“APERTURE” Rivista semestrale di cultura arte e filosofia. due poesie inedite di Giorgio Linguaglossa: “Quel corridoio, che attraversavo in allarme” e “Era dietro la porta girevole” – Direttore Enrico Castelli Gattinara

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“APERTURE” Rivista semestrale di cultura arte e filosofia. Direttore Enrico Castelli Gattinara

Su Aperture n. 30, sul tema del VUOTO, abbiamo appena aggiunto due poesie inedite di Giorgio Linguaglossa: “Quel corridoio, che attraversavo in allarme” e “Era dietro la porta girevole”. Non perdete l’occasione di scoprire un autore speciale e un numero di Aperture ricco di suggestioni. (E.C. Gattinara)

http://www.aperture-rivista.it/sommario.asp?id=36

Per la centralità acquisita dal tema del “Vuoto” nella poesia e nell’arte contemporanea, suggeriamo di leggere con attenzione i numerosi saggi ospitati dei vari saggisti e filosofi sul tema del “VUOTO” e di scorrere il Sommario con l’elenco dei saggi.

Il tema del «vuoto» è il tema per eccellenza dei nostri tempi, non è un caso che un numero della rivista “Aperture” diretta da Enrico Castelli Gattinara sia stato dedicato al tema del «vuoto». Che cos’è il «vuoto»? È possibile una sua definizione? È possibile una sua formulazione? – A rigor di logica, del «vuoto» non se ne può parlare perché parlarne già presupporrebbe una definizione di esso o, comunque, una sua delimitazione, una sua recinzione. In realtà il «vuoto» non è un «tema» di cui si possa parlare, altrimenti si presupporrebbe che esso sia qualche cosa, quella qualcosa, appunto, di cui si parla.

Di fatto, il «vuoto» non accade, il «vuoto» è, e il poeta non può nemmeno identificarlo, indicarlo con parole, altrimenti non sarebbe più un «vuoto» ma un «pieno», se non chiamando in causa il proprio alleato, che è anche l’alleato delle parole: il «silenzio». Ma anche il «silenzio» è un concetto ibrido: c’è un silenzio pre-linguistico, che era prima della nascita del linguaggio, e c’è un silenzio post-linguistico, cioè dopo la nascita del linguaggio, e noi ci occupiamo ovviamente del silenzio così come lo conosciamo, di un «silenzio» fatto di linguaggio. E non potrebbe essere altrimenti.

(G.L.)

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9 risposte a ““APERTURE” Rivista semestrale di cultura arte e filosofia. due poesie inedite di Giorgio Linguaglossa: “Quel corridoio, che attraversavo in allarme” e “Era dietro la porta girevole” – Direttore Enrico Castelli Gattinara

  1. Adorno scrive: “l’arte ha bisogno della Filosofia, che la interpreta, per dire ciò che essa non può dire e che però può esser detto solo dall’arte, che lo dice tacendolo”.
    Non è questa una strategia sottilissima per ingabbiare il silenzio?, ma sarebbe più esatto forse parlare di «vuoto». Infatti, il concetto e la pratica della rappresentazione (Darstellung) si riferiscono ad un «pieno», che sta di fronte (Gegenstand), ma del «vuoto», che cosa si può dire? Del «vuoto» che sta dentro e fuori tutte le cose, che cosa si può dire se non niente?. Infatti il linguaggio umano può trattare soltanto delle cose piene, non può trattare delle cose vuote, il che significherebbe che stiamo trattando con un «vuoto». In realtà, quando l’arte ci parla del «vuoto», ci inganna, perché noi parliamo sempre delle cose piene. E allora l’arte è costretta a chiedere aiuto alla filosofia perché illumini questo tratto. E la filosofia ha bisogno dell’arte per poter parlare…

  2. Steven Grieco

    Nella filosofia e pittura cinese però del Vuoto si può parlare, anzi bisogna assolutamente parlarne, perché esso è la potenzialità pre-immaginifica, pre-cogitativa, pre-verbale che sottende ad ogni creatività, anzi ogni attività umana. Il Vuoto cinese non è un non-ente, bensì una realtà sottile, ben presente nella sua immensa sprigionante potenzialità.

  3. Sono d’accordissimo con te Steven, forse mi sono espresso male, bisogna mettere al centro della rappresentazione il «vuoto». Il paradosso è che il vuoto è un non-ente ed un ente, anzi, l’ente per eccellenza senza il quale il «pieno» non esisterebbe… ma in realtà siamo qui a parlarne io e te e Marco Onofrio e la rivista “Aperture”, perché la poesia italiana è lontanissima da ogni assunzione di responsabilità su questo problema. Tutta la poesia italiana di oggi non è altro che un minuscolo commento sul «pieno» attuale, su quello che si vede, sulle gambe della signora Minetti, su Erk ed Erika, sul supermercato del minimalismo superficiario, sulle sciocchezze del minimalismo e dell’iperrealismo toponomastico che fanno i milanesi. Tutta questa “poesia” è assolutamente superflua, scrittura letteraria per oziosi letterati.

  4. A PROPOSITO DEL VUOTO
    Stavo dicendo appunto di sgombrare il campo da tutte le diciture e le dicerie che si ripetono a pappagallo sulla poesia. Ricominciamo da capo. Proviamo a ricominciare da zero.
    C’è una pagina bianca. Che cosa ci devo mettere là dentro? – Ma la pagina bianca è la rappresentazione stessa del «vuoto», una raffigurazione, diciamo così, figurativa. Tra poco il poeta, colto da ispirazione, metterà sulla pagina bianca delle parole; ecco, il poeta traccia delle parole, scrive, mettiamo, queste parole :

    Da una porta sul retro del mare volano basso le poiane azzurre
    verso il sole diafano,
    affiorano dai bulbi degli oblò delle navi affondate
    i fantasmi, i clienti della locanda del tedio,
    simili ad ombre bianche; «Voi siete di qui?», mi chiedono

    Scusatemi, è una mia poesia inedita. Se leggiamo il primo verso e rallentiamo la lettura, ci accorgiamo di un assurdo: c’è addirittura una porta sul retro del mare. Bene, l’accostamento porta che sta dietro il mare stabilisce una distanza, uno spazio (un vuoto?) tra il mare e la porta… e un altro spazio (quello che si stabilisce tra le parole e il lettore) che insinua un’altra distanza, un altro spazio. Se proseguiamo la lettura, leggiamo “le poiane azzurre” che “volano basso“. Ecco, qui abbiamo un altro elemento fisico (le poiane) che volano basso. Il movimento cinetico delle “poiane” interferisce con la “porta” che sta “sul retro del mare” aggiungendo altro spazio allo spazio che il primo emistichio aveva aperto dinanzi al lettore. Quindi, riepilogando: nel primo verso così costruito abbiamo creato una molteplicità di spazi che si intersecano e corrispondono, che dialogano tra di loro e che dialogano con la sensibilità del lettore. E il lettore reagisce a questa dilatazione dello spazio, reagisce come può, chiedendosi che cosa voglia dire l’autore con questa associazione di parole. Ma è il secondo verso, molto breve, che chiarisce il senso: le poiane vanno “verso il sole diafano“; però alla fine del primo verso c’è una parola quasi casuale, ma che casuale non è, c’è la parola “azzurre”. Dunque, le poiane sono “azzurre”. ma perché “azzurre”? e non, mettiamo, rosse o bianche? Bella domanda, certo. Le poiane sono “azzurre” perché sono lontane dall’osservatore-lettore, tanto lontane che si confondono con il colore del mare e del cielo che è “azzurro”. La lontananza veste le cose di azzurro. Ma stiamo ancora commentando il primo verso e dobbiamo arrivare al secondo. Il secondo verso recita “verso il sole diafano“. E qui abbiamo un altro colore, il “diafano” che si aggiunge allo “azzurro” delle poiane. e anche qui la notazione coloristica serve a dare al lettore gli elementi per fargli intuire che siamo davanti ad un paesaggio lontano. C’è una lontananza che la poesia presenta come una vicinanza

    Arresto l’autocommento alla mia poesia qui, al secondo verso, ma tutta la poesia (molto lunga) è un movimento e un contromovimento di spazi bianchi e di spazi aperti, di spazi colorati che si intrecciano e si intersecano. Il tutto sulla pagina “vuota” e bianca.
    Per chi non se n’è accorto, stiamo parlando del «vuoto». È il «vuoto il tema centrale di questi due primi versi e di tutta la composizione che segue.

  5. letizia leone

    Caro Giorgio,
    la tua poesia è l’esemplificazione straordinaria del fatto che “la filosofia ha bisogno dell’arte per poter parlare”, e straordinaria è la tua capacità di catturare il lettore con i modi di una narrazione lirica affabulatoria che procede al disvelamento fenomenologico del vuoto.
    Così dall’esplorazione tattile (in allarme e al buio) del proprio territorio domestico, l’io-lirico saldo nel corpo e quasi appoggiato al muro dove buchi neri dell’impermanenza rompono la spazialità architettonica dell’abitato tra le porte del corridoio ( un vuoto fisicamente esperito), si passa gradualmente allo smontaggio del “pieno” interiore, allo svuotamento del proprio habitus… memoria, vissuto, identità…
    I lacerti di parlato e discorso diretto orchestrano magistralmente la potenza suggestiva del testo, e là dove manca la parola per dire il vuoto, questo riaffiora come pro-vocazione dal ritmo dei dialoghi…(allarmata conferma dell’ “esserci”, qui ed ora, in quanto già risucchiati dalla forza cinetica del vuoto):

    “Ci sono delle cose – replicavi in angoscia –
    quelle stanno ferme”.
    “Per fortuna ci sono le cose”,mi dicevo
    (in realtà parlavo a me stesso)
    “Forse un giorno…”, dicevi
    sottovoce dal vano della cucina…
    “Ricorderò?, vuoi dire che un giorno ricorderò (!?)
    che cosa dovrei ricordare, dimmi,
    che cosa?” replicavo
    indispettito…

    Una grande poesia sostenuta da una forte regia filosofica e critica. Complimenti.

  6. Steven Grieco

    “narrazione lirica affabulatoria che procede al disvelamento fenomenologico del vuoto” è una frase felice. Ho tradotto un’intero libro di poesie di Giorgio Linguaglossa in inglese, e posso dire di essere entrato abbastanza profondamente, per forza di cose, nel suo discorso poetico. Ho scoperto moltissime cose, sicuramente, fra cui questo aspetto messo in risalto da Letizia Leone, ma non so se avrei potuto dirlo nello stesso modo.
    Affastellando immagini su immagini con immensa “generosità”, Linguaglossa tende a rivelare (o creare?) un precipizio, io direi proprio il precipizio della parola post-moderna, parola che non e’ piu’ sicura di se stessa, e così rivela il suo vuoto. Non so se Letizia intendesse una cosa del genere.
    E anche che questa poesia cosi’ ricca di angeli, compositori, pittori, filosofi, e personaggi inventati, finisce per suggerire la povertà di idee del presente. Come se fossimo, in Occidente, troppo ricchi di cultura per crearne di nuova. Linguaglossa ci dice che non è proprio così.
    Ed infatti sembra strano che oggi il poeta (ormai da diversi decenni) quasi sempre si imponga tutto da solo un limite di mezzi e di idee. Una inspiegabile avarizia, che colpisce moltissimi poeti, anche se per alcuni altri, pochi e rari, è proprio questa economia di mezzi che ne fa la grandezza. (Ma avarizia non è uguale a economia di mezzi.)
    Linguaglossa esprime uno strano sbigottimento rovesciato. Ecco perché, e per la ricchezza immaginifica, la sua poesia si legge benissimo, e’ avvincente, entusiasmante. E direi che non è poco, anzi tantissimo. Mentre quell’altra poesia, buona o meno buona, tende invece a essere una poèsie-à-thèse (se posso dire così) in quanto deve dimostrare la bravura del poeta, o l’affiliazione ad un modo di pensare, o ad una cerchia, o qualcos’altro. Per cui perde di spontaneità, e soprattutto non trasmette un invito alla lettura. Una volta perso l’invito al lettore di leggere, direi che abbiamo perso la stessa raison d’ètre della scrittura.
    Comunque Linguaglossa è un poeta complesso, questo sì. Le sue poesie sono quasi sempre valigie con il doppio fondo. Enigmatiche. Non facile sviscerarle.

  7. In una recente intervista Il critico Georg Steiner così risponde ad una domanda sull’Europa :

    Entre le mois d’août 1914 et le mois de mai 1945, l’Europe, de Madrid à Moscou, de Copenhague à Palerme, a perdu près de 80 millions d’êtres humains dans les guerres, déportations, camps de la mort, famines, bombardements. Le miracle, c’est qu’elle ait subsisté. Mais sa résurrection n’a été que partielle. L’Europe traverse aujourd’hui une crise dramatique ; elle est en train de sacrifier une génération, celle de ses jeunes, qui ne croient pas en l’avenir. Quand j’étais jeune, il y avait toutes sortes d’espoirs : le communisme, et comment ! Le fascisme, qui est aussi un espoir, il ne faut pas se tromper. Il y avait aussi, pour le Juif, le sionisme. Il y avait, il y avait, il y avait… Tout cela, nous ne l’avons plus. Or, si l’on n’est pas saisi dans sa jeunesse par un espoir, fût-il illusoire, que reste-t-il ? Rien. Le grand rêve messianique socialiste a débouché sur le goulag et sur François Hollande – je prends son nom comme un symbole, je ne critique pas sa personne. Le fascisme a sombré dans l’horreur. L’Etat d’Israël doit survivre impérativement, mais son nationalisme est une tragédie, profondément contraire au génie juif, qui est cosmopolite. Je veux être errant, moi. Je vis d’après la devise du Baal Shem Tov, grand rabbin du XVIIIe siècle : « La vérité est toujours en exil. »

    La mondialisation ne favorise-t-elle pas cette errance ?

    Il n’y a jamais eu une telle fermeture géographique. Quand on quittait l’Angleterre, on pouvait aller en Australie, en Inde, au Canada ; il n’y a aujourd’hui plus de permis de travail. La planète se ferme. Chaque nuit, des centaines de personnes essaient de rejoindre l’Europe depuis le Maghreb. La planète est en mouvement, mais vers quoi ? Horrible est le destin actuel des réfugiés. On m’a fait l’honneur, en Allemagne, d’un grand discours devant le gouvernement. Je l’ai terminé ainsi : « Mesdames et Messieurs, toutes les étoiles deviennent maintenant jaunes. »

    En Malaisie, on parle trois langues.
    Cette idée d’une langue maternelle
    est une idée très nationaliste et romantique
    .”

    Vous sentez-vous malgré tout toujours européen ?

    L’Europe reste le lieu du massacre, de l’incompréhensible, mais aussi des cultures que j’aime. Je lui dois tout, et je veux être là où sont mes morts. Je veux rester à portée de la Shoah, là où je peux parler mes quatre langues. C’est mon grand repos, c’est ma joie, c’est mon plaisir. J’ai appris l’italien après l’anglais, le français et l’allemand, mes trois langues d’enfance. Ma mère commençait une phrase dans une langue et la finissait dans une autre, sans le remarquer. Je n’ai pas eu de langue maternelle, mais, contrairement aux idées reçues, c’est assez commun. En Suède, on a le finlandais et le suédois ; en Malaisie, on parle trois langues. Cette idée d’une langue maternelle est une idée très nationaliste et romantique. Mon multilinguisme m’a permis d’enseigner, d’écrire Après Babel : une poétique du dire et de la traduction et de me sentir chez moi partout. Chaque langue est une fenêtre ouverte sur le monde. Tout ce terrible enracinement de Monsieur Barrès ! Les arbres ont des racines ; moi, j’ai des jambes, et c’est un progrès immense, croyez-moi !

    Fin qui Steiner. Bene. Riprendiamo il filo del discorso. Ho parlato negli ultimi due decenni, a più riprese, della Crisi della ragione Poetica, che, tradotto, significa Crisi della poesia da intendere nel più vasto ambito della Crisi dell’Europa. Ma, insomma, non credo di essere stato preso sul serio dalle consorterie letterarie del nostro paese. Certo, al centro della Crisi c’è un VUOTO, si apre il baratro di un vistosissimo vuoto. Ed io mi chiedo: chi se ne è accorto ? Quale poeta italiano degli ultimi, diciamo, tre quattro decenni si è impegnato nella interrogazione del problema del vuoto? La poesia e il romanzo italiani di questi ultimi decenni si sono impegnati con sagacia nelle tematiche delle relazioni personali, un quotidiano infarcito di banalismi e di truismi… Tematiche cosmopolitiche, interscambiabili, perfettamente riconoscibili e leggibili la cui somma è = Zero.

    Cito ancora da Steiner :

    La littérature a choisi le domaine des petites relations personnelles. Elle ne sait plus aborder les grands thèmes métaphysiques

  8. TRADUZIONE DAL FRANCESE di Fracois Cheng DI STEVEN GRIECO:

    La pittura cinese antica la cui storia ci è conosciuta soprattutto a partire dagli Han (II sec a. C. – II sec d. C.) ha seguito una evoluzione partendo da una tradizione segnata dal realismo verso una concezione di più in più spirituale. Per spirituale noi non intendiamo una pittura con soggetti religiosi – che però è sempre esistita nel corso della storia, in particolare quella della tradizione buddista – ma una pittura che tende essa stessa a diventare spiritualità. Spiritualità essenzialmente ispirata al Taoismo, e arricchita in seguito dalla filosofia Ch’an (Zen). E’ in questo contesto che sotto i T’ang (VII – IX sec. d. C.), grazie alle opere di un Wang Wei, di un Wu Tao-tzu, nacque una pittura in cui domina il Vuoto; essa doveva raggiungere il suo apogeo sotto i Sung e gli Yuan (X – XV sec. d. C.).
    Ciononostante, sul piano teorico, molto prima dei T’ang, fin dall’epoca delle Sei Dinastie (IV – VI sec. d. C.), che vide nascere il pensiero critico intorno all’arte, il concetto del Vuoto fu messo all’onore da teorici quali Hsieh Ho e Tsung Ping. Da allora in poi, esso resterà il tema più importante nel pensiero estetico cinese. Questo pensiero poggia su una letteratura particolarmente abbondante.
    (…)
    Prima di proporre uno studio semiologico partendo da questi testi, ci sembra necessario, con il rischio di ripeterci, ricordare certe idee filosofiche basilari sulle quali poggia la pittura cinese.
    Ricordiamo prima di tutto l’importanza della cosmologia, nella misura in cui la pittura non mira a essere un semplice oggetto estetico; essa tende a divenire un microcosmo ricreante, alla maniera del macrocosmo, uno spazio aperto dove è possibile la vera Via. (Wang Wei: “per mezzo di un minuto pennello, ricreare il corpo immenso del Vuoto.” Tsung Ping: “Il contatto spirituale, una volta stabilito, le forme essenziali saranno realizzate; ugualmente, sarà captato lo Spirito dell’universo. Non sarà allora la pittura tanto vera quanto la Natura stessa?”) Da qui il primato che viene dato al concetto del soffio. Se l’universo ha inizio dal Soffio primordiale e non si muove se non grazie ai soffi vitali, è necessario che questi stessi soffi vitali animino la pittura. Mancare del soffio, è il segno stesso di una pittura mediocre. Correlativa alla nozione del soffio è quella dello Yin-Yang che incarna le leggi dinamiche che regolano tutte le cose. Dallo Yin-Yang sono nati, in pittura, da una parte l’idea di polarità (Cielo-Terra, Montagna-Acqua, Lontano-Vicino, etc.) e, dall’altra, quella di li “leggi interne o linee interne alle cose”. Mossa da queste due idee, la pittura non si contenta più di riprodurre l’aspetto esteriore delle cose, cerca di captarne le linee interne e fissare i rapporti nascosti che esistono tra di loro. (Tsung Ping: “Inoltre, lo Spirito non ha alcuna forma propria; è attraverso le cose che prende forma. Si tratta allora di tracciare le linee interne delle cose per mezzo dei tratti di pennello abitati dall’ombra e dalla luce. Quando le cose sono in questo modo adeguatamente colte, esse divengono le rappresentazioni della Verità stessa.”)

    E’ in questo contesto ad un tempo filosofico ed estetico che interviene l’elemento centrale della pittura cinese: il Tratto del pennello. Vedremo, più avanti, tutto il contenuto specificamente pittorico del Tratto. Qui, sotto il punto di vista filosofico, ci è sufficiente sottolineare che il Tratto tracciato, agli occhi del pittore cinese, è realmente il collegamento fra l’uomo e il sovrannaturale. Poiché il Tratto, per la sua unità interna e la sua capacità di variazione, e Uno e Multiplo. Esso incarna il processo attraverso cui l’uomo disegnando raggiunge i gesti della Creazione. (L’atto di tracciare il Tratto corrisponde a quello stesso atto che trae l’Uno dal Caos, che separa il Cielo e la Terra.) Il Tratto è allo stesso tempo il Soffio, il Yin-Yang, il Cielo-Terra, i Diecimila esseri, sempre prendendosi carica del ritmo e delle pulsioni segrete dell’uomo.

  9. Secondo il Tao: Prima dell’Uno c’è il Vuoto supremo, il Soffio primordiale che precede lo Yin e lo Yang che interagiscono tra loro grazie al Vuoto che è quell’entità che unisce e separa…

    Ritengo ineludibile ritornare a pensare il Vuoto se si vuole fare poesia moderna; voglio dire che le parole non provengono dal silenzio, ma dal Vuoto. E questo cambia tutto. Cambia la Cosa e il modo di porla nello spazio e nel tempo. Voglio dire che pensare di continuare a fare poesia lineare che rincorre la linearità della narrativa, è un pensiero che rivela un orizzonte molto limitato.

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