Note a margine della poesia di Faslli Haliti – “L’uomo è forte della violenza che tenta di schiacciarlo, imbavagliarlo, spegnerlo” – Lettura critica di Marco Onofrio con una scelta delle poesie

Faslli Haliti copertina

Faslli Haliti “Poesie scelte (1969-2004)”, a cura di Gëzim Hajdari (EdiLet, 2015, pp. 156, Euro 16)

La poesia di Faslli Haliti è potente e persuasiva perché fatta di parole che gemmano per secrezione dal dolore patito e attraversato; distillate, nella fattispecie, dall’ingiustizia dei 15 anni di confino politico inflitti al poeta dissidente dal regime sanguinario di Enver Hoxha. Il tema principale sollevato dal volume “Poesie scelte (1969-2004)”, a cura di Gëzim Hajdari (EdiLet, 2015, pp. 156, Euro 16), che propone la prima traduzione in italiano, con testo a fronte albanese, delle poesie di Faslli Haliti, è il rapporto degli intellettuali coi mille volti del Potere, le sue maschere cangianti, le sue realtà mistificate, le sue infami ingiustizie, le sue ambigue coercizioni. Ovvero, la violenza eterna della storia. Le reazioni degli intellettuali sono altrettanto molteplici, varie ed ambigue, ma sostanzialmente condensabili in un poker di opzioni fondamentali: integrarsi; opporsi; fingere di integrarsi; fingere di opporsi. Haliti si è opposto senza fingere, con tenacia e coerenza irremovibili, e ne ha pagato in prima persona le conseguenze.

ARRIVEDERCI

La direzione:
A sinistra!
Io
dritto.

La direzione:
A destra!
Io
dritto, avanti.

L’ordine:
Dietrofront!
Io
sempre avanti.

Arrivederci miei capitani!

Manifestazione a Tirana, 1990

Manifestazione a Tirana, 1990

[Riflessione a latere]: forse la perfetta democrazia nuoce alla forza dell’arte. La grande arte presuppone l’orrore della storia, l’ingiustizia della società, il grottesco dell’uomo. La poesia ha bisogno di prorompere come grido straziato dall’ingiustizia del mondo. Di sognare un mondo diverso da realizzare. Di avere nemici da colpire con le parole. Se al poeta che canta l’amore diamo l’amore, smette di cantare; allo stesso modo, forse, se alla poesia civile togliamo il motivo del dissenso, perde la sua efficacia. Infatti, quando sono caduti i regimi oppressivi dell’est europeo, si è affievolita anche la grande poesia di quei Paesi. Al clamoroso potere dispotico degli antichi regimi (dittature del ‘900 comprese) è subentrata la versione “soft”, più adatta alla società liquida che stiamo oggi vivendo, dove imperano per vie occulte le oligarchie finanziarie e dove, sotto l’apparente democrazia, lo scenario storico soffre il degrado quasi irreversibile di una corruzione generalizzata. Ammoniva A. de Tocqueville ne “La democrazia in America” (1840): «Vedo chiaramente nell’uguaglianza due tendenze: una che porta la mente umana verso nuove conquiste e l’altra che la ridurrebbe volentieri a non pensare più. Se in luogo di tutte le varie potenze che impedirono o ritardarono lo slancio della ragione umana, i popoli democratici sostituissero il potere assoluto della maggioranza, il male non avrebbe fatto altro che cambiare carattere». Tocqueville già intravedeva la metamorfosi del dispotismo nella forma moderna dello Stato-Massa: una folla smisurata di «esseri simili ed uguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri», che poi è quello che vediamo ogni giorno materializzarsi davanti ai nostri occhi, sotto forma di “pescicani”, mostri della porta accanto, opportunisti spregiudicati, procacciatori di prebende e galoppini della politica degenerata.

La poesia di Faslli Haliti s’immerge dunque nel caos infernale della storia, come per estrarne il peso del mondo e dell’uomo, tra gli equilibri delle forze in gioco, nell’incrocio dei tiranti, dei nodi, dei grovigli, delle corde, delle pulegge, delle ruote, degli anelli, dei cursori, ovvero nell’eterna dialettica di spinte e relative controspinte, che tiene in piedi il palcoscenico. Alla violenza devastatrice dell’uomo si oppone la naturalità del “principio gravitazionale newtoniano”: l’aderire dei gravi e delle forze alle leggi del cosmo; la misteriosa necessità per cui ogni cosa è ferma nell’inerzia di se stessa, al centro del posto assegnatole nel mondo.

La strana capacità d’ogni goccia
di disegnare cerchi con esattezza.
così precisi forse non li trovi
nemmeno in geometria.

Haliti sembra provare meraviglia – come un viandante assetato che scopra un’oasi in mezzo al deserto – per la purezza cristallina di queste leggi, così lontane dalla slealtà e dalla inaffidabilità di quelle umane. La poesia diventa la descrizione asciutta e oggettiva, ma suggestiva (per sottrazione e scarnificazione), di ciò che accade: una specie di mappa radiografica del divenire – da cui l’importanza del verbo-motore, che innesca e articola il meccanismo –, dove il poeta, espletati i suoi compiti “cronachistici”, cerca l’essenza del fenomeno: «Le cose scompaiono / i simboli restano». Se dunque «non c’è nulla di eterno» che cosa resta in fondo a ciò che passa? In primo piano è la natura, nella sua capacità di configurarsi a simbolo: dell’essere, del divenire, dell’esperienza. I rami che «attendono il peso del frutto desiderato» possono benissimo parlarci di noi, di quello che noi siamo nel profondo. Haliti segue impassibile i cicli della natura, l’arrivo delle stagioni, l’appartenenza al tempo di ogni cosa. «La gemma fa sciogliere la neve con il fuoco del fiore, / il fiore annuncia la primavera, / si trasforma in frutto / e cade a terra con onore». Haliti dà voce soprattutto all’autunno, stagione fulgida della maturità piena, degli alberi «come coppe d’oro».

Manifestazione ufficiale a Tirana

Manifestazione ufficiale a Tirana

Emerge, da questo “spettacolo” cosmico, la dialettica che da sempre oppone l’uomo alla materia, i tempi storici ai tempi biologici, la cultura alla natura. Ogni cosa dona se stessa (non può fare altro), e ogni frutto ha la sua stagione: l’uomo, invece, può donare ininterrottamente il mondo intero perché, nel raggio delle sue potenzialità creatrici, lo abbraccia e lo contiene dall’interno (si pensi al De hominis dignitate di Giovanni Pico della Mirandola, 1486).

VEDO

Nel nocciolo del frutto vedo il seme,
nel seme vedo il fiore,
nel fiore il frutto,
nel frutto il tronco,
nel tronco vedo i rami,
nei rami le foglie,
vedo di nuovo i fiori,
il nuovo frutto,
il nuovo seme
che attende di germogliare.

Solo il rigenerarsi umano non ha stagioni!

Se c’è un fondo di orrore già nella natura («l’allodola finisce tra gli artigli del falco, e la primavera «non si dimentica mai / di far risvegliare ogni anno / anche le vipere e le serpi»), un orrore maggiore si cela in fondo alla storia umana, che è vicenda infinita di guerre, violenze, ingiustizie, prevaricazioni. I “fiori neri” appartengono soltanto all’uomo, la natura non ne produce.

Scontri-a-Tirana 2001

Scontri-a-Tirana 2001

L’UOMO CON LA PISTOLA

Lui aspetta che tiri vento
non per vedere gli alberi spogli,
non per veder cadere le foglie gialle,
ma per far alzare il lembo della giacca
e far vedere la pistola nella cintola.

Lui aspetta che venga la primavera,
non per mietere e falciare,
ma per togliere la giacca
e far vedere sotto la giacca
la pistola.

Occorre difendere gli uomini dagli uomini. Né vale, a riparo, la sanità ancestrale della cultura contadina, da cui Haliti proviene, a suo modo feroce ma intrinseca ai cicli del tempo, “innocente” anche quando barbarica, con la mitologia delle semplici cose, il lavoro, il sudore, il profumo del pane, la sacralità dei gesti rituali.

Mia madre sfornava il pane
e lo riponeva nella madia;
il volto del pane era madido di sudore
come la fronte di mio padre quando lavorava.

Sono ricordi che consentono ad Haliti di dar fondo alla sua essenza di uomo e alla sapida corposità delle sue parole:

La luna lievitava nella brace delle stelle
come focaccia gialla di mais
e profumo di pane
diffondeva in cielo.

Lo sguardo di Haliti è, suo malgrado, intriso di disincanto. «Non credete ai bei fiori senza frutta!». E ancora: «Pozzanghera perché sei così torbida? / Per nascondere il fondo / e sembrare profonda!» E infine: «nessuno ho ascoltato / a nessuno ho creduto, / neanche a Dio, / né agli dèi. // Figuriamoci ad un Partito». Ne viene un canto sommesso che sale dal cuore delle dissonanze, nonostante i traumi e i drammi patiti. Quest’armonia violata è come una ferita senza dove, un dolore che punge ma non si rintraccia. Si legga ad esempio

Faslli Haliti

Faslli Haliti

BELLISSIMO VERDE

Non ci parliamo più,
i nostri discorsi,
la nostra intimità di un tempo,
come pietre di un rudere sgretolato.

Coperto da un bellissimo verde.

E si colga la sottile inquietudine che serpeggia fra le trame umbratili di questo idillio:

I RUSCELLI

Dopo la pioggia,
il sole
tramonta
con un riflesso aureo
al crepuscolo.
I ruscelli
scorrono nei campi
come catene d’oro.
Sotto la minaccia
delle nuvole,
nel petto della campagna,
s’intrecciano ombre e arcobaleni.

Il disincanto non gli impedisce di vedere la bellezza del mondo (amori, «visciole labbra», occhi fuggenti, corpi avvenenti), ma gli impone di passarci accanto senza aderirvi, quasi con passo felpato, perché la vita e la bellezza scappano via da tutte le parti, come l’acqua dal cavo di una mano, e chi vi si identifica troppo si ritrova coinvolto dalla loro fine; la poesia, invece, rintraccia l’eternità del fenomeno fuggente, e ha bisogno – distillando, come in questo caso, il liquore forte dell’esistenza – di riservare alle parole lo spazio preventivo di un “a parte” da cui guardare le cose fuori e dentro al contempo, tacendole e dicendole nella misura di una stessa voce. La voce di Faslli Haliti offre alla poesia la guarigione delle sue ferite, la forza indomita della resistenza, la luce del dolore attraversato. Viene a dirci, senza dirlo direttamente, che l’uomo è forte: più forte della violenza che tenta di schiacciarlo, imbavagliarlo, spegnerlo. Ci fa sentire che una speranza è sempre possibile, malgrado la più oscura disperazione. Basta non perdere il filo della propria umanità: il filo che ci lega alla natura. La poesia di Haliti è a mio avviso importante proprio per questa sua capacità di annodare la ragione al sentimento, il pensiero all’emozione, la natura alla storia.

(Marco Onofrio)

Faslli Haliti

Faslli Haliti

La notte,
come madre di martirio dalla sciarpa nera,
stelle d’oro getta dall’alto,
come mazzi di fiori sulle tombe dei caduti.

.
NELL’INFANZIA

Quando scorgevo l’allodola tra gli artigli del falco,
che terrore,
che orrore!
Al posto del suo canto primaverile
sentivo i suoi pianti tragici in primavera.

Il mio desiderio era
di spezzare ali di falchi crudelmente
nell’infanzia,
senza ascoltare il consiglio dello zio Hugo:
«Chi guarisce l’ala del falco
è responsabile dei suoi artigli…»

Che terrore!
Che orrore!
Sentire i pianti tragici delle allodole
e non spezzare le ali al falco!

PRIMAVERA

La gemma fa sciogliere la neve con il fuoco del fiore,
il fiore annuncia la primavera,
si trasforma in frutto
e cade a terra con onore.

La terra inverdita lo accoglie.

(1984)

NOTTE DI MAGGIO

La luna come anello nelle mani della notte,
i neon abbagliano con luce di neve.
Noi parliamo sotto una mimosa bionda
come in una luna terrena.

Accanto a noi passano due lucciole
che sembrano fiammiferi.
E si perdono nel buio della notte
gioiose del nostro amore.

(1984)

LE CANNE

L’autunno
spaventa le canne con i tuoni,
le colpisce con la grandine,
i fulmini
e le piogge.
Dalla paura le canne gettano nelle pozzanghere
le proprie foglie ingiallite
che si spargono come piume di canarini.
Dopo la pioggia,
il suono di un flauto
fa gioire le canne
e le rende gioiose,
si scuotono le foglie come piume di canarino.

(1994)

Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971), poeta e saggista, è nato a Roma l’11 febbraio 1971. Tra critica, narrativa e poesia, ha pubblicato 22 volumi. Per la poesia ha pubblicato: Squarci d’eliso (2002), Autologia (Sovera, 2005), D’istruzioni (2006), Antebe. Romanzo d’amore in versi (Perrone, 2007), È giorno (2007), Emporium. Poemetto di civile indignazione (2008), La presenza di Giano (in collaborazione con R. Utzeri, EdiLet 2010), Disfunzioni (2011), Ora è altrove (2013) e Ai bordi di un quadrato senza lati (2015). La sua produzione letteraria è stata oggetto di presentazioni pubbliche presso librerie, caffè letterari, associazioni culturali, teatri, fiere del libro, scuole, sale istituzionali. Alle composizioni poetiche di D’istruzioni Aldo Forbice ha dedicato una puntata di Zapping (Rai Radio1) il 9 aprile 2007. Ha conseguito riconoscimenti letterari, tra cui il Montale (1996) il Carver (2009) il Farina (2011) e il Viareggio Carnevale (2013). È intervenuto come relatore di presentazioni di libri e conferenze pubbliche. Nel 1995 si è laureato, all’Università “La Sapienza” di Roma, discutendo una tesi sugli aspetti orfici della poesia di Dino Campana. Ha insegnato materie letterarie presso Licei e Istituti di pubblica istruzione. Ha tenuto corsi di italiano per stranieri. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche di carattere culturale presso Radio Rai, emittenti private e web radio. Ha pubblicato articoli e interventi critici presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo”, “Lazio ieri e oggi”, “Studium”, “La Voce romana”, “Polimnia”, “Poeti e Poesia”, “Orlando” e “Le Città”.

Gëzim Hajdari, è il massimo poeta albanese vivente e uno dei maggiori poeti contemporanei. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia. Ha scritto anche libri di viaggio e saggi, inoltre ha tradotto in albanese e in italiano vari autori. E’ vincitore di numerosi premi letterari. E’ presidente del Centro Internazionale Eugenio Montale.

Le sue recenti pubblicazioni sono: I canti dei nizam, Besa 2012; Nur. Eresia e besa, Ensemble, 2012; Evviva il canto del villaggio comunista, Besa, 2013; Poesie scelte, Controluce, 2014 e Delta del tuo fiume, Ensemble, 2015.

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13 commenti

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13 risposte a “Note a margine della poesia di Faslli Haliti – “L’uomo è forte della violenza che tenta di schiacciarlo, imbavagliarlo, spegnerlo” – Lettura critica di Marco Onofrio con una scelta delle poesie

  1. La poesia di Haliti è a mio avviso importante proprio per questa sua capacità di annodare la ragione al sentimento, il pensiero all’emozione, la natura alla storia.

    Concordo pienamente

  2. Incastonate come pietre preziose nell’eccellente lettura critica di Marco Onofrio, spiccano le poesie dell’albanese Faslli Haliti delicatamente tradotte dal poeta albanese Gëzim Hajdari, da molto tempo residente in Italia e ormai bilingue.
    “Ahi dal dolor comincia e nasce / l’italo canto” affermò Giacomo Leopardi nella canzone “Ad Angelo Maj…” mentre commentava la poesia del fiero esule Dante Alighieri, “non domito nemico / della fortuna” (strofe V).
    Non solo la poesia italiana, ma quella di ogni essere che soffre per la guerra, la dittatura, l’oppressione di vario genere, persino familiare, nasce dal dolore e sa vedere e raffigurare la bellezza dove e quando tace il fragore delle armi o l’imperioso divieto di vivere, pensare e scrivere liberamente.
    Il poeta coraggioso non obbedisce, non si piega al tiranno, pur sapendo che pagherà duramente la sua libertà di scelta. Eccone un esempio nella poesia “Arrivederci”:

    La direzione:
    A sinistra!
    Io
    dritto.

    La direzione:
    A destra!
    Io
    dritto, avanti.

    L’ordine:
    Dietrofront!
    Io
    sempre avanti.

    Arrivederci miei capitani
    *
    La natura, in molti poeti anche notevoli, svolge solo la funzione paesaggistica di sfondo alle vicende umane, tema delle loro poesie.
    In Faslli Haliti, invece, benché la storia e l’oppressione dittatoriale siano ben presenti come nella poesia sopra menzionata, la natura in tutte le sue stagioni e nelle sue trasformazioni è un elemento fondamentale spesso autonomo, talora in contrapposizione all’uomo.
    L’idillio “I ruscelli” è incantevole per l’arte raffigurativa propria del poeta, ma è capace di turbare (come Marco Onofrio acutamente nota) per alcune lievi allusioni insite nelle belle immagini: “catene d’oro”, “sotto la minaccia delle nuvole”; infatti, termina con il verso: “s’intrecciano ombre e arcobaleni”.
    Splendide le poesie “Primavera”, “Notte di maggio”, “Nell’infanzia”, “Le canne” e tutte quelle in cui il poeta evoca nei profumi e nelle immagini la vita contadina della sua amata terra albanese.
    Per me, di grande valore umano la poesia con cui concludo la mia breve lettura:

    La notte,
    come madre di martirio dalla sciarpa nera,
    stelle d’oro getta dall’alto,
    come mazzi di fiori sulle tombe dei caduti.

    Giorgina Busca Gernetti

  3. gabrielefratini

    Poesie noiose, come la maggior parte delle cose che commenta l’ottimo Onofrio. Un saluto.

  4. La poesia di Faslli Haliti ha qualcosa che noi post-moderni di un paese sviluppato (a doppio binario Nord Sud come l’Italia) abbiamo perso, e precisamente il suo carattere pre-moderno. Haliti è un poeta-contadino, legato mani e piedi alla realtà di una civiltà contadina che noi in Italia abbiamo avuto soltanto nella versione neo-realistica (che in poesia ha dato ben modesti frutti). La poesia di Haliti è nutrita, involontariamente, della ideologia del comunismo arcaico, ma se ne è anche distanziata rovesciando il paradigma comunismo arcaico dittatura arcaica, e prendendo una posizione di straordinario coraggio. L’opposizione alla dittatura, ma non dal punto di vista dello sviluppo progressivo ma dal punto di vista del “male” tout court: il “male” è la menzogna di cui il potere comunista arcaico è detentore. La sua poesia è presto detta, e si può condensare con le immagini del falco e dell’allodola, del carnefice e della vittima, del potere e del suddito. È una poesia di grande impatto, dicotomica, ossimorica, che non adotta le nuances, le sfumature; o si sta di qua o di là. È questo un insegnamento di straordinaria importanza per noi in Italia che abbiamo perduto non solo la bussola dell’orientamento ideologico ma finanche il senso medio del posto da occupare dirimpetto al Potere e alla ingiustizia sociale. Convinzione profonda di Haliti è che la poesia non può non prendere posizione dinanzi al Potere. Quello che a noi sembra ingenuo, è invece una cosa che abbiamo perduto irrimediabilmente. Qui da noi si fa poesia del corpo, dei vestiti, delle targhe delle macchine, degli articoli di cronaca nera, rosa e verde, poesia della chiacchiera che resta chiacchiera… Insomma, credo che la lettura di una poesia come questa possa essere un salutare correttivo spirituale.

  5. letizia leone

    Se come ha detto qualcuno (e non uno qualunque…) la storia universale è la storia di alcune metafore, allora la caratura della metafora di Haliti è la misura di una poesia pre-industriale e pre-capitalistica. Poesia “della terra” immersa nella Storia e Haliti condannato ai lavori forzati nei campi, condannato a spingere per quindici anni un aratro dietro ai buoi, mi fa pensare a una tra le prime parole che rifulgono nella nostra lingua: Versòrio, l’ aratro dell’Indovinello veronese!

    Se pareba boves, alba pratàlia aràba
    et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba

    teneva davanti a sé i buoi, arava bianchi prati,
    e un bianco aratro teneva e un nero seme seminava

    …quasi che per involontaria predestinazione analogica quel vertere i campi ( vertere: radice latina di verso) fosse la condanna inevitabile per un poeta. Poeta contadino che negli anni scrive la sua poetica dell’aratro silenziosamente scavando, vertendo, tracciando e voltando riga e verso sul suolo albanese… a volte desublimando la natura, luogo di riconciliazione e purificazione,ma anche dimensione della prima infanzia dell’umanità come segnalato nell’idillio sulla luna ( focaccia gialla di mais e profumo di pane), ma una natura che nega ormai ogni nutrimento a noi uomini della post-storia…

  6. Il poeta albanese Gëzim Hajdari, traduttore delle poesie dell’albanese Faslli Haliti e curatore del libro “Poesie scelte” (1969-2004), nell’introduzione al volume, leggibile anche in internet nell’annuncio della presentazione a Roma il 12 giugno scorso, scrive:
    “Per 15 anni consecutivi: fu mandato in campagna per essere «rieducato», in quanto persona indesiderata dal Partito. Per diversi anni, pur essendo professore di italiano e di francese, lavora dietro il carro trainato dai buoi nella cooperativa agricola di Stato, a Fiershegan, provincia di Lushnje. Nessuno degli operai e dei contadini poteva rivolgergli la parola, perché egli era considerato dal Partito un “reazionario”…
    Indipendentemente dalla disumanità della “rieducazione” di chi non si piega al dittatore e alle sue idee, mi pare strano che in Albania si ari la terra con un carro invece che con un aratro, il quale fende la terra con la lama del vomere e la rivolta con lo stesso vomere (versoio di metallo).
    Mi piacerebbe conoscere il parere di Gëzim Hajdari su questo argomento.

    Giorgina Busca Gernetti

  7. letizia leone

    .E dunque? Il senso profondo emozionale di una poetica della terra e di parola/azione originaria rimane al di là della specifica pratica dietro il carro dei buoi ( che poeticamente ho visualizzato come l’azione basica dell’arare)…Un saluto e buona lettura

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