (così ti contraddici visto che dovresti dire che Hajdari non è bravo perché è semplicissimo) qui siamo alla base della filologia moderna, un testo può essere facile o meno in base a una quantità di fattori linguistici, storici e strutturali, nonché sociali non indifferenti, senza contare l’idea iniziale del poeta ovvero “cosa voglia o meno comunicare al lettore”.

  2. gabriele fratini

    Poesie complesse e gradevoli, che secondo me hanno poco di contemporaneo e tutto sommato mi sembrano la versione aggiornata del romanticismo nordico, nello sviluppo delle tematiche esistenziali e spirituali attraverso il collegamento con gli elementi della natura.
    Un po’ noioso lo è l’autore, come quasi tutti i nordici: Ibsen, Strindberg, Hamsun, Bergman… artisti algidi nella loro genialità. Ma è la natura stessa dei paesaggi scandinavi ad essere noiosa e ripetitiva nella sua ferma bellezza. Un saluto.

  3. mah, resta sempre un profondo divario tra la poesia che leggiamo e quella che vorremmo leggere, la noia di qualcuno è lo stupore di qualcun altro

    • e il profondo piacere di altri.
      Ho sempre amato i nordici (drammaturghi, registi, poeti, romanzieri) benché molto lontani dalla solarità dei poeti mediterranei antichi e più recenti. Tuttavia i drammi e le situazioni tragiche sono presenti anche in molti scrittori delle nostre latitudini.
      Quanto alla noia, è una questione di gusto, di attenzione non forzata come se si trattasse di un compito scolastico, di capacità o desiderio di uscire dal proprio ambiente per conoscere e capire altri modi di vivere, altri paesaggi, altre abitudini, altri linguaggi nel senso più lato della parola.
      Le poesie di Tomas Tranströmer non mi annoiano affatto come non mi sono mai annoiata a teatro o al cinema di fronte a Ibsen, Strindberg, Bergman e simili.

      Giorgina Busca Gernetti

      • gabriele fratini

        In effetti gentile Giorgina ho fatto un po’ di tutt’erba un fascio; un po’ noiosetti lo sono, in generale, ma tra gli autori che ho citato l’unico che realmente mi annoia è Strindberg. Ibsen lo considero il più grande drammaturgo di sempre dall’estate del 2004 in cui lo portavo in spiaggia in piscina ovunque… mi ha letteralmente stregato. Anche di Bergman ho visto quasi tutti i film, ma difficilmente più di una volta 🙂 Da appassionato di polizieschi aggiungo anche i giallisti scandinavi, riconosciuti come i migliori al mondo degli ultimi venti anni.
        Un saluto.

        • Gentile Gabriele,
          ho letti solo ora la tua risposta. Mi fa piacere che almeno Ibsen goda dei tuoi favori anche… in piscina. Quanto a Bergman io, che ho più anni di te, ho potuto vedere ben volentieri più di una volta molti suoi film e almeno una volta quelli che pare siano spariti dalla circolazione. Strindberg per me è stupendo, ma per apprezzarlo è necessario andare a teatro disposti a pensare, non a divertirsi. Per restare nel tema del post di ieri e oggi, riconfermo il mio apprezzamento della poesia di Tranströmer, per nulla noioso o di scarso valore, come alcuni hanno scritto.
          La stessa cosa vale per Gezim Hajdari, benché di natura, ambiente culturale e stile completamente diversi. Non comprendo l’accanimento contro di lui, persona di nobili sentimenti e cortese come pochi.
          Un caro saluto

          Giorgina.

  4. Gino Rago

    …Scopro orme di capriolo sulla neve./ Lingua senza parole…

  5. Considero Tranströmer un poeta comprensibile, proprio perché scrive “con un dettato essenziale, diretto alle cose, senza giri frastici, anzi abolendo del tutto congiunzioni e filtri letterari”. Ho anche qualche dubbio sul fatto che la sua poesia sia “non facile a cogliersi immediatamente, dà spazio alla molteplicità interpretativa, alla pluralità del senso, lasciando spesso misteriosi i referenti delle metafore ” (Lombardi), proprio perché la continua reinvenzione del linguaggio (di conseguenza la reinvenzione della metafora) è tesa a fissare le immagini con precisione indiscutibile; ci fosse qualche doppio senso, qualche metafora, T. è il primo a preoccuparsi di risolverla. Tutto viene detto: se è stato un surrealista, come mi pare qualcuno abbia sostenuto in passato, è anche un grande iperrealista; termini che si possono buttare anche a caso, come sto facendo, perché comunque non basterebbero a definire quel che Tranströmer ha già definito con la sua poesia.

  6. laura canciani

    ecco due versi di Trastromer che cito a memoria:

    Le posate d’argento sopravvivono in grandi sciami
    giù nel profondo dove l’Atlantico è più nero…

    Credo che ciascun lettore trovi in questi versi qualcosa di proprio. 10 milioni di lettori troveranno in questi versi 10 milioni di cose diverse. Questa è la grande differenza tra una poesia di “immagini” e una poesia lineare, soltanto il primo tipo di poesia dà una garanzia di molteplicità di senso e di significati, ciò che non può dare invece una poesia di tipo lineare.
    La grandezza della poesia di Transtromer è questa. E non mi sembra una cosa da poco, lui ha introdotto nella poesia contemporanea una novità rivoluzionaria che ha cambiato e cambierà la poesia del prossimo futuro.

  7. Gino Rago

    Il cavalier del colpo non accorto/ andava combattendo/ ed era morto…
    Il vero eroe greco/( chi oggi lo ricorda?)/ era kalos kai agathos/ nella
    persuasione delle parole/ non nella decisione degli dèi: / Ivan colpevole?
    No, vittima del caso…

  8. Per non dire del linguaggio virile: “un rispetto sincero e cameratesco (onore!)”. Noia del maschile, un ruolo costrittivo che andrebbe superato.

    • Secondo me “rispetto… cameratesco” è un controsenso (non dico “ossimoro” perché questo linguaggio paramilitare non ha nulla di poetico o di figura retorica poetica). Per non essere fraintesa, onore ai militari come mio Padre! (la maiuscola ha una sua ragione profonda che alcuni conoscono).

      GBG

  9. laura canciani

    Sono convinta che possiamo tranquillamente continuare la nostra appassionata discussione sulla poesia di oggi e di ieri. Riprendiamo il filo del discorso:

    Sotto il quieto punto volteggiante della poiana
    avanza il mare fragoroso della luce.
    Mastica ciecamente il suo morso di alga e soffia
    schiuma sulla riva, la terra è celata dalle tenebre fugata dai
    pipistrelli.
    La poiana si ferma e diventa una stella.
    Il mare avanza rotolando fragoroso e soffia
    schiuma sulla riva.

    (T. Transtromer. 1954)

  10. laura canciani

    Tomas Transtromer il poeta ammirato e imitato da Iosif Brodskij, Derek Walcott, Seamus Heaney, Antonio Sagredo e Steven Grieco, ha anche tutta la mia stima.

    Laura Canciani

  11. Gino Rago

    Se non si entra nella sua casa blu, è difficile possedere l’essenza poetica chiusa nei versi di Tomas Transtromer (Stoccolma, 15 aprile 1931 – Stoccolma, 26 marzo 2015): Giorgio Linguaglossa ben la conosceva; io vi sto entrando con Luca Bergamin. Nel salotto, una seggiola a dondolo, dipinti di barche a vela alle pareti, il pianoforte su cui ( con la sola mano sinistra ) T.T. interpretava le composizioni di Beethoven. In cucina, il vero tesoro del Nobel per la Letteratura nel 2011: le teche con la collezione di farfalle e scarabei, piccolo, prezioso museo segreto, il vascello ausiliario
    della vita che viaggia su un’altra rotta, nel sole che fiammeggia dietro
    l’isola (l’isola di Runmaro, a pochi chilometri da Stoccolma). Uscendo dalla casa blu, calpestammo un tappeto di anemoni, altro amore segreto dell’Autore di Poesia dal silenzio…. Casa blu, pianoforte, farfalle, anemoni, scarabei (difficili da catturare, come del resto i versi…)

  12. ubaldo de robertis

    Conosco poco l’opera di questo poeta. Occorrerebbe una lettura più attenta.
    Ci sono autori i cui versi leggo senza minimamente reagire. Altri mi lasciano il gusto dell’immaginare grande e mi propiziano accortissime idee. In quest’ultimi rientrano quelli di Transtromer. Saluti, Ubaldo de Robertis

  13. ubaldo de robertis

    Con riferimento alla noia mi permetto di prendere in prestito le parole di Giorgina Busca Gernetti, perché le condivido in pieno:
    “Le poesie di Tomas Tranströmer non mi annoiano affatto come non mi sono mai annoiata a teatro o al cinema di fronte a Ibsen, Strindberg, Bergman e simili.” Ubaldo de Robertis

  14. ubaldo de robertis

    Gent.le Giorgina Busca Gernetti , quando di recente presentarono le Sue composizioni su L’Ombra delle parole, ero impegnato in una dura lotta per la permanenza su questa terra. Le esprimo ora i miei sinceri complimenti. Ubaldo de Robertis

  15. @ Ambra
    riprendo da qui (non sono portato al verso breve 🙂
    non so te, ma a me piace l’imprevisto; anche in un discorso prestabilito, perché ho fiducia in quel che non so ancora. Il verso, la poesia, è un edificio fatto di parole ( per restare con la metafora di Transtromer), ma le parole sono immateriche; ad esempio, per vedere un’ombra hai due possibilità: la scrivi (come disegnando) oppure la descrivi. Lui, Transtromer, la disegna. Quanto alla poetica: credo sia la testimonianza di una fervida ricerca interiore (Transtromer era psicanalista). Scava nella solitudine, e vi si legge il contrasto con quel che ne sta fuori, spesso lo stridore. Sai una cosa? Sai cosa diranno i nostri discendenti di noi, tra cent’anni? Che non avevamo esperienza dell’interiorità ( vedi guerre, omicidi, e tutto il resto). Lo diranno con il tono che abbiamo noi quando diciamo di qualcuno che si lava poco. Poeti esclusi, ovviamente.

    • Ambra Simeone

      l’imprevisto dato con i disegni?

      non c’è nulla di meno imprevisto di ciò che è dato con i disegni… la parola designare (della stessa famiglia di disegnare) vuol dire denotare, determinare… l’opposto dell’imprevisto qualcosa che non viene determinato… che poi la sua poesia sia “oscura” non è dovuto al disegno, ma al fatto che questi suoi disegni siano vuoti… se sono vuoti non hanno niente a che vedere con questa frase del post che dice: “Questa “oscurità”, comune a molta poesia contemporanea, in Tranströmer nasce dalla volontà di fuggire ai vuoti schemi della comunicazione massificata, di contrapporsi ai linguaggi pubblicitari, rifuggendo dall’univocità e proclamando la “polivocità” della parola”

      ti chiedo che senso ha disegnare un qualcosa di vuoto?
      ovviamente la domanda è rivolta a tutti i commentatori che si limitano a dire che è un grande poeta senza argomentare come sto facendo io

      • Vorresti dare un senso alla scrittura, alla vita: molto può dipendere da dove la osservi, se dall’alto, da lontano, oppure da dentro di te, dal profondo. Ci sono vie traverse, filosofiche, piene di responsi, altre che vanno al cuore, e altre ancora dove conta l’azione… Ma Neri non ti ha insegnato niente, oltre a Neri?

        • Ambra Simeone

          “dare senso alla scrittura è l’unico modo per dare senso alla vita” questa è mia, ma se come dice Transtromer “la poesia è un edificio” e lo penso anche io, allora la scrittura si costruisce con senso o meno e questa è una “scelta”… lui ha scelto di costruire il fumo, il vuoto… Neri no, questo mi ha insegnato, che costruire il vuoto non serve a combattere il vuoto… spiegami seriamente come fa “il nulla” a contrapporsi al nulla della comunicazione massificata?

          questo è voler fare lo “specchio” mentre si ha la possibilità di essere artisti, creatori, ideatori, proponitori…

          diciamo che Transtromer è un limitato… si accontenta di ben poco, come molta umanità massificata da cui professa (contraddicendosi) di prendere le distanze!

          • La poesia è un edificio, l’ho scritta io prendendo spunto da quel suo verso (della fame…). Non per sviare il tuo discorso, ma credo che il merito principale di Transtromer stia nell’avere aperto una nuova strada. Ti rimando quindi alla motivazione del Nobel, perché non sono parole di circostanza, sono state ponderate: “perché attraverso le sue immagini condensate e traslucide, ci ha dato nuovo accesso alla realtà”. Non viene preso in considerazione un particolare messaggio ma un “nuovo”, un diverso accesso alla realtà. E su questo, da lettore, mi trovo perfettamente d’accordo. Poi, che ciascuno scriva secondo i propri intendimenti.

            • Ambra Simeone

              Se l’hai scritta tu dimostri più inventiva di lui e con questo chiudo… anche perché se l’hai scritta tu dovresti essere agli antipodi! 🙂

            • Ambra Simeone

              io questa nuova strada non la vedo… ma non per sviare il tuo di discorso ma perché non riparti dal mio discorso? 🙂

              • Non riparto del tuo discorso perché ci porterebbe lontano, e non escludo che infine saremmo d’accordo. Resto dell’idea che Linguaglossa abbia ragione quando parla di una strada che si è aperta con Transtromer; però se lui, che è anche un critico, non è riuscito a farti guardare nei versi di Transtromer, dubito proprio di poterlo fare io. E me ne spiace.

                • Ambra Simeone

                  Si è vero caro Lucio anche se a dirti la verità per me ha avuto più importanza il parere di un lettore che non quello di un critico… sarebbe come dare più importanza alla pubblicità in tv sulla bontà di un biscotto che a quella di chi il biscotto lo ha assaggiato! 🙂

                  Un abbraccio

                  • Ambra Simeone

                    E poi Lucio (qui permettimi di arrabbiarmi un pochino) il nocciolo del discorso non è che io non capisca o non guardi nella poesia di Transtromer o che qualcuno debba farmela piacere o capire o guardare. Il punto è che io l’ho capita benissimo, ma che non condivido la “scelta” a priori assunta dal poeta nel fare questa poesia, che come dicevo “è di descrivere al grado zero il nulla!”

                    • ok, dipende sempre da quel che si va cercando. E non è detto che quel suo modo di scrivere sia nelle corde di tutti.
                      Nella contemporaneità, T. è uno dei miei due pilastri. L’altro è Czesław Miłosz: uno è detto “il re della metafora”… sorvoliamo sul linguaggio pugilistico, e l’altro a volte pare non sappia cosa farsene. Mettili su una bilancia… e vedrai appassire la marijuana.

                    • Ambra Simeone

                      sulla mia bilancia pende tutto dalla parte di Milosz indubbiamente…

                    • Ambra Simeone

                      sulla metafora dicevo che usare “solo” questa figura retorica per “l’intera” poesia è molto limitativo e non degno di un grande poeta come T. viene definito… usare la metafora in sé no!

  16. ubaldo de robertis

    Cara Ambra,
    ho premesso che conosco poca la poesia di Transtromer e poi quello del critico letterario non è il mio mestiere. Io apprezzo il suo modo di fare poesia. La sua essenzialità. L’atteggiamento di uno posizionato a una giusta distanza dalla realtà, la osserva (la sua è una metafora che ha carattere più che altro visivo), la analizza, e trova immagini interessanti.
    I versi della poiana che volteggia non mi piacciano, ma cosa ne dici di questa?

    LE PIETRE

    Sento cadere le pietre che abbiamo gettato,
    cristalline negli anni. Nella valle
    volano le azioni confuse dall’attimo
    gridando da cima a cima degli alberi, tacciono
    nell’aria più leggera del presente, planano
    come rondini da cima
    a cima dei monti finché
    raggiungono l’altopiano più remoto
    lungo la frontiera dell’aldilà.
    Là cadono
    le nostre azioni cristalline
    su nessun fondo
    tranne noi stessi.

    Saluti, Ubaldo de Robertis

    • Ambra Simeone

      Caro Ubaldo,

      questa poesia mi piace un po’ di più…

      ma in questa non vedo nessuna originalità di immagini come invece affermano i prof. del Nobel… “le azioni sono pietre” non è una metafora così originale!
      Senza contare poi che le metafore (per me) sono figure retoriche passate (diciamo datate) per poterci impiantare su tutta una poesia!

      un abbraccio
      mi fa piacere che tua stia meglio!

  17. Riprendo qui. Sei fuori strada, Ambra, non l’hai letto a dovere. Bertoldo e Sagredo sono poeti tutta-metafora (per capirci). Transtromer è un’altra storia.

    • Ambra Simeone

      Lucio ma se è una giornata intera che ci diciamo che T. non scrive per metafore ma per immagini oniriche scollegate… ho detto però che in questa poesia postata da Uberto vi è una parvenza di metafora che tra l’altro dura un’intera poesia e che proprio perché c’è sembra avere un minimo di senso… forse è una della sue prime prove, non so, quando ancora cercava di dire qualcosa poi dopo sono immagini oniriche, mentali che pace all’anima sua si porterà nella tomba con buona pace di tutti quelli che lo leggono!

      • Sì sì, è chiaro. Ci siamo capiti; ma perché scollegate, e perché “sembra” abbiano un senso? Ce l’hanno: T. non perde mai di vista la direzione del discorso. Ma è poesia…

        • Ambra Simeone

          “scollegate al lettore”, collegate solo nel suo inconscio!

          “sembra abbiano senso” (nel testo proposto da Ubaldo) perché sembra che oltre ad essere collegate al suo inconscio, tendono anche una mano all’inconscio collettivo!

          Lucio giriamo intorno al discorso senza per altro capirci, non dico che non sia poesia quella di Transtromer, dico però che la scelta comunicativa di questi suoi testi è pari ad una persona che nel momento della conoscenza e presentazione si rifiuti di darti la mano… io in questa situazione penso che la persona che mi si presenta non abbia voglia di conoscermi e non voglia farsi conoscere… tu come reagiresti?

          c’è anche chi reagirebbe pensando: “oh, che grande persona, sarà diffidente, timida, solitaria…” o solo scortese? mica penserò che non sia scortese solo perché un critico o i prof. del Nobel dicono che è un genio.
          Anche un genio può essere scortese, non pensi?

          • Non so, io lo trovo delicato e sensibilissimo, particolarmente attento alla gente e alle tradizioni del suo paese. Ma un uomo solo, certo. Non ricordo sue poesie con aneddoti di vita e di relazione. Sembra stupito ogni volta che va tra la gente, ma credo questo accada a tutte le persone sensibili, immagino anche alla stragrande maggioranza dei poeti. Non ho qui una poesia che ti trascriverei volentieri, ma leggo nella prefazione di Lombardi : “Questa “oscurità”, comune a molta poesia contemporanea, in Tranströmer nasce dalla volontà di fuggire ai vuoti schemi della comunicazione massificata, di contrapporsi ai linguaggi pubblicitari, rifuggendo dall’univocità e proclamando la “polivocità” della parola”.
            T. scrive da uomo, da umano. Esprime un disagio mirato, ma non tenta un’operazione critica verso la società: non gli serve, è e fa il poeta.

            • Ambra Simeone

              Lucio ho ripreso la stessa citazione anche io qualche post fa, come completamente fuori luogo per questo tipo di poesia. La scelta operata da T. è quella di portare la psicanalisi nella poesia, che è un’idea e una scelta poetica, ma è propria dell’individualità del poeta, quella interiore e inconscia, che non abbraccia nessuno, tranne che se stesso e le sue immagini archetipiche-ancestrali, in questo modo non si rifugge la società massificata ma gli si va incontro…

              parola chiave di questo poeta è “solipsismo”, dimmi se questa non è la maggiore caratteristica di una società massificata?

              • Ambra Simeone

                tra l’altro non vedo “plurivocità della parola”… la plurivocità è della “voce autoriale” l’autore ha una voce o più voci, la parola è la parola!

                Il commento di Lombardi è un insieme di parole messe lì per enfatizzare qualcosa che non è enfatico per natura ed è nato non-enfatico per volere dello stesso dell’autore.

                T. scrive un diario psicologico personale, io mi chiedo a chi può interessare? A persone sole, vuote, alienate? Penso che queste persone vogliano altro, visto che sono abituate a questa condizione, mentre chi non è vuoto e alienato non si farebbe annoiare da T. per sentirsi vuoto e solo.

                Tutto qui… mi sembra di aver spiegato la mia posizione e di aver argomentato abbastanza… aspetto ancora gli altri commentatori che non hanno argomentato come ho fatto io!

                • Cosa ne sai di quel che vogliono le persone? Per me giudichi troppo velocemente. Ma hai spiegato il tuo punto di vista. Grazie.

                  • Ambra Simeone

                    Giudico con criterio e argomentazioni al contrario di gente che non ha un proprio giudizio critico, visto che non lo ha espresso che con parole ripetute a pappagallo da altri.

                    Scusami ma il tuo giudizio così veloce e non argomentato su di me, non è un giudizio troppo frettoloso?

                    Questo non è un discorso visto che a domande e a spunti non seguono risposte o altri punti di vista.

                    • Semplice, perché le tue argomentazioni sono da cassazione, e non mi sento di partecipare a un qualcosa che di uno scambio arricchente non ha nulla. Ciao Ambra.

                    • Per Ambra
                      ” al contrario di gente che non ha un proprio giudizio critico, visto che non lo ha espresso che con parole ripetute a pappagallo da altri. ”

                      Non ti sembra lievemente offensivo nei confronti di che ha scritto qualcosa su Transtromer? “gente”! “ripetuto a pappagallo”!
                      No comment

                      Gorgina

  18. Scrive Tranströmer sulla sua vita (da Poesia n. 265 novembre 2011).
    «”La mia vita”. Quando penso a queste parole vedo davanti a me una striscia di luce. Guardando più attentamente, la striscia di luce ha la forma di una cometa con una testa e una coda. L’infanzia e l’adolescenza formano l’estremità più luminosa, la testa. Il nucleo, la parte più compatta, è la primissima infanzia dove si decidono i tratti più importanti della nostra vita. Cerco di ricordarmi, cerco di farmi largo in quella direzione. Ma è difficile muoversi in queste regioni dense, è pericoloso, è come una sensazione di avvicinamento alla morte. Più indietro la cometa si dirada, è la parte più lunga, la coda. Si fa sempre più rada ma anche più larga. Adesso mi trovo molto avanti sulla coda della cometa, ho sessant’anni quando scrivo queste righe.
    Le prime esperienze sono per la maggior parte irraggiungibili. Cose riraccontate, ricordi di ricordi, ricostruzioni sulla base di atmosfere che improvvisamente si riaccendono.
    Il mio primo ricordo databile è una sensazione. Una sensazione di fierezza. Ho appena compiuto tre anni e si è detto che è molto importante che adesso sono diventato grande. Sono a letto in una stanza luminosa e poi scendo sul pavimento, conscio in modo inaudito del fatto che sto diventando adulto. Ho una bambola a cui ho dato il nome più bello che ho potuto inventare: KARIN SPINNA. Non laa tratto maternamente. È più una compagna, oppure un’innamorata.»

    Scrive un critico della poesia di Tranströmer:

    Il tempo è anche una sorta di cammino che l’uomo può e deve percorrere in più direzioni e nel quale la sovrapproduzione di momenti del passato su quelli del presente, del futuro o viceversa, è assai spesso legata a un elemento spaziale che raccogliendo in unità un apparente contrasto riporta il discorso poetico verso il centro della riflessione. Per questo i momenti della vita sono racchiusi tutti insieme in uno spazio che concentra simbolicamente anche il tempo (“Si fece buio all’improvviso, come per un acquazzone. / Io stavo in una stanza che conteneva tutti i momenti ./ un museo di farfalle.”).
    La qualità essenziale del tempo e dello spazio poetico sarà dunque quella di potersi comprimere e dilatare, aprendosi a tutte le direzioni (verticali e orizzontali), una espansione cui si giungerà partendo da un punto focale di concentrazione, nel quale mondo interiore e quello esteriore si incontrano traducendosi – per il tramite dell’immagine poetica, magari della metafora – l’uno nell’altro. E qui sarà inevitabile sottolineare una affinità fondamentale: la possibilità di immaginare il tempo e lo spazio poetico come elementi musicali, suoni che si susseguono nel tempo e che si dilatano a coprire lo spazio del mondo e dell’animo…*

    Ho sognato che avevo disegnato tasti di pianoforte
    sul tavolo di cucina. Io ci suonavo sopra, erano muti.
    I vicini venivano ad ascoltare.

    *Saggio di Gianna Chiesa Isnardi in Sorgengondolen, Herrenhaus, 2003 pp.109, 110

  19. Si dice spesso che l’evento principiale è il silenzio. Ma il silenzio è cosa diversa dal rumore (inteso come ciò che precede il linguaggio) ed è privo di significato. Il fare silenzio è una forzatura, è una imprecisione terminologica. A rigore, l’uomo non potrebbe sopravvivere nel silenzio, il silenzio lo dissolverebbe. Il silenzio (da non confondere con il vuoto), ovvero, l’assenza di suoni, non esiste. In realtà, le cose parlano, parlano sempre, e non possono che parlare in continuazione. L’uomo parla in continuazione anche quando si trova nella più aspra delle solitudini. Così, il vento parla quando passa attraverso le foglie di un bosco, quando incontra degli ostacoli; la pioggia ci parla quando trascorre attraverso l’atmosfera e incontra degli oggetti, e così via… il mare «fragoroso» ci parla attraverso il suo incontro scontro con la terraferma… è l’incontro con altre cose, con gli ostacoli, che fa parlare le cose, senza incontro non ci può essere né linguaggio né parola. Linguaggio e parola possono prendere vita soltanto attraverso l’incontro tra gli uomini e le cose. Sono le cose collegate in un insieme che fanno sì che siano esse a parlare. Il poeta deve soltanto porsi in posizione di ascolto. L’ascolto recepisce i suoni, le parole (e il silenzio è un altro modo di essere del linguaggio, quando il linguaggio diventa silenzioso), l’ascolto predispone il linguaggio a formarsi, e il formarsi del linguaggio significa predisporre il silenzio all’interno del linguaggio. In questo caso si può parlare propriamente del silenzio del linguaggio quale sua custodia segreta. Il poeta abita questa custodia segreta. Ma anche tutti gli uomini abitano questa custodia segreta. Non è una prerogativa del poeta quella di abitare il silenzio delle parole, chiunque può attingere il silenzio delle parole attraverso la lettura di una poesia. Il silenzio abita il linguaggio; l’uomo abita il linguaggio, ovvero, il silenzio delle cose, la loro lingua segreta. Tranströmer con la sua poesia fa parlare il silenzio, fa parlare le cose tra di loro, esplora le risorse linguistiche e sonore delle cose attraverso l’impiego della immagine. È questa la grande novità della poesia di Tranströmer. L’immagine è l’altra dimensione in cui può vivere la parola sonora. «Tutti gli oggetti hanno un’anima, bisogna solo scoprirla» ha scritto John Cage. Nulla di più vero. Per Tranströmer scoprire una relazione tra le cose è un processo molto complesso che ha il proprio segreto nell’ascolto delle cose. La poesia è per il poeta svedese lo spalancamento della illuminazione, dis-chiusura della coscienza avvezza al linguaggio ordinario, imprevedibilità della dis-chiusura delle cose, frattura della coscienza ordinaria, un nuovo modo di stare nel mondo che prevede l’incontro con l’illuminazione: la creazione di una immagine elicoidale in movimento, scoprimento di un linguaggio iconico. Il tempo forte del linguaggio poetico di Tranströmer è il tempo forte iconico che ha il sopravvento nei confronti del tempo debole metrico, piegando quest’ultimo alle esigenze di quello. Il tempo forte iconico disloca e dissolve il tempo forte metrico e lo assoggetta alla priorità dettata dal primo.

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