Archivi del giorno: 4 agosto 2015

POESIE SCELTE di Piergiorgio Viti da “Se le cose stanno così” italic, 2015 con un Commento di Giorgio Linguaglossa

città tramPiergiorgio Viti vive nelle Marche ed è professore di lettere nella scuola media. Le sue poesie vengono tradotte in rumeno da Geo Vasile e in spagnolo dal giornalista e poeta argentino Jorge Aulicino. Pubblica nel 2011 la sua prima raccolta di poesie, Accorgimenti (L’arcolaio editore). Partecipa anche a diversi reading, tra i quali quello per “Musicultura” di Macerata (2005), quello per la “Fondazione Claudia” Roma, intitolato “Educare alla bellezza” (2011); partecipa anche come ospite “O musiva musa” a Ravenna (2013) e alla “Punta della Lingua” ad Ancona (2105). E’ anche autore di saggi critici, in particolare cura un intervento critico per il catalogo sulla mostra di Pietro Annigoni, a Senigallia, nel 2010, tradotto anche in cinese mandarino. Nel 2011 traduce dal francese I Preludi di Alphonse de Lamartine, interpretati da Paola Gassmann e Ugo Pagliai per il festival di musica da camera “Armonie della sera”.

Nel 2012, per l’anteprima dello stesso festival, scrive La fiabola di Virginio e Virgilio, interpretata da Tosca. Nel 2013 firma lo spettacolo I sogni di Ray, interpretato da Carlo di Maio, attore già protagonista con Troisi del film “Il postino”, che debutta e fa il pieno al botteghino per una settimana alla Casa delle Culture di Roma. Nel 2015 esce la raccolta poetica e le cose stanno così”, edita da Italic.

 piergiorgio viti copCommento di Giorgio Linguaglossa

 In un certo senso, Piergiorgio Viti  fa una operazione molto semplice, viene a patti con la realtà, il poeta fa la mimesis della realtà quella realtà che va dove la porta il vento delle cose, ed è un ritratto oggettivo del reale quello che ne esce. L’autore adopera il verso libero con agevole padronanza, ha il tocco giusto per le nuances e gli sfondi della periferia marchigiana (una qualsiasi città di provincia italiana), le situazioni e i personaggi sono raffigurati con pochi tocchi eccentrici, cioè fuori centro, fuori del punto di vista dell’osservatore, per aspetti casuali e marginali. Dove non c’è più una biografia si assottiglia anche la possibilità che vi sia una identità, quella identità che nella nostra civiltà globale stenta a profilarsi. Al registro mimetico corrisponde una fedeltà al referente, una estrema letteralizzazione del testo con relativa espulsione di ogni tesi figurativa, ma è con questa scrittura così controllata ed essenziale che Piergiorgio Viti può descrivere un minuscolo pezzo della periferia dell’impero globale, è il suo modo di restare fedele ad una opzione realistica. Recita il risvolto di copertina: «Se le cose stanno così è un omaggio, nel titolo, a Sergio Endrigo, a un tempo che non c’è più. La provincia di cui si parla è una provincia quasi scomparsa, baldiniana, popolata di personaggi che incarnano l’umanità, nei suoi valori più universali: c’è infatti l’ossessa, c’è l’ipocondriaco, c’è il radiocronista del sabato che racconta a nessuno la sua partita, perché nessuno lo ascolta, c’è Mario che scrive un testamento sotto l’effetto di un aperitivo». Un pezzo minuscolo della storia del nostro paese filtrato attraverso la lente della memoria.

Piergiorgio viti in posa

Acquazzone. Acqua. Acqua. Acqua.
Fuocherello. Fuoco.
Ora di me fai
cenere.

Immagino che tu possa tornare

È per questo che lascio
la porta di casa aperta,
perché tu non debba
nemmeno bussare,
ma presentarti quando vuoi
per esempio
all’ora di pranzo
o quando faccio la doccia.

Forse mi chiederesti
dove sei stato tutto questo tempo“,
e io ti risponderei
facciamo finta di niente
mentre apro una scatoletta di tonno.

*

La mia passeggiata infastidisce
i cani del quartiere che, ad ogni passo,
con le pupille strangolate di rabbia,
abbaiano verso la notte,
e l’eco di quello sforzo
tormenta le colline illuminate a festa.

Poi sulla festa cala il silenzio,
gli invitati se ne vanno
rassettando i vestiti. Lo avranno
fatto davvero – penso – , ecco perché
sono qui da solo,
mentre i lampioni eclissano le strade.

Tutti hanno fretta di una fine.

*

Mi avete detto: l’abbiamo riordinata,
ma adesso non trovo più niente.
Dove sono finiti i miei libri?
Erano disposti a caso, ma come un padre
riconosce, tra tanti, dalla capigliatura
i suoi figli, io dai colori sapevo
che qui c’era la Ginzburg, qui Bradbury,
più in là i poeti, e ora?
Dove sono i miei appunti?
Perché avete tolto la velina alle medicine?
Vi interessano le mie patologie?

Siete ladri al contrario.

*

Mi lasci fuori
anche dalle tue parentesi;
lì, lontano dal tuo abbraccio
i prati sono ghiacciati,
il mare, alla sera,
si prosciuga nelle mani
ed io vivo
una vita

involontaria.

*

(2 novembre)

Oggi è il compleanno dei morti.
Sono andato a trovarli,
nella loro casa, il cimitero,
che poi non è tanto distante
dalla mia.
Mi aspettavano in fila indiana,
nelle loro tombe bianche,
vestiti con l’abito migliore,
qualcuno perfino sorrideva.
Ho chiesto loro come stavano:
ogni tanto si annoiano,
e per passare il tempo
giocano a bocce,
bevono insieme vino novello…
E mio fratello?
Lui, mi hanno detto, non lo trovi mai,
è sempre in giro in bicicletta,
bisogna chiamarlo ad alta voce
che forse ti risponde…

*

(la miope)

Non è raro che sbagli,
confondo le entrate
con le uscite,
gli autobus che partono
con quelli
che ritornano;

alcune volte ho scambiato con altri
perfino
il mio amore,
ma me ne sono accorta subito,
dall’odore del dopobarba
o perché l’abbraccio
non era lo stesso.

Non è raro che sbagli,
però
mi piace così,
preferisco ascoltare,
e se mi chiedono
come mai non indosso occhiali,
rispondo che la realtà
fa così male
che a volte è meglio

immaginarla.

*
Non esce più di casa,
è giallo come un panno sporco,
sta male, uno di quei mali
che ti ingoia pure le budella,
e passa le giornate
a smazzare solitari e tirar giù
qualche santo,
eppure prima non stava mai fermo,
lo vedevi in bici dal mattino
a respirare la nebbia
appoggiata sopra i campi,
e il figlio
il figlio se ne frega,
ha un’amante fresca
che pare un ciclamino,
e la domenica stanno via,
migrano, hai capito,
come le rondini
quando iniziano i temporali,
e la moglie
la moglie dovresti vederla,
sulle labbra ci appoggia quel rossetto
che tutti la stanno a guardare,
e non va mai a messa
a dire due parole al Signore,
a scambiarci insomma qualche confidenza,
che poi di cose da dire ne avrebbe,
molto più di noi…

*

Ride Valentina, ride
seduta sul divano,
dice che ha una parrucca diversa
per ogni occasione, che le mani
a volte non afferrano gli oggetti.
“Parestesia si chiama” , ma in fondo le cose
stanno bene dove stanno, e per qualsiasi
bisogno ha angeli custodi
in tutto il quartiere. Insomma
il cancro è una pacchia, penso,
mentre accendendosi una sigaretta
mostra delle foto, è felice.
“Devo morire di cancro,
mica di depressione” e poi
racconta di strani liquidi
che le escono dai piedi,
ogni volta che va dalla tossicologa.
“Sei quasi Gesù”, le dico, “ti manca
una Maddalena che te li asciughi
quei piedi”, mentre lei continua a ridere.
Ride Valentina, ride
non sa che i suoi occhi fanno più luce

di un intero pomeriggio a Roma.

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