Giuseppina Di Leo SULLA SCRITTURA POETICA, IL POTERE DELLA PAROLA «la parola inesprimibile», «la giraffa non è figlia dello scimpanzé»

moda mascheraCaro Giorgio,

Interrogandomi ancora sulla poesia e sull’atto dello scrivere tout-court, la riflessione che ne scaturisce è la seguente. Innanzitutto, immagino che la poesia, attraverso le parole, rimandi ad una istanza, e tuttavia essa stessa parola/poesia non spiega, nel suo comporsi, la ragione da cui è mossa. O perlomeno, spesso e volentieri ci sorprendiamo di aver scritto cose che non avevamo in mente, usando magari una parola (o forse più d’una) ‘doppia’ che rimanda a qualcos’altro (e questo è un caso felice); oppure, al contrario, per quanti sforzi si facciano capita di non riuscire a esprimersi come vorremmo e rendere degno un pensiero.
La ragione della parola ‘inesprimibile’ proviene da questa seconda ipotesi. Si tratta in ogni caso della stessa difficoltà che si pone, nel rapporto tra analizzando e analista, nel valutare i dati emersi durante l’analisi. Ma, come quei dati, analogamente la poesia si offre al lettore non solo e forse non tanto per quello che dice, quanto per le suggestioni / emozioni che essa parola/poesia riesce a far scaturire nel lettore, nell’altro. Per questa ragione penso alla poesia come a qualcosa in continuo movimento: uno svelare quanto era non ancora esplicitato a sé stessi. Una sorta di movimento tellurico che fa riaffiorare in superficie uno stato d’animo poco conosciuto in apparenza.
Sulla poesia più recente, oggi un diverso sguardo permette di poter invertire i termini del problema: il ‘perché’, prima racchiuso in un’istanza non esplicitata, si presta al “gioco del rocchetto” (lo sguardo dell’osservatore); attraverso la rappresentazione la realtà rivela qualcosa di sé attraverso la finzione. L’elemento ludico della scrittura, insieme al piacere che se ne trae, andrebbe sempre ricordato.

Giuseppina Di Leo

Ti allego uno scritto apparso su “il Guastatore. Quaderni Neon-Avanguardistici”, a cura di Ivan Pozzoni e Ambra Simeone, Liminamentis Editore, 2015. Mi piacerebbe che lo pubblicassi.

moda iperrealismoMichael Cunningham

Leggo il pensiero dello scrittore americano Michael Cunningham sul mestiere di scrivere e sulle difficoltà incontrate nel tradurre in parole le immagini che abitano nella testa.
È un po’, credo, come avere la pretesa di riuscire a far assaporare al pubblico cinematografico una torta attraverso la visione di un film. Bravura del regista, attori permettendo, e pubblico disposto a immedesimarsi, si potrebbe ricevere un assaggio mediatico stimolando i sensi del gusto e dell’olfatto per via dell’autosuggestione. Ma, a conti fatti, rimarrebbe pur sempre una percezione olfattiva solitaria, con l’unico effetto reale di incremento della produzione salivare. Ricordo di aver letto che in alcune situazioni estreme, come nel caso della prigionia, per sopperire alla mancanza di cibo sia possibile ‘sfamarsi’ immaginando succulenti pranzi ricchi di ogni ben di Dio traendone, momentaneamente, un qualche beneficio. Momentaneamente. Come effetto placebo.

Lo stesso vale ad esempio per questo muro che ho qui davanti, ad appena a un metro e mezzo di distanza, fuori dalla mia finestra. Ebbene, l’impatto visivo è dato da un muto/muro di pietra: punto e basta. Una visione che contrasta con il mio pensiero che sento invece in questo momento ricettivo, un ‘ostacolo’ che limita la capacità di esprimere il pensiero impedendogli, e impedendomi, di farsi strada (prova ne sia il fatto che sto scrivendo altro da ciò che vorrei).
Eppure, quel muro è lì per un lavoro dell’uomo, dei tanti uomini che lo hanno realizzato. Ma ancor prima del suo essere muro vi è il cielo, che è preesistente a tutto. Dunque, alla maniera di quei prigionieri, non posso fare altro che guardare il muro, che tra l’altro mi fornisce tutti i volti di pietra di cui ho parlato più volte; come, ancora, potrei anche scegliere se demoralizzarmi oppure, diversamente, travalicare i confini puri e semplici (la realtà), per immaginare, con un pizzico di fantasia, quello che c’era prima, o prima ancora.

moda maschera 1Tutto questo per dire che la “traduzione” del pensiero in parole potrebbe realizzarsi, come in effetti si realizza, attraverso un lavoro, faticoso a volte, lento in molti casi, di riappropriazione del proprio cielo. Alla fine della ricerca, partendo dal muro/ostacolo ovvero scavalcandolo, avremo a nostra disposizione immagini e parole suscettibili di altrettante emozioni. Il problema consiste semmai nel trovarle, le parole. Riduttivamente.

E difatti, ci sono libri in grado di farci commuovere o ridere, accendere o spegnere desideri, persino quelli di ‘gola’, e non solo. Il potere della parola è il potere per eccellenza. Perlomeno è stato elevato a sovrano assoluto nell’occidente, in cui vige il binomio inscindibile parola/potere.

In un contesto differente, un ruolo diverso ha altresì la parola, come altro è l’impegno che assume verso gli altri il «Signore delle parole» nelle tribù senza stato amerindiane, dove nessun insegnamento è ammesso, se non quello che garantisca la continuità con la stessa società che ha eletto il suo «capo», come ci racconta Pierre Clastres: «Vuoto è il discorso del capo appunto perché non è discorso di potere: il capo è separato dalla parola, perché è separato dal potere”».
Ne consegue che, scindendo il potere dalla parola, nessuna sopraffazione è ammessa.

Ma ecco il pensiero di Cunningham:
«Anche se il libro in questione viene fuori abbastanza bene, non è mai il libro che avevate sperato di scrivere. È più piccolo del libro che avevate sperato di scrivere. È un oggetto, una raccolta di frasi, e non assomiglia neanche lontanamente a una cattedrale di fuoco» (Il Sole 24 Ore – Domenica, 13 giugno 2010, trad. di Ivan Cotroneo).

Ho riportato il finale dell’articolo, perché lo trovo più interessante dell’articolo stesso e anche degnamente conclusivo, dopo che l’autore ha spiegato che nessun romanziere che si rispetti sfugge alla crisi ‘post partum’; cosa che, inversamente a quanto si verifica nel diventare madri, fa dire (o pensare) che la rosa più bella resta ancora da cogliere: «Questa la nostra gloria. Siamo alla ricerca di qualcosa, e non veniamo scoraggiati dal sospetto collettivo che la perfezione che cerchiamo nell’arte abbia le stesse possibilità del santo Graal di venire trovata. Questa è una delle ragioni per cui noi, e intendo noi esseri umani, siamo non solo creatori, traduttori e consumatori di letteratura, ma della letteratura siamo i soggetti».
Una conclusione tutto sommato da romanzo. Dato che la giraffa non è figlia dello scimpanzé.

Giuseppina Di Leo

giuseppina di leo

giuseppina di leo

Agnizione

C’è stato un tempo in cui calanchi erano le parole
scurità apicali infilzavano occhi discendenti lame
bocche orribili. E di un dio non vidi mai la fine.
Mezza pagina era troppo. Né parlarti
spostava lo sgomento dei tre sì e dei tre no.
Su quale fragile armonia s’incammina la rabbia
stesa in alto pressa un tavolo di accordi poche facce
si riconoscono tra gli estranei nel momento del saluto.

Giuseppina Di Leo

Cara Giusy,
la caratteristica della prospettiva moderna è lo sgretolarsi della possibilità di accedere al senso dei testi. Il carattere di finzione dei testi, la loro non-referenzialità ci dice che l’opera decostruisce attraverso la testualità ogni messaggio, ogni significato. Non potendo essere letterale, il testo possiede soltanto la pluralità delle letture come unica lettura, l’unità di senso diventa frattura del senso, la figuratività ha il sopravvento rispetto alla referenzialità. La letteratura contemporanea si presta all’idea di perdita del senso e alla apertura di letture molteplici, essa non può fungere da modello del logos o da norma generale. L’anti-referenzialismo dà troppo credito al suo opposto, lo suppone vero. Identificando la significazione con l’attribuzione di un riferimento e, parallelamente, la non-significazione con la non-referenzialità, l’opera di finzione si sottrae per forza di cose alla questione del senso. Ne risulta che il linguaggio dell’opera di finzione non può più dire qualcosa di particolare e a sostenere che la letteratura non si lascia più comprendere ma fraintendere… Allora, mi chiedo e ti chiedo, quale «Potere della Parola» può avere la «parola» in un contesto del genere?
Giorgio Linguaglossa

Giuseppina Di Leo – Ha pubblicato tre libri di poesie: Dialogo a più voci (LibroitalianoWorld, 2009); Slowfeet. Percorsi dell’anima (Gelsorosso, 2010); Con l’inchiostro rosso (Sentieri Meridiani Edizioni, 2012); la plaquette: Il muro invisibile (LucaniArt, 2012). Alcune sue poesie, racconti e interventi di critica letteraria sono ospitati su antologie, riviste, su blog e siti dedicati alla poesia.

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21 commenti

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21 risposte a “Giuseppina Di Leo SULLA SCRITTURA POETICA, IL POTERE DELLA PAROLA «la parola inesprimibile», «la giraffa non è figlia dello scimpanzé»

  1. A volte le parole fluiscono nella scrittura perfettamente abbinate al pensiero, dando un gran senso di compiutezza a chi scrive, altre volte no. Sono fasi alterne e per nulla codificabili. Scrivere tutto sommato è un talento, soprattutto per chi scrive, lascerei stare le sedute psiconalitiche.

  2. Giuseppina Di Leo

    * Caro Giorgio, alla maniera dello scrivano Bartleby, potrei dire: «Per il momento preferisco non rispondere», per quella resistenza passiva che pure mi caratterizza, mentre invece rispondo molto volentieri, forse perché, in realtà, la risposta è contenuta nella stessa tua domanda. In pratica, la risposta è: “Nessuno”. Il potere della parola però esiste eccome, e sarei portata a dire che forse la mancanza di senso di cui evidenzi gli effetti in letteratura in qualche modo è conseguenza diretta dell’eccesso di senso che la parola ha in altri contesti (pensiamo ad esempio a quanto sta succedendo in medio oriente o alle sorti della Grecia). La cosa che trovo drammatica oggi (sebbene la deriva va avanti da decenni) è che si è perso il senso della libertà, che è principio base costitutivo dell’uomo.

    Si dice che la poesia non cambierà il mondo e i tempi che stiamo vivendo, purtroppo, e il rischio maggiore è quel purtroppo essere portati a credere che sia così. Tuttavia mi ostino a pensare che ognuno, nei modi e con i limiti che gli sono propri, può in ogni caso contribuire a cambiare il mondo, in meglio, s’intende.

    In Abbozzo di autobiografia, Jorge Luis Borges, con molta umiltà (dote rara nei più) ammette che occorre essere consapevoli dei propri limiti. Dice inoltre: «Quando ero giovane pensavo che la letteratura fosse un gioco con molte abili e sorprendenti variazioni; ora che ho trovato la mia voce mi pare che, per quanto cambi, tagli e rattoppi, i miei manoscritti non migliorino né peggiorino. Questo, naturalmente, è un peccato contro una delle principali tendenze della letteratura di questo secolo – la vanità di scrivere a ogni costo…».

    Ora, vanità o meno, il poeta Giorgio Orelli diceva che i libri “si fanno con la vita”. Un rimando che mi porta a uno scrittore che ha provato sulla propria persona il senso nefasto che la parola potere contiene, il peggiore, che costringe un uomo, un intellettuale, a vivere da esule. L’intellettuale in questione è lo scrittore, pittore e drammaturgo cinese Gao Xingjian, Nobel per la letteratura nel 2000, rifugiato in Francia.

    L’intervista (nella traduzione di Simona Polvani), che parla del tema della libertà, risale al 2011 (pubblicata su “La Lettura” del novembre di quell’anno).
    Ne riporto lo stralcio finale per la parte che qui interessa, ma andrebbe letta per intero per la sua valenza (magari potrebbe essere riportata in un post ad hoc).

    A Flavio Almerighi, che ringrazio per la lettura, dico che il linguaggio è uno degli aspetti della psicologia umana, per questo motivo ritengo che la poesia possa aiutare in questo percorso di conoscenza.

    Ecco il pensiero di Gao Xingjian:

    […] In origine, la letteratura era l’espressione dell’uomo di fronte alle difficoltà e ai problemi dell’esistenza. Ritornare all’individuo reale e concreto, e non a dei concetti astratti a proposito dell’uomo: consiste anche in questo la differenza tra letteratura e filosofia. Mentre i filosofi cercano di esprimere una verità ultima, gli scrittori esprimono solo la realtà della vita. Le difficoltà dell’esistenza concrete ed evidenti sono indissociabili dai tormenti che conoscono gli individui; ecco le questioni proprie di una letteratura che si è sbarazzata della filosofia e della sociologia. La libera volontà deriva in primo luogo dalla conoscenza dell’Io. Quando la letteratura supera la critica sociale e passa all’esame dell’Io – sempre così caotico – dell’uomo, nel momento in cui essa tenta di vederci chiaro, è allora che inizia la conoscenza. La conoscenza può essere imperniata anche sulla morale o sulla religione; quando è imperniata sull’estetica, conduce alla letteratura e alla creazione artistica.
    Un individuo che vive in mezzo ai dubbi dell’esistenza può prendere in mano il proprio destino? E si possono fare previsioni circa il destino o il futuro? Queste antiche domande possono avere nuove risposte? Ogni scrittore può rispondere a modo suo e nessuno riuscirà a trovare l’unica risposta giusta. Da parte mia penso che nessuno abbia la possibilità di trasformare questo mondo e la natura umana, in compenso può provare a conoscerli, ed è proprio la funzione della letteratura.
    L’individuo si trova di fronte a un vento di follia che spazza via ogni cosa sul suo passaggio, sia esso la rivoluzione violenta comunista o le guerre scatenate dal fascismo, e l’unica scappatoia sembra essere la fuga, ma – come se ciò non bastasse – è necessario rendersene conto in modo lucido prima che tali catastrofi arrivino. Fuggire è salvare se stessi. Tuttavia, probabilmente, la cosa più difficile è fuggire le ombre che abbiamo dentro di noi. Se non si ha una conoscenza chiara di se stessi, si rischia di perdersi dentro il proprio inferno.
    Quanto alla letteratura, è una sorta di sprone, che risveglia la coscienza degli uomini, li spinge a riflettere in profondità e li incita a esaminare l’oscurità che hanno in fondo a se stessi. Sebbene la letteratura sia basata sull’esperienza acquisita dagli uomini, la forza di discernimento che essa raggiunge supera ogni aspettativa.

    GDL

    • Giuseppina Di Leo

      Riscrivo il secondo capoverso, che, così com’è, è errato e né si comprende:
      Si dice che la poesia non cambierà il mondo, purtroppo, e il rischio maggiore è quel purtroppo essere portati a credere nei tempi che stiamo vivendo che sia così. Tuttavia mi ostino a pensare che ognuno, nei modi e con i limiti che gli sono propri, può in ogni caso contribuire a cambiare il mondo, in meglio, s’intende.

  3. Cara Giuseppina,
    è chiaro che una cultura che, come qui da noi in Italia, si è alimentata dello scetticismo olistico (degli intellettuali) e di massa, una cultura che si è alimentata dell’arma dell’ironia (che presuppone sempre un senso di superiorità di chi la esercita), dell’istrionismo da teatro e del riduzionismo (quella che io chiamo la tascabilizzazione di tutte le questioni metafisiche), non poteva che sfociare in opere minoritarie e, tutto sommato, consolatorie. Il principio ironico e il principio scettico sono ottimi “riduttori” che, se applicati alla poesia e al romanzo, producono romanzi e poesie da delibazione, gastronomiche, decorative, insomma, da consumo. Questo pensiero che ritiene di utilizzare i prodotti culturali e artistici in chiave utilitaria (come una merce o una automobile) ha prodotto qui da noi la desertificazione culturale delle masse, e ciò è avvenuto con la complicità del Ministero dell’istruzione, delle Università, dei giornali e delle televisioni, in una parola, della politica (di destra e di sinistra) incapace di pensare ad un paese che mettesse al centro della ripresa economica e antropologica il rilancio della cultura e dell’arte.
    Quanto dico è confermato dalla notizia della allarmante censura ad opera del sindaco di Venezia che si è creduto in diritto di moralizzare i costumi del paese mediante un atto di censura sui libri destinati all’infanzia. Questo, non è soltanto un episodio, o un incidente di percorso di un sindaco oscurantista, ma è il diretto risultato dell’indebolimento generale della identità antropologica di un popolo che ha smarrito le chiavi del pensiero, del buon senso, della decenza, della moralità. Cos’altro dire? – In questo contesto, parlare di Parola e di letteratura può sembrare quasi un parlare tra marziani nella lingua dei marziani, non credi?

    • Giuseppina Di Leo

      Sono totalmente d’accordo con te Giorgio, lo spettacolo che ci circonda è a volte sconfortante.

      Così come condivido il punto di vista di Ambra. Andare controcorrente, rischiando di essere ‘inattuali’ (lo diceva anche De Andrè), è la sola cosa che vale la pena di continuare a fare.

  4. Ambra Simeone

    Caro Giorgio,

    una cosa sono gli autori e i libri che fanno “ridere” (che comunque non metterei al bando come ha fatto il Sindaco di Venezia) una cosa sono quelli che si avvalgono di “ironia”, ci sono molti esempi magistrali in tal senso in Italia e nel mondo. Poi che si preferisca la letteratura (come vogliamo chiamarla seriosa?) non vuol dire che sia migliore di quella ironica o scettica. Leggo continuamente letteratura ironica, scettica, seriosa, impegnata e persino pesante, e non lo trovo pericoloso, riduttivo o consolatorio per la mia formazione.

    Cara Giuseppina,

    anche io come te spero e mi auguro che la parola abbia peso e senso, e qualche volta effettivamente è così, se si riescono ad ottenere tutte le basi perché ciò avvenga.
    La parola è usata soprattutto per comandare, questo è certo, nell’accezione oratoria per intimorire, persuadere, raggirare e questa penso che purtroppo abbia molti più adepti ben organizzati ed educati, speriamo che la parola poetica o letteraria in generale possa un domani recuperare la sua importante valenza quella di far crescere e aprire nuovi orizzonti culturali e sociali.

  5. Ivan Pozzoni

    Se il sindaco di Venezia avesse applicato o il principo scettico o il principio ironico, non avrebbe emesso un decretino dogmatico (vs. scettico) e bigotto (vs. ironia). Per esempio, Giuseppina, scettica e ironica, non è né dogmatista (o fondamentalista della letteratura) o bigotta (o democristiana della Parola, scritta con la P). Direi che è un grandissimo merito. .

    • gabriele fratini

      Pozzoni quando commenti Di Leo sei ancora più ridicolo di Di Leo! 🙂

      • Giuseppina Di Leo

        Fratini, stai andando a ruota libera – tu ti leghi e tu ti sciogli, come si dice da noi.
        Essere ridicola in compagnia di Ivan non mi tange, ma ridicola sarà pure tua sorella!

      • Ivan Pozzoni

        Gabriele: i tuoi ultimi interventi, scoordinati e immotivati, ti stanno mettendo ai livelli (che TU disprezzi e condanni) di un Pedini. Temo, anzi,che il battagliero Valerio si sia impossessato del tuo nickname, e imperversi, insultando tutti. Peccato: ero abituato a tuoi interventi seri, mai ridicolizzanti, sempre equilibrati. Io e Giuseppina ridiamo spesso: raramente ci rendiamo ridicoli.

      • Gentile utente Fratini,

        non le permetto di dichiarare “ridicolo” nessun interlocutore del blog, tantomeno una poetessa del calibro e della serietà di Giuseppina Di leo o di Ivan Pozzoni. O lei si attiene ai dovuti canoni minimi di decenza ed educazione o sarà barrato dal blog

  6. Ivan Pozzoni

    Pur non essendo una poetessa del calibro e della serietà di Giuseppina Di Leo, chiudo, sul mio caso, ogni incidente. Conosco Gabriele, so che non è il suo modo abituale di comportarsi. L’ho sempre seguito come commentatore serio, equilibrato, scherzoso, mai offensivo. Non so cosa sia successo. Probabilmente è stato detto e fatto (non da me o da Giuseppina) qualcosa che ha esasperato Gabriele al punto da “costringerlo” ad esagerare. E che io non ho avuto modo di leggere. Comunque, Gabriele, un consiglio: con Giuseppina, chiaritevi: è una artista e una donna d’oro, molto sensibile, attenta, e seria. Non merita nessun tipo di offesa.

    • gabriele fratini

      ” …è una artista e una donna d’oro, molto sensibile, attenta, e seria”. Io questo non lo metto in dubbio. Non parlavo assolutamente di poesia o del livello artistico, ma delle idee gender, educazione dei bambini e quella roba lì.

  7. Giuseppina Di Leo

    Fratini, probabilmente Freud era fuori dal tempo quando, ai primi del ‘900, raccomandava di evitare di raccontare ai bambini le favole della cicogna e simili, ed educarli invece, fin dalla più tenera età, alla sessualità.
    Strada non se n’è fatta da allora , se non negli ultimi decenni e, su questo argomento, in Italia, credo siamo ancor più indietro di altri Paesi.
    Sulla questione gender, non nascondo di nutrire io stessa dei dubbi; però, un conto è dire parliamone, mentre altro è vietare che se ne parli.
    Le divergenze di opinione è anche un bene che ci siano (io la penso così), ma devono manifestarsi nella maniera più pacata possibile e, come saggiamente dice Ambra, nel rispetto di tutti, minoranze comprese.

    Ringrazio Ivan e Giorgio per il loro apprezzamento su di me, cosa che mi impegna a migliorarmi. (I lettori mi perdonino la deriva personale).

    • gabriele fratini

      L’autorità locale ha tutto il diritto di inserire o togliere testi (che poi non sono testi) dalla scuola d’infanzia (che non è statale). Chi invoca l’incostituzionalità o addirittura la violazione di diritti umani semplicemente non conosce la legge.
      Con questo mi taccio (mi autocensuro) e tornerò eventualmente a commentare solo di poesia. Un saluto a tutti i genitori 1 e genitori 2, e ai nonni 1, nonni 2, nonni 3, nonni 4.

      • Ivan Pozzoni

        Io mi documenterei meglio: un aiutino da un giurista: circolare 282873 del 24/06 e comunicato stampa ufficiale dell’08/07. Letti insieme, sono straordinaria fonte di umorismo.

        • gabriele fratini

          Caro Ivan, in famiglia mia sono tutti giuristi, sono circondato da aiutini di giuristi, tranquillo che prima di parlare di leggi mi documento bene. Ma questa polemica per me è già out. Torno alle cose serie.

          • Ivan Pozzoni

            Però, Gabriele, è corretto ricostruire bene le situazioni (storicamente). Perché sennò si rischia di incappare in circolari assurde (smentite da comunicati stampa vergognosi) che vanno a innescare raccolte di firme (?!) di gente che niente a capito e desidera solamente strumentalizzare una strumentalizzazione uscita male. Per me, su questa storia, data la scarsa informazione, tutti hanno fatto una figura barbina. Questi individui, di destra, sinistra, centro che siano, gestiscono le nostre città. La riflessione era questa (con spessore maggiore dei discorsi di gender che, a me, sinceramente, non interessano).

            Cosa c’entrava, tra l’altro, Giuseppina con una circolare + comunicato stampa + immediata raccolta di firme inutile? Tutto qui!

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