Andrea Cortellessa intervistato da Nanni Delbecchi “Spengono i poeti perché sfuggono alla melassa”, “il poeticidio”, “Che fare?”, ed un Estratto da un articolo di Andrea Cortellessa

il poeticidio dei libri di poesia

il poeticidio dei libri di poesia

Faccio copia e incolla da LPLC di un post di Andrea Cortellessa del 23 luglio 2015 che riguarda il nostro discorso sulla presunta chiusura della collana di poesia Lo Specchio della Mondadori:

[…] Venendo agli altri interventi, devo dire che rappresenta un’occasione mancata, soprattutto, quello di Alfonso Berardinelli. Fra quelli in attività è lui il maggior critico di poesia: quello cioè che avrebbe, ancora oggi forse, i maggiori strumenti per rispondere alle domande che in questi giorni si vanno facendo. Ed è oltretutto anche – co-autore nel ’75 con Franco Cordelli di un’antologia, Il pubblico della poesia, che per prima antivide il mondo in cui si andava trasformando quello, cioè il nostro – pienamente e personalmente parte in causa. Col suo pezzo s’è invece iscritto al partito dei tantopeggiotantomeglisti (rappresentato allo stato puro da un intelligente poeta e saggista di destra, Davide Brullo, guarda un po’ sul Giornale: che è fra parentesi la più tipica malattia infantile dell’estrema sinistra culturale del nostro paese. (Aveva davvero ragione, allora, un poeta assai irritato con lui quando lo definiva «Adorno di Monteverde»?)

Dice, il tantopeggiotantomeglista: era così scarsa (qualitativamente), la proposta recente dello «Specchio», che tanto vale che questo chiuda una buona volta i battenti. A parte che, all’atto pratico, se (come è dato oggi prevedere) questa collana semplicemente ridurrà gradualmente le uscite sino all’ineffettualità, il risultato sarà che potrà pubblicare solo le fetecchie di stretta ordinanza (senza potersi permettere i libri “veri”, di Antonella Anedda, Mario Benedetti o Mark Strand), questa obiezione pecca d’essere schiacciata sul presente, sui giudizi che oggi siamo in grado di dare. Se è vero che, concede micragnoso Berardinelli, «di poeti pubblicabili, cioè leggibili (anche se poco vendibili) in Italia ce ne sono circa una dozzina, magari anche venti, o se proprio si vuole si arriva a trenta», semplicemente non è vero – non è quantitativamente vero, intanto – che «non c’è quindi sufficiente materia per alimentare e tenere in vita» le collane di poesia. Se sono venti, o addirittura trenta, questi poeti, essi produrranno mediamente dieci-venti libri all’anno; e le collane “storiche”, fino ad oggi appunto, erano due. Ma il punto non è quantitativo; non così banalmente, almeno. Lo dimostra Paolo Febbraro, con la sua utile “verticale del 1961”: se oggi possiamo concludere che lo «Specchio» di allora (gestito da un certo Vittorio Sereni) «aveva fatto per intero il proprio dovere», lo poté fare perché aveva la possibilità di sbagliare. Cioè di sperimentare, piaccia o meno questo termine; di pubblicare cose che nel presente possono apparire, a questo o quel lettore o critico, illeggibili o «inutili» (per usare l’interessante termine di Berardinelli) ma che ad altri, già oggi, appaiono invece perfettamente leggibili, e magari pure utili; e che magari tanto più appariranno tali ai lettori a venire: quelli che oggi leggono con la massima utilità Auden, sì, ma anche Celan. Scommettere sul futuro è stata una prerogativa profonda dei moderni, e se oggi l’abbiamo persa – non solo ovviamente in ambito editoriale – le conseguenze, a livello economico politico umano, sono sotto gli occhi di tutti.

Andrea Cortellessa

Andrea Cortellessa

Dice infine, ma che problema c’è se la poesia non verrà più pubblicata su carta? C’è la Rete, bellezza. Un altro amico intelligente, Daniele Giglioli, suole dire che il verso famoso di Hölderlin, «là dove è il pericolo, lì è la salvezza», altro non è che l’ultima risorsa dei disperati. Capovolgiamo i termini: se – come a me pare assai evidente – la rete per la poesia è oggi una specie di pozzo senza fondo, dove si trova tutto e il contrario di tutto (cioè, appunto, il nulla), si potrebbe dire che, là dove parrebbe esserci la salvezza, proprio lì è il pericolo. A sessant’anni di distanza da quando è stato pubblicato il saggio di Calvino con quel titolo famoso, è oggi che navighiamo, frastornati e senza uno straccio d’indirizzo, nel mare dell’oggettività. Dove però, in realtà, regnano indisturbate le soggettività – intemperanti e risentite – degli autopubblicatori e autopromotori social-seriali. (Fu non a caso uno dei protagonisti della generazione del Pubblico della poesia, Dario Bellezza, a usare per primo il titolo Il mare della soggettività.)

Si ripete allora sconsolati: Che fare? Un grosso lavoro è quello che ci attende, e che spetta principalmente a quella generazione di esseri «ibridi», come li ha definiti Mazzoni nel suo I destini generali: quelli che, come lui e come me, si sono formati nel mondo vecchio ma hanno avuto in sorte di vivere la maggior parte della loro esistenza in quello nuovo. Nella rete, e con la rete, occorre ri-costruire dei luoghi non dove non ci sia l’inferno (quello, con buona pace di Calvino, ce lo portiamo dentro), ma dove almeno resti acceso un buon impianto d’aria condizionata. Dove cioè si possa contribuire a ri-costruire dei valori condivisi: non perché calati dall’alto da una nuova classe di mandarini (che, lo sappiamo, non ci sono le condizioni storiche perché si ri-formi); bensì perché discussi insieme, a tutti i livelli, da tutti quelli che “ci stanno”, nei molti sensi di questa espressione (per questo aggiungo con la rete: volendo dire, in forma di rete). Un tentativo fu, nel 2010-2013, quello delle Classifiche di qualità “Stephen Dedalus”, ideate e gestite (fra mille improperi e contumelie) da Alberto Casadei insieme appunto a Mazzoni e al sottoscritto, in collaborazione con Pordenonelegge (vale la pena segnalare, perché non lo si è fatto a sufficienza, che l’attuale attività che porta questo stesso nome non ha alcuna continuità con quella che conducemmo allora). Un altro, in ambito specificamente poetico, è la rubrica Campioni che sto provando a portare avanti su doppiozero, cioè uno di quei luoghi illuminati della rete che vanno moltiplicati (non all’infinito, pena l’effetto-caciara di cui sopra) e messi in grado di funzionare (cfr., in particolare, questa giustificazione non petita), come quello dove ci troviamo ora.

books 8Questo infatti lo stiamo già facendo, stiamo già provando a farlo. Ma c’è un’altra cosa che non possiamo fare, invece, col mero volontariato dei singoli. Ed è porre le condizioni perché venga finalmente affrontato quello che, per la cultura editoriale italiana, è stato finora un tabù (rinvio alle risposte desolanti date al questionario sottoposto agli editori italiani dal numero monografico del «verri» sulla Bibliodiversità, il 35 del 2007): l’accesso a finanziamenti pubblici come quelli da decenni riservati, all’editoria di qualità (non necessariamente cartacea), da diversi Stati europei. Per esempio in Norvegia, come segnalava il compianto André Schiffrin in uno dei suoi imprescindibili pamphlet su queste questioni (Il denaro e le parole, a cura di Valentina Parlato, Voland 2010): dove – con un mercato ancora più ristretto, molto più ristretto, di quello italiano – s’è realizzato un circolo virtuoso che fa leva sul circuito delle biblioteche: quei luoghi, cioè, in cui si tocca con mano che il libro – con buona pace di Franco Tatò e delle sue legioni di, dichiarati o meno, imitatori contemporanei – non è, appunto, una merce come tutte le altre. Facile rispondere alla domanda circa il vero motivo per il quale gli editori italiani si sono sempre sottratti a questa discussione. Facile, se si guarda ai risultati impresentabili (a differenza di quelli ottenuti da altri Stati) coi quali la Repubblica Italiana ha sinora provveduto a sovvenzionare le traduzioni all’estero dei nostri libri: quella cioè che è pressoché l’unica forma di effettivo aiuto pubblico sinora introdotta nel comparto.

alfonso berardinelli

alfonso berardinelli

Ma è una risposta sbagliata, esattamente come quella dei tantopeggiotantomeglisti editoriali. Se le collane “storiche” – che per decenni hanno svolto in Italia, né più né meno, una funzione istituzionale – sono venute meno al loro compito, non è questo un buon motivo per chiuderle. Se degli aiuti pubblici all’editoria si è fatto sino a questo momento un uso clientelar-provinciale, non è questo un buon motivo per demonizzarli. Esattamente allo stesso modo in cui la risposta al cattivo funzionamento dei trasporti pubblici non può essere la loro abolizione (se si vuole un esempio meno paradossale, pensiamo alle scuole pubbliche). La collettività siamo noi, anche se sempre più spesso ce ne dimentichiamo. A nessun altro che a noi, dunque, spetta salvaguardare e migliorare i servizi pubblici: all’atto stesso di usufruirne.

Andrea Cortellessa intervistato da Nanni Delbecchi “Spengono i poeti perché sfuggono alla melassa”, ” il poeticidio”

 [«Il Fatto Quotidiano», 9 luglio 2015].

Scoprire la società di massa nel 2015 è come chiudere la stalla quando è scappato l’ultimo dei buoi, e la nostra editoria si appresta a compiere il più efferato dei delitti letterari: il poeticidio. Non ha dubbi Andrea Cortellessa, che in queste denunce è impegnato con il puntiglio inattuale del critico militante:

«Siamo fuori tempo massimo anche dal punto di vista storiografico. E quanto si legge nelle ultime pagine è un esempio di quell’occultamento dei veri valori denunciato da Scrittori e massa. Troppi dei narratori “salvati” da Asor Rosa sono autori Einaudi, cioè della sua casa editrice, che sempre lui provvede a recensire su Repubblica».

Poteva fare un capitolo anche su se stesso?

Volendo sì, visto che ha provato a fare anche il romanziere.

Secondo Asor Rosa l’unico genere immune a questo meccanismo è la poesia.

«Su questo sono d’accordo: la poesia resta fuori dalla melassa mediatica, in quanto priva di un tornaconto commerciale. Questo la rende il genere più vitale della nostra letteratura, ma è anche la sua parte maledetta, nel bene e nel male».

alfonso berardinelli 3Il declino della società letteraria si vede anche da qui?

«Certamente. Negli anni Sessanta e Settanta ai poeti era riconosciuta una grande autorevolezza, scrivevano in prima pagina».

E oggi?

Anche oggi i nostri maggiori poeti avrebbero molto da dire sulla società contemporanea, ma non hanno accesso ai media. Nel 2010 Valerio Magrelli ha scritto la poesia intitolata Le ceneri di Mike, in cui ricordava i funerali di Stato per Mike Bongiorno ma non a Edoardo Sanguineti. Ecco un segno dei tempi.

Un altro segno potrebbe essere la chiusura da parte di Mondadori della collana di poesia «Lo specchio», ultima superstite insieme a quella di Einaudi, di cui si rumoreggia.

In teoria le collane storiche di poesia sono tre. Ci sarebbe anche quella di Garzanti, mai ufficialmente chiusa anche se è come se lo fosse, visto che pubblica un libro ogni tre anni. Credo che la Mondadori voglia fare la stessa cosa; non chiudere ufficialmente lo «Specchio» per evitare clamori, ma ridurla sempre di più, lasciarla morire di consunzione. Un poeticidio contrario alla storia e alla vocazione di una casa editrice che fin dagli anni Trenta aveva creduto nella poesia italiana.

books 5Oggi i poeti non rendono più.     

Ma i poeti non devono rendere! Non bisogna sapere se la poesia rende oppure no. Non ha nessuna importanza; anzi, se vende tanto, probabilmente è cattiva poesia.

Anche la critica non si sente tanto bene.

Altra bella scoperta. Dieci anni fa, in Eutanasia della critica Lavagetto scriveva che i media non hanno più interesse a consultare i critici proprio perché sono critici, alieni da una macchina da profitto che non sopporta obiezioni, come teorizzò nel ’95 Franco Tatò. Nel libro-intervista A scopo di lucro sosteneva che il libro doveva diventare una merce come tutte le altre; a un ventennio di distanza, questa logica ha vinto definitivamente.

Al di là della poesia, come può resistere la buona letteratura?

Visto il disinteresse dei grandi, l’editoria indipendente è sempre di più il canale in cui passa la letteratura di ricerca, o meglio, la letteratura senza aggettivi, che non è certo quella degli opinionisti del Corriere della Sera. Per reagire allo strapotere delle concentrazioni si è dotata di strumenti propri come l’Osservatorio degli editori indipendenti, o di fiere come il recente BookPride. Inoltre proprio oggi viene presentato a Roma il Premio Sinbad, il premio dei piccoli editori che svolgerà i suoi lavori attraverso una serie di discussioni pubbliche.

Una specie di antiStrega?

Non sta a me dirlo, visto che quest’anno sono tra i giurati. Di sicuro al Premio Sinbad non ci saranno le stanze segrete, le cordate preconfezionate, le truppe cammellate dello Strega. Sarà un premio piccolo ma trasparente, espressione della resistenza al sistema. Perché è così: da una parte ci sono i grandi gruppi con i loro best-seller annunciati, dall’altra la riserva indiana. Un’editoria a doppia velocità, come l’Europa.

 È già qualcosa.

Un’editoria a due velocità è un male minore. Ma pur sempre un male.

(LPLC  23 luglio 2015)

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27 commenti

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27 risposte a “Andrea Cortellessa intervistato da Nanni Delbecchi “Spengono i poeti perché sfuggono alla melassa”, “il poeticidio”, “Che fare?”, ed un Estratto da un articolo di Andrea Cortellessa

  1. Detto con sincerità, non vorrei mancare di rispetto al critico romano, il pezzo di Cortellessa mi sembra animato da considerazioni convincenti, è anche condivisibile, è auspicabile che le cose vadano come dice lui, forse sono io che sbaglio se mi iscrivo al partito dei tantopeggiotantomeglisti, ma penso sinceramente che se Mondadori, Einaudi e Garzanti riducessero (come già stanno facendo) il numero di libri di poesia l’anno (diciamo 1 o 2 l’anno), per la poesia italiana non sarebbe una gran perdita visto i criteri che ispirano la selezione dei libri e degli autori. Forse, non tutto il male viene per nuocere.

    Al punto in cui siamo arrivati (in cui è arrivata la poesia italiana), forse è meglio così, almeno si partirà tutti dallo stadio zero, diciamo che nessuno partirà in pole position. Forse sarò un gufo o un tantopeggiotantomeglista, o un estremista (come mi hanno scritto, non so se di destra o di sinistra, questo l’interlocutore non lo ha specificato), ma credo che partire tutti da una posizione di parità faciliterà le cose.

    Per quanto riguarda l’editoriale di Valerio Magrelli sui funerali di Stato in occasione della morte di Mike Bongiorno, per il vero, non mi sembra uno scritto geniale, i funerali di Stato sono stati una grande pagliacciata all’italiana, un tipico atto di una classe politica priva del senso dello Stato e che allestisce un ridicolo palcoscenico assolutamente fuori luogo. Tutto qui. Ci sono nel nostro paese ben altri gravi fatti che andrebbero stigmatizzati.

    Infine, una cosa, non è vero che nel mondo i libri di poesia non vendono, come ha dimostrato l’intervista a Jonathan Galassi presidente di Farrar e Straus & Giroux, negli Stati Uniti la poesia vende, eccome.

  2. gabriele fratini

    Purtroppo questi intellettuali italiani non avendo mai gestito soldi spesso neanche a casa propria non sono abituati a ragionare in termini economici come fa il resto del mondo tranne loro, e pensano che dietro decisioni meramente economiche si annidi chissà quale idea, complotto, filosofia di vita. Sono totalmente distaccati e dissociati dalla realtà.
    “Spengono” i poeti perché fanno parte di una speciale “melassa” che non vende, mentre le altre melasse vendono. Da decenni le collane di poesia sono in perdita e tenute in piedi solamente per prestigio. A un certo punto doveva finire.

    A differenza dei bianchi Einaudi, ben fatti e che in qualche modo colleziono, Lo Specchio è fatta male, non ha introduzioni e commenti, offre poco, pessimo rapporto qualità prezzo, e spesso li leggo direttamente in libreria.

  3. CORSO DI SCRITTURA CREATIVA IN DIECI PUNTI (di Alessandro Ansuini)

    1 Se hai qualsiasi cosa da fare piuttosto che scrivere,
    falla. Non hai la casa in disordine? Non devi mettere le
    ruote invernali alla macchina? Ecco.

    2 Fra una donna e la descrizione poetica di una donna
    non c’è mai stato paragone. Quindi renditi conto che
    invece di stare lì a scrivere ti conviene alzarti che tanto
    è una battaglia persa.

    3 La scrittura non è arte, è una nefrite del cervello.

    4 Tutto ciò che si vende non è arte.

    5 Quando si scrive bisogna vergognarsi perché non si
    è trovato niente di meglio da fare.

    6 Il talento non si coltiva, meglio passare direttamente
    ai fiori.

    7 Scrivere è cancellare. Quindi la pagina bianca è la
    pagina perfetta.

    8 Nessuna cosa ti allontana maggiormente dalla scrittura
    che le parole.

    9 La scrittura non ha bisogno di te, è il contrario.

    10 50,00 euro grazie.

    • A marzo di quest’anno la casa editrice Joker ha pubblicato una raccolta di poesie di Konstanty Ildefons Gałczyński nella mia versione. Ecco la poesia che apre la raccolta:

      Evviva la poesia

      Anche un cavallo scriverebbe poesie,
      se gli dessero cento in contanti,
      anche lui avrebbe nostalgie
      e ambizioni incessanti;

      che dico? anche un cammello
      il deserto senza esitare
      lascerebbe, se avesse
      della vodca da trincare;

      e perfino i pipistrelli,
      con la testa all’ingiù,
      scriverebbero commedie –
      e un uomo non può di più?

      Dunque tu, o Musa mia,
      ispirami un verso ameno –
      forse qui non sono il primo,
      però l’ultimo nemmeno!

      So cos’è la metrica,
      so far dormire rima con rima,
      di finali ho la testa piena,
      quanto l’inverno – di brina;

      e quali ho problemi,
      pensieri, quale visione!
      Insomma: è molto strano
      che non sia un riccone;

      con un solo aforisma
      incendierei Bordeaux;
      se fossi nato in Irlanda,
      sarei Bernard Shaw.

      Quindi come non scrivere,
      caro signore… Quindi come!
      Anche un cavallo scriverebbe poesie,
      se gli dessero un centone.

      1929

      Nel crogiolo della poesia italiana del momento ci sono senz’altro poeti da salvare e da divulgare, e se non ci sono editori interessati, non resta che pubblicare a proprie spese. Del resto ci sono esempi illustri di poeti e scrittori che sono diventati dei classici, dopo aver deciso di pagarsi la stampa delle proprie opere. Ciò riguarda naturalmente coloro che sanno per certo di avere talento, non riguarda invece i grafomani, che peraltro per loro personale soddisfazione possono stampare ciò che vogliono. Io traduco la poesia russa e polacca, e per quanto riguarda quest’ultima l’Istituto del Libro di Cracovia finanzia il costo della traduzione. Anche per questo negli ultimi due anni ho potuto pubblicare diverse raccolte di poesia. Peccato che solo pochi editori siano interessati alla poesia di altri paesi, perché non sanno quale sia il valore e il livello poetico di tanti autori. Qui però entra in ballo la qualità della traduzione, che purtroppo non sempre è all’altezza del testo originale…, perché gli editori non sanno, non vogliono o non possono trovare traduttori degni di questo nome.

    • Ivan Pozzoni

      CORSO DI SCRITTURA IN DIECI PUNTI DI SUTURA (di Ivan Pozzoni)

      1. Se hai qualcosa da fare, non scrivere. Siccome, visti i tempi, l’80% di noi non ha niente da fare: scrivete, scrivete, scrivete. Tra duecento anni, non si sa mai, qualcuno vi leggerà.

      2. Carmina non dant damen (non sempre).

      3. La scrittura non è arte, è una nefrite del cervello. Però è la conferma che un cervello ce l’hai.

      4. Tutto ciò che si vende è arte dell’arrangiarsi.

      5. Quando si scrive bisogna vergognarsi. Sempre. Comunque.

      6. Il talento non esiste. Chiedetelo ai 200 filosofi nati con Platone e dimenticati dalla storia. Platone non aveva solamente talento, aveva anche culo e agganci istituzionali.

      7 Scrivere è cancellare? Se rimani fuori da un cancello, cerca sempre di scavalcarlo. Ti accorgerai dopo averlo scavalcato, che era aperto.

      8 Nessuna cosa ti allontana maggiormente dalla scrittura che i corsi di scrittura.

      9 La scrittura è il contrario: non ha bisogni, come te.

      10 Consiglio dato aggratis. Sennò i soliti morti di fame mi accusano di essere un UAP’ (uomo a pagamento).

  4. caro Paolo Statuti,
    in qualità di direttore di una collana di poesia presso l’editore EdiLet di Roma, ti sarei grato se volessi propormi la pubblicazione di qualche poeta polacco in traduzione italiana.
    Grazie e buon lavoro.

  5. Ciao Giorgio, a tale proposito ti ho inviato ora una e-mail. Prego e buon lavoro anche a te.

  6. Segnalo l’intervista apparsa su “Il fatto Quotidiano” di oggi 30 luglio 2015 di Silvia Truzzi a Gian Arturo Ferrari, Vicepresidente di Mondadori:

    Domanda «L’editoria ha stritolato la letteratura, a forza di libri di ricette e biografie di cantanti?»

    G.A.F. «da quando l’editoria è diventata industriale – cosa che è avvenuta nei maggiori Paesi europei attorno alla metà dell’Ottocento e in Italia circa cinquant’anni dopo – è nata una figura che prima non esisteva o che aveva un’importanza molto inferiore. Ovvero il pubblico. non è una novità recente, è un fatto strutturale. editoria e letteratura non stanno sullo stesso piano: l’editoria è un’industria che produce libri, i libri non sono la letteratura… Il compito dell’editoria non è fare ricerca letteraria».

    Domanda: «Va bene, possiamo almeno dire che si è ridotto il numero di libri che gli editori fanno magari in perdita, su cui però puntano perché credono nella loro qualità?»

    G.A.F. «Il problema dei titoli in perdita è un problema di tempo. Un editore non fa mai, mai, un libro pensando che ci perderà. fa un libro pensando che magari ci perderà nel breve-medio periodo, ma ci guadagnerà nel lungo periodo.

    G.A.F.«Il Dopoguerra è stato un lungo percorso di redenzione dal regime: i letterati italiani erano stati prevalentemente fascisti o parafascisti: vedo che molti oggi parlano della stagione degli anni Cinquanta e Sessanta – ma sono giovani, non hanno vissuto quel periodo – e credo ci sia un grande equivoco. Uno dei dibattiti più animati dell’epoca è stato – dopo la pubblicazione del Metello di Pratolini – quale giudizio si doveva dare del protagonista, muratore di sinistra diremmo oggi, che faceva l’amore con la vicina di casa, piccolo-borghese e adultera. (…) Oggi la società letteraria non esiste più da nessuna parte: forse sopravvive un po’ a New York. Direi piuttosto che tutti quelli che si occupano di letteratura in Italia stanno molto meglio che in passato. Hanno più relazioni, sono più influenti, vendono molto di più all’estero, dove sono conosciuti e riconosciuti»

    Domanda: «La critica è ridotta a marchettificio?»

    G.A.F. «Vorrei sapere qual è l’autorità deputata a giudicare»

    Domanda: «Il senso è che non c’è più un Gianfranco Contini».

    G,A,F. «Togliamoci dalla testa che Contini, ai tempi suoi, venisse letto. Tra l’altro faceva di tutto per non esserlo, o per essere letto da quei pochi che lui riteneva che potessero capire quello che scriveva»

    Domanda: «La collana di poesia della Mondadori chiude?»

    G.A.F. «Non se n’è mai parlato, ipotizzato, vagamente discusso. È un’invenzione priva di fondamento».

    Domanda: «Allora: diciamo che si stampano, Mondadori compresa, pochi libri di poesia. Sarà una morte per consunzione.

    G.A.F. «Pochi in base al numero di titoli pubblicati? O in base al giudizio sulla “poesia di qualit”? Quando tanti anni fa facemmo “I miti poesia” – un modo, pensavamo, per avvicinare i lettori – ci coprirono d’insulti. Come se avessimo portato i cavalli dei cosacchi ad abbeverarsi nelle fontane di piazza san Pietro. Ma i Meridiani che hanno maggior successo sono quelli dei poeti, perché superano l’ostacolo maggiore dei lettori. Che è l’idea di una produzione frammentata. (…) L’illusione che stiamo andando verso un’inarrestabile decadenza è vera tanto quanto il suo contrario. Se guardiamo al passato vediamo solo le cime, non vediamo le valli, le colline e le paludi. che ci sono state, in abbondanza»

    Domanda «Non si potrebbe stampare più narrativa di qualità?»

    G.A.F. «C’è un tribunale che statuisce con sentenza passata in giudicato qual è la narrativa di qualità?».

    • Ivan Pozzoni

      Bella intervista: chiara, trasparente e ragionevole.
      Concordo al 100% con:

      G.A.F. «da quando l’editoria è diventata industriale – cosa che è avvenuta nei maggiori Paesi europei attorno alla metà dell’Ottocento e in Italia circa cinquant’anni dopo – è nata una figura che prima non esisteva o che aveva un’importanza molto inferiore. Ovvero il pubblico. non è una novità recente, è un fatto strutturale. editoria e letteratura non stanno sullo stesso piano: l’editoria è un’industria che produce libri, i libri non sono la letteratura… Il compito dell’editoria non è fare ricerca letteraria».

      Letteratura o ricerca devono farla i veri autori e i9 veri ricercatori: non l’ditore.

      G.A.F. «C’è un tribunale che statuisce con sentenza passata in giudicato qual è la narrativa di qualità?».

      Stupendo. C’è: è la storia. Non un singolo essere umano attualmente vivente.

      • caro Ivan Pozzoni, allora spiegami perché mi hai chiesto due prefazioni ai tuoi libri di quasi-poesia se ritieni che i critici sono inutili. E fai prefazioni su prefazioni ai libri che editi?

        • Ivan Pozzoni

          1. Perché sei un carissimo amico, e apprezzo, da amico, i consigli che mi dai (innegabilmente validi). Ti ho mai chiesto una recensione? Nelle monografie filosofiche, infatti, non gradisco Prefazioni. La mia Prefazione sono IO. Non sei il mio tribunale: io ho un solo tribunale: la mia coscienza.

          2. Io non scrivo Prefazioni su Prefazioni (mai fatte). Non scrivo recensioni (mai fatte, con rarissima eccezione). Io scrivo Premesse metodologiche o teoretiche sulle mie antologie, dando spazio a start-up interpretativi di terzi (mai sul volume).

          Caro Giorgio Linguaglossa, Edilet, essendo un micro-editore, non ha il dovere di chiudere? 🙂

        • Ivan Pozzoni

          Non è quasi-poesia… Santa miseria, è anti-«poesia», o frammento chorastico. Tu quoque! 🙂

        • Ivan Pozzoni

          Poi non ho detto che i critici sono inutili: considero, come sai bene, che i ricercatori (cfr. anche i critici) debbano confrontarsi con i grandi (morti) del passato, avendo davanti l’intera “fortuna” dell’oggetto (ahimè), cadavere, studiato. Io studio Vailati, Calderoni, Guareschi, Juvalta, la tradizione omerica, Fante, Bukowski, la Pre-socratica, Platone, Esiodo, Erodoto, i lirici antichi e moltissimo altro ancora. Chi è vivo non merita “giudizio”, nella mia visione. Perché: «C’è un tribunale che statuisce con sentenza passata in giudicato qual è la narrativa di qualità?». Sì: i tribunali dei morti.

          [Rispetto la tua differente concezione di “critica”, la tua weltanschauung, il tuo ruolo di “critico”: sono convinto di avrtelo mostrato in centinaia di occasioni]

          Però, ribadisco: io, artisticamente, ho un unico tribunale: la mia coscienza. Spero, davvero, che non ti spiaccia.

  7. letizia leone

    È indubitabile quanto sia antica la questione e annosa la querelle dato che, come rileva anche Gian Arturo Ferrari, già prima di Marx e dei filosofi della Scuola di Francoforte, Tocqueville intorno alla prima metà dell’800, nella “Democrazia in America” notò con grande intuito come democrazia e industria trasformassero l’antica civiltà letteraria in mercato e il lettore in consumatore…Ora se la logica della parola (poetica, artistica, letteraria) è antitetica alla logica della merce, risulta ovvio come le grandi case editrici tradizionali non siano più le sedi privilegiate della cultura e dell’arte della parola ma fabbriche ludiche del disimpegno e dell’intrattenimento come conferma lapalassianamente il vicepresidente della Mondadori…per poi però negare la valenza critica di discernimento della qualità letteraria di un testo…
    Ora questa logica del fatturato (e del pensiero unico del supermercato) non dovrebbe minimamente riguardare uno scrittore serio il quale se persegue obiettivi artistici ed estetici (e quindi porta avanti dignitosamente il suo lavoro culturale) capisce come ormai sia del tutto ininfluente pubblicare per la Mondadori o Rizzoli (decadute completamente in aura e prestigio) ma quanto sia fondamentale pubblicare testi di alta qualità stilistica e letteraria (cosa che esiste ed è valutabile, eccome!) anche con sconosciute, piccole o medie case editrici ( anche se poi esistono ancora delle meravigliose eccezioni come la casa editrice Adelphi di Calasso!)
    Un esempio? Aldo Busi che pubblica “El especialista de Barcelona” con i tipi della Dalai, libro che avrebbe meritato lo Strega (“Premio da analfabeti”) nel 2013 ma non rientra neanche nella cinquina…Certo è un libro per lettori forti che si può leggere e rileggere più volte, è una lettura che richiede un minimo di impegno ma senza dubbio è una lettura che combatte la reificazione di commissari e “montalbani” sfiniti dalle inchieste…
    Lo scrittore, il poeta è ormai solo, in questo senso…e chi ha i giusti agganci fa anche bene a pubblicare con Mondadori per garantirsi maggiore visibilità (e comunque come è stato detto la poesia insulsa e insignificante non vende…)
    E poi la rete ha ormai stravolto tutti i rapporti di produzione e diffusione della cultura, anche la figura del consumatore sta diventatndo obsoleta, oggi l’arte è di tutti, e perchè continuare a leggere le cose degli altri quando si può scrivere e diffondere le proprie cose?
    “L’arte non è cosa nostra” fu il titolo provocatorio della Biennale di Sgarbi di qualche anno fa e nessun giornalista e critico notò nella bella baraonda di opere esposte all’Arsenale la presenza di un Piero Della Francesca..!

    • gabriele fratini

      C’è il pensiero unico del supermercato e c’è il pensiero unico dei poeti. Il primo almeno è più pragmatico, e riesce a dare lavoro a qualcuno.
      Saluti.

  8. In effetti, leggendo la critica della poesia contemporanea che c’è in giro, non posso non dar ragione ad Ivan Pozzoni. Ma qui non si tratta di critica ma di un surrogato della critica, di una simil-critica, di un tipo di scrittura più simile alla agiografia che alla geografia. Perché, appunto, quello che deve fare una critica militante (che è scomparsa con la scomparsa della società letteraria come ben detto da G.A. Ferrari della Mondadori) è tracciare il perimetro di una geografia…

    • Marisa Papa Ruggiero

      Tracciare perimetri, fare rilevamenti, sì, doppiamente sì, purchè non rimangano solo sulla carta. Il destino della “centralità della parola” non lo vedrei affidabile, se non in certa misura, a un discorso di ordine tecnico, qui trattasi non di una questione qualsiasi che minaccia l’estinzione, qui si tratta Della Questione, quella che discende dalla cultura del “verbo” di antichissima tradizione da sottrarre al crollo. E qui vorrei meglio capire se si vogliono cercare possibili soluzioni al problema, o si cercano giustificazioni al problema.
      Suona oltremodo avvilente che ciò che viene messo in sofferenza sia proprio il linguaggio letterario, non tanto per il fatto che possa venirci strappato di dosso dal sistema merceologico, chè in fondo tale è il suo mestiere, ma addirittura da chi per istituzione dovrebbe tutelarne la salvaguardia per noi stessi e per quelli che verranno. A chi sta a cuore il cammino della conoscenza? Che fine fa la ricerca letteraria? Colpisce tanta rassegnazione, tanto fatalismo! Tuttavia conforta la voce estremamente chiara di un critico militante come Cortellessa, attivamente interessato alle sorti della nostra letteratura.
      E se fossero i vari Signori della letteratura e della critica a darsi un po’ da fare per inventare il modo di tutelare la poesia invece di estirparla? Come? Mettendosi sulle tracce di quei “quasi invisibili” il cui nome per l’industria culturale è “Nessuno”( anche se pubblica, questo “Nessuno” saggi e scritture poetiche d’impegno e collabora attivamente a siti letterari di qualità) considerato che più di altri hanno la facoltà e gli strumenti per farlo.
      Ma i Signori dell’editoria hanno mai cercato tra gli invisibili? perchè è là che andrebbe indirizzata la ricerca se si vuole salvare il “carrozzone” la cui esistenza dipende, guarda caso, anche da quel tale il cui nome è Nessuno. Pensare solo all’aspetto mercantile tagliando in blocco l’elemento attivo che promuove le idee e le fa avanzare, mi pare non porti da nessuna parte.
      Non sento mai dire, se non in rare occasioni, che si sono fatti sforzi concreti per rintracciare qualche “vena aurea” sotto la sabbia, per far emergere quelle presenze utili e degne alla causa della poesia. “Andiamo a scovare la poesia”, qualcuno ha detto su questo blog qualche giorno addietro, “scoviamola nei bassifondi e nei silenzi” e ancora: ”forse state cercando nei luoghi e nelle direzioni sbagliate…”
      O meglio: non state cercando affatto! E’ più comodo ripiegare sui soliti noti fino alla nausea piuttosto che sul nuovo. La poesia ha bisogno di forme nuove per rifondare se stessa, già, ma a chi interessa?
      Si fanno delle acute e dotte analisi dei fatti, sotto il profilo sociologico, del diritto, dell’economia, si fanno sottili pronunciamenti filosofici; ma fare delle acute analisi, peraltro sempre estremamente convincenti e condivisibili non basta. C’è chi vorrebbe salvare il “carro” (la microeditoria) perchè vorrebbe salvare tutti per non salvarne in realtà nessuno; c’è chi si adopera nel segnalare la qualità e i meriti in poesia operando valorosamente per esempio, su questo blog; c’è chi non salva né la micro, né la maxi per salvare invece un’idea di poesia (che in verità ci sentiremmo tutti di salvare); c’è chi, ancora, pensa a salvarsi da sé andando semplicemente alla deriva, ecc. ecc.

      • Marisa Papa Ruggiero

        vero è che il poeta dovrebbe sentire in primis l’impegno di “ripensare” la poesia, di ragionare di più sulla validità del proprio testo operando una autoselezione, fare, insomma, della propria poesia una forma di resistenza. Dovrebbe, a mio parere entrare in campo proprio la famosa “qualità” del discorso poetico. In qualche modo facendo leva sul requisito intrinseco di “forza motrice” che da sempre caratterizza la poesia. Entrare in una misura etica dell’arte non ha a che fare con l’omologazione e il conformismo, ma con l’essere. In ciò sta la rivolta, il significato di una resistenza a oltranza che passi per i parametri della qualità, e non certo per quelli quantitativi. Secondo me questo il vero punto di forza in grado, anche su tempi lunghi di contrastare il crollo… il resto sono teorie, chiacchiere, giochi di società…
        Un saluto

  9. alvaro beneviste

    la Poesia italiana riparte da zeroa infinito da Antonio Sagredo, il resto se fosse delirio sarebbe un fatto positivo, invece è soltanto accidia, ipocondria…

  10. antonio sagredo

    Cortelessa dovrebbe fermarsi… a scrivere… rifare tutto daccapo e scoprire le centinaia di errori “critici” che ha commesso, come tanti assassinii incompiuti e non risolti… ma non riuscirà ad arrestarsi poi che ha tendenza alla “critica” non alla Poesia – cioè roba da intellettuali – di cui discute a – poi che non poeta. – vanvera! Come lui, centinaia di critici… che pena… e quali affossatori sono!

  11. caro Antonio Sagredo,
    discutere sulla poesia non è «roba da intellettuali», è una attività indispensabile per consentire uno sguardo selettivo sull’arte contemporanea, e poi bisogna concedere anche ai “critici” il diritto di poter sbagliare qualche volta. Altrimenti non li chiameremmo “critici” ma “dèi”.

  12. antonio sagredo

    “qualche volta” ?

  13. gabriele fratini

    Allo studio di nuovi itinerari
    rinnego i pauperismi letterari…
    a noi poeti ci piace la fessa:
    viva D’Annunzio e abbasso Cortellessa!

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