DUE POESIE INEDITE di Anna Ventura: Utopia, Atena, SUL TEMA DELL’ISOLA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

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L’isola dell’utopia è quell’isola che non esiste se non nell’immaginazione dei poeti e degli utopisti. L’Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è una narrazione di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus) in una immaginaria isola abitata da una comunità ideale.”Utopia“, infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ– che significa bene eτóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ(non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest’ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero “l’ottimo luogo (non è) in alcun luogo“, che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l’opera narra di un’isola ideale (l’ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

Anna Ventura è nata a Roma, da genitori abruzzesi. Laureata in lettere classiche a Firenze, agli studi di filologia classica, mai abbandonati, ha successivamente affiancato un’attività di critica letteraria e di scrittura creativa. Ha pubblicato raccolte di poesie, volumi di racconti, due romanzi, libri di saggistica. Collabora a riviste specializzate ,a quotidiani, a pubblicazioni on line. Ha curato tre antologie di poeti contemporanei e la sezione “La poesia in Abruzzo” nel volume Vertenza Sud di Daniele Giancane (Besa, Lecce, 2002). È stata insignita del premio della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ha tradotto il De Reditu di Claudio Rutilio Namaziano e alcuni inni di Ilario di Poitiers per il volume Poeti latini tradotti da scrittori italiani, a cura di Vincenzo Guarracino (Bompiani,1993). Dirige la collana di poesia “Flores”per la Tabula Fati di Chieti. Suoi diari, inseriti nella Lista d’Onore del Premio bandito dall’Archivio nel 1996 e in quello del 2009, sono depositati presso l’Archivio Nazionale del Diario di Pieve Santo Stefano di Arezzo.

È presente in siti web italiani e stranieri; sue opere sono state tradotte in francese, inglese, tedesco, portoghese e rumeno pubblicate in Italia e all’estero in antologie e riviste. È presente nei volumi: AA.VV.-Cinquanta poesie tradotte da Paul Courget, Tabula Fati, Chieti, 2003; AA.VV. e El jardin,traduzione di Carlos Vitale, Emboscall, Barcellona, 2004. Nel 2014 per EdiLet di Roma esce la Antologia Tu quoque (poesie 1978-2013)

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Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

In Origen y Epílogo de la filosofía Ortega y Gasset scrive che in ogni filosofia l’ambito dell’apparenza, cioè della parte patente della realtà, viene retto da un trasmundo, termine che non allude a una trascendenza, a qualcosa che sta «trans»: sembra anzi un termine cercato apposta per la sua neutralità, per non contenere nessuna interpretazione pregiudiziale. Tras significa semplicemente «dietro», e trasmundo indica solo ciò che sta dietro l’apparenza, ciò che pur esistendo, attualmente non appare, e dunque va scoperto, dis-coperto, dis-velato: «Tutte le filosofie ci presentano il mondo abituale diviso in due mondi, un mondo patente e un retro-mondo (trasmundo) o supermondo che è latente sotto il primo e nel rendere manifesto il quale consiste il culmine dell’impegno filosofico». Questa duplicazione si può già rintracciare nei frammenti di Parmenide, che impostano un cammino successivamente sviluppato con coerenza dalla filosofia.

Anna Ventura, poetessa del disincanto e del discorso argomentante, riprende a definire la dimensione dell’utopia da dove ce l’ha consegnata il pensiero della fine del Novecento. La fine dell’utopia e quindi l’inizio di un nuovo cominciamento, dalla fine dell’utopia marxiana di una società degli eguali all’inizio di un nuovo sommovimento dei popoli europei di cui abbiamo avuto in questi giorni un drammatico riscontro negli eventi della Grecia in rapporto all’Europa. Non è un caso che una poetessa come Anna Ventura si rivolga al mito per parlarne in tono dimesso e colloquiale, com’è nel suo stile sobrio e misurato, privo di enfasi e di eccentricità, intimamente drammatico però, perché qui si tratta della liquidazione definitiva dell’utopia come di un fuori questione, di ciò che non fa più questione, di qualcosa  di problematica tematizzazione. Così, scopriamo che la liquidazione dell’Utopia coincide con il ristabilimento dell’ordine delle idee e, susseguentemente, delle cose che i nuovi rapporti mediatico finanziari ci vogliono suggerire. L’Utopia rischia di diventare, direbbe Anna Ventura, non più un trasmundo ma un intramundo, un altare dell’anima derubricata a una questione psicologica, quindi.

anna ventura

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Utopia

Utopia è il luogo
in cui vorremmo essere nati,
ma siamo nati altrove.
Utopia è il luogo
in cui avremmo voluto crescere,
e scoprire il mondo,
ma siamo vissuti altrove,
e il mondo ci si è rivelato da solo,
spietato e inevitabile,
pericoloso.
Utopia è il luogo in cui, forse,
non ci sarà nemmeno concesso di morire:
perché anche questo sarebbe un privilegio.
Lungo il percorso
tanto ci siamo compromessi,
con la durezza del mondo reale,
da perdere le ali necessarie
a volare tanto in alto.
Ma abbiamo imparato a camminare.

.
Atena

Atena uscì dalla testa di Giove
con lo sguardo fosco e la fronte turrita: già sapeva
quanto le sarebbe costato
essere all’altezza di un tale privilegio.
Prese a invidiare
le dee frivole e belle
che altro non dovevano fare
se non mostrarsi al meglio
delle loro grazie,
parlando il meno possibile.
Lei no; lei avrebbe dovuto anche parlare, all’occorrenza,
perché non poteva deludere
chi l’aveva messa tanto in alto.
Troppo per una donna,
anche se questa donna era Atena.
Un giorno si tolse le insegne divine
e scese tra gli uomini,
che non la degnarono nemmeno
di uno sguardo. Ma lei non fece una piega:
conosceva la superficialità degli dei,
poteva immaginare quella degli uomini.
Poi un bambino piccolissimo,
nella confusione di un mercato,
perse la sua mamma, e, con la manina,
si attaccò al braccio di Atena, cercando protezione.
Atena si commosse al punto che,
quando tornò sull’Olimpo,
immaginò che il bambino
stesse ancora con lei
e decise di tornare sulla terra
per rivederlo; il piccolo, a sua volta,
dopo aver ritrovata la madre,
ancora sentiva il calore
di quel braccio sicuro
e sperò di stringerlo ancora,
nell’allegria del mercato.

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9 commenti

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9 risposte a “DUE POESIE INEDITE di Anna Ventura: Utopia, Atena, SUL TEMA DELL’ISOLA DELL’UTOPIA O DEL NON-LUOGO con un Commento impolitico di Giorgio Linguaglossa

  1. Bentornato blog, e bentornata Anna Ventura con due poesie molto significative. E’ vero Utopia è sempre altrove, concetto semplice, efficacissimo.

    • Caro Almerighi, grazie per la tua presenza critica, a cui tengo molto.E’ vero:l’utopia e sempre “altrove”, ma noi abbiamo avuta l’umiltà di “imparare a camminare”.E il conforto di una mano ,che, talvolta,ha stretto la nostra,aiutandoci a camminare ancora,Con stima e amicizia, Anna Ventura

  2. Giuseppina Di Leo

    Ho ascoltato con molto piacere la bella intervista a Anna Ventura dove si scopre un mondo che non c’è più, come “le case di terra” che un tempo erano significative della condizione di povertà. Le sue poesie non possono non contenere la bellezza del luogo che Anna Ventura chiama Utopia.

    • Cara Giuseppina,mi allieta constatare come tu, nell’intervista che il mio amico iraniano ha inviata audacemente all'”Ombra” sia stata colpita dal tema delle “Case di terra”,che tanto mi sta a cuore: è lì, in questo passato eroicamente vissuto, che la nostra gente ha dato il meglio di sè

  3. Lucia Gaddo Zanovello

    “Utopia” mi ha fatto pensare che forse proprio agli umani sono riservati imperfezione, riduttivismo, impotere, delusione, desiderio e pochezza di risposte; per un umano imparare a camminare, tutt’al più a correre, è il massimo dell’ambizione (e riuscire a camminare, a volte, può diventare quasi un atto eroico), ma sono azioni che pure rimangono buffe quando le noti compiute da un uccello (Baudelaire insegna). Può essere che siano proprio questi i famosi talenti che ci si ritrova in tasca da far fruttare. Fossimo diversi saremmo dèi… E qui mi raggiungono le suggestioni della seconda poesia, “Atena”, e il concetto di mandato, incarico, come ciascuno venisse di qua dotato di una sorta di procura di cui non ricorda più bene lo scopo. In tutta la sua pienezza mi arriva la connotazione di una certa vocazione femminile ad angelo di salvazione, rifugio o nume tutelare delle giovani vite da co-creare o da mettere in salvo.
    Splendida l’intervista ad Anna Ventura che ho apprezzato moltissimo nel video.

    • “… rimangono buffe quando le noti compiute da un uccello (Baudelaire insegna)” L.G.Z.
      Lettura piuttosto riduttiva se non distorta della celeberrima poesia di Charles Baudelaire “L’albatros”:

      “Ce voyageur ailé, comme il est gauche et veule !
      Lui, naguère si beau, qu’il est comique et laid !”

      Giorgina Busca Gernetti

      • Lucia Gaddo Zanovello

        Il brano estrapolato dalla frase in questione apparteneva semplicemente a una mia osservazione su quanto tutto in realtà sia da ascrivere a concetti di non assolutezza, di relatività.
        Mi era stata suggerita dal manifesto nitore di questi versi di Anna Ventura:

        “Lungo il percorso
        tanto ci siamo compromessi,
        con la durezza del mondo reale,
        da perdere le ali necessarie
        a volare tanto in alto.
        Ma abbiamo imparato a camminare.”

        Ringrazio la Prof. Giorgina Busca Gernetti per avere così opportunamente riportato i celeberrimi versi di Baudelaire (sulla cui Opera la mia citazione non aveva alcun intento analitico) attinenti proprio a quanto, in poverissime parole, intendevo dire.

  4. Delle due liriche preferisco Atena. Però, qual è il discrimine tra prosa e poesia? anche se i testi sono – concettualmente – significativi e, tra virgolette, prudenti.

    • Gentile amico, credo che il discrimine tra poesia e prosa sia irrilevante; è la qualità che fa il testo.Accetto pienamente l’appunto circa la prudenza ;che, talvolta,nel mio caso, diventa reticenza; dell’autore si dovrebbe conoscere anche la biografia,per comprendere pienamente i tabù, gli scontri con la realtà,i silenzi,Ma bisogna diventare famosi per destare tanta curiosità; la mia piccola vita non la merita.

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